per ritornare liscia come la terra vista da lontano – j.haddad

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Quando verrà il momento

Nella follia

catturare il firmamento e lambire le nubi

prendere in prestito la bufera

lasciandomi alle spalle le lacrime zampillanti

lacrime zampillanti

e me ne andrò.

Non inseguire l’equilibrio

non soffocare le grida

danzare sull’acqua

dirigendomi verso l’altra sponda

libera

o schiava

non importa!

Guadare il fiume.

Quando verrà il momento

farfalla notturna

deporre la dolcezza che ormai mi ha annoiata

deporre l’abito imbizzarrito invano

e dare fuoco al passato

per ritornare liscia come la terra vista da lontano

e girare da sola

intorno alla luna.

Ridere e le mie risate non saranno tristi

non volere, camminare

accarezzare la strada

conversare tutta la notte con il selciato

fare sgorgare la poesia dalle pietruzze

il cielo piangerà e non mi preoccuperò

il vento consumerà il mio cuore ustionato dall’amore.

Quando verrà il momento

alba senza rugiada

mi mostrerò con il viso rabbuiato

e seppellirò i miei visi sereni

diffonderò le ombre sul mio essere

le farò gocciolare come il dolce miele

punto dopo punto

bacio dopo bacio

affinché riemerga sulla superficie del fiume

quella donna che ho serbato in me.

Ci sono amori senza paradiso – S.Plath

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UNA SANTA AMERICANA

Ci sono amori senza paradiso.
Solitudini che seccano sul grembo
come macchie di parto.
Ted ha messo il suo cuore sotto spirito.
Lei adesso è immortale.
Un altare, una statua,
una icona.
È qui per restare:
sole che nasce all’incontrario,
bocca magica che vomita gigli.
È una madonna azzurra
che brilla sopra il nostro letto.
Ci scruta in silenzio. La bocca dolorosa,
immobile come la luna.
È un geyser che schizza su un continente buio.
Nel suo stomaco fermentano semi,
frumento, bulbi di fiori pronti ad esplodere.
Una divinità preistorica:
corpo di marmo
senza ombelico,
senza padre, né madre.

(Omaggio a Monica Vitti)

Sono una donna – Joumana Haddad

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Nessuno può immaginare
quel che dico quando me ne sto in silenzio
chi vedo quando chiudo gli occhi
come vengo sospinta quando vengo sospinta
cosa cerco quando lascio libere le mani.
Nessuno, nessuno sa
quando ho fame quando parto
quando cammino e quando mi perdo,
e nessuno sa
che per me andare è ritornare
e ritornare è indietreggiare,
che la mia debolezza è una maschera
e la mia forza è una maschera,
e quel che seguirà è una tempesta.

Credono di sapere
e io glielo lascio credere
e io avvengo.

Hanno costruito per me una gabbia affinché la mia libertà
fosse una loro concessione
e ringraziassi e obbedissi.
Ma io sono libera prima e dopo di loro,
con loro e senza loro
sono libera nella vittoria e nella sconfitta.
La mia prigione è la mia volontà!
La chiave della mia prigione è la loro lingua
ma la loro lingua si avvinghia intorno alle dita del mio
desiderio
e il mio desiderio non riusciranno mai a domare.

Sono una donna.
Credono che la mia libertà sia loro proprietà
e io glielo lascio credere
e avvengo.

inizio che non si compie mai – j.haddad

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Albero azzurro

Quando i tuoi occhi incontrano la mia solitudine

il silenzio diventa frutto

e il sonno tempesta

si socchiudono porte proibite

e l’acqua impara a soffrire.

Quando la mia solitudine incontra i tuoi occhi

il desiderio sale e si spande

a volte marea insolente

onda che corre senza fine

nettare che cola goccia a goccia

nettare piu ardente che un tormento

inizio che non si compie mai.

Quando i tuoi occhi e la mia solitudine si incontrano

mi arrendo nuda come la pioggia

e nuda come un seno sognato

tenera come la vite che matura il sole

molteplice mi arrendo

finché nasca l’ albero del tuo amore

Tanto alto e ribelle

Tanto alto e tanto mio

Freccia che ritorna all’arco

Palma azzurra piantata nelle mie nuvole

Cielo crescente che niente fermerà.

come due gocce d’acqua – W.Szymborska)

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Nulla due volte
1957

Nulla due volte accade

Né accadrà. Per tal ragione

nasciamo senza esperienza,

 moriamo senza assuefazione.

Anche agli alunni più ottusi

della scuola del pianeta

di ripeter non è dato

le stagioni del passato.

Non c’è giorno che ritorni,

non due notti uguali uguali,

né due baci somiglianti,

né due sguardi tali e quali.

Ieri, quando il tuo nome

qualcuno ha pronunciato,

mi è parso che una rosa

sbocciasse sul selciato.

Oggi che stiamo insieme,

ho rivolto gli occhi altrove.

Una rosa? Ma cos’è?

Forse pietra, o forse fiore?

Perché tu, ora malvagia,

dài paura e incertezza?

Ci sei – perciò devi passare.

Passerai – e in ciò sta la bellezza.

Cercheremo un’armonia,

sorridenti, fra le braccia,

anche se siamo diversi

come due gocce d’acqua.

Io sono Norma Jean Baker

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Trentacinque anni vissuti

con un corpo estraneo,

trentacinque anni con i capelli tinti,

trentacinque anni con un fantoccio.

Ma io non sono Marilyn.

Io sono Norma Jean Baker

perchè la mia anima

vi fa orrore

come gli occhi delle rane

sull’orlo dei fossi

olmo ricco di ogni forza antica – A.Merini

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Lettere

Rivedo le tue lettere d’amore
illuminata adesso da un distacco,
senza quasi rancore.
L’illusione era forte a sostenerci,
ci reggevamo entrambi negli abbracci,
pregando che durassero gli intenti.
Ci promettemmo il sempre degli amanti,
certi nei nostri spiriti divini.

E hai potuto lasciarmi,
e hai potuto intuire un’altra luce
che seguitasse dopo le mie spalle.

Mi hai resuscitato dalle scarse origini
con richiami di musica divina,
mi hai resa divergenza di dolore,
spazio, per la tua vita di ricerca
per abitarmi il tempo di un errore.

E mi hai lasciato solo le tue lettere,
onde io le ribevessi nella tua assenza.

Vorrei un figlio da te,
che sia una spada lucente,
come un grido di alta grazia,
che sia pietra, che sia novello Adamo,
lievito del mio sangue
e che dissolva più dolcemente
questa nostra sete.

Ah se t’amo!
Lo grido ad ogni vento
gemmando fiori da ogni stanco ramo,
e fiorita son tutta
e di ogni velo vò scerpando il mio lutto
perché genesi sei della mia carne.

Ma il mio cuore trafitto dall’amore
ha desiderio di mondarsi vivo,
e perciò, dammi un figlio delicato!
Un bellissimo vergine viticcio
da allacciare al mio tronco.

E tu, possente padre,
tu olmo ricco di ogni forza antica,
mieterai dolci ombre alle mie luci.

da La corsa del tempo – A.Achmatova (2)

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Nella mitologia dei popoli slavi orientali la rusalka è un essere con sembianze di donna giovane e bella che vive nelle acque dei fiumi, laghi e stagni. Come le sirene del mito classico, le rusalki avevano il potere di sedurre con i loro canti e le loro grazie l’uomo che le incontrava, salvo poi uccidere il malcapitato trascinandolo in acqua. L’immagine della rusalka è comune alla poesia russa di epoca romantica.

Sono giunta fin qui, oziosa,

è lo stesso per me dove annoiarmi!

Sopra il colle il mulino riposa.

Qui puoi stare in silenzio per anni.

 

Su una cuscuta secca

volteggia un’ape sommessa;

chiamo nello stagno la rusalka,

ma la rusalka è morta.

 

L’ampio stagno si interra,

si copre di fango rossastro;

sottile la luna risplende

sul palpito della tremula

 

Come mi fosse nuovo, osservo tutto.

Umido aroma dei pioppi.

E taccio. Taccio, pronta

ad essere te di nuovo, terra.

1911

 

(Venezia)

Colombaia dorata sull’acqua,

tenera e verde struggente,

e una brezza marina che spazza

la scia sottile delle barche nere.

 

Che dolci, strani volti tra la folla,

nelle botteghe lucenti di balocchi:

un leone col libro su un cuscino a ricami,

un leone col libro su una colonna di marmo.

 

Come su di un’antica tela scolorita,

il cielo azzurro fioco si rapprende…

ma non si è stretti in quest’angustia,

e non opprimono l’umido e l’afa.

1912

da La corsa del tempo – A.Achmatova

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Mi diverte quando sei ubriaco

e nelle tue storie non c’è senso.

Un autunno precoce ha sparpagliato

gialli stendardi sugli olmi.

Ci addentrammo in un falso paese,

ora ce ne pentiamo amaramente,

ma perchè sorridiamo di un sorriso

strano e raggelato?

Al posto di una pacifica gioia

volevamo un dolore che mordesse…

no, non lascerò il mio compagno

dissoluto e tenero.

1911

C’è nel contatto umano un limite fatale,

non lo varca né amore né passione,

pur se in muto spavento si fondono le labbra

e il cuore si dilacera d’amore.

Perfino l’amicizia vi è impotente,

e anni d’alta, fiammeggiante gioia,

quando libera è l’anima ed estranea

allo struggersi lento del piacere.

Chi cerca di raggiungerlo è folle,

se lo tocca soffre una sorda pena…

ora hai compreso perchè il mio cuore

non batte sotto la tua mano.

1915 – a Nikolaj Vladmirovic Nedobrovo

(Il salice)

Io crebbi in un silenzio arabescato

in un’ariosa stanza del nuovo secolo.

Non mi era cara la voce dell’uomo,

ma comprendevo quella del vento.

Amavo la lappola e l’ortica,

e più di ogni altro un salice d’argento.

Riconoscente, lui visse con me

la vita intera, alitando di sogni

con i rami piangenti la mia insonnia.

Strana cosa, ora gli sopravvivo.

Lì sporge il ceppo, e con voci estranee

parlano di qualcosa gli altri salici

sotto quel cileo, sotto il nostro cielo.

Io taccio…come se fosse morto un fratello.

1940

La libertà io la rubo…

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Amore in Portogallo

La notte, come ferite, leccava i fuochi.

Con gli spioncini, guardavano le stelle le prigioni,

e sotto il ponte di Salazar noi -

nell’oscurità più oscura.

 

Il dittatore ci ha reso un servizio

e, non visti da lui, sotto il ponte,

da questo infausto paese emigriamo

l’uno nelle braccia dell’altro.

 

Sotto il ponte di cemento e paura,

sotto il ponte di un ottuso potere,

le nostre labbra sono terre radiose

dove liberi siamo io e te.

 

La libertà io la rubo, la rubo

e nel sacro istante sottratto, sono felice

che, seppure in un bacio, non sia censurata

la lingua mia peccatrice.

 

Perfino in un mondo che ha i fascisti al potere,

dove la gente ha così pochi diritti,

sopravvivono ciglie vellutate,

che altri mondi nascondono.

 

Piccola portoghese, che ti sfili

e mi doni il tuo anello, perchè piangi?

Io non piango.

Le mie lacrime tutte le ho piante.

 

Stringiti a me. Ti bacio. Non pensare.

Sorella, poco possiamo noi.

Sotto il ponte, accigliato sopraciglio,

invisibili al mondo, siamo due lacrime.

Lisbona 1967

E.Evtusenko

(due)____________Novità

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Segnalo due novità edite da Odradek.

21 donne che hanno esplorato il mondo riuscendo, nel loro campo, a riscriverlo, studiarlo o contestarlo e per  questo hanno pagato un prezzo altissimo. A loro ed alle loro storie è dedicata questa raccolta scritta da Valeria Palumbo con le immagini di Giancarlo Montelli  che demolisce il mito del Romanticismo, delle donne devote per obbligo, per mettere in risalto l’azione come autentico talento femminile.

Per maggiori info e per ordinare il libro eccovi il LINK

 

 

 

 

 

 

[...]Questo libro, attraverso un’ampia mole di documenti in larga parte inediti, prove- niente da vari Archivi e commissioni d’inchiesta parlamentare, si concentra sulle trat- tative, gli accordi, le tensioni nazionali e internazionali relative alla questione dei criminali di guerra, cercando di evidenziare come e perché fu possibile assicurare l’impunità a centinaia di militari del regio esercito e di camicie nere dando luogo alla cosiddetta “mancata Norimberga” e all’inconsistente mito autoassolutorio degli “italiani brava gente”. [...]

Per la quarta di copertina e per ordinare il libro rimando a QUESTO LINK

Monologo per Cassandra – W.Szymborska

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Su Cassandra avevo citato in precedenza Christa Wolf con La prova del dolore e Polissena e Pantoo.

Non ho potuto fare a meno di ricorrere anche a Wislawa, perchè coglie uno sguardo disincantato, cinico e duro. La sconfitta.

Nella Wolf prevaleva più l’orgoglio e un rancore indelebile.

Sono io, Cassandra.

E questa è la mia città sotto le ceneri.

E questi i miei nastri e la verga del profeta.

E questa è la mia testa piena di dubbi.

 

E’ vero, sto trionfando.

I miei giusti presagi hanno acceso il cielo.

Solamente i profeti inscoltati

godono di simili viste.

Solo quelli partiti con il piede sbagliato,

e tutto potè compiersi tanto in fretta

come se mai fossero esistiti.

 

Ora rammento con chiarezza:

la gente al vedermi si fermava a metà.

Le risate morivano.

Le mani si scioglievano.

I bambini correvano dalle madri.

Non conoscevo neppure i loro effimeri nomi.

E quella canzoncina sulla foglia verde –

nessuno la finiva in mia presenza.

 

Li amavo.

Ma dall’alto.

Da sopra la vita.

Dal futuro. Dove è sempre vuoto

e nulla è più facile che vedere la morte.

Mi spiace che la mia voce fosse dura.

Guardatevi dall’alto delle stelle – gridavo-

guardatevi dall’alto delle stelle.

Sentivano e abbassavano gli occhi.

 

Vivevano nella vita.

Permeati da un grande vento.

Con sorti già decise.

Fin dalla nascita in corpi da commiato.

Ma ‘era in loro un’umida speranza,

una fiammella nutrita del proprio luccichio.

Loro sapevano cos’è davvero un istante,

oh, almeno uno, uno qualunque

prima di-

 

E’andata come dicevo io.

Solo che non ne viene nulla.

E questa è la mia veste bruciacchiata.

E questo è il mio ciarpame di profeta.

E questo il mio visto stravolto.

un viso che sapeva di poter essere bello.

 

(da La gioia di scrivere, Gli Adelphi)

________Novità

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Emanuela Valentini,

Il Cuore di Lola

 

Volo come si deve…(Wislawa Szymborska)

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Dopo giorni silenzio eccomi di nuovo. Ma non sono stata con le mani in mano: tante piccole novità e molte letture.

Riprendo le redini di questo blog con una grande poetessa polacca, Premio Nobel per la Letteratura 1996.

Sono tre poesie tratte da una notevole raccolta de Gli Adelphi (qui sotto la copertina) arrivata alla terza edizione italiana si chiama La gioia di scrivere. E la Szymborska ne ha davvero tanta, possiede una sensibilità non comune e un umorismo intelligente, pieno di giochi di parole.

