Anastasia – Le città invisibili – Italo Calvino

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Drago

Escher - Drago 1952

Di capo a tre giornate, andando verso mezzodì, l’uomo s’incontra ad Anastasia, città bagnata da canali concentrici e sorvolata da aquiloni. Dovrei ora enumerare le merci che qui si comprano con vantaggio: agata onice crisopazio e altre varietà di calcedonio; lodare la carne del fagiano dorato che si cucina sulla fiamma di legno di ciliegio stagionato e si cosparge con molto origano; dire delle donne che ho visto fare il bagno nella vasca d’un giardino e che talvolta invitano – si racconta – il passeggero a spogliarsi con loro e rincorrerle nell’acqua. Ma con queste notizie non ti direi la vera essenza della città: perchè mentre la descrizione di Anastasia non fa che risvegliare i desideri uno per volta per obbligarti a soffocarli, a chi si trova un mattino in mezzo ad Anastasia i desideri si risvegliano tutti insieme e ti circondano. La città ti appare come un tutto in cui nessun desiderio va perduto e di cui tu fai parte, e poichè essa gode tutto quello che tu non godi, a te non resta che abitare questo desiderio ed esserne contento. Tale potere, che ora dicono maligno ora benigno, ha Anastasia, città ingannatrice: se per otto ore al giorno tu lavori come tagliatore d’agate onici crisopazi, la tua fatica che dà forma al desiderio prende dal desiderio la sua forma, e tu credi di godere per tutta Anastasia mentre non ne sei che lo schiavo.

Stop Metro Parma

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Parma antifa

Da un pò di tempo un gruppo di compagni e compagne hanno dato vita ad assemblee, discussioni, iniziative contro la costruzione della metropolitana a Parma, la quale sembra avere l’aspetto di un’operazione speculativa piuttosto che sociale e al servizio dei “cittadini” residenti.

Lascio due link dove sottoscrivere la petizione,
sostenere le lotte e le iniziative a proposito
e dove ricevere maggiori informazioni.

StopMetroParma e Parma Antifascista

Questi compagn@ hanno anche girato un video che, attraverso la voce della popolazione, racconta molto bene quanto sta succedendo.

Complimenti alla voce narrante!
Suerte!

LUNGA VITA ALLA REPUBBLICA NEPALESE!

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Nepal_bandiere

Scontri a Kathmandu
tra
polizia e manifestanti
repubblicani

Un gruppo di manifestanti inneggianti alla repubblica si è scontrato oggi con la polizia nei pressi del palazzo reale di Kathmandu, sede del re Gyanendra, destituito da un voto dell’Assemblea costituente lo scorso mercoledì. I manifestanti, che chiedono al monarca di lasciare il palazzo (a Gyanendra sono stati dati 15 giorni per ritirarsi) hanno lanciato pietre e provato ad assalire l’edificio. L’Assemblea, in cui sono presenti gli ex-ribelli maoisti, ha deciso di trasformare il Nepal in una repubblica, dopo 240 anni di regno della dinastia Shah. Re Gyanendra non ha ancora rilasciato dichiarazioni da mercoledì.

(Da Peacereporter)

La vecchia bandiera era stata ammainata ieri.
Dopo 240 anni circa di monarchia, il Nepal è finalmente una repubblica, federale.
Le manifestazioni intorno al Palazzo reale erano state vietate; nonostante ciò, in questi ultimi giorni, migliaia di persone sono scese in piazza per festeggiare la nascita del nuovo stato e sollecitare l’ex re Gyanendra ad andarsene via e lasciare il palazzo.

LUNGA VITA ALLA REPUBBLICA NEPALESE!

VIA GYANENDRA!

PRIMAVERANEPALESE

Incontro o scontro di civiltà?

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Incontro o scontro di civilità

Martedì 10 giugno 2008

ore 10.30-18.00

Upter, Sala dei 42

Palazzo Englefield

Via Quattro Novembre, 157

Roma

Giornata di studi

Alla fine della Guerra Fredda la teoria dello ”scontro di civiltà”, ovvero dell’irriducibile conflittualità tra culture diverse nel mondo, si propone come una nuova lettura delle dinamiche internazionali.

