(due)____________Novità

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Segnalo due novità edite da Odradek.

21 donne che hanno esplorato il mondo riuscendo, nel loro campo, a riscriverlo, studiarlo o contestarlo e per  questo hanno pagato un prezzo altissimo. A loro ed alle loro storie è dedicata questa raccolta scritta da Valeria Palumbo con le immagini di Giancarlo Montelli  che demolisce il mito del Romanticismo, delle donne devote per obbligo, per mettere in risalto l’azione come autentico talento femminile.

Per maggiori info e per ordinare il libro eccovi il LINK

 

 

 

 

 

 

[...]Questo libro, attraverso un’ampia mole di documenti in larga parte inediti, prove- niente da vari Archivi e commissioni d’inchiesta parlamentare, si concentra sulle trat- tative, gli accordi, le tensioni nazionali e internazionali relative alla questione dei criminali di guerra, cercando di evidenziare come e perché fu possibile assicurare l’impunità a centinaia di militari del regio esercito e di camicie nere dando luogo alla cosiddetta “mancata Norimberga” e all’inconsistente mito autoassolutorio degli “italiani brava gente”. [...]

Per la quarta di copertina e per ordinare il libro rimando a QUESTO LINK

____intermezzo

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Che si debba parlare, per essere esatti, di lotta per una ‘nuova cultura’ e non per una ‘nuova arte’ (in senso immediato) pare evidente. Forse non si può neanche dire, per essere esatti, che si lotta per un nuovo contenuto dell’arte, poiché questo non può essere pensato astrattamente, separato dalla forma. Lottare per una nuova arte significherebbe lottare per creare nuovi artisti individuali, ciò è assurdo, poiché non si possono creare artificiosamente gli artisti.
Si deve parlare di lotta per una nuova cultura, cioè per una nuova cultura, cioè per una nuova vita morale che non può non essere intimamente legata a una nuova intuizione della vita, fino a che essa diventi un nuovo modo di sentire e di vedere le realtà e quindi mondo intimamente connaturato con gli ‘artisti possibili’ e con le ‘opere d’arte possibili’. Che non si possa artificiosamente creare degli artisti individuali non significa quindi che il nuovo mondo culturale, per cui si lotta, suscitando passioni e calore di umanità, non susciti necessariamente ‘nuovi artisti’; non si può, cioè, dire che Tizio o Caio diventeranno artisti, ma si può affermare che dal movimento nasceranno nuovi artisti.

Intermezzo per ridere

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world

Ultimamente mi capita di leggere L’Espresso perchè “seguo” la raccolta degli Short Tales (anche se non è perfettamente corretto, diciamo spio, rubacchio, dò un’occhiata, leggo): i racconti brevi con testo originale a fronte che il settimanale sta proponendo. Nonostante l’inutilità (sono usciti già 17 racconti, quindi che segnalazione è? ma ormai è chiara la mia propensione per i voli pindarici tra passato e presente) apro una piccola parentesi sulla qualità dignitosa che hanno questi libelli. Sono quasi tutti miei (nostri, vostri, loro) compagni di infanzia, personalmente coloro che mi hanno “iniziato” alla lettura e alla letteratura. E allora:

Il diario di Adamo ed Eva di Mark Twain: raccontino vagamente misogino e pieno di stereotipi sessisti dell’epoca (il racconto è stato pubblicato nel 1906) ma molto divertente soprattutto nello stile e nei giochi di parole. La parte di Adamo l’ho trovata esilarante.

e ancora di Jerome Klapka Jerome, L’anima di Nicholas Snyders e Lo scherzo del filosofo.

(più intrigante il secondo racconto dove in una cena di commensali partecipa il fantasma del filosofo Kant)

Jack London, Il messicano: “Non lasciarti impressionare…e ricorda le istruzioni. Devi resistere. Non rimanere a terra. Se rimani a terra abbiamo istruzioni di riempirti di botte negli spogliatoi. Chiaro? Devi lottare”. Un London come al solito strepitoso e autobiografico.

Herman Melville, Il tavolo di melo: ancora devo leggerlo ma anche lui come gli altri va nella categoria Libri dell’infanzia

Jane Austen, Amore e amicizia: scritto a sedici anni questo raccontino mette alla sbarra la società borghese e la sua letteratura, utilizzando per di più quello stile melenso e formale della cultura inglese come arma contro i benpensanti (agli albori del femminismo insomma).

Charles Dickens, La casa dei fantasmi: anche questo ancora da leggere ma sulla fiducia…

Joseph Conrad, L’informatore: ricca di intrighi la storia che racconta Conrad riguardo la vita dell’anarchico Sevrin e la storia d’amore tra il protagonista e una ragazza di buona famiglia.

Insomma eccovi l’assaggio.

E ora il succo del mio post (anomalo direi)

Sfogliando L’Espresso incappo ieri in questo box minuscolo a fondo pagina. A me ha fatto proprio ridere. Ma voglio precisare che non sono una “fan” di Obama divertita. Sono una comunista che ride (amaramente ovvio) sulle sorti del socialismo..vero, presunto, virtuale.

Socialisti per ridere.

A Cortina l’ex ministro degli Esteri de Michelis discute del disegno politico di Barak Obama:
“Certo, definirlo neo-socialista mi fa un po’ ridere”.

Udito un signore tra il pubblico:
“Giustissimo. Però anche definire socialista De Michelis mi ha sempre fatto ridere”.

Da L’Espresso 3 settembre 2009.

Time is on my side

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Il socialismo ha fallito, il capitalismo è in bancarotta.

Cosa succederà adesso?

di Eric Hobsbawm

Qualunque logotipo ideologico adottiamo, lo spostamento dal mercato libero all’azione pubblica dovrà essere molto maggiore di quanto i politici immaginano.

Il XX secolo è già alle nostre spalle, ma non abbiamo ancora imparato a vivere nel XXI, o almeno a pensarlo in modo appropriato. Non dovrebbe essere così difficile come sembra, dato che l’idea fondamentale che ha dominato l’economia e la politica nel secolo scorso è scomparsa, chiaramente, nel tubo di scarico della storia. Avevamo un modo di pensare le moderne economie industriali -in realtà tutte le economie-, in termini di due opposti che si escludevano reciprocamente: capitalismo o socialismo.

