Cultura e politica – Elio Vittorini

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Rivoluzionario è lo scrittore che riesce a porre attraverso la sua opera esigenze rivoluzionarie diverse da quelle che la politica pone; esigenze interne, segrete, recondite dell’uomo ch’egli soltanto sa scorgere nell’uomo, che è proprio di lui scrittore rivoluzionario porre, e porre accanto alle esigenze che pone la politica. Quando io parlo di sforzi in senso rivoluzionario da parte di noi scrittori, parlo di sforzi rivolti a porre simili esigenze. E se accuso il timore che i nostri sforzi in senso rivoluzionario non siano riconosciuti come tali dai nostri compagni politici, è perchè vedo la tendenza dei nostri compagni politici a riconoscere rivoluzionaria la letteratura arcadica in cui suona il piffero per la rivoluzione piuttosto che la letteratura in cui simili esigenze sono poste, la letteratura detta oggi è in crisi. Rifiutare e ignorare i migliori scrittori di crisi del nostro tempo, significa rifiutare tutta la letteratura contemporanea. E non è un rifiuto di riconoscere la problematicità stessa per rivoluzionaria? Non è un rifiuto di riconoscere la crisi stessa per rivoluzionaria?

Lo scrigno magico – sul Maestro e Margherita

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Il Maestro e Margherita è un romanzo dalla storia tutta particolare. Iniziato nel 1928, la prima stesura viene gettata nel fuoco dallo stesso autore onde evitare che venisse fatto dalla censura; ripreso una seconda volta nel 1931, cinque anni dopo viene completata la struttura portante e ridefinito fino al 1937. Bulgakov continua a lavorarci fino alla sua morte nel 1940. Verrà definitivamente ultimato dalla moglie dell’autore nel 1941. Tra il 66-67 vede la luce la prima pubblicazione ma è tagliata dalla censura sovietica. Nel 1973 in Italia il romanzo esce per Feltrinelli e riscuote un grandissimo successo. Insomma una vita un pò rocambolesca.

Ci sono due storie in questo libro. Ponzio Pilato e Gesù Cristo da una parte, dall’altra il Diavolo che visita l’Unione Sovietica e sconvolge le vite dei due protagonisti.

Per chi non lo ha letto, leggetelo. E’ uno scrigno pieno di segreti, domande, immagini fantastiche, surrealismo, risate folli, magia, diavolerie, gatti parlanti, morti atroci, amore impossibile e lontano, dio e satana.

Per chi non lo ha letto, dovete leggerlo. Assolutamente. Se non siete persuasi o non siete andati oltre le prime pagine fatevi un’idea qui, visto che c’è questa voce ben scritta su Wikipedia.

Per chi è pigro o lo ha già letto e volesse rinfrescarsi la memoria ecco un bel link dove ascoltare la lettura del romanzo IL TERZO ANELLO.

Buona lettura.

Il Maestro e Margherita – Michail Bulgakov

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Margherita

Seguimi, lettore! Chi ha detto che non esiste a questo mondo l’amore vero, fedele ed eterno! Al mentitore sia tagliata la malefica lingua.
Seguimi, lettore. Solo me, segui. E io ti mostrerò un tale amore.
Il Maestro aveva torto quando raccontava con amarezza a Ivan, nella clinica, a mezzanotte suonata, che lei l’aveva dimenticato. Era impossibile. Naturalmente, lei, non l’aveva dimenticato.
Prima di tutto sveliamo il segreto che il Maestro ha voluto mantenere con Ivan. La donna che amava si chiamava Margherita Nikolaevna. Tutto quello che il Maestro aveva detto di lei al poeta era esattamente la verità. L’aveva descritta fedelmente. Era bella e intelligente. Al che bisogna aggiungere una cosa: si può affermare con certezza che molte donne avrebbero dato qualunque cosa per barattare la propria vita con quella di Margherita Nicolaevna. Trent’anni, senza figli, Margherita era la moglie di un eminente professionista, autore fra l’altro di un’importante scoperta che aveva avuto grande risonanza nel paese. Il marito era giovane, bello, buono, onesto e adorava sua moglie. Margherita Nicolaevna e il marito occupavano tutto l’ultimo piano di una bellissima palazzina circondata da un giardino, in una viuzza all’Arbat. Un luogo incantevole. Può constatarlo chiunque voglia andarvi. Lo chieda ame, e io gli darò l’indirizzo e gl’indicherò la strada, la palazzina è rimasta com’era.

A Margherita Nicolaevna non mancava il denaro. Aveva mezzi per comprare tutto quello che desiderava. Fra i conoscentidel marito le capitava di incontrare anche persone interessanti. Non aveva mai toccato un fornello. Non conosceva gli orrori della coabitazione. Insomma…era felice? Neanche per un minuto lo era. Dacchè s’era sposata, a diciannove anni, ed era capitata in quella palazzina, non aveva mai avuto un momento di felicità. Dio mio! Che cosa voleva, questa donna? Che cosa voleva questa donna che aveva gli occhi sempre accesi di una fiamma indecifrabile? Che cosa voleva questa maga, con un occhio leggermente strabico, che quel giorno di primavera si era ornata di mimose? Non lo so. Evidentemente diceva la verità: aveva bisogno di lui, del Maestro, e non dellla palazzina gotica col giardino, nè del denaro. Lo amava, diceva la verità.

[...]

