Partigia – Primo Levi

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Aggressione fascista a Roma. Le lame fasciste colpiscono un compagno del Laurentino38.
Su Indymedia Roma

Dove siete, partigia di tutte le valli,
Tarzan, Riccio, Sparviero, Saetta, Ulisse?

Molti dormono in tombe decorose,
quelli che restano hanno i capelli bianchi
e raccontano ai figli dei figli
come, al tempo remoto delle certezze,
hanno rotto l’assedio dei tedeschi
là dove adesso sale la seggiovia.

Alcuni comprano e vendono terreni,
altri rosicchiano la pensione dell’Inps
o si raggrinzano negli enti locali.
In piedi, vecchi: per noi non c’e’ congedo.

Ritroviamoci. Ritorniamo in montagna,
lenti, ansanti, con le ginocchia legate,
con molti inverni nel filo della schiena.
Il pendio del sentiero ci sarà duro,
ci sarà duro il giaciglio, duro il pane.

Ci guarderemo senza riconoscerci,
diffidenti l’uno dell’altro, queruli, ombrosi.
Come allora, staremo di sentinella
perché nell’alba non ci sorprenda il nemico.

Quale nemico? Ognuno e’ nemico di ognuno,
spaccato ognuno dalla sua propria frontiera,
la mano destra nemica della sinistra.
In piedi, vecchi, nemici di voi stessi:
La nostra guerra non e’ mai finita.

Imperium – Ryszard Kapuscinski

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Nel marzo 2006 Kapuscinski ha ricevuto il Premio Ilaria Alpi nella Sala del Carroccio del Comune di Roma.
Quel giorno ho stretto la mano ad uno dei più grandi autori di reportage, ottimo viaggiatore e conoscitore attento del mondo. E’ morto nel gennaio dell’anno scorso a 74 anni.

Ricevette il premio e fece un piccolo discorso.
A fine cerimonia abbiamo insistito per una foto con lui: tutte le giovani collaboratrici della Fondazione, le meno giovani brasiliane e la Presidente, al centro Kapuscinski. Scattata la foto, ha voluto farne una seconda; una foto senza di lui che ci teneva restasse a noi. Non so perchè. Ma è andata così. Un carisma leggero possedeva, comunque contagioso. Una sorta di spirale lenta, graduale ed efficace nel suo intento vorticoso.

 

Insomma. Veniamo al dunque. Ha scritto molti libri che potete pregustare (e, se volete, comprare) in questa bibliografia italiana sul sito di Feltrinelli.

Sono abbastanza noti gli scritti Ebano e Sha-in-sha e il più recente Autoritratto di un reporter. L’ultimo lavoro invece si intitola Ancora un giorno, scritto sull’Angola apparso postumo quest’anno.

Io ho scelto Imperium. Un reportage sull’Unione Sovietica e il suo crollo. Ha inizio nel 1939 a Pinsk, paese natale di Ryszard, al momento dell’ingresso dei sovietici. Segue il racconto del viaggio sulla Transiberiana, da Pechino a Mosca, datato 1958, che ho riportato quasi interamente. La parte parte più cospicua del libro riguarda il crollo del muro di Berlino e gli avvenimenti che sono seguiti. Il 1989 insomma.

Buona lettura.

Transiberiana 1958

Luogo del mio secondo incontro con l’Impero: lontano, nelle steppe e nelle nevi dell’Asia, in zone difficilmente raggiungibili la cui geografia porta nomi barbari e strampalati. I fiumi si chiamano Argun, Unda, Cajhar; le montagne Cingan, Ilcuri, Dzagdy; le città Kilkok, Tungir e Bukacaca. Già i nomi da soli basterebbero a comporre armoniose, esotiche poesie.
Il treno della Transiberiana, partito il giorno prima da Pekino e che effettua il viaggio di nove giorni per Mosca, sta arrivando da Kharbin a Zabajkalsk, stazione di confine con l’Urss. L’avvicinarsi di una frontiera aumenta sempre l’eccitazione, intensifica l’emozione. La gente non è fatta per vivere in situazioni di frontiera, cerca di sfuggire o di liberarsene prima possibile. E tuttavia non fa che imbattercisi, trovarle e sentirle ovunque. Prendiamo l’atlante universale: frontiere su frontiere. Confini determinati da oceani e continenti. Da deserti e foreste. Da precipitazioni, monsoni, tifoni, terre coltivate e incolte, terre permanentemente ghiacciate e terre acide, scisti e conglomerati. Mettiamoci anche le zone dei depositi quaternari e delle eruzioni vulcaniche, il basalto, il calcare, la trachite. Possiamo vedere anche confini tra scuso patagonico e scudo canadese, tra zone artiche e zone tropicali, tra le forme erosive del bacino dell’Adige e quelle del lago Ciad. Tra gli habitat di certi mammiferi. Di certi insetti. Di certi rettili e serpenti, tra cui il pericolissimo cobra nero e il terribile, benchè grazie al cielo pigro, anaconda.
E che dire delle frontiere stabilite da monarchie e repubbliche? Da antichi regni e civiltà scomparse? Da patti, accordi, alleanze? Da razza nera a razza gialla? Dalle migrazioni dei popoli? Qui la frontiera dove arrivarono i mongoli. Qui i khazari. Qui gli unni.