Abbiamo vissuto due tentativi pratici di realizzare entrambi i sistemi nella loro forma pura: da un lato le economie a pianificazione statale, centralizzate, di tipo sovietico; dall’altro l’economia capitalista a mercato libero esente da qualsiasi restrizione e controllo. Le prime sono crollate negli anni ’80, e con loro i sistemi politici comunisti europei; la seconda si sta decomponendo davanti ai nostri occhi nella più grande crisi del capitalismo globale dagli anni ’30 ad oggi. Per certi versi è una crisi più profonda di quella degli anni 30, in quanto la globalizzazione dell’economia non era a quei tempi così sviluppata come oggi e la crisi non colpì l’economia pianificata dell’Unione Sovietica. Ancora non conosciamo la gravità e la durata della crisi attuale, ma non c’è dubbio che vada a segnare la fine di quel tipo di capitalismo a mercato libero che si è imposto nel mondo e nei suoi governi nell’epoca iniziata con Margaret Thatcher e Ronald Reagan.

L’impotenza, quindi, minaccia sia coloro che credono in un capitalismo di mercato, puro e destatalizzato, una specie di anarchismo borghese; sia coloro che credono in un socialismo pianificato incontaminato dalla ricerca del profitto. Entrambi sono in bancarotta. Il futuro, come il presente e il passato, appartiene alle economie miste dove il pubblico e il privato siano reciprocamente vincolati in un modo o nell’altro. Ma come? Questo è il primo problema che si pone oggi a noi tutti, e in particolare a quelli di sinistra.

Nessuno pensa seriamente di ritornare ai sistemi socialisti di tipo sovietico, non solo per le loro carenze politiche ma anche per la crescente indolenza e inefficienza delle loro economie, anche se questo non deve portarci a sottovalutare le loro impressionanti conquiste sociali ed educative. D’altro canto, finché il mercato libero globale non è esploso l’anno scorso, anche i partiti socialdemocratici e moderati di sinistra dei Paesi del capitalismo del Nord e dell’Australasia si erano impegnati sempre di più nel successo del capitalismo a mercato libero. Effettivamente, dal momento del crollo dell’URSS ad oggi non ricordo nessun partito o leader che denunciasse il capitalismo come una cosa inaccettabile. E nessuno era così legato alle sue sorti come il New Labour, il nuovo laburismo britannico. Nella sua politica economica, tanto Tony Blair che Gordon Brown (e questo fino all’ottobre del 2008) potevano essere definiti senza alcuna esagerazione come dei Thatcher in pantaloni. E lo stesso vale per il Partito Democratico degli Stati Uniti.

L’idea fondamentale del nuovo Labour, a partire dal 1950, era che il socialismo non fosse necessario, e che si poteva aver fiducia che il sistema capitalista facesse fiorire e generare più ricchezza di qualsiasi altro sistema. I socialisti non dovevano fare altro che garantire una distribuzione egualitaria. Ma a partire dal 1970 la crescita accelerata della globalizzazione creò sempre più difficoltà e sgretolò fatalmente la base tradizionale del Partito Laburista britannico, e per la verità alle politiche di aiuto e sostegno di qualsiasi partito socialdemocratico. Molte persone, negli anni ‘80, pensarono che se la nave del laburismo non voleva colare a picco, cosa che era una possibilità reale, dovesse mettersi al passo con i tempi.

Ma non fu così. Sotto l’impatto di quello che vedeva come la rivitalizzazione economica thatcherista, il New Labour, a partire dal 1997, si bevve tutta l’ideologia, o piuttosto la teologia, del fondamentalismo del mercato libero globale. Il Regno Unito deregolamentò i suoi mercati, vendette le sue industrie al miglior offerente, smise di fabbricare beni per l’esportazione (a differenza di Germania, Francia e Svizzera) e puntò tutto sulla sua trasformazione in centro mondiale dei servizi finanziari, e di conseguenza in paradiso dei riciclatori multimilionari di denaro. Così l’impatto attuale della crisi mondiale sulla sterlina e l’economia britannica sarà probabilmente più catastrofico di quello su ogni altra economia occidentale e questo renderà la guarigione più difficile.

E’ possibile affermare che ormai tutto questo è acqua passata. Che siamo liberi di tornare all’economia mista e che la vecchia scatola degli attrezzi laburista è qui a nostra disposizione -compresa la nazionalizzazione-, così che non dobbiamo far altro che utilizzare di nuovo questi attrezzi che il New Labour non avrebbe mai dovuto smettere di usare. Comunque questa idea fa pensare che sappiamo come usare questi attrezzi. Non è così.

Da un lato non sappiamo come superare l’attuale crisi. Non c’è nessuno, né i governi, né le banche centrali, né le istituzioni finanziarie mondiali, che lo sappia: tutti questi sono come un cieco che cerca di uscire da un labirinto dando colpi alle pareti con bastoni di ogni tipo nella speranza di trovare la via d’uscita.

Dall’altro lato sottovalutiamo il persistente grado di dipendenza dei governi e dei responsabili delle politiche dai dogmi del libero mercato, che tanto piacere gli hanno regalato per decenni. Si sono forse liberati del principio fondamentale per cui l’impresa privata orientata al profitto è sempre il mezzo migliore e più efficace di fare le cose? O che l’organizzazione e la contabilità imprenditoriali dovrebbero essere i modelli anche per la funzione pubblica, l’educazione e la ricerca? O che il crescente abisso tra i multimilionari e il resto della gente non sia tanto importante, dopotutto, sempre che tutti gli altri -eccetto una minoranza di poveri- stiano un po’ meglio? O che quello di cui ha bisogno un Paese, in qualsiasi caso, è il massimo di crescita economica e di competitività commerciale? Non credo che abbiano superato tutto questo.

Comunque una politica progressista richiede qualcosa in più di una rottura più netta con i principi economici e morali degli ultimi 30 anni. Richiede un ritorno alla convinzione che la crescita economica e l’abbondanza che comporta siano un mezzo, non un fine. Il fine sono gli effetti che ha sulle vite, le possibilità vitali e le aspettative delle persone.

Prendiamo il caso di Londra. E’ evidente che a tutti noi importa che l’economia di Londra fiorisca. Ma la prova del fuoco dell’enorme ricchezza generata in qualche parte della capitale non è il fatto di aver contribuito al 20 o 30% del PIL britannico, ma come questo ha influito sulle vite dei milioni di persone che vivono e lavorano lì. A che tipo di vita hanno diritto? Possono permettersi di vivere lì? Se non possono, non è per niente una compensazione il fatto che Londra sia un paradiso dei super-ricchi. Possono ottenere posti di lavoro pagati decentemente, o nella realtà un lavoro qualsiasi? Se non possono, a che serve tutto questo affannarsi per avere ristoranti da tre stelle Michelin, con chef diventati essi stessi stelle. Possono mandare i loro figli a scuola? La mancanza di scuole adeguate non si compensa con il fatto che le Università di Londra possano allestire una squadra di calcio fatta di vincitori di premi Nobel.

