La Repubblica di Domodossola fu uno degli episodi più belli e gloriosi della Resistenza italiana; la città e decine di paesi di tutte le valli ossolane conobbero il sapore della libertà nel settembre e ottobre 1944, quando i partigiani scacciarono con le armi le forze nazifasciste.
La repubblica resistette per 45 giorni.
Per questa coraggiosa insuerrezione la Valdossola ebbe la medaglia d’oro al valor militare. L’insurrezione, anticipatrice di quella dell’aprile 1945, venne cancellata con un tremendo rastrellamento sferrato dalla divisione alpina Monterosa, alcuni battaglioni “M”, reparti della X Mas e della S. Marco, paracadutisti della Folgore, appoggiati da formazioni di artiglieria tedesche.
In questa poesia Fortini descrive un momento tristissimo: un distaccamento partigiano negli ultimi giorni della ritirata, attende, senza speranza, il sopraggiungere dei nemici.
E il tuo fucile sopra l’erba del pascolo.
Qui siamo giunti
siamo gli ultimi noi
questo silenzio che cosa.
Verranno ora
verranno
E il tuo fucile nell’acqua della fontana.
Ottobre vento amaro
la nuvola è sul monte
chi parlerà per noi.
Verranno ora
verranno.
Inverno ultimo anno
le mani cieche la fronte
e nessun grido più.
Voglio una vita a forma di spina
su un piatto azzurro
voglio una vita a forma di cosa
sul fondo di un coso solitario
voglio una vita a forma di sabbia fra le mani
a forma di pane verde o di brocca
a forma di molle ciabatta
a forma di “dirindindina”
di spazzacamino o di lillà
di terra piena di sassi
di barbiere selavaggio o di piumino folle
voglio una vita a forma di te
ed io l’ho, ma non mi basta ancora
non sono mai contento.
Mi piacerebbe
Mi piacerebbe
diventare un grande poeta
e la gente
mi metterebbe
serti di lauro sulla testa
ma ecco
non ho
abbastanza passione per i libri
e penso troppo a vivere
e penso troppo alla gente
per essere sempre contento
di non scrivere che vento
Un uomo passeggiava tutto nudo
Un uomo passeggiava tutto nudo
il vestito in mano
il vestito in mano
non sarà forse una cosa geniale
ma mi fa ridere
il vestito in mano
il vestito in mano
ah ah ah ah ah ah ah
un uomo tutto nudo
passeggiava lungo la strada
il completo in mano.
Cantilenano le brigate dei vecchi
la stessa litania.
Compagni!
sulle barricate! Barricate di cuori e di anime.
è vero comunista solo chi ha bruciato
i ponti della ritirata.
Basta con le marce, futuristi,
un balzo nel futuro!
Non basta costruire una locomotiva:
fa girare le ruote e fugge via. Se un canto non saccheggia una stazione,
a che serve la corrente alternata?
Ammonticchiate un suono sopra l’altro,
e avanti,
cantando e fischiettando.
Ci sono ancora buone consonanti:
erre,
esse,
zeta.
non basta allineare,
adornare i calzoni con le bande.
Tutti i soviet insieme non muoveranno gli eserciti,
se i musicisti non suoneranno la marcia
portate i pianoforti sulla strada,
alla finestra agganciate il tamburo! Il tamburo
spaccate e il pianoforte,
perché un fracasso ci sia,
un rimbombo.
Perché sgobbare in fabbrica,
perché sporcarsi il muso di fuliggine,
e, la sera,
sul lusso altrui sbattere gli occhi sonnacchiosi?
Basta con le verità da un soldo.
ripulisci il cuore dal vecchiume. Le strade sono i nostri pennelli.
Le piazze le nostre tavolozze.
Non sono stati celebrati
dalle mille pagine del libro del tempo
i giorni della rivoluzione!
Nelle strade, futuristi,
tamburini e poeti!
Prendiamo dalle ombre del tramonto
gocce di pioggia fina.
Notte lunga di sole nascosto,
sotto le proprie ombre ovunque
raccogliamo feriti, morti. Teniamo stretta la rabbia
come qualcosa che si ama.
Gustiamo l’odio
come un alimento.
Retrocediamo ma…
ritorneremo domani!
Un giorno – l’undici-
ci strapparono la libertà
e settembre. Non sanno che di ottobre
ne abbiamo molti
nella nostra storia…
Generali,
sopra il vostro settembre
cadrà
anche il nostro ottobre!
