da Giap – Editoriale su Gaza

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CIELO DI PIOMBO
Collage del Luther Blissett Project, 1994di Wu Ming 4

“Tenere i bambini e le donne incinte lontano durante l’uso.”
(Fondere il piombo – istruzioni per l’uso)

Non c’è dubbio che le guerre abbiano il brutto vizio di togliere obiettività alle persone. Un intellettuale che possa scegliere e decida di restare in prima linea facilmente vedrà ridimensionato il proprio margine di ragionamento. Ragionamento sempre più ridotto a ossimoro o grottesco paradosso, come quello degli illustri colleghi israeliani link Yehoshua, Oz e Grossman, scrittori tanto più famosi e celebrati in Occidente per la loro “equidistanza”, quanto più organici alla politica bellicista del loro paese.
E’ la posizione di chi giustifica le reazioni di Israele limitandosi a criticarne l’intensità, di chi dice: “Dobbiamo difenderci, ma non troppo”. E’ quella che va per la maggiore anche in Europa, perché è gratis, non costa nulla. Nemmeno il Mahatma Gandhi e il reverendo King erano contrari alla legittima difesa. Proprio la legittima difesa è il cardine retorico della leadership israeliana, la giustificazione di fondo della sua politica.
Ora noi non ci permetteremmo mai di fare le pulci a chi vive in un paese bersaglio di strali politici e balistici, a chi ha perso figli in guerra, a chi dolorosamente, nonostante tutto, ha scelto di restare a vivere in Israele. Noi siamo qui, col culo al caldo. Eppure dalla postazione privilegiata delle nostre poltrone è difficile non accorgersi di una realtà autoevidente.
Negli ultimi due anni le reazioni di Israele alle provocazioni dei suoi vicini sono consistite nel bombardamento di Beirut e conseguente invasione di uno stato sovrano, il Libano; nel bombardamento di un sito in territorio siriano; nell’embargo imposto alla striscia di Gaza; nel bombardamento e nell’occupazione di Gaza City.
Tra gli attacchi subiti da Israele e quelli scatenati contro i suoi nemici esiste lo stesso rapporto che c’è tra la puntura di un tafano e una coltellata, o tra l’operato di Jack lo Squartatore e quello del boia di Treblinka. E se non è certo la quantità di morti a rendere più o meno grave l’assassinio, tuttavia è facile che ne determini l’incidenza storica. Inutile fingere che non sia così. Tanto più quando ormai anche i sassi sanno che le vittime civili (in questo caso pochi individui da una parte, centinaia dall’altra) non sono effetti collaterali. Non lo erano a Dresda e a Hiroshima nel 1945, non lo sono sessant’anni dopo. Quando si fa fuoco sui centri abitati – con missili Kassam o bombe che piovono dal cielo – i civili sono il principale bersaglio. Perfino l’ONU lo è, con le sue ingombranti scuole. Quando si bombarda una città in cui metà della popolazione ha meno di 14 anni, è evidente che le vittime saranno in prevalenza bambini. Il resto sono artifici retorici per intellettuali, intrappolati loro malgrado in una sottile striscia di realtà.
No, noi non possiamo proprio permetterci di giudicare dal nostro salotto, inchiodati davanti alle immagini terrificanti che passa la TV.
Perché ammettere che dietro una “reazione sproporzionata” si cela una precisa strategia colonialista e suprematista sarebbe un gesto di coraggio e oltraggio politico che renderebbe ancora più difficile per gli illustri colleghi israeliani la permanenza su quella prima linea.
E certo attenuerebbe la sontuosa accoglienza riservata loro link nelle fiere del libro d’Occidente.
Non si può esigere da scrittori di quel calibro di alienarsi dalla propria storia, da ciò che sono o hanno scelto di essere.
Però si può cortesemente chiedere loro di stare a casa, la prossima volta.

da Giap – Il gigantesco malinteso

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Nuovo editoriale per la Newsletter Giap, della Wu Ming Foundation.

Riporto per intero (perchè ne vale la pena) il secondo editoriale a cura di Wu Ming 1, sul Grande malinteso del Realismo. Abbastanza lungo, lo so.

Ma quando si parla di letteratura, di nuovo romanzo italiano, New Italian Epic, di cultura nello strapaese non possono non essere interpellati.