Quante vittime, quanto sangue, quanto dolore legati alla questione delle frontiere! Sconfinati sono i cimiteri dei caduti in difesa delle frontiere. Altrettanto sconfinati i cimiteri degli audaci che tentarono di allargare le loro. Praticamente metà degli abitanti del nostro pianeta, morti sul campo di battaglia, hanno reso l’anima in guerre suscitate da una questione di frontiere.
Questa sensibilità all’elemento frontiere, questa continua smania di delimitarle, espanderle o difenderle è una caratteristica non solo dell’uomo, ma di tutto il mondo vivente, di tutto ciò che si muove sull’orbe terracqueo e nell’aria. Molti mammiferi si fanno dilaniare a pezzi in difesa dei confini dei loro pascoli. Molti predatori alla conquista di nuovi territori di caccia azzannano a morte i loro rivali. Ma senza andare tanto lontano, ,anche il nostro mite e silenzioso micio domestico si sforza, si spreme e fatica per schizzare qualche goccia qua e là onde delimitare i confini del suo territorio.
E i nostri cervelli? Non contengono forse codificata un’infinità di frontiere? Tra l’emisfero sinistro e quello destro, tra lobo frontale e lobo temporale, tra ipofisi e ipotalamo. E le divisioni tra ventricoli, meningi e circonvoluzioni? Tra midollo allungato e spinale? Osserviamo il nostro modo di pensare. Spesso ci diciamo: fin qui sì, oltre no. Oppure: attento a non spingerti troppo, potresti oltrepaasare i limiti! E per giunta tutti questi confini del nostro modo di pensare e di sentire, di ordini e di proibizioni, si spostano di continuo, si incrociano, si fondono e si sovrappongono. Nei nostri cervelli si svolge un frenetico via vai di frontiera, di pre-frontiera e di oltre-frontiera. Da cui mal di testa, emicranie e confusione di idee, ma anche qualche perla: visioni, allucinazioni, lampi mentali e, ahimè più di rado, di genio.
La frontiera è stress, è paura (molto più raramente liberazione). Il concetto di frontiera può contenere un che di definitivo, di porta che si chiude alle spalle per sempre: tale è il confine tra la vita e la morte. Gli dei conoscono queste inquietudini ed è per questo cercano di conquistare fedeli promettendo loro in premio il regno di dio, che difatti è s-confinato. Il paradiso del dio cristiano, il paradiso di Jahvè e di Allah non hanno frontiere. I buddisti sanno che lo stato di nirvana è uno stato di beatitudine senza confini. Insomma la cosa che tutti vorrebbero, si aspetterebbero e auspicherebbero è precisamente questa condizionata, totale, assoluta sconfinatezza.


Zabajkalsk-Cita

Reticolati. La prima cosa che si vede sono i reticolati. Spuntano fuori dalla neve, quasi ci si innalzano sopra a linee, a mucchi, a siepi. Aggrovigliati nelle combinazioni più bislacche, in nodi, in matasse, in architetture che uniscono cielo a terra, i reticolati spuntano da ogni lembo di campo gelato, sullo sfondo del paesaggio candido e dell’orizzonte glaciale. A prima vista questo sbarramento aggressivo irto di spine, disteso lungo la frontiera, suggerisce un’idea incongrua e surrealista: chi può mai voler andare oltre, se a perdita d’occhio non si vedono nè una strada nè un’anima viva, ma solo un deserto di neve alta due metri che non ti permette di fare un passo? Eppure quei reticolati qualcosa riescono a dirtelo, ti mandano un messaggio. Dicono: “Attento, qui si oltrepassa il limite di un altro mondo. Da qui non c’è uscita, non si scappa. Sei nel mondo della serietà mortale, del comando e dell’obbedienza. Impara ad ascoltare, a essere umile, a occupare meno posto possibile con la tua persona. Fa quel che ti compete. Taci. Non porre domande.”

Così, per tutto il tempo che i vagoni rotolano verso la stazione, i reticolati ti ammaestrano, ti martellano ossessivamente nella testa tutto quel che d’ora in poi dovrai ricordare, ti imprimono nella memoria, per il tuo bene, una lunga litania di limitazioni, di proibizioni e di istruzioni.
Poi vengono i cani. Cani lupo inferociti, frenetici, forsennati, che appena il treno si ferma si avventano sotto i vagoni (e poichè sto appunto guardando dal finestrino, una delle carbine è puntata precisamente addosso a me, sì, addosso a me!). D’altro canto nessun folle (o agente o sabotatore o spia) potrebbe saltar giù e lanciarsi nella distesa ghiacciata, visto che sportelli e finestrini dei vagoni sono tutti accuratamente sigillati.
In una parola, quella continua linea visiva esercita lo stesso effetto dissuasivo dei fitti cumuli di reticolato poco prima: un monito silenzioso ma efficace di non farti venire strane idee per la testa.
Ma non finisce qui. Appena sotto i vagoni si è sparpagliata la muta dei cani eccitati e forse anche affamati, appena i soldati si sono schierati fitti fitti lungo i binari e le sentinelle sulle torrette ci hanno puntato addosso le canne delle carabine, ecco che sui vagoni salgono le pattuglei (in una mano la pila, nell’altra un lungo spunzone d’acciaio), e sbattono fuori nel corridoio tutti i passeggeri. Comincia la perquisizione degli scompartimenti, lo sfruconamento dei bagagliai, dei sedili, dei ripostigli, dei portacenere. Comincia il bussare contro le pareti, contro il soffitto, contro il pavimento. Il controllare, l’esaminare, il tastare, il fiutare.
Adesso i passeggeri raccolgono tutto quello che hanno-valigie, borse, pacchi, fagotti- e lo portano nell’edificio della stazione dove stanno alcuni lunghi tavoli rivestiti di lamiera. All’intorno è tutto pieno di striscioni rossi che ci augurano un felice benvenuto in Urss. Sotto gli striscioni, una fila di doganieri e doganiere tutti ugualmente minacciosi, severi e anche un pò seccati; sì, è evidente che ce l’hanno con noi. Cerco tra di loro una faccia dai tratti un pò bonari, più aperti e distesi, perchè comincio a provare un gran bisogno di rilassarmi, di scordare per un attimo che sono circondato da fili spinati, torrette, cani furiosi e sentinelle impietrite. Ho voglia di stabilire un contatto, di scambiare una cortesia, di chiacchierare con qualcuno: ne ho sempre avuto bisogno.
“Che hai da ridere tu?” chiede a muso duro il doganiere, sospettoso.
Mi sento gelare. Il potere è serietà: quando si tratta con il potere sorridere è un’indelicatezza, dimostra mancanza di rispetto. Come pure non bisogna mai fissare troppo a lungo chiunque detenga il potere. Ma questo lo avevo già imparato durante il servizio militare.[...]
Ci siamo. Rieccoci con l’aprire, sganciare, tirar fuori, sventrare. Questo cos’è? E quello? A che serve questo qui? E qua, e là, e su, e giù, e perchè, percome, per dove, per quanto? Peggio di tutto sono i libri. Portarsi i libri in viaggio è una sciagura. Da queste parti, se uno si porta dietro una valigia piena di cocaina con sopra un libro, la cocaina non la guarda nessuno ma sul libro ci si avventano tutti come iene. Se poi, dio ne guardi, il libro è in onglese, allora sì che comincia l’andirivieni, l’esaminare, lo sfogliare, il leggere e rileggere.