Si passava sul presto al mercato dei pesci
a lavarci lo sguardo: ce n’era di argento,
di vermigli, di verdi, colore del mare. Al confronto col mare tutto scaglie d’argento.
Belle fino le donne dall’anfora in capo,
ulivigna, foggiata sulla forma dei fianchi
mollemente: ciascuno pensava alle donne,
come parlano, ridono, camminano in strada.
Ridevamo, ciascuno. Pioveva sul mare.
Per le vigne nascoste negli anfratti di terra
l’acqua macera foglie e racimoli. Il cielo
si colora di nuvole scarse, arrossate
di piacere e di sole. Sulla terra sapori
e colori nel cielo. Nessuno con noi.
Si pensava al ritorno, come dopo una notte
tutta quanta di veglia, si pensa al mattino.
Si godeva il colore dei pesci e l’umore
della frutta, vivaci nel tanfo del mare. Ubriachi eravamo, nel ritorno imminente.
Lo steddazzu da Paternità
L’uomo solo si leva che il mare è ancor buio
e le stelle vacillano. Un tepore di fiato
sale su dalla riva, dov’è il letto del mare,
e addolcisce il respiro. Questa è l’ora in cui nulla
può accadere. Perfino la pipa fra i denti
pende spenta. Notturno è il sommerso sciacquio.
L’uomo solo ha già acceso un gran fuoco di rami
e lo guarda arrossare il terreno. Anche il mare
tra non molto sarà come il fuoco, avvampante.
Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno
in cui nulla accadrà. Non c’è cosa più amara
che l’inutilità. Pende stanca nel cielo
una stella verdognola, sorpresa dall’alba.
Vede il mare ancor buio la macchia di fuoco
a cui l’uomo, per fare qualcosa, si scalda;
vede, e cade dal sonno tra le fosche montagne
dov’è un letto di neve. La lentezza dell’ora
è spietata, per chi non aspetta più nulla.
Val la pena che il sole si levi dal mare
e la lunga giornata cominci? Domani
tornerà l’alba tiepida con la diafana luce
e sarà come ieri e mai nulla accadrà.
L’uomo solo vorrebbe soltanto dormire. Quando l’ultima stella si spegne nel cielo,
l’uomo adagio prepara la pipa e l’accende.
La terra e la morte
poesie del 1945
Anche tu sei collina
e sentiero di sassi
e gioco nei canneti,
e conosci la vigna
che di notte tace. Tu non dici parole.
C’è un terra che tace
e non è terra tua.
C’è un silenzio che dura
sulle piante e sui colli.
Ci sono acque e campagne.
Sei un chiuso silenzio
che non cede, sei labbra
e occhi bui. Sei la vigna.
E’ una terra che attende
e non dice parola.
Sono passati giorni
sotto cieli ardenti.
Tu hai giocato alle nubi.
E’ una terra cattiva -
la tua fronte lo sa.
Anche questo è la vigna
Ritroverai le nubi
e il canneto, e le voci
come un’ombra di luna.
Ritroverai parole
oltre la vita breve
e notturna dei giochi,
oltre l’infanzia accesa. Sarà dolce tacere. Sei la terra e la vigna.
Un acceso silenzio
brucerà la campagna
come i falò la sera.
(30-31 ottobre 1945)
***
Tu non sai le colline
dove si è sparso il sangue.
Tutti quanti fuggimmo
tutti quanti gettammo
l’arma e il nome. Una donna
ci guardava fuggire.
Uno solo di noi
si fermò a pugno chiuso,
vide il cielo vuoto,
chinò il capo e morì
sotto il muro, tacendo. Ora è un cencio di sangue
e il suo nome. Una donna
ci aspetta alle colline.
Se la luna sorridesse, ti somiglierebbe.
Lasci la stessa impressione
di una grande bellezza, ma annientatrice.
Siete tutte e due grandi accaparratrici di luce.
La sua bocca ad O piange per il mondo; la tua testa resta immutata,
e il tuo primo dono è di trasformare in pietra ogni cosa.
Mi sveglio a un mausoleo; tu sei qui,
tamburelli le dita sul tavolo di marmo, cerchi le sigarette,
malevola come una donna, ma non così apprensiva,
muori dalla voglia di dire qualcosa che non ammetta risposta.
Anche la luna umilia i suoi sudditi,
ma di giorno è ridicola.