Una boccata di aria fresca

di Wu Ming 1

Prima di tutto voglio dire: la questione del “realismo”, o del “ritorno degli scrittori alla realtà”, è poco interessante. Mi rompe i coglioni.
Otto volte su dieci è malposta; un’altra volta è posta bene ma non porta in alcun luogo; resta un’occasione ogni dieci, fortunata occasione in cui ascolto/leggo e alla fine imparo davvero qualcosa.
Sì, capita che dentro il Gigantesco Malinteso si sentano pure cose intelligenti, ma in mezzo a troppa melma concettuale. Sabbie mobili: le cose intelligenti le vedi affondare, e non fai in tempo a gettare una corda o allungare un bastone, eccole confuse nella palude di cazzate, perse e non torneranno più.

Ho questa sensazione, ad esempio, mentre leggo l’Almanacco Guanda 2008: ottimo l’intento, un buon lavoro, con punte di brillantezza, giusti distinguo preliminari quando si usano le parole “realtà” e “realismo”…
Bella anche la puntata di Fahrenheit dedicata al volume
Tutto (o quasi) ok…

…finché la questione non viene riassunta (per faciloneria o malafede) nei soliti termini rozzi delle pagine culturali dei giornali, del commentario sui lit-blog, dei giochini di posizione su certe riviste.
Insomma, pare che la “nuova” voga sia il realismo sociale (o socialista?), il romanzo che è politico perché “a tesi”, come se gli autori italiani fossero tornati in blocco a Metello (senza nemmeno i riferimenti del partito marxista-populista e del popolo-proletariato). Il cosiddetto “impegno” è descritto come inerente alla scelta del tema, ergo una problematica sociale da descrivere in modo “oggettivo” e “aderente” alla realtà.

Che idea si può fare uno, leggendo simili riassunti della questione?
L’idea che gli autori italiani stianno sfornando romanzi di propaganda. Libri scritti in una lingua “di servizio”, funzionale a una causa, una lingua che si vuole depurata da ambiguità. Per bene che vada: inchieste giornalistiche appena drammatizzate. E quando va male? Volantini accresciuti con dialoghi immaginari.
Su questa premessa ci si divide tra apologeti e detrattori.
E io i detrattori li capirei pure, se veramente le cose stessero così.
Solo che stanno in tutt’altro modo.
La domanda, al solito, è: i cronisti culturali e i commentatori compulsivi da blog le leggono, le opere che vengono scritte davvero in Italia, oggi?
Perché se non si legge quel che viene scritto, poi si fanno le domande sbagliate. E si discute di nulla.

[C'è anche l'altro tipo di riassuntino, da cui sembra che, nel romanzo italiano, la novità stia nell'uso politico della "paraletteratura" e soprattutto del giallo, ultima e aggiornata versione del romanzo-che-descrive-il-reale. Cioè lo stadio a cui era la discussione cinque-sei anni fa. Nel frattempo si è andati avanti, e nemmeno di poco, ma i "mediatori" non se ne sono accorti.]

A volte, anche al dibattito sul New Italian Epic è toccata la sorte di “riassuntini” del genere. Tempo fa, Girolamo De Michele ha risposto con un testo molto importante, benché su un aspetto specifico del Gigantesco Malinteso (ossia: gli idioti luoghi comuni su cosa sia stato il neorealismo).
Anch’io, nella versione 2.0 del memorandum, ho scritto una lunga glossa al riguardo.

C’è la tendenza a banalizzare, a ridurre la complessità e la ricchezza di quel che si scrive, mediante formule proposte e dibattute nel vuoto, basandosi non sulle opere ma sulle chiacchiere che circondano le opere. Tutto quello che – per dirla col mio socio Wu Ming 4eccede, che potrebbe mettere in crisi lo schemino, viene messo in secondo piano, o ignorato del tutto.

Qualcuno sta provando a intorbidare le acque, proponendo un frame truffaldino. In questo frame, per dire, la fine del postmoderno avverebbe sotto l’egida di un ritorno al moderno (dal “fascismo come parentesi” di Croce al “postmoderno come parentesi” degli odierni scalzacani); Gomorra sarebbe poco più di un reportage scritto bene; l’io narrante di Gomorra corrisponderebbe sempre e soltanto all’autore implicito che a sua volta corrisponderebbe in toto all’autore reale, cioè a un Saviano eroico e onnipresente, e via di questo passo.
Anche chi non è d’accordo con quest’impostazione finisce per accettare il frame, controbattendo su ontologia e topologia del realismo: cos’è il realismo, dov’è il realismo etc.

