Arrivederci Fratello Mare – Nazim Hikmet

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Arrivederci fratello mare

Varna, 1951

Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti

arrivederci fratello mare

mi porto un pò della tua ghiaia

un pò del tuo sale azzurro

un pò della tua infinità

e un pochino della tua luce

e della tua infelicità.

Ci hai saputo dir molte cose

sul tuo destino di mare

eccoci con un pò più di speranza

eccoci con un pò più di saggezza

e ce andiamo come siamo venuti

arrivederci fratello mare.

***

Quest’anno

Varna, 1952

Quest’anno quest’inizio d’autunno nel meridione

m’impasticcio di mare di sabbia di sole

mi stropiccio all’albero

alle mele

come ci s’impasticcia di miele.

la notte, il cielo ha un buon odore di semi

la notte, il cielo scende sulla via polverosa

m’impasticcio di stelle.

Io m’abituo, mia rosa,

io m’abituo

al mare alla sabbia al sole alle mele alle stelle

è tempo di andare

mischiato

al sole alla sabbia alle mele alle stelle al mare.

Eufemia – Le città invisibili – Italo Calvino

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Marocco Fez

_Marocco_Fez_

A ottanta miglia incontro al vento di maestro l’uomo raggiunge la città di Eufemia, dove i mercanti  di sette nazioni convengono ad ogni solstizio ed equinozio. La barca che vi approda con un carico  di zenzero e bambagia tornerà a salpare con la stiva colma di pistacchi e semi di papavero, e la carovana che ha appena scaricato sacchi di noce moscata e di zibibbo già affastella i suoi basti per il ritorno con rotoli di mussola dorata. Ma ciò che spinge a risalire fiumie attraversare deserti per nvenire fin qui non è solo lo scambio di mercanzie che ritrovi sempre in tutti i bazar dentro e fuori l’impero del Gran Kan, sparpagliate ai tuoi piedi sulle stesse stuoie gialle, all’ombra della stessa tenda scacciamosche, offerti con gli stessi ribassi di prezzo menzonieri. Non solo a vendere e a comprare si viene ad Eufemia, ma anche perchè la notte accanto ai fuochi tutt’intorno al mercato, seduti sui sacchi o sui barili o sdraiati su mucchi di tappeti, a ogni parola che uno dice -come “lupo”, “sorella”, “tesoro nascosto”, “battaglia”, “scabbia”, “amanti”- gli altri raccontano ognuno la sua storia di lupi, di sorelle, di tesori, di scabbi, di amanti, di battaglie. E tu sai che nel lungo viaggio che ti attende, quando per restere sveglio al dondolio del cammello o della giunca ci si mette a ripensare tutti i propri ricordi a uno a uno, il tuo lupo sarà diventato un altro lupo, tua sorella una sorella diversa, la tua battaglia altre battaglie, al ritorno da Eufemia, la città in cui ci si scambia la memoria a ogni solstizio e a ogni equinozio.

Passeggiata a Roma – Zeppelin

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Via di Capannelle_Il tramvetto

Via di Capannelle_Il tramvetto

Nel 1997 come supplemento a Diario uscì Zeppelin. Passeggiate letterarie in giro per alcune delle più belle città italiane, raccontate da scrittoti. Ho fatto una selezione e vi propongo Roma, Napoli, Parma, in tre puntate. Gli autori che ho scelto per Roma sono Casanova, Gogol e Marziale. Buona lettura.

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Anfiteatro Flavio e Arco di Costantino

