gennaio 30, 2011
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura
1009, 2010, apienavoce, arte, autori, blog, chiapas, citazioni, compagni, Cultura, emancipazione, feltrinelli, fotografia, italia, josè saramago, l'ultimo quaderno, leggere, letteratura, libertà, libri, lily brik, lotta, memoria, messico, occhi, resistenza, roma, romanzi, rosso, sangue, saramago blog, scrivere

Ogni sangue ha la sua storia.
Scorre senza mai fermarsi nell’interno labirintico del corpo e non perde l’orientamento nè il senso, arrossa improvvisamente il volto o la fa impallidire fuggendone via, irrompe bruscamente da uno squarcio della pelle, si fa strato protettivo di una ferita, allaga campi di battaglia e luoghi di tortura, si trasforma in fiume sull’asfalto di una strada. Il sangue ci guida, il sangue ci risolleva, con il sangue dormiamo e con il sangue ci svegliamo, con il sangue ci perdiamo e ci salviamo, con il sangue viviamo, con il sangue moriamo. Si fa latte e alimenta i bambini in braccio alle mamme, si fa lacrima e piange per gli assassinati, si fa rivolta e alza un pugno chiuso e un’arma. Il sangue si serve degli occhi per vedere, capire e giudicare, si serve delle mani per il lavoro e per la carezza, si serve dei piedi per andare dove il dovere lo ha mandato.
Il sangue è uomo ed è donna, si copre di lutto o di festa, si mette un fiore alla vita, e quando assume dei nomi che non sono i suoi è perchè quei nomi appartengono a tutti coloro che sono dello stesso sangue.
Il sangue conosce tanto, il sangue conosce il sangue che ha.A volte il sangue monta a cavallo e fuma la pipa, a volte guarda con occhi asciutti perchè il dolore li ha seccati, a volte sorride con una bocca da lontano e un sorriso da vicino, a vlte nasconde il viso ma lascia trasparire l’anima, a volte implora la misericordia di un muro muto e cieco, a volte è un bambino sanguinante portato in braccio, a volte disegna figure vgili sulle pareti delle case, a volte è lo sguardo fisso di queste figure, a volte lo legano, a volte si slega, a volte si fa gigantesco per arrmapicarsi sulle muraglie, a volte ribolle, a volte si calma, a volte è come un incendio che tutto infuoca, a volte è una luce quasi dolce, un sospiro, un sogno, un capo dolcemente reclinato sul sangue che gli sta accanto.
Ci sono sangui che persono quando sono freddi bruciano. Quei sangui sono eterni come la speranza.
(da L’ultimo quaderno, 19 agosto 2009, Il sangue del Chiapas)

giugno 9, 2010
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura, donne
1993, amore, amore a prima vista, apienavoce, autori, caso, certezza, cespugli, citazioni, coincidenze, corridoi, Cultura, donna, evento, incertezza, infanzia, inizio, la fine e l'inizio, leggere, letteratura, libri, poesia, rosso, Scheiwiller, scrivere, seguito, strade, urss, wislawa Szymborska
Grazie mille al mio amico virtuale Davide per questa bella scoperta che mi ha fatto fare!

Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
È bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.
Non conoscendosi prima, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?
Vorrei chiedere loro
se non ricordano -
una volta un faccia a faccia
forse in una porta girevole?
Uno “scusi” nella ressa?
Un ‘ha sbagliato numerò nella cornetta?
- ma conosco la risposta.
No, non ricordano.
Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio
il caso stava giocando con loro.
Non ancora del tutto pronto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando un risolino
si scansava con un salto.
Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o il martedì scorso
una fogliolina volò via
da una spalla all’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, era forse la palla
tra i cespugli dell’infanzia?
Vi furono maniglie e campanelli
in cui anzitempo
un tocco si posava sopra un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.
Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.
Wislawa Szymborsa, La fine e l’inizio, Scheiwiller, 1993.
giugno 9, 2010
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura, politica
antifascismo, antonio gramsci, apienavoce, arte, artisti, autori, autori italiani, citazioni, comunismo, Cultura, fascismo, italia, leggere, letteratura, letteratura italiana, libertà, libri, morale, movimento letterario, realtà, rosso, scrivere, socialismo, storia, umanità, urss, vita

Che si debba parlare, per essere esatti, di lotta per una ‘nuova cultura’ e non per una ‘nuova arte’ (in senso immediato) pare evidente. Forse non si può neanche dire, per essere esatti, che si lotta per un nuovo contenuto dell’arte, poiché questo non può essere pensato astrattamente, separato dalla forma. Lottare per una nuova arte significherebbe lottare per creare nuovi artisti individuali, ciò è assurdo, poiché non si possono creare artificiosamente gli artisti.
Si deve parlare di lotta per una nuova cultura, cioè per una nuova cultura, cioè per una nuova vita morale che non può non essere intimamente legata a una nuova intuizione della vita, fino a che essa diventi un nuovo modo di sentire e di vedere le realtà e quindi mondo intimamente connaturato con gli ‘artisti possibili’ e con le ‘opere d’arte possibili’. Che non si possa artificiosamente creare degli artisti individuali non significa quindi che il nuovo mondo culturale, per cui si lotta, suscitando passioni e calore di umanità, non susciti necessariamente ‘nuovi artisti’; non si può, cioè, dire che Tizio o Caio diventeranno artisti, ma si può affermare che dal movimento nasceranno nuovi artisti.
giugno 8, 2010
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura
1951-2004, alluci, amore, anello, antonio gramsci, apienavoce, arte, auguri, autori, autori italiani, cancro, cataletto, citazioni, compagni, comunismo, cose, cucina, Cultura, diletta, donna, donna/uomo, edoardo sanguineti, feltrinelli, fotografia, gatto lupesco, gomiti, gruppo 63, italia, leggere, letteratura, letteratura italiana, libertà, libri, liguria, lingua, male/female, matta, me, mikrokosmos, morte, natiche, nazional-popolare, nozze d'argento, parole, pci, piemonte, poesia, politica, resistenza, romanzi, romanzo nero, romanzo rosa, rosso, saturno, scartabello, stracciafoglio, tè, telefono, tropico del cancro, urss, vecchiaia, vecchietti, vegeti, vita

A.A.A abile insenescente insensibilissimo (quasi) al piacere (non al dolore, anzi,
ahimè, ahiahiahiahi) offresi:
mi offro per essere leccato berliccato (come
un gelato); e poi per essere succhiato salivato, rimacinato mugolato,
e riciclato: e pompato (e spompato):
(come nuovo, ma usato: d’occasione):
scrivimi fermo posta, tu, raccomandata referenziata):
addì 9 settembre, da Pistoia:
da Cataletto, 1981
***
la triste, l’incostante, l’aggressiva, la morta; (quella che fu il mio tropico
del Cancro; e l’altra, che fu il mio anello di saturno): la contegnosa,
la spaiata, la matta:
me le voglio qui tutte, adesso, insieme, a mangiarmi
i miei polsi aperti, la mia lurida lingua, le mie docili dita, il mio fegato
fragile: (e il mio cuore, è l’usanza, fatto a pezzi): (e il mio cervello
già raggrinzito, e il mio ormai tenero sesso):
Tutto il resto è per te,
l’ultima, in cucina:
l’affaticata, la nervosa, la superstiziosa, la morbida:
da Scartabello, 1980
***

vengo, con la presente, a te, per chiederti formalmente di esentarmi dall’urgenza
dal comunicare, con te, per telefono: (io non posso battere zuccate disperate,
contro il primo muro che mi trovo a disposizione, ogni volta, capirai,
appena mollo giù il ricevitore):
(perchè, mia diletta, io non saprò mai
separare, stralciandole, le tue parole, a parte, dai tuoi gomiti, dai tuoi alluci,
dalle tue natiche, da tutta te); (da tutto me);
da Scartabello
***
se d’amore si muore, siamo morti noi:
siamo un romanzo d’appendice in atto: (anzi,
siamo un romanzo nazional-popolare, ma calibraticamente camuffato da romanzetto rosa): (anzi,
siamo un romanzo osè): (un rosè): (anzi, una coppia di vegeti, di vegetanti vecchietti,
torchiati nel torpido torchio delle nozze d’argento): (a un passo, a un pelo, appena,
da un romanzo nero): (siamo un romanzo rosso, quasi): e noi facciamo, parliamoci chiaro,
pena piena, e pietà
comunico le coordinate necessarie; torno da Como, è il 26
settembre, sono le 21,37, ho chiesto il conto al ristorante, prenderò il rapido
delle 21,50, e ti ho capito: è tutto:
perchè, per te, per me, non è possibile
sopportarla più oltre, questa ambivalenza insolubile, nel vino della vita che viviamo:
questa vita, anzi: (la vita): (annacquata, innacquata): e se ti dico e se ti scrivo che
non sono altro che un contemporaneo, a capirmi, a capirci, se va bene, abbiamo, in tutto
e per tutto, il 25% dei nostri eredi naturali, allo stato attuale delle cose:
così, con tanti auguri, ti aggiungo, poi, che noi
se d’amore si vive, siamo vivi:
da Stracciafoglio, 1977-79

novembre 11, 2009
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura, donne
alba, amicizia, amore, apienavoce, arte, aurora, autori, azzurro, baionette, barba, bestie, cielo, citazioni, città, compagni, comunismo, corona, croce, Cultura, deserto, destino, dio, dolore, donna, donna/uomo, emancipazione, febbre, feroci, fiume, flauto di vertebre, flutti, fotografia, gioia, giorno, goethe, guerra, hoffmann, inferno, italia, leggere, letteratura, libertà, libri, lily brik, londra, lotta, majakovskij, maledetta, mare, mondo, monete, mosca, nord, notte, occhi, oscuro, parigi, pene d'amore, personale, poesia, poesia russa, poeti russi, ragione, re, regina, roma, rosso, ruggito, russia, sacrificio, sangue, scrivere, socialismo, sofferenza, soviet, storia, tempesta, tombe, traviata, trono, tundra, urss, viso, vita, vladimir majakovskij
Da molto che non metto qualcosa del grande poeta della Rivoluzione.
Oggi mi sembra un giorno adatto per Il Flauto di Vertebre, un poema straziante, dedicato ad un amore finito, disperato, maledetto.
E’ un lungo travaglio questo poema, ma vale la pena.
Lo scritto d’amore più bello.

PROLOGO
A voi tutte che siete piaciute o piacete,
che conservate icone nell’antro dell’anima,
come coppa di vino in un brindisi,
levo il cranio ricolmo di canti.
Sempre più spesso mi chiedo
se non sia meglio mettere un punto
d’un proiettile sulla mia sorte.
Oggi darò
in ogni caso,
un concerto d’addio.
Memoria!
Raduna nella sala del cervello
le schiere inesauribili delle amate.
Da un occhio all’altro effondi il sorriso.
D’antiche nozze travesti la notte.
Di corpo in corpo effondete la gioia.
Che nessuno dimentichi una simile notte.
Oggi io suonerò il flauto
sulla mia colonna vertebrale.

1.
Miglia di strade i miei passi calpestano.
Dove andrò a nascondere il mio inferno?
Da quale Hoffmann celeste
sei stata concepita, maledetta?
Sono anguste le strade per una tempesta di gioia.
Gente adorna la festa senza posa attingeva.
Penso.
I pensieri, grumi di sangue,
infermi e rappresi strisciano via dal cranio.
Io,
taumaturgo di ogni tripudio,
non ho con chi andare alla festa.
Cadrò di schianto, supino,
sfracellandomi il cranio sulle pietre del Nevski!
Ho bestemmiato.
Ho urlato che Dio non esiste,
e lui ha tratto dal fondo dell’inferno
una donna che farebbe tremare una montagna,
e mi ha comandato:
amala!
Dio è soddisfatto.
Nell’erta sotto il cielo
un uomo tormentato s’è inselvatichito e spento.
Dio si strapiccia le mani.
Dio pensa:
aspetta, Vladimir!
L’ha escogitato lui, lui,
per non farmi scoprire il tuo mistero,
di darti un marito vero
e di porre sul pianoforte note umane.
Se furtivo m’accostassi alla soglia della tua alcova,
per far la croce sulla nostra coperta,
lo so,
si sentirebbe puzzo di lana bruciata
e fumo solfureo si leverebbe dalla carne del diavolo.
Ma invece fino all’alba
l’orrore che tu fossi condotta ad amare
m’ha sconvolto,
e le mie grida
ho sfaccettato in versi,
gioielliere già in preda alla follia.
Giocare a carte!
Sciacquare
nel vino la rauca gola del cuore!
Non ho bisogno di te!
Non voglio!
Non importa,
lo so
che creperò fra breve.
Se è vero che esisti,
o Dio
o mio Dio,
se hai intessuto il tappeto di stelle,
se questo tormento,
moltiplicato ogni giorno,
è, Signore, una prova mandata giù da te,
indossa la toga del giudice.
Aspetta la mia visita.
Sono puntuale,
non tarderò di un giorno.
Ascolta, altissimo inquisitore!
Serrerò la bocca.
Non udranno un grido
dalle labbra morse.
Legami alle comete, come alle code dei cavalli,
trascinami,
squarciandomi sulle punte delle stelle.
Oppure,
quando l’anima mia sloggerà
per venire al tuo tribunale,
accigliandoti ottusamente,
come una forca
distendi la Via Lattea,
e subito impiccami come un criminale.
Fa’ quello che ti pare.
Squartami, se vuoi.
Io stesso, giusto, ti laverò le mani.
Però,
ascolta!
Portati via la maledetta,
che m’hai comandato d’amare!
Miglia di strade i miei passi calpestano.
Dove andrò a nascondere il mio inferno?
Da quela Hoffmann celeste
sei stata concepita, maledetta?

2.
Il cielo,
fumoso, immemore d’azzurro
e le nubi a brandelli come profughi
rischiarerò nell’alba del mio ultimo amore,
vivido come l’incarnato di un tisico.
La mia gioia ricoprirà il ruggito
dell’ammasso, dimentico
del tepore domestico.
Uomini,
ascoltate!
Uscite dalle trincee.
Combatterete dopo.
Anche se dura la battaglia,
ubrica di sangue e vacillante come Bacco,
le parole d’amore non sono vane.
Cari tedeschi!
Io so
che avete sul labbro
la Margherita di Goethe.
Muore il francese
sulla baionetta sorridendo,
cone un sorriso si schianta l’aviatore ferito,
se ricorda
il bacio della tua bocca,
Traviata.
Ma a me che importa
della rosea polpa,
che i secoli masticheranno?
Oggi stendetevi ad altri piedi!
canto te,
imbellettata,
fulva.
Forse di questi giorni,
orrendi come aguzze baionette,
quando i secoli avranno canuta la barba,
resteremo soltanto
tu
ed io,
che t’inseguirò di città in città.
Sarai mandata di là dal mare,
ti celerai nel covo della notte:
ti bacerò attraverso la nebbia di Londra
con le labbra di fuoco dei lampioni.
In lente carovane percorrerai i torrdi deserti,
dove stanno leoni in agguato:
per te
sotto la polvere, strappata dal vento,
sarà un Sahara la mia guancia ardente.
Con un sorriso sulle labbra guardami,
vedrai
che torero che io sono!
E d’improvviso
getterò sul tuo palco la mia gelosia
come l’occhio morente del toro.
Se portando il tuo passo distratto sul ponte,
penserai
che si sta bene laggiù,
sarò io
sotto il ponte la corrente della Senna,
e ti chiamerò,
digrignando i putridi denti.
Con un altro incendierai nel fuoco dei cavalli
Strelka o Sokolniki.
Io starò in alto a farti soffrire
come un’ignuda luna in attesa.
Sono forte,
avranno bisogno di me
e mi ordineranno:
muori in battaglia!
Il tuo nome
sarà l’ultimo
rappreso sul mio labbro lacerato dal proiettile.
Finirò sul trono?
o a Sant’Elena?
Dominati i flutti tempestosi della vita,
sarò ugualmente candidato
al regno dell’universo
e al lavoro forzato.
Se è mio destino d’essere re,
il tuo viso
ordinerò di coniare al mio popolo
nell’oro vivo dell mie monete!
O laggiù,
dove si scolora il mondo nella tundra,
dove traffica il fiume col vento del nord,
sul ferro graffierò il tuo nome, Lilia,
e le catene bacerò nel buio della galera.
Ascoltate, immemori dell’azzurro cielo,
irsuti,
come bestie feroci.
Al mondo, forse,
questo ultimo amore
è un’alba vivida come l’incarnato di un tisico.