La prova di una politica progressista non è privata ma pubblica, non solo importa l’aumento del reddito e del consumo dei privati ma l’ampliamento delle opportunità e, come le chiama Amartya Sen, delle capabilities -capacità- di tutti per mezzo dell’azione collettiva. Ma questo significa -deve significare- iniziativa pubblica senza fini di profitto, neanche se fosse solo per redistribuire l’accumulazione privata. Decisioni pubbliche dirette a conseguire un miglioramento sociale collettivo dal quale tutti ne guadagnerebbero. Questa è la base di una politica progressista, non la massimizzazione della crescita economica e del reddito personale.

In nessun ambito questo sarà più importante che nella lotta contro il problema più grande che ci troviamo ad affrontare in questo secolo: la crisi dell’ambiente. Qualsiasi logotipo ideologico adottiamo, ciò significherà uno spostamento di grandi dimensioni dal libero mercato all’azione pubblica, un cambiamento più grande di quello proposto dal governo britannico.

E, tenuto conto della gravità della crisi economica, dovrebbe essere uno spostamento rapido. Il tempo non è dalla nostra parte.

The Guardian, Friday 10 April 2009

Tizio, Caio e Sempronio – Antonio Gramsci

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Non c’è dubbio che conoscesse molto bene il suo paese…e i suoi mali cronici.

Quaderno 15 (II) 1933

§<21>. Passato e presente.
Se si domanda a Tizio, che non ha mai studiato il cinese e conosce bene solo il dialetto della sua provincia, di tradurre un brano in cinese, egli molto ragionevolmente si meraviglierà, prenderà la domanda in ischerzo e, se si insiste, crederà di essere canzonato, si offenderà e farà ai pugni. Eppure lo stesso tizio, senza essere neanche sollecitato, si crederà autorizzato a parlare di tutta una serie di quistioni che conosce quanto il cinese, di cui ignora il linguaggio tecnico, la posizione storica, la connessione con altre quistioni, talvolta gli stessi elementi fondamentali distintivi. Del cinese almeno sa che è una lingua di un determinato popolo che abita un determinato punto del globo: di queste quistioni ignora la topografia ideale e i confini che le limitano.

pp

§<57>. Passato e presente.
Una delle manifestazioni più tipiche del pensiero settario [...] è quella per cui si ritiene di poter fare sempre certe cose  anche quando la “situazione politico-militare” è cambiata. Tizio lancia un grido e tutti applaudono e si entusiasmano; il giorno dopo, la stessa gente che ha applaudito e si è entusiasmata a sentire lanciare quel grido, finge di non sentire, scantona ecc.; al terzo giorno la stessa gente rimprovera Tizio, lo rintuzza, e anche lo bastona o lo denunzia. Tizio non ne capisce nulla; ma Caio che ha comandato Tizio, rimprovera Tizio di non aver gridato bene, o di essere un vilgiacco o un inetto ecc. Caio è persuaso che quel grido, elaborato dalla sua eccellentissima capacità teorica, deve sempre entusiasmare e trascinare, perchè nella sua conventicola infatti i presenti fingono ancora di entusiasmarsi ecc. Sarebbe interessante descrivere lo stato d’animo di stupore e anche di indignazione del primo francese che vide rivoltarsi il popolo siciliano dei Vespri.

Innamorato della Palestina – M. Darwish

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palestina arance

Innamorato della Palestina

I tuoi occhi sono una spina nel cuore

lacerano, ma li adoro.

Li proteggo dal vento

e li conficco nella notte e nel dolore

cosi la sua ferita illumina le stelle,

trasforma il presente in futuro

più caro della mia anima.

Dimentico qualche tempo dopo

quando i nostri occhi si incontrano

che una volta eravamo

insieme, dietro il cancello.

Le tue parole erano una canzone

che io tentavo di cantare ancora,

ma la tribolazione si era posata

sulle fiorenti labbra.

Le tue parole come la rondine

volarono via da casa mia

volarono anche la nostra porta

e la soglia autunnale

inseguendo te,

dove si dirigono le passioni ….

I nostri specchi si sono infranti

la tristezza ha compiuto 2000 anni,

abbiamo raccolto le schegge del suono

e abbiamo imparato a piangere la patria.

La pianteremo insieme,

nel petto di una chitarra;

la suoneremo sui tetti della diaspora

alla luna sfigurata ed ai sassi.

Ma ho dimenticato,

oh tu dalla voce sconosciuta !

Ho dimenticato,

è stata la tua partenza

ad arrugginire la chitarra,

o è stato il mio silenzio ?

Ti ho vista ieri al porto

viaggiatore senza provviste … senza famiglia.

Sono corso da te come un orfano

chiedendo alla saggezza degli antenati:

perché trascinare il giardino verde

in prigione, in esilio, verso il porto

se rimane, malgrado il viaggio,

l’odore del sale e dello struggimento,

sempre verde?

Ho scritto sulla mia agenda:

amo l’arancio e odio il porto,

ho aggiunto sulla mia agenda:

al porto mi fermai

la vita aveva occhi d’inverno,

avevamo le bucce dell’arancio

e dietro di me la sabbia era infinita!

Giuro, tesserò per te

un fazzoletto di ciglia

scolpirò poesie per i tuoi occhi

con parole più dolce del miele

scriverò “sei palestinese e lo rimarrai”

Palestinesi sono i tuoi occhi,

il tuo tatuaggio

Palestinesi sono il tuo nome,

i tuoi sogni

i tuoi pensieri e il tuo fazzoletto.

Palestinesi sono i tuoi piedi,

la tua forma

le tue parole e la tua voce.

Palestinese vivi, palestinese morirai.

Entusenko – I paladini dell’inerzia

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Sono rimasti quelli di un tempo, come cose.
Prova ad inculcar loro qualcosa di nuovo!
Apparentemente hanno rinunciato a molto,
ma in fondo sono rimasti gli stessi.
Non hanno fretta di capire tutto il nuovo,
o, piuttosto, non vogliono capire,
e continuano assurdamente a luccicare
con le corazze dei vecchi successi.
Vedo la difficoltà della loro situazione,
vedo il crollo ineluttabile dei loro affanni,
quando,
alleandosi con zelo,
vigliacchi,
attaccano il coraggio dei giusti.
I loro cavalli sono invecchiati,
spelacchiati,
ed essi non hanno più le maniere di un tempo,
gli vanno male gli affari oggi,
se hanno paura di affrontare apertamente la battaglia.

