Sul futurismo – dal blog di Paolo Nori

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Paolo Nori è un ottimo studioso di letteratura e avanguardie russe
(oltre che un favoloso narratore di storie).

Questo è l’inizio di un intervento al MiTo – Festival della Musica
che si è svolto recentemente a Torino.

Per avere delle idee chiare nell’inutile quanto scarno centenario
italiano del Manifesto futurista.

Buona lettura.

I futuristi russi, o cubofuturisti, all’inizio non si chiamavano futuristi russi. Cioè, in Russia, non si chiamano neanche adesso futuristi russi, si chiamano futuristi e basta, o cubofuturisti, ma allora, quando han cominciato, si chiamavano all’inizio Gilejani, da Gileja, regione della Crimea dove i fratelli Burljuk avevano casa, e poi, dopo un po’, budetljani, parola inventata da Chelbnikov che è stata tradotta come Futuriani, o come Uomini del futuro, e che potrebbe forse voler anche dire Quelli che sono quel che saranno. Han cominciato a chiamarsi futuristi solo nel 1913, tre anni dopo la loro prima uscita comune, un almanacco intitolato La trappola dei giudici, stampato sul retro della carta da parati nel 1910, del quale circolarono in tutto una ventina di copie, perché l’editore, David Burljuk, non aveva i soldi per pagare il tipografo, e il tipografo mandò al macero la maggior parte delle 400 copie stampate, Burljuk riuscì a salvarne solo una ventina, che sono oggi una rarità bibliogrfica, io ne ho avuta tra le mani la copia della biblioteca pubblica di San Pietroburgo, a me è sembrata bellissima, refusi compresi.

I futuristi russi, all’inizio, avevano nei confronti del futurismo un’atteggiamento non proprio amichevole. In uno dei loro primi manifesti si legge Ma cosa vogliono questi futuristi? Ma chi si pensano di essere? Considerazioni che non riguardano, probabilmente, i futuristi italiani, ma gli egofuturisti, che è tutta un’altra cosa, un’altra parrocchia, verrebbe da dire, o un’altra religione, se si considerano alcuni testi egofuturisti come il poema di Olimpov del 1913 intitolato Il fenomenale geniale poema Teoman del grande poeta mondiale Konstantin Olimpov, poema che ebbe una scarsa circolazione perché venne sequestrato pochi giorni dopo l’uscita porbabilmente perché il poeta si autoidentificava con Dio.

Vladimir Markov, nella sua Storia del futurismo russo, ricorda la prima volta che un futursita russo ha menzionato il futurismo italiano:

Un fatto interessante, scrive Markov è che David Burljuk nel corso di una conferenza tenuta a Mosca nel mese di gennaio del 1912, menzionò pubblicamente per la prima volta il futurismo italiano. Pur non sapendo pressoché nulla a quel tempo sul futurismo italiano, e non avendo visto un solo quadro dei futuristi itlaiani, Burljuk li accusò di sacrificare i principi dell’arte a favore della letteratura.

Qualche mese dopo, nel 1913, è proprio il pittore David Burljuk, che si può considerare il principale responsabile e attivista del fenomeno cubofuturista, che sceglie per il Gilejani il nome di cubofuturisti, nome col quale i Gilejani si presentarono in pubblico con l’almanacco La luna crepata, uscito apunto nel 1913. Da allora, i futuristi russi si sono molto preoccupati di essere considerati i primi futuristi al mondo, retrodatando la propria nascita fino al momento in cui avevano cominiato a lavoarare alla Trappola dei giudici (fine del 1909), e poi, siccome non bastava, fino alle prime pubblicazioni letterarie di Velimir Chelbinikov, che era considerato, allora, il capofila del movimento (un futurismo russo senza Chlebnikov era come un bolscevismo senza Lenin, scrive Markov).