Davvero le parole servono a poco per descriverla, le lascio a lei che sa usarle con uno stile più appropriato, più gustoso, più articolato, mai banale…eppure così semplice. Buona lettura.

Elogio dei sogni

In sogno

dipingo come Vermeer.

Parlo correntemente il greco

e non soltanto con vivi.

Guido l’automobile,

che mi obbedisce.

Ho talento,

scrivo grandi poemi.

Odo voci

non peggio di autorevoli santi.

Sareste sbalorditi

dal mio virtuosismo al pianoforte.

Volo come si deve,

ossia da sola.

Cadendo da un tetto

so cadere dolcemente sul verde.

Non ho difficoltà

a respirare sott’acqua.

Non mi lamento:

sono riuscita a trovare l’Atlantide.

Mi rallegro di sapermi sempre svegliare

prima di morire.

Non appena scoppia una guerra

mi giro sul fianco preferito.

Sono, ma non devo

esserlo, una figlia del secolo.

Qualche anno fa

ho visto due soli.

E l’altro ieri un pinguino.

Con la massima chiarezza.

da Ogni caso

***

La cipolla

La cipolla è un’altra cosa.

Interiora non ne ha.

Completamente cipolla

fino alla cipollità.

Cipolluta di fuori,

cipollosa fino al cuore,

potrebbe guardarsi dentro

senza provare timore.

 

In noi ignoto e selve

di pelle appena coperti,

interni d’inferno,

violenta anatomia,

ma nella cipolla – cipolla,

non visceri ritorti.

Lei più e più volte nuda,

fin nel fondo e così via.

 

Coerente è la cipolla,

riuscita è la cipolla.

Nell’una ecco sta l’altra,

nella maggiore la minore,

nella seguente la successiva,

cioè la terza e la quarta.

Una centripeta fuga.

Un’eco in coro composta.

 

La cipolla, d’accordo:

il più bel ventre del mondo.

A propria lode di aureole

da sè si avvolge in tondo.

In noi – grasso, nervi, vene,

muchi e secrezione.

E a noi resta negata

l’idiozia della perfezione.

da Grande numero

***

Contributo alla statistica

Su cento persone:

che ne sanno sempre più degli altri

-cinquantadue;

insicuri a ogni passo

- quasi tutti gli altri;

pronti ad aiutare,

purchè la cosa non duri molto

- be quarantanove;

buoni sempre,

perchè non sanno fare altrimenti

- quattro, be’ forse cinque;

propensi ad ammirare senza invidia

- diciotto;

viventi con la continua paura

di qualcuno o qualcosa

- settantasette;

dotati per la felicità,

- al massimo poco più di venti;

innocui singolarmente,

che imbarbariscono nella folla

- di sicuro più della metà;

crudeli,

se costretti dalle circostanze

- è meglio non saperlo

neppure approssimativamente;

quelli col senno di poi

- non molti di più

di quelli col senno di prima;

che dalla vitaprendono solo cose

- quaranta,

anche se vorrei sbagliarmi;

ripiegati, dolenti

e senza torcia nel buio

- ottantatrè

prima o poi;

degni di compassione

-novantanove;

mortali

- cento su cento.

Numero al momento invariato.

da Attimo

Amore a prima vista – W.Szymborska

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Grazie mille al mio amico virtuale Davide per questa bella scoperta che mi ha fatto fare!

Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
È bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi prima, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
se non ricordano -
una volta un faccia a faccia
forse in una porta girevole?
Uno “scusi” nella ressa?
Un ‘ha sbagliato numerò nella cornetta?
- ma conosco la risposta.
No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio
il caso stava giocando con loro.

Non ancora del tutto pronto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando un risolino
si scansava con un salto.

Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o il martedì scorso
una fogliolina volò via
da una spalla all’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, era forse la palla
tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
in cui anzitempo
un tocco si posava sopra un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.

Wislawa Szymborsa, La fine e l’inizio, Scheiwiller, 1993.

_______________Novità

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Goliarda Sapienza,

Io e Jean Gabin

Einaudi

Novità

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Erika Lust – Per lei – Pink Book

Letteratura erotica Boris Vian

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dal numero 2 di Satisfiction

Cosa si prefigge ogni autore di romanzi? Offrire al pubblico una distrazione? Forse. Interessare il pubblico? Far soldi? Anche, forse, ma per questo c’è un solo modo: interessare il pubblico. Diventare famoso? Assurgere all’immortalità? Farsi un nome? Sempre lo stesso problema, che si interessi beninteso c’è una soluzione piuttosto facile: si tratta di fare semplicemente ricorso all’etimologia; ma così facendo, bisognerebbe considerare come letteratura erotica ogni opera che tratti dell’amore; quanto poi a sapere se le sole opere di pura finzione meritino questa determinazione, o se vi si debbano includere anche le opere di pura erudizione, come l’eccellente Manuale di erotologia classica di Forberg, è un’altra questione; e non abbiamo fatto altro che spostare il problema; perché un’altra definizione, questa volta finalista, della letteratura erotica, nella quale si misuri la qualità di tale letteratura in base all’azione che eserciterà sulla nostra immaginazione e sui nostri sensi, risulta in tal modo contraddetta dalla precedente: in questo raggruppamento non potremmo più includere né l’opera di Forberg (eppure già soltanto le citazioni che riporta lo meriterebbero ( né la Storia dell’amore greco di Meier, «la cui lettura» come osserva il commentatore, «è piuttosto austera, considerando il punto di vista molto generale assunto dall’ autore». E se manteniamo il senso etimologico, cos’è piùerotico di questi due libri, dei quali uno classifica minuziosamente tutte le possibilità fisiche, e l’altro tratta con scientificità ed erudizione infinite l’amore che non osa rivelare il suo nome.


Così, etimologicamente, siamo di fronte a due esempi perfetti; e dal punto di vista finalista che confonde generalmente – e non senza qualche ragione- letteratura erotica e letteratura eccitante, non abbiamo più nulla. Perché sorprendersi allora posto che lo scrittore è qualcuno che pretende di darvi sensazioni a sua scelta, se i suoi sforzi si rivolgono verso i punti che in voi offrono minore resistenza? Perché lo scrittore non dovrebbe trarre profitto dal pregiudizio universale in favore dell’amore ( amore-emozione), per esempio in Un duro inverno, capolavoro di Raymond Queneau, o amore-azione, in Il piccolo campo di Erskine Caldwell?


Come potete vedere, mi riferisco anche a esempi contemporanei. Ora, i sentimenti e le azioni che trovano nell’amore la loro origine comune – che abbiano la forma bruta del desiderio o quelle più raffinate del flirt intellettuale con citazioni e filosofia di sottofondo- sono senza dubbio alcuno (insieme a quelli che riguardano la morte, che poi sono molto affini) quelli che l’umanità prova con maggiore intensità e violenza. Alla maggior parte di voi sovverrà certamente un’obiezione. Quanti tra voi tentano di considerare il resto dei loro concittadini con imparzialità sanno che una delle passioni più diffuse nel mondo moderno è l’uso di stupefacenti nella loro forma nobile (oppio, haschisch) o in quella degradata: alcol e tabacco, per non parlare delle forme chimiche e ipodermiche, cocainan e morfina, che sono senz’altro da censurare. Risponderei che se ci si potesse procurare una donna tanto facilmente quanto un bicchiere di gin o un pacchetto di gauloises e se ci si potesse concedere il lusso, come nel caso dell’alcol e della sigaretta, di degustarli all’aria aperta senza aver l’obbligo di rinchiudersi in una camera sudicia e pocoinvitante, l’alcolismo e l’intossicazione sparirebbero immediatamente, o ritroverebbero quantomeno delle proporzioni accettabili. Un divertente paradosso è insito nel fatto che il governo incoraggia con tutti i mezzi i cittadini a bere cognac e far bruciare dell’erba puzzolente,ma nel con tempo arresta e condanna i satiri che in fin dei conti non fanno altro che tentare di praticare una funzione del tutto normale ma variamente complicata da pregiudizi e altri regolamenti. O magari non c’è nessun paradosso, si tratta di due aspetti di una cospirazione nociva. Perché è assolutamente sano, sul piano fisico esplorare insieme alla compagna che abbiamo scelto tutte le possibilità offerte dal gioioso mistero, secondo la divertente formula coniata dai nostri padri. Mentre a bere alcol si prende la cirrosi. Questa è dunque la giustificazione dell’amore come tema letterario, e di conseguenza dell’erotismo: la carenza alla quale uno Stato condanna uno sport che, fino a prova contraria, mi intestardisco a considerare più razionale dello judo e più soddisfacente della corsa o delle parallele ( attività, queste, dalle quali deriva, condividendone alcuni aspetti. E poiché l’amore, che è comunque, lo ripeto, al centro degli interessi della maggior parte della gente sana, è ostacolato e impedito dallo Stato, perché dovremmo sorprenderci se il movimento rivoluzionario assume oggi la forma della letteratura erotica?
Non bisogna farsi illusioni. Il comunismo è buono e caro, ma è diventato una specie di conformismo nazionalista. Il socialismo ha messo tanto vino nell’acqua che si è convertito all’abbondanza… quanto al resto, sorvolerò perché ignoro cosa sia la politica, che mi interessa ancor meno del tabacco…
Sì, i veri propagandisti dell’ordine nuovo, i veri apostoli della rivoluzione futura, futura e dialettica, come è ovvio, sono i cosiddetti autori licenziosi. Leggere libri erotici, diffonderli, scriverli, significa preparare il mondo di domani e segnare la strada della vera rivoluzione.



Il Flauto di Vertebre – Majak

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Da molto che non metto qualcosa del grande poeta della Rivoluzione.

Oggi mi sembra un giorno adatto per Il Flauto di Vertebre, un poema straziante, dedicato ad un amore finito, disperato, maledetto.

E’ un lungo travaglio questo poema, ma vale la pena.

Lo scritto d’amore più bello.


PROLOGO

A voi tutte che siete piaciute o piacete,

che conservate icone nell’antro dell’anima,

come coppa di vino in un brindisi,

levo il cranio ricolmo di canti.

Sempre più spesso mi chiedo

se non sia meglio mettere un punto

d’un proiettile sulla mia sorte.

Oggi darò

in ogni caso,

un concerto d’addio.

Memoria!

Raduna nella sala del cervello

le schiere inesauribili delle amate.

Da un occhio all’altro effondi il sorriso.

D’antiche nozze travesti la notte.

Di corpo in corpo effondete la gioia.

Che nessuno dimentichi una simile notte.

Oggi io suonerò il flauto

sulla mia colonna vertebrale.


1.

Miglia di strade i miei passi calpestano.

Dove andrò a nascondere il mio inferno?

Da quale Hoffmann celeste

sei stata concepita, maledetta?

Sono anguste le strade per una tempesta di gioia.

Gente adorna la festa senza posa attingeva.

Penso.

I pensieri, grumi di sangue,

infermi e rappresi strisciano via dal cranio.

Io,

taumaturgo di ogni tripudio,

non ho con chi andare alla festa.

Cadrò di schianto, supino,

sfracellandomi il cranio sulle pietre del Nevski!

Ho bestemmiato.

Ho urlato che Dio non esiste,

e lui ha tratto dal fondo dell’inferno

una donna che farebbe tremare una montagna,

e mi ha comandato:

amala!

Dio è soddisfatto.

Nell’erta sotto il cielo

un uomo tormentato s’è inselvatichito e spento.

Dio si strapiccia le mani.

Dio pensa:

aspetta, Vladimir!

L’ha escogitato lui, lui,

per non farmi scoprire il tuo mistero,

di darti un marito vero

e di porre sul pianoforte note umane.

Se furtivo m’accostassi alla soglia della tua alcova,

per far la croce sulla nostra coperta,

lo so,

si sentirebbe puzzo di lana bruciata

e fumo solfureo si leverebbe dalla carne del diavolo.

Ma invece fino all’alba

l’orrore che tu fossi condotta ad amare

m’ha sconvolto,

e le mie grida

ho sfaccettato in versi,

gioielliere già in preda alla follia.

Giocare a carte!

Sciacquare

nel vino la rauca gola del cuore!

Non ho bisogno di te!

Non voglio!

Non importa,

lo so

che creperò fra breve.

Se è vero che esisti,

o Dio

o mio Dio,

se hai intessuto il tappeto di stelle,

se questo tormento,

moltiplicato ogni giorno,

è, Signore, una prova mandata giù da te,

indossa la toga del giudice.

Aspetta la mia visita.

Sono puntuale,

non tarderò di un giorno.

Ascolta, altissimo inquisitore!

Serrerò la bocca.

Non udranno un grido

dalle labbra morse.

Legami alle comete, come alle code dei cavalli,

trascinami,

squarciandomi sulle punte delle stelle.

Oppure,

quando l’anima mia sloggerà

per venire al tuo tribunale,

accigliandoti ottusamente,

come una forca

distendi la Via Lattea,

e subito impiccami come un criminale.

Fa’ quello che ti pare.

Squartami, se vuoi.

Io stesso, giusto, ti laverò le mani.

Però,

ascolta!

Portati via la maledetta,

che m’hai comandato d’amare!

Miglia di strade i miei passi calpestano.

Dove andrò a nascondere il mio inferno?

Da quela Hoffmann celeste

sei stata concepita, maledetta?


2.

Il cielo,

fumoso, immemore d’azzurro

e le nubi a brandelli come profughi

rischiarerò nell’alba del mio ultimo amore,

vivido come l’incarnato di un tisico.

La mia gioia ricoprirà il ruggito

dell’ammasso, dimentico

del tepore domestico.

Uomini,

ascoltate!

Uscite dalle trincee.

Combatterete dopo.

Anche se dura la battaglia,

ubrica di sangue e vacillante come Bacco,

le parole d’amore non sono vane.

Cari tedeschi!

Io so

che avete sul labbro

la Margherita di Goethe.

Muore il francese

sulla baionetta sorridendo,

cone un sorriso si schianta l’aviatore ferito,

se ricorda

il bacio della tua bocca,

Traviata.

Ma a me che importa

della rosea polpa,

che i secoli masticheranno?

Oggi stendetevi ad altri piedi!

canto te,

imbellettata,

fulva.

Forse di questi giorni,

orrendi come aguzze baionette,

quando i secoli avranno canuta la barba,

resteremo soltanto

tu

ed io,

che t’inseguirò di città in città.

Sarai mandata di là dal mare,

ti celerai nel covo della notte:

ti bacerò attraverso la nebbia di Londra

con le labbra di fuoco dei lampioni.

In lente carovane percorrerai i torrdi deserti,

dove stanno leoni in agguato:

per te

sotto la polvere, strappata dal vento,

sarà un Sahara la mia guancia ardente.

Con un sorriso sulle labbra guardami,

vedrai

che torero che io sono!

E d’improvviso

getterò sul tuo palco la mia gelosia

come l’occhio morente del toro.

Se portando il tuo passo distratto sul ponte,

penserai

che si sta bene laggiù,

sarò io

sotto il ponte la corrente della Senna,

e ti chiamerò,

digrignando i putridi denti.

Con un altro incendierai nel fuoco dei cavalli

Strelka o Sokolniki.

Io starò in alto a farti soffrire

come un’ignuda luna in attesa.

Sono forte,

avranno bisogno di me

e mi ordineranno:

muori in battaglia!

Il tuo nome

sarà l’ultimo

rappreso sul mio labbro lacerato dal proiettile.

Finirò sul trono?

o a Sant’Elena?

Dominati i flutti tempestosi della vita,

sarò  ugualmente candidato

al regno dell’universo

e al lavoro forzato.