Cadaveri e idioti

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In realtà avrei dovuto proseguire con I LIBRI DEGLI ALTRI, ma questo articoletto volevo inserirlo da troppo tempo ormai.

Un decina di anni fa, anche di più, scovai un libricino dal titolo Piove, governo ladro!di Antonio Gramsci, il sottotitolo recita: satire e polemiche sul costume degli italiani. Lessi tutto d’un fiato, senza dargli troppa attenzione devo dire. Poi l’ho ri-trovato in casa.

Si tratta di articoli  che Gramsci scrisse per l’Avanti! in forma anonima e apparsi tra il 1916 e il 1918. Articoletti polemici e stuzzicanti.

Due premesse prima della lettura.

1) Gramsci rifiutò un lavoro molto redditizio (2.500 lire dell’epoca, al mese)
come preside di una scuola per scrivere a poche lire per il giornale socialista.

2) Quando gli proposero di pubblicarli egli commentò che questi “erano scritti alla giornata e dovevano, secondo me, morire dopo la giornata” e questo non stupisce vista la meticolosità con cui studiava, leggeva, scriveva il futuro fondatore del PCd’I.

L’articolo è preceduto da una piccola introduzione che spiega la ragione della polemica.

Buona lettura, compagni!

E’ corsa voce – ed è certo uno scherzo malizioso, ma uno scherzo significativo- che la Sezione torinese del partito (socialista ndr) abbia stabilito nei giorni scorsi di non ammettere d’ora in poi soci che abbiano superato ne’ loro studi la terza elementare*.

Il Corriere della sera si diverte a incrociare su questo spunto le solite spiritose frasi che piacciono tanto ai suoi lettori, anche quando se le son sentite ripetere per la centesima volta. Socialisti: idioti e nefandi; socialisti: proletari dell’intelligenza; socialisti: protozoi che si rivoltano alla superiore specie dei mammiferi; socialismo: manovali contro intellettuali; socialismo: analfabeti di tutto il mondo unitevi, perinde ac idiotus (come un solo idiota, traduzione ad uso dei nostri soci).

Pesiamo le parole. Idiota: parola nobilissima di origine greca. Idiota significa prima di tutto soldato semplice, soldato che non ha nessun gallone. Significa in seguito: chi pensa con la propria testa, chi è proprio, chi non si è ancora assoggettato alla disciplina  sociale vigente. Quando questa mancanza di disciplina all’ordinamento sociale diventa una colpa, la parola comincia ad assumere un significato offensivo. Ma in sè e per sè non racchiude nessuna offesa. Ha un significato sociale, non inviduale. Idiota è chi è diverso, chi pensa e parla diversamente dalla maggioranza. Idiotismo è la parola o il modo di dire proprio di un regione, e non usato nella lingua letteraria o nazionale. Idiota, insomma, corrisponde a refrattario, per ciò che riguarda le relazioni sociali. Nefando: parola altrettanto nobile, di origine latina. Significa: chi parla come la divinità ha proibito di parlare, chi fa affermazioni proibite dalla legge. Due parole che hanno un valore prettamente democratico dal punto di vista sociale. Due parole che hanno acquistato valore offensivo quando la società, la legge, la disciplina sociale erano fondate sul principio divino, su una mistica concezione del destino che presiede all’accadimento dei fatti umani. Idioti e nefandi erano pertanto quelli che non credevano all’efficacia taumaturgica delle frasi fatte, dell’ “Iddio l’ha detto” del “la patria lo vuole”, del “le leggi imperscrutabili che guidano l’umanità dicono”, ecc…, e pertanto operavano e parlavano con la loro testa, sbagliando talvolta senza dubbio, ma pronti a riconoscere lo sbaglio e a correggerlo, lieti se riuscivano a raggiungere un fine anche minuscolo, purchè, anche nella sua piccolezza, fosse raggiunto con mezzi loro propri, fosse figlio delle loro opere e non della loro supina obbedienza alla volontà degli altri.

Idioti e nefandi: parole classiche che esprimono l’indipendenza di un piccolo gruppo di fronte alla collettività, di un individuo rispetto all’ambiente in cui vive. Che si contrappongono al cadaver dei gesuiti, al “credo quantunque sia assurdo, anzi appunto perchè assurdo”, all’ipse dixit (l’ho detto…, basta, traduzione per i nostri soci) e a tutte le altre formule del pecorile asservimento alla verità rivelata, alla legge, voce di Dio, allo Stato, mistica disciplina per la realizzaxione della volontà di Dio sulla terra.
Intellettuali, sì, quando intellettuale vuol dire intelligente, e non tiranno per grazia del titolo di studi; seguire gli intellettuali, sì, quando seguirli vuol dire ritrovar in loro meglio chiariti, più logicamente costruiti quei concetti e quei veri che ognuno sente in sè ancora indistinti. Ma non si vuol sacrificare l’intelligenza all’intelletto, l’indipendenza e la libertà propria all’intelletto degli altri. Quando si proverà che non avere titoli di studi voglia dire essere stupidi, che non essere pecorinamente schiavi voglia dire essere delinquenti, allora ci copriremo i capelli di cenere e ci batteremo il petto.
Finora siamo persuasi che stupidi e cretini siano coloro che danno alle parole quel significato che esse avrebbero se si riferissero a loro stessi.
Noi siamo più classici di loro, e ce ne troviamo bene.

(17 gennaio 1917)

* Perinde ac “idiotus”, in Corriere della sera, 16 gennaio 1917

L’assessore assassino e la pazzia di Evgheniij

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Altre due poesiole di Stefano Benni. Sono molto affezionata a questo libro, si vede. L’autore architetta uno scherzo, una burla letteraria: finge, come vi sarete accorti nell’articolo precedente, di tradurre componimenti di celebri poeti, facendo molta attenzione a rimanere fedele al loro stile e alla loro poetica. Esperimento geniale a dir poco. E scherzo ben riuscito. La storia la trovate qui sotto. Buona lettura.