Le tecniche, come dire, di marketing, di Burljuk, sono, rilette oggi, abbastanza fantasiose. Sembra sia stato lui a organizzare le lunghe tournée spettacolo della compagnia dei futuristi per tutta la Russia, e sembra che in ogni città in cui scendevano, Burljuik pagasse dei bambini che andavano in giro a gridare Arrivano i futristi, Arrivano i futuristi. E che una volta, a Rostov sul Don, i bambini, che avevano capito male, andarono in giro a gridare Arrivano i futbolisty, arrivano i futbolisty. Che tradotto sarebbe: Arrivano i calciatori, arrivano i calciatori.

(Fonte: Blog di Paolo Nori)

Gli uomini vuoti – T.S. Eliot

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womN-SMOKE

Siamo gli uomini vuoti
(Mistah Kurtz…he dead)


Siamo gli uomini vuoti
Siamo gli uomini impagliati
Che appoggiano l’un l’altro
La testa piena di paglia. Ahimè!
Le nostre voci secche, quando noi
Insieme mormoriamo
Sono quiete e senza senso
Come vento nell’erba rinsecchita
O come zampe di topo sopra vetri infranti
Nella nostra arida cantina

Figura senza forma, ombra senza colore,
Forza paralizzata, gesto privo di moto;

Coloro che han traghettato
Con occhi diritti, all’altro regno della morte
Ci ricordano – se pure lo fanno – non come anime
Perdute e violente, ma solo
Come gli uomini vuoti
Gli uomini impagliati..


II
Occhi che in sogno non oso incontrare
Nel regno di sogno della morte
Questi occhi non appaiono:
Laggiù gli occhi sono
Luce di sole su una colonna infranta

Laggiù un albero ondeggia
E voci vi sono
Nel cantare del vento
Più distanti e più solenni
Di una stella che si spegne.

Non lasciate che sia più vicino
Nel regno di sogno della morte
Lasciate anche che porti
Travestimenti così deliberati
Pelliccia di topo, pelliccia di cornacchia, doghe incrociate
In un campo
Comportandomi come si comporta il vento
Non più vicino -

Non quel finale incontro
Nel regno del crepuscolo


III
Questa è la terra morta
Questa è la terra dei cactus
Qui le immagini di pietra
Sorgono, e qui ricevono
La supplica della mano di un morto
Sotto lo scintillio di una stella che si va spegnendo.
E’ proprio così
Nell’altro regno della morte
Svegliandoci soli
Nell’ora in cui tremiamo
Di tenerezza
Le labbra che vorrebbero baciare
Innalzano preghiere a quella pietra infranta.


IV
Gli occhi non sono qui
Qui non vi sono occhi
In questa valle di stelle morenti
In questa valle vuota
Questa mascella spezzata dei nostri regni perduti
In quest’ultimo dei luoghi d’incontro
Noi brancoliamo insieme
Evitiamo di parlare
Ammassati su questa riva del tumido fiume
Privati della vista, a meno che
Gli occhi non ricompaiano
Come la stella perpetua
Rosa di molte foglie
Del regno di tramonto della morte
La speranza soltanto
Degli uomini vuoti.


V
Qui noi giriamo attorno al fico d’India
Fico d’India fico d’India
Qui noi giriamo attorno al fico d’India
Alle cinque del mattino.

Fra l’idea
E la realtà
Fra il movimento
E l’atto
Cade l’Ombra

Perché Tuo è il Regno

Fra la concezione
E la creazione
Fra l’emozione
E la responsione Cade l’Ombra

La vita è molto lunga
Fra il desiderio
E lo spasmo
Fra la potenza
E l’esistenza
Fra l’essenza
E la discendenza
Cade l’Ombra

Perché Tuo è il Regno
Perché Tuo è
La vita è
Perché Tuo è il

E’ questo il modo in cui finisce il mondo
E’ questo il modo in cui finisce il mondo
E’ questo il modo in cui finisce il mondo

Non già con uno schianto ma con un lamento.