L’unguento di Azazello

Nel limpido cielo della sera splendeva una luna piena che si vedeva attraverso i rami degli aceri. I itigli e le acacie avevano decorato la terra del giardino di un complicato arabesco di ombre. La finestra a tre ante aperta, ma protetta dalla tenda, era illuminata da una fortissima luce elettrica. Nella stanza da letto di Margherita Nikolaevna erano accese tutte le luci che riuschiaravano il grande disordine.
Sul letto erano buttate calze, camicie e biancheria, per terra c’era altra biancheria sparsa e un pacchetto di sigarette schiacciato per l’agitazione. Le scarpe erano posate sul comodino da notte accanto alla tazzina di caffè mezza vuota e a un portacenere nel quale fumava un mozzicone. Sulla spalliera della sedia era gettato un abito nero da sera. La stanza sapeva di profumi, ma anche di odore come di ferro da stiro.
Margherita Nikolaevna era seduta davanti allo specchio con il solo accappatoio da bagno gettato sul corpo nudo e un paio di scarpe di camoscio nero ai piedi. Un bracciale d’oro e l’orologio erano posati davanti a lei, insieme alla scatoletta avuta da Azazello. La donna non staccava gli occhi dall’orologio.
Ogni tanto le pareva che l’orologio fosse rotto e le lancette fossero ferme. Ma esse si muovevano sia pure molto lentamente, come se si appiccicassero, e finalmente la lancetta più grande giunse a un minuto dalle nove e mezzo. Il cuore di Margherita ebbe un tale tuffo che non riuscì neppure ad afferrare la scatoletta. Si riprese, l’aprì e vide che c’era un grasso unguento giallo. Le parve che odorasse di palude. Con la punta del dito Margherita se ne mise un poco sul palmo e più acuto giunse l’odore d’erbe di palude e di bosco. Col palmo cominciò a spalmarsi la crema sulla fronte e sulle guance.
La crema si spalmava con facilità e Margherita ebbe l’impressione che evaporasse immediatamente. Dopo qualche frizione, Margherita si guardò allo specchio elasciò cadere la scatoletta che andò a finire proprio sull’orologio incrinandone il vetro. Chiuse gli occhi, poi si guardò un’altra volta e scoppiò in una folle risata.
Le sopracciglia sottili depilate con la pinza si erano fatte più folte e formavano due archi neri regolari sugli occhi d’un verde più intenso. La sottile ruga verticale alla radice del naso, formatasi dopo che ra scomparso il Maestro, non c’era più. Erano sparite anche le ombre giallognole dalle tempie e le piccole rughe appena segnate agli angoli degli occhi. Le guance s’erano fatte rosee, la fronte bianca e limpida e l’ondulazione eseguita dal parrucchiere s’era disfatta.
L’immagine di un donna sui vent’anni, scossa da un riso irrefrenabile, dai capelli neri e indulati naturalmente, guardava dallo specchio la trentenne Margherita.
Ella ride e saltò fuori dall’accappatoio; prese un’abbondante dose di unguento e cominciò a spalmarselo con vigorosi massaggi sul corpo, che divenne subito roseo e pieno d’ardore. Improvvisamente, ebbe l’impressione come se le avessero tolto uno spillo dal cervello, s’acquietò il dolore alla tempia che, dopo l’incontro sulla panchina, l’aveva tormentata. I muscoli delle gambe e delle braccia si rinvigorirono e, poi, il corpo di Margherita perse di peso.
Fece un salto e rimase sospesa da terra, sopra il tappeto. Poi si sentì lentamente trascinata di nuovo per terra. “Che unguento! che unguento!” gridò Margherita, lasciandosi cadere sulla poltrona.
Le frizioni la modificarono non soltanto esternamente. Ora in lei, in tutte le celleule del suo corpo, ribolliva una gioia che avvertiva come un formicolio diffuso. Margherita si sentì libera, libera di tutto. Inoltre capì con assoluta chiarezza che era accaduto proprio ciò che aveva presentito dal mattino. Che stava abbandonando per sempre la palazzina e la sua vita precedente.
[...]
In quel momento, alle spalle di Margherita, suonò il telefono. Ella balzò giù dal davanzale e, ignorando Nikolaj Ivanovic, afferrò il ricevitore.
“Parla Azazello” disse la voce al telefono.
“Caro, caro Azazello!” gridò Margherita.
“E’ ora. Voli fuori.” disse Azazello e si capiva dal suo tono che era soddisfatto del sincero, gioioso slancio di Margherita.
“Quando sorvolerà il portone gridi: “Invisibile“. Poi giri un pò sopra la città per esercitarsi, poi prenda a sud, oltre la città, e punti sul fiume. L’aspettano!”
Margherita appese il ricevitore, e in quel momento sentì qualcosa come di legno zoppicare e battere contro la porta della stanza accanto. Margherita la spalancò, e la scopa, con le setole verso l’alto, volò dentro danzando. Saltellando dalla parte del manico scalciava e cercava di raggiungere la finestra. Margherita cacciò un urlo d’entusiasmo e balzò a cavalcioni sulla scopa. Solo ora le era balenato in testa che, nella confusione, aveva dimenticato di vestirsi. Arrivò sopra il letto al galoppo e afferrò il primo indumento che le capitò, una camicia da notte celeste. Sventolandola come uno stendardo, volò fuori dalla finestra. E i suoni del valzer echeggiarono più che mai nel giardino.
Dalla finestra Margherita planò verso il basso e vide Nikolaj Ivanovic sulla panchina. Sembrava di pietra, sbalordito del tutto, era in ascolto delle grida e del fragore che venivano dalla stanza illuminata del piano sopra. “Addio, Nikolaj Ivanovic!” gridò Margerita, accennando a una danza davanti a lui.
Con un’esclamazione egli strisciò sulla panchina, aggrappandosi con le mani, e lasciò cadere la cartella.
“Addio, per sempre! Io me ne volo via!” gridava Margherita sovrastando con la sua voce il suono del valzer. In quel momento capì che la camicia non le serviva a niente e, scoppiando in una risata malefica, ne coprì la testa di Nikolaj Ivanovic. Accecato, egli ruzzolò dalla panchina sulle mattionelle del viale.
Margherita si voltò per dare un’ultima occhiata alla palazzinadove s’era tormentata così a lungo e vide nella finestra illuminata la faccia deformata dallo stupore di Natasa.
“Addio, Natasa!” gridò Margherita, e incitò la scopa.
“Invisibile!” gridò ancora più forte e, superando il portone, fra i rami degli aceri che la frustarono in viso, sbucò fuori nel vicolo. La seguirono i suoni impazziti del valzer.

A Bella Achmadulina – Evtušenko

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Ecco che mi sta capitando:

un vecchio amico non mi frequenta più,

e vengono in ozioso disordine

persone diverse, ma non quelle.

E lui

se ne va da qualche parte, non con chi dovrebbe

e anche lui lo capisce.

Il nostro diverbio è senza perchè

e ci tortura tutti e due.

Ecco che mi sta capitando:

non è quella che dovrebbe, che viene da me

e mi mette la mano sulla spalla

e mi ruba a un’altra.

E all’altra,

dite, per amor di Dio,

a chi deve appoggiar la mano sulla spalla?

Quella,

a cui sono stato rubato,

per vendetta si metterà pure a rubare.

Ma non mi risponderà subito così,

e vivrà lottando con se stessa,

sognando inconsciamente

qualcuno ancora lontano.

Oh, quante relazioni

irritanti

e insane,

e inutili,

quante amicizie inutili!

Come liberarmene?!

Che venga

qualcuno,

a distruggere

la congiunzione fra estranei

e la separazione

di anime affini!

Schiaffo al gusto del pubblico – Majakovskij

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A chi legge il nuovo, il primigenio, l’imprevisto.
Soltanto noi siamo il volto del nostro tempo.

Il corno del tempo risuona nella nostra arte verbale.

Il passato è angusto. L’accademia e Puskin sono più incomprensibili dei geroglifici.

Gettare Puskin, Dostoevskij, Tolstoj, ecc., ecc., dalla nave del nostro tempo.

Chi non dimenticherà il primo amore non conoscerà mai l’ultimo.

Chi, credulo, concederà l’ultimo amore alla profumata libidine di Balmont?
Si riflette forse in essa l’anima virile del giorno d’oggi?

Chi, pusillanime, si rifiuterà di strappare la corazza di carta dal nero frac del guerriero Brjusov?

O forse si riflette in essa un’aurora di inedite bellezze?

Lavatevi le mani, sudice della lurida putredine dei libri scritti da questi innumerevoli Leonid Andreev.