3.
Scorderò l’anno, la data, il giorno.
Mi chiuderò solo con un foglio di carta.
Avverati, magia sovrumana,
delle parole illuminate di pianto!
Oggi, appena entrato nella tua casa,
mi sono sentito
a disagio.
Tu celavi qualcosa nell’abito di seta
e s’effondeva nell’aria un profumo d’incenso.
Sei felice?
Hai risposto un freddo:
“Molto.”
L’inquietudine ha rotto l’argine della ragione.
Accumulo disperazione, nel delirio della febbre.
Ascolta,
tannto non ci riesci
a celare il cadavere.
Scagliami in viso la parola terribile.
Ogni tuo muscolo urla
lo stesso
come in un megafono:
è morto, è morto, è morto.
No,
rispondi.
Non mentire!
(Come farò a tornare indietro così?)
Come due tombe
ti si scavano gli occhi nel viso.
Le due fosse si inabissano.
Non se ne vede il fondo.
Mi sembra
di crollare sul palco dei giorni.
Come una fune, ho teso l’anima sul precipizio
e vi ho fatto l’equilibrista, giocoliere di parole.
Lo so,
ormai l’ha consunto l’amore.
Da tanti segni indovino la noia.
Fammi tornare giovane nell’anima.
La gioia del corpo fa’ di nuovo conoscere al cuore.
Lo so,
per una donna sempre si paga.
Non fa niente,
se intanto,
non ti vestirò conl’elegante abito di Parigi
ma soltanto col fumo della sigaretta.
Il mio amore,
come un apostolo d’età remote,
diffonderò per mille e mille strade.
Da secoli è pronta per te una corona,
ove sono incastonate le mie parole:
arcobaleno di spasimi.
Come fecero vincere Pirro
gli elefanti con passi di due quintali,
così io ho sconvolto il tuo cervello col passo del genio.
Invano.
Non potrò piegarti.
Gioisci,
gioisci
d’avermi finito!
Ora è tale l’angoscia che desidero
soltanto fuggire al canale
e il capo cacciare nell’acqua digrignante.
Mi hai offerto le labbra.
Con quanta indifferenza.
Le ho sfiorate e m’hanno ghiacciato.
M’è parso di baciare in penitenza
un monastero intagliato nella fredda pietra.
Hanno sbattuto
la porta.
É entrato lui,
rorido della gaiezza delle strade.
Io
come un gemito mi sono spezzato in due.
Gli ho gridato:
“Va bene!
Me ne andrò!
Va bene!
Rimarrà tua.
Ricoprila di stracci,
le sete appesantiscono le sue timide ali.
Bada che non s’involi.
Appendile al collo
come una pietra collane di perle!”
Oh, questa
che notte!
Ho spremuto a non finire la mia disperazione.
Al mio pianto e al mio riso
il muso della stanza s’è torto in una smorfia d’orrore.
E come una visione sorse a te il tuo sembiante,
sul suo tappeto effondevi l’aurora dei tuoi occhi,
quasi un sogno evocasse un nuovo Bialik
un’abbagliantte regina ebraica di Sion.
Nel tormento ho piegato i ginocchi
dinanzi a colei che non è più mia.
A mio paragone
re Alberto,
arresosi con tutte le sue fortezze,
è un festeggiato ricolmo di regali.
Indoratevi al sole, fiori ed erbe!
Dilagate in primavera, vita di tutti gli elementi!
Io un solo veleno desidero:
bere e bere sempre versi.
Tu che hai saccheggiato il mio cuore,
privandolo di tutto,
e nel delirio m’hai lacerato l’anima,
accogli, cara, il mio dono,
forse più nulla io potrò inventare.
Ornate a festa la data di oggi.
Avverati,
magia simile alla passione di Cristo.
Vedete,
sulla carta sono trafitto
con i chiodi delle parole.

(1915)
…non si può che amare la terra con cui hai condiviso il freddo,
quello più intimo, il ghiaccio perenne che mi porto dentro…
settembre 28, 2009
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura
1909, 1913, apienavoce, arte, autori, avanguardie, avanguardie artistiche, blog, chelbnikov, citazioni, città, cubofuturismo, Cultura, David Burljuik, don, egofuturismo, futurismo, futurismo italiano, futurismo russo, italia, konstantin olimpov, leggere, letteratura, libri, manifesto dei futuristi, mito festival della musica, paolo nori, poesia, poesia russa, poeti russi, rivoluzione, roma, romanzi, rosso, rostov, russia, scrivere, teoman, torino, vladimir markov
Paolo Nori è un ottimo studioso di letteratura e avanguardie russe
(oltre che un favoloso narratore di storie).
Questo è l’inizio di un intervento al MiTo – Festival della Musica
che si è svolto recentemente a Torino.
Per avere delle idee chiare nell’inutile quanto scarno centenario
italiano del Manifesto futurista.
Buona lettura.

I futuristi russi, o cubofuturisti, all’inizio non si chiamavano futuristi russi. Cioè, in Russia, non si chiamano neanche adesso futuristi russi, si chiamano futuristi e basta, o cubofuturisti, ma allora, quando han cominciato, si chiamavano all’inizio Gilejani, da Gileja, regione della Crimea dove i fratelli Burljuk avevano casa, e poi, dopo un po’, budetljani, parola inventata da Chelbnikov che è stata tradotta come Futuriani, o come Uomini del futuro, e che potrebbe forse voler anche dire Quelli che sono quel che saranno. Han cominciato a chiamarsi futuristi solo nel 1913, tre anni dopo la loro prima uscita comune, un almanacco intitolato La trappola dei giudici, stampato sul retro della carta da parati nel 1910, del quale circolarono in tutto una ventina di copie, perché l’editore, David Burljuk, non aveva i soldi per pagare il tipografo, e il tipografo mandò al macero la maggior parte delle 400 copie stampate, Burljuk riuscì a salvarne solo una ventina, che sono oggi una rarità bibliogrfica, io ne ho avuta tra le mani la copia della biblioteca pubblica di San Pietroburgo, a me è sembrata bellissima, refusi compresi.
I futuristi russi, all’inizio, avevano nei confronti del futurismo un’atteggiamento non proprio amichevole. In uno dei loro primi manifesti si legge Ma cosa vogliono questi futuristi? Ma chi si pensano di essere? Considerazioni che non riguardano, probabilmente, i futuristi italiani, ma gli egofuturisti, che è tutta un’altra cosa, un’altra parrocchia, verrebbe da dire, o un’altra religione, se si considerano alcuni testi egofuturisti come il poema di Olimpov del 1913 intitolato Il fenomenale geniale poema Teoman del grande poeta mondiale Konstantin Olimpov, poema che ebbe una scarsa circolazione perché venne sequestrato pochi giorni dopo l’uscita porbabilmente perché il poeta si autoidentificava con Dio.
Vladimir Markov, nella sua Storia del futurismo russo, ricorda la prima volta che un futursita russo ha menzionato il futurismo italiano:
Un fatto interessante, scrive Markov è che David Burljuk nel corso di una conferenza tenuta a Mosca nel mese di gennaio del 1912, menzionò pubblicamente per la prima volta il futurismo italiano. Pur non sapendo pressoché nulla a quel tempo sul futurismo italiano, e non avendo visto un solo quadro dei futuristi itlaiani, Burljuk li accusò di sacrificare i principi dell’arte a favore della letteratura.
Qualche mese dopo, nel 1913, è proprio il pittore David Burljuk, che si può considerare il principale responsabile e attivista del fenomeno cubofuturista, che sceglie per il Gilejani il nome di cubofuturisti, nome col quale i Gilejani si presentarono in pubblico con l’almanacco La luna crepata, uscito apunto nel 1913. Da allora, i futuristi russi si sono molto preoccupati di essere considerati i primi futuristi al mondo, retrodatando la propria nascita fino al momento in cui avevano cominiato a lavoarare alla Trappola dei giudici (fine del 1909), e poi, siccome non bastava, fino alle prime pubblicazioni letterarie di Velimir Chelbinikov, che era considerato, allora, il capofila del movimento (un futurismo russo senza Chlebnikov era come un bolscevismo senza Lenin, scrive Markov).
Le tecniche, come dire, di marketing, di Burljuk, sono, rilette oggi, abbastanza fantasiose. Sembra sia stato lui a organizzare le lunghe tournée spettacolo della compagnia dei futuristi per tutta la Russia, e sembra che in ogni città in cui scendevano, Burljuik pagasse dei bambini che andavano in giro a gridare Arrivano i futristi, Arrivano i futuristi. E che una volta, a Rostov sul Don, i bambini, che avevano capito male, andarono in giro a gridare Arrivano i futbolisty, arrivano i futbolisty. Che tradotto sarebbe: Arrivano i calciatori, arrivano i calciatori.
(Fonte: Blog di Paolo Nori)
settembre 7, 2009
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura, spettacoli
amicizia, amore, apienavoce, cinema, claudia pandolfi, claudio noce, comunismo, cosmonauta, Cultura, culture, fiction, film, good morning aman, guerra fredda, Intrattenimento, italia, laika, missioni nello spazio, mostra del cinema di venezia, multiculturalità, parito comunista, pci, razzismo, roma, spazio, spettacoli, sputnik, susanna nicchiarelli, urss, valerio mastandrea, venezia, xenofobia

COSMONAUTA
di Susanna Nicchiarelli
(sezione Controcampo italiano)
All’inizio degli anni sessanta Arturo e Luciana, fratello e sorella, comunisti convinti e appassionati, seguono insieme la cronaca della corsa allo spazio, tifando per i cosmonauti sovietici. A poco a poco però, mentre crescono, il rapporto tra i due si complica: Luciana, adolescente aggressiva e spregiudicata, comincia ad avere i primi fidanzati e a vergognarsi sempre di più di quel buffo fratellone che invece, forse per via dell’epilessia, sembra non maturare mai.
E questo il bel trailer del film: COSMONAUTA_TRAILER
Nella sezione Settimana internazionale della critica segnalo inoltre:
GOOD MORNING AMAN di Claudio Noce
Aman, ventenne somalo cresciuto a Roma, lavora presso un rivenditore di auto usate. La notte, poiché soffre di insonnia, cammina senza meta per le strade dell’Esquilino, tra la stazione Termini e piazza Vittorio. Una sera, introdottosi di nascosto sul terrazzo condominiale di un palazzo, fa la conoscenza di Teodoro, un ex pugile quarantenne dal passato oscuro. Tra i due nasce un’amicizia che via via si trasforma in un legame dai contorni fortemente ambigui. Teodoro si serve del ragazzo, ma a sua volta Aman intravede nel rapporto con l’uomo la possibilità di un riscatto sociale.
luglio 25, 2009
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura, I LIBRI DEGLI ALTRI
alberto sordi, alluscherai, amore, apienavoce, arte, autori, autori italiani, baldini e castoldi, bugizio, cielo, citazioni, cleopatra, Cultura, diamanti, egitto, esc, escher, fosco maraini, giorno, gnosi delle fanfole, il giorno ad urlapicchio, italia, le pietre preziose, leggere, letteratura, letteratura italiana, libertà, libri, luce, maro marcellini, nuvole, pettirossi, pietre, pini, poesia, poesia metasemantica, poesie, poesti italiani, roma, romanzi, rosso, scrivere, scrivere. leggere
Un esempio di poesia metasemantica.
Per sapere di più sull’autore Fosco Maraini consiglio il suo SITO.
Per qualche nozione sulla metasemantica e per un’altra fànfola vi linko la voce di Wikipedia
(piccola parentesi: le note sono state curate da Maro Marcellini. Sono molto utili e spassose e vale la pena trascriverle tutte.)
Sarebbe opportuno, anzi direi sarebbe addirittura canonico, presentarsi con un piccolo preambolo teorico. Signori, potrei dire, eccovi alcuni esperimenti di poesia metasemantica.
Ora mi spiegherò. Per millenni il procedimento principe seguito nella formazione e nell’arricchimento del patrimonio linguistico è stato questo: dinanzi a cose, eventi, emozioni, pensieri nuovi, o ritenuti tali, trovare suoni che dessero loro foneticamente corpo e vita, che li rendessero moneta del discorso.
A tale intento, in genere, servivano suoni che già venivano impiegati per significati consimili. Inventi il cannocchiale e sommi canna con occhiale […], talvolta serve il nome d’una persona (siluetta, besciamella), tal altra il nome d’un luogo (pistola, baionetta) […]. Nella poesia, o meglio nel linguaggio metasemantico, avviene proprio il contrario. Proponi dei suoni e attendi che il tuo patrimonio d’esperienze interiori, magari il tuo subconscio, dia loro significati, valori emotivi, profondità e bellezze. È dunque la parola come musica e come scintilla” (F.Maraini)

Il giorno ad urlapicchio
Ci sono giorni smègi e lombidiosi [1]
col cielo dagro e un fònzero gongruto[2]
ci son meriggi gnàlidi budriosi[3]
che plògidan sul mondo infrangelluto[4],
ma oggi è un giorno a zìmpagi e zirlecchi[5]
un giorno tutto gnacchi e timparlini[6],
le nuvole buzzìllano, i bernecchi[7]
ludèrchiano coi fèrnagi tra i pini[8];
è un giorno per le vànvere, un festicchio
un giorno carmidioso e prodigiero[9],
è il giorno a cantileni, ad urlapicchio[10]
in cui m’hai detto “t’amo per davvero”.
[1] …smègi: come dice il protagonista de La citta morta di D’Annunzio: “Un giorno smegio mi donasti i baci”; lombidiosi: pieni di appuntamenti e di opportunità ma non sempre favorevoli. Classico giorno lombidioso fu il 15 marzo del 44 a.c (le Idi). Proprio quel giorno Caio Giulio Cesare venne raggiunto da ben 23 sorprese, a mezzo pugnale, che posero fine ad ogni suo cruccio.
[2] …fònzero gongruto: vento di scirocco umido e attaccaticcio. Quando soffia per lunghi periodi le vesti della gente si trasformano in carta moschicida e le forme di pecorino si squagliano come la ceralacca vicino al fuoco.
[3] … ci son meriggi gnàlidi: i classici pomeriggi dell’isola di Giava adatti alla coltivazione di riso, canna da zucchero e tabacco. Per la coltivazione del cocomero invece, sono più adatti i meriggi mànfani del golfo di Taranto.
…budriosi: con sole o senza sole: a piacere.
[4] … infrangelluto: espressione napoletana che significa “infastidito, scaglionato”. Il femminile “infrangelluta” descrive perfettamente quella dolorosa espressione che assumono alcuni politici quando vengono trovati alle elezioni: “poverello…mò vedrai che faccia infrangelluta ci viene a Don Raffaele”.
[5] … zìmpagi e zirlecchi: ambedue le espressioni vengono dal più puro dialetto milanese. Mentre zimpagi sta per “spinte, pigiature”(es.: el muturìn del Gianni el va minga senza zimpagi), zirlecchi significa “saltelli, ballonzolii” (es.: el stradun che portava a Rogoredo l’era tucc un bus e inscì el furgùn faceva nà sfilada de zirlecchi).
[6] … gnacchi e timparlini: mutuati dall’antico sassone (ted. Gnakken und thimparlen). Ancora oggi in Germania gli gnacchi e i timparlini sono quei ciondoli che adornano la coda degli aquiloni o le ruote in cime al palo della cuccagna (Cfr. F.M.T Trabuchk, Spielen mit die Karussel, Archibildung, Bonn, 1955). In questo caso il poeta usa metaforicamente tali vocaboli per significare gaiezza, giovialità e speranza nel domani.
[7] …le nuvole buzzillano: quando non tira vento forte e quando la temperatura e tra i 16 e i 19 gradi centigradi. Se cala il vento e la temperatura scende, smettono.
…bernecchi: ginnaocefali, passeracei, dentilostri color ruggine dal capo quasi nudo (scient. Giainocephalus campus) che muggiscono come i vitelli. Vivevano solo in Brasile ma migrarono a seguito del calciatore Socrates (Fiorentina football club). Luderchiano coi fernagi.
[8] …fèrnagi: pettirossi, passeracei di sinistra (scient. Sylvia Nubecola). Vivono sui pini e luderchiano coi bernecchi.
[9] …giorno carmidioso e prodigiero: come ha spiegato molte volte il colonnello (poi generale), che leggeva le previsioni del tempo alla televisione, i giorni si dividono in “carmidiosi” e “prodigieri”. I primi iniziano col cielo sereno e finiscono con cielo nuvoloso, i secondi iniziano con il cielo nuvoloso e finiscono con il cielo sereno. Da ciò è facile dedurre che il giorno qui descritto dal poeta è iniziato con il cielo sereno, è diventato nuvoloso verso mezzogiorno poi, nel pomeriggio, si è ulteriormente rannuvolato rasserenatosi verso la fine della giornata.
[10] …ad urlapicchio: quando le nuvole buzzillano e i bernecchi luderchiano coi fernagi; quando tutto è carmidioso e prodigiero; quando lei vi ama…

Le pietre rare
Ahi quant’è bello il Dròspide gidioso[1]
coi drighi e gli sgamucci agariscenti![2]
Ed amo lo Sbifernio e il crapidioso[3]
Agglàrice coi fìnfoli raggenti.[4]
Hai visto forse un Drufo abbestonato?[5]
O i Mògidi far luce in festalìa?
Hai visto Squiridio, un biforcato
Coterbàlo che incanta e tantalìa?[6]
Per te io voglio un Gèfide bugizio[7]
agghindorato in Plònice bardiero[8],
sarà cogli occhi tuoi un lucipizio;
m’alluscherai dal fondo del mistero[9].
[1] …il Dròspide: la pietra preziosa preferita da Cleopatra (69-30 a.c.).
Si narra che la fascinosa regina d’Egitto per impadronirsi di un Dròspide grande quanto un uovo di faraona (nel senso di gallina), fece uccidere il giovane fratello-sposo Tolomeo XIV.
…gidioso: che sprizza gidie (colori), iridescente.
[2] …drighi: minuscole venature.
…sgamucci agariscenti: sfaccettature che riverberano la luce e rendono multicolore la pietra. Sgamuccio significa anche: trucco, inghippo (es. “Quello che vince alle carte perché conosce mille sgamucci”)
[3] …Sbifernio: quarzo diafano di colore violetto con macchie granellose dello stesso colore, ma più chiare. La regina Elisabetta II d’Inghilterra possiede una collana con ben trecento Sbiferni incastonati e un solitario di 32 carati.
[4] …Agglàrice: pietra costituita da un fluosilicato di alluminio di colore giallo delicato con venature celesti. Tagliato a sbalzo diviene ancora più lucente (crapidioso) e acquista intensità di colore. È la pietra preferita dallo scrittore Aldo Busi che ne possiede moltissimi, montati su preziosi orecchini d’oro bianco.
…coi fìnfoli raggenti: coi riflessi scintillanti. N.B: fìnfoli (sing. fìnfolo = riflesso) deriva da un vocabolo dialettale ciociaro (es.: “Sto’ rincojonito vorebbe angora guidà la machina ma nun tiene li fìnfoli prondi come ‘na vorta”).
[5] …un Drufo abbestonato?: se magistralmente abbestonato da mani esperte in montature d’argento e d’oro, il Drufo è stupefacente, strabiliante! Nessuno può rimanere insensibili davanti a tanta bellezza.
[6] …uno Squiridio: sempre una gran bella pietra, ma niente a che vedere con il Drufo. Sarebbecome paragonare una passeggiatina sotto casa alla Marcialonga.
…Coterbàlo: è un silicato dello zirconio che fa una gran figura, specialmente quello biforcato (bicolore con striature multiple), ma ultimamente è passato di moda. Oggi viene usato esclusivamente da maghi e fattucchiere per gli incantesimi e i tantali ovvero la fatture di magia bianca che riavvicinano i coniugi.
[7] …un Gèfide bugizio: il Gèfide è la specie più rara del diamante (adamas, adamantis) perché durante la cristallizzazione del carbonio nel sistema monometrico acquista una luminosità cangiante inversamente proporzionale alla luce dell’ambiente in cui si trova. Ne esistono di due colori: celeste (sidiale) e giallo (bugizio). Anticamente il diamante era venerato da alcuni popoli della terra, oggi da tutti!
[8] …agghindorato in Plònice bardiero: che è il massimo della ricercatezza. Una raffinatezza da esperti (cfr. L’arte d’agghindorare, Pina Sotis, Tremese Editore, Mondovì, 1992).
[9] …m’alluscherai: è vero che allascare è azione eminentemente femminile ma risulta strano che il poeta usi tale termine nella chiusura di questi squisiti versi. Forse l’intento è quello di rendere più pungente (e svelato) il concetto finale? Questo popolaresco modo di dire ricorda i dialoghi di certi film interpretati dal grande Alberto Sordi: “Aho!guarda che se m’alluschi n’antro poco te zompo addosso…”
luglio 24, 2009
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura
amare, amore, apienavoce, autori, autori russi, bolscevichi, cane, chitarra, citazioni, città, commedia, comunismo, corda, Cultura, donna/uomo, Evtušenko, fotografia, giovane, italia, leggere, letteratura, libertà, libri, male/female, mokba, morte, mosca, non t'amo più, poesia, poesia russa, poeti russi, porta, promesse, roma, rosso, russia, scrivere, sentimentalismo, sentimenti, socialismo, tortura, urss, viaggi, vita