***

Durante l’estate romana del 1979 il comune, tramite l’assessore comunale alla cultura Renato Nicolini, organizzò un festival internazionale di poesia con Ginsberg, Entusenko, altri poeti. Benni “tradusse” due composizioni di Ginseberg e Entusenko. Ma il “Messaggero” abboccò, scambiandole per autentiche. L’infortunio diventò colossale e la beffa di Benni fu addirittura datata: si scrisse che il componimento di Entusenko era stato scritto, chissà poi perchè, in autunno a Berlino. Ma l’amo di Benni pescò un pesce più grosso. Antonello Trombadori prese per autentica la poesia di Allen Ginsberg e, nel corso di un dibattito in tv, la lesse fra le risa degli ascoltatori, come un brano che provava “l’idiozia” della poesia moderna. Seguì una dolce smentita di Ginsberg e una violenta telefonata del poeta sovietico al direttore del “Messaggero”.

Allen Ginsberg

Allen Ginsberg

Sutra di Nicolini

(poesia inedita di Allen Ginsberg)

Inoltre se mi capisci io ti dichiaro un nicolini
nicolini cristo one man show revival mandala hollywood
nicolini cibernetico il cui camerino è una grotta in un computer interstellare
comete & comiche mute e sorriso di Gable & denti da vampiro
sangue finto panzanelle rock coca-cola calda
nicolini furbo che ruba le ghiande a paperino
nicolini chicolini
molte donne sognano cineclub ultima fila buoi con nicolini
nicolini con la zazzera selvaggia cammina lungo il Colosseo piangendo
nicolini si buca imita sovente Sordi & Lindsey Kemp Corman
Rivera perchè no Vertov

nicolini power, oh tu onnipotente, onnipotente universale,
onnipotente il rantolo universale
dei tuoi mille comunicati stampa zen nicolini
pornonicolinistereonicolininicoliniboia
quale macchina celeste, quale burocrazia centrale,
quale Metro Goldwyn Lenin Mayer
potrà fermarti sulla tua Cadillac russa mentre la radio
impazzita blatera blues Baglioni bi-erre da Cleaveland o Ostia?
nicolini sibilo di droga nell’occhio di Nonna Papera
nicolini assassino, nicolini assessore
nicolini venti pastiglie di argan per un suicidio su un letto sfatto
nicolini che usa Marilyn come un segnalibro
nicolini può far riscoprire dio ma è perfettamente ateo
e gli insetti intorno alla lampada la grande lo show finale
il ponte che salta in aria
lo so ti porteranno via nicolini
nicolini da qualche pianeta un’astronave rossa scenderà ti uccideranno
oh nicolini jazz spezzato la tua vestaglia d’oro insanguinata
lampade rotte unico indizio una salsiccia del festival dell’Unità
bene bene dice il private-eye di Thiblisi fatto fuori nicolini
per santo Bogart santa Lauren alza l’ostia sotto i riflettori bollenti
così noi ti ricorderemo o dracula
o gilda o Poona alla fermata del tram o boy di terza fila
buono per tre siringhe angeliche contemporanee
su tre schermi o Socrate o pusher di cultura la mia vena
trema come una vecchia pellicola e ti aspetta resta con noi
nei secoli dei secoli nicolini the end

Evgenij Entusenko

Evgenij Entusenko

Castelporziano

(poesie inedita di Evghenij Entusenko)

Castelporziano!
La tua canzone è selvatica
Sono mille violini gli aghi di pineta
fremito che percorre i cespugli, come l’ira
le sopracciglia di Breznev

Mare, seccàti!

Mostra sul tuo fondo svelato il galcone della poesia
Il trionfale naufragio, il mostro preistorico
le rughe geologiche di mille opere
Bucce di cocomero ed Esenin
e là, che nuota tra i preservativi,
infastidito, Lord Byron
e nella chiazza di petrolio, gabbiano invischiato
batte le ali Lorca
(e tu, Vladimir, che fai
abbracciato a una seppia?)

Castelporziano!

Quale panino conterrà la tua fame
quale verso la tua bestemmia
nell’ingorgo con mille clacson

Ma qui, tra il fumo
di mille ceri del Nepal
paese al mio confinante
io, Evghenij
io Evghenij Evtusenko
io alzo le dita di alghe e petrolio
con cui a lungo carezzai il mare
e giuro

Io lo giuro!

non urlerò quando i vostri denti curiosi
assaggeranno i miei versi
chiuderò gli occhi

inerte

come un risotto di mare, sbranato
sussurrerò
alioscia, fratellini, compagni:

divoratemi!

Il funerale del compagno autobus

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La poesia ricorda un episodio tragicomico della Bologna dopo il marzo 1977. Nel corso di incidenti in città un autobus andò a fuoco e il sindacato tranvieri ne portò la carcassa in piazza raccogliendo firme contro “la violenza”. Nessuna firma era stata raccolta, mesi prima, per lo studente Francesco Lorusso, ucciso dai carabinieri.

Bologna 1977

Bologna 1977

Autobus!

(una poesia inedita di Vladimir Majakovskij)

Poltrona dopo poltrona, fila dietro fila il 14 ottobre
i bolscevichi, uomini d’acciaio e di ferro
entrarono nel palazzo a cinque piani del comune di Bologna
sedettero e scambiandosi un sorriso. Lì decidevano senza indugi
sui problemi del giorno. Ecco è ora di incominciare ma perchè si ritarda?
Perchè il servizio d’ordine si è diradato come una difesa
dove è stato espulso lo stopper?
Perchè gli occhi sono più rossi
del prosciutto gambuccio? Perchè
Imbenic si mostra malsicuro?
Qualcosa è accaduto
ah, no! Come è possibile questo?
Il soffitto s’abbassò su di noi come un corvo
si chinarono le teste, si chinarono
tremando divennero buie
le luci dei lampadari, s’incantò
il trentarè giri di Sarti
Poi Imbenic si alzò
si riprese, ma non riuscì a inghiottire le lacrime
che solcavano le sue guance
e le lacrime lo tradirono brillandogli nei baffi
si confondono i pensieri e il sangue batte alle tempie:
“ieri, alle sei e cinquanta minuti
hanno arrostito il compagno autobus”
La notizia colpì Zangheri allo stadio
come una fucilata, e i consiglieri
che cento volte Tesini
avevano fissato negli occhi
si vergognavano del pianto davanti alle donne.
Il giorno entrerà nella dolente memoria
dei secoli. Lo sgomento strappò un gemito al ferro:
tra i bolscevichi passò il singhiozzo
della cupa oppressione. S’alzò un grido
“abbiamo perduto l’autobus
della rivoluzione”

da Giap – Editoriale su Gaza

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CIELO DI PIOMBO
Collage del Luther Blissett Project, 1994di Wu Ming 4