Le tue insoddisfazioni, invece,
arrivano nella cassetta della posta con amorosa regolarità,
bianche e vacue, espansive come monossido di carbonio.
Non c’è giorno al riparo da tue notizie,
sei a spasso per l’Africa, magari, ma pensi a me.
E nel momento in cui partì, si sentì investito – nor death itself would have been divestiture- in nome dell’autentico popolo d’Italia, ad opporsi in ogni modo al fascismo, a giudicare ed eseguire, a decidere militarmente e civilmente. Era un inebriante tanta somma di potere, ma infinitamente più inebriante la coscienza dell’uso legittimo che ne avrebbe fatto. Ed anche fisicamente non era mai stato così uomo, piegava erculeo il vento e la terra. (Beppe Fenoglio, Il Partigiano Johnny)
La “Ginetta” macchina d’assalto e combattimento dei partigiani
Furono anni in cui molti divennero diversi da ciò che erano stati prima. Diversi e migliori. La sensazione che la gente fosse divenuta migliore circolava nelle strade. Ognuno si sentiva di dare il meglio di sè. Questo spandeva intorno uno straordinario benessere, e quando ricordiamo quegli anni, ricordiamo il benessere insieme ai disagi, al freddo, alla fame e alla paura, che in quelle giornate non ci lasciavano mai. (Natalia Ginzburg)
Un settembre di fuoco e di morte era dunque giunto per Roma, una feroce antitesi alla stagione che fa invece del settembre romano il mese più dolce dell’anno. Delle giornate dell’armistizio e della battaglia per Roma si sa ormai tutto, gli storici le hanno ampiamente ricostruite e analizzate. Soltanto una cosa è stata largamente sottovalutata e rimane dunque misconosciuta: la partecipazione popolare alla lotta. Eppure la battaglia dei giorni 8, 9 e 10 ha il sottofondo di una vera epopea di cui lo scontro a Porta San Paolo, davanti alla piramide Cestia, è solo un episodio. Il più noto forse, ma una delle tante tessere che formano il grande mosaico della rivolta di popolo, un insieme ancora da comporre in tutta la sua interezza.
Da Cesare De Simone, Roma città prigioniera, Mursia.
Questo testo è ormai datato e sicuramente insiste troppo sulla componente popolare e di massa della resistenza romana (che c’è stata ma in forme minoritarie e diverse rispetto ad altri parti d’Italia, rispetto ad esempio al “triangolo industriale” o all’Emilia partigiana). Ha comunque il merito di raccontare non solo gli avvenimenti attraverso le testimonianze dirette dei protagonisti (partigiani, antifascisti della prima e della seconda ora) ma anche le impressioni, le sensazioni, i ricordi più o meno sfumati delle persone comuni, del popolo si direbbe.
Viste le ultime dichiarazioni del Ministro La Russa rileggerlo o leggerlo non fa certo male. Così…per comprendere e mobilitarsi affinchè la storia nn venga ri-scritta…e per giunta da personaggi di quella risma.
Esonerato. Va be siamo abituati a perdere, boemo caro. Certo allenare la Stella Rossa di Belgrado, malgrado non sia più QUELLA Stella così “rossa”, sembrava un piccolo dejavù capace di farci sognare ancora. Invece, in questo calcio, conta il risultato immediato, non lo spettacolo e l’ansia (quanta? tanta!) di un 4-3-3 (sbrocco pè te..si diceva a Roma) proposto e messo in campo all’infinito con orgogliosa coerenza. Perchè il bello è giocare una partita con tanti gol, tante azioni, tanti numeri. E con la squadra sempre in attacco. Anche se sei sotto di due reti. Anzi A MAGGIOR RAGIONE SE SEI SOTTO DI QUALCHE GOL.
Eeeeeeeeeeeeh…nessuno ti capirà mai Boè, in questo calcio triste e piatto.
Buona fortuna
Lev Ivanovic Yashin nacque a il 22 ottobre del 1929, nei pressi della capitale dell’allora Unione Sovietica.
La storia, seppur quella sportiva, lo vide protagonista del calcio sovietico e mondiale in un ruolo in cui nessuno più ne ha eguagliato il mito: quello del portiere.
Era altissimo, Lev, circa un metro e novanta, eppure dotato di riflessi impressionanti e, soprtattutto, di un formidabile intuito, che gli valsero il titolo di pallone d’oro (unico portiere, ad oggi) nel 1963 ed il soprannome, indimenticabile, di Ragno Nero, per via delle sue divise completamente nere.