Ma, pur avendo con me alcuni libri in inglese (si tratta perlopiù di manuali di lingua cinese e giapponese), stavolta il peggior reprobo non sono io. I peggiori sono stai messi ad un tavolo a parte, un tavolo, diciamo così, di serie B. Sono abitanti del posto, cittadini dell’Unione Sovietica, gente magra e minuta in palandrane lacere e stivali sfondati: buriati, camcadali, tungusi e ainu, orocani e coriati dalla pelle olivastra e gli occhi a mandorla. Come abbiano fatto a ottenere un permesso di andare in Cina, non so. Fatto sta che ora ritornano, e tornando si portano dietro del cibo. Vedo con la coda dell’occhio che sono carichi di sacchetti di grano saraceno.[...]
Tornammo ai vagoni a notte fatta. Nevicava, il ghiaccio scricchiolava sotto le scarpe. A Zabajkalsk avevo ricevuto un’ulteriore lezione sul fatto che qui la frontiera non è un punto sulla carta, ma una scuola. Gli allievi che ne escono si dividono in tre gruppi. Il primo, quello degli agitati da una collera sorda. I più infelici, perchè tutto all’intorno provocherà loro uno stress, li porterà ad uno stato di furia, di follia. Li innervosirà, li irriterà, li torturerà. Prima ancora di rendersi conto di non poter cambiare correggere nulla della realtà circostante, saranno travolti da un infarto o da un ictus.
Secondo gruppo: costoro osserveranno i cittadini sovietici i miteranno il loro modo di pensare e di agire. La loro caratteristica fondamentale sarà l’accettazione della realtà esistente e persino la capacità di trarne una certa soddisfazione. In questo caso risulterà di grande aiuto il detto che conviene ripetere a sè e agli altri ogni sera, per quanto infame possa essere stata la giornata appena finita: “Rallegrati di questo giorno, perchè uno così bello non torna più!”
E infine il terzo gruppo, quello di coloro per i quali tutto è interessante, insolito, inverosimile, coloro che vogliono conoscere, verificare, approfondire questo mondo così diverso e finora sconosciuto. Proprio costoro saranno capaci di armarsi di pazienza e mantenere il distacco (non la superiorità!) e uno sguardo calmo, attento, lucido.
Sono i tre atteggiamenti caratteristici degli stranieri capitati nell’Impero.

Ulan Ude – Krasnojarsk

Sognavo di vedere il Bajkal, ma era notte: una macchia nera nel riquadro ghiacciato del finestrino. Solo al mattino vidi le gole e i dirupi. Tutto sotto la neve.
Neve, neve.
Siamo in gennaio, cuore dell’inverno siberiano. Fuori del finestrino tutto appare irrigidito dal freddo: persino larici, pini e abeti sembrano gradi ghiaccioli impietriti, stalagmiti verde scuro sporgenti dalla neve.
L’immobilità, l’assoluta immobilità di questo paesaggio come se il treno non si muovesse ma fosse anche lui una parte integrante e immota della regione.
E poi il biancore. un biancore onnipresente, accecante, insondabile, assoluto. Un biancore seducente, ma se uno se ne lascia attrarre, se cade in trappola e continua a spingersi sempre più avanti, perisce. Il biancore distrugge chi tenta di avvicinarglisi, di svelare il suo mistero. Lo scaraventa giù dalla cima dei monti, lo scaglia congelato nelle pianure nevose. I buriati siberiani considerano sacri tutti gli animali bianchi, sanno che ucciderli significa commettere un peccato e attirarsi la morte. Guardano la candida Siberia come un tempio dove abita dio. Si inchinano alle sue pianure, rendono omaggio ai suoi paesaggi, sempre con la paura che da lì, dai suoi bianchi recessi, giunga la morte.
Il bianco si associa spesso alla definitività, al limite, alla morte. Nelle culture dove la gente vive con la paura della morte, chi è colpito da un lutto si veste di bianco e di bianco veste anche il morto: lì il bianco è il colore dell’accettazione, del consenso, della rassegnazione al destino.
In questo paesaggio siberiano di gennaio c’è qualcosa che disarma, opprime, paralizza. Anzitutto l’immensità, la sconfinatezza, l’oceanica illimitatezza. Qui la terra non ha fine, il mondo non ha fine. Luomo non è fatto per una simile dismisura. La misura giusta, congrua e adattata pr l’uomo è quella del suo villaggio, dei suoi campi, della casa. In mare la misura sarà quella del ponte della nave. L’uomo è creato per uno spazio che si può attravesare in un sol tratto, d’un fiato.

Krasnojarsk – Novosibirsk

[...] Parigi è il centro del mondo, in quanto punto di riferimento. Come si fa a misurare l’impressione di lontananza, di sistanza? da che cosa, da quale posto si è lontani? Dov’è il punto del nostro pianeta allontanandosi dal quale uno può provare la sensazione di avvicinarsi sempre di più alla fine del mondo? E’ un punto dotato di significato puramente emotivo (la mia casa come il centro del mondo)? Oppure culturale (per esempio, la civiltà greca)? Oppure religioso (per esempio, la Mecca)? La maggior parte delle persone, alla domanda se consideri centro del mondo Parigi o Città del Messico, risponde: Parigi. Perchè? Città del Messico è più grande di Parigi, possiede anch’essa il metrò, magnifici monumenti, grande pittura e ottimi scrittori. Eppure tutti dicono: Parigi. Provate a dichiarare che per voi il centro del mondo è il Cairo. E’ più grande di Parigi, ha monumenti, università, pittori e tutto il resto. Eppure ne troverete pochi d’accordo con voi. Dunque non resta che Parigi. Resta l’Europa. La civiltà europea è la sola che abbia coltivato e (in parte) realizzato le sue ambizioni mondiali. Le altre civiltà, o non hanno potuto realizzarle per motivi tecnici (vedi i Maya), o non nutrivano interessi del genre (vedi la Cina), convinte com’erano di essere loro a occupare tutto il mondo.
Solo la civiltà europea si è dimostrata capace di spezzare il suo etnocentrismo. Nel suo ambito sono anate la voglia di conoscere le altre civiltà e la teoria (formulata da Bronislaw Malinowski) che la cultura mondiale sia composta da una costellazione di varie culture, tutte di pari livello.