Siamo gli uomini vuoti
Un penny per il vecchio Guy



Siamo gli uomini vuoti
Siamo gli uomini impagliati
Che appoggiano l’un l’altro
La testa piena di paglia. Ahimè!
Le nostre voci secche, quando noi
Insieme mormoriamo
Sono quiete e senza senso
Come vento nell’erba rinsecchita
O come zampe di topo sopra vetri infranti
Nella nostra arida cantina

Figura senza forma, ombra senza colore,
Forza paralizzata, gesto privo di moto;

Coloro che han traghettato
Con occhi diritti, all’altro regno della morte
Ci ricordano – se pure lo fanno – non come anime
Perdute e violente, ma solo
Come gli uomini vuoti Gli uomini impagliati..



II
Occhi che in sogno non oso incontrare
Nel regno di sogno della morte
Questi occhi non appaiono:
Laggiù gli occhi sono
Luce di sole su una colonna infranta

Laggiù un albero ondeggia
E voci vi sono
Nel cantare del vento
Più distanti e più solenni
Di una stella che si spegne.

Non lasciate che sia più vicino
Nel regno di sogno della morte
Lasciate anche che porti
Travestimenti così deliberati
Pelliccia di topo, pelliccia di cornacchia, doghe incrociate
In un campo
Comportandomi come si comporta il vento
Non più vicino -

Non quel finale incontro
Nel regno del crepuscolo



III
Questa è la terra morta
Questa è la terra dei cactus
Qui le immagini di pietra
Sorgono, e qui ricevono
La supplica della mano di un morto
Sotto lo scintillio di una stella che si va spegnendo.
E’ proprio così
Nell’altro regno della morte
Svegliandoci soli
Nell’ora in cui tremiamo
Di tenerezza
Le labbra che vorrebbero baciare
Innalzano preghiere a quella pietra infranta.



IV
Gli occhi non sono qui
Qui non vi sono occhi
In questa valle di stelle morenti
In questa valle vuota
Questa mascella spezzata dei nostri regni perduti
In quest’ultimo dei luoghi d’incontro
Noi brancoliamo insieme
Evitiamo di parlare
Ammassati su questa riva del tumido fiume
Privati della vista, a meno che
Gli occhi non ricompaiano
Come la stella perpetua
Rosa di molte foglie
Del regno di tramonto della morte
La speranza soltanto Degli uomini vuoti.



V
Qui noi giriamo attorno al fico d’India
Fico d’India fico d’India
Qui noi giriamo attorno al fico d’India
Alle cinque del mattino.

Fra l’idea
E la realtà
Fra il movimento
E l’atto
Cade l’Ombra

Perché Tuo è il Regno

Fra la concezione
E la creazione
Fra l’emozione
E la responsione Cade l’Ombra

La vita è molto lunga
Fra il desiderio
E lo spasmo
Fra la potenza
E l’esistenza
Fra l’essenza
E la discendenza
Cade l’Ombra

Perché Tuo è il Regno
Perché Tuo è
La vita è
Perché Tuo è il

E’ questo il modo in cui finisce il mondo
E’ questo il modo in cui finisce il mondo
E’ questo il modo in cui finisce il mondo

Non già con uno schianto ma con un lamento.

Non è poi così triste Venezia…

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COSMONAUTA

di Susanna Nicchiarelli

(sezione Controcampo italiano)

All’inizio degli anni sessanta Arturo e Luciana, fratello e sorella, comunisti convinti e appassionati, seguono insieme la cronaca della corsa allo spazio, tifando per i cosmonauti sovietici. A poco a poco però, mentre crescono, il rapporto tra i due si complica: Luciana, adolescente aggressiva e spregiudicata, comincia ad avere i primi fidanzati e a vergognarsi sempre di più di quel buffo fratellone che invece, forse per via dell’epilessia, sembra non maturare mai.