In quest’ottica, si capisce come il “New italian epic” possa diventare, nella mente di qualcuno, sinonimo di “neo-neorealismo” (ergo: la nebulosa viene fatta coincidere con una delle tante soluzioni espressive praticabili). Si è travisato, così mi sembra, l’intento con cui Giancarlo De Cataldo aveva proposto il termine.
Questa riduzione di complessità prescinde quasi del tutto dalle opere in circolazione, e ne rimuove l’elemento

ucronico

controfattuale

oltranzistico

allucinato

visionario

perturbante

anti-oggettivo

Elemento che è presente in molti dei libri che si scrivono in Italia. Presente, quando non preponderante, anche in buona parte dei libri che attraversano la nebulosa del NIE.
Ne discendono equivoci madornali. Nelle parafrasi apparse in certi articoli-carrellata, l’assunzione di responsabilità etica su cui stiamo cercando di riflettere viene equivocata come presa di posizione politica nell’accezione più bassa e ristretta.

[ Da qualche parte ho letto che il nocciolo della riflessione sul NIE (che, come sa chi segue il dibattito, è l'allegoria) sarebbe: "finalmente gli scrittori non hanno più paura di intervenire politicamente". Lodevole ma, mi dispiace, troppo semplice.]

E’ auspicabile non separare tra loro in modo rigido le questioni di fondo, e anch’io vorrei distinguere senza contrapporre. Esistono romanzi NIE che sono al contempo epici e realistici, perché sono due piani diversi (denotazione e connotazione) che possono essere compresenti. Pure Fenoglio era sia epico sia realistico, per non dire di Furore di Steinbeck.
L’importante è non avere un’idea asfittica e obsoleta della realtà e del suo utilizzo in letteratura.
Perché c’è un equivoco di fondo quando si parla di “realtà” in letteratura. Alcuni intendono il reale come un contesto materiale, e pensano che attingervi significhi essere “oggettivi”, portare in letteratura “le cose come stanno”, ma questo è impossibile: la letteratura può guardare alla realtà soltanto come a un’ennesima dimensione testuale. La “realtà”, per chi scrive letteratura, è l’insieme dei testi esterni a quello che si sta scrivendo, pre-esistenti ad esso. L’insieme delle “fonti” che ci sono “là fuori”: documenti, flussi informativi e mediatici. La “realtà” che si può usare in letteratura è la cronaca di giornali e telegiornali, la storia trovata negli archivi, è la mail che mi ha spedito Laura, è la battuta che ho sentito dire a Fiorello su Radio 2. Sono sempre e comunque testi e la letteratura li usa in quanto tali, si rapporta e ispira ad essi in quanto tali. Il reale è “testualizzato”, per usare un’espressione che credo provenga dagli studi sul cinema di Maurizio Grande. Non si può portare nella scrittura la cosa-in-sé, ma solo il modo in cui viene raccontata nel reale testualizzato.

Alla luce di questo, tutto il dibattito sul “realismo”, su quale scrittura sia più o meno “fedele alla realtà”, si rivela come magnifica perdita di tempo. Gli autori italiani di oggi usano anche l’elemento soprannaturale, e non per questo chi fa quella scelta “fugge dalla realtà”. Magari, in allegoria, sta affrontando e “testualizzando” la realtà in maniera più incisiva di chi ha scelto un approccio convenzionalmente ritenuto “realistico”.

Sarà utile a fare chiarezza, una volta divulgato, il lavoro di Dimitri Chimenti su alcuni “oggetti narrativi non-identificati”. Partendo dalla teoria del cinema, Chimenti analizza come in quattro libri “strani” (il nostro Asce di guerra, Gomorra di Saviano, Dies irae di Genna e Sappiano le mie parole di sangue di Babsi Jones) venga inserito il reale in forma di “innesti”, “prelievi” e “inserti”, e quali siano le scelte etiche che portano a preferire ora un tipo di testualizzazione, ora un altro.

[Riferimenti a tale lavoro si possono trovare in questa discussione sul blog del collega Valter Binaghi. Qui invece ci sono gli mp3 di un intervento fatto a Siena, in cui Dimitri spiega come sta lavorando su Gomorra. In calce qualcuno ha messo una mia spiegazione "in parole povere" (ripresa da Carmilla) di cosa siano innesti, prelievi e inserti.]