Celjabinsk – Kazan

Sempre più vicino al cuore della vecchia Russia, anche se a Mosca manca ancora un bel pezzo di mondo.
Quando ero studente lessi un vecchio libro di Berdjaev sul tema dell’influsso esercitato dai grandi spazi dell’Impero sull’anima russa. In effetti, a cosa pensa un russo che viva sulle rive sperdute dello Jenisei o in fondo alla tajgà dell’Amur? Qualunque strada imbocchi, sarà interminabile. Potrà seguirla per giorni e per mesi, e intorno a lui ci sarà sempre la Russia. Le pianure non finiscono mai, nè i boschi, nè i fiumi. Per regnare su spazi così sconfinati, dice Bardjaev, si è dovuto creare uno spazio sconfinato. Questo ho sprofondato i russi in una contraddizione. Per mantenere i grandi spazi il russo deve mantenere un grande stato, e per mantenerlo spende tutta la sua energia, che poi non gli basta più per il resto: organizzazione, economia ecc, ecc. Spreme tutte le sue energie per lo stato, che lo schiavizza e lo opprime.
Secondo Bardjaev questa immensità e incommensurabilità della Russia esercitano un influsso negativo sulla mentalità dei suoi abitanti. Da essi, infatti, non si reclamano raccoglimento, tensione, concentrazione, energia, dinamismo, acculturamento intensivo. Tutto si spappola, si diluisce e affonda in quell’incommensurabilità senza forma. La Russia  è, sì, uno spazio vasto e sconfinato, ma questa sua grandezza risulta così schiacciante da mozzare il fiato e impedire il respiro.

Kazan – Mosca

Una stanchezza sempre più fastidiosa e opprimente, una fatica sonnolenta, torpida, appiccicosa. Nei rari sprazzi di energia, una tentazione irresistibile di saltar giù da questa gabbia sconquassata e traballante. Mia ammirazione per la resistenza di Kopec e delle migliaia di suoi simili, mio omaggio alla loro sofferenza, alla loro tortura.

Dapprima un susseguirsi monotono di boschi verdi e innevati. Poi boschi e casette. Poi sempre più casette. Poi casette e casamenti. Infine, nient’altro che casamenti, sempre più alti. Il conduttore ritira dallo scompartimento lenzuolo, cuscino, due coperte e il bicchiere di tè.
Il corridoio si popola di gente.
Mosca.

Majakovskij – Tre poesie

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Tre poesie del grande Majak: lingua tagliente, versi sarcastici e orgogliosi.
Queste le potete trovare in A piena voce, edizione Mondadori.
L’amore di Vladimir per la sua terra è,
come essa stessa, sconfinato.
Attinge ed è figlio della cultura della grande Rus’, eppure la scardina, la sconfessa, la deride.
Fonda una nuova cultura e si mette al servizio della Rivoluzione intesa come futuro del mondo. Ma non solo.
Giovanna Spendel nell’introduzione a questo testo sostiene infatti:
Egli non fu soltanto uno fra gli iniziatori della “rivoluzione futurista” e fra i primi rappresentanti della nuova intelligencija a dare la sua entusiastica adesione alla rivoluzione politica che di lì a pochi anni l’avrebbe seguita; ma nel suo agire concreto si propose, nello stesso tempo, quasi come modello di intellettuale di quella società diversa in cui avrebbero dovuto attuarsi i propositi ideali del comunismo: un intellettuale al servizio (oltre che delle proprie personali ambizioni) anche della società civile con l’espletamento di un suo specifico mandato pubblico[...]


Fa sorridere l’ultima…un amore futurista!


Ancora Pietroburgo

Negli orecchi i frantumi di un accaldato ballo
e dal Nord – più canuta della neve- una nebbia
dal volto di cannibale assetato di sangue
masticava gli insipidi passanti.

Le ore incombevano come un volgare insulto,
incombono le cinque e sono poi
le sei – ci sta a guardare dal cielo una canaglia
maestosamente come un Lev Tolstoj.
(1914)

Congedo

In auto,
cambiato l’ultimo franco.
“A che ora parte il treno per Marsiglia?”
Parigi fugge accompagnandomi
in tutta la sua bellezza impossibile.
Sali
agli occhi,
fanghiglia del distacco,
schianta
Il mio cuore
con la sentimentalità!
Io vorrei
vivere
e morire a Parigi,
se non ci fosse
la terra che ha nome
Moskvà.

Marina da guerra in amore

Van sui mari scherzando in crociera
il torpediniero e la torpediniera.

E come la vespa s’attacca col miele,
così la torpediniera fedele.

E per il torpediniero, infinita
è la felicità della vita.

Ma li scoprì con gli occhiali sul naso
un riflettore pedante, per caso.

Una sirena fece la spia,
denunziandone a tutti la scia.

Fuggì via la torpediniera,
come al ventodella bufera.

Ma il torpediniero ormai stanco,
poverino, fu colto nel fianco.

Sull’oceano ora va la preghiera
della vedova torpediniera.

Dava forse agli uomini noia
quella loro semplice gioia?
(1915)

Fernando Pessoa- Tre poesie

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Dicon che fingo o mento
quanto io scrivo. No:
semplicemente sento
con l’immaginazione
non uso il sentimento.

Quanto traverso o sogno
quanto finisce o manco
è come una terrazza
che dà su un’altra cosa.
E’ questa cosa che è bella.

Così, scrivo in mezzo
a quanto vicino non è:
libero dal mio laccio,
sincero, di quel che non è.
Sentire? Senta chi legge.