La chiave interpretativa elaborata dal suo ideatore, Samuel Huntington, presupponeva uno scontro aperto e non negoziabile tra l’occidente e il mondo arabo-islamico e ha svolto nel corso degli anni una funzione di supporto ideologico e paradigmatico sia ai nuovi conflitti bellici in Afghanistan e Iraq sia all’interno di quelli ”storici” come quello in Palestina.

A partire dall’analisi critica di tale teoria formulata da vari studiosi di tutto il mondo e raccolta nel testo Incontro o scontro di civiltà? la Fondazione Basso – Sezione internazionale e la casa editrice Edup promuovono una giornata di studi finalizzata all’approfondimento e alla formazione critica sui più stretti temi dell’attualità internazionale, proponendosi di sviluppare idee capaci di svincolare il ”senso comune”, spesso affermatosi presso l’opinione pubblica, dal paradigma dello scontro di civiltà, sostituendolo con un approccio complesso e plurale che individui nel dialogo e nell’incontro tra culture diverse la chiave di lettura capace di sottrarre i popoli alla logica dello scontro sostituendola con quella della convivenza multiculturale.

Modalità di partecipazione

La giornata di studi è a numero chiuso; la quota di partecipazione è di 15 euro.

Per iscriversi si prega di compilare il modulo in allegato e di consegnarlo a mano entro il 9 giugno presso la sede della Fondazione Basso – Sezione internazionale o della Edup.

Al momento della consegna, i partecipanti riceveranno in omaggio il libro Incontro o scontro di civiltà, edito da Edup.

Contatti:

Fondazione Basso – Sezione internazionale

Via della Dogana Vecchia 5 -00186 Roma, tel. 06-6877774,
e-mail: filb@iol.it.

Edup
Via Quattro novembre, 157 – 00186 Roma , tel. 06/69204372/3;
e-mail: cristina.tosto@edup.it.

Il Paese Semplice

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MARCIRE AL PASSO DELL’OCA

Appunti dal Paese Semplice

(Interessante editoriale di Giap (n. 22 ) la newsletter di Wu Ming)

Alla fine il Paese Semplice è arrivato.
Anzi, meglio, il Paese Semplificato. Chi si auspicava questo esito ha il diritto di festeggiare. Non importa quale schieramento si sia sostenuto, e infatti sono in tanti a rallegrarsi per la fine delle contrapposizioni frontali: si saluta una nuova stagione, non avrà più spazio la “demonizzazione” dell’avversario politico.
Con ritrovata serenità si marcia sui campi nomadi, semplici molotov vengono tirate in svariate regioni da nord a sud. Si annunciano sereni e pacati pogrom. La fiammella accesa mesi addietro con l’appello “Il Triangolo Nero” non poteva che essere profetica, e non consola il constatarlo né l’avere intuito che etc.

Cazzotti sciolti, calcioni in libertà, rilassati pestaggi nazisti lasciano morto un ragazzo per strada a Verona. Codino di merda, chi cazzo sei?
Ti ammazzo.
Semplici adolescenti dell’estremo sud si rompono i coglioni di una loro amichetta?
Ti cancello e ti butto in un pozzo. Semplificare.
L’immondizia di Napoli deve scomparire. In che modo? Per finire dove? Non è il caso di complicare le cose, per favore badiamo al sodo. E i clandestini? Sono un problema e vanno eliminati.
Si apre una nuova stagione. Stagione lunga, che ha davanti a sé il tempo di lustri e generazioni.
La contingenza non può più essere la priorità.
L’emergenza è finita.

La zona dove abito verrà presto chiusa alle auto.
Un mese fa su vetrine, muri e parabrezza del quartiere sono comparsi i cartelli, “No alla pedonalizzazione”. L’altra sera il comitato del No ha convocato un’assemblea per decidere che fare.
Ci sono andato. Ho alzato la mano e ho spiegato che a me la zona pedonale piace, anche se ho due bimbi piccoli e spesso girare in auto mi diventa necessario.
Mi hanno ascoltato per un minuto, incapaci di capire se fossi lì per sfotterli oppure per sbaglio. Poi un signore garbato mi ha interrotto e mi ha spiegato che quella non era una riunione per confrontarsi, ma per decidere come contestare il provvedimento.
Allora mi sono scusato e ho chiesto se la riunione di confronto l’avessero già fatta o messa in programma, perché ci tenevo davvero a spiegare le mie ragioni.
Mi ha risposto una signora, scandendo le parole come si fa con gli stranieri.
- Noi siamo già contrari. A che ci serve parlarne ancora?