A tutti questi Maksim Gorkij, Kuprin, Blok, Sologub, Remizov, Avercenko, Cernyj, Kuzmin, Buni, ecc., ecc., occorre solo una villa sul fiume. Questa ricompensa riserba il destino ai sarti.

Dall’alto dei grattacieli scorgiamo la loro nullità!

Ordiniamo che si rispetti il diritto dei poeti:

  1. ad ampliare il volume del vocabolario con parole arbitrarie e derivate (neologismi);
  2. a odiare inesorabilmente la lingua esistita prima di loro;
  3. a respingere con orrore dalla propria fronte altèra la corona di quella gloria a buon mercato, che vi siete fatta con le spazzole del bagno;
  4. a stare saldi sullo scoglio della parola “noi” in un mare di fischi e indignazione.

E, se nelle nostre righe permangono tuttora i sudici marchi del vostro “buon senso” e “buon gusto”, in esse tuttavia già palpitano, per la prima volta, i baleni della nuova bellezza futura dell parola autonoma (autoattorta)

(1912)

Lettera aperta agli operai – Majakovskij

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Compagni, il duplice incendio della guerra e della rivoluzione ha devastato le nostre anime e le nostre città. I palazzi dello sfarzo di ieri sono scheletri bruciacchiati. Le città sventrate aspettano nuovi costruttori. Col turbine della rivoluzione sono state divelte dalle anime le contorte radici della schiavitù. L’anima popolare aspira a una grande semina.

A voi che avete raccolto il retaggio della Russia, a voi che (ne sono convinto!) sarete domani padroni di tutto il mondo rivolgo una domanda: con quali fantastici edifici coprirete i luoghi degli incendi di ieri? Quali canti e quali musiche si effonderanno dalle vostre finestre? In quali bibbie rivelerete le vostre anime?

Con stupore, dalle ribalte dei teatri requisiti, sento risuonare Aide e Traviate, con ogni sorta di spagnoli e di conti, e vedo nelle poesie da voi predilette le stesse rose delle serre signorili, e scorgo i vostri occhi abbacinarsi dinanzi a tele che raffigurano la magnificenza del passato.

E dunque, quando le forze elementari scatenate dalla rivoluzione si saranno placate, voi uscirete, nei giorni di festa, con la catena sul panciotto, nelle piazzette dinanzi ai soviet rionali, e con solennità giocherete a croquet?

Sappiate che per i nostri colli, per i colli dei Golia del lavoro, non ci sono numeri adatti nel guardaroba dei solini della borghesia.

Solo lo scoppio della rivoluzione dello spirito ci purificherà dal rancidume della vecchia arte.

Vi protegga la ragione dalla violenza fisica contro i residui del vecchiume artistico. Consegnateli alle scuole, alle università, per lo studio della geografia, del costume, della storia, ma respingete con sdegno chi vi offrirà questi fossili in luogo del pane della bellezza vivente.

La rivoluzione del contenuto, socialismo-anarchia, è inconcepibile senza la rivoluzione della forma, futurismo.

Afferrate con avidità i pezzi di sana, giovane, ruvida arte che vi forniamo.

A nessuno è dato sapere da quali soli giganteschi sarà illuminata la vita dell’avvenire. Forse, i pittori tramuteranno in multicolori arcobaleni la grigia polvere delle città; forse, dalle creste montane ininterrotta risonerà la musica tonante dei vulcani trasformati in flauti; forse, le onde degli oceani saranno costrette a pizzicare reti di corde tese dall’Europa all’America. Una sola cosa ci è chiara: la prima pagina della storia contemporanea delle arti è stata sfogliata da noi.

Noi sapevamo! Noi non dimentichiamo!

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Ah, noi che volevamo preparare
il terreno per la gentilezza.
Noi non potevano essere gentili.
(Bertolt Brecht)

A cento anni dalla nascita di Cesare Pavese

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Quest’anno ricorre il centenario della nascita di Pavese e numerosissime sono le iniziative e le mostre italiane che rendono omaggio all’autore, nato e cresciuto tra le Langhe e i vitigni del Monferrato.

Se non siete mai stati, ma siete appassionati, vi consiglio di fare quattro passi per le vie del paese dove nacque lo scrittore, Santo Stefano Belbo, provincia di Cuneo. Il paesino mantiene molto viva l’opera e la memoria dell’autore. Si possono visitare i “luoghi pavesiani” come la casa natale, o la Mora, o ancora la bottega dell’amico Nuto Revelli. Magari avrete la fortuna di trovare un signore gentile, collaboratore dell’istituto che ha sede nella casa natale di Cesare, il quale vi accompagnerà nel breve ma splendido tour su è giù per le colline e i vitigni…come successe a me e alla mia compagna di viaggio l’anno scorso.

Ogni di 4 agosto, poi, la collina di Moncucco divampa di fuoco; e i falò accesi (proprio quelli dell’ultimo romanzo di Pavese) illuminano e risplendono per tutta la notte la vallata.

Per il programma di luglio e (prossimamente) agosto delle iniziative proposte nella cittadina rimando a al sito della Fondazione Cesare Pavese.

Vengo ai testi scelti per questo mio omaggio.

Per primi vengono i Dialoghi con Leucò scritti tra il 1946-47. Pavese attinge qui (ed è lui stesso a dircelo nell’Avvertenza ad inizio libro) al suo retroterra culturare scolastico (i classici, la mitologia, gli eroi greci, le ninfe, le maghe) e alle letture di sempre, componendo e formalizzando attraverso il discorso diretto i temi a lui cari: l’amore, l’amicizia, la solitudine, la mortalità dell’uomo, la caducità della vita, la lotta incessante tra razionale e irrazionale, tra mito e realtà. Il mito è una forma mentis ancora attuale per Pavese, è convinto (e lo dimostra) che esso è ancora vivo nella mentalità e nel modo di ragionare dell’uomo “storico”; il mito è vivo perchè l’uomo ricorda, perchè l’uomo ha memoria. E’ la memoria l’universo mitico dell’oggi; questo concetto è spiegato benissimo da Circe a Leucotea nel dialogo Le streghe.

I due vede come protagonisti Achille e Patroclo. E’ il loro ultimo brindisi insieme, l’ultima sbornia prima dell’uccisione del più giovane dei due. La sfida di Patroclo non è rivolta al nemico, come ingenuamente crede, ma al proprio destino e agli dèi (che rappresentano l’ordine costituitosi dopo il tempo dei titani, il caos). Per questo perirà in battaglia. La sfrontatezza di Patroclo di fronte alla morte e agli “eventi” fa da contraltare ad un’insolita razionalità e maturità di Achille, che “sa”, che capisce. Omero ci ha lasciato infatti un ricordo ribelle e impulsivo dell’eroe.

Di romanzi ne ho scelto soltanto uno: La casa in collina che fa parte, insieme a Il carcere e a Il compagno, della trilogia dell’educazione politica. Di questo romanzo ho trascritto la parte più conosciuta e più bella ovvero quella finale, l’ultima toccante pagina, in cui affiora la morte; e la guerra è un enorme e pesante fardello sulle spalle di chi è ancora vivo.