Tornando al principio: i romanzi “a tesi”, “a chiave”, propagandistici… Non sono quello che serve. A un romanzo non chiedo certezze, non chiedo di rafforzare convinzioni che già ho: pretendo una destabilizzazione, anche sottile ma deve esserci. Voglio una letteratura non consolatoria bensì perturbante. Non voglio sentirmi dire che i cattivi sono cattivi perché sono cattivi, e che i buoni hanno ragione. Voglio racconti sulla crisi dei “buoni”, sul punto di vista dei “cattivi”, sugli ostacoli e i ripensamenti, sulle prove da superare, sulle sconfitte che fondano qualcosa e le vittorie che fanno impazzire e portano al disastro. Insomma, voglio la possibilità dell’epica, e voglio che si mettano le mani nel tragico.

Solo se c’è tutto questo, a mio avviso, si può fare una scrittura che, senza svilirsi, abbia anche valore sociale e politico.
Altrimenti si produrranno espressioni piatte e si tradirà lo specifico della letteratura, che è lavoro sulla connotazione, cioè sui sensi figurati, e sulle metafore, sull’allegoria.
Sulla poesia delle cose.

Siamo scrittori, non estensori di volantini. E’ una banalità di base, ma soltanto tenendola a mente si potrà, senza produrre robaccia, dare un contributo civile.

Wael Zuaiter – Numero uno in lista

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L’associazione ‘Per non dimenticare Sabra e Chatila’

e il comitato ‘Palestina nel cuore’

vi segnalano la proiezione del film-documento


Numero uno in lista
di Giacomo Durzi

dedicato a Wael Zuaiter, l’intellettuale palestinese, simbolo della resistenza del suo popolo, assassinato a Roma dal Mossad nel 1972.

Giacomo Durzi è una voce dissonante nel generale silenzio dell’informazione sulla questione palestinese; ricordiamo che, oltre a Wael Zuaiter, altri tre dirigenti palestinesi sono stati assassinati a Roma tra il 1972 e il 1982 da parte dei servizi segreti israeliani, e su questi delitti il depistaggio e l’insabbiamento degli inquirenti e dei mass media italiani sono stati totali. Il documentario di Durzi affronta una vicenda su cui ancora non è stata fatta piena luce: ve ne raccomandiamo la visione.

Il film è in programmazione al Nuovo Cinema Aquila (via L’Aquila  n. 68, zona Prenestina, Roma)
giovedì 30 ottobre alle 20.15.


Regia: Giacomo Durzi
Anno di produzioe: 2008
Durata: 52′
Tipologia: documentario
Genere: politico/sociale
Paese: Italia
Produzione: Pupkin Production
Formato di ripresa: DV
Formato di proiezione: DV Beta Digitale, colore
Altri titoli: Number One on the List
Campo profughi di Rashidiyye

LIbano, Campo profughi palestinese di Rashidiyye_Photo di Valentina Perniciaro

La storia di Wael Zuaiter, un intellettuale palestinese,rappresentante del movimento di resistenza, ucciso da agenti del Mossad a Roma nel 1972 in risposta alla strage degli atleti israeliani alle olimpiadi di Monaco da parte di un commando di Settembre Nero; considerato uno dei responsabili organizzatori dell’attentato di Monaco, Zuaiter fu il primo della celebre lista compilata personalmente da Golda Meir, ad essere ucciso in un paese europeo. Nel film, attraverso testimonianze , animazioni e il racconto di un viaggio in Palestina, si pongono una serie di riflessioni sulle congetture che hanno portato Israele alla sua uccisione, ripercorrendo soprattutto l’ esperienza di vita di Zuaiter in Italia, decisiva per l’acquisizione di una consapevolezza del problema palestinese, essendo stato il primo rappresentante del movimento di resistenza a sensibilizzare l’opinione pubblica alla questione palestinese, attraverso un importante e febbrile attività di contatti con giornalisti, scrittori e quanti altri potessero essere utili alla diffusione sull’informazione della causa palestinese.

Calvinate

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Cinque brevi interviste a Calvino.
Sempre per il suo compleanno
.

La vita, l’infanzia e i giochi.

Il visconte dimezzato e l’uomo intero

Se una notte d’inverno un viaggiatore…

Saggezza e dialogo tra generazioni

L’immaginazione al potere

Due risate contro l’afa estiva

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Vi segnalo questo simpatico
SONDAGGIO DELL’ESTATE

pubblicato su Carmilla.