Prima Regola: eliminare il dubbio. Il Paese Semplice è un paese a priori.

Uscito dalla riunione, sulla strada di casa, passo davanti ai tavolini di un bar e inciampo in una frase, buttata in mezzo al portico da una ragazza giovane, segni particolari nessuno.
- Certo, – dice con il tono di chi fa una concessione – però gli zingari sono zingari.

Seconda Regola: ridurre il mondo a verità necessarie. X è sempre uguale a X. Il Paese Semplice ammette solo identità.

Ascolto spesso i discorsi del prossimo. In treno, se non ho un paio di cuffie da infilarmi nelle orecchie, sono incapace di leggere, troppo attento a quel che dicono i vicini. A volte mi faccio contagiare anch’io dalla voglia di semplicità. Immagino di essere un agente segreto, assoldato per schedare i responsabili di determinate frasi in stile Borghezio. A seconda del sogno, le persone che segnalo vengono poi deportate in Libia oppure private del diritto di voto. Lo so che non va bene, e infatti mi sveglio, mi schiaffeggio e poi rido della contraddizione: deportare i razzisti o convincerli con la forza.
Il problema è che altri fanno sogni peggiori e non si svegliano affatto.
Ti ammazzano di botte perché hai il codino e non offri una sigaretta.
Ti buttano in un pozzo perché forse sei incinta e gli incasini la vita.
Ti bruciano la casa perché sei rom, o romeno, insomma, quella roba lì.
Tutto pur di restare in pace, al sicuro, lontano dal conflitto.
Una ragazza mi supera a passo veloce. Discute con un amico, forse il fidanzato.
- Che poi i dati delle questure parlano chiaro: non risulta che un bambino sia mai stato rapito dagli zingari. E’ una leggenda metropolitana.
Mi metto a correre, la raggiungo, le stringo la mano e prima che il tipo mi metta le mani addosso, sono più o meno in ginocchio che la ringrazio e le chiedo se per caso non ha voglia di andare a parlare con un’altra ragazza, seduta al bar pochi metri più indietro.
Poi arrivo a casa e c’è la tivù accesa sul programma di Santoro.
Castelli, Lega Nord, messo alle strette sulla questione clandestini, si agita.
- La gente ci ha votato per questo – taglia corto – e noi andremo avanti.

Terza Regola: eliminare le minoranze. Nel Paese Semplice democrazia fa rima con maggioranza.

A seguire parte un servizio, credo girato in Romagna, credo per dimostrare che anche i bonari comunisti d’antan non ne possono più degli stranieri. Forse vale la pena ricordare che in provincia di Bologna il giornale più venduto è sempre stato il Resto del Carlino, anche quando il direttore era un entusiasta della Repubblica di Salò. E l’espressione maruchèin (marocchino = meridionale) non è mai stata un complimento, da queste parti.
Intervistano un tizio che con l’aria dell’illuminista sostiene:
- Quelli che lavorano è giusto che restino. Ma i clandestini no, quelli fuori.
Milioni di italiani, di destra o di sinistra, sottoscriverebbero una frase del genere, sentendosi più o meno nipotini di Voltaire.
Se capisco bene, l’uomo che la pronuncia è appena uscito da una fabbrica. Lavora lì insieme a molti stranieri, in gran parte senza permesso di soggiorno. Solo che nella sua cornice mentale clandestino significa “senza lavoro” e non è disposto a modificarla nemmeno davanti ai fatti. D’altra parte qualunque teoria può essere difesa dall’attacco della realtà. Copernico rigettò il sistema tolemaico non perché non riuscisse a spiegare nuovi fenomeni, ma perché per farlo aveva bisogno di calcoli troppo complessi. Il problema non è la scomparsa dei fatti, ma l’uso di un linguaggio allo stesso tempo troppo semplice e troppo oscuro per poterli descrivere.

Quarta Regola: eliminare le informazioni. Il Paese Semplice ammette solo tautologie.