Non t’amo più…E’ un finale banale.
Banale come la vita, banale come la morte.
Spezzerò la corda di questa crudele romanza,
farò a pezzi la chitarra: ancora la commedia perchè recitare!
Al cucciolo soltanto, a questop mostriciattolo peloso, non è dato capire
perchè ti dai tanta pena e perchè io faccio altrettanto.
Lo lascio entrare da me, e raschia la tua porta, lo lasci passare tu, e raschia la mia porta.
C’è da impazzire, con questo dimenio continuo…
O cane sentimentalone, non sei che un giovanotto.
Ma io non cederò al sentimentalismo.
Prolungar la fine equivale a continuare una tortura.
Il sentimentalismo non è una debolezza, ma un crimine
quando di nuovo ti impietosisci, di nuovo prometti
e provi, con sforzo, a mettere in scena un dramma
dal titolo ottuso “Un amore salvato”.
E’ fin dall’inizio che bisogna difendere l’amore
dai “mai” ardenti e dagli ingenui “per sempre!”.
E i treni ci gridavano: “Non si deve promettere!”.
E i fili fischiavano: “Non si deve promettere!”.
I rami che si incrinavano e il cielo annerito dal fumo
ci avvertivano, ignoranti presuntuosi,
che è ignoranza l’ottimismo totale,
che per la speranza c’è più posto senza grandi speranze.
E’ meno crudele agire con sensatezza e giudiziosamente soppesare gli anelli
prima di infilarseli, secondo il principio dei penitenti incatenati.
E’ meglio non promettere il cielo e dare almeno la terra,
non impegnarsi fino alla morte, ma offrire almeno l’amore di un momento.
E’ meno crudele non ripetere “ti amo”, quando tu ami.
E’ terribile dopo, da quelle stesse labbra
sentire un suono vuoto, la menzogna, la beffa, la volgarità
quando il mondo falsamente pieno, apparirà falsamente vuoto.
Non bisogna promettere…L’amore è inattuabile.
Perchè condurre all’inganno, come a nozze?
La visione è bella finchè non svanisce.
E’ meno crudele non amare, quando dopo viene la fine.
Guaisce come impazzito il nostro povero cane,
raspando con la zampa ora la mia, ora la tua porta.
Non ti chiedo perdono per non amarti più.
Perdonami d’averti amato.
maggio 14, 2009
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura
antica grecia, apienavoce, arte, autori, banchetto, book, bookpolis, calzolai, citazioni, conciatori, cose, Cultura, drooker, fabbri, filosofi greci, filosofia, grecia, intelligenti, italia, leggere, letteratura, libertà, libri, parole, persona, platone, platonismo, ridere, roma, simposio, tensione
![12[1] Drooker__Bookpolis](http://apienavoce.files.wordpress.com/2009/05/1211.jpg?w=500)
Drooker__Bookpolis
..a prima vista sembrano discorsi ridicoli…
Parla di somari,
di fabbri o di calzolai oppure di conciatori,
e sembra che dica sempre le stesse cose
con le solite parole.
Uno senza cultura (e senza intelligenza)
li sente e si mette a ridere.
Ma apriteli questi discorsi,
cercate di entrarci dentro:
soltanto nel loro profondo
voi scoprirete quanto sono intelligenti,
e vi sembreranno ispirati
e pieni di simboli affascinanti,
e ne capirete la grande tensione,
e quanto badano a tutto quello che serve
per diventare una persona che vale.
(Simposio – Platone)
aprile 28, 2009
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura
1981, amore, apienavoce, aria, arte, attualità, autori, autori italiani, autori stranieri, cicuta, citazioni, classici, costume, critica letteraria, Cultura, culture, dove, dovere, einaudi, esther calvino, europa, fotografia, giornali, giornalismo, inconscio, istruzione, italia, italiani, Italiani vi esorto ai classici, italo calvino, jean jacque rousseau, l'espresso, leggere, letteratura, letteratura italiana, letteratura straniera, lettere, lettura, libertà, libri, libro totale, linguaggio, mallarmè, musica, nozionismo, opera, perchè leggere i classici, realtà, rispetto, roma, romanzi, rosso, rumore, scrittura, scrivere, scuola, simbolo, socrate, talismano, torino, università
Sono OLTREMODO affezionata a Calvino.
Nel 1981 scrive per “L’Espresso” un articolo intitolato Italiani, vi esorto a leggere i classici. Eccovelo tagliato alla buona, giusto per farsi un’idea…

Cominciamo con qualche proposta di definizione.
1. I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito: “Sto rileggendo…”
e mai “Sto leggendo…”
Il prefisso interativo davanti al verbo “leggere” può essere una piccola ipocrisia da parte di quanti si vergognano d’ammettere di non aver letto un libro famoso. Per rassicurarli basterà osservare che per vaste che possano essere le letture “di formazione” d’un individuo, resta sempre un numero enorme d’opere fondamentali che uno non ha letto.
2. Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli.
3. I classici sono libri che esercitano un’influenza particolare sia quando s’impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale.

La biblioteca di Giacomo Leopardi
4. D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima.
5. D’un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura.
6. Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.
7. I classici sono quei libri che ci arrivano portando su di sè la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sè la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato (o più semplicemente nel linguaggio o nel costume).
La lettura di un classico deve darci qualche sorpresa, in rapporto all’immagine che ne avevamo. Per questo non si raccomanderà mai abbastanza la lettura diretta dei testi originali scansando il più possibile bibliografia critica, commenti, interpretazioni. La scuola e l’università dovrebbero servire a far capire che nessun libro che parla d’un libro dice di più del libro in questione; invece fanno di tutto per far credere il contrario.
8. Un classico è un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sè, ma continuamente se li scrolla di dosso.
9. I classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti.

Naturalmente questo avviene quando un classico “funziona” come tale, cioè stabilisce un rapporto personale con chi lo legge. Se la scintilla non scocca, niente da fare: non si leggono i classici per dovere o per rispetto, ma solo per amore.
10. Chiamasi classico un libro che si configura come equivalente dell’universo, al pari degli antichi talismani.
Con questa defnizione ci si avvicina all’idea di libro totale, come lo sognava Mallarmè. Ma un classico può stabilire un rapporto altrettanto forte d’opposizione, d’antitesi. Tutto quello che Jean-Jacques Rousseau pensa e fa mi sta a cuore, ma tutto m’ispira un incoercibile desiderio di contraddirlo, di criticarlo, di litigare con lui.
11. Il “tuo” classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui.
12. Un classico è un libro che viene prima di altri classici ; ma chi ha letto prima gli altri e poi legge quello, riconosce subito il suo posto nella genealogia.
L’attualità può essere banale e mortificante, ma è pur sempre un punto in cui situarci per guardare in avanti o indietro. Per poter leggere i classici si deve pure stabilire “da dove” li stai leggendo, altrimenti sia il libro che il lettore si perdono in una nuvola senza tempo.
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13. E’ classico tutto ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno.
14. E’ classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona.
Non resta che inventarci ognuno una biblioteca ideale dei nostri classici; e direi che ssa dovrebbe comprendere per metà libri che abbiamo letto e che hanno contao per noi, e per metà libri che ci proponiamo di leggere e presupponiamo possano contare. Lasciando una sezione di posti vuoti per le sorprese, le scoperte occasionali.
Ora dovrei riscrivere tutto l’articolo facendo risultare ben chiaro che i classici servono a capire chi siamo e dove siamo arrivati e perciò gli italiani sono indispensabili proprio per confrontarli con gli stranieri, e gli stranieri sono indispensabili proprio per confrontarli agli italiani.
poi dovrei riscriverlo ancora una volta perchè non si creda che i classici vanno letti perchè “servono” a qualcosa. La ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici.
E se qualcuno obietta che non val la pena di fa tanta fatica, citerò Cioran (non un classico, almeno per ora, ma un pensatore contemporaneo che solo ora si comincia a tradurre in Italia):
“Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto.
- A cosa ti servirà? – gli fu chiesto.
- A sapere quest’aria prima di morire -”
in Perchè leggere i classici, Italo Calvino, 1991
aprile 10, 2009
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura, donne, I LIBRI DEGLI ALTRI, storia
1500, 500 italiano, acqua, amicizia, amore, apienavoce, arte, autori, avorio, campanile, citazioni, cortigiana, cortigiane, Cultura, diari, dildo, donna, donna/uomo, donne, erotism, erotismo, europa, italia, leggere, letteratura, letteratura erotica, libri, libri degli altri, male/female, mani, masturbazione, memorie, memorie di una cortigiana veneziana, murano, narrativa, negozio, pene, racconti, ridere, risata, roma, rosso, san giorgio, scrivere, sesso, sex, storia moderna, sughero, venezia, vetro
Intermezzo.
Spulciando qua e là: Memorie di una cortigiana veneziana, autrice a quanto pare anonima (o almeno io non sono riuscita a scoprirla).
Una piccola parentesi di letteratura erotica che inaugura la categoria: I LIBRI DEGLI ALTRI.
..e una chicca finale. Buona lettura.

[...]La descrizione dell’acquisto del dildo nel negozio di cristalli di Murano ci riempì di buonumore. Il negoziante le aveva chiesto di che musura lo volesse, e lei era rimasta così sbigottita da quella domanda che aveva risposto senza pensarci su: “il più grande che avete”.
Il negoziante era quindi tornato dal retrobottega portando con se un contenitore di tali dimensioni che Alina non poteva credere ai suoi occhi. Ella disse che più che di un dildo sembrava trattarsi di uno scalino per i piedi costruito per qualche bizzarro motivo a forma di pene. Aggiunse poi, rivolgendosi al negoziante, che no gli aveva chiesto il campanile di San Giorgio, e che sarebbe stato meglio vederne uno di dimensioni medio-piccole.
Il dildo in questione è ora poggiato sul tavolo qui davanti, e anche la sua misura appare spaventosa. E’ un oggetto di ottima fattura in vetro duro e liscio, dotato di un puntale estremamente realistico e di una piccola protuberanza a forma di testicoli dalla funzione di manico, in cui va inserito il tappo di sughero. Molte donne usano orinarci dentro, mentre Alina aveva preferito riempirlo di acqua calda. Abbiamo riso insieme all’idea che avrebbe inserito una provvista di acqua calda per il mio dildo nella lista dei compiti giornalieri di cui personalmente si occupava. Cara Alina.
Faustolla ha una vera collezione di questi oggetti, in legno, cuoio e avorio oltre che di vetro. Ella preferisce tuttavia fare con le mani quando, raramente, non dispone di un membro vero e proprio.[...]
Da Memorie di una cortigiana veneziana

aprile 8, 2009
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura, donne
1973, acqua, albero, amare, america latina, amore, anima, apienavoce, ardente, autori, baci, cile, citazioni, compagni, dittaura, donna, donna/uomo, elettrici, energia, esilio, felici, female, fianchi, freddo, gole, golpe, grigio, isole, italia, labirinto, latin, leggere, letteratura, libertà, libri, male, male/female, mare, notte, onde, pablo neruda, passione, poesia, poesie, poesie d'amore, resina, roma, rose, rosso, scrivere, spuma, sud america, trementina, uomo, veliero

Ubriaco di trementina e di lunghi baci,
guido il veliero delle rose, estivo,
che volge verso la morte del giorno sottile,
posato sulla solida frenesia marina.
Pallido e ormeggiato alla mia acqua famelica
incrocio nell’acre odore del clima aperto,
ancora vestito di grigio e di suoni amari,
e di un cimiero triste di spuma abbandonata.
Vado, duro di passioni, in sella all’unica mia onda,
lunare, solare, ardente e freddo, repentino,
addormentato nella gola di felici
isole bianche e dolci come freschi fianchi.
Trema nella notte umida il mio abito di baci
follemente carico di impulsi elettrici,
diviso in modo eroico tra i miei sogni
e le rose inebrianti che con me si cimentano.
Controcorrente, in mezzo a onde esterne,
il tuo corpo parallelo si ferma tra le mie braccia
come un pesce per sempre incollato alla mia anima,
rapido e lento nell’energia subceleste.
aprile 4, 2009
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura, donne
1963, america, amicizia, amore, angoscia, apienavoce, arte, autori, citazioni, colori, contusione, Cultura, cuore, dolore, donna, donna/uomo, fatale, femminismo, fotografia, italia, jack vettriano, leggere, letteratura, libertà, libri, male/female, mare, mosca, muro, on parade, pittura, poesia, poesie, poetesse, poeti, racconti, roccia, roma, romanzi, rosso, scrivere, segno, sofferenza, specchi, sylvia plath, usa, vett
Il colore affluisce nel punto, viola opaco.
Il resto del corpo è slavato,
colore di perla.
In un pozzo di roccia
il mare succhia ossessivo,
una cavità perno di tutto il mare.
Grande come una mosca,
il segno fatale
striscia giù per il muro.
Il cuore si chiude,
il mare rifluisce,
gli specchi sono velati.
(Da Poesie 1963)
marzo 28, 2009
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura, donne
amore, apienavoce, arte, autori, autori russi, baci, bene, bianco e nero, citazioni, coincidenze, Cultura, cuore, desideri, donna, donna/uomo, faust, female, fotografia, goethe, il maestro e margherita, italia, leggere, letteratura, libri, male, male/female, margherita, michail bulgakov, nudo, poesia, roma, romanzi, rosso, satana, scrivere, sesso, uomo

Triste è il mio cuore
più pace non ho
nè mai ritrovarla
in terra potrò.
Nel suo desiderio
divampa il mio petto
potessi qui averlo
tra le braccia stretto.
Potessi baciarlo
fin quasi a sfinire
e con i suoi baci
felice morire.
Si chiama La stanza di Margherita questo pezzo tratto dalla prima parte del Faust di Goethe. Inevitabile per me il rimando a Bulgakov e non solo per il fatal nome: Margherita. Quanto soprattutto per via della citazione con la quale Bulgakov inizia il romanzo appunto Il Maestro e Margherita:
“Dunque tu chi sei?”
“Una parte di quella forza
che vuole costantemente il Male
e opera costantemente il Bene”
marzo 20, 2009
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura, donne, memoria, storia
1940, 1966, addio, amore, apienavoce, arte, autori, berljioz, casa, censura, ciliegio, citazioni, città, compagni, comunista, Cultura, destalinizzazione, devil, diavolo, donna, donna/uomo, emancipazione, eroe, eterna fedelta, eterno amore, eterno rifugio, fantasia, faust, il maestro e margherita, immaginazione, italia, leggere, letteratura russa, letteratura straniera, levi matteo, libertà, libri, luna, magia, male/female, memoria, mezzanotte, michail bulgakov, mockba, mosca, narrativa, notte, oca, parole, politica, ponzio pilato, postumo, realismo socialista, roma, romanzi, rosso, russia, satana, satanismo, schubert, scrivere, socialismo, socialismo reale, sonno, soviet, stalin, storia, strada, surrealismo, urss, woland