Nato da una famiglia di lavoratori industriali, di operai, Lev Yashin iniziò anche lui la vita dell’operaio, nel pieno del secondo conflitto mondiale, a dodici anni.
Qui, vuole la leggenda, si allenava cercando di bloccare i bulloni d’acciaio che il padre gli lanciava. Quel che è certo è che la sua prima partita di calcio vero fu tra le file della squadra dilettante della fabbrica in cui lavorava.
Nome della squadra: Krasnyi Bogatyr.
L’incontro decisivo fu quello con i dirigenti della Dynamo Mosca, che colsero in lui, ragazzino appassionato di calcio ed innamorato di quelle figure che volavano tra i pali a render vani gli sforzi avversari, il loro futuro campione.
A introdurlo nella Dinamo Mosca fu l’allenatore della squadra nazionale di hockey su ghiaccio, altro sport per cui nutriva una passione smodata.
Già nel 1949, a soli venti anni, Lev Yashin era titolare tra i pali della squadra moscovita.
Tra quei pali ci rimase fino al 1971, per un totale di ventuno stagioni.
Tra quei pali vinse cinque titoli e tre coppe nazionali.
Tra pali simili a quelli, per capire il personaggio, vinse anche un titolo nel campionato di Hockey sul ghiaccio, nel 1953, durante una crisi nel suo club e verso il suo sport di appartenenza.
In ultimo, tra i pali divenne, a partire dal 1954, a crisi passata, il simbolo dello sport nell’intera Unione Sovietica. Immagine sublimata durante la vittoria delle olimpiadi nel 1956 e dei campionati europei del 1960.
Per il suo servizio sportivo prestato alla gente del suo paese, nel 1967 gli fu assegnato il prestigioso premio sovietico dell’Ordine di Lenin.
Nel 1971, allo stadio Lenin si Mosca, giocò la sua ultima partita con la Dinamo.
Di fronte aveva una squadra composta dalle maggiori stelle calcistiche europee, tra cui Pelé, Eusebio e Beckenbauer.
Intorno più di centomila spettatori innamorati di lui.
Prima di quella partita, Yashin era stato anche dall’altra parte, tra le file della squadra del resto del mondo, in una partita del 1963 contro la nazionale inglese. Stadio Wembley.
Quella fu tra le sue migliori partite di sempre, con un numero impressionante di parate splendide e decisive.
Yashin fu anche protagonista di tre campionati del mondo, pur all’interno di una squadra di basse pretese: nel 1958 in Svezia, nel 1962 in Cile e nel 1966 in Inghilterra. Durante i tre tornei riuscì a mantenere per quattro volte inviolata la sua porta.
Nel 1986 il Ragno Nero, in seguito ad un drammatico incidente stradale, è stato amputato di una gamba, prima di spegnersi quattro anni più tardi, in seguito a delle complicazioni sorte dopo un intervento chirurgico.
Da tutti viene oggi ricordato come il miglior portiere di tutti i tempi e dal 1994 è stato istituito un premio che porta il suo nome, riservato al miglior portiere di ogni edizione del campionato mondiale.
Nel 2000 la FIFA ha inserito Yashin nella squadra degli undici calciatori più forti del secolo, nominandolo portiere del secolo.
Tra i suoi numeri spiccano i ben 150 rigori parati in carriera, record mai più raggiunto da nessun portiere. Oltre a ciò il suo curriculum si arricchisce di 812 partite disputate, 75 partite da capitano con l’Unione Sovietica, due apparizioni in formazioni Resto del Mondo, nel 1963 e nel 1968.
A chi un giorno gli chiese il suo segreto, Yashin rispose divertito che il trucco stava semplicemente, prima della partita, nel fumarsi una sigaretta per rilassare i nervi e nel buttare giù un po’ di superalcolici per ben tonificare i muscoli…
E’ probabile che il segreto del Ragno Nero stesse altrove, nascosto a chi lo ammirò, a chi ancora oggi ne ricorda le gesta probabilmente anche lui stesso, il più grande, istintuale, portiere di tutti i tempi.
Krokodil, 1926, n.8, Lungo un aspro cammino. (campagna contro l’alcolismo)
Quando passa la sbornia
come la coscienza si fa severa nei nostri confronti,
quando nella confidenza del vicino di tavola
non ci accorgiamo dell’insinuarsi di un nemico.