Ci sono leggi che si scrivono per sancire l’illegalità, l’arbitrio, l’assenza di diritto.
L’attuale legislazione italiana in materia di immigrazione dai paesi extra-comunitari (promulgata da un governo di centrodestra e lasciata tale e quale dal governo di centrosinistra) è un caso paradigmatico.
La legge Bossi-Fini stabilisce che per ottenere un permesso di soggiorno è necessario avere un contratto di lavoro. Ma per avere un contratto è inevitabile… venire in Italia. Ovvero entrare clandestinamente, trovare un datore di lavoro disponibile, il quale spedirà una formale richiesta di assunzione all’ambasciata italiana nel paese d’origine, fingendo di non avere già in organico il lavoratore (in nero). Il quale lavoratore dovrà poi tornare al suo paese a proprie spese, fingere a sua volta di non essere mai entrato clandestinamente in Italia, presentarsi all’ambasciata italiana per ottenere i documenti e quindi rientrare in Italia da regolare.
Che l’iter sia questo lo sanno anche i sassi, ma tutti, dai legislatori alle autorità preposte al personale diplomatico, fino ai diretti interessati, fanno finta di niente. Nessuno affiderebbe la cura dei propri anziani o della propria casa a un estraneo, che in teoria dovrebbe vivere a Kiev, a Bucarest o a Manila. Vogliamo parlarci, vederla in faccia, la persona che cambierà il pannolone a nostra nonna, sapere qualcosa di lei, prima di assumerla, metterla in regola (ammesso che si sia disposti a farlo). E possiamo scommettere che anche l’impresa edile che ci ristruttura casa non ha assunto il muratore rumeno sulla parola, scegliendolo da una lista di collocamento internazionale.
Ci sono leggi “contro la clandestinità” che si fanno per favorire la clandestinità.
Il dipendente perfetto è quello che deve al proprio datore di lavoro la garanzia di non essere sbattuto in un CPT, quello sottoposto al doppio ricatto di perdere il lavoro ed essere espulso oltre frontiera.
Ci sono leggi che sembrano paradossali, ma in realtà rispondono a una logica ferrea. Quella dell’esclusione per poter includere al minor costo possibile. Quella del profitto spacciato per sicurezza. La stessa logica che porta a gridare “padroni a casa nostra” mentre si appoggiano operazioni di guerra in casa d’altri.
Quelli che per ultimi in Europa si sono sbarazzati di un regime fascista e ne hanno ancora fresca memoria se ne sono accorti che l’Italia sta marcendo al passo dell’oca (no, non è un refuso, marciare è troppa fatica) e ce lo dicono in faccia. Gli spagnoli non ci vanno certo teneri con gli immigrati, men che meno con i clandestini, ma in Spagna non si respira l’aria pesante che asfissia il Paese Semplice, togliendoci l’ossigeno necessario a riconoscere le cose e chiamarle con il loro nome. Colpa dei miasmi della spazzatura, dei gas di scarico, dell’odore di benzina bruciata.
Per onorare le promesse elettorali si è appena istituito un Commissario straordinario ai rom. Le istituzioni si occuperanno degli zingari. Non di cittadini italiani o stranieri, ma di un’etnia. E’ un bel salto di qualità, un passo in avanti nella storia a ritroso di questo paese e di questo continente. E possiamo stare certi che ci sarà sempre qualcuno disposto a discuterne… pacatamente, serenamente.

Wu Ming

Dorotea – Le città invisibili – Italo Calvino

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Jacek Yerka

 

Della città di Dorotea si può parlare in due maniere: dire che quattro torri d’alluminio s’elevano dalle sue mura fiancheggiando sette porte dal ponte levatoio a molla che scavalca il fossato la cui acqua alimenta quattro verdi canali che attraversano la città e la dividono in nove quartieri, ognuno di trecento case e settecento fumaioli; e tenendo conto che le ragazze da marito di ciascun quartiere si sposano con giovani di altri quartieri e le loro famiglie si scambiano le mercanzie che ognuna ha in privativa: bergamotti, uova di storione, astrolabi, ametiste, fare calcoli in base a questi dati fino a sapere tutto quello che si vuole della città nel passato nel presente nel futuro; oppure dire come il cammelliere che mi condusse laggiù:

«Vi arrivai nella prima giovinezza, una mattina, molta gente andava svelta per le vie verso il mercato, le donne avevano bei denti e guardavano dritto negli occhi, tre soldati sopra un palco suonavano il clarino, dappertutto intorno giravano ruote e sventolavano scritte colorate. Prima d’allora non avevo conosciuto che il deserto e le piste delle carovane. Quella mattina a Dorotea sentii che non c’era bene nella vita che non potessi aspettarmi. nel seguito degli anni i miei occhi sono tornati a contemplare le distese del deserto e le piste delle carovane; ma ora so che questa è solo una delle tante vie che mi si aprivano quella mattina a Dorotea”. »

Ospite Sacro

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Quando si accoglie un amico, ospite per qualche giorno nella propria città,
si fa di tutto per assecondare le sue curiosità.
Ad esempio:

Lo si accompagna volentieri in un giro panoramico della città e di quei posti che sfuggono di solito al turista distratto o frettoloso;
Si stuzzica la sua fantasia con aneddoti simpatici, accattivanti, sconosciuti ai molti;
Si chiede cosa preferirebbe mangiare e dove.

Se siete con me e Baruda ciò non accadrà mai se non nell’ipotesi che ci vede divise.
Una da una parte, una dall’altra.

Premettiamo che l’appuntamento tra due romane e un napoletano non può che essere dopo le nove.
Mettiamoci pure il fatto che il luogo deputato è Trastevere.
Tutto diviente più indolente sornione.
Ma non divago.

L’ospitalità è sacra, lo dicono i nostri antenati.
E noi eravamo già premunite di un programma.
Si mangia da Ugo.
…e al diavolo le trattorie romane, i sapori antichi, la vera Trastevere (ma dov’è?)
e soprattutto le richieste del nostro ospite che, dopo una alquanto eccessiva stereotipizzazione della Roma turistica, viene catapultato dall’altra parte del fiume, a Largo Argentina, in un ristorante cinese.
Tanto, ci diciamo, a Roma si fermerà per qualche giorno, avrà tempo per degustare il leggero menù romano a base di interiora di agnello, coda, pajata ecc…

Costretto ad assistere al nostro nutrimento e visibilmente scosso dalla quantità di cibo ordinato e dalla voracità con la quale viene consumato, il nostro ospite strabuzza gli occhi ad ogni salamelecco che esprimiamo nei confronti dell’amata cucina cinese.
“Buono questo wan-blon!”, botta
“Sì buono, ma non sublime come il Wan Ton del Liu”, risposta.

Dopo aver spazzolato i piatti e con un germoglio di soia ancora appeso alla bocca,
vediamo il nostro ospite assumere una pastiglia.
“Questa roba m’accid’! Posso prendere un pò della tua acqua?…è per lo stomaco”
L’ultimo sorso d’acqua nel deserto dei Tartari che è la nostra tavola.

(Foto di sOngS tO tHe sIRenS)

Il menù?

Ravioli alla piastra
Ravioli al vapore
Tost di gamberi

Spaghetti di soia con carne e verdure
Riso nell’ananas
Riso piccante (rosso!)

Maiale in agro-dolce
Pollo Kun Pong (o cose simili)
Anatra stufata mista

Verdure alla piastra (aglio a volontà per noi)
Riso in bianco.

L’importanza di chiamarsi Ernesto!

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Maradona e Che Guevara

Su Repubblica l’intervista

ad uno degli autori del

raid al Pigneto.

Vuole dire la verità, cosa è successo quel pomeriggio al Pigneto.
Si consegnerà spontaneamente…
lui e il suo tatuagetto di Che Guevara sul braccio.

A me la cosa che inquieta è con quanta nonchalance si ammettono certe cose.
“Beh sai c’erano i miei amici del quartiere, già coperti, che avevano saputo del portafoglio..e allora..”
Ammesso e non concesso che si trattasse di un portafoglio, la giustizia fai da te ha acquistato una propria legittimità da un pò di tempo a sta parte.