Una parte di quella forza che vuole il Male e opera costantemente il Bene
“Perchè – proseguì Woland convincente e dolce – Oh, tre volte romantico Maestro, possibile che lei non voglia di giorno passeggiare con la sua compagna sotto i ciliegi che cominciano a fiorire, e di sera ascoltare la musica di Schubert? Possibile che non provi piacere a scrivere alla luce delle candele con una penna d’oca? Possibile che lei non voglia, come Faust, starsene su una storta nella speranza che le riesca di modellare un nuovo homunculus? Là, là! Là vi aspetta una casa e vecchio servo, le candele sono già accese, ma presto si spegneranno perchè incontrerete immediatamente l’alba. Per questa strada, Maestro, per questa strada! Addio, per me è ora!”
“Addio!” – con un sol grido risposero a Woland, Margherita e il Maestro. Allora il nero Woland, senza badare a strada alcuna, si gettò nel precipizio e dietro di lui, tumultuando, si slanciò il suo seguito. Intorno non c’erano più nè rocce, nè il ripiano, nè la strada illuminata dalla luna, nè Jerushalajim. Erano scomparsi anche i neri cavalli. Il Maestro e Margherita videro l’alba promessa. Essa cominciò subito, immediatamente dopo la luna di mezzanotte. Il Maestro camminava con la sua compagna nello splendore dei primi raggi mattutini attraverso un muschioso ponticello di pietra. Lo attraversarono. Il ruscello restò alle spalle dei fedeli amanti, ed essi andarono lungo una strada sabbiosa.
“Ascolta la quiete, – diceva Margherita al Maestro, e la sabbia frusciava sotto i suoi piedi nudi, – ascolta e godi ciò che non ti hanno mai concesso in vita: il silenzio. Guarda, ecco là davanti la tua casa eterna, che ti è stata data per ricompensa. Già vedo la trifora e la vite che s’attorce e s’alza fino al tetto. Ecco la tua casa, la tua casa eterna. So che alla sera ti verranno a trovare coloro che tu ami, che ti interessanno e che non ti inquieteranno. Suoneranno per te, canteranno per te, vedrai che luce ci sarà nella camera quando saranno accese le candele. Ti addormenterai, col tuo berretto consunto ed eterno, ti addormenterai col sorriso sulle labbra. Il sonno ti rinforzerà e saggi saranno i tuoi pensieri. E mandarmi via ormai non potrai. Il tuo sonno lo proteggerò io”.
Così parlava Margherita, seguendo il Maestro verso la loro casa eterna, e al Maestro parve che le parole di Margherita fluissero come fluiva e bisbigliava il ruscello lasciato alle spalle, e la memoria del Maestro, l’inquieta e martoriata memoria del Maestro, cominciò a spegnersi. Qualcuno lo lasciava libero, come poco prima egli aveva lasciato libero l’eroe da lui creato. Questo eroe era scomparso, era scomparso irrevocabilmente, perdonato nella notte tra il sabato e la domenica, il figlio del re astrologo, il crudele quinto procuratore della Giudea, il cavaliere Ponzio Pilato.
Da Il Maestro e Margherita.
marzo 17, 2009
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura, memoria, viaggi
amanti, amore, apienavoce, autori, autori italiani, bambagia, battaglie, cammello, cina, citazioni, città, commercio, Cultura, deserto, einaudi, equinozio, eufemia, fez, italia, italo calvino, kublai Kan, le città invisibili, leggere, letteratura, letteratura italiana, libertà, libri, lupo, marco polo, marocco, medioriente, memoria, mercato, narrativa, narrativa italiana, noce, noce moscata, papavero, parole, pistacchi, porta, porta reale, primavera, ricordi, roma, romanzi, rosso, scambi, scrivere, solstizio, sorella, storia, tesoro, torino, vento, viaggi, zenzero, zibibbo

_Marocco_Fez_
A ottanta miglia incontro al vento di maestro l’uomo raggiunge la città di Eufemia, dove i mercanti di sette nazioni convengono ad ogni solstizio ed equinozio. La barca che vi approda con un carico di zenzero e bambagia tornerà a salpare con la stiva colma di pistacchi e semi di papavero, e la carovana che ha appena scaricato sacchi di noce moscata e di zibibbo già affastella i suoi basti per il ritorno con rotoli di mussola dorata. Ma ciò che spinge a risalire fiumie attraversare deserti per nvenire fin qui non è solo lo scambio di mercanzie che ritrovi sempre in tutti i bazar dentro e fuori l’impero del Gran Kan, sparpagliate ai tuoi piedi sulle stesse stuoie gialle, all’ombra della stessa tenda scacciamosche, offerti con gli stessi ribassi di prezzo menzonieri. Non solo a vendere e a comprare si viene ad Eufemia, ma anche perchè la notte accanto ai fuochi tutt’intorno al mercato, seduti sui sacchi o sui barili o sdraiati su mucchi di tappeti, a ogni parola che uno dice -come “lupo”, “sorella”, “tesoro nascosto”, “battaglia”, “scabbia”, “amanti”- gli altri raccontano ognuno la sua storia di lupi, di sorelle, di tesori, di scabbi, di amanti, di battaglie. E tu sai che nel lungo viaggio che ti attende, quando per restere sveglio al dondolio del cammello o della giunca ci si mette a ripensare tutti i propri ricordi a uno a uno, il tuo lupo sarà diventato un altro lupo, tua sorella una sorella diversa, la tua battaglia altre battaglie, al ritorno da Eufemia, la città in cui ci si scambia la memoria a ogni solstizio e a ogni equinozio.
marzo 15, 2009
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura
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Se prima di ogni nostro atto ci mettessimo a prevedere tutte le conseguenze, a considerarle seriamente, anzitutto quelle immediate, poi le probabili, poi le possibili, poi le immaginabili, non arriveremmo neanche a muoverci dal punto in cui ci avrebbe fatto fermare il primo pensiero.
(Da Cecità di Josè Saramago, Einaudi)
marzo 13, 2009
A Piena Voce - Lily Brik
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Vedo grandi folle avanzare nel cammino aperto da Yarince
e dai guerrieri, quelli di oggi, quelli di allora.
Nessuno sarà padrone di questo corpo di laghi e vulcani
di questa mescolanza di razze,
di questa storia di lance;
di questo popolo amante del mais,
delle feste al chiaro di luna;
del popolo dei canti e dei tessuti di tutti i colori.
Nè lei nè io siamo morte senza un progetto, senza lasciare un’eredità.
Siamo tornate alla terra da dove ancora torneremo a vivere.
Popoleremo di frutti carnosi l’aria dei tempi nuovi.
Colibrì Yarince
Colibrì Felipe
danzeranno sulle nostre corolle
ci feconderanno eternamente.
Vivremo nel crepuscolo della gioia
nell’alba di tutti i giardini.
Presto vedremo il giorno colmo di felicità
le imbarcazioni dei conquistatori allontanarsi per sempre.
Saranno nostri l’oro e le piume
il cacao e il mango
l’essenza dei sacuanjoches.
Chi ama non muore mai.
Da La donna abitata, Gioconda Belli
marzo 12, 2009
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura, donne
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Il ratto di Proserpina
Nel testo di argot
Eva ha adorato il sole
ed il sole ha dorato Eva.
E, per questo,
nella lingua del piacere
risplendere
vuol dire godere
e lo dice.
***
Un uomo e una donna
non si sono mai visti.
Vivono ben lontani l’uno dall’altro
in diverse città.
Un giorno leggono
la stessa pagina
in uno stesso libro
nel medesimo tempo
e medesimo tempo
del primo minuto
della loro ultima ora
esattamente.
febbraio 28, 2009
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura
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Quest’anno il futurismo compie 100 anni. E cosa c’entra Pessoa?
Andiamo con ordine.
Gli eteronimi. In letteratura sono degli pseudonimi che hanno però una propria personalità, un background culturale proprio, appartengono a correnti letterarie diverse. Ognuno degli eteronimi di Pessoa nasce in un determinato luogo, è influenzato da un determinato tipo di letteratura, ha una vita tutta sua.
“Dal 1914 al 1935 quattro diversi poeti, diversi e perfino contrastanti per voce e temperamento, ma tutti ugualmente grandi e affascinanti per la complessità dei temi e la qualità del verso, poetano contemporaneamente, polemizzano epistolarmente, discutono pubblicamente, si redigono a vicenda prefazioni amichevoli ma compitissime (sempre dandosi del Lei, erano altri tempi), finchè, inspiegabilemente tacciono tutti allo stesso tempo, scomparendo nel nulla.”
Così scrive Tabucchi, il maggiore studioso di Pessoa in Italia, in un suo saggio molto interessante chiamato Un baule pieno di gente, prefazione al testo Una sola moltitudine, Adelphi.
Alvaro de Campos, Ricardo Reis, Albero Caerio, Berrnardo Soares..questi sono solo alcuni dei nomi più celebri a cui Pessoa diede VITA.
Nacquero e morirono con lui, come lui, precocemente, a 47 anni.
A marzo del 1914, l’anno in cui la colta Europa affilava le baionette, Fernando ebbe una specie di illuminazione. Quello fu un giorno triumfal per lui e nacquero dalla sua mente questi quattro autori. Apparirono nello specchio nel quale si guardava ogni giorno.
Chi sono più da vicino? Caeiro è il Maestro, l’anziano poeta, “l’olimpica e insieme tenebrosa ricognizione del mondo, il fenomenologo”; Reis il monarchico in esilio, poeta neo-classico; Alvaro de Campos, invece è il futurista.
Ecco svelata l’associazione tra centeneario del futurismo e Pessoa.
_Chi è Campos?_
Nacqua a Tavira, in Algarve, nel 1890, si laureò a Glasgow in ingegneria navale, anche se visse sempre a Lisbona senza esercitare la professione. La prima educazione la ricevette da uno zio sacerdote della Beira, che gli insegnò il latino. Nei primi mesi del 1914 fece un lungo viaggio in Oriente, via mare, da cui risultò l’esperienza poetica di Opiario, poi pubblicato retrodatato, un poemetto su temi liberty (il transatlantico, l’oppio, l’esotismo) intriso di un’ironia dandystica e volutamente futile, sul compasso di un Wilde e di un Laforgue. Ma pochi mesi dopo, nel giugno del 1914, Campos firmava l’Ode Triunfal, solenne e vitalistica celebrazione del brulichio del reale, che avrebbe fatto da manifesto al Modernismo portoghese. Campos fu la tipica figura di un certo avanguardista dell’epoca, borghese e antiborghese, raffinato e provocatorio, impulsivo, nevrotico e angustiato. Il suo Ultimatum ai mandarini letterari dell’epoca, pubblicato nel 1917 fu di questo atteggiamento il tipico marchio di fabbrica. La Grande Guerra assai più che efficace delle avanguardie ha spazzato l’Europa lasciandola deserta di valori e di certezze. Lo poesia di Campos, perso lo slancio degli eroici furori, sublima nell’ironia e nel cinismo una disperazione che da esistenziale si sta facendo ontologica. L’introspezionismo proustiano, via Gide, e con esso Pirandello e il pirandellismo, sono il nutrimentio della seconda avanguardia portoghese, quella “Presença” cui Campos collabora, con discrezione e riserbo, con le grandi poesie dell’assenza e del nichilismo: Apontamento (1929), Aniversario (1930), Tabacaria (1933).”
Da Un sola moltitudine, Adelphi Edizioni, 2000.
Ed eccovi tre poesie.
La prima contiene una non troppo velata ironia sull’italiano Marinetti.
E visto che non l’ho in simpatia affatto..la metto!
La seconda è sulle lettere d’amore e le parole sdrucciole.
In portoghese rende molto meglio, se siete curiosi si può anche aggiungere.
La terza sul niente. Sì, sul niente…
Buona lettura.

A.Negreiros, Ritratto di Fernando Pessoa
Ci arrivano tutti, ci arrivano tutti…
Un giorno o l’altro, salvo incidenti, ci arriverò anch’io,
visto che tutti, del resto, nascono per questo…
Non ho scampo se non morire prima,
non ho rimedio se non scalare il Grande Muro…
Se resto qui mi acchiapperanno per socializzarmi.
Ci arrivano tutti, per sono nati per Questo,
e si arriva solo al Questo per cui si è nati…
Ci arrivano tutti…
Marinetti, accademico…
Le Muse si sono vendicate con riflettori, caro mio,
alla fine ti hanno piazzato alla ribalta della vecchia cantina,
e la tua dinamica, sempre un pò all’italiana: ffiiiiiii…..
(s.d)

O poeta é um fingidor
Tutte le lettere d’amore sono
ridicole.
Non sarebbero lettere d’amore se non fossero
ridicole.
Anche io ho scritto ai miei tempi lettere d’amore,
come le altre,
ridicole.
Ma dopotutto
solo coloro che non hanno mai scritto
lettere d’amore,
sono
ridicoli.
Magari fosse ancora il tempo in cui scrivevo
senza accorgermene
lettere d’amore
ridicole.
La verità è che oggi
sono i miei ricordi
di quelle lettere
a essere ridicoli.
(Tutte le parole sdrucciole,
come tutti i sentimenti sdruccioli,
sono naturalemente
ridicole)
(21 Ottobre 1935)

Pessoa in portoghese significa "persona"
Non sto pensando a niente,
e questa cosa centrale, che a sua volta non è niente,
mi è gradita come l’aria notturna,
fresca in confronto all’estate calda del giorno.
Che bello, non sto pensando a niente!
Non pensare a niente
è avere l’anima propria e intera.
Non pensare a niente
è vivere intimamente
il flusso e riflusso della vita…
Non sto pensandoa niente.
Un dolore nella schiena o sul fianco,
un sapore amaro nella bocca della mia nima:
perchè, in fin dei conti,
non sto pensando a niente,
ma proprio a niente,
a niente…
(6 Luglio 1935)
febbraio 19, 2009
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura, donne, spettacoli
apienavoce, articolo, autori, autori italiani, carmilla, carmilla on line, cinema, cinema sovietico, citazioni, compagni, comunismo, Cultura, donna, dziga cacace, Ejzenštejn, film, fotografia, italia, leggere, lenin, letteratura, lily brik, lotta, male/female, narrativa, pellicola, recensioni, resistenza, ridere, ripresa, risata, rivoluzione, roma, romanzi, rosso, russia, scrivere, sesso, socialismo, stalin, storia, uomo, urss
Segnalo un articolo da Carmilla a firma di Dziga Cacace
http://www.carmillaonline.com/archives/2007/11/002435print.html
Questa una delle recensioni contenute in Oblique visioni (I) (II)
19-Il vecchio e il nuovo di Sergej M. Ejzenštejn, URSS 1929
Il buon vecchio Sergej non tradisce mai: da accanito collezionista, recupero l’ultimo orgasmico Ejzenštejn che mi mancava (a meno che Fuori Orario non mi regali, prima o poi, Il diario di Glumov, i primi due minuti girati dal Maestro di Riga, o il fotofilm de Il prato di Bezin, chissà). Avevo letto della particolare lettura erotica che S.M.E. faceva della rivoluzione, ma non credevo che si spingesse fino a tal punto: la rivoluzione è veramente un orgasmo e il modo per dirlo non è per niente metaforico. Marfa è una contadina spiantata: la costituzione di un kolkhoz le permette, assieme ad altri poveri braccianti, di contrastare l’egoistico strapotere dei kulaki; solo la collettivizzazione delle terre e la meccanizzazione dei procedimenti di coltivazione e allevamento possono consentire l’intensivo e redditizio sfruttamento delle terre. Il particolare messaggio (che diede adito a censure molto pesanti, in un momento in cui l’industrializzazione pesante era il vero obiettivo del regime sovietico, e che costrinse al forzato finale in cui mondo contadino e operaio si abbracciano) è narrato con partecipazione ed entusiasmo, spingendo la metafora sessuale a livelli imbarazzanti, al punto che non escluderei che i tanti problemi di visibilità che il film ha avuto possano risalire anche alla pruderie dello stato sovietico: la scena in cui viene dimostrata a Marfa e compagni la validità della scrematrice meccanica mostra una serie di sottintesi sessuali mica tanto occulti; sarò io fissato, ma gli ugelli della scrematrice che eiaculano la panna sul viso dell’estatica contadina, cosa sono se non un cumshot rivoluzionario?
febbraio 18, 2009
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura, donne
1977, affetto, amore, angoscia, apienavoce, ar, autori, autori italiani, citazioni, dipingere, donna, donna/uomo, edith, einaudi, emancipazione, fedeltà, femminismo, gelosia, infedeltà, italia, jack vettriano, la sposa americana, leggere, letteratura, letteratura italiana, libertà, libri, madre, male/female, Mario Soldati, maschilismo, mondadori, narrativa, narrativa italiana, ney york, pittura, possessione, rapporti di coppia, roma, romanzi, rosso, scrivere, sorella, the same old game, torino, tradimento, uomo, usa, verità, viaggio lungo le valli del po