Giacomo Casanova
Come comportarsi a Roma

L’uomo che vuole fare fortuna in questa antica capitale del mondo deve essere un camaleonte capace di riflettere tutti i colori dell’ambiente che lo circonda, un Proteo capace di assumere tutte le forme. Deve essere compiacente, insinuante, falso, impenetrabile, spesso strisciante, perfidamente sincero; deve fingere sempre di sapere meno di quello che sa, deve avere un tono di voce inalterabile, deve essere paziente, deve saper padroneggiare la propria fisionomia, deve essere freddo come il ghiaccio quando un altro al suo posto sarebbe tutto fuoco; e se ha la disgrazia di di non avere la fede nel cuore, deve averla nell’intelletto e soffrire in pace, se è un uomo onesto, la mortificazione di doversi riconoscere per un ipocrita. E se detesta comportarsi così, è meglio che lasci Roma e vada a cercare fortuna altrova. Di tutte queste doti, e non so se ciò sia un vanto o una confessione, io avevo solo la compiacenza: per il resto, non ero che un simpatico stordito, un buon cavallo di razza, per nulla ammaestrato male, il che è peggio. [...] A Roma ci sono molte cose che nei primi giorni sorprendono, ma alle quali si fa poi l’abitudine. Non esiste città cattolica in cui ci si preoccupi meno della religione. I romani sono come dipendenti della manifattura tabacchi, che hanno il permesso di prendere gratis quanto tabacco vogliono. Vi si vive nella massima libertà, se si eccettua il fatto che gli ordini santissimi sono temibili quanto lo erano a Parigi gli ordini regi prima della Rivoluzione.

Memorie scritte da lui medesimo, 1789-1798
(traduzione di Piero Chiara)

Scalinata di Trinità dei Monti 1880

Scalinata di Trinità dei Monti 1880

Nicolaj Vasilevic Gogol

Gogol abitò in via Sistina al n. 123 dal 1838 al 1842.
In una lettera del 1838 ad un amico descrive così il Carnevale romano:

E’ tempo di carnevale, tutta la città va a spasso. Il carnevale è una manifestazione grandiosa in tutta Italia, ma a Roma in modo particolare. Tutti scendono nelle strade, ognuno è mascherato. Chi non ha mezzi per travestirsi rivolta la palandrana e si imbratta il muso di nerofumo. Alberi interi e tappeti di fiori girano per le vie, spesso passa qualche carro tutto foglie e ghirlande…sul carro troneggia una comitiva  nel gusto delle antiche festività in onore di Cerere; sembra uscito da un dipinto Hubert Robert. Il corso si direbbe coperto di enve, tanta è la farina che vi è stata buttata. Avevo sentito parlare di “confetti” ma non mi aspettavo una cosa tanto meravigliosa! Figurati che puoi lasciare in faccia alla più bella un sacco intero di farina e quello non solo non si arrabbierà, neanche se è una Borghese, ma tela renderà in uguale misura. In altri paesi la plebe sola si diverte. Qui tutti stanno insieme. C’è una libertà straordinaria che ti manderebbe in visibilio. Puoi parlare e offrire fiori a chi ti pare. Puoi anche saltare su una carrozza di passaggio e sederti tra due sconosciuti…

da Gogol a Roma
a cura di D. Borghese, 1838.

Via Nazionale

Via Nazionale

Marziale
Sui rumori di Roma

A Roma la mattina un poveretto non sa dove riposarsi.
La mattina ti rompono le scatole i maestri di scuola, la notte i fornai e per tutto il giorno il martello dei calderari. Qui un tabacchiere ozioso fa tintinnare sul suo banco un sacco di monete, là un battitore d’oro spagnolo fa rumore con i suoi attrezzi.
Poi gli scatenati seguaci di Cibele non prendono fiato con i loro canti, il naufrago che attreversa la strada abbracciato a un tronco, l’ebreo che chiede l’elemosina esortato dalla madre e il mercante che reclamizza la sua merce.
Chi può dormire?[...]
Tutta questa marmaglia mi sveglia con schiamazzi e risate e praticamente tutta Roma è accanto al mio letto. Se voglio dormire in pace non ho altra scelta: scappare in campagna.