Caso Moro – dibattiti

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27 Giugno 2008
Casa della Memoria e della Storia
-Sala Multimediale-

via Francesco di Sales, 5
Trastevere

Persona & Società
La presentazione della rivista “PERSONA & SOCIETÀ” (Odradek edizioni), quadrimestrale dell’ANPI di Roma – diretto da Massimo Rendina – conclude la seconda annata con un numero dedicato ad Aldo Moro.
Presentare al pubblico e alla stampa il numero 5-6 di Persona&Società è anche l’occasione per cogliere, in questo numero, le caratteristiche della rivista: valorizzazione degli studi storici e vaglio delle diverse interpretazioni. A tal fine sono stati chiamati a discutere, sul tema controverso a cui è dedicato l’ultimo numero, storici quali Nicola Tranfaglia, Francesco Biscione e Giuseppe De Lutiis che si confrontano introdotti da Davide Conti, curatore del numero.

  • Ore 17: “Compromesso storico, solidarietà nazionale e caso Moro: una chiave di lettura della “Terza fase della democrazia italiana” coordina Davide Conti (Università La Sapienza di Roma). Interventi di Nicola Tranfaglia (Professore Emerito di storia dell’Europa Università di Torino), Giuseppe De Lutiis (Consulente della Commissione stragi del Parlamento), Francesco Maria Biscione (Enciclopedia Treccani).
  • Con riferimento al medesimo tema, dalle 21 alle 23 dello stesso venerdì 27, vengono proiettati brevi stacchi di film o sceneggiati incentrati sulla figura di Aldo Moro al fine di dibattere, con registi e sceneggiatori, la questione della responsabilità del trattare e restituire eventi storici pur in un prodotto commerciale e d’intrattenimento quali sono i film e le fiction in genere.
  • Alle ore 21: “Il rapimento di Aldo Moro ed il cinema italiano: linguaggi, immagini e rappresentazione” proiezione di antologia di brani dei film girati sul caso Moro. Interviene Christian Uva (Università Roma Tre, autore del libro “Schermi di piombo”).

Iniziativa a cura di ANPI di Roma

NAPOLITAN SCHOOL OF STUDIES ON THE RIGHTS OF PEOPLES

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Roma, 22-09-2008

NAPOLITAN SCHOOL OF STUDIES ON THE RIGHTS OF PEOPLES

Istituto Italiano per gli Studi Filosofici
Fondazione Lelio Basso-Sezione internazionale

_______________________________

RULES OF THE NEAPOLITAN SCHOOL OF STUDIES ON THE RIGHTS OF PEOPLES

Set up as a joint initiative by the Istituto Italiano per gli Studi Filosofici of Naples, and the Fondazione Lelio Basso-Sezione Internazionale of Rome, the Neapolitan School of Studies on the Rights of Peoples is holding its thirteenth course from 22 to 27 September 2008 in Rome.

I. Course Programme

The September 2008 Course is on:

Title: The human species faces ecology: the energy issue and climate change.

After exploiting the planet’s resources for centuries, human societies have now reached a decisive moment in their existence: the effects of climate change caused by heightened concentrations of carbon dioxide make it essential to drastically re-think the use of fossil fuels. But the energy issue has long been at the roots of lethal geopolitics.
It is possible – and necessary to change production and consumption patterns and life-styles to avoid the prospect of a traumatic collapse of our societies. But, as all the leading scientific academies have been insistently demanding of the world ‘governance’ authorities, to do this requires a full realisation of issues by politicians, which is wholly inadequate at the present time. Hence the need to inform and educate public opinion, and particularly the decision-takers.

The Course will be given in English.

Participants are required to attend all lectures and seminars. They will receive a Course attendance certificate.

II. Course attendance conditions
Art. 1 – 20 participants; resident in the EU countries graduates in law, economics, physical sciences, international relations, sociology, anthropology, medicine may enroll for the Course.

Art. 2 – Applications must be mailed to: Fondazione Lelio Basso-Sezione Internazionale, Via della Dogana Vecchia 5, 00186 Rome, Italy. Telephone and Fax: 003906-6877774.
E-mail: filb@iol.it – www.internazionaleleliobasso.it

Art. 3 – Applicants must indicate:
- their name, surname, place and date of birth, address, telephone, fax, e-mail;
- their academic qualification/ education degree(s) and courses they will be attending during the 2008-2009 Academic Year.

They must also provide:
- a short curriculum vitae indicating their professional and social experiences;
- a letter of introduction from a Professor.