Se è mio destino d’essere re,

il tuo viso

ordinerò di coniare al mio popolo

nell’oro vivo dell mie monete!

O laggiù,

dove si scolora il mondo nella tundra,

dove traffica il fiume col vento del nord,

sul ferro graffierò il tuo nome, Lilia,

e le catene bacerò nel buio della galera.

Ascoltate, immemori dell’azzurro cielo,

irsuti,

come bestie feroci.

Al mondo, forse,

questo ultimo amore

è un’alba vivida come l’incarnato di un tisico.


3.

Scorderò l’anno, la data, il giorno.

Mi chiuderò solo con un foglio di carta.

Avverati, magia sovrumana,

delle parole illuminate di pianto!

Oggi, appena entrato nella tua casa,

mi sono sentito

a disagio.

Tu celavi qualcosa nell’abito di seta

e s’effondeva nell’aria un profumo d’incenso.

Sei felice?

Hai risposto un freddo:

“Molto.”

L’inquietudine ha rotto l’argine della ragione.

Accumulo disperazione, nel delirio della febbre.

Ascolta,

tannto non ci riesci

a celare il cadavere.

Scagliami in viso la parola terribile.

Ogni tuo muscolo urla

lo stesso

come in un megafono:

è morto, è morto, è morto.

No,

rispondi.

Non mentire!

(Come farò a tornare indietro così?)

Come due tombe

ti si scavano gli occhi nel viso.

Le due fosse si inabissano.

Non se ne vede il fondo.

Mi sembra

di crollare sul palco dei giorni.

Come una fune, ho teso l’anima sul precipizio

e vi ho fatto  l’equilibrista, giocoliere di parole.

Lo so,

ormai l’ha consunto l’amore.

Da tanti segni indovino la noia.

Fammi tornare giovane nell’anima.

La gioia del corpo fa’ di nuovo conoscere al cuore.

Lo so,

per una donna sempre si paga.

Non fa niente,

se intanto,

non ti vestirò conl’elegante abito di Parigi

ma soltanto col fumo della sigaretta.

Il mio amore,

come un apostolo d’età remote,

diffonderò per mille e mille strade.

Da secoli è pronta per te una corona,

ove sono incastonate le mie parole:

arcobaleno di spasimi.

Come fecero vincere Pirro

gli elefanti con passi di due quintali,

così io ho sconvolto il tuo cervello col passo del genio.

Invano.

Non potrò piegarti.

Gioisci,

gioisci

d’avermi finito!

Ora è tale l’angoscia che desidero

soltanto fuggire al canale

e il capo cacciare nell’acqua digrignante.

Mi hai offerto le labbra.

Con quanta indifferenza.

Le ho sfiorate e m’hanno ghiacciato.

M’è parso di baciare in penitenza

un monastero intagliato nella fredda pietra.

Hanno sbattuto

la porta.

É entrato lui,

rorido della gaiezza delle strade.

Io

come un gemito mi sono spezzato in due.

Gli ho gridato:

“Va bene!

Me ne andrò!

Va bene!

Rimarrà tua.

Ricoprila di stracci,

le sete appesantiscono le sue timide ali.

Bada che non s’involi.

Appendile al collo

come una pietra collane di perle!”

Oh, questa

che notte!

Ho spremuto a non finire la mia disperazione.

Al mio pianto e al mio riso

il muso della stanza s’è torto in una smorfia d’orrore.

E come una visione sorse a te il tuo sembiante,

sul suo tappeto effondevi l’aurora dei tuoi occhi,

quasi un sogno evocasse un nuovo Bialik

un’abbagliantte regina ebraica di Sion.

Nel tormento ho piegato i ginocchi

dinanzi a colei che non è più mia.

A mio paragone

re Alberto,

arresosi con tutte le sue fortezze,

è un festeggiato ricolmo di regali.

Indoratevi al sole, fiori ed erbe!

Dilagate in primavera, vita di tutti gli elementi!

Io un solo veleno desidero:

bere e bere sempre versi.

Tu che hai saccheggiato il mio cuore,

privandolo di tutto,

e nel delirio m’hai lacerato l’anima,

accogli, cara, il mio dono,

forse più nulla io potrò inventare.

Ornate a festa la data di oggi.

Avverati,

magia simile alla passione di Cristo.

Vedete,

sulla carta sono trafitto

con i chiodi delle parole.


(1915)

…non si può che amare la terra con cui hai condiviso il freddo,

quello più intimo, il ghiaccio perenne che mi porto dentro…

I libri degli altri – Cortigiane

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Intermezzo.
Spulciando qua e là: Memorie di una cortigiana veneziana, autrice a quanto pare anonima (o almeno io non sono riuscita a scoprirla).

Una piccola parentesi di letteratura erotica che inaugura la categoria: I LIBRI DEGLI ALTRI.

..e una chicca finale. Buona lettura.

[...]La descrizione dell’acquisto del dildo nel negozio di cristalli di Murano ci riempì di buonumore. Il negoziante le aveva chiesto di che musura lo volesse, e lei era rimasta così sbigottita da quella domanda che aveva risposto senza pensarci su: “il più grande che avete”.
Il negoziante era quindi tornato dal retrobottega portando con se un contenitore di tali dimensioni che Alina non poteva credere ai suoi occhi. Ella disse che più che di un dildo sembrava trattarsi di uno scalino per i piedi costruito per qualche bizzarro motivo a forma di pene. Aggiunse poi, rivolgendosi al negoziante, che no gli aveva chiesto il campanile di San Giorgio, e che sarebbe stato meglio vederne uno di dimensioni medio-piccole.
Il dildo in questione è ora poggiato sul tavolo qui davanti, e anche la sua misura appare spaventosa. E’ un oggetto di ottima fattura in vetro duro e liscio, dotato di un puntale estremamente realistico e di una piccola protuberanza a forma di testicoli dalla funzione di manico, in cui va inserito il tappo di sughero. Molte donne usano orinarci dentro, mentre Alina aveva preferito riempirlo di acqua calda. Abbiamo riso insieme all’idea che avrebbe inserito una provvista di acqua calda per il mio dildo  nella lista dei compiti giornalieri di cui personalmente si occupava. Cara Alina.
Faustolla ha una vera collezione di questi oggetti, in legno, cuoio e avorio oltre che di vetro. Ella preferisce tuttavia fare con le mani quando, raramente, non dispone di un membro vero e proprio.[...]

Da Memorie di una cortigiana veneziana

dido3

Trementina – P.Neruda

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Ubriaco di trementina e di lunghi baci,
guido il veliero delle rose, estivo,
che volge verso la morte del giorno sottile,
posato sulla solida frenesia marina.
Pallido e ormeggiato alla mia acqua famelica
incrocio nell’acre odore del clima aperto,
ancora vestito di grigio e di suoni amari,
e di un cimiero triste di spuma abbandonata.
Vado, duro di passioni, in sella all’unica mia onda,
lunare, solare, ardente e freddo, repentino,
addormentato nella gola di felici
isole bianche e dolci come freschi fianchi.

Trema nella notte umida il mio abito di baci
follemente carico di impulsi elettrici,
diviso in modo eroico tra i miei sogni
e le rose inebrianti che con me si cimentano.

Controcorrente, in mezzo a onde esterne,
il tuo corpo parallelo si ferma tra le mie braccia
come un pesce per sempre incollato alla mia anima,
rapido e lento nell’energia subceleste.

Sylvia Plath, Contusione

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Il colore affluisce nel punto, viola opaco.
Il resto del corpo è slavato,
colore di perla.

In un pozzo di roccia
il mare succhia ossessivo,
una cavità perno di tutto il mare.

Grande come una mosca,
il segno fatale
striscia giù per il muro.

Il cuore si chiude,
il mare rifluisce,
gli specchi sono velati.

(Da Poesie 1963)

Coincidenze

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viki_palmer04

Triste è il mio cuore
più pace non ho
nè mai ritrovarla
in terra potrò.

Nel suo desiderio
divampa il mio petto
potessi qui averlo
tra le braccia stretto.

Potessi baciarlo
fin quasi a sfinire
e con i suoi baci
felice morire.


Si chiama La stanza di Margherita questo pezzo tratto dalla prima parte del Faust di Goethe. Inevitabile per me il rimando a Bulgakov e non solo per il fatal nome: Margherita. Quanto soprattutto per via della citazione con la quale Bulgakov inizia il romanzo appunto Il Maestro e Margherita:

“Dunque tu chi sei?”
“Una parte di quella forza
che vuole costantemente il Male
e opera costantemente il Bene”

L’eterno rifiugio – M. Bulgakov

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master

Una parte di quella forza che vuole il Male e opera costantemente il Bene

“Perchè – proseguì Woland convincente e dolce – Oh, tre volte romantico Maestro, possibile che lei non voglia di giorno passeggiare con la sua compagna sotto i ciliegi che cominciano a fiorire, e di sera ascoltare la musica di Schubert? Possibile che non provi piacere a scrivere alla luce delle candele con una penna d’oca? Possibile che lei non voglia, come Faust, starsene su una storta nella speranza che le riesca di modellare un nuovo homunculus? Là, là! Là vi aspetta una casa e vecchio servo, le candele sono già accese, ma presto si spegneranno perchè incontrerete immediatamente l’alba. Per questa strada, Maestro, per questa strada! Addio, per me è ora!”
“Addio!” – con un sol grido risposero a Woland, Margherita e il Maestro. Allora il nero Woland, senza badare a strada alcuna, si gettò nel precipizio e dietro di lui, tumultuando, si slanciò il suo seguito. Intorno non c’erano più nè rocce, nè il ripiano, nè la strada illuminata dalla luna, nè Jerushalajim. Erano scomparsi anche i neri cavalli. Il Maestro e Margherita videro l’alba promessa. Essa cominciò subito, immediatamente dopo la luna di mezzanotte. Il Maestro camminava con la sua compagna nello splendore dei primi raggi mattutini attraverso un muschioso ponticello di pietra. Lo attraversarono. Il ruscello restò alle spalle dei fedeli amanti, ed essi andarono lungo una strada sabbiosa.
“Ascolta la quiete, – diceva Margherita al Maestro, e la sabbia frusciava sotto i suoi piedi nudi, – ascolta e godi ciò che non ti hanno mai concesso in vita: il silenzio. Guarda, ecco là davanti la tua casa eterna, che ti è stata data per ricompensa. Già vedo la trifora e la vite che s’attorce e s’alza fino al tetto. Ecco la tua casa, la tua casa eterna. So che alla sera ti verranno a trovare coloro che tu ami, che ti interessanno e che non ti inquieteranno. Suoneranno per te, canteranno per te, vedrai che luce ci sarà nella camera quando saranno accese le candele. Ti addormenterai, col tuo berretto consunto ed eterno, ti addormenterai col sorriso sulle labbra. Il sonno ti rinforzerà e saggi saranno i tuoi pensieri. E mandarmi via ormai non potrai. Il tuo sonno lo proteggerò io”.
Così parlava Margherita, seguendo il Maestro verso la loro casa eterna, e al Maestro parve che le parole di Margherita fluissero come fluiva e bisbigliava il ruscello lasciato alle spalle, e la memoria del Maestro, l’inquieta e martoriata memoria del Maestro, cominciò a spegnersi. Qualcuno lo lasciava libero, come poco prima egli aveva lasciato libero l’eroe da lui creato. Questo eroe era scomparso, era scomparso irrevocabilmente, perdonato nella notte tra il sabato e la domenica, il figlio del re astrologo, il crudele quinto procuratore della Giudea, il cavaliere Ponzio Pilato.

Da Il Maestro e Margherita.

Quelli di oggi…quelli di ieri

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salvador

Vedo grandi folle avanzare nel cammino aperto da Yarince
e dai guerrieri, quelli di oggi, quelli di allora.

Nessuno sarà padrone di questo corpo di laghi e vulcani
di questa mescolanza di razze,
di questa storia di lance;
di questo popolo amante del mais,
delle feste al chiaro di luna;
del popolo dei canti e dei tessuti di tutti i colori.
Nè lei nè io siamo morte senza un progetto, senza lasciare un’eredità.
Siamo tornate alla terra da dove ancora torneremo a vivere.
Popoleremo di frutti carnosi l’aria dei tempi nuovi.
Colibrì Yarince
Colibrì Felipe
danzeranno sulle nostre corolle
ci feconderanno eternamente.
Vivremo nel crepuscolo della gioia
nell’alba di tutti i giardini.
Presto vedremo il giorno colmo di felicità
le imbarcazioni dei conquistatori allontanarsi per sempre.
Saranno nostri l’oro e le piume
il cacao e il mango
l’essenza dei sacuanjoches.
Chi ama non muore mai.

Da La donna abitata, Gioconda Belli

Due poesie – J.Prevert

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Il ratto di Proserpina

Il ratto di Proserpina

Nel testo di argot

Eva ha adorato il sole
ed il sole ha dorato Eva.
E, per questo,
nella lingua del piacere
risplendere
vuol dire godere
e lo dice.

***


Un uomo e una donna
non si sono mai visti.
Vivono ben lontani l’uno dall’altro
in diverse città.
Un giorno leggono
la stessa pagina
in uno stesso libro
nel medesimo tempo
e medesimo tempo
del primo minuto
della loro ultima ora
esattamente.

da Carmilla: Oblique visioni

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Segnalo un articolo da Carmilla a firma di Dziga Cacace
http://www.carmillaonline.com/archives/2007/11/002435print.html

Questa una delle recensioni contenute in Oblique visioni (I) (II)

ov2-1.jpg19-Il vecchio e il nuovo di Sergej M. Ejzenštejn, URSS 1929

Il buon vecchio Sergej non tradisce mai: da accanito collezionista, recupero l’ultimo orgasmico Ejzenštejn che mi mancava (a meno che Fuori Orario non mi regali, prima o poi, Il diario di Glumov, i primi due minuti girati dal Maestro di Riga, o il fotofilm de Il prato di Bezin, chissà). Avevo letto della particolare lettura erotica che S.M.E. faceva della rivoluzione, ma non credevo che si spingesse fino a tal punto: la rivoluzione è veramente un orgasmo e il modo per dirlo non è per niente metaforico. Marfa è una contadina spiantata: la costituzione di un kolkhoz le permette, assieme ad altri poveri braccianti, di contrastare l’egoistico strapotere dei kulaki; solo la collettivizzazione delle terre e la meccanizzazione dei procedimenti di coltivazione e allevamento possono consentire l’intensivo e redditizio sfruttamento delle terre. Il particolare messaggio (che diede adito a censure molto pesanti, in un momento in cui l’industrializzazione pesante era il vero obiettivo del regime sovietico, e che costrinse al forzato finale in cui mondo contadino e operaio si abbracciano) è narrato con partecipazione ed entusiasmo, spingendo la metafora sessuale a livelli imbarazzanti, al punto che non escluderei che i tanti problemi di visibilità che il film ha avuto possano risalire anche alla pruderie dello stato sovietico: la scena in cui viene dimostrata a Marfa e compagni la validità della scrematrice meccanica mostra una serie di sottintesi sessuali mica tanto occulti; sarò io fissato, ma gli ugelli della scrematrice che eiaculano la panna sul viso dell’estatica contadina, cosa sono se non un cumshot rivoluzionario?