Epigrammi, XII, 57, intorno al 90 d.C.
(traduzione di Valerio Bispuri)

Intermezzo

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_Tra Amsterdam ed Eindhoven_

La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
in ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco…
La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C’è chi sopravvive…

(Eugenio Montale, La Storia, in Satura, Milano, 1971)

Erri De Luca – da Satisfiction

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Da Satisfiction n. 2 / febbraio 2008

PREMESSE DA PIANOTERRA


Brevi prose di pensiero alle prese con la ragione di vocaboli e concetti compongono Pianoterra (Nottetempo, € 12,00) di Erri De Luca, il nuovo libro dell’autore napoletano di cui Satisfiction anticipa due brani inediti. La raccolta, in libreria dal 6 marzo, è scritta secondo la prospettiva del “pianoterra”. Un taglio inusuale che lo stesso De Luca, nella “Premessa”, spiega ai lettori: “Dall’angolo stretto di chi sta in una folla proviene la scrittura di queste pagine”.

Patria

Nato e cresciuto in un posto del Sud alleggerito da milioni di emigranti, ho sentito ripetere spesso che:  “’A patria è chella ca te dà a mangià”La riduzione del proprio luogo a dispensatore alimentare era la piú amara definizione, ma non cosí spregiativa. Lavorare e guadagnarsi il pane è diritto elementare ed è quello che produce dignità e radica appartenenza.
Patrigna è la patria che lo nega, che discrimina tra figli e figliastri. Il Sud era molto figliastro. Sue patrie furono le Americhe, l’Australia. Gli emigranti espatriarono senza conoscere il verbo, salutando con un fazzoletto bianco e non tricolore. Si portavano dietro un dialetto in cui esprimere la loro nostalgia. L’italiano era la lingua di chi poteva permettersi il lusso di parlare diverso dal popolo, dai popoli riuniti sotto il cappello Italia. A casa nostra la parola patria era inesorabilmente accoppiata all’esperienza goffa e tragica del fascismo. I miei avevano conosciuto i sabati del regime, le adunate obbligatorie nei ranghi dei figli della lupa, le parate con labari e aquile romane, caricature e addobbi spolverati da uno scheletro della storia. Quella patria con il punto esclamativo si era presa sul serio al punto di credersi guerriera. Napoli ascoltò la sirena di allarme aereo poco dopo la dichiarazione di guerra, la parola patria presentava in fretta il conto. Ci sono vocaboli che diventano inservibili: insieme al Lebensraum, lo spazio vitale, preteso dall’espansionismo tedesco, anche patria finí sotto le macerie e i cingoli dei vincitori, insieme a una monarchia lesta a disertare.
Da giovane ho aderito a lungo a una gioventú rivoltosa e comunista che ripeteva il motto: il proletario non ha nazione. Gli operai, gli sfruttati, secondo quella convinzione, erano compatrioti di altri come loro oltre i confini, ben piú che dei loro concittadini di ceto borghese. Perciò patria è un termine fuori dal mio dizionario e forse lo sto scrivendo qui per la prima volta. Al disuso si somma anche il basso gradimento per l’inno di Mameli di cui non ho ancora deciso se sia peggiore il testo o la musica. Dov’è la vittoria? Quando l’ascolto mi sforzo di dimenticare l’italiano, di ricevere sillabe prive di senso. Mia madre dice che la patria è una parola che ti è cara solo se stai all’estero e senti qualcuno che parla male del tuo paese. Allora ti scatta la molla di difenderlo. Sono d’accordo con lei, anche a me è successo e mi sono trovato a ricacciare indietro l’offesa. Proteggevo cosí il mio luogo d’origine, la lingua che ho imparato a parlare e ad amare dopo il napoletano, il piatto in cui ho mangiato e le ricette imparate, la geografia, il nome dei miei, l’olio, le arance, Vittorio de Sica e Fabrizio De Andrè, il sangue visto spargere, un bacio sul marciapiede di un binario, queste cose mi hanno messo impronta e di certo non una maglia azzurra, una coccarda, un’istituzione. Allora sí, lontano, mi è scattato il riassunto dell’italiano che sono, uno senza la parola patria, alla quale preferisco varianti come: matria fratria, tanto per dare un cambio ai padri sempre piú a corto di fiato nel ruolo.