“Tenere i bambini e le donne incinte lontano durante l’uso.”
(Fondere il piombo – istruzioni per l’uso)

Non c’è dubbio che le guerre abbiano il brutto vizio di togliere obiettività alle persone. Un intellettuale che possa scegliere e decida di restare in prima linea facilmente vedrà ridimensionato il proprio margine di ragionamento. Ragionamento sempre più ridotto a ossimoro o grottesco paradosso, come quello degli illustri colleghi israeliani link Yehoshua, Oz e Grossman, scrittori tanto più famosi e celebrati in Occidente per la loro “equidistanza”, quanto più organici alla politica bellicista del loro paese.
E’ la posizione di chi giustifica le reazioni di Israele limitandosi a criticarne l’intensità, di chi dice: “Dobbiamo difenderci, ma non troppo”. E’ quella che va per la maggiore anche in Europa, perché è gratis, non costa nulla. Nemmeno il Mahatma Gandhi e il reverendo King erano contrari alla legittima difesa. Proprio la legittima difesa è il cardine retorico della leadership israeliana, la giustificazione di fondo della sua politica.
Ora noi non ci permetteremmo mai di fare le pulci a chi vive in un paese bersaglio di strali politici e balistici, a chi ha perso figli in guerra, a chi dolorosamente, nonostante tutto, ha scelto di restare a vivere in Israele. Noi siamo qui, col culo al caldo. Eppure dalla postazione privilegiata delle nostre poltrone è difficile non accorgersi di una realtà autoevidente.
Negli ultimi due anni le reazioni di Israele alle provocazioni dei suoi vicini sono consistite nel bombardamento di Beirut e conseguente invasione di uno stato sovrano, il Libano; nel bombardamento di un sito in territorio siriano; nell’embargo imposto alla striscia di Gaza; nel bombardamento e nell’occupazione di Gaza City.
Tra gli attacchi subiti da Israele e quelli scatenati contro i suoi nemici esiste lo stesso rapporto che c’è tra la puntura di un tafano e una coltellata, o tra l’operato di Jack lo Squartatore e quello del boia di Treblinka. E se non è certo la quantità di morti a rendere più o meno grave l’assassinio, tuttavia è facile che ne determini l’incidenza storica. Inutile fingere che non sia così. Tanto più quando ormai anche i sassi sanno che le vittime civili (in questo caso pochi individui da una parte, centinaia dall’altra) non sono effetti collaterali. Non lo erano a Dresda e a Hiroshima nel 1945, non lo sono sessant’anni dopo. Quando si fa fuoco sui centri abitati – con missili Kassam o bombe che piovono dal cielo – i civili sono il principale bersaglio. Perfino l’ONU lo è, con le sue ingombranti scuole. Quando si bombarda una città in cui metà della popolazione ha meno di 14 anni, è evidente che le vittime saranno in prevalenza bambini. Il resto sono artifici retorici per intellettuali, intrappolati loro malgrado in una sottile striscia di realtà.
No, noi non possiamo proprio permetterci di giudicare dal nostro salotto, inchiodati davanti alle immagini terrificanti che passa la TV.
Perché ammettere che dietro una “reazione sproporzionata” si cela una precisa strategia colonialista e suprematista sarebbe un gesto di coraggio e oltraggio politico che renderebbe ancora più difficile per gli illustri colleghi israeliani la permanenza su quella prima linea.
E certo attenuerebbe la sontuosa accoglienza riservata loro link nelle fiere del libro d’Occidente.
Non si può esigere da scrittori di quel calibro di alienarsi dalla propria storia, da ciò che sono o hanno scelto di essere.
Però si può cortesemente chiedere loro di stare a casa, la prossima volta.

da Giap – Il gigantesco malinteso

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Nuovo editoriale per la Newsletter Giap, della Wu Ming Foundation.

Riporto per intero (perchè ne vale la pena) il secondo editoriale a cura di Wu Ming 1, sul Grande malinteso del Realismo. Abbastanza lungo, lo so.

Ma quando si parla di letteratura, di nuovo romanzo italiano, New Italian Epic, di cultura nello strapaese non possono non essere interpellati.

Una boccata di aria fresca

di Wu Ming 1

Prima di tutto voglio dire: la questione del “realismo”, o del “ritorno degli scrittori alla realtà”, è poco interessante. Mi rompe i coglioni.
Otto volte su dieci è malposta; un’altra volta è posta bene ma non porta in alcun luogo; resta un’occasione ogni dieci, fortunata occasione in cui ascolto/leggo e alla fine imparo davvero qualcosa.
Sì, capita che dentro il Gigantesco Malinteso si sentano pure cose intelligenti, ma in mezzo a troppa melma concettuale. Sabbie mobili: le cose intelligenti le vedi affondare, e non fai in tempo a gettare una corda o allungare un bastone, eccole confuse nella palude di cazzate, perse e non torneranno più.

Ho questa sensazione, ad esempio, mentre leggo l’Almanacco Guanda 2008: ottimo l’intento, un buon lavoro, con punte di brillantezza, giusti distinguo preliminari quando si usano le parole “realtà” e “realismo”…
Bella anche la puntata di Fahrenheit dedicata al volume
Tutto (o quasi) ok…

…finché la questione non viene riassunta (per faciloneria o malafede) nei soliti termini rozzi delle pagine culturali dei giornali, del commentario sui lit-blog, dei giochini di posizione su certe riviste.
Insomma, pare che la “nuova” voga sia il realismo sociale (o socialista?), il romanzo che è politico perché “a tesi”, come se gli autori italiani fossero tornati in blocco a Metello (senza nemmeno i riferimenti del partito marxista-populista e del popolo-proletariato). Il cosiddetto “impegno” è descritto come inerente alla scelta del tema, ergo una problematica sociale da descrivere in modo “oggettivo” e “aderente” alla realtà.

Che idea si può fare uno, leggendo simili riassunti della questione?
L’idea che gli autori italiani stianno sfornando romanzi di propaganda. Libri scritti in una lingua “di servizio”, funzionale a una causa, una lingua che si vuole depurata da ambiguità. Per bene che vada: inchieste giornalistiche appena drammatizzate. E quando va male? Volantini accresciuti con dialoghi immaginari.
Su questa premessa ci si divide tra apologeti e detrattori.
E io i detrattori li capirei pure, se veramente le cose stessero così.
Solo che stanno in tutt’altro modo.
La domanda, al solito, è: i cronisti culturali e i commentatori compulsivi da blog le leggono, le opere che vengono scritte davvero in Italia, oggi?
Perché se non si legge quel che viene scritto, poi si fanno le domande sbagliate. E si discute di nulla.