Ho voluto inserire anche qualche stralcio tratto dal diario di Pavese Il mestiere di vivere.

Buona lettura.

Le streghe – Dialoghi con Leucò

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Odisseo giunse da Circe, avvertito del pericolo e immunizzato magicamente contro gli incanti. Di qui, l’inutilità di bacchetta della maga. Ma la maga -antica dea mediterranea scaduta di rango- sapeva da tempo che nel suo destino sarebbe entrato un Odiseeo. Di ciò Omero non ha tenuto quel conto che si vorrebbe.

(Parlano Circe e Leucotea)

CIRCE: Credimi, Leucò, lì per lì non capii. Succede a volte di sbagliare la formula, succede un’amnesia. Eppure l’avevo toccato. La verità è che l’aspettavo da tanto tempo che non ci pensavo più. Appena capii tutto – lui aveva fatto un balzo e messo mano alla spada- mi venne da sorridere – tanta fu la contentezza e insieme la delusione. Pensai perfino di poterne fare a meno, di sfuggire alla sorte. “Dopotutto è Odisseo” pensai, “uno che vuol tornare a casa”. Pensavo già d’imbarcarlo. Cara Leucò. Lui dimenava quella spada – ridicolo e bravo come solo un uomo sa essere- e io dovevo sorridere e squadrarlo come faccio con loro, e stupirmi e scostarmi. Mi sentivo come una ragazza, come quando eravamo ragazze e ci dicevano che cosa avremmo fatto da grandi e noi giù a ridere. Tutto si svolse come un ballo. Lui mi prese per i polsi, alzò la voce, io divenni di tutti i colori – però ero pallida, Leucò- gli abbracciai le ginocchia e cominciai la mia battuta: “Chi sei tu? Da quale terra generato…”. poveretto, pensavo, lui non sa quel che gli tocca. Era grande, ricciuto, un bell’uomo, Leucò. Che stupendo maiale, che lupo, avrebbe fatto.

LEUCOTEA: Ma queste cose gliele hai dette, nell’anno che ha passato con te?

CIRCE: Oh ragazza, non parlare delle cose del destino con un uomo. Loro credono di aver detto tutto quando l’hanno chiamato la catena di ferro, il decreto fatale. Noi ci chiamano le signori fatli, sai.

LEUCOTEA: Non sanno sorridere.

CIRCE: Sì. Qualcuno di loro sa ridere davanti al destino, sa ridere dopo, ma durante bisogna che faccia sul serio o che muoia. Non sanno scherzare sulle cose divine, non sanno sentirsi recitare come noi. La loro vita è così breve che non possono accettare di far cose già fatte o sapute. Anche lui, l’Odisseo, il coraggioso, se gli dicevo una parola in questo senso, smetteva di capirmi e pensava a Penelope.

LEUCOTEA: Che noia.

CIRCE: Sì ma vedi, io lo capisco. Con Penelope non doveva sorridere, con lei tutto, anche il pasto quotidiano, era serio e inedito – potevano prepararsi alla morte. Tu non sai quanto la morte li attiri. Morire è sì un destino per loro, una ripetizione, una cosa saputa, ma s’illudono che cambi qualcosa.

LEUCOTEA: Perchè allora non volle diventare un maiale?

CIRCE: Ah Leucò, non volle nemmeno diventare un dio, e sai quanto Calipso lo pregasse, quella sciocca. Odisseo era così, ne maiale ne dio, un uomo solo, estremamente intelligente, e bravo davanti al destino.

LEUCOTEA: Dimmi, cara, ti è piaciuto molto con lui?

CIRCE: Penso una cosa, Leucò. Nessuna dinoi dee ha mai voluto farsi mortale, nessuna lo ha mai desiderato. Eppure qui sarebbe il nuovo, che spezzerebbe la catena.

LEUCOTEA: Tu vorresti?

CIRCE: Che dici Leucò…Odisseo non capiva perchè sorridevo. Non capiva sovente nemmeno che sorridevo. Una volta credetti di avergli spiegato perchè la bestia è più vicina a noi altri immortali che non l’uomo intelligente e coraggioso. La bestia che mangia, che monta, e non ha memoria. Lui mi rispose che in patria lo attendeva un cane, un povero cane che forse era morto, e mi disse il suo nome. Capisci, Leucò,quel cane aveva un nome.

LEUCOTEA: Anche a noialtre dànno un nome gli uomini.

CIRCE: Molti nomi mi diede Odisseo stando sul mio letto. Ogni volta era un nome. Dapprincipio fu come il grido della bestia, di un maiale o del lupo, ma lui stesso a poco a poco si accorse ch’eran sillabe di una sola parola. Mi ha chiamata col nome di tutte le dee, delle nostre sorelle, coi nomi della madre, delle cose della vita. Era come una lotta con me, con la sorte. Voleva chiamarmi, tenermi, farmi mortale. Voleva spezzare qualcosa. Intelligenza e coraggio ci mise – ne aveva- ma non seppe sorridere mai. Non seppe mai cos’è il sorriso degli dèi – di noi che sappiamo il destino.

LEUCOTEA: Nessun uomo capisce noialtre, e la bestia. Li ho veduti i tuoi uomini. Fatti lupi o maiali, ruggiscono ancora come uomini interi. È uno strazio. Nella loro intelligenza sono ben rozzi. Tu hai molto giocato con loro?

CIRCE: Me li godo, Leucò. Me li godo come posso. Non mi fu dato di avere un dio nel mio letto, e di uomini soltanto Odiseeo. Tutti gli altri che tocco diventano bestia e s’infuriano, e mi cercano così, come bestie. Io li prendo, Leucò: la loro furia non è meglio nè peggio dell’amore di un dio. Ma con loro non devo sorridere; li sento coprirmi e poi scappare a rintanarsi. Non mi succede di abbassare gli occhi.

LEUCOTEA: E Odisseo…

CIRCE: Non mi chiedo chi siano…Vuoi sapere chi fosse Odisseo?

LEUCOTEA: Dimmi, Circe.

CIRCE: Una sera mi descrisse il suo arrivo in Eea, la paura dei compagni, le sentinelle poste alle navi. Mi disse che tutta la notte ascoltarono i ringhi e i ruggiti, distesi nei mantelli sulla spiaggia del mare. E poi che, apparso il giorno, videro di là dalla selva levarsi una spira e che gridarono di gioia, riconoscendo la patria e le case. Queste cose mi disse sorridendo – come sorridono gli uomni- seduto al mio fianco davanti al camino. Disse che voleva scordarsi chi ero e dov’era, e quella sera mi chiamò Penelope.

LEUCOTEA: O Circe, così sciocco è stato?

CIRCE: Leucina, anch’io fui sciocca e gli dissi di piangere.

LEUCOTEA: Figùrati.

CIRCE: No, che non pianse. Sapeva che Circe ama le bestie, che non piangono. Pianse più tardi, pianse il giorno che gli dissi il lungo viaggio che restava e la discesa nell’Averno e il buio pesto dell’Oceano. Questo pianto che pulisce lo sguardo e dà forza, lo capisco anch’io Circe. Ma quella sera mi parlò – ridendo ambiguo- della sua infanzia e del destino, e mi chiese di me. Ridendo parlava, capisci.