The same old game - J. Vettriano
Tradimenti o supposti tradimenti – non ho mai avuto prove nè in un senso nè nell’altro- ce ne sono stati ancora, non pochi. E anche io la tradivo. [...] Certo. Cauto e minuzioso in ogni particolare, badavo a che Edith non scoprisse questi miei capricci. Qualunque tentazione non era più nemmeno una tentazione se accompagnata dal minimo pericolo che Edith venisse a sapere. E questo, non soltanto perchè avevo paura della sua gelosia e delle sue vendette, ma più ancora perchè la sua sofferenza sarebbe stata una sofferenza anche per me. Mi rendo conto che posso sembrare un ipocrita. Ma è la pura verità: in fondo, non mi sentivo colpevole, non avevo la coscienza di tradirla: esattamente come se Edith fosse una madre o una sorella che amavo più di ogni altra creatura al mondo ma in un modo tutto diverso e, in ogni caso, infinitamente di più. Nè esisteva per me nessuna possibile reciprocità. Ero gelosissimo di Edith. Il più piccolo sospetto che lei mi tradisse mi angosciava. Ma escludevo che i suoi eventuali tradimenti, da me soltanto sospettati, assomigliassero sia pure di lontano ai miei tradimenti reali, realmente perpetrati. Follia? Mi pareva invece saggezza, e mi confortavano le parole del mio vecchio amico e grande poeta: “L’uomo è un corpo veloce , la donna trattiene”. In quegli anni il femminismo non aveva ancora trionfato, e per me le altre ragazze non avevano importanza al di là dell’effimero piacere che mi davano. O piuttosto un’importanza ce l’avevano, sì, una sola e grandissima: erano stranamente collegate all’affetto che provavo per Edith.
Ancora una volta, devo precisare il senso di una realtà che allora mi sfuggiva. Allora mi dicevo semplicemente, stupidamente, che ero fatto così, che ero debole e diviso, un pò schizofrenico. Dopo lunghe e tormentose riflessioni, in tanti anni fino a oggi, credo di avere capito come stanno le cose per me, ma anche per moltissimi altri uomini e non diversamente per moltissime donne. L’amore indissolubile che a volte ci lega con una creatura sola implica la perdita della nostra libertà, e noi non ci sentiamo mai tanto innamorati di quella creatura come quando tentiamo, sapendo che è soltanto un tentativo, di liberarci di lei. In questo modo i tradimenti passeggeri sono dunque una forma infernale di fedeltà. Infernale, ossia crudele soltanto per noi: infatti, bisogna assolutamente che la creatura unica da noi amata non ne sappia nulla.
Da La sposa americana, 1977.
Ancora sul tradimento, la fedeltà, l’amore nei rapporti di coppia. Ho trovato questo filo e continuo a seguirlo. Ho iniziato qualche tempo fa con Milan Kundera:
FEDELTÁ E TRADIMENTO Il tradimento. Fin da piccoli il papà e il maestro ci dicono che è la cosa peggiore che si possa immaginare. Ma che cos’è questo tradire? Tradire significa uscire fuori dai ranghi. Tradire significa uscire dai ranghi e partire verso l’ignoto. Sabina non conosceva niente di più bello che partire verso l’ignoto.[...]
Fu nuovamente assalita dal desiderio di tradire: tradire il proprio tradimento. Annunciò al marito (non vedeva più in lui la testa calda, ma solo un fastidioso ubriaco) che lo avrebbe lasciato. Ma se tradiamo B, per il quale abbiamo tradito A, non ne deriva necessariamente che ci riconcilieremo con A. La vita della pittrice divorziata non somigliava alla vita dei genitori traditi. Il primo tradimento è irreparabile. Esso provoca una reazione a catena di nuovi tradimenti, ciascuno dei quali ci allontana sempre più dal punto del tradimento originario.
febbraio 5, 2009
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura, memoria, storia, viaggi
1997, abitudine, alberi, amarcord, anfiteatro flavio, apienavoce, arco di costantino, arte, banchiere, blu, borghese, campagna, carnevale, cattolici, cerere, chiesa, citazioni, città, come comportarsi a roma, confessione, confetti, cuore, diario, dormire, ebreo, elemosina, epigrammi, farina, fede, feste, festività, fotografia, francia, freddo, fuoco, ghiaccio, giacomo casanova, giornali, gogol a roma, huber robert, italia, leggere, lettaratura italiana, letteratura, letteratura europea, letteratura latina, letteratura russa, letteratura straniera, libertà, libri, lily brik, madre, marziale, mercante, monete, narrativa, narrativa italiana, Nicolaj Vasilevic Gogol, ozio, parigi, piero chiara, plebe, poesia, poesia antica, poesia latina, poeti, poeti italiani, raccontare, rivoluzione, rivoluzione francese, roma, romani, romanità, rosa, rosso, rumore, scrittori, scrivere, sonno, supplemento, tappeti, vecchie foto, via nazionale, viaggi, viaggiare, zeppelin

Via di Capannelle_Il tramvetto
Nel 1997 come supplemento a Diario uscì Zeppelin. Passeggiate letterarie in giro per alcune delle più belle città italiane, raccontate da scrittoti. Ho fatto una selezione e vi propongo Roma, Napoli, Parma, in tre puntate. Gli autori che ho scelto per Roma sono Casanova, Gogol e Marziale. Buona lettura.

Anfiteatro Flavio e Arco di Costantino
Giacomo Casanova
Come comportarsi a Roma
L’uomo che vuole fare fortuna in questa antica capitale del mondo deve essere un camaleonte capace di riflettere tutti i colori dell’ambiente che lo circonda, un Proteo capace di assumere tutte le forme. Deve essere compiacente, insinuante, falso, impenetrabile, spesso strisciante, perfidamente sincero; deve fingere sempre di sapere meno di quello che sa, deve avere un tono di voce inalterabile, deve essere paziente, deve saper padroneggiare la propria fisionomia, deve essere freddo come il ghiaccio quando un altro al suo posto sarebbe tutto fuoco; e se ha la disgrazia di di non avere la fede nel cuore, deve averla nell’intelletto e soffrire in pace, se è un uomo onesto, la mortificazione di doversi riconoscere per un ipocrita. E se detesta comportarsi così, è meglio che lasci Roma e vada a cercare fortuna altrova. Di tutte queste doti, e non so se ciò sia un vanto o una confessione, io avevo solo la compiacenza: per il resto, non ero che un simpatico stordito, un buon cavallo di razza, per nulla ammaestrato male, il che è peggio. [...] A Roma ci sono molte cose che nei primi giorni sorprendono, ma alle quali si fa poi l’abitudine. Non esiste città cattolica in cui ci si preoccupi meno della religione. I romani sono come dipendenti della manifattura tabacchi, che hanno il permesso di prendere gratis quanto tabacco vogliono. Vi si vive nella massima libertà, se si eccettua il fatto che gli ordini santissimi sono temibili quanto lo erano a Parigi gli ordini regi prima della Rivoluzione.
Memorie scritte da lui medesimo, 1789-1798
(traduzione di Piero Chiara)

Scalinata di Trinità dei Monti 1880
Nicolaj Vasilevic Gogol
Gogol abitò in via Sistina al n. 123 dal 1838 al 1842.
In una lettera del 1838 ad un amico descrive così il Carnevale romano:
E’ tempo di carnevale, tutta la città va a spasso. Il carnevale è una manifestazione grandiosa in tutta Italia, ma a Roma in modo particolare. Tutti scendono nelle strade, ognuno è mascherato. Chi non ha mezzi per travestirsi rivolta la palandrana e si imbratta il muso di nerofumo. Alberi interi e tappeti di fiori girano per le vie, spesso passa qualche carro tutto foglie e ghirlande…sul carro troneggia una comitiva nel gusto delle antiche festività in onore di Cerere; sembra uscito da un dipinto Hubert Robert. Il corso si direbbe coperto di enve, tanta è la farina che vi è stata buttata. Avevo sentito parlare di “confetti” ma non mi aspettavo una cosa tanto meravigliosa! Figurati che puoi lasciare in faccia alla più bella un sacco intero di farina e quello non solo non si arrabbierà, neanche se è una Borghese, ma tela renderà in uguale misura. In altri paesi la plebe sola si diverte. Qui tutti stanno insieme. C’è una libertà straordinaria che ti manderebbe in visibilio. Puoi parlare e offrire fiori a chi ti pare. Puoi anche saltare su una carrozza di passaggio e sederti tra due sconosciuti…
da Gogol a Roma
a cura di D. Borghese, 1838.

Via Nazionale
Marziale
Sui rumori di Roma
A Roma la mattina un poveretto non sa dove riposarsi.
La mattina ti rompono le scatole i maestri di scuola, la notte i fornai e per tutto il giorno il martello dei calderari. Qui un tabacchiere ozioso fa tintinnare sul suo banco un sacco di monete, là un battitore d’oro spagnolo fa rumore con i suoi attrezzi.
Poi gli scatenati seguaci di Cibele non prendono fiato con i loro canti, il naufrago che attreversa la strada abbracciato a un tronco, l’ebreo che chiede l’elemosina esortato dalla madre e il mercante che reclamizza la sua merce.
Chi può dormire?[...]
Tutta questa marmaglia mi sveglia con schiamazzi e risate e praticamente tutta Roma è accanto al mio letto. Se voglio dormire in pace non ho altra scelta: scappare in campagna.
Epigrammi, XII, 57, intorno al 90 d.C.
(traduzione di Valerio Bispuri)
gennaio 27, 2009
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura, politica, spettacoli
1977, 1979, allen ginsberg, antonello trombadori, apienavoce, arte, autori, autori italiani, beat, beat generation, città, Cleaveland, comunismo, comunisti, critica, Cultura, estate romana, Evtušenko, feltrinelli, giornali, Iniziative, leggere, lenin, letteratura, letteratura italiana, libri, lotta, messaggero, narrativa, narrativa italiana, nicolini, partito comunista, pci, poesia, poesia italiana, poesie, poeti, prima o poi l'amore arriva, ridere, rivoluzione, roma italia, romanzi, rosso, salsiccia, satira, scherzi, scrivere, stefano benni, unita

Altre due poesiole di Stefano Benni. Sono molto affezionata a questo libro, si vede. L’autore architetta uno scherzo, una burla letteraria: finge, come vi sarete accorti nell’articolo precedente, di tradurre componimenti di celebri poeti, facendo molta attenzione a rimanere fedele al loro stile e alla loro poetica. Esperimento geniale a dir poco. E scherzo ben riuscito. La storia la trovate qui sotto. Buona lettura.
***
Durante l’estate romana del 1979 il comune, tramite l’assessore comunale alla cultura Renato Nicolini, organizzò un festival internazionale di poesia con Ginsberg, Entusenko, altri poeti. Benni “tradusse” due composizioni di Ginseberg e Entusenko. Ma il “Messaggero” abboccò, scambiandole per autentiche. L’infortunio diventò colossale e la beffa di Benni fu addirittura datata: si scrisse che il componimento di Entusenko era stato scritto, chissà poi perchè, in autunno a Berlino. Ma l’amo di Benni pescò un pesce più grosso. Antonello Trombadori prese per autentica la poesia di Allen Ginsberg e, nel corso di un dibattito in tv, la lesse fra le risa degli ascoltatori, come un brano che provava “l’idiozia” della poesia moderna. Seguì una dolce smentita di Ginsberg e una violenta telefonata del poeta sovietico al direttore del “Messaggero”.

Allen Ginsberg
Sutra di Nicolini
(poesia inedita di Allen Ginsberg)
Inoltre se mi capisci io ti dichiaro un nicolini
nicolini cristo one man show revival mandala hollywood
nicolini cibernetico il cui camerino è una grotta in un computer interstellare
comete & comiche mute e sorriso di Gable & denti da vampiro
sangue finto panzanelle rock coca-cola calda
nicolini furbo che ruba le ghiande a paperino
nicolini chicolini
molte donne sognano cineclub ultima fila buoi con nicolini
nicolini con la zazzera selvaggia cammina lungo il Colosseo piangendo
nicolini si buca imita sovente Sordi & Lindsey Kemp Corman
Rivera perchè no Vertov
nicolini power, oh tu onnipotente, onnipotente universale,
onnipotente il rantolo universale
dei tuoi mille comunicati stampa zen nicolini
pornonicolinistereonicolininicoliniboia
quale macchina celeste, quale burocrazia centrale,
quale Metro Goldwyn Lenin Mayer
potrà fermarti sulla tua Cadillac russa mentre la radio
impazzita blatera blues Baglioni bi-erre da Cleaveland o Ostia?
nicolini sibilo di droga nell’occhio di Nonna Papera
nicolini assassino, nicolini assessore
nicolini venti pastiglie di argan per un suicidio su un letto sfatto
nicolini che usa Marilyn come un segnalibro
nicolini può far riscoprire dio ma è perfettamente ateo
e gli insetti intorno alla lampada la grande lo show finale
il ponte che salta in aria
lo so ti porteranno via nicolini
nicolini da qualche pianeta un’astronave rossa scenderà ti uccideranno
oh nicolini jazz spezzato la tua vestaglia d’oro insanguinata
lampade rotte unico indizio una salsiccia del festival dell’Unità
bene bene dice il private-eye di Thiblisi fatto fuori nicolini
per santo Bogart santa Lauren alza l’ostia sotto i riflettori bollenti
così noi ti ricorderemo o dracula
o gilda o Poona alla fermata del tram o boy di terza fila
buono per tre siringhe angeliche contemporanee
su tre schermi o Socrate o pusher di cultura la mia vena
trema come una vecchia pellicola e ti aspetta resta con noi
nei secoli dei secoli nicolini the end

Evgenij Entusenko
Castelporziano
(poesie inedita di Evghenij Entusenko)
Castelporziano!
La tua canzone è selvatica
Sono mille violini gli aghi di pineta
fremito che percorre i cespugli, come l’ira
le sopracciglia di Breznev
Mare, seccàti!
Mostra sul tuo fondo svelato il galcone della poesia
Il trionfale naufragio, il mostro preistorico
le rughe geologiche di mille opere
Bucce di cocomero ed Esenin
e là, che nuota tra i preservativi,
infastidito, Lord Byron
e nella chiazza di petrolio, gabbiano invischiato
batte le ali Lorca
(e tu, Vladimir, che fai
abbracciato a una seppia?)
Castelporziano!
Quale panino conterrà la tua fame
quale verso la tua bestemmia
nell’ingorgo con mille clacson
Ma qui, tra il fumo
di mille ceri del Nepal
paese al mio confinante
io, Evghenij
io Evghenij Evtusenko
io alzo le dita di alghe e petrolio
con cui a lungo carezzai il mare
e giuro
Io lo giuro!
non urlerò quando i vostri denti curiosi
assaggeranno i miei versi
chiuderò gli occhi
inerte
come un risotto di mare, sbranato
sussurrerò
alioscia, fratellini, compagni:
divoratemi!
gennaio 23, 2009
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura
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Stupendo l’aneddoto dell’autore su una rissa da lui scatenata a Livorno in occasione della messa in scena de La figlia di Iorio di D’annunzio.
L’ALTRA FACCIA DELLA PAURA – Mario Soldati

L'autore
“Il coraggio”, dice il Tommaseo, “è una disposizione dell’animo a imprendere cose ardite e grandi, ad affrontar pericoli, a soffrire sventure e dolori”: ma il coraggio, aggiungo io, ha in comune con la bontà e con la poesia un’assoluta imprevedibilità da parte della persona che ne è capace. Per sapere se si è coraggiosi, o no, bisogna mettersi, o trovarsi, alla prova. Infine, non si tratta di una qualità necessariamente “permanente”. A volte, uomini che si sono dimostrati sempre vigliacchi e che, quindi, credono di esserlo, improvvisamente, per amore, o per disperazione, o addirittura per un supremo spasimo di vigliaccheria, diventano eroi. Viceversa: uomini che in più occasioni hanno dato prove di coraggio e che sono sicurissimi di non mancarne, tutto a un tratto, per qualche ragione misteriosa (pessimismo sul proprio avvenire o sugli scopi stessi dell’esistenza, tristezza derivante da una delusione d’amore, forse soltanto un periodo di stanchezza e di malinconia, o, ancora meno, un senso di solitudine e di nostalgia per la casa lontana) cedono al primo assalto di un’assurda, impreparata, istantanea paura che li travolge. L’esempio letterario più celebre di questo caso è il salto notturno di Lord Jim nel Mar Rosso. Lord Jim, ufficiale di marina, nell’età più bella, al colmo della giovinezza, pieno di speranza nella vita, ricco di fiducia in se stesso, romantico, nobile, fiero, non resiste a un omento di panico: e abbandona vilmente una nave carica di pellegrini che vanno alla Mecca. La nave poi non affonda, e Jim è squalificato nella sua professione: ma, più degli altri, è lui stesso a condannarsi, a non perdonarsi: finché il rimorso lo guida a un sacrificio volontario, a una morte eroica affrontata per dimostrare a se stesso la propria capacità di coraggio.
Ha scritto Emilio Cecchi che questa vicenda dell’eroe di Conrad rappresenta, simbolicamente, il destino umano: tutti, chi prima chi poi, a un certo momento “saltiamo”, tutti “abbandoniamo nella notte un carico di innocenti e di indifesi che ci è stato affidato”. Il grande peccato di Lord Jim non è, dunque, di avere “saltato”, ma di essersi creduto diverso da tutti gli altri, un privilegio il cui destino, appunto, era quello di non saltare. Non sono mai stato militare, non ho mai fatto la guerra. La mia vita, già lunga, è stata solo moderatamente avventurosa. Tuttavia, ho anche vissuto in America, ho anche viaggiato in Africa, e, nel mio piccolo, in qualche modo, ho fatto anch’io la grande esperienza di Lord Jim. L’ho fatta, però, partendo da convinzioni opposte. Avevo sempre creduto di essere, se non proprio un vigliacco, un pauroso. E la mia paura specifica era non tanto degli avvenimenti, o degli elementi, quanto degli uomini, degli “altri”. Sono sempre stato privo di forza fisica, incapace di rispondere a un cazzotto. Ma, anche, sempre sono stato sanissimo, e resistentissimo. A quindici ani, mi gettai nelle acque gelide del Po, per salvare un amico che non sapeva nuotare, l’amico al quale volevo più bene che a tutti gli altri. Non mi costò nessuno sforzo, non dovetti superare nessuna esitazione. Tredici anni dopo, una notte, in campagna, un altro amico, al quale pure volevo bene, fu assalito da due mascalzoni: rimasi immobile, in disparte, assistendo terrorizzato, incapace di intervenire e di aiutarlo come sentivo chiaramente che sarebbe stato mio dovere. Fu il momento più brutto della mia vita. E soltanto adesso, a distanza di trentatrè anni, supero la vergogna e riesco a confessare la mia vigliaccheria. Nei primi tempi, provavo un rimorso che a volte mi toglieva il sonno. E riacquistai una relativa pace soltanto quando trovai un’occasione, che da quella notte, avevo deliberatamente cercato, di riabilitarmi ai miei occhi. Fu a Livorno, fra le quinte del Politeama, dove una compagnia drammatica aveva finito in quel momento di recitare “La figlia di Jorio”, e dove, nella mia veste di aiuto regista di un film che si stava girando a Tirrenia, ero andato per reclutare gli interpreti di qualche parte secondaria.