Su amore, tradimento e gelosia – M. Soldati

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The same old game

The same old game - J. Vettriano


Tradimenti o supposti tradimenti – non ho mai avuto prove nè in un senso nè nell’altro- ce ne sono stati ancora, non pochi. E anche io la tradivo. [...]
Certo. Cauto e minuzioso in ogni particolare, badavo a che Edith non scoprisse questi miei capricci. Qualunque tentazione non era più nemmeno una tentazione se accompagnata dal minimo pericolo che Edith venisse a sapere. E questo, non soltanto perchè avevo paura della sua gelosia e delle sue vendette, ma più ancora perchè la sua sofferenza sarebbe stata una sofferenza anche per me. Mi rendo conto che posso sembrare un ipocrita. Ma è la pura verità: in fondo, non mi sentivo colpevole, non avevo la coscienza di tradirla: esattamente come se Edith fosse una madre o una sorella che amavo più di ogni altra creatura al mondo ma in un modo tutto diverso e, in ogni caso, infinitamente di più. Nè esisteva per me nessuna possibile reciprocità. Ero gelosissimo di Edith. Il più piccolo sospetto che lei mi tradisse mi angosciava. Ma escludevo che i suoi eventuali tradimenti, da me soltanto sospettati, assomigliassero sia pure di lontano ai miei tradimenti reali, realmente perpetrati. Follia? Mi pareva invece saggezza, e mi confortavano le parole del mio vecchio amico e grande poeta: “L’uomo è un corpo veloce , la donna trattiene”. In quegli anni il femminismo non aveva ancora trionfato, e per me le altre ragazze non avevano importanza al di là dell’effimero piacere che mi davano. O piuttosto un’importanza ce l’avevano, sì, una sola e grandissima: erano stranamente collegate all’affetto che provavo per Edith.
Ancora una volta, devo precisare il senso di una realtà che allora mi sfuggiva. Allora mi dicevo semplicemente, stupidamente, che ero fatto così, che ero debole e diviso, un pò schizofrenico. Dopo lunghe e tormentose riflessioni, in tanti anni fino a oggi, credo di avere capito come stanno le cose per me, ma anche per moltissimi altri uomini e non diversamente per moltissime donne. L’amore indissolubile che a volte ci lega con una creatura sola implica la perdita della nostra libertà, e noi non ci sentiamo mai tanto innamorati di quella creatura come quando tentiamo, sapendo che è soltanto un tentativo, di liberarci di lei. In questo modo i tradimenti passeggeri sono dunque una forma infernale di fedeltà. Infernale, ossia crudele soltanto per noi: infatti, bisogna assolutamente che la creatura unica da noi amata non ne sappia nulla.

Da La sposa americana, 1977.

Ancora sul tradimento, la fedeltà, l’amore nei rapporti di coppia. Ho trovato questo filo e continuo a seguirlo. Ho iniziato qualche tempo fa con Milan Kundera:

FEDELTÁ E TRADIMENTO Il tradimento. Fin da piccoli il papà e il maestro ci dicono che è la cosa peggiore che si possa immaginare. Ma che cos’è questo tradire? Tradire significa uscire fuori dai ranghi. Tradire significa uscire dai ranghi e partire verso l’ignoto. Sabina non conosceva niente di più bello che partire verso l’ignoto.[...]
Fu nuovamente assalita dal desiderio di tradire: tradire il proprio tradimento. Annunciò al marito (non vedeva più in lui la testa calda, ma solo un fastidioso ubriaco) che lo avrebbe lasciato. Ma se tradiamo B, per il quale abbiamo tradito A, non ne deriva necessariamente che ci riconcilieremo con A. La vita della pittrice divorziata non somigliava alla vita dei genitori traditi. Il primo tradimento è irreparabile. Esso provoca una reazione a catena di nuovi tradimenti, ciascuno dei quali ci allontana sempre più dal punto del tradimento originario.

La vita immaginata – Natalia Ginzburg

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Natalia Ginzburg

Natalia Ginzburg

Da bambini e da giovani, essere soli in ozio significava per noi costruire immediatamente luoghi immaginari, e vicende e storie, di cui eravamo i protagonisti. Luoghi e storie, li riempivano di persone, alcune inventate, altre scelte nella nostra vita reale. Nell’infanzia, le persone inventate erano di più, e noi avevamo l’impressione di costruire i nostri scenari per loro. Le persone reali, là a quel tempo ci sembravano prive di importanza.

Più volte abbiamo cercato, scavando nella nostra lontana infanzia, l’epoca in cui abbiamo cominciato a fantasticare. Ma non possiamo ricordare con esattezza quando ciò sia stato. Nei nostri ricordi più remoti, incontriamo sogni.

Credo che ognuno di noi, da bambino, abbia chiamato il fantasticare con un terminr suo. Io lo chiamavo parlare di notte. In verità non fantasticavo di notte ma anche di giorno. Penso però che la parola notte volesse per me indicare, del fantasticare, le qualità nascoste e notturne.

Da bambina, ospitavo nella fantasia intere popolazioni, brulicanti nelle mie ore di solitudine come un esercito di formiche. Erano un poco i miei sudditi, un poco i miei complici in congiure di governo, un poco miei dispettosi e maligni persecutori. Li chiamavo i “noi” perchè usavano denominarsi così. Usavano strillare in coro, vantarsi, e esporre con insolenza le loro maligne volontà. Erano piccolissimi, un popolo di neri nani brulicante e vanitoso. Mi facevano arrabbiare, piangere, bisbigliare, discutere, ma soprattutto mi facevano ridere, assordandomi con i loro strilli. Per ragioni che non sapevo spiegarmi, la loro esistenza non doveva essere rivelata a nessuno. [...]

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Più tardi, i “noi” mi annoiarono, perchè mi sembrarono troppi. Inventai una persona, alla quale diedi un volto bellissimo, una camicia alla zuava, una folta e riccioluta capigliatura bionda. Gli diedi un nome, era “il principe Sergio”. Gli diedi anche una sorella, tre fratelli, qualche orso, una cane lupo abbastanza feroce. Gli diedi alcune case molto sontuose, dove se ne stava nascosto. Era molto ricco, ma era un profugo scappato dalla Russia nella rivoluzione con dei segreti di stato. Amavo in lui la vita principesca e randagia. Cambiava casa continuamente essendo inseguito. Usavo telefonargli spesso, facendo il gesto di tenere in mano un ricevitore appena ero sola. Dicevo “Pronto c’è il principe Sergio?”. A volte era lui a rispondermi, a volte sua sorella, Vassilissa. Ebbi con lui una storia d’amore, che durò molti anni. Ancora oggi le parole “Pronto c’è il principe” le incontro nella mia memoria. Mi sembra di trovarmi in mano una vecchia pantofola, vagando a caso per stanze disabitate.

Dopo l’infanzia, mi sono annoiata di esseri inventati. Più bello era riempire i sogni di persone vere.[...]

Dopo l’infanzia, sempre di più nei nostri sogni ci apparve la nostra persona attanagliata in situazioni complicate e pericolose, e prive di ogni soluzione possibile. Vi rovesciavamo sopra sventure a fiumi. Inventavamo per noi lunghe malattie, polmoniti, emottisi, lunghi esilii in tristissime corsie di ospedale, congedi strazianti dagli esseri che avevamo più cari. Siamo anche morti. Siamo stati accoltellati sul portone di casa nostra. Fucilati. Incarcerati e visitati da amici in lagrime sul nostro lurido giaciglio, mentre fuori ci aspettava il patibolo, campane suonavano a stormo, gente accorreva da ogni dove per vederci morire. I nostri sogni erano, per lunghi periodi, sempre uguali. Cambiavamo ogni volta solo qualche minimo particolare, aggiungevamo o sostituivamo amici venuti a piangere, cambiavamo una nostra fase in un dialogo, una nostra ultima serena parola prima di essere uccisi. Per lungi periodi, nei nostri sogni c’era il patibolo, per altri lunghi periodi, barricate. Non sapevamo perchè quegli scenari cambiavano. Non ci sembrava di essere noi a volerli cambiare. Nostra era la volontà di sognare, nostra e sicura era la scelta delle persone che portavamo con noi. Gli scenari e le vicende ci sembravano estranei alla nostra volontà. Eravamo noi a costruirli, ma in obbedienza a un buio istinto che ci ordinava di costruire questa o quella cosa. [...]

A volte, la nostra vita immaginaria ha indovinato e anticipato le vicende della nostra vita reale. Le ha indovinate e anticipate però con irrisione. Se confrontavamo dopo anni alcune nostre invenzioni con alcune nostre vicende reali, trovavamo nelle nostre invenzioni un ristratto caricaturale e grossolano delle nostre vicende reali. A volte è accaduto il contrario. Era la realtà ad essere caricaturale e cnzonatoria nei confronti dell’invenzione, caricaturale, canzonatoria e crudele nei confronti delle nostre fantasie miti, malinconiche e avvolte di vapori.[...]

Maggio 1974

Da Vita immaginaria, 1974.

da Giap – Il gigantesco malinteso

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Nuovo editoriale per la Newsletter Giap, della Wu Ming Foundation.

Riporto per intero (perchè ne vale la pena) il secondo editoriale a cura di Wu Ming 1, sul Grande malinteso del Realismo. Abbastanza lungo, lo so.

Ma quando si parla di letteratura, di nuovo romanzo italiano, New Italian Epic, di cultura nello strapaese non possono non essere interpellati.

Una boccata di aria fresca

di Wu Ming 1

Prima di tutto voglio dire: la questione del “realismo”, o del “ritorno degli scrittori alla realtà”, è poco interessante. Mi rompe i coglioni.
Otto volte su dieci è malposta; un’altra volta è posta bene ma non porta in alcun luogo; resta un’occasione ogni dieci, fortunata occasione in cui ascolto/leggo e alla fine imparo davvero qualcosa.
Sì, capita che dentro il Gigantesco Malinteso si sentano pure cose intelligenti, ma in mezzo a troppa melma concettuale. Sabbie mobili: le cose intelligenti le vedi affondare, e non fai in tempo a gettare una corda o allungare un bastone, eccole confuse nella palude di cazzate, perse e non torneranno più.

Ho questa sensazione, ad esempio, mentre leggo l’Almanacco Guanda 2008: ottimo l’intento, un buon lavoro, con punte di brillantezza, giusti distinguo preliminari quando si usano le parole “realtà” e “realismo”…
Bella anche la puntata di Fahrenheit dedicata al volume
Tutto (o quasi) ok…

…finché la questione non viene riassunta (per faciloneria o malafede) nei soliti termini rozzi delle pagine culturali dei giornali, del commentario sui lit-blog, dei giochini di posizione su certe riviste.
Insomma, pare che la “nuova” voga sia il realismo sociale (o socialista?), il romanzo che è politico perché “a tesi”, come se gli autori italiani fossero tornati in blocco a Metello (senza nemmeno i riferimenti del partito marxista-populista e del popolo-proletariato). Il cosiddetto “impegno” è descritto come inerente alla scelta del tema, ergo una problematica sociale da descrivere in modo “oggettivo” e “aderente” alla realtà.

Che idea si può fare uno, leggendo simili riassunti della questione?
L’idea che gli autori italiani stianno sfornando romanzi di propaganda. Libri scritti in una lingua “di servizio”, funzionale a una causa, una lingua che si vuole depurata da ambiguità. Per bene che vada: inchieste giornalistiche appena drammatizzate. E quando va male? Volantini accresciuti con dialoghi immaginari.
Su questa premessa ci si divide tra apologeti e detrattori.
E io i detrattori li capirei pure, se veramente le cose stessero così.
Solo che stanno in tutt’altro modo.
La domanda, al solito, è: i cronisti culturali e i commentatori compulsivi da blog le leggono, le opere che vengono scritte davvero in Italia, oggi?
Perché se non si legge quel che viene scritto, poi si fanno le domande sbagliate. E si discute di nulla.

[C'è anche l'altro tipo di riassuntino, da cui sembra che, nel romanzo italiano, la novità stia nell'uso politico della "paraletteratura" e soprattutto del giallo, ultima e aggiornata versione del romanzo-che-descrive-il-reale. Cioè lo stadio a cui era la discussione cinque-sei anni fa. Nel frattempo si è andati avanti, e nemmeno di poco, ma i "mediatori" non se ne sono accorti.]

A volte, anche al dibattito sul New Italian Epic è toccata la sorte di “riassuntini” del genere. Tempo fa, Girolamo De Michele ha risposto con un testo molto importante, benché su un aspetto specifico del Gigantesco Malinteso (ossia: gli idioti luoghi comuni su cosa sia stato il neorealismo).
Anch’io, nella versione 2.0 del memorandum, ho scritto una lunga glossa al riguardo.

C’è la tendenza a banalizzare, a ridurre la complessità e la ricchezza di quel che si scrive, mediante formule proposte e dibattute nel vuoto, basandosi non sulle opere ma sulle chiacchiere che circondano le opere. Tutto quello che – per dirla col mio socio Wu Ming 4eccede, che potrebbe mettere in crisi lo schemino, viene messo in secondo piano, o ignorato del tutto.

Qualcuno sta provando a intorbidare le acque, proponendo un frame truffaldino. In questo frame, per dire, la fine del postmoderno avverebbe sotto l’egida di un ritorno al moderno (dal “fascismo come parentesi” di Croce al “postmoderno come parentesi” degli odierni scalzacani); Gomorra sarebbe poco più di un reportage scritto bene; l’io narrante di Gomorra corrisponderebbe sempre e soltanto all’autore implicito che a sua volta corrisponderebbe in toto all’autore reale, cioè a un Saviano eroico e onnipresente, e via di questo passo.
Anche chi non è d’accordo con quest’impostazione finisce per accettare il frame, controbattendo su ontologia e topologia del realismo: cos’è il realismo, dov’è il realismo etc.

In quest’ottica, si capisce come il “New italian epic” possa diventare, nella mente di qualcuno, sinonimo di “neo-neorealismo” (ergo: la nebulosa viene fatta coincidere con una delle tante soluzioni espressive praticabili). Si è travisato, così mi sembra, l’intento con cui Giancarlo De Cataldo aveva proposto il termine.
Questa riduzione di complessità prescinde quasi del tutto dalle opere in circolazione, e ne rimuove l’elemento

ucronico

controfattuale

oltranzistico

allucinato

visionario

perturbante

anti-oggettivo

Elemento che è presente in molti dei libri che si scrivono in Italia. Presente, quando non preponderante, anche in buona parte dei libri che attraversano la nebulosa del NIE.
Ne discendono equivoci madornali. Nelle parafrasi apparse in certi articoli-carrellata, l’assunzione di responsabilità etica su cui stiamo cercando di riflettere viene equivocata come presa di posizione politica nell’accezione più bassa e ristretta.

[ Da qualche parte ho letto che il nocciolo della riflessione sul NIE (che, come sa chi segue il dibattito, è l'allegoria) sarebbe: "finalmente gli scrittori non hanno più paura di intervenire politicamente". Lodevole ma, mi dispiace, troppo semplice.]