LEUCOTEA: Non capisco.

CIRCE: Ridendo. Con la bocca e con la voce. Ma gli occhi pieni di ricordi. E poi mi disse di cantare. E cantando mi misi al telaio e la mia voce rauca la feci voce della casa e dell’infanzia, la raddolcii, gli fui Penelope. Si prese il capo fra le mani.

LEUCOTEA: Chi rideva alla fine?

CIRCE: Nessuno, Leucò. Anch’io quella sera fui mortale. Ebbi un nome: Penelope. Quella fu l’unica volta che senza sorridere fissai in faccia la mia sorte e abbassai gli occhi.

LEUCOTEA: E quest’uomo amava un cane?

CIRCE: Un cane, una donna, suo figlio, e una nave per correre il mare. E il ritorno innumerevole dei giorni non gli parve mai destino, e correva alla morte sapendo cos’era, e arricchiva la terra di parole e di fatti.

LEUCOTEA: Oh Circe, non ho i tuoi occhi ma qui voglio sorridere anche io. Fosti ingenua. Gli avessi detto che il lupo e il maiale ti coprivano come una bestia, sarebbe caduto, si sarebbe imbestiato anche lui.

CIRCE: Gliel’ho detto. Storse appena la bocca. Dopo un poco mi disse: “Purchè non siano i miei compagni”.

LEUCOTEA: Dunque geloso.

CIRCE: Non geloso. Teneva a loro. Capiva ogni cosa. Tranne il sorriso di noi dèi. Quel giorno che pianse sul mio letto non pianse per la paura, ma perchè l’ultimo viaggio gli era imposto dal fato, era una cosa già saputa. “E allora perchè farlo?”mi chiese cingendosi la spada e camminando verso il mare. Io gli portai l’agnella nera e, mentre i compagni piangevano, lui avvistò un volo di rondini sul tetto e mi disse: “Se ne vanno anche loro. Ma loro non san quel che fanno. Tu, signora, lo sai”.

LEUCOTEA: Nient’altro ti ha detto?

CIRCE: Nient’altro.

LEUCOTEA: Circe, perchè non l’hai ucciso?

CIRCE: Ah sono davvero una stupida. Qualche volte dimentico che noialtre sappiamo. E allora mi diverto come fossi ragazza. Come se tutte queste cose avvenissero ai grandi, agli Olimpici, e avvenissero così, inesorabili e fatti di assurdo, d’improvviso. Quella che mai prevedo è appunto di aver preveduto, di sapere ogni volta quel che farò e quel che dirò – e quello che faccio e che dico diventa così sempre nuovo, sorprendente, come un gioco, come quel gioco degli scachi che Odisseo m’insegnò, tutto regole e norme ma così bello e imprevisto, coi suoi pezzi d’avorio. Lui mi diceva sempre che quel gioco è la vita. Mi diceva che è un modo di vincere il tempo.

LEUCOTEA: Troppe cose ricordi di lui. Non l’hai fatto maiale nè lupo, e l’hai fatto ricordo.

CIRCE: L’uomo mortale, Leucò, non ha che questo di immortale. Il ricordo che porta è il ricordo che lascia. Nomi e parole sono questo. Davanti al ricordo sorridono anche loro, rassegnàti.

LEUCOTEA: Circe, anche tu dici parole.

CIRCE: So il mio destino, Leucò. Non temere.

I due – Dialoghi con Leucò

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Superfluo rifare Omero. Noi abbiamo voluto semplicemente riferire un colloquio che ebbe luogo la vigilia della morte di Patroclo.

(Parlano Achille e Patroclo)

 

ACHILLE: Patroclo, perchè noi uomini diciamo sempre per farci coraggio: “Ne ho viste di peggio” quando dovremmo dire: “Il peggio verrà. Verrà un giorno che saremo cadaveri”?

PATROCLO: Achille, non ti conosco più.

ACHILLE: Ma io sì ti conosco. Non basta un pò di vino per uccidere Patroclo. Stasera so che dopotutto non c’è differenza tra noialtri e gli uomini vili. Per tutti c’è un peggio.
E questo peggio vien per ultimo, viene dopo ogni cosa, e ti tappa la bocca come un pugno di terra. È sempre bello ricordarsi: “Ho visto questo, ho patito quest’altro” – ma non è iniquo che proprio la cosa più dura non la potremo ricordare?

PATROCLO: Almeno, uno di noi la potrà ricordare per l’altro. Speriamolo.
Così giocheremo il destino.

ACHILLE: Per questo, la notte, si beve. Hai mai pensato che un bambino non beve, perchè per lui non esiste la morte? Tu, Patroclo, hai bevuto da ragazzo?

PATROCLO: Non ho mai fatto nulla che non fosse con te o come te.

ACHILLE: Voglio dire, quando stavamo sempre insieme e giocavamo e cacciavamo, e la giornata era breve ma glia nni non passavano mai, tu sapevi cos’era la morte, la tua morte? Perchè da ragazzi si uccide, ma non si sa cos’è la morte. Poi viene il giorno che d’un trato si capisce, si è dentro la morte, e da allora si è uomini fatti. Si combatte e si gioca, si beve, si passa la notte impazienti. Ma hai mai veduto un ragazzo ubriaco?

PATROCLO: Mi chiedo quando fu la prima volta. Non lo so. Non ricordo.
Mi pare di aver sempre bevuto, e ignorato la morte.

ACHILLE: Tu sei come un ragazzo, Patroclo.

PATROCLO: Chiedilo ai tuoi nemici, Achille.

ACHILLE: Lo farò. Ma la morte per te non esiste. E non è buon guerriero chi non teme la morte.

PATROCLO: Pure bevo con te, questa notte.

ACHILLE: E non hai ricordi, Patroclo? Non dici mai: “Quest’ho fatto. Quest’ho veduto” chiedendoti che cos’hai fatto veramente, che co’è stata la tua vita, cos’è che hai lasciato di te sulla terra e nel mare? A che serve passare dei giorni se non si ricordano?

PATROCLO: Quand’eravamo due ragazzi, Achille, niente ricordavamo. Ci bastava essere insieme tutto il tempo.

ACHILLE: Io mi chiedo se ancora qualcuno in Tessaglia si ricorda d’allora. E quando da questa guerra torneranno i compagni laggiù, chi passerà su quelle strade , chi saprà che una volta ci fummo anche noi – ed eravamo due ragazzi come adesso ce n’è certo degli altri. Lo sapranno i ragazzi che crescono adesso, che cosa li attende?

PATROCLO: Non ci si pensa da ragazzi.

ACHILLE: Ci sono giorni che dovranno nascere noi non vedremo.

PATROCLO: Non ne abbiamo veduti già molti?

ACHILLE: No, Patroclo, non molti. Verrà il giorno che saremo cadaveri. Che avremo tappata la bocca con un pugno di terra. E nemmeno sapremo quel che abbiamo veduto.