Recinto

Il Paradiso è la cantica meno letta della Divina Commedia. I santi annoiano. “Mi sentirei di girare un film sull’inferno dantesco, forse sul purgatorio, certamente non sul paradiso”: Alessandro Blasetti conferma che la perfezione è poco sceneggiabile. Quando fu scelto un posto per il paradiso, col minore impatto ambientale, si decise di piazzarlo in cielo. In terra ingombrava, in mare avrebbe guastato il premio a chi in vita soffrí di maldimare. La ricompensa eterna sazia presto. Il Paradiso, maiuscolo e ripetitivo, è un ergastolo di beatitudini. L’inconveniente maggiore è che sta confinato di là del tempo regolamentare, nei supplementari. Piú pratico è riportarlo in terra, dentro l’esistenza.
In antico ebraico paradiso è pardès, un campo recintato con alberi da frutto. Stava al suolo, era fornito di plurale pardesìm, ce n’erano diversi. Non era contemplazione, ma opera di lavoro, non riposo ma sudore, custodia contro le avversità. Vedo pardès, ovunque l’emergenza chiami a una risposta, fosse pure disperata. Vilna, Lituania, settembre 1943, ghetto ebraico nei giorni della soluzione finale: un grappolo di giovani resiste con qualche arma da fuoco racimolata in giro. Mancano i proiettili. C’è nel ghetto una casa editrice con tipografia, la “Rom”, che stampa i grandiosi volumi del Talmud. I giovani vanno di notte a rubare le barre di piombo per fonderle e fabbricare munizioni. Le sante lettere ebraiche diventano proiettili. Scrive lí e in quel momento il giovane poeta Avram Sutzkever: “L’ebraico valore serbato in parole / va a irrompere nel mondo, arma da fuoco”. Nel ghetto di Vilna i superstiti dell’annientamento fabbricarono intorno a loro un recinto, una difesa, un pardès. Prima di essere inceneriti nel Vernichtungslager di Sobibor piantarono un pardès coi loro corpi. Pardès fu il tempo che salvarono, un tizzone d’incendio. Furono vinti, certo, il pardès non sbandiera vittorie. È un cerchio di fuoco, un campo di zingari che all’alba seguente lascia cenere spenta.
Lo ritrovo in terra ovunque la miseria, la guerra, spingano a una resistenza, a un patto per unire le forze. Vedo pardesìm nei passaggi di migratori verso le nostre coste, nei villaggi che ricostruiscono le case dopo il maremoto dell’Oceano Indiano.
Pardès è una fabbrica occupata, una barricata, una cooperativa di senza terra. È stato di eccezione e di emergenza, poi si dissolve e si riforma altrove. L’umanità si regge sul pardès.

http://www.satisfiction.it/

Julio Cortàzar – Storie di cronopios e di famas

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Altri tre brevi racconti di Cortazar, ormai compagno di letture notturne più che piacevoli.

Viaggi

Quando i famas fanno un viaggio, le loro abitudini, quando si fermano a dormire in una città, sono le seguenti: un fama va all’hotel e prudentemente vuol sapere il prezzo della camera, rendersi conto di persona della qualità delle lenzuola e del colore dei tappeti. Il secondo va al commissariato e stila una dichiarazione sui beni mobili e immobili dei tre, e fa anche l’elenco del contenuto delle loro valigie. Il terzo fama va all’ospedale e prende nota dei medici di turno nonchè delle loro specializzazioni.
Finite queste incombenze, i tre viaggiatori si riuniscono nella piazza principale della città, si comunicano le rispettive osservazioni, ed entrano in bar a prendere un aperitivo. Prima però si prendono per mano e fanno un girotondo. Questa danza è detta: “Allegria dei famas”.
Quando i cronopios fanno un viaggio, trovano tutti gli alberghi al completo, i treni partiti, piove come dio la manda e i taxi non li vogliono far salire a meno che non siano pronti a farsi spellare vivi. I cronopios non si scoraggiano perchè credono fermamente che queste cose capitino a tutti, e prima di andare a dormire si dicono l’un l’altro: “Ma che bella città, una città proprio bella”. E sognano tutta la notte che la città è in festa e che loro sono invitati a tutti i ricevimenti. Il giorno dopo si alzano allegri, ed è così che viaggiano i cronopios.
Le speranze, sedentarie, si lasciano viaggiare dalle cose e dagli uomini, e sono come le statue che bisogna fare un viaggio per vederle perchè loro non si disturbano.