E questo il bel trailer del film: COSMONAUTA_TRAILER

Nella sezione Settimana internazionale della critica segnalo inoltre:

GOOD MORNING AMAN di Claudio Noce

Aman, ventenne somalo cresciuto a Roma, lavora presso un rivenditore di auto usate. La notte, poiché soffre di insonnia, cammina senza meta per le strade dell’Esquilino, tra la stazione Termini e piazza Vittorio. Una sera, introdottosi di nascosto sul terrazzo condominiale di un palazzo, fa la conoscenza di Teodoro, un ex pugile quarantenne dal passato oscuro. Tra i due nasce un’amicizia che via via si trasforma in un legame dai contorni fortemente ambigui. Teodoro si serve del ragazzo, ma a sua volta Aman intravede nel rapporto con l’uomo la possibilità di un riscatto sociale.

Intermezzo per ridere

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world

Ultimamente mi capita di leggere L’Espresso perchè “seguo” la raccolta degli Short Tales (anche se non è perfettamente corretto, diciamo spio, rubacchio, dò un’occhiata, leggo): i racconti brevi con testo originale a fronte che il settimanale sta proponendo. Nonostante l’inutilità (sono usciti già 17 racconti, quindi che segnalazione è? ma ormai è chiara la mia propensione per i voli pindarici tra passato e presente) apro una piccola parentesi sulla qualità dignitosa che hanno questi libelli. Sono quasi tutti miei (nostri, vostri, loro) compagni di infanzia, personalmente coloro che mi hanno “iniziato” alla lettura e alla letteratura. E allora:

Il diario di Adamo ed Eva di Mark Twain: raccontino vagamente misogino e pieno di stereotipi sessisti dell’epoca (il racconto è stato pubblicato nel 1906) ma molto divertente soprattutto nello stile e nei giochi di parole. La parte di Adamo l’ho trovata esilarante.

e ancora di Jerome Klapka Jerome, L’anima di Nicholas Snyders e Lo scherzo del filosofo.

(più intrigante il secondo racconto dove in una cena di commensali partecipa il fantasma del filosofo Kant)

Jack London, Il messicano: “Non lasciarti impressionare…e ricorda le istruzioni. Devi resistere. Non rimanere a terra. Se rimani a terra abbiamo istruzioni di riempirti di botte negli spogliatoi. Chiaro? Devi lottare”. Un London come al solito strepitoso e autobiografico.

Herman Melville, Il tavolo di melo: ancora devo leggerlo ma anche lui come gli altri va nella categoria Libri dell’infanzia

Jane Austen, Amore e amicizia: scritto a sedici anni questo raccontino mette alla sbarra la società borghese e la sua letteratura, utilizzando per di più quello stile melenso e formale della cultura inglese come arma contro i benpensanti (agli albori del femminismo insomma).

Charles Dickens, La casa dei fantasmi: anche questo ancora da leggere ma sulla fiducia…

Joseph Conrad, L’informatore: ricca di intrighi la storia che racconta Conrad riguardo la vita dell’anarchico Sevrin e la storia d’amore tra il protagonista e una ragazza di buona famiglia.

Insomma eccovi l’assaggio.

E ora il succo del mio post (anomalo direi)

Sfogliando L’Espresso incappo ieri in questo box minuscolo a fondo pagina. A me ha fatto proprio ridere. Ma voglio precisare che non sono una “fan” di Obama divertita. Sono una comunista che ride (amaramente ovvio) sulle sorti del socialismo..vero, presunto, virtuale.

Socialisti per ridere.

A Cortina l’ex ministro degli Esteri de Michelis discute del disegno politico di Barak Obama:
“Certo, definirlo neo-socialista mi fa un po’ ridere”.

Udito un signore tra il pubblico:
“Giustissimo. Però anche definire socialista De Michelis mi ha sempre fatto ridere”.

Da L’Espresso 3 settembre 2009.

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