Rissa in galleria_U. Boccioni
Il sipario era appena calato, mi avvicinai all’amministratore e gli dissi lo scopo della mia visita. L’amministratore, che forse era nervoso per ragioni sue, mi rispose malamente, con un mezzo insulto: lo colpii con un pugno, sorprendendo me stesso più ancora di lui: e dopo un istante vedevo volarmi addosso l’intera compagnia degli attori, tutti vestiti dalle pelli di capra dei pastori d’Abruzzo. Era con me l’ispettore di produzione, Leo Bomba: coraggioso e leale, sebbene fosse soltanto un mio collaboratore e non un vero e proprio amico, non esitò a combattere al mio fianco. Una scazzottatura tremenda, di cui portai i segni e ne sentii le conseguenze per alcuni mesi. Contro di noi due soli, erano in venti, in trenta. Ci difendevamo come potevamo, a pugni e calci, rispondendo a calci e pugni che arrivavano da tutte le parti. Indietreggiammo al fondo del palcoscenico, continuando a darle e a prenderle. Salimmo all’indietro sui gradini di una scaletta a chiocciola, di ferro, che serviva ai macchinisti per calare i fondali: e di lì resistemmo meglio al lungo assalto. Vedendomi e sentendomi davanti e d’intorno quei pastori urlanti e scatenati, che sembravano volermi linciare con le identiche espressioni e quasi con le stesse parole con cui poco prima avevano aggredito Mila di Codro, la mia forza raddoppiava: mi pareva di combattere anche per una ragione più alta e più nobile, e cioè contro l’arte di Gabriele d’Annunzio, che avevo sempre odiato. Finché intervennero i due pompieri di servizio, e ci liberarono.
Sono, dunque, coraggioso? Oppure, non lo sono? Più ci ripenso, e più trovo argomenti ed esperienze che sembrano convalidare e l’una e l’altra ipotesi, contraddittoriamente.
Una cosa è certa: perché il mio coraggio esista, si rende necessaria (se non, ahimé, come ho raccontato, non sempre sufficiente) almeno una di queste condizioni: che io sia costretto a difendermi; che io sia costretto a difendere, o a salvare da un pericolo, quello che amo di più, quello che considero indispensabile; che io sia costretto, dopo aver lungamente sofferto per il rimorso della mia vigliaccheria, a riabilitarmi di fronte a me stesso. La contraddizione, così, sarebbe risolta: il mio coraggio non c’è, non esiste; esiste soltanto in potenza, addormentato, e quindi non guida le mie azioni, non le ispira; ma non c’è fin tanto che una situazione cruciale non lo richieda, non lo faccia esistere, svegliandolo dal suo sonno col suo bacio improvviso e crudele. Il caso sarebbe risolto: non sono coraggioso, ma non sono, propriamente, vile.
Ma, è vero? Non è, forse, una spiegazione da scuole di filosofia medievale, un po’, anche, da aula di Palazzo di Giustizia, da scartoffia legale?
Insomma, è una spiegazione astratta. Ho sbagliato quando ho attirato tutta l’attenzione su di me, dimostrandomi una volta di più prigioniero di quell’antico vizio, di prendere sempre a paragone noi stessi, che è il nostro vero, unico peccato: come Lord Jim, appunto. La verità è che non si è né coraggiosi né vili. Esistono, invece, di volta in volta, azioni vili e azioni coraggiose. Esistono i peccati prima dei peccatori. Non esiste il gran fuoco irrazionale, misterioso e tenebroso dell’anima. Non esiste uno “stato di colpa”. L’anima, il cuore, è una somma di funzioni descrivibili, analizzabili, di virtù e di vizi giudicabili nei loro riflessi oggettivi.
Ma nemmeno questo è completamente vero. Prendiamo, ad esempio, un altro caso famoso e letterario, il caso più famigliare di tutti a noi italiani, il più vicino e il più domestico. È un caso di mancanza di coraggio che comprende insieme i due aspetti, quello dell’anima e quello dei suoi atti. Prendiamo, cioè, il caso di un uomo non coraggioso che abbia commesso, a un dato momento, un’azione vile. Prendiamo Don Abbondio. Il genio di Manzoni si è esercitato a tal punto, e con tale sottigliezza, con tale amore, con tale ironia su questo personaggio, che forse proprio lui, sebbene senza volerlo, e contro la sua stessa opinione, ci offre la chiave della verità. Ebbene, se i bravi di Don Rodrigo non avessero mai aspettato il brav’uomo sulla stradina di quel lago di Como, e se Don Abbondio non fosse stato coinvolto da vicende che esigevano il suo coraggio, si sarebbe potuto dire che il curato era un vile? Avrebbe potuto saperlo, lui stesso? Il coraggio poteva forse dormire nell’anima di Don Abbondio, pronto a emergere alla prima occasione, pronto a farsi valere?

Don Abbondio incontra i "bravi"
“Il coraggio”, dice Don Abbondio, “se uno non ce l’ha, non se lo può dare”.
Come tante volte ho fatto, mi ripeto le illuminanti e proverbiali parole e, ancora una volta, ammiro, mi inchino al Poeta: ma non sono d’accordo con lui. Anzi, sempre più mi persuado che il genio del Manzoni ha messo in bocca a Don Abbondio quelle parole per dimostrare che un uomo pauroso, o meglio un brav’uomo come tanti altri, non può, non sa nemmeno intuire, nemeno con la mente, che cosa sia il coraggio. Mentre, invece, il coraggio è proprio quello, è un di più: il coraggio è darselo. Il coraggio c’è soltanto se uno se lo dà. Non è vero, anzi, è impossibile che esso viva addormentato dentro di noi. Nati per temere, piccole creature esposte fino dalla nascita a mille pericoli, condannate al mistero, a non vedere, a non sapere, la nostra condizione naturale, vera, è la paura. Essere è essere paurosi, timidi. Il coraggio è un essere di più: uno sforzo, una creazione che non ha niente alle spalle, sospesa sul vuoto di una nostra purissima volontà animosa. È qualcosa di innaturale, che va oltre, che va contro la nostra natura. Ed ecco perché io non sono coraggioso. Non sono coraggioso perché vorrei tanto che, del coraggio, non ce ne fosse mai bisogno.
Vorrei che , del coraggio, non ce ne fosse bisogno? Mentre do torto a Don Abbondio, non ragiono esattamente come lui? E non contraddico nuovamente me stesso, tanto è radicata in me la persuasione che il coraggio sia una necessità, sia una virtù di difesa? E come può essere innaturale una necessità?
Può esserlo, può esserlo. È una necessità anche l’arte, della quale nessun di noi potrebbe fare a meno, come creatore o anche come spettatore o, come si dice oggi, come “fruitore”. È una necessità: eppure non c’è niente di più gratuito, niente di più profondamente innaturale dell’arte. Anche l’arte è un essere di più, anche l’arte è uno sforzo, un’invenzione che va contro natura.

Soldati in pausa durante il programma tv "Viaggio lungo la valle del Po" 1956-57
Dunque, il coraggio, anch’esso, è una pura “invenzione”. E, come tutte le “invenzioni”, è profondamente impietoso. Se riuscissi a fermare questo concetto, così inafferrabile, così volatile, che se appena mi sforzo di ghermirlo si vanifica, mi sentirei vicinissimo alla verità. Devo partire dalla conclusione opposta alla quale sono faticosamente arrivato: devo partire dal presupposto che il coraggio c’è anche quando le circostanze della vita non lo richiedono, non lo esigono come virtù morale.
Ma allora… Allora il coraggio è vero solo quando non è richiesto, quando non è voluto dalle cose, ma da me, dalla mia animosità, dal mio darmelo. È il puro desiderio di vivere un giorno da leone: come mi è capitato al Politeama di Livorno, quella lontana sera del settembre 1937. È, dunque, una virtù di offesa, non di difesa. Ed è giustissimo, e bellissimo, a conferma del mistero di tutte le cose, che questa virtù si dica “coraggio”, si chiami “coeur, cuore”: che, cioè, il vero cuore sia il contrario del cuore.
Il contrario della pietà. Il contrario di una concezione idillica della vita. Mi torna in mente, e forse soltanto adesso la capisco davvero, in tutta la sua profondità, la raccomandazione che un nostro grande scrittore, da pochi anni scomparso, ripeteva abitualmente a uno dei suoi figli, il solo maschi, anch’egli artista e scrittore: figlio mio, gli diceva pronunciando il suo nome: “ricordati che non si è mai abbastanza vigliacchi!”.
Oggi capisco quello che il mio vecchio amico e maestro intendeva dire. Non c’era nulla di vile, in quelle parole. Bisogna tradurle così: “Ricordati, figlio mio, che nella vita non si è mai abbastanza veri, mai abbastanza vicini alla nostra realtà naturale”. Nel mio vecchio amico c’era, infatti, grande amore e passione per la letteratura, l’arte, la musica: ma assai meno per ilteatro, per lo spettacolo. Il coraggio è sempre un’esibizione.
Tanto è vero che quest’uomo, che si intestardiva a raccomandare la vigliaccheria, come se la vigliaccheria fosse un dovere, anzi un ossequio scrupoloso a Qualcuno o a Qualcosa più grandi di noi, questo scrittore è morto da eroe. Circondato da famigliari e da amici, è morto nel suo letto, in pena per le noie, per il disagio che il macabro spettacolo avrebbe finito inevitabilmente per infliggere agli altri. La sua agonia è durata a lungo, per giorni. Una sola parola gli è uscita di bocca, che riguardasse il suo stato, il suo accidente:
“È sgradevole”.
Nient’altro.
Da che parte sta il cuore, il vero “cuore”?
dicembre 28, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura, donne
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Natalia Ginzburg
Da bambini e da giovani, essere soli in ozio significava per noi costruire immediatamente luoghi immaginari, e vicende e storie, di cui eravamo i protagonisti. Luoghi e storie, li riempivano di persone, alcune inventate, altre scelte nella nostra vita reale. Nell’infanzia, le persone inventate erano di più, e noi avevamo l’impressione di costruire i nostri scenari per loro. Le persone reali, là a quel tempo ci sembravano prive di importanza.
Più volte abbiamo cercato, scavando nella nostra lontana infanzia, l’epoca in cui abbiamo cominciato a fantasticare. Ma non possiamo ricordare con esattezza quando ciò sia stato. Nei nostri ricordi più remoti, incontriamo sogni.
Credo che ognuno di noi, da bambino, abbia chiamato il fantasticare con un terminr suo. Io lo chiamavo parlare di notte. In verità non fantasticavo di notte ma anche di giorno. Penso però che la parola notte volesse per me indicare, del fantasticare, le qualità nascoste e notturne.
Da bambina, ospitavo nella fantasia intere popolazioni, brulicanti nelle mie ore di solitudine come un esercito di formiche. Erano un poco i miei sudditi, un poco i miei complici in congiure di governo, un poco miei dispettosi e maligni persecutori. Li chiamavo i “noi” perchè usavano denominarsi così. Usavano strillare in coro, vantarsi, e esporre con insolenza le loro maligne volontà. Erano piccolissimi, un popolo di neri nani brulicante e vanitoso. Mi facevano arrabbiare, piangere, bisbigliare, discutere, ma soprattutto mi facevano ridere, assordandomi con i loro strilli. Per ragioni che non sapevo spiegarmi, la loro esistenza non doveva essere rivelata a nessuno. [...]