PATROCLO: Non serve pensarci.

ACHILLE: Non si può non pensarci. Da ragazzi si è come immortali, si guarda e si ride. Non si sa quello che costa. Non si sa la fatica e il rimpianto. Si combatte per gioco e ci si butta a terra morti. Poi si ride e si torna a giocare.

PATROCLO: Noi abbiamo altri giochi. Il letto e il bottino. I nemici. E questo bere di stanotte. Achille, quando torneremo in campo?

ACHILLE: Torneremo, sta’ certo. Un destino ci aspetta. Quando vedrai le navi in fiamme, sarà l’ora.

PATROCLO: A questo punto?

ACHILLE: Perchè? Ti spaventa? Non ne hai viste di peggio?

PATROCLO: Mi mette la smania. Siamo qui per finirla. Magari domani.

ACHILLE: Non avere fretta, Patroclo. Lascia dire “domani” agli dèi. Solamente per loro quel che è stato sarà.

PATROCLO: Ma vederne di peggio dipende da noi. Fino all’ultimo. Bevi, Achille. Alla lancia e allo scudo. Quel che è stato sarà ancora. Torneremo a rischiare.

ACHILLE: Bevo ai mortali e agli immortali, Patroclo. A mio padre e amia madre. A quel che è stato, nel ricordo. E a noi due.

PATROCLO: Tante cose ricordi?

ACHILLE: Non più di una donnetta o un pezzente. Anche loro sono stati ragazzi.

PATROCLO: Tu sei ricco, Achille, e per te la ricchezza è uno straccio che si butta.
Tu solo puoi dire di essere come un pezzente. Tu che hai preso d’assalto lo scoglio del Ténedo, tu che hai spezzato la cintura dell’amazzone, e lottato con gli orsi sulla montagna. Quale altro bimbo la madre ha temprato nel fuoco come te? Tu sei spada e sei lancia, Achille.

ACHILLE: Tranne nel fuoco, tu sei stato con me sempre.

PATROCLO: Come l’ombra accompagna la nube. Come Teseo con Piritoo. Forse un giorno ti aspetta, Achille, che anche tu verrai nell’Ade a liberarmi. E vedremo anche questa.

ACHILLE: Meglio quel tempo in cui no c’era l’Ade. Allora andavamo tra boschi e torrenti e, lavato il sudore, eravamo ragazzi. Allora ogni gesto, ogni cenno era un gioco. Eravamo ricordo e nessuno sapeva. Avevamo del coraggio? Non so. Non importa.
So che sul monte del centauro era l’estate, era l’inverno, era tutta la vita. Eravamo immortali.

PATROCLO: Ma poi venne il peggio. Venne il rischio e la morte. E allora noi fummo guerrieri.

ACHILLE: Non si sfugge alla sorte. E non vidi mio figlio. Anche Deidamia è morta. Oh perchè non rimasi sull’isola in mezzo alle donne?

PATROCLO: Avresti poveri ricordi, Achille. Saresti un ragazzo. Meglio soffrire che non essere esistito.

ACHILLE: Ma chi ti dice che la vita fosse questa?…Oh Patroclo, è questa.
Dovevamo vedere il peggio.

PATROCLO: Io domani scendo in campo. Con te.

ACHILLE: Non è ancora il mio giorno.

PATROCLO: E allora andrò da solo. E per farti vergogna prenderò la tua lancia.

ACHILLE: Io non ero ancora nato, che abbatterono il frassino. Vorrei vedere la radura che ne resta.

PATROCLO: Scendi in campo e la vedrai degna di te. Tanti nemici, tanti ceppi.

ACHILLE: Le navi ardono ancora.

PATROCLO: Prenderò i tuoi schinieri e il tuo scudo. Sarai tu nel mio braccio.
Nulla potrà sfiorarmi. Mi parrà di giocare.

ACHILLE: Sei davvero il bambino che beve.

PATROCLO: Quando correvi col centauro, Achille, non pensavi ai ricordi.
E non eri più immortale che stanotte.

ACHILLE: Solamente gli dèi sanno il destino e vivono. Ma tu giochi col destino.

PATROCLO: Bevi ancora con me. Poi domani, magari nell’Ade, diremo anche questa.

La casa in collina – Cesare Pavese

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Se passeggio nei boschi, se a ogni sospetto di rastrellatori mi rifugio nelle forre, se a volte discuto coi partigiani di passaggio (anche Giorgi c’è stato, coi suoi: drizzava il capo e mi diceva: “Avremo tempo le sere di neve a riparlarne”), non è che non veda come la guerra non è un gioco, questa guerra che è giunta fin qui, che prende alla gola anche il nostro passato. Non so se Cate, Fonso, Dino, e tutti gli altri, torneranno. Certe volte lo spero, e mi fa paura. Ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavlcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne spaerso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l’ha sparso. Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l’impressione che lo stesso detino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi. Non è paura, non è la solita viltà. Ci si sente umiliati perchè si capisce – si tocca con gli occhi- che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione.

Ci sono giorni in questa nuda campagna che camminando ho un soprassalto: un tronco secco, un nodo d’erba, una schiena di roccia, mi paiono corpi distesi. Può sempre succedere. Rimpiango che Belbo sia rimasto a Torino. Parte del giorno la passo in cucina, nell’enorme cucina dal battuto di terra, dove mia madre, mia sorella, le donne di casa, preparano conserve. Mio padre va e viene in cantina, col passo del vecchio Gregorio. A volte penso se una rappresaglia, un capriccio, un destino folgorasse la casa e ne facesse quattro muri diroccati e anneriti. A molta gente è già toccato. Che farebbe mio padre, che cosa direbbero le donne? Il loro tono è: “La smettessero un pò”, e per loro la guerriglia, tutta quanta questa guerra, sono risse di ragazzi, di quelle che seguivano un tempo alle feste del santo patrono. Se i partigiani requisiscono farina o bestiame, mio padre dice: “Non è giusto. Non hanno il diritto. La chiedano piuttosto in regalo”. “Chi ha il diritto?” gli faccio. “lascia che tutto sia finito e si vedrà”, dice lui.

Io non credo che possa finire. Ora che ho visto cos’è guerra, cos’è guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: “E dei caduti che facciamo? perchè sono morti?”.
Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Nè mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamante i morti, e soltanto per loro la guerra è finita.

Il mestiere di vivere – Cesare Pavese

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Pavese e Constance Dowling

Ottobre 1940

 

12 ottobre

L’amore ha la virtù di denudare non i due amanti l’uno di fronte all’altro, ma ciascuno dei due davanti a sé.