E’ auspicabile non separare tra loro in modo rigido le questioni di fondo, e anch’io vorrei distinguere senza contrapporre. Esistono romanzi NIE che sono al contempo epici e realistici, perché sono due piani diversi (denotazione e connotazione) che possono essere compresenti. Pure Fenoglio era sia epico sia realistico, per non dire di Furore di Steinbeck.
L’importante è non avere un’idea asfittica e obsoleta della realtà e del suo utilizzo in letteratura.
Perché c’è un equivoco di fondo quando si parla di “realtà” in letteratura. Alcuni intendono il reale come un contesto materiale, e pensano che attingervi significhi essere “oggettivi”, portare in letteratura “le cose come stanno”, ma questo è impossibile: la letteratura può guardare alla realtà soltanto come a un’ennesima dimensione testuale. La “realtà”, per chi scrive letteratura, è l’insieme dei testi esterni a quello che si sta scrivendo, pre-esistenti ad esso. L’insieme delle “fonti” che ci sono “là fuori”: documenti, flussi informativi e mediatici. La “realtà” che si può usare in letteratura è la cronaca di giornali e telegiornali, la storia trovata negli archivi, è la mail che mi ha spedito Laura, è la battuta che ho sentito dire a Fiorello su Radio 2. Sono sempre e comunque testi e la letteratura li usa in quanto tali, si rapporta e ispira ad essi in quanto tali. Il reale è “testualizzato”, per usare un’espressione che credo provenga dagli studi sul cinema di Maurizio Grande. Non si può portare nella scrittura la cosa-in-sé, ma solo il modo in cui viene raccontata nel reale testualizzato.

Alla luce di questo, tutto il dibattito sul “realismo”, su quale scrittura sia più o meno “fedele alla realtà”, si rivela come magnifica perdita di tempo. Gli autori italiani di oggi usano anche l’elemento soprannaturale, e non per questo chi fa quella scelta “fugge dalla realtà”. Magari, in allegoria, sta affrontando e “testualizzando” la realtà in maniera più incisiva di chi ha scelto un approccio convenzionalmente ritenuto “realistico”.

Sarà utile a fare chiarezza, una volta divulgato, il lavoro di Dimitri Chimenti su alcuni “oggetti narrativi non-identificati”. Partendo dalla teoria del cinema, Chimenti analizza come in quattro libri “strani” (il nostro Asce di guerra, Gomorra di Saviano, Dies irae di Genna e Sappiano le mie parole di sangue di Babsi Jones) venga inserito il reale in forma di “innesti”, “prelievi” e “inserti”, e quali siano le scelte etiche che portano a preferire ora un tipo di testualizzazione, ora un altro.

[Riferimenti a tale lavoro si possono trovare in questa discussione sul blog del collega Valter Binaghi. Qui invece ci sono gli mp3 di un intervento fatto a Siena, in cui Dimitri spiega come sta lavorando su Gomorra. In calce qualcuno ha messo una mia spiegazione "in parole povere" (ripresa da Carmilla) di cosa siano innesti, prelievi e inserti.]

Tornando al principio: i romanzi “a tesi”, “a chiave”, propagandistici… Non sono quello che serve. A un romanzo non chiedo certezze, non chiedo di rafforzare convinzioni che già ho: pretendo una destabilizzazione, anche sottile ma deve esserci. Voglio una letteratura non consolatoria bensì perturbante. Non voglio sentirmi dire che i cattivi sono cattivi perché sono cattivi, e che i buoni hanno ragione. Voglio racconti sulla crisi dei “buoni”, sul punto di vista dei “cattivi”, sugli ostacoli e i ripensamenti, sulle prove da superare, sulle sconfitte che fondano qualcosa e le vittorie che fanno impazzire e portano al disastro. Insomma, voglio la possibilità dell’epica, e voglio che si mettano le mani nel tragico.

Solo se c’è tutto questo, a mio avviso, si può fare una scrittura che, senza svilirsi, abbia anche valore sociale e politico.
Altrimenti si produrranno espressioni piatte e si tradirà lo specifico della letteratura, che è lavoro sulla connotazione, cioè sui sensi figurati, e sulle metafore, sull’allegoria.
Sulla poesia delle cose.

Siamo scrittori, non estensori di volantini. E’ una banalità di base, ma soltanto tenendola a mente si potrà, senza produrre robaccia, dare un contributo civile.

Madre terra – Antonio Gramsci

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Gramsci scrive alla sorella Teresa. Sono infatti due i nuclei familiari con cui stabilì una corrispondenza. Quello sardo: della madre, delle sorelle e del fratello; e quello russo: della moglie, dei figli, dell’amico Sraffa, della cognata Tatiana.

Questa prima lettera ve la propongo perchè mi sembra interessante
il polilinguismo che Antonio suggerisce per i suoi nipoti.

La seconda invece è destinata alla madre e contiene una spiegazione, forse un modo più leggero di spiegare alla genitrice, la sua inevitabile condanna e lunga carcerazione.


26 Marzo 1927

Carissima Teresina,

mi è stata consegnata solo pochi giorni fa la lettera che mi avevi inviato a Ustica e che conteneva la fotografia di Franco. Ho così potuto vedere finalmente il tuo bimbetto e te ne faccio tutte le mie congratulazioni; mi manderai, è vero?, anche la fotografia della Mimì e così sarò proprio contento. Mi ha colpito molto che Franco, almeno dalla fotografia, rassomigli pochissimo alla nostra famiglia: deve rassomigliare a Paolo e alla sua stirpe campidanese e forse addirittura maureddina (1): e Mimì a chi somiglia? Devi scrivermi a lungo dei tuoi bambini, se hai tempo, o almeno farmi scrivere da Carlo o da Grazietta. Franco mi pare molto vispo e intelligente: penso che parli già correttamente. In che lingua parla? Spero che lo lascerete parlare in sardo e non gli darete dei dispiaceri a questo proposito. E’ stato un errore, per me, non aver lasciato che Edmea, da bambinetta, parlasse liberamente in sardo. Ciò ha nuociuto alla sua formazione intellettuale e ha messo una camicia di forza alla sua fantasia. Non devi fare questo errore con i tuoi bambini. Intanto il sardo non è un dialetto, ma una lingua a sè, quantunque non abbia una grande letteratura, ed è bene che i bambini imparino più lingue, se è possibile.

Ales_il paese natale

Ales_il paese natale

Poi, l’italiano, che voi gli insegnerete, sarà una lingua povera, monca, fatta solo di quelle poche frasi e parole delle vostre conversazioni con lui, puramente infantile; egli non avrà contatto con l’ambiente generale e finirà con l’apprendere due gerghi e nessuna lingua: un gergo italiano per la conversazione ufficiale con voi e un gergo sardo, appreso a pezzi e bocconi, per parlare con gli altri bambini e con la gente che incontra per la strada o in piazza. Ti raccomando, proprio di cuore, di non commettere un tale errore e di lasciare che i tuoi bambini succhino tutto il sardismo che vogliono e si sviluppino spontaneamente nell’ambiente naturale in cui sono nati: ciò non sarà un impaccio per il loro avvenire, tutt’altro. Delio e Giuliano sono stati male in questi ultimi tempi: hanno avuto la febbre spagnola; mi scrivono che ora si sono rimessi e stanno bene. Vedi, per esempio, Delio: ha cominciato col parlare la lingua della madre, come era naturale e necessario, ma rapidamente è andato apprendendo anche l’italiano e cantava ancora delle canzoncine in francese, senza perciò confendersi o confondere le parole dell’una e dell’altra lingua. Io volevo insegnargli anche a a cantare: “Lassa sa figu, puzone” (2), ma specialmente le zie si sono opposte energicamente. Mi sono divertito molto con Delio l’agosto scorso: siamo stati insieme una settimana al Trafoi, nell’Alto Adige, in una casetta di contadini tedeschi. Delio compiva proprio allora due anni, ma era già molto sviluppato intellettualmente. Cantava con molto vigore una canzone: “Abbasso i frati, abbasso i preti”, poi cantava in italiano: “Il sole mio sta in fronte a te” e una canzoncina francese, dove c’entrava un mulino. [...] Abbraccio Paolo affettuosamente; tanti baci a te e ai tuoi bambini.
Nino

Del campidano di Oristano e di cagliari.
"Lascia il fico, uccello".

25 Aprile 1927

Carissima mamma,

ho ricevuto la tua lettera proprio oggi. Ti ringrazio. Sono molto contento delle buone notizie che mi dai, specialmente di Carlo. Non sapevo quali fossero le sue condizioni di lavoro e di vita. Credo che Carlo sia un ottimo ragazzo, nonostante quelche sua capestreria del passato e credo che sia più solido negli affari di quanto lo fossero (e forse lo sono ancora) tanto Nannaro che Mario, che erano portati a vedere guadagni favolosi e a fare castelli in aria per ogni piccola cosa. Ahimè! tutti in casa nostra (eccettuato io solo) hanno creduto di avere uno speciale bernoccolo per gli affari e non vorrei che tutti facessero una esperienza come quella famosa del “pollaio”; te ne ricordi? e Carlo se ne ricorda? Bisognerebbe ricordarglielo a sempiterno scorno dei Gramsci che vogliono fare degli affari. Io me ne ricorderò sempre, anche perchè quelle galline, che non facevano mai l’uovo, mi hanno beccato e rovinato tre o quattro romanzi di Carolina Invernizio (meno male!). La mia vita scorre sempre uguale.

In braccio alla madre

In braccio alla madre

Leggo, mangio, dormo e penso. Non posso fare altro. Tu però non devi pensare a tutto ciò che pensi e specialmente non devi farti illusioni [...] perchè sono anche arcisicuro che sarò condannato e chissà a quanti anni. Tu devi capire che in ciò non c’entra per nulla nè la mia rettitudine, nè la mia coscienza, nè la mia innocenza o colpevolezza. E’ un fatto che si chiama politica, appunto perchè tutte queste bellissime cose non c’entrano per nulla. Tu sai come si fa coi bambini che fanno la pipì nel letto, è vero?  Si minaccia di bruciarli con la stoppa accesa in cima al forcone. Ebbene: immagina che in Italia ci sia un bambino molto grosso che minaccia continuamente di fare la pipì nel letto di questa grande genitrice di biade ed eroi; io e qualche altro siamo la stoppa (o il cencio) accesa che si mostra per minacciare l’impertinente e impedirgli di insudiciare le candide lenzuola. Poichè le cose sono così, non bisogna nè allarmarsi, nè illudersi; bisogna solo attendere con grande pazienza e sopportazione. Va là, tu sei ancora forte e giovane e ci rivedremo. [...]
Nino

1917 – La rivoluzione è ora!

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Gianco in un suo pezzo canta…

«Questa canzone racconta la storia di uno che era giù,
molto giù e penso che più giù di così non si possa essere
»

E siccome anche io sono davvero molto giù, ho deciso di fare gli auguri alla Rivoluzione d’Ottobre, alla Rivoluzione russa, evento e spartiacque della storia dell’Umanità. Finalmente migliaia, milioni di persone riscattano in quel fatidico 1917 la loro condizione sociale, vincono i soprusi e lo zarismo, vincono le forze reazionarie. Tutto il mondo assiste incredulo al processo di emancipazione di un paese enorme, arretrato, povero. Lo spettro si è fatto carne.

La fine dei Romanov

La fine dei Romanov

Mosca – John Reed, I dieci giorni che sconvolsero il mondo, 1919.

La sera del 16 novembre, vidi sfilare sul corso Zagorodni duemila guardie rosse, precedute da una banda militare che suonava la Marsigliese. Come quell’inno era ben scelto, con le bandiere rosso sangue, sventolanti sulle file scure dei lavoratori, per salutare il ritorno dei fratelli che avevano combattuto per la difesa della capitale rossa! Avanzavano nel freddo della sera, uomini e donne con le lunghe baionette oscillanti in cima ai fucili, per le strade fangose e sdrucciolevoli, pochissimo rischiarate, in mezzo ad una folla silenziosa di borghesi, sprezzanti, ma poco tranquilli…

Tutti erano contro di loro: uomini di affari, speculatori, benestanti, agrari, ufficiali, politicanti, professori, studenti, professionisti, commercianti, impiegati. Gli altri partiti socialisti odiavano i bolscevichi di un odio implacabile. I Soviet avevano favorevoli solamente i semplici operai, i marinai, i soldati che non erano ancora demoralizzati, i contadini senza terra e alcuni, pochissimi, intellettuali…

Dagli angoli più lontani di quella grande Russia sulla quale si frangeva l’onda scatenata delle battaglie di strada, la notizia della sconfitta di Kerenski echeggiava come l’eco formidabile della vittoria proletaria: da Kazan, da Saratov, da Novgorod, da Vinnitza, dove il sangue era colato a fiotti nelle strade, da Mosca, dove i bolscevichi avevano puntato i cannoni contro l’ultima fortezza della borghesia, il Kremlino.

«Bombardano il Kremlino!». La notizia correva di bocca in bocca nelle strade di Pietrogrado, provocando una specie di terrore. I viaggiatori che arrivavano da Mosca, la « Piccola Madre», da Mosca la Bianca, dalle cupole dorate, facevano dei racconti spaventosi; i morti si contavano a migliaia; la Tverscaia ed il ponte Kuznetzki erano in fiamme, la cattedrale di San Basilio, il Beato, era non più che una rovina fumante, la cattedrale della Assunzione crollava; la Porta del Salvatore al Kremlino vacillava, la Duma era quasi rasa al suolo. Nulla ancora di tutto quello che avevano fatto i bolscevichi poteva paragonarsi a questo spaventoso sacrilegio compiuto nel cuore stesso della Santa Russia. I fedeli credevano di udire il fracasso dei cannoni che sputavano in faccia alla Santa Chiesa Ortodossa, riducendo in polvere il santuario della nazione russa…


Delegati alla prima Sessione dei Deputati dei Lavoratori e dei Soldati Russi Delegates, fotografati dentro la stanza della Duma nel palazzo di Tauride (Pietrogrado, Giugno 1917)

Delegati alla prima Sessione dei Deputati dei Lavoratori e dei Soldati Russi Delegates, fotografati dentro la stanza della Duma nel palazzo di Tauride (Pietrogrado, Giugno 1917)


Finché le donne non saranno chiamate, non soltanto alla libera partecipazione alla vita politica generale, ma anche al servizio civico permanente o generale, non si potrà parlare non solo di socialismo, ma neanche di democrazia integrale e duratura. (Lenin)

Guardie rosse__Fabbrica Vulkan

Guardie rosse__Fabbrica Vulkan


da Getting There – Sylvia Plath

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Pablo Picasso_Donna

Pablo Picasso_Donna

[...]E’ il fianco di Adamo,
questa terra da cui mi levo, nei tormenti.

Non posso disfarmi, e il treno sta sbuffando.
Sbuffando e ansimando, come quelli di un diavolo.

[…]Il treno si trascina, urla—
animale

che smania di arrivare alla destinazione,
alla macchia di sangue,
alla faccia che è in fondo al bagliore.

Monica Vitti

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Auguri

Geraldina Colotti – Versi cancellati (II)

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A mia madre

Perchè ogni cosa torni
priva dei tuoi occhi
dei tocchi lievi
dietro la porta
del mattone caldo
per farmi alzare
senza pensare
alle case dei ricchi
e alla nostra soffitta
nera di fumo.
Perchè ogni cosa torni
priva dei tuoi occhi
e dei consigli
delle notti insonni
a contare i rintocchi
degli gnocchi
il coniglio e il vino
ad ogni ritorno
per deviarmi il cammino
impedirmi altre mani
e altri suoni
spari e fughe
perquisizioni.
Perchè ogni cosa torni
priva dei tuoi occhi
il nome tuo
la luna imprima
fra i singhiozzi
nei bassi
dove l’alba è fatica
e la notte ingegno
nelle mani e nel legno
nel segno dell’ultima spina.