[C'è anche l'altro tipo di riassuntino, da cui sembra che, nel romanzo italiano, la novità stia nell'uso politico della "paraletteratura" e soprattutto del giallo, ultima e aggiornata versione del romanzo-che-descrive-il-reale. Cioè lo stadio a cui era la discussione cinque-sei anni fa. Nel frattempo si è andati avanti, e nemmeno di poco, ma i "mediatori" non se ne sono accorti.]

A volte, anche al dibattito sul New Italian Epic è toccata la sorte di “riassuntini” del genere. Tempo fa, Girolamo De Michele ha risposto con un testo molto importante, benché su un aspetto specifico del Gigantesco Malinteso (ossia: gli idioti luoghi comuni su cosa sia stato il neorealismo).
Anch’io, nella versione 2.0 del memorandum, ho scritto una lunga glossa al riguardo.

C’è la tendenza a banalizzare, a ridurre la complessità e la ricchezza di quel che si scrive, mediante formule proposte e dibattute nel vuoto, basandosi non sulle opere ma sulle chiacchiere che circondano le opere. Tutto quello che – per dirla col mio socio Wu Ming 4eccede, che potrebbe mettere in crisi lo schemino, viene messo in secondo piano, o ignorato del tutto.

Qualcuno sta provando a intorbidare le acque, proponendo un frame truffaldino. In questo frame, per dire, la fine del postmoderno avverebbe sotto l’egida di un ritorno al moderno (dal “fascismo come parentesi” di Croce al “postmoderno come parentesi” degli odierni scalzacani); Gomorra sarebbe poco più di un reportage scritto bene; l’io narrante di Gomorra corrisponderebbe sempre e soltanto all’autore implicito che a sua volta corrisponderebbe in toto all’autore reale, cioè a un Saviano eroico e onnipresente, e via di questo passo.
Anche chi non è d’accordo con quest’impostazione finisce per accettare il frame, controbattendo su ontologia e topologia del realismo: cos’è il realismo, dov’è il realismo etc.

In quest’ottica, si capisce come il “New italian epic” possa diventare, nella mente di qualcuno, sinonimo di “neo-neorealismo” (ergo: la nebulosa viene fatta coincidere con una delle tante soluzioni espressive praticabili). Si è travisato, così mi sembra, l’intento con cui Giancarlo De Cataldo aveva proposto il termine.
Questa riduzione di complessità prescinde quasi del tutto dalle opere in circolazione, e ne rimuove l’elemento

ucronico

controfattuale

oltranzistico

allucinato

visionario

perturbante

anti-oggettivo

Elemento che è presente in molti dei libri che si scrivono in Italia. Presente, quando non preponderante, anche in buona parte dei libri che attraversano la nebulosa del NIE.
Ne discendono equivoci madornali. Nelle parafrasi apparse in certi articoli-carrellata, l’assunzione di responsabilità etica su cui stiamo cercando di riflettere viene equivocata come presa di posizione politica nell’accezione più bassa e ristretta.

[ Da qualche parte ho letto che il nocciolo della riflessione sul NIE (che, come sa chi segue il dibattito, è l'allegoria) sarebbe: "finalmente gli scrittori non hanno più paura di intervenire politicamente". Lodevole ma, mi dispiace, troppo semplice.]

E’ auspicabile non separare tra loro in modo rigido le questioni di fondo, e anch’io vorrei distinguere senza contrapporre. Esistono romanzi NIE che sono al contempo epici e realistici, perché sono due piani diversi (denotazione e connotazione) che possono essere compresenti. Pure Fenoglio era sia epico sia realistico, per non dire di Furore di Steinbeck.
L’importante è non avere un’idea asfittica e obsoleta della realtà e del suo utilizzo in letteratura.
Perché c’è un equivoco di fondo quando si parla di “realtà” in letteratura. Alcuni intendono il reale come un contesto materiale, e pensano che attingervi significhi essere “oggettivi”, portare in letteratura “le cose come stanno”, ma questo è impossibile: la letteratura può guardare alla realtà soltanto come a un’ennesima dimensione testuale. La “realtà”, per chi scrive letteratura, è l’insieme dei testi esterni a quello che si sta scrivendo, pre-esistenti ad esso. L’insieme delle “fonti” che ci sono “là fuori”: documenti, flussi informativi e mediatici. La “realtà” che si può usare in letteratura è la cronaca di giornali e telegiornali, la storia trovata negli archivi, è la mail che mi ha spedito Laura, è la battuta che ho sentito dire a Fiorello su Radio 2. Sono sempre e comunque testi e la letteratura li usa in quanto tali, si rapporta e ispira ad essi in quanto tali. Il reale è “testualizzato”, per usare un’espressione che credo provenga dagli studi sul cinema di Maurizio Grande. Non si può portare nella scrittura la cosa-in-sé, ma solo il modo in cui viene raccontata nel reale testualizzato.

Alla luce di questo, tutto il dibattito sul “realismo”, su quale scrittura sia più o meno “fedele alla realtà”, si rivela come magnifica perdita di tempo. Gli autori italiani di oggi usano anche l’elemento soprannaturale, e non per questo chi fa quella scelta “fugge dalla realtà”. Magari, in allegoria, sta affrontando e “testualizzando” la realtà in maniera più incisiva di chi ha scelto un approccio convenzionalmente ritenuto “realistico”.

Sarà utile a fare chiarezza, una volta divulgato, il lavoro di Dimitri Chimenti su alcuni “oggetti narrativi non-identificati”. Partendo dalla teoria del cinema, Chimenti analizza come in quattro libri “strani” (il nostro Asce di guerra, Gomorra di Saviano, Dies irae di Genna e Sappiano le mie parole di sangue di Babsi Jones) venga inserito il reale in forma di “innesti”, “prelievi” e “inserti”, e quali siano le scelte etiche che portano a preferire ora un tipo di testualizzazione, ora un altro.

[Riferimenti a tale lavoro si possono trovare in questa discussione sul blog del collega Valter Binaghi. Qui invece ci sono gli mp3 di un intervento fatto a Siena, in cui Dimitri spiega come sta lavorando su Gomorra. In calce qualcuno ha messo una mia spiegazione "in parole povere" (ripresa da Carmilla) di cosa siano innesti, prelievi e inserti.]