 

30 ottobre

Il dolore non è affatto un privilegio, un segno di nobiltà, un ricordo di Dio. Il dolore è una cosa bestiale e feroce, banale e gratuita, naturale come l’aria. È impalpabile, sfugge a ogni presa e a ogni lotta; vive nel tempo, è la stessa cosa che il tempo; se ha dei sussulti e degli urli, li ha soltanto per lasciar meglio indifeso chi soffre, negli istanti che seguiranno, nei lunghi istanti in cui si riassapora lo strazio passato e si aspetta il successivo. Questi sussulti non sono il dolore propriamente detto, sono istanti di vitalità inventati dai nervi per far sentire la durata del dolore vero, la durata tediosa, esasperante, infinita del tempo-dolore. Chi soffre è sempre in stato d’attesa – attesa del sussulto e attesa del nuovo sussulto. Viene il momento che si grida senza necessità, pur di rompere la corrente del tempo, pur di sentire che accade qualcosa, che la durata eterna del dolore bestiale si è un istante interrotta- sia pure per intensificarsi. Qualche volta viene il sospetto che la morte – l’inferno- consisterà ancora del fluire di un dolore senza sussulti, senza voce, senza istanti, tutto tempo e tutto eternità, incessante come il fluire del sangue in un corpo che non morirà più.

Settembre-ottobre 1944

 

3 settembre

 

Il fumare è cosa piena di rusticità e di natura. Quel trasformare un’erba secca in fumacchio odoroso, vivo, fertilizzante, non è senza significato. In altri tempi sarebbe presto diventato simbolo (come la pipata del gitce manitu in Longfellow).

 

20 ottobre

Aver coraggio e aver ragione: i due poli della storia. E della vita. L’uno, in genere, nega l’altro.

Agosto-settembre 1946

19 agosto

Perchè ad ogni sussulto mitico ti ritornano in mente i tronchi e il fiume e la collina con dietro la luna e la strada e l’odore di prato e di campo, del tuo paese?

9 settembre

Pensa male, non ti sbaglierai.
Sono un popolo nemico, le donne, come il popolo tedesco.
Si ha pietà di tutti – meno quelli che si annoiano. Eppure la noia è considerata una massima pena e comminata dal codice – il carcere

 

 

 

Febbraio-marzo 1948

 

13 febbraio

“Una filosofia depurata di ogni aroma speculativo e ridotta a pura storia o storicità o a puro umanesimo”(la filosofia della prassi, Gramsci) non somiglia alla poetica della pura poesia, depurata di ogni contenuto e ridotta a pura forma, a puro canto?

 

1 marzo

Quando viene la sera triste, dal cuore schiacciato, senza perché, la consolazione sta ancora nel consueto pensiero che neanche la sera gaia, ebbra, esaltata ha un perché – se non forse un incontro già fissato, una idea balenata nel giorno, una cosetta che poteva non essere. Cioè, ti consola il pensiero che nulla ha un perché, che tutto è casuale. Strana cosa. Su un altro piano questo pensiero è agghiacciante. Il volubile colore dei tuoi umori lo sopporti in quanto futile.
Ciò presuppone un enorme ottimismo, una fiducia nel semplice accadere. Fin che le cose accadono soltanto, e non c’è nulla sotto, tu stai tranquillo. È la rinuncia epicurea, è il quieto vivere. Possibile?

Muri, lacrime e za’tar

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La Fondazione Basso ospita la presentazione del libro:

Muri, lacrime e za’tar
di Gianluca Solera

Venerdì 11 luglio 2008

Sala Conferenze

via della Dogana Vecchia, 5 – Roma

Muri, lacrime e za’tar è il viaggio di un pellegrino che ha evitato i tour organizzati per scoprire luoghi e persone della Terra Santa. Riunisce in sé l’anima politica e quella spirituale di un’indagine sulla gente che, trovatasi prigioniera dell’ultima ideologia etno-coloniale, resiste affidandosi alla forza travolgente della vita e a certe piccole cose, come lo za’tar (il timo) nell’olio d’oliva, in cui si intinge il pane casereccio.

In tempi nei quali si sta cercando di cancellare l’identità della Palestina dalle cartografie, l’autore registra segni e parole, e documenta sia la sofferenza palestinese che le conseguenze sociali e umane dell’occupazione sugli israeliani.

Nel libro è possibile ascoltare la testimonianza di un intransigente colono di Qiryat Arba che descrive Hebron da entrambi i lati; o farci condurre per mano da un rabbino tra i beduini che vivono nelle baracche alla periferia degli eleganti insediamenti israeliani a Est di Gerusalemme.

Tra i Muri ci sono sempre delle fessure e le persone di buona volontà o quelli che disperatamente cercano di vivere con dignità sanno incontrarle. E passarci attraverso.

Oltre all’autore, interverrà Luisa Morgantini – Vicepresidentessa del Parlamento europeo e autrice della postfazione del libro.

Fondazione Basso – Sezione internazionale

via della Dogana Vecchia, 5 00186 Roma

tel e fax 06 6877774

info@internazionaleleliobasso.it

http://www.internazionaleleliobasso.it

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Diario del Middle West – Italo Calvino

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Il viaggio di Calvino prosegue per Chicago, Detroit e il Middle West.
Il ligure si confronta con la miseria della provincia americana, con gli slums, i “poor white” e la smania consumistica che non risparmia le classi povere.
Per chi avesse perso la parti precedenti:
- Diario americano
- Diario newyorkese

Il bar

Aspettando Herb che è andato al funerale mi siedo in un bar dall’aria molto tought altra faccia dell’America che aspettavo invano di vedere a New York, con tipacci da cinema che poi sono operai delle fabbriche d’automobili di Cleveland, donne che paiono prostitute ma che probabilmente sono povere operaie anche loro, jukeboxes (un tipo in berretto balla con una donna anziana, poi escono), bingo machines che sarebbero quelli che noi chiamiamo flippers (e che a New York si vedono solo in un locale a Times Square), il tiro a segno elettronico. Insomma l’Italia americanizzata corrisponde all’America provinciale e proletaria.
Nel gabinetto credo di aver scoperto la prima scritta sporca che vedo in America invece no: sono invettive contro i negri, sebbene a sfondo pessimista (cacciate i negri e chi saranno i padroni? i cucarachas).
Il bar è frequentato da poor whites del Sud immigrati a lavorare nelle fabbriche.
A Detroit sono entrato in losche sale da biliardo coi gamblers a un tavolo a giocare a poker che squadrano gli sconosciuti per paura che sia la polizia. Atmosfera di piccoli gangsters falliti stile Nelson Algren (il quale avrei voluto mi facesse da guida nella sua Chicago, ma ci siamo mancati perchè nei giorni che ero lì io lui non c’era, così la Chicago gangster non l’ho vista).

La miseria americana

ha un colore particolare che ormai ho imparato a conoscere, è il colore rosso bruciato di fabbricati di mattoni, o quello sbiadito delle villette di legno diventate slums. A New York la miseria pare sia solo quella degli ultimi arrivati, qualcosa come un periodo di attesa; e non parrebbe nemmeno giusto che un qualsiasi puertoricano per il solo fatto di essere sbarcato a New York diventasse subito agiato.
Nelle grandi città industriali si vede che la povertà di grandi masse è necessaria al sistema, e spesso è povertà anche di aspetto europeo, case negre che sono poco più che baracche, vecchi che spingono carretti a mano (!) di pezzi di legna raccolti dagli slums in demolizione. Sì, c’è il continuo seppur lento avvicendamento dei vari strati che salgono nella scala del benessere, ma sempre nuovi ne prendono il posto. E la grande risorsa vitale dell’America, la mobilità, il continuo spostarsi, tende a diminuire. La depressione del ’58 è stata una grossa scoppola per Detroit e la Ford da allora lavora a turni di sei mesi all’anno, c’è uno stato di semidisoccupaz. permanente; i più anziani operai, quelli che hanno un certo numero d’anni di seniority, hanno la priorità sugli altri nelle riassunzioni, cioè hanno il posto assicurato, un fatto nuovo nella generale mancanza di stabilità della vita americana, dove il proletario è sempre stato un lavoratore provvisorio.