Rientri serali

La vecchietta assatanata
mi assesta una gomitata,
il bimbetto incarognito
mi calpesta un dito,
il figlio del dottore
mi palpa il sedere,
un altro signore
mi osserva il colore,
credendomi nera
mi vuole menare.
lo mando a cagare.
Vorrei litigare,
ma inizio a sbandare:
Vorrei vomitare,
ma sto per cadere.
Che bello ruotare,
che bello viaggiare
che bello rientrare
in tram!

La sconfitta

Nel nostro muco
nostra melma
soffochiamo
e pratichiamo
l’arte
del confliggere:
Seme d’avorio
d’elefante
estinto.
Nè dimentico
la puzza di carogna
equidistante
la vostra brezza
finta.
Nè mi pento.
Al vento conficcate
le bandiere.

Paranoia onirica

Dal buco della serratura
vide avanzare ombre scure.
Dietro la porta, sola,
abbassò il volume del televisore,
prese la pistola
e, controllando il tremore,
inserì il caricatore:
stese due suore.
E si svegliò in sudore.

Queste foto potete trovarle su questo indirizzo Flickr.
Ritraggono tutte il Carcere delle Murate di Firenze.

Milan Kundera

2 commenti

- Leggerezza e pesantezza -

(2)

Se ogni secondo della vostra vita si ripete un numero infinito di volte, siamo inchiodati all’eternità come Gesù Cristo sulla croce. E’ un’idea terribile. Nel mondo dell’eterno ritorno, su ogni gesto grava il peso di una insostenibile responsabilità. Ecco perchè Nietzsche chiamava l’idea dell’eterno ritorno il fardello più pesante (das schwerste Gewicht). Se l’eterno ritorno è il fardello più pesante, allora le nostre vite su questo sfondo possono apparire in tutta la loro meravigliosa leggerezza. Ma davvero la pesantezza è terribile e la leggerezza meravigliosa? Il fardello più pesante ci opprime, ci piega, ci schiaccia al suolo. Ma nella poesia d’amore di tutti i tempi la donna desidera essere gravata dal fardello del corpo dell’uomo. Il fardello più pesante è quindi allo stesso tempo l’immagine del più intenso compimento vitale. Quanto più il fardello è pesante, tanto più la nostra vita è vicina alla terra, tanto più è reale e autentica.

Al contrario, l’assenza assoluta di un fardello fa sì che l’uomo diventi più leggero dell’aria, prenda il volo verso l’alto, si allontani dalla terra, dall’essere terreno, diventi solo a metà reale e i suoi movimenti siano tanto liberi quanto privi di significato. Che cosa dobbiamo scegliere, allora? La pesantezza o la leggerezza? Questa domanda se l’era posta Parmenide nel sesto secolo avanti cristo. Egli vedeva l’intero universo diviso in coppie di opposizioni: luce-buio, spesso-sottile, caldo-freddo, essere-non-essere. Uno dei poli dell’opposizione era per lui positivo (la luce, il caldo, il sottile, l’essere), l’altro negativo.
Questa suddivisione in un polo positivo e in uno negativo può apparirci di una semplicità puerile. Salvo in un caso: che cos’è positivo, la pesantezza o la leggerezza? Parmenide rispose: il leggero è positivo, il pesante è negativo. Aveva ragione oppure no? Questo è il problema. Una sola cosa è certa: l’opposizione pesante-leggero è la più misteriosa e la più ambigua tra tutte le opposizioni.

(9)

Tutte le lingue che derivano dal latino formano la parola compassione col prefisso “com-” e la radice passio che significa originariamente “sofferenza”. In altre lingue, ad esempio in ceco, in polacco, in tedesco, in svedese, questa parola viene tradotta con un sostantivo composto da un prefisso con lo stesso significato seguito dalla parola “sentimento” (in ceco: soucit; in polacco: wspol-czucie; in tedesco: Mit-gefuhl; in svedese: med-kansla).
Nelle lingue derivate dal latino, la parola compassione significa: non possiamo guardare con indifferenza le sofferenze altrui; oppure: partecepiamo al dolore di chi soffre. Un’altra parola dal significato quasi identico, pietà (in inglese pity, francese pitiè, ecc) suggerisce persino una sorta di indulgenza verso colui che soffre. Aver pietà di una donna significa che siamo superiori a quella donna, che ci chiniamo, ci abbassiamo al suo livello.
E’ per questo che la parola compassione generalmente ispira diffidenza; designa un sentimento ritenuto mediocre, di second’ordine, che che non ha molto a che vedere con l’amore. Amare qualcuno per compassione significa non amarlo veramente.
Nelle lingue che formano la parola compassione non dalla radice “sofferenza” (passio) bensì dal sostantivo “sentimento”, la parola viene usata con un significato quasi identico, ma non si può dire che indichi un sentimento cattivo o mediocre. La forza nascosta della sua etimologia bagna la parola di una luce diversa e le dà un senso più ampio: avere compassione (co-sentimento) significa vivere insieme a lui qualsiasi altro sentimento: gioai, angoscia, felicità, dolore. Questa compassione (nel senso di soucit, wspòlczucie, Mit-gefuhl, medkansla) designa quindi la capacità massima di immaginazione affettiva, l’arte della telepatia delle emozioni. Nella gerarchia dei sentimenti è il sentimento supremo.[...]

(16)

A differenza di Parmenide, per Beethoven la pesantezza era a quanto pare qualcosa di positivo.
“Der schwer gefasste Entschluss” la grave soluzione, è unita con la voce del Destino (Es muss sein!”); la pesantezza, la necessità e il valore sono tre concetti intimamente legati fra loro: solo ciò che è necessario è pesante, solo ciò che pesa ha valore. Questa convinzione è nata dalla musica di Beethoven e, benchè sia possibile (per non dire probabile) che la responsabilità di essa ricada più sugli esegeti di Beethoven che sul compositore stesso, oggi la condividiamo più o meno tutti: la grandezza di un uomo risiede per noi nel fatto che egli porta il suo destino come Atlante portava sulle spalle la volta celeste.
L’eroe beethoviano è un sollevatore di pesi metafisici.[...]

- L’anima e il corpo -

(28)

Sedeva schiacciata in un angolo dello scompartimento, la pesante valigia sopra la testa, Karenin tutto raggomitolato contro le gambe. Stava pensando al cuoco del ristorante dove lavorava quando viveva dalla madre. Approfittava di ogni occasione per darle una pacca sul sedere e molte volte davanti a tutti le aveva proposto di andare a letto con lui. Era strano che pensasse proprio a lui, ora. Per lei il cuoco rappresentava l’esempio tipico di tutto ciò che le ripugnava. Adesso però non pensava che a trovarelo e dirgli: “Dicevi di voler venire a letto con me. Ebbene, eccomi”
Desiderava fare qualcosa che non lasciasse possibilità di ritorno. Desiderava distruggere brutalmente tutto il passato dei suoi ultimi sette anni. Era la vertigine. L’ottenebrante, irresistibile desiderio di cadere.
La vertigine potremmo anche chiamarla ebbrezza della debolezza. Ci si rende conto della propria debolezza e invece di resisterle, ci si vuole abbandonare a essa. Ci si ubriaca della propria debolezza, si vuole essere ancor più deboli, si vuole cadere in mezzo alla strada, davanti a tutti, si vuole stare in basso, ancora più in basso.

- Le parole fraintese -

(3)

Piccolo dizionario di parole fraintese.
DONNA. Essere donna è per Sabina un destino che lei non si è scelta. Ciò che non abbiamo scelto non possiamo considerarlo nè un nostro merito nè un nostro fallimento. Sabina pensa che sia necessario tenere un atteggiamento corretto nei confronti del destino che le è stato assegnato. Ribellarsi contro il fatto di essere nata donna le sembra altrettanto sciocco che farsene un vanto.
Una volta, durante uno dei loro primi incontri, Franz le aveva detto, con una sottolineatura curiosa: “Sabina, lei è una donna“. Lei non capiva perchè lui le desse questo annuncio con la solennità di un Cristoforo Colombo che ha appena avvistato la costa dell’America. Solo più tardi aveva capito che la parola donna, che lui aveva pronunciato con un’enfasi particolare, non designava per lui uno dei due sessi della specie umana, ma rappresentava un valore. Non tutte le donne erano degne di essere chiamte donne.

FEDELTÁ E TRADIMENTO Il tradimento. Fin da piccoli il papà e il maestro ci dicono che è la cosa peggiore che si possa immaginare. Ma che cos’è questo tradire? Tradire significa uscire fuori dai ranghi. Tradire significa uscire dai ranghi e partire verso l’ignoto. Sabina non conosceva niente di più bello che partire verso l’ignoto.[...]
Fu nuovamente assalita dal desiderio di tradire: tradire il proprio tradimento Annunciò al marito (non vedeva più in lui la testa calda, ma solo un fastidioso ubriaco) che lo avrebbe lasciato. Ma se tradiamo B, per il quale abbiamo tradito A, non ne deriva necessariamente che ci riconcilieremo con A. La vita della pittrice divorziata non somigliava alla vita dei genitori traditi. Il primo tradimento è irreparabile. Esso provoca una reazione a catena di nuovi tradimenti, ciascuno dei quali ci allontana sempre più dal punto del tradimento originario.

Dacia Maraini – L’arte di amare

1 commento

Oggi vi propongo una lunga poesia, dura e commovente. Un grido lanciato negli anni 70 (la poesia come la raccolta Donne mie sono datate 1974) da Dacia Maraini. Un affresco di una società condizionata prepotentemente da logiche sessiste e a favore del potere maschile, in cui il ruolo della donna è relegato esclusivamente all’ambito familiare, casalingo, e dove gli spazi sono concessi, marginali e ristretti. Una critica acerba e secca al sistema patricarcale e matrimoniale, alla tradizione, alla pesante eredità-fardello della cultura cattolica ma anche una critica alla passività femminile, all’accettazione dei ruoli imposti e delle regole di padri, mariti, fratelli, figli da parte delle donne. Un appello alla sollevazione e alla ricerca di sè affinchè si prenda coscienza e si lotti per la propria autonomia e per l’affermazione della propria diversità.
E’ un testo datato, che ha i suoi anni, certe situazioni possono sembrare impossibili oggi…
Ma non ne sarei tanto sicura. Buona lettura

Ovidio secoli fa insegnava ai maschi
giovani romani, soldati, servi, padroni,
come conquistare le donne, nei teatri,
ai mercati, sotto i portici, al mare, in città.
Li esortava a essere tenaci, furtivi, avidi,
rapaci di furbizia e di galanteria. “Sono le
piccole cose a conquistare le teste leggere
delle donne”, diceva. E poi ancora, invitando
a fare buon uso del vino: “sovente ai giovani
rapì la donna il cuore e fu nei vini come fiamma Amore
dentro la fiamma. Ma non ti fidare troppo
di un lume incerto di lucerna, la notte e il vino
nuocciono al giudizio. Chiedi alla luce se una
gemma è pura, se ben tinta di porpora è una lana,
chiedi al giorno se una donna vale. Ma al buoi,
sappilo, tutte le donne sono belle uguali.

Ora io voglio rovesciare le tue parole.
Ovidio Nasone, poeta gentile e nemico.
La tua voce festosa io la faccio mia e dico:
se tra voi, donne mie giocate, c’è
qualcuna che non conosce l’arte dell’amore
legga questi versi, sciolti nell’acqua dell’orgoglio,
e fatta esperta, imponga il suo furore.

La mano di una madre selvatica, incontaminata
e secca ci ha guidate vigili al dovere sociale.
La madre tua assolata è una vestale, un carceriere
che ti indica la strada verso il tuo dovere donnesco.

Quella mano perversa e gentile che ti ha
lavato la faccia e il sedere, che ti ha imboccato
e pulito, carezzato e punito, quella mano è
la tua nemica più dura perché è una mano di donna
che ti insegna le regole dell’uomo
, la mano
attenta e dolce del padrone sulla testa tua
che è sfottuta e tu non lo sai, donna mia cieca
e sorda, ardita e fiacca. Tu scavi nel tuo
ventre di terra un budello senza aria dove
nascondere e nutrire la tua anima asfittica incolore.
Buttiamo via le bende del pudore!
Gettiamo per una volta il dio del sacrificio
nell’immondizia e guardiamoci negli occhi
impauriti e viziosi per troppa servitù, donne mia amate.

Tu che nasci alla conoscenza del dolore
i calzettoni bianchi sotto il ginocchio,
la gonna corta a scacchi, i capelli a coperta
sulle spalle mingherline, a scuola, a casa,
nelle balere e sui motorini dietro al tuo ragazzo.
La tua bandiera è l’indifferenza truffaldina
degli occhi tuoi dolci di camelia affamata
.
Delle altre donne non ti importa niente,
il nitore della pelle, il fulgore dei capelli,
il brillio dei denti ti fanno vincitrice senza
fatica e senza guerra, nell’onda naturale dell’età.
E vai e corri e sei beata di essere te perché
ti attacchi al suo torace fertile di maschio
sapendo che ti vuole come vuole il pane,
con serena languida passione, senza amore
.

Ma è già tutto fissato come in una decalcomania
e tu sei dolce e lui aspro, tu sei molle e
lui è duro, tu sei debole e lui è forte,
e quando ti dice con la sua voce fragile:
“io ti prendo, sei mia”, tu accetti naturalmente
quel suo possesso che è sociale e non naturale,
ruzzolando in un fiato nella degradazione.

Gli sei grata per un gelato, per una corsa
in macchina, per una carezza, con umiltà e paura.
E non ti accorgi, mentre succhi quel gelato
di fragole che ti tinge la bocca di violetto,
che ti stai succhiando l’anima, troppo dolce
e fredda e saporita, ma già pronta a sciogliersi, a sparire.

La corruzione è così facile, pulita e onesta.
Le parole di tua madre, della tua maestra,
delle tue compagne, ti spingono come una
vitella di carne chiara verso la macellazione.
Non si sa quando comincia questa sottile
corruzione dell’integrità umana,
se dentro il ventre buoi dell’eredità
quando l’ossigeno lo succhiavi col sangue
in una boccata amara che ti riempiva i polmoni,
oppure dopo, nelle fasce di spugna che ti
stringevano il corpo deforme e arrossato.
Oppure dopo, fra le braccia amorose di un padre
impiegato che ti insegnava la prima A, la prima O.
oppure dopo ancora, dentro una veste rosa,
stringendo al petto la bambola dai capelli veri,
che fa la pipì da un buco di plastica molliccia,
per la tua educazione di mamma futura e ardente.
O dopo ancora, sul banco laccato di un asilo,
mentre una maestra miope e paziente ti insegna
a disegnare casette con giardini e fiori gialli alati.

Ed ecco che ti svegli e sei già corrotta,
la convinzione del tuo destino servile ti
si è piantato in testa come un chiodo che
tiene fermi per sempre i tuoi pensieri, le tue
certezze , i tuoi sensi, le tue voglie, le tue paure.
Quel choido ti ha fissato con un colpo splendente
nel buio ordinato e assennato del firmamento sociale
.
Un chiodo infilato csì bene e così a fondo
dentro le viscere del tuo cervello delicato
che dopo penserai di essere nata così, cornuta,
come quello strano animale, il liocorno,
bello e mai esistito, eppure dipinto e
cantato e concimato dalle fantasie del mito.