La cosa che mi fa incazzare invece è la perseveranza sciocca di chi si ostina a non voler capire che si tratta di una realtà estremamente complessa, fatta di convivenza e connivenze, di egoismo sociale e solidarietà, di affari e mafie, disagio sociale e tentativi riqualificativi…quella del Pigneto come molte altre.
Le forme e le modalità del raid sono state fasciste, in effetti.
Ma si sbraccia “Ernesto”, per far vedere il tatuaggio con la faccia del Che.
E le motivazioni sembrano di altro ordine, non squisitamente inserite nel binomio fascismo-antifascismo.
E’ più difficile andare in profondità e scorgere mille sfaccettature di un problema.
E’ più semplice tirare una linea, verticale figurarsi, che divida il bianco dal nero.

La cosa importante è chiamarsi Ernesto, per tutti.

Distanze

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Parma, 2005

Almirante, Fini prende le distanze.

Il presidente della Camera condanna senza reticenze un vecchio articolo del leader Msi

Il Presidente della Camera si impegna in grandi dichiarazioni in questo periodo. Evidentemente il ruolo istituzionale piace e necessariamente richiede impegno e lungimiranza, discorsi alti e condivisi soprattutto.

Le critiche mosse da Fini al suo maestro politico Almirante, appaiono a prima vista incredibili.
Ma come? Il figlioccio nega al padrino la dignità dei suoi discorsi? Ma nooo…stiamo tranquilli.
L’Almirante “cattivo” è quello del 1942, quello che incalza sulla questione razziale. Del resto sul passato fascista di Almirante cosa dire? Basta la sua autobiografia, intitolata “Autobiografia di un fucilatore”.

Ma con l’avvento della Repubblica (che ricordiamo agli smemorati ha sconfitto proprio quel fascismo di cui Almirante si faceva instancabile difensore) il nostro caro Giorgio, forse solo un pò cocciuto sulla questioone razziale è vero, cosa ha fatto di così indecente in fondo in fondo???

Beh, escludiamo le proposte sulla pena di morte, il favoreggiamento aggravato nei confronti dell’autore della strage di Peteano, la costituzione di Ordine Nuovo ovvero il gruppo paralleleo al Msi, in teoria staccato dal partito ma a tutti gli effetti suo nucleo militare, coinvolto nelle stragi di Piazza Fontana, Piazza della Loggia e il treno Italicus e nel tentato Golpe Borghese…COSA CI RIMANE? Un povero vecchietto no?!

Per Fini anche di più. L’ho sentito incensare Almirante come un uomo che conteneva l’odio e agiva nella legalità (Certo a quei tempi, nei primi trent’anni di Repubblica il confine tra legalità e illegalità era molto labile…). E il nostro Presidente della Camera ci tiene a separare le “due fasi”(??) di Almirante; quella fascista e quella post-fascista. Recupera la figura del politico parlamentare e non quella del giornalista razzista del 1942.

Un’operazione che riesce piuttosto bene in un paese che sembra non possedere memoria, o meglio sembra avercela molto labile, una memoria-banderuola. Più che altro è un’operazione che viene fondamentalmente ignorata, eppure scava, acquista consistenza politica e culturale trovando terreno fertile in un’opinione pubblica sonnacchiosa e ignorante.

E Gianfranco si aggiusta il doppiopetto.
Sorride pacato, istituzionalmente.
Prepara la prossima battaglia revisionista.

Isidora – Le Città Invisibili – Italo Calvino

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All’uomo che cavalca lungamente per terreni selvatici viene desiderio d’una città.
Finalmente giunge a Isidora, città dove i palazzi hanno scale a chiocciola incrostate di chiocciole marine, dove si fabbricano a regola d’arte cannocchiali e violini, dove quando il forestiero è incerto tra due donne ne incontra sempre una terza, dove le lotte dei galli degenerano in risse sanguinose tra gli scommettitori. A tutte queste cose egli pensava quando desiderava una città.Isidora è dunque la città dei suoi sogni: con una differenza. La città sognata conteneva lui giovane; a Isidora arriva in tarda età. Nella piazza c’è il muretto dei vecchi che guardano passare la gioventù; lui è seduto in fila con loro.
I desideri sono già ricordi.

__Bienvenido__

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Spettabili compagni discendenti!

Frugando nell’odierna merda impietrita,

studiando le tenebre dei nostri giorni,

voi, forse, chiederete anche di me.

E, forse, vi dirà un vostro dotto,

coprendo d’erudizione lo sciame delle domande,

che visse, pare,

un certo cantore dell’acqua bollita

e nemico giurato dell’acqua corrente.


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