I negozi dei poveri

Nel paese del consumo dove tutto si deve buttar via per poter comprare in fretta altra roba, nel paese della produzione standardizzata, si scopre poi che esiste tutto un sottomercato di roba che nessuno s’immaginerebbe che in America si possa vendere e comprare. Ci sono i grandi magazzini di roba scadente come nel quartiere italiano di Chicago che sono l’esatta versione di quelli di downtown solo con una produzione di scarto che spira miseria anche quando è nuova. E poi c’è tutta la vendita di roba usata che credovo fosse una prerogativa di Orchard Street di New York, l’incredibile via mercato del quartiere ebreo povero, ma poi la si ritrova dappertutto; c’è un mondo in America dove non si butta via niente, a Chicago c’è un quartiere ora messicano che l’anno scorso era italiano e i bottegai messicani hanno rilevato i negozi con la roba e continuano a vendere insieme a roba messicana le vecchie scorte italiane. Esistono le librerie dei poveri, dove sio vendono paperbacks e magazines di seconda mano, e tutta una produzione libraria minore, specialmente nelle lingue degli immigrati, spagnuolo, greco, ungherese (non italiano, perchè l’immigrato di solito non conosce l’italiano come lingua scrita). Salta fuori la superstizione come fondo culturale. A Detroit c’è un negozio di incenso, che ha in vetrina diversi tipi di incensi per i vari culti, e anche incensi per riti magici vudu e stregonerie, immagini religiose cattoliche, libri sacri, giochi di pretigio, carte da gioco, libri pornografici. Sidney G. mi racconta che il padrone una volta vedendo che curiosava l’ha cacciato dal negozio: è probabile che nel retrobottega si facciano filtri d’amore o altre stregonerie per la clientela negro-italo-messicana. Nel quart. messic. di Chicago, il negozio d’una zingara chiromante.

(Servizi di mensa offerti da Al Capone, durante la depressione americana)

Chicago

è la grande città americana, produttiva, violenta, tought. Qui le classi si fronteggiano come eserciti nemici, il wealthy people nella stiscia di palazzi ricchi sullo stupenso lago, e subito al di là l’immenso inferno dei quartieri poveri. Si sente che qui il sangue ha inzuppato i marciapiedi, il sangue dei martiri di Haymarket (gli anarchici tedeschi ai quali è dedicato un vecchio bellissimo libro illustrato, opera del capo della polizia d’allora), sangue degli incidenti sul lavoro con cui s’è costruita l’industria di Chicago, sangue dei gangsters. Nei giorni che ero lì, s’è scoperto il noto caso di corruzione della polizia di cui penso abbiano parl. anche i giorn. it. Vorrei stare di più a Chicago che merita d’esser capita nella sua bruttezza e bellezza ma anche il freddo lì è cattivo, la mia amica locale è banale e inelegante (adattissima per Chicago, dunque) e parto in volo per la California.

Joyce Salvadori Lussu

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Interessante l’articolo proposto da Carmilla su Joyce Lussu, una delle figure più straordinarie del 900: antifascista, partigiana Medaglia d’argento al valore militare (esperta di evasioni e documenti falsi); prima a tradurre le poesie di Nazim Hikmet e a diffonderle, in Italia, insieme a quelle di Ho Chi Min, di Castro, delle Black Panthers e di altri poeti guerriglieri; scrittrice e traduttrice
di opere sul neocolonialismo; educatrice.
Curiosità contenuta nell’articolo: l’evasione della moglie e del figlio
di Hikmet dal carcere turco dove erano rinchiusi.

Questo l’articolo: NON C’ERA SOLO EMILIO

Non vivere su questa terra
come un inquilino
oppure in villeggiatura
nella natura
vivi in questo mondo
come se fosse la casa di tuo padre
credi al grano al mare alla terra
ma soprattutto all’uomo.
Nazim Hikmet

Così la Piaf usciva dalla scena – Evtušenko

2 commenti

C’era a Parigi, c’era una sala e davanti alla sala
qualcuno motteggiava, volteggiando col sedere,
avendo coi suoi salti calpestato l’arte per un’ora…
Era solo un proemio per la Piaf.

Ed ecco entrò, fino al fanatismo
simile a un rozzo idolo,
come se, sbagliando porta, in uno sketch allegro
entrasse una tragedia stanca.

E, sulle stolidaggini da baraccone
ella si eresse, pallida e senza forze,
come una piccola civetta dagli occhi ammalati,
pesante con le sue ali spossate.

Piccoletta e truccata, coll’abito corto,
trattenendo la tosse, con un filo di vita,
ti apparteneva, o epoca,
reggendosi appena sulle gambette esili.

Ci guardava, come guardando la Senna,
dal cui parapetto fosse lì, lì per lanciarsi;
e sentivo la voglia di correre sul palcoscenico
per sostenerla, chè sarebbe caduta.

Un gesto preciso della manina rugosa
e partì l’orchestra…Arrivò fin sull’orlo
del palcoscenico…Costrinse la schiena
a raddrizzarsi e, tremando, aspirò la musica.

Cominciò a cantare, quasi prendendo il volo,
ricadendo davanti agli sguardi puntati,
quel corpo tagliuzzato dai chirurghi,
ansando, girandosi su se stesso, come dentro di noi!

Esso, volteggiando, singhiozzava, rideva con fragore,
bisbigliava come le erbe in delirio al Bois Bouologne,
rimbombava come un carrettino a Saint-Germain,
urlava come una sirena. Questa era la PIaf.

In lei una mescolanza di campane a stormo,
di pioggia a dirotto, di cannonate,
di insulti, di gemiti, di mormorii, di fantasmi…
Così noi, a un tratto, quasi senza volerlo,
ci sentivamo nei suoi confronti buoni come dei giganti con una lillipuziana

Attraverso la sua gola passava il dolore, passava la fede,
passavano le stelle, passavano le campane…
Giocando, come una gigantessa, ci prendeva nella mano,
come tanti miseri Gulliver.

Ma in lei, artista autentica, la cosa più importante
era che, a dispetto della morte che l’aspettava,
per la sua gola passavano nuovi artisti,
che dietro si lasciavano nodi di lacrime.

Così la Piaf, uscendo di scena, come tuono,
profetizzava nella sua frenesia.
La piccola civetta cantava, come canterebbe una chimera
caduta sul palcoscenico dall’alto di Notre-Dame.

(1963)

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