Conservazione dei ricordi

 

I famas, per conservare i loro ricordi seguono il metodo dell’imbalsamazione: dopo aver fissato il ricordo con capelli e segnali, lo avvolgono dalla testa ai piedi in un lenzuolo nero e lo sistemano contro la parete del salotto, con un cartellino che dice: “Gita a Quilmes”, oppure: “Frank Sinatra”. I cronopios invece, questi esseri disordinati e tiepidi, sparpagliano i ricordi per la casa, allegri e contenti, e ci vivono in mezzo e quando un ricordo passa di corsa gli fanno una carezza e gli dicono affettuosi: “Non farti male, sai”, e anche: “Sta attento, c’è uno scalino”. Questa è la ragione per la quale le case dei famas sono in ordine e in silenzio, mentre le case dei cronopios sono sempre sottosopra e hanno porte che sbatacchiano. I vicini si lamentano sempre dei cronopios e i famas scuotono la testa comprensivi, e vanno a vedere se i cartellini sono sempre a loro posto.

 

Orologi

Un fama possedeva un orologio amuro e tutte le settimane lo caricava CON GRANDE CURA.

La parola carciofo deriva dallarabo al-kharshûf.
La parola carciofo deriva dall’arabo al-kharshûf.

Passò un cronopio e vedendolo si mise a ridere, tornò a casa e inventò l’orologio-carciofo o carciofo selavtico, perchè a questa o a quella varietà può e deve appartenere. L’orologio carciofo selvatico del cronopio è un carciofo di varietà nobile, fissato per un gambo ad un buco della parete. Le numerose foglie del carciofo selvatico indicano l’ora presente e anche tutte le ore, sicchèil cronopio non deve far altro che togliergli una foglia e subito sa un’ora. Dato che le stacca da sinistra a destra, la foglia non sbaglia mai, e dà l’ora esatta, così il cronopio ogni giorno ricomincia da capo togliendo un nuovo giro di foglie. Quando arriva al cuore non è più possibile misurare il tempo e nell’infinita rosa violetta del centro il cronopio scopre una gran gioia e se lo mangia con olio aceto e sale, e infila un nuovo orologio nel buco.


Julio Cortàzar – Storie di cronopios e di famas

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Questi racconti mi fanno sorridere. E ridere proprio, a volte. Partendo dal presupposto che le letture che faccio di “mia sponte” le lascio alle ore notturne, queste sono risate che contengo con la mano per non svegliare gli altri.
La storia del cammello sembra una delle molte vicende che riguardano gli immigrati in Italia. Un autore davvero geniale.

Julio Cortazar e il suo gatto

Julio Cortazar e il suo gatto


Spiaccicamento delle gocce

Non so come dire, guarda, è terribile questa pioggia. Piove continuamente, fuori fitto e grigio, qui contro i vetri del balcone a goccioloni grevi e duri, che fanno plaf e si spiaccicano come schiaffi uno dopo l’altro, che noia. Ecco una gocciolina alta sul riquadro della finestra, vibra un attimo contro il cielo che la scheggia in mille luccichii spenti, cresce si ingrossa barcolla, cadrà non cadrà, non è ancora caduta. Si afferra con tutte le unghie, non vuole cadere e si vede che si aggrappa con i denti mentre le si gonfia la pancia, è ormai una gocciolona che pende maestosa e, di colpo, zup giù, plaf, disfatta, niente, una viscosità sul marmo.
Ma ci sono quelle che si suicidano e si abbandonano subito, spuntano sul riquadro e di lì si gettano giù; mi pare di vedere la vibrazione del salto, le loro gambette che si staccano e il grido che le ubriaca nel nulla della caduta e dell’anichilimento. Tristi gocce, rotonde innocenti gocce. Addio gocce. Addio.