Ma se tu, fin da principio accetti te
come persona intera, senza incrinazioni o ammacchi,
se tu accetti di guardare con occhi franchi
il mondo, le voglie, i raggiri, l’eternità,
vedrai, ti cambierà la vita fra le mani,
e la tua testa camminerà da sola e ti sembrerà
strano e bello e forse pauroso, ma la mortificazione
l’avrai pestata come la serpe di tutte le vergogne
e i dolori ti sembreranno più veri, più radiosi.
Prendi per una volta la faccia del tuo ragazzo
fra le mani, senza tremare per l’ardimento,
piegagli la testa da una parte con tenerezza e
bacialo tu, mordendogli un poco il labbro superiore.
Sembra una cosa semplice, ma è più facile
che un cammello entri nella cruna di un ago
piuttosto che una donna abbia la forza di
essere se stessa, nella sua carne e nei suoi pensieri.

Digli a fior di labbro: come sei bello!
E prendigli la mano e digli: mi piaci,
ora ti bacio ancora per gioia e piacere mio.

E tu che sei vergine e ti vesti della tua verginità
come di una bandiera tricolore ,sgargiante, spampinata.
Tu che hai conservato questo bel fiore come un tesoro
fra le tue gonne amate per anni e anni con tenacia
e pazienza. Ogni tanto ti chiudi nel bagno,
sola come un pesce nell’acqua della vasca insaponata
e contempli il tuo gioiello radioso con occhi di
gelosa avidità. Può bussare tuo padre, può bussare
tua madre, la tua solitudine è così perfetta che
le tue orecchie sono diventate di marmo e la tua gioia
contemplativa è così arricciolata su se stessa
che il tuo ventre si è fatto trasparente.

Solitario, muto, fulgente, eccolo lì il piccolo velo
biondo della tua integrità che credi naturale ed è sociale.
Pssi le dita di cigno su quel tesoro adorato e
non ti accorgi, non ti accorgi più che sei diventata
una melensa avida avara conservatrice di te stessa,
una guardiana feroce e impura della tua servitù storica.
Conosco una ragazza, non tanto alto nè tanto bassa,
con due seni chiari come meloni, che si è perforata
da sola con le sue mani e dopo si è asciugata il sudore
della fronte con le dita sporche di sangue e paura.

Tu no, tu ti siedi sul cuscino dei tuoi sensi ammaccati
e calcoli come un severo ragioniere, le tue entrate,
le tue uscite sul libro dei privilegi fatali.
La verginità la conservi per apparire più pura
e non ti sei accorta dell’impurità che ha marcito
il tuo animo che ora puzza di muffa e di fanghiglia.

Ed eccoti là, il giorno che hai deciso. Sei sposa,
sei amata, sei acconciata a festa. Hai avuto il
permesso ufficiale di rompere quel piccolo opaco
velo del tuo onore e oggi aprirai le gambe
al potere carnoso del tuo padrone legale.
Sei lì e tutto ti mortifica, ma la mortificazione
la scambi per malessere naturale. C’è stato lo
scambio dei regali. Sei passata come una bolla
di saliva maliziosa sula bocca unta di olio
dei tuoi cugini, zii, cognate, nonne, parenti
che alludono al tuo prossimo sacrificio con
sconcia allegria e ribalderia paesana.

Tu sei lì, sudata, fra i fiori e i pezzi di
torta mangiucchiata su cui giacciono mozziconi
di sigarette spente. Ti guardi intorno contenta
perchè questa è la tua parte da recitare oggi,
pura, festosa, solida, sorridente, consapevole
degli occhi ansiosi che ti immaginano a letto,
ritrosa e poi vogliosa, con sopar il tuo sposo
trionfante, ambiguo, accaldato, che ti “fa” donna.
Credi che il tuo malessere, la tua mortificazione
siano cose bambinesche da negare e non sai che
stai cacciando via da te mosche fastidiose.

E poi viene la notte e ti chiudi nella stanza
dell’amore accompagnata dalle fantasie voraci
di tanti parenti e amici vestiti a festa.
Ti sfili il vestito bianco, pesante, costoso.
E lui, lo vedi, è lì, con i segni della canottiera
sul petto magro, gli occhi accesi di straniero.
La tua mano umidiccia corre all’interruttore
della luce. Rimanete al buio, così mezzi nudi e ostili.
Tu ti apparecchi, gentile e carnosa,
a recitare adesso un’altra parte, quella di moglie
alla prima notte di matrimonio, timida, impacciata;
rassegnata, pudica, amorosa. Lui preme la sua
bocca secca sulla tua. Poi ti spinge all’indietro
con un gesto di impazienza ed ecco, tu già ti abbandoni
rovesciando sulle lenzuola la tua vergogna
camuffata da obbedienza  e docilità maritale.
Sei sdraiata, immobile, impaurita e lui
ti assale accanito e lesto. Per la testa ti corre
l’immagine di un ricciuto macellaio che ti
si butta contro col coltello sguainato.
Ma chiudi gli occhi e ricacci il pensiero
sacrilego e amorale. Qui c’è solo un marito
che fa il suo dovere e una sposa novella
da deflorare con trombe e squilli e scampanate.

A te hanno insegnato, vergine bella, come a me,
a lei, a tutte, non a parole chiare e precise,
ma con il linguaggio mutolo dei segni sociali,
che il movimento è indice di partecipazione,
che l’ignoranza è indice di innocenza, che
l’immobilità è indice di accettazione.

Te ne stai lì perciò, sposa soggetta e muta,
nuda e ferma, senza sapere dove mettere le mani,
senza sapere dove posare gli occhi, senza
sapere cosa dire o cosa fare, aspettando da lui tutto,
l’insegnamento primo dell’amore e della vita.
Ed ecco che il padrone, con paterna pazienza e
paterno affetto, ti forza con dolcezza, ti rompe
la carne dell’infanzia tu provi sgomento e
non dolore ma la tradizione dice che a questo punto
tu devi recitare la scena della resa e allora
gigrigni i denti e trasformi il tuo sconforto in dolore.
Intanto il signore, l’uomo, si muove secondo un
ritmo che lui ben consce e tu no, si propone
con cocciuta baldanza di arrivare al godimento
e per fare questo ti preme, ti incalza, ti schiaccia
sotto il peso maschio della sua insicurezza.

Se è un tipo pudico, si accontenterà della tua
fissità silenziosa. Se è un tipo estroverso,
ad un certo momento ti chiederà: ma tu non provi niente?
prova a godere! E tu, la sposa in bianco, ripescherai
nella memoria i film, i libri, i racconti che
dicono come e quando una donna manda degli
urli da scannata poichè il suo uomo le scava
il ventre con la sua carne frolla e inamidata.
Urlerai, non sapendo se per vergogna dell’oltraggio
o per il disgusto di lui, di te, di quella resa
calcolata, consacrata e festeggiata.
Il tuo urlo sarà la tromba della sua vittoria.
Esprimerai così, con scema rassegnazione, il piacere
amaro e mielato di essere dichiarata proprietà privata,
crocifissa sopra un letto d’amore matrimoniale.

Ma se tu, sposa mia, provassi a cambiare
il tuo cuore rovesciandolo sottosopra
?
Se tu, anche avendo fatto il grave errore
di conservare il tuo perfido tesoro fra le gambe innamorate,
se tu lo affrontassi così:
“marito mio, spogliati che voglio vedere come sei fatto!
Bene, ora mi spoglio io”. E poi
gli dici: “guarda che io sono vergine, ma
è un caso, una cosa che non ti riguarda,
non l’ho fatto ne per te ne per nessuno,
ma solo perchè ho ceduto ad un lungo atto d’amore
per me stessa. Ora uniamoci, ma decido io come,
perchè questa verginità muoia senza colpi cattivi.
Ecco, sdraiati. Io mi metto accanto a te. O forse
sopra. Quando si è sopra ci si muove meglio
e si può guidare l’orgasmo come si vuole.

Se poi non ci riesco, proverai tu a metterti sopra,
ma quando lo dico io. E non ci saranno urli e
lamenti, ma solo abbracciarsi silenzioso”.
E meglio ancora se pretenderai da lui che
ti accarezzi con dolcezza il petto e i fianchi.
chiedigli che ti mostri il suo amore tanto
declamato baciandoti sul sesso addormentato,
con morbidezza. Diffida da chi crede che il coito
sia un atto di brutalità e di prepotenza.
Non è virilità quella ma sadismo e il sadismo
nasconde sempre debolezza e vizio.
La forza rende delicati e dolci, la paura
e la fragilità armano di spade gli infigardi
.

Ma è tanto più giusto e generoso, che al
primo grande amore, che sia a quindici o
a diciotto non importa, tu butti nel cesso
la tua verginità malata assieme con le tue
ansie puberali, e prendi in mano il sesso
del tuo compagno, per guidarlo tu
trionfante e sicura verso la gioia vorace
del tuo ventre innamorato. Tu credi di avere
paura della natura, ma le paure sono solo sociali
,
credimi, tu non temi il dolore ma il giudizio altrui.
Non puoi subire sempre per paura, a costo di diventare
come tua madre e come tua nonna, un anello
nella catena dolce- violenta della continuità patriarcale
che ti serva ddolcita senza saperlo.

Prendi quel sesso che ti vuole dominare con
la sua protervia di maschio antico,
stringilo ben bene e non avere paura,
è solo carne e il suo sangue non è più solido del tuo.
Non spettare che sia lui
a fare, a decidere, a muoversi, a cominciare.
Non farti usare. Se tu fai l’oggetto, lui farà
subito il soggetto, è come un gioco di acciaio puro.
Colui che prende, che fa, che decide, ha ragione poi
a dire: l’ho presa, l’ho posseduta, è mia!
Perchè tu ti sei fatta prendere, possedere.
Mentre un corpo umano non si possiede mai.

Un corpo, una mente, un cuore, un fiotto
di sangue e di sentimenti animati, volerli
possedere è un sacrilegio. Se tu saprai questo,
il tuo fare l’amore non sarà più una resa.
Tu non sarai colei che si fa fare, come i maschi
vogliono che tu credi, per toglierti l’anima
dal petto senza dolore. Tu darai, come lui,
parteciperai all’amore, con tutta la furia,
il candore, l’egoismo, l’odio e l’orgoglio
necessari, distruggendo il vecchio ammuffito
pudore e imparando a riconoscere il nuovo
pudore, quello reale, violento, razionale.

Il pudore sociale che tu credi naturale
vuole che tu sia ritrosa, ambigua, dolce.
Il pudore vero sta rinchiuso come un tuorlo
dentro l’uovo, ricco, fiammante, e vitale:
Questo pudore ti insegna il senso della tua integrità
di cuore, bada bene, non di una carne fatta
simbolo sociale. Sii tu a baciarlo, a spogliarlo,
a carezzarlo, senza per questo rifiutare le sue
carezze e i suoi baci, ma che sia chiaro chiarissimo
lampante che siete in due a fare l’amore, non uno solo
sopra l’altro, contro l’altro, a danno dell’altro.

Rifiuta il gioco del corri e scappa che può
divertire ma alla fine ti porterà alla trappola.
La civetteria è un’arma così povera e infelice
che poi quando sei incastrata contro un muro
non ti rimane che sorridere e acconsentire.

Ma non c’è niente da nascondere, lo vuoi capire.
Devi prenderti il tuo piacere da lui come
lui lo prende da te, senza infingimenti,
con pari entusiasmo e passione. Fagli la corte,
inseguilo, parlagli apertamente. Decidi tu
quando vuoi fare l’amore, non lasciarlo mai
pregare e supplicare, perchè poi quando deciderai
non sarà più una decisione ma un cedimento
e subito lui urlerà di essere il tuo padrone
e avrà ragione perchè sarai vinta e
non vincitrice, avrai accettato la regola
del cacciatore che corre appresso alla preda.

Ovidio è morto e le sue ossa ora
sono diventate leggere come vetri, i suoi
succhi vitali sono stati mangiati dalla terra che
ha nutrito con volvoli e ortiche e faggi.
Sono passati secoli e secoli di ardimenti,
diguerre, di rivoluzioni e di trasformazioni.
Ma le sue parole sprezzanti e dolciastre
sulle donne sono rimaste vive. Si possono
trovare milioni d’uomini che la pensano uguale,
con torva ilare sicurezza, convinti che le
regole a cui si rifanno sono naturali ed eterne.
sento già la voce irsuta dei mie amici
rivoluzionari che mi dicono: anche l’uomo
è sfruttato, anche lui è vittima dell’oppressione,
non perdete di vista la lotta di classe con queste fumisterie.

Lo so, lo sappiamo, non gridate tanto,
l’intolleranza che mostrate è segno di paura.
Di che avete paura? di scoprirvi oppresssori anche
quando siete oppressi? di trovare in fondo al
cuore una cosa dolce e scura che preferite non
portare al sole perchè si potrebbe trasformare
in una fiammata di razzismo buoi e selvaggio?
La donna, amici e compagni, è stata tenuta
fuori dalla storia, con mani e piedi di latte.
Fuori dal potere, con occhi rosati di coniglio,
e labbra umili di porcellino d’india.
Fuori dal tempo con mammelle piene di crema acida
e capezzoli gonfi di bionda abbondanza.
Fuori dalla ricchezza, con ventri colmi di seme nero
e caviglie pesanti di stanchezza.
Fuori dalla gloria, con braccia laboriose
e fulgide, con denti molli di diamante.

Provate a essere donna, per un giorno solo,
provate la leggerezza, l’oltraggio, la denigrazione
che si sono fatte carne nella carne e
nessuno ci bada più per niente affatto.
Provate a cercare un posto, una lavoro
che non sia di asina da soma, che non sia l’esposizione
e la vendita di una pelle levigata che aggrinzisce
al primo autunno. Provate a servire, quando la
servitù vi è comandata come una necessità,
un’antica innata tendenza del corpo femminile.
Provate a lavorare per un padrone che sarà
proprietario del vostro sorriso oltre che
del vostro lavoro; padrone del vostro animo
e del vostro ruvido cervello che in qualsiasi
momento penserà di poter stritolare
fra due dita unte di grasso, come una mosca.
Provate a cucinare, cucire, lavare, stirare,
scopare, pulire, strigliare. E dopo mi direte
cosa rimane del vostro bel fiato d’uomo forzuto.

Provate sempre a dire sì, ad aspettare
l’imbeccata, a chinare la testa, a ringraziare
di cuore. E poi saprete cosa vuol dire diventare
cieche tartarughe nelle mani di avidi Apolli
dalle dita palmate e i denti di acciaio brunito.
Provate a stare sotto, nell’amore, come coniglie
squartate, le gambe aperte, il cuorte chiuso,
aspettando che lui pèrenda il suo piacere
come un’ape indaffarata e poi voli via,
carico di miele e di superbia, convinto
di avere lasciato sul corpo femmina di lei
il marchio della sua virilità infuocata.
Provate, provate, provate, e poi saprete cosa
significa disprezzare se stesse senza saperlo,
amare la propria prigionia senza capirlo,
perdere l’orgolgio fino al punto di buttare
in pasto agli dei paralitici e gessosi
che hanno fatto del mondo un palcoscenico
per le loro gesta di nevrotici pupazzi.