Ma è terribile non credere a nessuno
e, nel continuo sforzo della vigilanza,
attribuire progetti tenebrosi
alla ribellione immatura, ma pura.
Nella diffidenza lo zelo non è un merito:
Un giudice cieco non serve bene il suo popolo.
E’ più terribile, per la fretta,
scambiare un amico per un nemico
che un nemico per un amico.
Polissena… Che costruii la mia carriera sulla tua esclusione; che tu non eri peggiore di me, nè meno adatta: ho voluto dirtelo prima che ti trascinassero via, vittima da macello, come me ora. Polissena: se avessimo scambiato le nostre vite: le nostri morti sarebbero state le stesse. E’ una consolazione? Hai avuto bisogno di consolazione? Ne ho bisogno io? Tu mi guardasti (mi vedevi ancora?). Io tacqui. Ti trascinarono via, alla tomba del feroce Achille. Achille la bestia.
Oh se costoro non conoscessero l’amore.
Oh se avessi strozzato con le mie mani, in quel primo giorno di guerra, colui il cui nome deve essere maledetto e dimenticato, anzichè stare a guardare come lui, Achille, strozzava il fratello, Troilo. Il rimorso mi rode, non si mitiga, Polissena. [...] Tu con i tuoi occhi grigi. Tu con la tua testa minuta, il bianco ovale del viso, la radice dei capelli nitidamente tagliata come dal coltello. Con quella fiumana di capelli, in cui ogni uomo non poteva fare a meno di affondare le mani. Tu, di cui ogni uomo che ti vedeva doveva innamorarsi, che dico, innamorarsi! Di cui doveva diventare schiavo, e non solo ogni uomo – anche alcune donne, anche Marpessa, credo, quando ritornò dall’esilio e non guardò più nessun uomo. E diventare “schiavo” è ancora un’espressione debole per il furore erotico e la frenesia che colse alcuni, come Achille la bestia, e senza che tu facessi alcunchè – questo deve esserti concesso…Polissena: sì, forse è possibile che di notte, nel vestibolo buio, io cadessi in errore, giacchè per quel motivo tu, che tutto quel che facevi lo facevi apertamente, avresti dovuto assicurarmi, molto tempo dopo, che maie poi mai Enea era stato da te, se l’ombra che vidi scivolare fuori dalla tua porta fosse stata davvero la sagoma di Enea?
Come fui sciocca. Come avrebbe potuto essere Enea uno che, avendo appena lasciato una donna, tocca il seno di un’altra, e poi fugge! Ah Polissena. Come ti muovevi. Vivace e impetuosa, e nello stesso tempo leggiadra. Come non deve muoversi una sacerdotessa. -E perchè no, diceva Pantoo, e faceva mostra della sua solida dottrina sulla natura di Apollo, il suo dio, di cui era pur sempre stato al servizio, nel santuario centrale, a Delfi in terra greca. Perchè non leggiadra, piccola Cassandra? Apollo è anche il dio delle Muse, no?-
Sapeva ferirmi, il greco. Riusciva a far trapelare che riteneva abbastanza barbariche le caratteristiche piuttosto rozze che noi popoli dell’Asia Minore attribuivamo al suo dio.
Questo non significava che non mi reputasse adatta, come sacerdotessa. Senza dubbio, diceva, c’erano alcuni tratti della mia natura che si addicevano al sacerdozio. Quali? Ecco -il mio desiderio di esercitare un’influenza sugli esseri umani; e come, sennò, una donna potrebbe dominare? Inoltre: il mio ardente desiderio di entrare in confidenza con la divinità. E, naturalmente, la mia repulsione ad accostare i maschi della terra.
Pantoo il greco agiva come se non conoscesse la ferita nel mio cuore; come se non gli importasse di instillare in questo cuore un’avversione di cui quasi non mi accorgevo, molto sottile, molto nascosta, contro di lui, il Primo Sacerdote. Il mio greco l’ho imparato da lui. E l’arte di ricevere un uomo, anche. In una delle notti in cui la sacerdotessa appena ordinata doveva vegliare presso il simulacro del dio, è venuto da me. Abilmente, quasi senza farmi male e in un certo senso con affetto fece quello che Enea, a cui io pensavo, non aveva avuto l’intenzione o la capacità di fare. Che fossi intatta, sembrò non meravigliarlo, nè quanto mostrassi di temere il dolore fisico. Con nessuno, neanche con me, sprecò mai una parola su quella notte. Dal canto mio non riuscivo a capire come potessi portarmi dentro odio e gratitudine verso la medesima persona.