Cammello dichiarato indesiderabile

Sono state accettate tutte le richieste di transito alla frontiera, ma Guk, cammello, inaspettatamente dichiarato indesiderabile. Corre Guk alla questura dove gli dicono niente da fare, tornatene alla tua oasi, dichiarato indesiderabile, inutile fare pressioni. Tristezza di Guk, ritorno alle terre d’infanzia. E i cammelli della famiglia, e gli amici, gli si fanno intorno, ma che cosa è successo, ma non è possibile, perchè proprio tu. Allora una delegazione parte e va al ministero per l’Emigrazione a perorare per Guk, con scandalo dei funzionari di carriera: non si è mai vista una cosa simile, tornate tutti immediatamente all’oasi, verrà aperta un’inchiesta.
Guk nell’oasi si ciba d’erba un giorno, d’erba il giorno dopo. Tutti i cammelli sono emigrati, Guk continua ad aspettare. Così se ne vanno l’estate e l’autunno. Poi Guk tornato in città, fermo in una piazza vuota. Molto fotografato dai turisti mentre risponde alle domande dei reporters. Vago prestigio di Guk nella piazza. Approfittandone cerca di passare, sulla porta tutto cambia: dichiarato indesiderabile. Guk china la testa, cerca i pochi fili d’erba nella piazza. Un giorno lo chiamano con il megafono e lui va felice alla questura. Là è dichiarato indesiderabile. Guk torna all’oasi e si corica. Mangia un poco, poi posa il muso sulla sabbia. Chiude lentamente gli occhi mentre tramonta il sole. Dal suo naso sgorga una bolla che dura un secondo più di lui.

Olimpiadi 2008 e flash back

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L’odore secco del magnesio. La sensazione scivolosa sui piedi e la polvere che copre come una guaina i calli e i tagli delle dita. Emozioni che si arrampicano ogni volta che vedo un tappeto per il corpo libero o un volteggio, il cavallo.

Ognuna di noi aveva un gesto scaramantico prima di eseguire un esercizio.
Portava fortuna e scaricava la tensione competitiva, era un gesto nervoso
che aiutava a concentrarsi.
Una ritualità comica e seria contemporaneamente.
Strofinavo le mani e strizzavo una volta un occhio poi l’altro. Era un tic, credo.

Il pavimento era di linoleum, che si ottiene anche con l’aggiunta di amianto.
Noi questo non lo sapevamo. A me piaceva sdraiarmi, stanchissima,
sentire il fresco della superficie.
Emergeva pian piano l’odore di tappetini di plastica imbottiti, di sudori stantii,
di legno umido e un pò ammuffito, di piedi nudi e piccoli. Un respiro faticoso.

Tamara – Le città invisibili – Italo Calvino

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Varanasi, India. Foto

L’uomo cammina per giornate tra gli alberi e le pietre. Raramente l’occhio si ferma su una cosa, ed è quando l’ha riconosciuta per il segno d’un’altra cosa: un’impronta sulla sabbia indica il passaggio della tigre, un pantano annuncia una vena d’acqua, il fiore dell’ibisco la fine dell’inferno. Tutto il resto è muto e intercambiabile; alberi e pietre sono soltanto ciò che sono. Finalmente il viaggio conduce alla città di Tamara. Ci si addentra per vie fitte d’insegne che sporgono dai muri. L’occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose: la tenaglia indica la casa del cavadenti, il boccale la taverna, le alabarde il corpo di guardia, la stadera l’erbivendola. Statue e scudi rappresentano leoni delfini torri stelle: segno che qualcosa – chissà cosa – ha per segno un leone o delfino o torre o stella. Altri segnali avvertono di ciò che in un luogo è proibito – entrare nel vicolo con i carretti, orinare dietro l’edicola, pescare con la canna dal ponte – e di ciò è lecito – abbeverare le zebre, giocare a bocce, bruciare i cadaveri dei parenti. Dalla porta dei templi si vedono le statue degli dei, raffigurati ognuno coi suoi attributi: la cornucopia, la clessidra, la medusa, per cui il fedele può riconoscerli e rivolgere loro le preghiere giuste. Se un edificio non porta nessuna insegna o figura, la sua stessa forma e il posto che occupa nell’ordine della città bastano a indicarne la funzione: la reggia, la prigione, la zecca, la scuola pitagorica, il bordello. Anche le mercanzie che i venditori mettono in mostra sui banchi valgono non per se stesse ma come segni d’altre cose: la benda ricamata per la fronte vuol dire eleganza, la portantina dorata potere, i volumi di Averroè sapienza, il monile per la caviglia voluttà. Lo sguardo percorre le vie come pagine scritte: la città dice tutto quello che devi pensare, ti fa ripetere il suo discorso, e mentre credi di visitare Tamara non fai che registrare i nomi con cui essa definisce se stessa e tutte le sue parti.
Come veramente sia la città sotto questo fitto involucro di segni, cosa contenga o nasconda, l’uomo esce da Tamara senza averlo saputo. Fuori s’estende la terra vuota fino all’orizzonte, s’apre il cielo dove corrono le nuvole. Nella forma che il caso e il vento dànno alle nuvole l’uomo è già intento a riconoscere figure: un veliero, una mano, un elefante…