Perciò compagni ombrosi, sappiatelo, non basta
diventare una classe sola, abolire la proprietà privata.
Finirà lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ma
non quello triviale e grandioso, istintivo e antico
dell’uomo sulla donna. E sai perchè mio gallo
dal fiato arso e bruciante? Perchè la libertà
non si riceve come un regalo involtato dentro
la carta d’argento e buonanotte e basta e grazie mille.
La donna può liberarsi solo da sè, con la sua testa,
e le sue mani, imprando a conoscere la sua diversità,
i suoi sonni storici, le sue vere voglie, i suoi autoinganni.
Ma da sè, solo da sè, con pena e guerra

Tu donna bella che hai sapore di fiordaliso.
hai la pelle vanagloriosa di uccello esotico,
e le labbra di pietra lunare, e gli occhi di
roccia incolore, i capelli di perle filate, i denti
zuccherini, la lingua marmorizzata, le ciglia
aguzze e fini come piume, tu che rigiri i tuoi
fianchi ambrati sotto la stoffa ruvida e leggera,
hai imparato molto bene le leggi del mercato:
io vendo il mio corpo, tu vendi il tuo potere,
io vendo la mia dignità di farfalla alata,
tu vendi il tuo avere, il tuo sapere.
Pensi di essere normale perchè il mondo
cammina così e tu ci sei dentro fino al collo
e non hai scelta nè destino all’infuori
del tuo corpo bello e levigato e ottuso.

Per te le donne sono tutte nemiche e
le disprezzi con noia e calore. Ed è naturale
perchè essendo una merce in vendita, hai paura
della concorrenza. Non ti sei accorta
che l’anima ti si è incollata ai polmoni,
per il troppo vendere e patire, gli occhi sono
diventati due ghiaccioli. La pelle ti è
diventata tesa e cattiva. Vendere il tuo corpo
che cos’è? niente, tu pensi. E invece è tutto.
Perchè non esiste un’anima e un corpo
nemici fra loro e imparentati malamente,
ma una solo tenerezza e un soilo orgolgio di re
che hai schiacciato te. Tanto, ti hanno insegnato,
il corpo della donna non vale una cicca spenta,
che lo vendi o lo regali fa lo stesso.

Ma quella che subisci è una commedia, la commedia
dell’inganno. Tu inganni te stessa pensando
di farti oggetto e ti metti in vendita con
un cartello al collo, soavemente, con fiocchi
e ghirlande e collane d’ambra, in una parodia
d’amore che ti fa iridescente e stregata.
Lui ti inganna pensando di usarti come userebbe
un’automobile, per prendere il fresco, godre
della velocità, farsi vedere in giro, vantarsi.
ti usa e poi ti disprezza per l’uso che fai di te.
E tu accetti questo disprezzo con candida serietà.
Tu stessa pensi di essere disprezzabile,
perchè credi nella purezza borghese ipocrita
languidamente, con sogni accesi di rabbia
che ti corrugano la fronte di iena addolorata.
Tu credi di essere debole, perduta, peccatrice,
ti condanni e cerchi di salvare solo qualche
pezzettino di perbenismo dietro la facciata
di un salottino Impero, di un bel vestito fresco,
di una borsetta bianca, di una lunga macchina sportiva.
Diventi più feroce di un leopardo nel difendere
gli interessi costituiti, la famiglia, l’onore,
l’amore romanzasco, la maternità, le trine
spiegazzate del tuo petto di ragazza bella.

Diventi la sfinge portinaia della casa
della tradizione, abbracci gli uomini con odio,
e freddo calore, ma dai la colpa solo a te,
al casa, a Dio.
Non ti viene nemmeno in mente,
nella tua aderenza al tuo destino fisiologico,
che sei l’agnello dolce e piagato di un lupo
rapace che ti porta via la carne a pezzi,
con umile pertinacia, e incolla la bocca sul tuo collo
sottile e bianco come per baciarti,
ma quando è pieno e gonfio del tuo sangue,
si volta verso di te e ti guarda con commiserazione
e se gli va, ti sputa in faccia il suo disprezzo.
Se tu solo capissi le tue ragioni e il sopruso
orrendo, vizioso e perfido che ti fanno tutti i giorni,
dentro un letto improvvisato, nell’odore
mielato del seme e del sudore che scivolano dal corpo
del tuo compratore impudicamente, e ti lasciano
pesta e lorda ed estranea a te stessa, per un pò
di soldi agognati. Se tu capissi questo forse continueresti
a venderti, ma ti organizzeresti, metteresti su
un diritto, una coscienza politica, un nuovo ardore.

E tu che sei madre. Con la falce di luna alla caviglia,
e il corpo rasato di suora,
e gli occhi appannati e le guance assonnate.
Tu che ti fai mettere sugli altari dorati
e apri e chiudi la tua vita per quei figli
armoniosi che ti hanno dato da fasciare e baciare.
Tu che piangi di orgoglio per la tua castità
e il tuo onore di madre pidocchiosa e adamantina.
Tu credi di essere una donna e invece sei un vaso,
un sacco, una vagina vestita di nero, piena di rispetto
e di mistero. Tu sei il recipiente
Dell’uomo e in nome del tuo contenuto ti si chiede fedeltà,
rinuncia, sacrificio, amore eterno.

Tu credi di esistere, bardata di argenti,
la corona in  testa di regina madre,
i piedi chiusi dentro scarpe felpate,
il ventre fasciato dentro benede fatate.
E invece sei morta. La tua vita l’hai persa
nel momento che ti sei lasciata spaccare
la carne dalla testa molle e lucida del
primo filgio adorato che sa di paraffina.
La morte certo è dolce e pudica.
Se poi uno morta fa anche le faccende di casa,
e lava e stira e cuce e risponde sì signore,
ecco trovata la soluzione degli enigmi familiari.
Uno morta si può anche venerare e baciare e
colmare di tenerezze e ambigue carezze filiali.

Ma se tu per un momento ti guardi allo specchio
e ti chiedi: c’è qualcosa di vivo in me?
Se tu fai l’atto di aprire la bocca per gridare,
se tu fai un segno rosso di vita sulla tua
immagine marmorea di morte, sei subito assalita.

Ti si dirà che sei noiosa e vecchia e
stupida ed egoista e vanitosa e inumana.
E tu, per gentilezza d’animo e candida bontà,
per un equivoco senso del dovere e per amore,
pieghaerai la testa e ti acconcerai a rimanere
quella cosa morta, graziosa e tenera che è
una madre serva che gira per la casa come un fantasma
indaffarato, silenzioso, ardente.

Popolana serissima, gentile, tu guardi con i tuoi occhi
spenti il mondo che ti opprime
e lo ringrazi per la sua oppressione, perchè
sei convinta nella tua testa aerea, che sei nata
per servire, per riverire, per faticare
e se i figli ti mantengono la giudichi
una grazia a ti tiri indietro e te ne stai
silenziosa, chinando la testa arresa
al grande favore che ti fanno lasciandoti vivere,
sfruttandoti teneramente, senza parere.
E’ così bello amare una madre-vittima,
una madre-agnello.
Al figlio duole il cuore
nel petto vedendola invecchiare precocemente,
sempre pronta a pulire, lavare, stirare e
amorevolmente fare da mangiare ai figli
e ai figli dei suoi figli, senza mai protestare.

E’ facile amare chi rinuncia alla sua vita
per noi, chi non ha sesso nè pensieri che non siano prevedibili,
terragni, virtuosi
eppure, neanche questo basta. Una donna vecchia
sa, da come viene guardata in tram o al mercato
quanto poco conta e quanto disgusto ispira agli altri.
La sua vecchiaia non fa pensare alla ricchezza,
alla saggezza, agli onori, all’esperienza.
La sua vecchiaia fa pensare solo alle rughe,
alla pancia ammuffita, all’alito cattivo,
agli occhi lagrimosi e per chi ha fantasia,
al suo bianco e rugoso sesso senza peli.
se ottiene rispetto e tenerezza è solo in
famiglia, dai figli e dai nipoti che la vedono
come una faccendiera disponibile e svagata.

Ma fuori, nella vita, è solo una vecchia,
una strega, una befana, un fagotto ridicolo
e fastidioso. Perchè non si decide a morire?
A meno che non abbia la fortuna di essere
la madre di un uomo famoso, di un gran politico.
Allora sarà riverita e servita, ma per lui
mai per sè, perchè ha avuto il grande privilegio
di essersi fatta mangiare le viscere da un genio
che è uscito da lei con grande dolore e sangue.
Una donna vecchia è una nullità, vale meno di
un soldo bucato. Una donna vecchia è solo un corpo
avvizzito che tarda a morire per egoismo e malignità.
Mentre l’uomo vecchio è carico della sua vita,
la donna vecchia è carica solo della sua morte.
Un uomo vecchio si ammette che abbia sete
di carni bambine e tocchi e sussulti e cerchi
di fare sue due gambe morbide e affusolate.

Una donna vecchia che abbia fame di carne
da baciare è considerata un’arpia,
una pervertita che va subito rinchiusa in un manicomio.
La sua esperianza, il suo passato, la sua sapienza,
i suoi pensieri contano quanto quelli di un cane.
La si butta in un angolo e buonanotte.
Ma se voi, donne vecchie, madri astute,
cominciate a pensare che anche voi avete un sesso,
e una testa che macina pensieri ardenti
e due occhi accesi e due mani capaci e
un cuore affamato, se voi penserete che
siete quello che siete per sopraffazione e
gloria dei peggiori istinti dell’uomo,
forse non avrete vergogna e adichiarare che
un bel ragazzo vi piace e potrete anche
carezzarlo senza sentirvi bruciare la mano di terrore.
Potrete baciarlo chiudendogli
gli occhi con due dita. Poichè l’estrema gioventù
e la vecchiaia sono portate all’amicizia.
E ai ragazzi piace essere amati dalle madri,
di un amore carnale lucidissimo e tenebroso.

Se penserete che la vecchiaia non è una colpa
di cui vergognarsi, se penserete che quello
che fa viva una donna non è soltanto la freschezza
della pelle e di un apio di labbra tornite,
se penserete questo vi sbarazzerete dei vostri lugubri
vestiti da fanstasmi che puzzano
di cipolla e di varecchina, allungherete le vostre mani
tremanti sui corpi degli adolescenti che hanno
bisogno di essere amati come in un sogno,
di tutto cuore e con terribile indulgenza.
Se saprete questo non sarete più vecchie,
e inutili ma forti e utili. Se imparerete
a non confondere la casa con il mondo,
a non contaminare del vostro nero di seppia
le cose luminose e dolorose che vi circondano,
se imparerete a pensare con la votra testa,
a ridere con la vostra gola, a giudicare
con il vostro cuore maturato dal tempo,
sarete amate di un amore meno stupido e
mordente, meno assillante e nero. Perderete
in morbosità ma guadagnerete in ricchezza
di anima e di cervello e autonomia di cuore.

Ma tutto questo non sarà finchè la donna
non scoprirà che è diventata diversa
dall’uomo per ragioni storiche e non naturali.

Una storia mimetica da colonizzate ci
ha fatto come siamo, deformi, candide,
accanite, incerte, passive.
E’ da questa
storia che dobbiamo tirare fuori i nastri
che ora sono lacci che ci legano le mani
e domani saranno bandiere sbattute al sole.
Donne mie amate predilette e disgraziate,
donne feroci nell’odio di voi stesse e
pieno di zelo poliziesco per maore della proprietà,
dell’onore, della conservazione,
dell’artificio, della gerarchia, della gloria,
vi siete identificate con l’uomo per sfiducia
in voi stesse, avete seguito il modello maschile
del forte virile sicuro
e con questo avete tradito le vostre compagne
le donne di tutti i tempi perchè voi pensate che
la donna è fatta di fango e avete coperto
questo fango con unno strao di porcellana lucente.

Ma il fango lo sentite come una colpa, lo odiate,
e per non farlo mai apparire in superficie,
passate giornate intere a riparare le crepe
e i fori nella vostra bella porcellana bianca.
Ma ora basta, spacchiamo questa copertura dura,
che ci tiene manse e segrete e fatate.
Prendiamo il coraggio di frugare dentro quel fango
e scopriremo che è un fango prezioso
nella sua umiltà, che si è fatto robusto e bello
pronto per costruire case e giardini.
No c’è da vergognarsi del fango della storia,
del fango della servitù, perchè è il nostro onore,
dela fango dell’oppressione perchè quello che
ci fa oggi innocenti e forti e coraggiose,
incontaminate dal potere, colombe da cortile.
Usiamo quel fango per costruire nuove donne
meno belle forse e levigate, ma più salate
del sale dell’orgoglio e dell’amore.

Franco Fortini – Foglio di via

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Manifesti

Mio popolo canaglia
rotto di cento piaghe
mio popolo assassino
mia vergogna

Dunque ora bisogna
non esser più soli
non aspettare più
non avere più paura

Popolo di dolore
la bocca più impura
può offrire l’amore
più forte

Mio popolo di morte
la mano più ferita
può dare la misura
più giusta.

*

In via nicola piccinni
a una grata d’officina
c’è una bandiera rossa
ricordo dell’insurrezione

Sui muri c’è scritto a morte
ripetiamola questa parola
questa pietà alla gola
una volta si romperà

A quest’ora scende il corso
madre nostra maschra gialla
dipinta la troia Italia
dalle unghie alle caverne.

Strofe

E il caro sorriso delle donne
passate sui fiumi stranieri
o nei giardini leggeri gli sguardi
degli ignoti noi li ricorderemo

Quando sarà tardi e si sarà
chiusa la storia, avuta un’unica vita.
Ma chi chiederà più, chi vorrà ancora
di più dalla memoria? O mie compagne
laggiù con le serate
di lontane città rosse di duomi
dove siete passate,
ricordi della terra, scenderemo.

Versi Cancellati – Geraldina Colotti

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Vendette trasversali

Eco
ha ucciso
Narciso
senza che Umberto
se ne accorgesse.

Comunista

Mangio i bambini
dei Bianchi Mulini,
son tanto buoni!

Arrestata

Ecco qui ottenuta
la vita spericolata
ormai avviata
all’ultima sgommata.

Grandi uomini

Dove volano le aquile
non va più nessuno,
non resta che fara leva
su qualche tacchino.

Linguaggi vernacolari

Cogito…gergo sum.

Distanze

Non sarò neanche domani
il turno dei tuoi occhi,
luce dei miei gnocchi.

La battaglia di Porta San Paolo (8-10 settembre 1943)

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Un settembre di fuoco e di morte era dunque giunto per Roma, una feroce antitesi alla stagione che fa invece del settembre romano il mese più dolce dell’anno. Delle giornate dell’armistizio e della battaglia per Roma si sa ormai tutto, gli storici le hanno ampiamente ricostruite e analizzate. Soltanto una cosa è stata largamente sottovalutata e rimane dunque misconosciuta: la partecipazione popolare alla lotta. Eppure la battaglia dei giorni 8, 9 e 10 ha il sottofondo di una vera epopea di cui lo scontro a Porta San Paolo, davanti alla piramide Cestia, è solo un episodio. Il più noto forse, ma una delle tante tessere che formano il grande mosaico della rivolta di popolo, un insieme ancora da comporre in tutta la sua interezza.

Da Cesare De Simone, Roma città prigioniera, Mursia.

Questo testo è ormai datato e sicuramente insiste troppo sulla componente popolare e di massa della resistenza romana (che c’è stata ma in forme minoritarie e diverse rispetto ad altri parti d’Italia, rispetto ad esempio al “triangolo industriale” o all’Emilia partigiana). Ha comunque il merito di raccontare non solo gli avvenimenti attraverso le testimonianze dirette dei protagonisti (partigiani, antifascisti della prima e della seconda ora) ma anche le impressioni, le sensazioni, i ricordi più o meno sfumati delle persone comuni, del popolo si direbbe.

Viste le ultime dichiarazioni del Ministro La Russa rileggerlo o leggerlo non fa certo male. Così…per comprendere e mobilitarsi affinchè la storia nn venga ri-scritta…e per giunta da personaggi di quella risma.

Voci più vecchie

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