Faccio la prova del dolore. Come il medico punge un arto per verificare se è insensibile, così io pungo la memoria. Prima che moriamo, può darsi che muoia il dolore. Se così fosse, questo sarebbe da raccontare, ma a chi? Qui nessuno, se non quelli che moriranno con me, parla la mia lingua. Faccio la prova del
dolore e penso agli addii, ciascuno fu diverso. Alla fine ci
riconoscevamo dalla coscienza che si trattava di un addio.
Talora alzavamo solo lievemente la mano. Talora ci
abbracciavamo. Noi, Enea ed io, non ci siamno più toccati.
Per un tempo infinito, mi sembra, fermò sopra di me quegli occhi, nel cui dolore non riuscii a discendere.
Pietà per le vetrine! Non vedete
trema la gelatina
impallidisce il prosciutto
terrorizzata la porchetta spalanca
gli occhi da deputato
Ahi! Cercando di fuggire
tutti avvinghiati sono i manichini
una bella sciatrice ha perso la testa
e il bel tennista muove
il moncherino scheggiato
le pellicce son scappate belando
ringhiando, soffiando (il più
veloce era il ghepardo)
Pietà per le vetrine! Un sasso
è entrato nella banca
e si vedeva benissimo
che non aveva una lira
un altro sasso
ha rotto un vaso cinese
un altro ha colpito al cuore
un bel tivù tedesco
spargendo intorno i colori
(è stato come scannare
un arcobaleno)
Ahi! le schegge dei dischi
hanno ferito le pareti. Anche
sul manifesto dei Caraibi
sulla scritta Saldi
calò la notte della serranda
Barbari!
Ci sarà la luna.
Ce ne sta
già un pò.
Eccola che pende piena nell’aria.
E’ Dio, probabilmente,
che con un meraviglioso
cucchiaio d’argento
rimesta la zuppa di pesce delle stelle.
(1916)
Fiaba su Cappuccetto rosso
C’era una volta al mondo un cadetto
che portava un rosso cappuccetto.
Fuor del cappuccetto che gli era toccato,
da nessun tratto rosso era segnato.
D’una rivoluzione gli vien detto
e lui subito si infila il cappuccetto.
Se l’erano spassata l’un dopo l’altro
il padre del cadetto e l’avo scaltro.
Un grandissimo vento si levò
e il cappuccetto in pezzi lacerò.
Diventò nero. Ma appena lo videro
I lupi della rivoluzione l’azzannarono.
Tutti conoscono i gusti lupini.
Lo divorarono con tutti i polsini.
Quando, ragazzi, politica farete
la fiaba del cadetto non scordate.
(1917)
Filosofia spicciola su luoghi profondi
Mi sto trasformando
non in Tolstoj, ma in grassone, -
mangio,
scrivo,
tonto dal calore.
Chi non ha filosofato sopra il mare?
L’acqua.
Ieri
l’oceano era maligno
come un diavolo,
oggi
è più mansueto
d’una colomba sulle uova.
Quale differenza!
Tutto scorre.
Tutto si trasmuta.
L’acqua
ha
il suo tempo:
ore di flusso,
ore di riflusso.
Ma dalla penna di Steklov
L’acqua
non si è mai ritirata.
Ingiusto.
Un pesciolino morto
galleggia solitario.
Pendono
le sue pinne
come alette ferite.
Galleggia da settimane,
e non ha casa
nè tetto.
Ci viene incontro,
più lento del corpo di una foca,
il piroscafo dal Messico,
mentre noi
vi andiamo.
Non è possibile altrimenti.
Divisione
del lavoro.
E’ una balena, dicono.
Può darsi.
una specie di Bednyj-pesce,
grosso tre bracciate.
Solo che Dem’jan ha i baffi in fuori
e la balena
in dentro.
Gli anni sono gabbiani.
Prendono il volo in fila,
e giù in acqua,
a impinzarsi di pescetti la pancina.
Sono spariti i gabbiani.
Propriamente parlando,
dove sono gli uccellini?
Io nacqui,
crebbi,
mi nutrirono con il poppatoio,-
ho vissuto
e lavorato,
diventando vecchiotto..
Ed ecco anche la vita passerà
come sono passate
le isole Azzorre.
ProletCultPost