Zaira – Le città invisibili – Italo Calvino

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Lisbona, chiesa del Mosteiro de los Jeronimos.

Inutilmente, magnanimo Kublai, tenterò di descriverti la città di Zaira dagli alti bastioni. Potrei dirti di quanti gradini sono le vie fatte a scale, di che sesto gli archi dei porticati, di quali lamine di zinco sono ricoperti i tetti; ma so già che sarebbe come non dirti nulla. Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato: la distanza dal suolo d’un lampione e i piedi penzolanti d’un usurpatore impiccato; il filo teso dal lampione alla ringhiera di fronte e i festoni che impavesano il percorso del corteo nuziale della regina; l’altezza di quella ringhiera e il salto dell’adultero che la scavalca all’alba; l’inclinazione d’una grondaia e l’incedervi d’un gatto che s’infila nella stessa finestra; la linea di tiro della nave cannoniera apparsa all’improvviso dietro il capo e la bomba che distrugge la grondaia; gli strappi delle reti da pesca e i tre vecchi che seduti sul molo a rammendare le reti si raccontano per la centesima volta la storia della cannoniera dell’usurpatore, che si dice fosse un figlio adulterino della regina, abbandonato in fasce sul molo. Di quest’onda che rifluisce dai ricordi la città s’imbeve come una spugna e si dilata. Una descrizione di Zaira quale è oggi dovrebbe contenere tutto il passato di Zaira. Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole.

Bauci – Le città invisibili – Italo Calvino

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Pitigliano

Dopo aver marciato sette giorni attraverso boscaglie, chi va a Bauci non riesce a vederla ed è arrivato. I sottili trampoli che s’alzano dal suolo a gran distanza l’uno dall’altro e si perdono sopra le nubi sostengono la città. Ci si sale con scalette. A terra gli abitanti si mostrano di rado: hanno già tutto l’occorrente lassù e preferiscono non scendere.
Nulla della città tocca il suolo tranne quelle lunghe gambe da fenicottero a cui si appoggia e, nelle giornate luminose, un’ombra traforata e angolosa che si disegna sul fogliame. Tre ipotesi si dànno sugli abitanti di Bauci: che odino la Terra; che la rispettino al punto d’evitare ogni contatto; che la amino com’era prima di loro e con cannocchiali e telescopi puntati in giù non si stanchino di passarla in rassegna, foglia a foglia, sasso a sasso, formica per formica, contemplando affascinati la propria assenza.

__Bienvenido__

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Spettabili compagni discendenti!

Frugando nell’odierna merda impietrita,

studiando le tenebre dei nostri giorni,

voi, forse, chiederete anche di me.

E, forse, vi dirà un vostro dotto,

coprendo d’erudizione lo sciame delle domande,

che visse, pare,

un certo cantore dell’acqua bollita

e nemico giurato dell’acqua corrente.


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