***

Dicono?
Dimenticano.
Non dicono?
Hanno detto.

Fanno?
E’ fatale.
Non fanno?
E’ uguale.

Perchè
aspettare?
- Tutto è
sognare.

***

E’ l’amore che è essenziale.
Il sesso è solo un accidente.
può essere uguale
o differente.
L’uomo non è un animale:
è una carne intelligente,
anche se a volte malata.

Da Fernando Pessoa, Una sola moltitudine, Adelphi.
(A cura di Antonio Tabucchi)

Jacques Prevert – Tre poesie

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Canzone del carceriere

Dove vai bel carceriere
con quella chiave macchiata di sangue
vado a liberare la mia amata
se sono ancora in tempo
l’avevo chiusa dentro
teneramente crudelmente
nella cella del mio desiderio
nel più profondo del mio tormento
nelle menzogne dell’avvenire
nelle sciocchezze del giuramento
voglio liberarla
voglio che sia libera
e anche di dimenticarmi
e anche di lasciarmi
e anche di tornare
e di amarmi ancora
o di amare un altro
se un giorno le va a genio
e se resto solo
e lei sarà andata via
io serberò soltanto
serberò tuttavia
nel cavo delle mani
fino alle ultime mie ore
la dolcezza dei suoi seni plasmati dall’amore.

***

Fiesta

E i bicchieri eran vuoti
la bottiglia spaccata
il letto spalancato
e la porta sbarrata
e tutte le stelle di vetro
della felicità e della bellezza
scintillavano nella polvere
della stanza mal ripulita
ero ubriaco morto
e gioioso falò
e tu ubriaca viva
nuda fra le mie braccia.

***

La lucertola

La lucertola dell’amore
ancora una volta è fuggita
e m’ha lasciato la coda fra le dita
ben mi sta
avrei voluto serbarla per me.

Sono quella che sono – Jacques Prevert

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Sono quella che sono
sono fatta così
se ho voglia di ridere
rido come una matta
amo colui che m’ama
non è colpa mia
se non è sempre quello
per cui faccio follie
sono quella che sono
sono fatta così
che volete ancora da me

Sono fatta per piacere
non c’è niente da fare
troppo alti i miei tacchi
troppo arcuate le reni
troppo sodi i miei seni
troppo truccati gli occhi
e poi
che ve ne importa a voi
sono fatta così
chi mi vuole son qui

Che cosa ve ne importa
del mio proprio passato
certo qualcuno ho amato
e qualcuno ha amato me
come i giovani che s’amano
sanno semplicemente amare
amare amare…
Che vale interrogarmi
sono qui per piacervi
e niente può cambiarmi.

L’avete vista???

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Sopra il tetto come i gatti cantava Mina.
Ed io ho preso la mia tintarella di luna stanotte, per vederla,
ammirarla, scrutarla, interrogarla.

Anna Achmatova – Trittico

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Strinsi le mani sotto il velo oscuro…
“Perché oggi sei pallida?”
Perché d’agra tristezza
l’ho abbeverato fino ad ubriacarlo.

Come dimenticare? Uscì vacillando,
sulla bocca una smorfia di dolore…
Corsi senza sfiorare la ringhiera,
corsi dietro di lui fino al portone.

Soffocando, gridai: “E’ stato tutto
uno scherzo. Muoio se te ne vai”.
Lui sorrise calmo, crudele
e mi disse: “Non startene al vento.”

1911

Non è il tuo amore che domando.
Si trova adesso in un luogo conveniente.
Stanne pur certo, lettere gelose
non scriverò alla tua fidanzata.
Però accetta saggi consigli:
dalle da leggere i miei versi,
dalle da custodire i mie ritratti,
sono così cortesi i fidanzati!
e conta più per queste scioccarelle
assaporare a fondo una vittoria
che luminose parole d’amicizia,
e il ricordo dei primi, dolci giorni…
Ma allorchè con la diletta amica
avrai vissuto spiccioli di gioia
e all’anima già sazia d’improvviso
tutto parrò un peso,
non accostarti alla mia notte trionfale.
Non ti conosco.
E in cosa potrei esserti d’aiuto?
Dalla felicità io non guarisco.

1914

Bevo ad una casa distrutta,
alla mia vita sciagurata,
a solitudini vissute in due
e bevo anche a te:
all’inganno di labbra che tradirono,
al morto gelo dei tuoi occhi,
ad un mondo crudele e rozzo,
ad un Dio che non ci ha salvato.

1934

Attilio Bertolucci – Vincitori!

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Si erano vestiti dalla festa
per una vittoria impossibile
nel corso fangoso della Storia.

Stavano di vedetta armati
con vecchi fucili novantuno
a difesa della libertà conquistata

da loro per la piccola patria
tenendosi svegli nelle notti afose
dell’agosto con i cori

della nostra musica
con il vino fosco
della nostra terra.

Vincenti per qualche giorno
vincenti per tutta la vita.

Omaggio alla Catalogna – George Orwell

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Nella caserma Lenin di Barcellona, il giorno prima del mio arruolamento fra i miliziani, ne vidi uno, italiano, ritto davanti al tavolo degli ufficiali.
Era un giovanotto dall’aspetto rude, sui venticinque o ventisei anni, capelli biondo-rossicci e spalle possenti. Il berretto di cuoio a punta gli calava fieramente su un occhio. Lo vedevo di profilo, il mento sul petto, mentre osservava con un cipiglio di perplessità una carta geografica che uno degli ufficiali aveva dispiegata sulla tavola. Qualcosa, sul suo volto, mi commosse profondamente. Era il volto di un uomo che avrebbe commesso un omicidio, gettato via la propria vita per un amico: il tipo di faccia che aspettereste in un anarchico, anche se con ogni probabilità egli era un comunista.

Olimpiadi 2008 e flash back

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L’odore secco del magnesio. La sensazione scivolosa sui piedi e la polvere che copre come una guaina i calli e i tagli delle dita. Emozioni che si arrampicano ogni volta che vedo un tappeto per il corpo libero o un volteggio, il cavallo.