Più tardi, i “noi” mi annoiarono, perchè mi sembrarono troppi. Inventai una persona, alla quale diedi un volto bellissimo, una camicia alla zuava, una folta e riccioluta capigliatura bionda. Gli diedi un nome, era “il principe Sergio”. Gli diedi anche una sorella, tre fratelli, qualche orso, una cane lupo abbastanza feroce. Gli diedi alcune case molto sontuose, dove se ne stava nascosto. Era molto ricco, ma era un profugo scappato dalla Russia nella rivoluzione con dei segreti di stato. Amavo in lui la vita principesca e randagia. Cambiava casa continuamente essendo inseguito. Usavo telefonargli spesso, facendo il gesto di tenere in mano un ricevitore appena ero sola. Dicevo “Pronto c’è il principe Sergio?”. A volte era lui a rispondermi, a volte sua sorella, Vassilissa. Ebbi con lui una storia d’amore, che durò molti anni. Ancora oggi le parole “Pronto c’è il principe” le incontro nella mia memoria. Mi sembra di trovarmi in mano una vecchia pantofola, vagando a caso per stanze disabitate.
Dopo l’infanzia, mi sono annoiata di esseri inventati. Più bello era riempire i sogni di persone vere.[...]
Dopo l’infanzia, sempre di più nei nostri sogni ci apparve la nostra persona attanagliata in situazioni complicate e pericolose, e prive di ogni soluzione possibile. Vi rovesciavamo sopra sventure a fiumi. Inventavamo per noi lunghe malattie, polmoniti, emottisi, lunghi esilii in tristissime corsie di ospedale, congedi strazianti dagli esseri che avevamo più cari. Siamo anche morti. Siamo stati accoltellati sul portone di casa nostra. Fucilati. Incarcerati e visitati da amici in lagrime sul nostro lurido giaciglio, mentre fuori ci aspettava il patibolo, campane suonavano a stormo, gente accorreva da ogni dove per vederci morire. I nostri sogni erano, per lunghi periodi, sempre uguali. Cambiavamo ogni volta solo qualche minimo particolare, aggiungevamo o sostituivamo amici venuti a piangere, cambiavamo una nostra fase in un dialogo, una nostra ultima serena parola prima di essere uccisi. Per lungi periodi, nei nostri sogni c’era il patibolo, per altri lunghi periodi, barricate. Non sapevamo perchè quegli scenari cambiavano. Non ci sembrava di essere noi a volerli cambiare. Nostra era la volontà di sognare, nostra e sicura era la scelta delle persone che portavamo con noi. Gli scenari e le vicende ci sembravano estranei alla nostra volontà. Eravamo noi a costruirli, ma in obbedienza a un buio istinto che ci ordinava di costruire questa o quella cosa. [...]
A volte, la nostra vita immaginaria ha indovinato e anticipato le vicende della nostra vita reale. Le ha indovinate e anticipate però con irrisione. Se confrontavamo dopo anni alcune nostre invenzioni con alcune nostre vicende reali, trovavamo nelle nostre invenzioni un ristratto caricaturale e grossolano delle nostre vicende reali. A volte è accaduto il contrario. Era la realtà ad essere caricaturale e cnzonatoria nei confronti dell’invenzione, caricaturale, canzonatoria e crudele nei confronti delle nostre fantasie miti, malinconiche e avvolte di vapori.[...]
Maggio 1974
Da Vita immaginaria, 1974.
dicembre 24, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura
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Due frasi.
Pesanti come un colpo.
“A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio”
Ma uno
come me
dove potrà cacciarsi?
Che tana m’han preparata?
S’io fossi
piccolo
come il Grande Oceano,
sulla punta delle onde m’alzerei,
carezzerei la luna con il mio flusso.
Dove trovare un’amata
che mi somigli?
Minuscolo sarebbe il cielo per contenerla!
Oh s’io fossi povero
come un miliardario!
L’anima disprezza i soldi:
un ladro insaziabile s’annida in essa.
Ai desideri miei, alla sfrenata orda
non basta l’oro di tutte le Californie.
S’io fossi balbuziente
come Dante
o Petrarca!
Accendere l’anima per una sola!
Ordinarle coi versi di ridursi in cenere!
E le parole
e il mio amore
sarebbero un arco di trionfo:
pomposamente,
senza lasciar traccia, vi passerebbero
le amanti di tutti i secoli.
Oh s’io fossi
silenzioso
come il tuono:
con un sol gemito
farei tremare l’eremo vacillante della terra.
Se
la mia voce enorme
urlerà a tutta forza,
le comete torceranno le loro braccia di fuoco,
e a capofitto si getteranno dalla disperazione.
Coi raggi dei miei occhi rosicchierei la notte:
oh s’io fossi
appannato
come il sole!
Vorrei proprio
abbeverare con la mia luce
il seno smagrito della terra!
Passerò,
trascinando il mio amore enorme.
In quale notte
delirante,
malata,
quali Golia m’han concepito,
così grande
e così inutile?
All’amato se stesso
dedica queste righe l’Autore
(1916)
dicembre 24, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura
anniversari, apienavoce, arte, auguri, autori, autori italiani, babbo natale, bianco, buon natale, buone feste, cina, citazioni, Cultura, feste, festività, fotografia, giuseppe ungaretti, gomitolo, inverno, italia, leggere, letteratura, letteratura italiana, libertà, natale, neve, poesia, poeti italiani, ricorrenze, roma, rosso, santa claus, scrivere, strade
,
Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade
Ho tanta
stanchezza
sulle spalle
Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata
Qui
non si sente
altro
che il caldo buono
Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare
Giuseppe Ungaretti
Natale, 1916.
dicembre 19, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
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Nuovo editoriale per la Newsletter Giap, della Wu Ming Foundation.
Riporto per intero (perchè ne vale la pena) il secondo editoriale a cura di Wu Ming 1, sul Grande malinteso del Realismo. Abbastanza lungo, lo so.
Ma quando si parla di letteratura, di nuovo romanzo italiano, New Italian Epic, di cultura nello strapaese non possono non essere interpellati.
Una boccata di aria fresca
di Wu Ming 1
Prima di tutto voglio dire: la questione del “realismo”, o del “ritorno degli scrittori alla realtà”, è poco interessante. Mi rompe i coglioni.
Otto volte su dieci è malposta; un’altra volta è posta bene ma non porta in alcun luogo; resta un’occasione ogni dieci, fortunata occasione in cui ascolto/leggo e alla fine imparo davvero qualcosa.
Sì, capita che dentro il Gigantesco Malinteso si sentano pure cose intelligenti, ma in mezzo a troppa melma concettuale. Sabbie mobili: le cose intelligenti le vedi affondare, e non fai in tempo a gettare una corda o allungare un bastone, eccole confuse nella palude di cazzate, perse e non torneranno più.
Ho questa sensazione, ad esempio, mentre leggo
l’Almanacco Guanda 2008: ottimo l’intento, un buon lavoro, con punte di brillantezza, giusti distinguo preliminari quando si usano le parole “realtà” e “realismo”…
Bella anche la puntata di Fahrenheit dedicata al volume…
Tutto (o quasi) ok…
…finché la questione non viene riassunta (per faciloneria o malafede) nei
soliti termini rozzi delle pagine culturali dei giornali, del commentario sui lit-blog, dei giochini di posizione su certe riviste.
Insomma, pare che la “nuova” voga sia il realismo sociale (o socialista?), il romanzo che è politico perché “a tesi”, come se gli autori italiani fossero tornati in blocco a Metello (senza nemmeno i riferimenti del partito marxista-populista e del popolo-proletariato). Il cosiddetto “impegno” è descritto come inerente alla scelta del tema, ergo una problematica sociale da descrivere in modo “oggettivo” e “aderente” alla realtà.
Che idea si può fare uno, leggendo simili riassunti della questione?
L’idea che gli autori italiani stianno sfornando romanzi di propaganda. Libri scritti in una lingua “di servizio”, funzionale a una causa, una lingua che si vuole depurata da ambiguità. Per bene che vada: inchieste giornalistiche appena drammatizzate. E quando va male? Volantini accresciuti con dialoghi immaginari.
Su questa premessa ci si divide tra apologeti e detrattori.
E io i detrattori li capirei pure, se veramente le cose stessero così.
Solo che stanno in tutt’altro modo.
La domanda, al solito, è: i cronisti culturali e i commentatori compulsivi da blog le leggono, le opere che vengono scritte davvero in Italia, oggi?
Perché se non si legge quel che viene scritto, poi si fanno le domande sbagliate. E si discute di nulla.
[C'è anche l'altro tipo di riassuntino, da cui sembra che, nel romanzo italiano, la novità stia nell'uso politico della "paraletteratura" e soprattutto del giallo, ultima e aggiornata versione del romanzo-che-descrive-il-reale. Cioè lo stadio a cui era la discussione cinque-sei anni fa. Nel frattempo si è andati avanti, e nemmeno di poco, ma i "mediatori" non se ne sono accorti.]
A volte, anche al dibattito sul New Italian Epic è toccata la sorte di “riassuntini” del genere. Tempo fa, Girolamo De Michele ha risposto con
un testo molto importante, benché su un aspetto specifico del Gigantesco Malinteso (ossia: gli idioti luoghi comuni su cosa sia stato il neorealismo).
Anch’io, nella versione 2.0 del memorandum, ho scritto una lunga glossa al riguardo.
C’è la tendenza a banalizzare, a ridurre la complessità e la ricchezza di quel che si scrive, mediante formule proposte e dibattute nel vuoto, basandosi non sulle opere ma sulle chiacchiere che circondano le opere. Tutto quello che – per dirla col mio socio Wu Ming 4 – eccede, che potrebbe mettere in crisi lo schemino, viene messo in secondo piano, o ignorato del tutto.
Qualcuno sta provando a intorbidare le acque, proponendo un frame truffaldino. In questo frame, per dire, la fine del postmoderno avverebbe sotto l’egida di un ritorno al moderno (dal “fascismo come parentesi” di Croce al “postmoderno come parentesi” degli odierni scalzacani); Gomorra sarebbe poco più di un reportage scritto bene; l’io narrante di Gomorra corrisponderebbe sempre e soltanto all’autore implicito che a sua volta corrisponderebbe in toto all’autore reale, cioè a un Saviano eroico e onnipresente, e via di questo passo.
Anche chi non è d’accordo con quest’impostazione finisce per accettare il frame, controbattendo su ontologia e topologia del realismo: cos’è il realismo, dov’è il realismo etc.
In quest’ottica, si capisce come il “New italian epic” possa diventare, nella mente di qualcuno, sinonimo di “neo-neorealismo” (ergo: la nebulosa viene fatta coincidere con una delle tante soluzioni espressive praticabili). Si è travisato, così mi sembra, l’intento con cui
Giancarlo De Cataldo aveva proposto il termine.
Questa riduzione di complessità prescinde quasi del tutto dalle opere in circolazione, e ne rimuove l’elemento
ucronico
controfattuale
oltranzistico
allucinato
visionario
perturbante
anti-oggettivo
Elemento che è presente in molti dei libri che si scrivono in Italia. Presente, quando non preponderante, anche in buona parte dei libri che attraversano la nebulosa del NIE.
Ne discendono equivoci madornali. Nelle parafrasi apparse in certi articoli-carrellata, l’assunzione di responsabilità etica su cui stiamo cercando di riflettere viene equivocata come presa di posizione politica nell’accezione più bassa e ristretta.
[ Da qualche parte ho letto che il nocciolo della riflessione sul NIE (che, come sa chi segue il dibattito, è l'allegoria) sarebbe: "finalmente gli scrittori non hanno più paura di intervenire politicamente". Lodevole ma, mi dispiace, troppo semplice.]
E’ auspicabile non separare tra loro in modo rigido le questioni di fondo, e anch’io vorrei distinguere senza contrapporre. Esistono romanzi NIE che sono al contempo epici e realistici, perché sono due piani diversi (denotazione e connotazione) che possono essere compresenti. Pure Fenoglio era sia epico sia realistico, per non dire di Furore di Steinbeck.
L’importante è non avere un’idea asfittica e obsoleta della realtà e del suo utilizzo in letteratura.
Perché c’è un equivoco di fondo quando si parla di “realtà” in letteratura. Alcuni intendono il reale come un contesto materiale, e pensano che attingervi significhi essere “oggettivi”, portare in letteratura “le cose come stanno”, ma questo è impossibile: la letteratura può guardare alla realtà soltanto come a un’ennesima dimensione testuale. La “realtà”, per chi scrive letteratura, è l’insieme dei testi esterni a quello che si sta scrivendo, pre-esistenti ad esso. L’insieme delle “fonti” che ci sono “là fuori”: documenti, flussi informativi e mediatici. La “realtà” che si può usare in letteratura è la cronaca di giornali e telegiornali, la storia trovata negli archivi, è la mail che mi ha spedito Laura, è la battuta che ho sentito dire a Fiorello su Radio 2. Sono sempre e comunque testi e la letteratura li usa in quanto tali, si rapporta e ispira ad essi in quanto tali. Il reale è “testualizzato”, per usare un’espressione che credo provenga dagli studi sul cinema di Maurizio Grande. Non si può portare nella scrittura la cosa-in-sé, ma solo il modo in cui viene raccontata nel reale testualizzato.
Alla luce di questo, tutto il dibattito sul “realismo”, su quale scrittura sia più o meno “fedele alla realtà”, si rivela come magnifica perdita di tempo. Gli autori italiani di oggi usano anche l’elemento soprannaturale, e non per questo chi fa quella scelta “fugge dalla realtà”. Magari, in allegoria, sta affrontando e “testualizzando” la realtà in maniera più incisiva di chi ha scelto un approccio convenzionalmente ritenuto “realistico”.
Sarà utile a fare chiarezza, una volta divulgato, il lavoro di Dimitri Chimenti su alcuni “oggetti narrativi non-identificati”. Partendo dalla teoria del cinema, Chimenti analizza come in quattro libri “strani” (il nostro Asce di guerra, Gomorra di Saviano, Dies irae di Genna e Sappiano le mie parole di sangue di Babsi Jones) venga inserito il reale in forma di “innesti”, “prelievi” e “inserti”, e quali siano le scelte etiche che portano a preferire ora un tipo di testualizzazione, ora un altro.
[Riferimenti a tale lavoro si possono trovare in
questa discussione sul blog del collega Valter Binaghi.
Qui invece ci sono gli mp3 di un intervento fatto a Siena, in cui Dimitri spiega come sta lavorando su Gomorra. In calce qualcuno ha messo una mia spiegazione "in parole povere" (ripresa da Carmilla) di cosa siano innesti, prelievi e inserti.]
Tornando al principio: i romanzi “a tesi”, “a chiave”, propagandistici… Non sono quello che serve. A un romanzo non chiedo certezze, non chiedo di rafforzare convinzioni che già ho: pretendo una destabilizzazione, anche sottile ma deve esserci. Voglio una letteratura non consolatoria bensì perturbante. Non voglio sentirmi dire che i cattivi sono cattivi perché sono cattivi, e che i buoni hanno ragione. Voglio racconti sulla crisi dei “buoni”, sul punto di vista dei “cattivi”, sugli ostacoli e i ripensamenti, sulle prove da superare, sulle sconfitte che fondano qualcosa e le vittorie che fanno impazzire e portano al disastro. Insomma, voglio la possibilità dell’epica, e voglio che si mettano le mani nel tragico.
Solo se c’è tutto questo, a mio avviso, si può fare una scrittura che, senza svilirsi, abbia anche valore sociale e politico.
Altrimenti si produrranno espressioni piatte e si tradirà lo specifico della letteratura, che è lavoro sulla connotazione, cioè sui sensi figurati, e sulle metafore, sull’allegoria.
Sulla poesia delle cose.
Siamo scrittori, non estensori di volantini. E’ una banalità di base, ma soltanto tenendola a mente si potrà, senza produrre robaccia, dare un contributo civile.
dicembre 14, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura, memoria, politica, storia, viaggi
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Da Satisfiction n. 2 / febbraio 2008
PREMESSE DA PIANOTERRA

Brevi prose di pensiero alle prese con la ragione di vocaboli e concetti compongono Pianoterra (Nottetempo, € 12,00) di Erri De Luca, il nuovo libro dell’autore napoletano di cui Satisfiction anticipa due brani inediti. La raccolta, in libreria dal 6 marzo, è scritta secondo la prospettiva del “pianoterra”. Un taglio inusuale che lo stesso De Luca, nella “Premessa”, spiega ai lettori: “Dall’angolo stretto di chi sta in una folla proviene la scrittura di queste pagine”.
Patria
Nato e cresciuto in un posto del Sud alleggerito da milioni di emigranti, ho sentito ripetere spesso che: “’A patria è chella ca te dà a mangià”La riduzione del proprio luogo a dispensatore alimentare era la piú amara definizione, ma non cosí spregiativa. Lavorare e guadagnarsi il pane è diritto elementare ed è quello che produce dignità e radica appartenenza.
Patrigna è la patria che lo nega, che discrimina tra figli e figliastri. Il Sud era molto figliastro. Sue patrie furono le Americhe, l’Australia. Gli emigranti espatriarono senza conoscere il verbo, salutando con un fazzoletto bianco e non tricolore. Si portavano dietro un dialetto in cui esprimere la loro nostalgia. L’italiano era la lingua di chi poteva permettersi il lusso di parlare diverso dal popolo, dai popoli riuniti sotto il cappello Italia. A casa nostra la parola patria era inesorabilmente accoppiata all’esperienza goffa e tragica del fascismo. I miei avevano conosciuto i sabati del regime, le adunate obbligatorie nei ranghi dei figli della lupa, le parate con labari e aquile romane, caricature e addobbi spolverati da uno scheletro della storia. Quella patria con il punto esclamativo si era presa sul serio al punto di credersi guerriera. Napoli ascoltò la sirena di allarme aereo poco dopo la dichiarazione di guerra, la parola patria presentava in fretta il conto. Ci sono vocaboli che diventano inservibili: insieme al Lebensraum, lo spazio vitale, preteso dall’espansionismo tedesco, anche patria finí sotto le macerie e i cingoli dei vincitori, insieme a una monarchia lesta a disertare.
Da giovane ho aderito a lungo a una gioventú rivoltosa e comunista che ripeteva il motto: il proletario non ha nazione. Gli operai, gli sfruttati, secondo quella convinzione, erano compatrioti di altri come loro oltre i confini, ben piú che dei loro concittadini di ceto borghese. Perciò patria è un termine fuori dal mio dizionario e forse lo sto scrivendo qui per la prima volta. Al disuso si somma anche il basso gradimento per l’inno di Mameli di cui non ho ancora deciso se sia peggiore il testo o la musica. Dov’è la vittoria? Quando l’ascolto mi sforzo di dimenticare l’italiano, di ricevere sillabe prive di senso. Mia madre dice che la patria è una parola che ti è cara solo se stai all’estero e senti qualcuno che parla male del tuo paese. Allora ti scatta la molla di difenderlo. Sono d’accordo con lei, anche a me è successo e mi sono trovato a ricacciare indietro l’offesa. Proteggevo cosí il mio luogo d’origine, la lingua che ho imparato a parlare e ad amare dopo il napoletano, il piatto in cui ho mangiato e le ricette imparate, la geografia, il nome dei miei, l’olio, le arance, Vittorio de Sica e Fabrizio De Andrè, il sangue visto spargere, un bacio sul marciapiede di un binario, queste cose mi hanno messo impronta e di certo non una maglia azzurra, una coccarda, un’istituzione. Allora sí, lontano, mi è scattato il riassunto dell’italiano che sono, uno senza la parola patria, alla quale preferisco varianti come: matria fratria, tanto per dare un cambio ai padri sempre piú a corto di fiato nel ruolo.

Recinto
Il Paradiso è la cantica meno letta della Divina Commedia. I santi annoiano. “Mi sentirei di girare un film sull’inferno dantesco, forse sul purgatorio, certamente non sul paradiso”: Alessandro Blasetti conferma che la perfezione è poco sceneggiabile. Quando fu scelto un posto per il paradiso, col minore impatto ambientale, si decise di piazzarlo in cielo. In terra ingombrava, in mare avrebbe guastato il premio a chi in vita soffrí di maldimare. La ricompensa eterna sazia presto. Il Paradiso, maiuscolo e ripetitivo, è un ergastolo di beatitudini. L’inconveniente maggiore è che sta confinato di là del tempo regolamentare, nei supplementari. Piú pratico è riportarlo in terra, dentro l’esistenza.
In antico ebraico paradiso è pardès, un campo recintato con alberi da frutto. Stava al suolo, era fornito di plurale pardesìm, ce n’erano diversi. Non era contemplazione, ma opera di lavoro, non riposo ma sudore, custodia contro le avversità. Vedo pardès, ovunque l’emergenza chiami a una risposta, fosse pure disperata. Vilna, Lituania, settembre 1943, ghetto ebraico nei giorni della soluzione finale: un grappolo di giovani resiste con qualche arma da fuoco racimolata in giro. Mancano i proiettili. C’è nel ghetto una casa editrice con tipografia, la “Rom”, che stampa i grandiosi volumi del Talmud. I giovani vanno di notte a rubare le barre di piombo per fonderle e fabbricare munizioni. Le sante lettere ebraiche diventano proiettili. Scrive lí e in quel momento il giovane poeta Avram Sutzkever: “L’ebraico valore serbato in parole / va a irrompere nel mondo, arma da fuoco”. Nel ghetto di Vilna i superstiti dell’annientamento fabbricarono intorno a loro un recinto, una difesa, un pardès. Prima di essere inceneriti nel Vernichtungslager di Sobibor piantarono un pardès coi loro corpi. Pardès fu il tempo che salvarono, un tizzone d’incendio. Furono vinti, certo, il pardès non sbandiera vittorie. È un cerchio di fuoco, un campo di zingari che all’alba seguente lascia cenere spenta.
Lo ritrovo in terra ovunque la miseria, la guerra, spingano a una resistenza, a un patto per unire le forze. Vedo pardesìm nei passaggi di migratori verso le nostre coste, nei villaggi che ricostruiscono le case dopo il maremoto dell’Oceano Indiano.
Pardès è una fabbrica occupata, una barricata, una cooperativa di senza terra. È stato di eccezione e di emergenza, poi si dissolve e si riforma altrove. L’umanità si regge sul pardès.
http://www.satisfiction.it/
novembre 28, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura
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Dal diario di Elio Vittorini
LA RAGIONE LETTERARIA 1929-56
L’orma sul calendario
Appena l’uomo si sente isolato nel mondo, materialmente o spiritualmente, egli ricorre al diario con istinto tenace, se ne ignora l’esistenza se la inventa. Per quale strano bisogno? Per un bisogno di confidarsi, si dice, o riflettersi: contemplazione di se stesso. Ma quello che io noto più forte in tutti i diari, dai più semplici ed esterni, diari di fatti, diari scientifici, ai più complicati ed intimi, è il desiderio, la volontà, la perseveranza dell’artista a calcare sui fogli del calendario un’orma non peritura della propria vita. Sembra di vedere un uomo intento a innalzarsi il proprio monumento; e quello che maggiormente meraviglia è la sua fiducia senza limiti nella incancellabilità della cosa scritta […]. (Il Mattino, 30 giugno 1931)

Parole e farfalle
Inguaribili autori di pezzettini i letterati della nuova Italia, ad un tratto di secolo nuovo, segnano le iscrizioni sul marmo, come i versi di Carducci, giammai una pagina sottomessa al giorno che fugge. Chi scrive lettere abbrevia oggi le parole e ha sempre paura di sciuparsi […]. Uno zibaldone fare4bbe quasi orrore; per timore che dagli scrigni mentali tesori segreti dovessero schizzar frantumati sotto un pennino così vile. Pensiamo continuamente all’aarticolo, al saggio, al racconto, all’epoca concreta – e non ci si accorge che da uno sforzo quotidiano usciremo leggeri come farfalle, pronti a volare dietro un fiore o una nuvola, anche per mare.
[…]Sarebbe la nostra umana salvezza. Di questa nostra gioventù letteraria che non muove più verbo senza dell’elmo di Scipio essersi cinta la testa.
(Solaria, n. 9-10, settembre 1931)

Anti-borghesi 1934
Una sposina – “Che ne dite della mia casetta? Graziosa no? Tutto semplice, liscio. Niente più di quelle cianfrusaglie borghesi di una volta”.
Il laureato in scienze sociali – “Ora ho la carriera sicura davanti a me. Papà l’ha avuto garantito…Quando uno ha studiato per 18 anni non deve poi guadagnare almeno 2000 lire al mese? Per la rivista sto preparando un articolo contro la concezione borghese del risparmio”.
Una signorina – “Oh la vita semplice, sana, io la adoro! Come vorrei esser nata contadina! Quest’estate al Forte a momenti credevo di essere diventata una selvaggia. Tutto il giorno in costume da bagno, nuoto e tennis, tennis e nuoto. Qualche si andava anche a ballare. A Viareggio. E avevo giurato di non varcare mai la soglia di questi nostri salotto borghesi…”
Il giovane giornalista – “La crisi, caro mio, è proprio quello che ci voleva. Non lascerà nulla in piedi della borghese mentalità ottocentesca. Il senso del collettivo…Ehi! Ma lo smoking dove me lo avete messo?”.
Il giovane ragioniere – “Ah, in due giorni ho rivoluzionato l’ufficio con le mie idee. Vi si respirava un’aria borghese! Figurarsi che portavano ancora le mezze maniche. Ebbene, ho dimostrato loro ch’è tanto più semplice cambiarsi giacca”.
Il giovin signore – “Per la nostra generazione il teatro è morto e sepolto. Tutto quel convenzionalismo borghese, quelle interminabili chiacchierate…Per noi non esiste che il cinematografo. Come mi sono divertito ieri sera a vedere “Oggi sposi” con Umberto Melnati!”.
Il giovane romanziere – “Non più miserie individuali, ma la voce della folla, il cuore di tutto il popolo d’una città, questo mi propongo di realizzare nel mio prossimo romanzo che avrà carattere spiccatamente antiborghese…”
L’architetto funzionalista – “L’architettura del nostro secolo decreta il crollo di un mondo, la fine del borghesismo. C’è un significato sociale nella nostra architettura: l’elevazione della vita del popolo…Questo è il progetto per una piccola villa da week-end, a mezza costa lago”.
Il pittore Bernardino Palazzi – “I nostri quadri non sono fatti per finire appesi alle pareti dei salottini borghesi!”.
Il giovane conquistatore – “Capisce, signorina, i nostri genitori sono vicini a Carlomagno che a noi. Sono passati assai più secoli tra i nostri genitori e noi, che non tra la famosa notte di Natale dell’anno 800 dopo Cristo e il…Pardon, vuole latte o limone?”.
Un soldato – “Congedà, congedà, congedà! E domani in borghese sarem…”.
(Il bargello, n.42, ottobre 1934)
novembre 10, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura, donne, memoria, politica, politica internazionale, storia
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Gianco in un suo pezzo canta…
«Questa canzone racconta la storia di uno che era giù,
molto giù e penso che più giù di così non si possa essere»
E siccome anche io sono davvero molto giù, ho deciso di fare gli auguri alla Rivoluzione d’Ottobre, alla Rivoluzione russa, evento e spartiacque della storia dell’Umanità. Finalmente migliaia, milioni di persone riscattano in quel fatidico 1917 la loro condizione sociale, vincono i soprusi e lo zarismo, vincono le forze reazionarie. Tutto il mondo assiste incredulo al processo di emancipazione di un paese enorme, arretrato, povero. Lo spettro si è fatto carne.