Art. 4 – Applicants must have a good knowledge of the English language (spoken, written, reading).

Art. 5 – The required documents must arrive by mail no later than 10 July, 2008 at the address given in Art.2.

Art. 6 – Applicants will be notified of the results of the selection by 20 July, 2008.

Art. 7 – Each participant will receive a grant of Euro 1.000,00 to cover travel and accomodation expenses.

Participants are required to attend all the lectures and seminars. They will receive a Course attendance certificate.

Lectures:

22, Monday:
Giorgio Nebbia: Ecology as the culture of modernity – debate.
Gianni Mattioli: Introduction. The energy issue – debate.

23, Tuesday:
Massimo Scalia: Climate change – debate
François Rigaux: Safeguarding the planet as right of the world’s peoples – debate

24, Wednesday:
Nicola Capone: Naples, World Laboratory on Environmental Problems.
Gerardo Marotta: Need of a United European Action to sanitize the territory of the Mezzogiorno. Italy polluted by toxic waste coming from different places.

25, Thursday:
Gianni Mattioli: The nuclear issue – debate
Vincenzo Naso: Efficient energy-use and renewable energy sources – debate

26, Friday:
Giorgio Ruffolo: Ecology/Economy – debate

27, Saturday:
Andrea Masullo:
Guido Cosenza: Human societies as organisms in the light of the general laws of ecology – closing debate

Speakers:

Prof. Giorgio Nebbia: Faculty of Economics – Bari University.
Prof. Gianni Mattioli, Massimo Scalia : Faculty of M.F.N. Sciences – ”La Sapienza” University of Rome; co-Chairs of the Scientific Committee of the United Nations Decade of Education for Sustainable Development (DESD).
Prof. François Rigaux: Faculty of Law – Catholic University of Louvain; Member of the Académie Royale de Belgique, Director of the Classe des Lettres et des Sciences morales et politiques.
Dr. Gerardo Marotta: President Italian Institute for Philosophical Studies, Naples.
Prof. Nicola Capone: Secretarty General of the Assembly of the City of Naples and of the Mezzogiorno, Professor of Philosophy and author and editor of philosophical texts.
Prof. Vincenzo Naso: Faculty of Engineering – ”La Sapienza” University of Rome; President of CIRPS: Interdepartmental Centre of Research for Sustainability.
Prof.Giorgio Ruffolo: President of the European Research Centre and author of the book, ”Capitalism’s days are numbered” – Einaudi, 2008.
Prof. Andrea Masullo: University of Camerino and author of ”The challenge of the caterpillar” – Muzio editore, 2008.
Prof. Guido Cosenza: University of Naples and author of ”Transition” – Feltrinelli, 2008

Rome, June 2008

Gerardo Marotta
President, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici
François Rigaux
Joe Verhoeven
Director, Neapolitan School of Studies on the Rights of Peoples

Il Paese Semplice

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MARCIRE AL PASSO DELL’OCA

Appunti dal Paese Semplice

(Interessante editoriale di Giap (n. 22 ) la newsletter di Wu Ming)

Alla fine il Paese Semplice è arrivato.
Anzi, meglio, il Paese Semplificato. Chi si auspicava questo esito ha il diritto di festeggiare. Non importa quale schieramento si sia sostenuto, e infatti sono in tanti a rallegrarsi per la fine delle contrapposizioni frontali: si saluta una nuova stagione, non avrà più spazio la “demonizzazione” dell’avversario politico.
Con ritrovata serenità si marcia sui campi nomadi, semplici molotov vengono tirate in svariate regioni da nord a sud. Si annunciano sereni e pacati pogrom. La fiammella accesa mesi addietro con l’appello “Il Triangolo Nero” non poteva che essere profetica, e non consola il constatarlo né l’avere intuito che etc.

Cazzotti sciolti, calcioni in libertà, rilassati pestaggi nazisti lasciano morto un ragazzo per strada a Verona. Codino di merda, chi cazzo sei?
Ti ammazzo.
Semplici adolescenti dell’estremo sud si rompono i coglioni di una loro amichetta?
Ti cancello e ti butto in un pozzo. Semplificare.
L’immondizia di Napoli deve scomparire. In che modo? Per finire dove? Non è il caso di complicare le cose, per favore badiamo al sodo. E i clandestini? Sono un problema e vanno eliminati.
Si apre una nuova stagione. Stagione lunga, che ha davanti a sé il tempo di lustri e generazioni.
La contingenza non può più essere la priorità.
L’emergenza è finita.