Ognuna di noi aveva un gesto scaramantico prima di eseguire un esercizio.
Portava fortuna e scaricava la tensione competitiva, era un gesto nervoso
che aiutava a concentrarsi.
Una ritualità comica e seria contemporaneamente.
Strofinavo le mani e strizzavo una volta un occhio poi l’altro. Era un tic, credo.

Il pavimento era di linoleum, che si ottiene anche con l’aggiunta di amianto.
Noi questo non lo sapevamo. A me piaceva sdraiarmi, stanchissima,
sentire il fresco della superficie.
Emergeva pian piano l’odore di tappetini di plastica imbottiti, di sudori stantii,
di legno umido e un pò ammuffito, di piedi nudi e piccoli. Un respiro faticoso.

Addio a Mahmud Darwish

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Incatenarono la sua bocca
legarono le sue mani
alla roccia della morte
e dissero: “sei un assassino”.

Gli tolsero il cibo, gli abiti, le bandiere
lo gettarono nella cella dei morti
e dissero: “sei un ladro”.

Lo rifiutarono in tutti i porti
portarono via la sua piccola amata
e dissero: “sei un profugo”.

Oh tu, dagli occhi e le mani sanguinanti!
la notte è effimera,
ne la camera dell’arresto
ne gli anelli delle catene sono permanenti.

Nerone è morto, ma Roma no,
lotta persino con gli occhi!
e i chicchi di una spiga morente
riempiranno la valle di grano.

Un saluto alla voce più bella di Palestina
A Mahmud Darwish

Yasser Arafat, Mahmud Darwish, George Abash nel 1970.

Inedito Jack London – da Satisfiction

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TELIC ACTION & COLLECTIVE STUPIDITY
L’AZIONE EFFICACE E LA STUPIDITA’ COLLETTIVA

New York presenta uno dei più meravigliosi paradossi umani: la città è il ritratto delle meravigliose conquiste dell’uomo ma anche della sua monumentale stupidità. E’ un’avventura di natura colossale, tale da far scomparire qualsiasi altra avventura del vecchio mondo dal quale discendiamo -un abbaglio così colossale che Babilonia o Roma non reggono il confronto. Ad un primo sguardo, sembra che l’allegra, cruda stupidità aumenti in maniera direttamente proporzionale alla saggezza. Insomma: pare che più l’uomo diventa ragionevole, più la sua stoltezza cresca.
Prendiamo il caso di New York. La grande metropolitana e gli slanciati grattacieli alti sino alle nuvole dimostrano che le conquiste ingegneristiche di questa città sono così notevoli da non trovare paragoni nella storia del pianeta. Ti puoi mettere comodo e senza affaticare le gambe ti spediscono da un posto all’altro stando sotto terra, sulla terra e sopra la terra. E poi c’è l’ascensore. Come dice Gerald Stanlee, è il meccanismo democratico che concede il privilegio a chiunque di stare come al primo piano anche anche se sei al ventesimo.
Per farla breve: a New York puoi trovare la più perfetta delle innumerevoli invenzioni che l’uomo ha escogitato per aiutare se stesso nella ricerca della felicità. Ma proprio qui, dove la ricerca della felicità ha avuto il beneficio della più grande espressione dell’intelligenza umana, trovi una prodigiosa quantità di felicità e un altrettanto prodigiosa quantità di infelicità.
Centinania di migliaia di persone affollano interi distretti urlanti di strade popolari: il fetore di quesgli esseri è un’offesa contro i cieli ma anche contro le narici dei loro più fortunati concittadini. La vita e il traffico sono talmente congestionati da provocare sofferenze incalcolabili, attriti e conseguenti perdite di tempo e forza nervosa: intanto però, male e dolorose visioni abbondano.
La splendida organizzazione aziendale di tante industrie è controbilanciata dall’arcinota idiozia dell’organizzazione politica; la felicità e le comodità della Fifth Avenue dall’infelicità e dal dispiacere provocato dall’East Side; la velocità e la facilità con cui si possono raggiungere tanti luoghi, dalle distanze assurde tra gli stessi luoghi che sono ridicolmente esagerati in quantità; la facilità con cui si può godere di tante cose, dall’inabilità di fermarsi il tempo necessario per goderne veramente. In queste parole, un’entità intelligente di un altro pianeta penserebbe che questa metropoli gigantesca è un enorme conglomerato di demenza disseminata a casaccio da barlumi di razionalità.
Ad una analisi più attenta l’entità intelligente di un altro pianeta troverebbe il bandolo della matassa e dove lo troverebbe? Proprio nella diversità tra le azioni compiute dall’uomo quando è individuo e le azioni dell’uomo nella massa. In altre parole, l’individuo è capace di azioni efficaci e infatti le porta a termine adattando il proprio modo di agire in funzione degli obiettivi che si pone a lungo termine: questa è una cosa che la società non fa mai.
Un esempio. Il giovane che sceglie di dotarsi di un’istruzione completa lo fa affinchè la suddetta istruzione sia fatta su misura per lui, cosichè in un futuro remoto, sarà in grado di raccoglierne il frutto sottoforma di profitto e felicità. Questo gli permetterà di ottenere il massimo dalla proprioavita. Tutti gli esseri veramente intelligenti orientano la proprio vita seguendo questo modello; due, tre individui o un certo numero di individui possono organizzare un’azienda o una corporazione portando a termine collettivamente azioni efficaci; ma tutti gli individui di una società agglomerati in una massa, dimostrano di essere incapaci di un’azione efficace.
E dunque: la costruzione della metropolitana è l’azione efficace compiuta da chi l’ha progettata; ma la metropolitana è necessaria a causa della stoltezza collettiva della massa che dovrà trarne vantaggio: se questa massa fosse stata collettivamente evoluta, avrebbe organizzato le proprie faccende in modo tale da prevenire la congestione di New York -rendendo dunque inutile la costruzione della metropolitana.
Ecco com’è possibile comprendere il paradosso di New York- che poi è il paradosso della società e il paradosso della massa. Possiamo solo concludere che noi, in quanto creature ragionanti siamo, siamo nella stessa misura, singolarmente evoluti e collettivamente stolti. Ma possiamo trarne un’ulteriore conclusione dagli avvenimenti della nostra storia: la tendenza del nostro sviluppo va verso una crescente evoluzione collettiva, in modo da arrivare ad essere evoluti a livello collettivo quanto lo siamo già a livello individuale. E’ la verità alla base del concetto stesso di democrazia: ed è l’incapacità di comprendere questa verità a essere soprattutto responsabile del fatto che la democrazia, sinora, sia esistita invano e in un certo senso non abbia dato alcun frutto.