La fine dei Romanov
Mosca – John Reed, I dieci giorni che sconvolsero il mondo, 1919.
La sera del 16 novembre, vidi sfilare sul corso Zagorodni duemila guardie rosse, precedute da una banda militare che suonava la Marsigliese. Come quell’inno era ben scelto, con le bandiere rosso sangue, sventolanti sulle file scure dei lavoratori, per salutare il ritorno dei fratelli che avevano combattuto per la difesa della capitale rossa! Avanzavano nel freddo della sera, uomini e donne con le lunghe baionette oscillanti in cima ai fucili, per le strade fangose e sdrucciolevoli, pochissimo rischiarate, in mezzo ad una folla silenziosa di borghesi, sprezzanti, ma poco tranquilli…
Tutti erano contro di loro: uomini di affari, speculatori, benestanti, agrari, ufficiali, politicanti, professori, studenti, professionisti, commercianti, impiegati. Gli altri partiti socialisti odiavano i bolscevichi di un odio implacabile. I Soviet avevano favorevoli solamente i semplici operai, i marinai, i soldati che non erano ancora demoralizzati, i contadini senza terra e alcuni, pochissimi, intellettuali…
Dagli angoli più lontani di quella grande Russia sulla quale si frangeva l’onda scatenata delle battaglie di strada, la notizia della sconfitta di Kerenski echeggiava come l’eco formidabile della vittoria proletaria: da Kazan, da Saratov, da Novgorod, da Vinnitza, dove il sangue era colato a fiotti nelle strade, da Mosca, dove i bolscevichi avevano puntato i cannoni contro l’ultima fortezza della borghesia, il Kremlino.
«Bombardano il Kremlino!». La notizia correva di bocca in bocca nelle strade di Pietrogrado, provocando una specie di terrore. I viaggiatori che arrivavano da Mosca, la « Piccola Madre», da Mosca la Bianca, dalle cupole dorate, facevano dei racconti spaventosi; i morti si contavano a migliaia; la Tverscaia ed il ponte Kuznetzki erano in fiamme, la cattedrale di San Basilio, il Beato, era non più che una rovina fumante, la cattedrale della Assunzione crollava; la Porta del Salvatore al Kremlino vacillava, la Duma era quasi rasa al suolo. Nulla ancora di tutto quello che avevano fatto i bolscevichi poteva paragonarsi a questo spaventoso sacrilegio compiuto nel cuore stesso della Santa Russia. I fedeli credevano di udire il fracasso dei cannoni che sputavano in faccia alla Santa Chiesa Ortodossa, riducendo in polvere il santuario della nazione russa…

Delegati alla prima Sessione dei Deputati dei Lavoratori e dei Soldati Russi Delegates, fotografati dentro la stanza della Duma nel palazzo di Tauride (Pietrogrado, Giugno 1917)
Finché le donne non saranno chiamate, non soltanto alla libera partecipazione alla vita politica generale, ma anche al servizio civico permanente o generale, non si potrà parlare non solo di socialismo, ma neanche di democrazia integrale e duratura. (Lenin)

Guardie rosse__Fabbrica Vulkan
novembre 5, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
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Pablo Picasso_Donna
[...]E’ il fianco di Adamo,
questa terra da cui mi levo, nei tormenti.
Non posso disfarmi, e il treno sta sbuffando.
Sbuffando e ansimando, come quelli di un diavolo.
[…]Il treno si trascina, urla—
animale
che smania di arrivare alla destinazione,
alla macchia di sangue,
alla faccia che è in fondo al bagliore.
novembre 3, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
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Auguri

ottobre 31, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura, memoria, viaggi
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Altri tre brevi racconti di Cortazar, ormai compagno di letture notturne più che piacevoli.
Viaggi
Quando i famas fanno un viaggio, le loro abitudini, quando si fermano a dormire in una città, sono le seguenti: un fama va all’hotel e prudentemente vuol sapere il prezzo della camera, rendersi conto di persona della qualità delle lenzuola e del colore dei tappeti. Il secondo va al commissariato e stila una dichiarazione sui beni mobili e immobili dei tre, e fa anche l’elenco del contenuto delle loro valigie. Il terzo fama va all’ospedale e prende nota dei medici di turno nonchè delle loro specializzazioni.
Finite queste incombenze, i tre viaggiatori si riuniscono nella piazza principale della città, si comunicano le rispettive osservazioni, ed entrano in bar a prendere un aperitivo. Prima però si prendono per mano e fanno un girotondo. Questa danza è detta: “Allegria dei famas”.
Quando i cronopios fanno un viaggio, trovano tutti gli alberghi al completo, i treni partiti, piove come dio la manda e i taxi non li vogliono far salire a meno che non siano pronti a farsi spellare vivi. I cronopios non si scoraggiano perchè credono fermamente che queste cose capitino a tutti, e prima di andare a dormire si dicono l’un l’altro: “Ma che bella città, una città proprio bella”. E sognano tutta la notte che la città è in festa e che loro sono invitati a tutti i ricevimenti. Il giorno dopo si alzano allegri, ed è così che viaggiano i cronopios.
Le speranze, sedentarie, si lasciano viaggiare dalle cose e dagli uomini, e sono come le statue che bisogna fare un viaggio per vederle perchè loro non si disturbano.
Conservazione dei ricordi
I famas, per conservare i loro ricordi seguono il metodo dell’imbalsamazione: dopo aver fissato il ricordo con capelli e segnali, lo avvolgono dalla testa ai piedi in un lenzuolo nero e lo sistemano contro la parete del salotto, con un cartellino che dice: “Gita a Quilmes”, oppure: “Frank Sinatra”. I cronopios invece, questi esseri disordinati e tiepidi, sparpagliano i ricordi per la casa, allegri e contenti, e ci vivono in mezzo e quando un ricordo passa di corsa gli fanno una carezza e gli dicono affettuosi: “Non farti male, sai”, e anche: “Sta attento, c’è uno scalino”. Questa è la ragione per la quale le case dei famas sono in ordine e in silenzio, mentre le case dei cronopios sono sempre sottosopra e hanno porte che sbatacchiano. I vicini si lamentano sempre dei cronopios e i famas scuotono la testa comprensivi, e vanno a vedere se i cartellini sono sempre a loro posto.
Orologi
Un fama possedeva un orologio amuro e tutte le settimane lo caricava CON GRANDE CURA.
-

- La parola carciofo deriva dall’arabo al-kharshûf.
Passò un cronopio e vedendolo si mise a ridere, tornò a casa e inventò l’orologio-carciofo o carciofo selavtico, perchè a questa o a quella varietà può e deve appartenere. L’orologio carciofo selvatico del cronopio è un carciofo di varietà nobile, fissato per un gambo ad un buco della parete. Le numerose foglie del carciofo selvatico indicano l’ora presente e anche tutte le ore, sicchèil cronopio non deve far altro che togliergli una foglia e subito sa un’ora. Dato che le stacca da sinistra a destra, la foglia non sbaglia mai, e dà l’ora esatta, così il cronopio ogni giorno ricomincia da capo togliendo un nuovo giro di foglie. Quando arriva al cuore non è più possibile misurare il tempo e nell’infinita rosa violetta del centro il cronopio scopre una gran gioia e se lo mangia con olio aceto e sale, e infila un nuovo orologio nel buco.
ottobre 12, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
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Questi racconti mi fanno sorridere. E ridere proprio, a volte. Partendo dal presupposto che le letture che faccio di “mia sponte” le lascio alle ore notturne, queste sono risate che contengo con la mano per non svegliare gli altri.
La storia del cammello sembra una delle molte vicende che riguardano gli immigrati in Italia. Un autore davvero geniale.

Julio Cortazar e il suo gatto
Spiaccicamento delle gocce
Non so come dire, guarda, è terribile questa pioggia. Piove continuamente, fuori fitto e grigio, qui contro i vetri del balcone a goccioloni grevi e duri, che fanno plaf e si spiaccicano come schiaffi uno dopo l’altro, che noia. Ecco una gocciolina alta sul riquadro della finestra, vibra un attimo contro il cielo che la scheggia in mille luccichii spenti, cresce si ingrossa barcolla, cadrà non cadrà, non è ancora caduta. Si afferra con tutte le unghie, non vuole cadere e si vede che si aggrappa con i denti mentre le si gonfia la pancia, è ormai una gocciolona che pende maestosa e, di colpo, zup giù, plaf, disfatta, niente, una viscosità sul marmo.
Ma ci sono quelle che si suicidano e si abbandonano subito, spuntano sul riquadro e di lì si gettano giù; mi pare di vedere la vibrazione del salto, le loro gambette che si staccano e il grido che le ubriaca nel nulla della caduta e dell’anichilimento. Tristi gocce, rotonde innocenti gocce. Addio gocce. Addio.

Cammello dichiarato indesiderabile
Sono state accettate tutte le richieste di transito alla frontiera, ma Guk, cammello, inaspettatamente dichiarato indesiderabile. Corre Guk alla questura dove gli dicono niente da fare, tornatene alla tua oasi, dichiarato indesiderabile, inutile fare pressioni. Tristezza di Guk, ritorno alle terre d’infanzia. E i cammelli della famiglia, e gli amici, gli si fanno intorno, ma che cosa è successo, ma non è possibile, perchè proprio tu. Allora una delegazione parte e va al ministero per l’Emigrazione a perorare per Guk, con scandalo dei funzionari di carriera: non si è mai vista una cosa simile, tornate tutti immediatamente all’oasi, verrà aperta un’inchiesta.
Guk nell’oasi si ciba d’erba un giorno, d’erba il giorno dopo. Tutti i cammelli sono emigrati, Guk continua ad aspettare. Così se ne vanno l’estate e l’autunno. Poi Guk tornato in città, fermo in una piazza vuota. Molto fotografato dai turisti mentre risponde alle domande dei reporters. Vago prestigio di Guk nella piazza. Approfittandone cerca di passare, sulla porta tutto cambia: dichiarato indesiderabile. Guk china la testa, cerca i pochi fili d’erba nella piazza. Un giorno lo chiamano con il megafono e lui va felice alla questura. Là è dichiarato indesiderabile. Guk torna all’oasi e si corica. Mangia un poco, poi posa il muso sulla sabbia. Chiude lentamente gli occhi mentre tramonta il sole. Dal suo naso sgorga una bolla che dura un secondo più di lui.
agosto 22, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
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Sono quella che sono
sono fatta così
se ho voglia di ridere
rido come una matta
amo colui che m’ama
non è colpa mia
se non è sempre quello
per cui faccio follie
sono quella che sono
sono fatta così
che volete ancora da me
Sono fatta per piacere
non c’è niente da fare
troppo alti i miei tacchi
troppo arcuate le reni
troppo sodi i miei seni
troppo truccati gli occhi
e poi
che ve ne importa a voi
sono fatta così
chi mi vuole son qui
Che cosa ve ne importa
del mio proprio passato
certo qualcuno ho amato
e qualcuno ha amato me
come i giovani che s’amano
sanno semplicemente amare
amare amare…
Che vale interrogarmi
sono qui per piacervi
e niente può cambiarmi.
agosto 16, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
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Strinsi le mani sotto il velo oscuro…
“Perché oggi sei pallida?”
Perché d’agra tristezza
l’ho abbeverato fino ad ubriacarlo.
Come dimenticare? Uscì vacillando,
sulla bocca una smorfia di dolore…
Corsi senza sfiorare la ringhiera,
corsi dietro di lui fino al portone.
Soffocando, gridai: “E’ stato tutto
uno scherzo. Muoio se te ne vai”.
Lui sorrise calmo, crudele
e mi disse: “Non startene al vento.”
1911

Non è il tuo amore che domando.
Si trova adesso in un luogo conveniente.
Stanne pur certo, lettere gelose
non scriverò alla tua fidanzata.
Però accetta saggi consigli:
dalle da leggere i miei versi,
dalle da custodire i mie ritratti,
sono così cortesi i fidanzati!
e conta più per queste scioccarelle
assaporare a fondo una vittoria
che luminose parole d’amicizia,
e il ricordo dei primi, dolci giorni…
Ma allorchè con la diletta amica
avrai vissuto spiccioli di gioia
e all’anima già sazia d’improvviso
tutto parrò un peso,
non accostarti alla mia notte trionfale.
Non ti conosco.
E in cosa potrei esserti d’aiuto?
Dalla felicità io non guarisco.
1914

Bevo ad una casa distrutta,
alla mia vita sciagurata,
a solitudini vissute in due
e bevo anche a te:
all’inganno di labbra che tradirono,
al morto gelo dei tuoi occhi,
ad un mondo crudele e rozzo,
ad un Dio che non ci ha salvato.
1934
agosto 1, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
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Ofelia
MARIA
[...] Amo come l’amore ama.
Non conosco altra ragione di amarti che amarti.
Cosa vuoi che ti dica oltre a dirti che ti amo,
se ciò che ti voglio dire è che ti amo?
Non cercare nel mio cuore…
Quando ti parlo, mi duole che tu risponda
a quel che dico e non al mio amore.
Quando l’amore non c’è, non si fanno discorsi:
si ama e si parla per capirsi.
Posso sentirti dire che mi ami
senza che tu me lo dica, se capisco che mi ami.
Ma tu pronunci parole he hanno senso
e ti dimentichi di me: anche se parli
solo di me, non ti rammenti che io ti amo.
Ah, non chiedermi nulla: piuttosto parlami
in modo tale che, anche se fossi sorda,
ti sentirei soltanto con il cuore.
Se ti vedo non so chi sono; amo.
Se mi manchi [...]
Ma tu, amore, fai in modo di mancarmi
anche se sei con me, perchè chiedi
quando devi amarmi. Se non ami,
mostrati indifferente, o non volermi,
ma tu sei come mai nessuno è stato,
poichè cerchi l’amore per non amare,
e, se mi cerchi, è come se io soltanto fossi
qualcuno per parlarti di chi ami.
Dimmi, perchè l’amore ti rattrista?
Ti stanco? Posso stancarti se mi ami?
Nessuno al mondo ho amato come tu mi ami.
Sento che mi ami, ma che non ami nulla,
e ciò che sento non lo so di capire.
Dimmi una sola parola più sentita
di queste parole che, come perdute, tu cerchi,
e trovi solo cenere.
Quando ti vidi, già molto prima io ti avevo amato.
Nell’incontrarti io ti ho ritrovato
nacqui per te prima che il mondo fosse.
Mai fui così felice o un’ora allegra
che io abbia avuto lungo la mia vita,
che non lo fosse perchè ti prevedevo,
perche in essa tu, futuro, eri,
e con la stessa allegria e ugual piacere
con cui più tardi t’avrei amato. Quando,
bambina, giocavo ad avere marito,
dovevo ancora crescere e non lo sentivo,
quel che mi appagava eri già tu,
e seppi solo dopo, nel vederti,
e compresi meglio il senso,
e il mio passato fu come una strada
illuminata innanzi, quando
i fanali della carrozza girano alla curva
della strada e la notte è tutta umana.
Hai forse un segreto? Confidalo, che io so tutto
di te, se me lo dirai con l’anima.
Potrai dirmelo con parole difficili,
io capirò solo perchè ti amo.
Se il tuo segreto è triste, con te
piangerò finchè non lo dimenticherai.
E se non puoi dirlo, dimmi che mi ami,
e io capirò senza volere il tuo segreto.
Quando ero una bambina, sento
che già oggi ti amavo, ma da lontano,
come si possono vedere le cose da lontano
ed essere felici solo nel pensare
ad arrivar dove ancora non si arriva.
Amore, dimmi una cosa affinchè ti avverta!
[...]
(Faust, Atto III)
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