La zona dove abito verrà presto chiusa alle auto.
Un mese fa su vetrine, muri e parabrezza del quartiere sono comparsi i cartelli, “No alla pedonalizzazione”. L’altra sera il comitato del No ha convocato un’assemblea per decidere che fare.
Ci sono andato. Ho alzato la mano e ho spiegato che a me la zona pedonale piace, anche se ho due bimbi piccoli e spesso girare in auto mi diventa necessario.
Mi hanno ascoltato per un minuto, incapaci di capire se fossi lì per sfotterli oppure per sbaglio. Poi un signore garbato mi ha interrotto e mi ha spiegato che quella non era una riunione per confrontarsi, ma per decidere come contestare il provvedimento.
Allora mi sono scusato e ho chiesto se la riunione di confronto l’avessero già fatta o messa in programma, perché ci tenevo davvero a spiegare le mie ragioni.
Mi ha risposto una signora, scandendo le parole come si fa con gli stranieri.
- Noi siamo già contrari. A che ci serve parlarne ancora?

Prima Regola: eliminare il dubbio. Il Paese Semplice è un paese a priori.

Uscito dalla riunione, sulla strada di casa, passo davanti ai tavolini di un bar e inciampo in una frase, buttata in mezzo al portico da una ragazza giovane, segni particolari nessuno.
- Certo, – dice con il tono di chi fa una concessione – però gli zingari sono zingari.

Seconda Regola: ridurre il mondo a verità necessarie. X è sempre uguale a X. Il Paese Semplice ammette solo identità.

Ascolto spesso i discorsi del prossimo. In treno, se non ho un paio di cuffie da infilarmi nelle orecchie, sono incapace di leggere, troppo attento a quel che dicono i vicini. A volte mi faccio contagiare anch’io dalla voglia di semplicità. Immagino di essere un agente segreto, assoldato per schedare i responsabili di determinate frasi in stile Borghezio. A seconda del sogno, le persone che segnalo vengono poi deportate in Libia oppure private del diritto di voto. Lo so che non va bene, e infatti mi sveglio, mi schiaffeggio e poi rido della contraddizione: deportare i razzisti o convincerli con la forza.
Il problema è che altri fanno sogni peggiori e non si svegliano affatto.
Ti ammazzano di botte perché hai il codino e non offri una sigaretta.
Ti buttano in un pozzo perché forse sei incinta e gli incasini la vita.
Ti bruciano la casa perché sei rom, o romeno, insomma, quella roba lì.
Tutto pur di restare in pace, al sicuro, lontano dal conflitto.
Una ragazza mi supera a passo veloce. Discute con un amico, forse il fidanzato.
- Che poi i dati delle questure parlano chiaro: non risulta che un bambino sia mai stato rapito dagli zingari. E’ una leggenda metropolitana.
Mi metto a correre, la raggiungo, le stringo la mano e prima che il tipo mi metta le mani addosso, sono più o meno in ginocchio che la ringrazio e le chiedo se per caso non ha voglia di andare a parlare con un’altra ragazza, seduta al bar pochi metri più indietro.
Poi arrivo a casa e c’è la tivù accesa sul programma di Santoro.
Castelli, Lega Nord, messo alle strette sulla questione clandestini, si agita.
- La gente ci ha votato per questo – taglia corto – e noi andremo avanti.

Terza Regola: eliminare le minoranze. Nel Paese Semplice democrazia fa rima con maggioranza.

A seguire parte un servizio, credo girato in Romagna, credo per dimostrare che anche i bonari comunisti d’antan non ne possono più degli stranieri. Forse vale la pena ricordare che in provincia di Bologna il giornale più venduto è sempre stato il Resto del Carlino, anche quando il direttore era un entusiasta della Repubblica di Salò. E l’espressione maruchèin (marocchino = meridionale) non è mai stata un complimento, da queste parti.
Intervistano un tizio che con l’aria dell’illuminista sostiene:
- Quelli che lavorano è giusto che restino. Ma i clandestini no, quelli fuori.
Milioni di italiani, di destra o di sinistra, sottoscriverebbero una frase del genere, sentendosi più o meno nipotini di Voltaire.
Se capisco bene, l’uomo che la pronuncia è appena uscito da una fabbrica. Lavora lì insieme a molti stranieri, in gran parte senza permesso di soggiorno. Solo che nella sua cornice mentale clandestino significa “senza lavoro” e non è disposto a modificarla nemmeno davanti ai fatti. D’altra parte qualunque teoria può essere difesa dall’attacco della realtà. Copernico rigettò il sistema tolemaico non perché non riuscisse a spiegare nuovi fenomeni, ma perché per farlo aveva bisogno di calcoli troppo complessi. Il problema non è la scomparsa dei fatti, ma l’uso di un linguaggio allo stesso tempo troppo semplice e troppo oscuro per poterli descrivere.