Traduzione di Davide Sapienza.
dalla rivista Satisfiction

Due risate contro l’afa estiva

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Vi segnalo questo simpatico
SONDAGGIO DELL’ESTATE

pubblicato su Carmilla.

Ariel – Sylvia Plath

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Stasi nel buio.
Poi l’insostanziale azzurro
riversarsi di altura e lontananze.

Leonessa di Dio,
come ci compenetriamo,
perno di talloni e ginocchia!- Il solco

si fende e passa, fratello
all’arco bruno
del collo che non posso afferrare,

bacche occhi-di-negro
gettano scuri
uncini-

nere boccate dolci di sangue,
ombre.
Qualcos’altro

mi solleva per l’aria-
Cosce, criniera;
scaglie dai miei talloni.

Bianca
Godiva mi spoglio-
morte mani, morte costrizioni.

E ora io
schiumo in grano, un luccichio di mari.
Il grido del bambino

si dissolave nel muro.
e io
sono la freccia,

la rugiada che vola
suicida, fatta con lo slancio
dentro l’occhio

scarlatto, il crogiolo del mattino.

(22 ottobre 1962)

A 28 anni dalla strage di Bologna

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La strage

I soccorsi

Le manifestazioni

Informazioni, documenti, iniziative su: Bologna 2 agosto 1980
Da Wikipedia: Strage di Bologna

A 28 anni dalla strage di Bologna – Io so di Pasolini

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Che cos’è questo golpe? Io so.

Io so.

Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).

Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.

Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.

Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.

Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).

Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.

Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.

Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.

Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.

Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.

Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.

Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo”, sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il ’68 non è poi così difficile. Tale verità – lo si sente con assoluta precisione – sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio.

Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all’editoriale del “Corriere della Sera”, del 1° novembre 1974. Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi. Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.

A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale. Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi. Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi – proprio per il modo in cui è fatto – dalla possibilità di avere prove ed indizi.

Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi. Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi. Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.

All’intellettuale – profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana – si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici. Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al “tradimento dei chierici” è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.

Ma non esiste solo il potere: esiste anche un’opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano. È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all’opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.

Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario – in un compatto “insieme” di dirigenti, base e votanti – e il resto dell’Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un “Paese separato”, un’isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel “compromesso”, realistico, che forse salverebbe l’Italia dal completo sfacelo: “compromesso” che sarebbe però in realtà una “alleanza” tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell’altro. Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.

La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l’altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività. Inoltre, concepita così come io l’ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l’opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.

Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch’essi come uomini di potere. Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch’essi hanno deferito all’intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l’intellettuale viene meno a questo mandato – puramente morale e ideologico – ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore. Ora, perché neanche gli uomini politici dell’opposizione, se hanno – come probabilmente hanno – prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono – a differenza di quanto farebbe un intellettuale – verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch’essi mettono al corrente di prove e indizi l’intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com’è del resto normale, data l’oggettiva situazione di fatto.

L’intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento. Lo so bene che non è il caso – in questo particolare momento della storia italiana – di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l’intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che – quando può e come può – l’impotente intellettuale è tenuto a servire.

Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l’intera classe politica italiana. E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi “formali” della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.

Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico – non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento – deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.

Probabilmente – se il potere americano lo consentirà – magari decidendo “diplomaticamente” di concedere a un’altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon – questi nomi prima o poi saranno detti.

Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.

Corriere della sera, 14 novembre 1974.

Ballate della violenza – Pier Paolo Pasolini

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I

Io sono un debole, non lo sa nessuno.
C’è una Forza, io la eleggo a sola
forza del mondo: Dio. La mia storia,
la nostra storia, è soltanto un fumo.
Per il nemico non posso avere amore.
democratico, sei un debole uomo,
e, per mano mia, sarai vinto:
dovrà tacere in te l’atroce istinto
alla libertà. Forse avrai da Dio perdono
da me no: io uccido, non convinco.

II

Io sono un nano, e non voglio saperlo.
C’è una grandezza, e in essa mi identifico.
La grandezza è la patria. Mi magnifico
in essa, lapide sopra il mio inferno.
Non ho odio pel nemico, io: ne ho schifo.
Sei un nano, democratico! Io, io,
io so, io ho la luce: tu no.
Per questo io ti impiccherò,
sacrilega coscienza del mio
amore per la grandezza che non ho.

III

Io sono un mediocre, e non c’è prova.
Per questo è sublime la mia idea
della Famiglia, l’umile epopea
del corso increato che mi giova
ogni giorno. Ho disprezzo per chi crea.
Tu sei mediocre, democratico!
Per questo, se ne ho l’ordine, ti ammazzo.
Eh già! uno del plotone, uno del mazzo!
La finirai di fare il fanatico
idealista, ti leverai del c….!

IV

Io sono un fallito: posso ammetterlo?
No, certo! Perciò con la paglietta
di traverso, compio la vendetta
con umorismo, con umiltà dialettica:
so l’Ideale, e detesto chi lo infetta.
Quanto a te, democratico fallito,
guarda che io, scherzando, so sparare:
reduci dai fronti d’Oltremare,
là dove tu, vigliacco, ci hai tradito,
posso uccidere in te l’Anti-ideale.

V

Io sono anormale, e, saperlo, non devo.
Isterico e ricattatore mi richiamo
alla Norma. Quanto più mi allontano
da me, in un cursus honorem ch’è sollievo
tragico, tanto più ripudio ciò che amo.
La tua diversità, democratico, è anormale:
io ti condanno alle buie zone
della schizofrenia, nella mia funzione
di Magistrato o Uomo d’Ordine: tremare
devi, tremare! tu, scandalo e passione.

VI

Io son o un servo: ma dirmelo è reato.
E chi può entrare nella mia coscienza?
Un servo è un mistero: vive senza
vita, fin da piccolo: figlio dedicato
all’Autorità, per antica obbedienza.
So che tu sei, democratico, un servo,
un servo d’altri idoli o nazioni.
Non crederai che io te la perdoni!
Un servo umile uccide quello superbo:
aspetta solo un cenno dei padroni.

VII

Io sono un decadente, e lo rifiuto.
C’è un livello stupendo, dove canta
il soldato, e la massaia è santa:
il livello dove splende la salute:
Chi non è sano rovina la pianta.
Marcio democratico, col bisturi
ti resecherò come cancrena:
dolce è la pianta de la vita serena
e tu co’l negar tuo lo rattristi.
Sì, ti schiaccerò: D’Annunzio insegna.

VIII

Io sono un mite: ma ne ho il pudore.
Fin da ragazzo nella mia cittadina
di provincia, la mia era una vita bizantina.
E così oggi che sono professore:
Il Conformismo è la mia medicina.
Democratico, illuso conformista
di altre idee, tu sei un me stesso
rovesciato, ma ugualmente ossesso.
Perciò ti ucciderò, quasi per mistica
elelzione, Pindaro buffone del progresso!

IX

Io sono un immorale, e lo nascondo.
Con questo vizio, benchè nato bene
- nonni ex leoni e nonne ex iene,
perciò padre ricco – son venuto al mondo.
E’ la Morale, così, che mi sostiene.
Democratico, che tu sia immorale
mi pare ovvio, dato che tu critichi
la mia morale. Ti si deve azzittare,
vai condannato ad un carcere a vita:
e lì magari diventa immortale.

X

Io sono un porco, ma privatamente.
Piccolo borghese, una posizione
discreta, certamente! Diciamo generone,
con negozio al Tritone…Per frenare la gente
occorre il Buon Costume: è mia convinzione.
Porco democratico, stai attento!
‘Na cortellata in panza, si sta poco
a dartela, zozzone: col fuoco
non si scherza, non c’è argomento
pel piccolo borghese: il gioco è gioco.

XI

Io sono un povero, e ne sono umiliato.
Odio la povertà, e covo, traditore,
la religione del Possesso in cuore.
Attendo il giorno che sarò rispettato,
fuori dagli altri, fuori dalla storia.
Anche tu, democratico, sei povero:
perchè mi togli l’interiore speranza?
Ma il popolo sa il pericolo che avanza:
vai liquidato, tu e le tue nuove
filosofie: noi ci teniamo all’ignoranza:

XII

Io sono un capitalista, e lo so.
Deboli, nani, mediocri, falliti,
anormali, servi, decadenti, miti
immorali, porci, miseri: li do
al tuo Brecht, nuove maschere politiche.
Democratico classista, tu che sai
che non sanno ciò che sono, e sono
ciò che non sanno, non avrai perdono:
in qualche nuovo Buchenwald morrai,
fetide ossa senza luce e nome.

Bestemmia, Poesie disperse

L’amore di Maria – Fernando Pessoa

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Ofelia

MARIA

[...] Amo come l’amore ama.
Non conosco altra ragione di amarti che amarti.
Cosa vuoi che ti dica oltre a dirti che ti amo,
se ciò che ti voglio dire è che ti amo?
Non cercare nel mio cuore…

Quando ti parlo, mi duole che tu risponda
a quel che dico e non al mio amore.
Quando l’amore non c’è, non si fanno discorsi:
si ama e si parla per capirsi.
Posso sentirti dire che mi ami
senza che tu me lo dica, se capisco che mi ami.
Ma tu pronunci parole he hanno senso
e ti dimentichi di me
: anche se parli
solo di me, non ti rammenti che io ti amo.
Ah, non chiedermi nulla: piuttosto parlami
in modo tale che, anche se fossi sorda,
ti sentirei soltanto con il cuore.

Se ti vedo non so chi sono; amo.
Se mi manchi [...]

Ma tu, amore, fai in modo di mancarmi
anche se sei con me, perchè chiedi
quando devi amarmi. Se non ami,
mostrati indifferente, o non volermi,
ma tu sei come mai nessuno è stato,
poichè cerchi l’amore per non amare,
e, se mi cerchi, è come se io soltanto fossi
qualcuno per parlarti di chi ami.
Dimmi, perchè l’amore ti rattrista?

Ti stanco? Posso stancarti se mi ami?
Nessuno al mondo ho amato come tu mi ami.
Sento che mi ami, ma che non ami nulla,
e ciò che sento non lo so di capire.

Dimmi una sola parola più sentita
di queste parole che, come perdute, tu cerchi,
e trovi solo cenere.

Quando ti vidi, già molto prima io ti avevo amato.
Nell’incontrarti io ti ho ritrovato
nacqui per te prima che il mondo fosse.
Mai fui così felice o un’ora allegra
che io abbia avuto lungo la mia vita,
che non lo fosse perchè ti prevedevo,
perche in essa tu, futuro, eri,
e con la stessa allegria e ugual piacere
con cui più tardi t’avrei amato. Quando,
bambina, giocavo ad avere marito,
dovevo ancora crescere e non lo sentivo,
quel che mi appagava eri già tu,
e seppi solo dopo, nel vederti,
e compresi meglio il senso,
e il mio passato fu come una strada
illuminata innanzi, quando
i fanali della carrozza girano alla curva
della strada e la notte è tutta umana.

Hai forse un segreto? Confidalo, che io so tutto
di te, se me lo dirai con l’anima.
Potrai dirmelo con parole difficili,
io capirò solo perchè ti amo.
Se il tuo segreto è triste, con te
piangerò finchè non lo dimenticherai.
E se non puoi dirlo, dimmi che mi ami,
e io capirò senza volere il tuo segreto.
Quando ero una bambina, sento
che già oggi ti amavo, ma da lontano,
come si possono vedere le cose da lontano
ed essere felici solo nel pensare
ad arrivar dove ancora non si arriva.

Amore, dimmi una cosa affinchè ti avverta!
[...]

(Faust, Atto III)

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