Quarta Regola: eliminare le informazioni. Il Paese Semplice ammette solo tautologie.

Ci sono leggi che si scrivono per sancire l’illegalità, l’arbitrio, l’assenza di diritto.
L’attuale legislazione italiana in materia di immigrazione dai paesi extra-comunitari (promulgata da un governo di centrodestra e lasciata tale e quale dal governo di centrosinistra) è un caso paradigmatico.
La legge Bossi-Fini stabilisce che per ottenere un permesso di soggiorno è necessario avere un contratto di lavoro. Ma per avere un contratto è inevitabile… venire in Italia. Ovvero entrare clandestinamente, trovare un datore di lavoro disponibile, il quale spedirà una formale richiesta di assunzione all’ambasciata italiana nel paese d’origine, fingendo di non avere già in organico il lavoratore (in nero). Il quale lavoratore dovrà poi tornare al suo paese a proprie spese, fingere a sua volta di non essere mai entrato clandestinamente in Italia, presentarsi all’ambasciata italiana per ottenere i documenti e quindi rientrare in Italia da regolare.
Che l’iter sia questo lo sanno anche i sassi, ma tutti, dai legislatori alle autorità preposte al personale diplomatico, fino ai diretti interessati, fanno finta di niente. Nessuno affiderebbe la cura dei propri anziani o della propria casa a un estraneo, che in teoria dovrebbe vivere a Kiev, a Bucarest o a Manila. Vogliamo parlarci, vederla in faccia, la persona che cambierà il pannolone a nostra nonna, sapere qualcosa di lei, prima di assumerla, metterla in regola (ammesso che si sia disposti a farlo). E possiamo scommettere che anche l’impresa edile che ci ristruttura casa non ha assunto il muratore rumeno sulla parola, scegliendolo da una lista di collocamento internazionale.
Ci sono leggi “contro la clandestinità” che si fanno per favorire la clandestinità.
Il dipendente perfetto è quello che deve al proprio datore di lavoro la garanzia di non essere sbattuto in un CPT, quello sottoposto al doppio ricatto di perdere il lavoro ed essere espulso oltre frontiera.
Ci sono leggi che sembrano paradossali, ma in realtà rispondono a una logica ferrea. Quella dell’esclusione per poter includere al minor costo possibile. Quella del profitto spacciato per sicurezza. La stessa logica che porta a gridare “padroni a casa nostra” mentre si appoggiano operazioni di guerra in casa d’altri.
Quelli che per ultimi in Europa si sono sbarazzati di un regime fascista e ne hanno ancora fresca memoria se ne sono accorti che l’Italia sta marcendo al passo dell’oca (no, non è un refuso, marciare è troppa fatica) e ce lo dicono in faccia. Gli spagnoli non ci vanno certo teneri con gli immigrati, men che meno con i clandestini, ma in Spagna non si respira l’aria pesante che asfissia il Paese Semplice, togliendoci l’ossigeno necessario a riconoscere le cose e chiamarle con il loro nome. Colpa dei miasmi della spazzatura, dei gas di scarico, dell’odore di benzina bruciata.
Per onorare le promesse elettorali si è appena istituito un Commissario straordinario ai rom. Le istituzioni si occuperanno degli zingari. Non di cittadini italiani o stranieri, ma di un’etnia. E’ un bel salto di qualità, un passo in avanti nella storia a ritroso di questo paese e di questo continente. E possiamo stare certi che ci sarà sempre qualcuno disposto a discuterne… pacatamente, serenamente.

Wu Ming

__Bienvenido__

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Spettabili compagni discendenti!

Frugando nell’odierna merda impietrita,

studiando le tenebre dei nostri giorni,

voi, forse, chiederete anche di me.

E, forse, vi dirà un vostro dotto,

coprendo d’erudizione lo sciame delle domande,

che visse, pare,

un certo cantore dell’acqua bollita

e nemico giurato dell’acqua corrente.


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