Tornando al principio: i romanzi “a tesi”, “a chiave”, propagandistici… Non sono quello che serve. A un romanzo non chiedo certezze, non chiedo di rafforzare convinzioni che già ho: pretendo una destabilizzazione, anche sottile ma deve esserci. Voglio una letteratura non consolatoria bensì perturbante. Non voglio sentirmi dire che i cattivi sono cattivi perché sono cattivi, e che i buoni hanno ragione. Voglio racconti sulla crisi dei “buoni”, sul punto di vista dei “cattivi”, sugli ostacoli e i ripensamenti, sulle prove da superare, sulle sconfitte che fondano qualcosa e le vittorie che fanno impazzire e portano al disastro. Insomma, voglio la possibilità dell’epica, e voglio che si mettano le mani nel tragico.

Solo se c’è tutto questo, a mio avviso, si può fare una scrittura che, senza svilirsi, abbia anche valore sociale e politico.
Altrimenti si produrranno espressioni piatte e si tradirà lo specifico della letteratura, che è lavoro sulla connotazione, cioè sui sensi figurati, e sulle metafore, sull’allegoria.
Sulla poesia delle cose.

Siamo scrittori, non estensori di volantini. E’ una banalità di base, ma soltanto tenendola a mente si potrà, senza produrre robaccia, dare un contributo civile.

Erri De Luca – da Satisfiction

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Da Satisfiction n. 2 / febbraio 2008

PREMESSE DA PIANOTERRA


Brevi prose di pensiero alle prese con la ragione di vocaboli e concetti compongono Pianoterra (Nottetempo, € 12,00) di Erri De Luca, il nuovo libro dell’autore napoletano di cui Satisfiction anticipa due brani inediti. La raccolta, in libreria dal 6 marzo, è scritta secondo la prospettiva del “pianoterra”. Un taglio inusuale che lo stesso De Luca, nella “Premessa”, spiega ai lettori: “Dall’angolo stretto di chi sta in una folla proviene la scrittura di queste pagine”.

Patria

Nato e cresciuto in un posto del Sud alleggerito da milioni di emigranti, ho sentito ripetere spesso che:  “’A patria è chella ca te dà a mangià”La riduzione del proprio luogo a dispensatore alimentare era la piú amara definizione, ma non cosí spregiativa. Lavorare e guadagnarsi il pane è diritto elementare ed è quello che produce dignità e radica appartenenza.
Patrigna è la patria che lo nega, che discrimina tra figli e figliastri. Il Sud era molto figliastro. Sue patrie furono le Americhe, l’Australia. Gli emigranti espatriarono senza conoscere il verbo, salutando con un fazzoletto bianco e non tricolore. Si portavano dietro un dialetto in cui esprimere la loro nostalgia. L’italiano era la lingua di chi poteva permettersi il lusso di parlare diverso dal popolo, dai popoli riuniti sotto il cappello Italia. A casa nostra la parola patria era inesorabilmente accoppiata all’esperienza goffa e tragica del fascismo. I miei avevano conosciuto i sabati del regime, le adunate obbligatorie nei ranghi dei figli della lupa, le parate con labari e aquile romane, caricature e addobbi spolverati da uno scheletro della storia. Quella patria con il punto esclamativo si era presa sul serio al punto di credersi guerriera. Napoli ascoltò la sirena di allarme aereo poco dopo la dichiarazione di guerra, la parola patria presentava in fretta il conto. Ci sono vocaboli che diventano inservibili: insieme al Lebensraum, lo spazio vitale, preteso dall’espansionismo tedesco, anche patria finí sotto le macerie e i cingoli dei vincitori, insieme a una monarchia lesta a disertare.
Da giovane ho aderito a lungo a una gioventú rivoltosa e comunista che ripeteva il motto: il proletario non ha nazione. Gli operai, gli sfruttati, secondo quella convinzione, erano compatrioti di altri come loro oltre i confini, ben piú che dei loro concittadini di ceto borghese. Perciò patria è un termine fuori dal mio dizionario e forse lo sto scrivendo qui per la prima volta. Al disuso si somma anche il basso gradimento per l’inno di Mameli di cui non ho ancora deciso se sia peggiore il testo o la musica. Dov’è la vittoria? Quando l’ascolto mi sforzo di dimenticare l’italiano, di ricevere sillabe prive di senso. Mia madre dice che la patria è una parola che ti è cara solo se stai all’estero e senti qualcuno che parla male del tuo paese. Allora ti scatta la molla di difenderlo. Sono d’accordo con lei, anche a me è successo e mi sono trovato a ricacciare indietro l’offesa. Proteggevo cosí il mio luogo d’origine, la lingua che ho imparato a parlare e ad amare dopo il napoletano, il piatto in cui ho mangiato e le ricette imparate, la geografia, il nome dei miei, l’olio, le arance, Vittorio de Sica e Fabrizio De Andrè, il sangue visto spargere, un bacio sul marciapiede di un binario, queste cose mi hanno messo impronta e di certo non una maglia azzurra, una coccarda, un’istituzione. Allora sí, lontano, mi è scattato il riassunto dell’italiano che sono, uno senza la parola patria, alla quale preferisco varianti come: matria fratria, tanto per dare un cambio ai padri sempre piú a corto di fiato nel ruolo.

Recinto

Il Paradiso è la cantica meno letta della Divina Commedia. I santi annoiano. “Mi sentirei di girare un film sull’inferno dantesco, forse sul purgatorio, certamente non sul paradiso”: Alessandro Blasetti conferma che la perfezione è poco sceneggiabile. Quando fu scelto un posto per il paradiso, col minore impatto ambientale, si decise di piazzarlo in cielo. In terra ingombrava, in mare avrebbe guastato il premio a chi in vita soffrí di maldimare. La ricompensa eterna sazia presto. Il Paradiso, maiuscolo e ripetitivo, è un ergastolo di beatitudini. L’inconveniente maggiore è che sta confinato di là del tempo regolamentare, nei supplementari. Piú pratico è riportarlo in terra, dentro l’esistenza.
In antico ebraico paradiso è pardès, un campo recintato con alberi da frutto. Stava al suolo, era fornito di plurale pardesìm, ce n’erano diversi. Non era contemplazione, ma opera di lavoro, non riposo ma sudore, custodia contro le avversità. Vedo pardès, ovunque l’emergenza chiami a una risposta, fosse pure disperata. Vilna, Lituania, settembre 1943, ghetto ebraico nei giorni della soluzione finale: un grappolo di giovani resiste con qualche arma da fuoco racimolata in giro. Mancano i proiettili. C’è nel ghetto una casa editrice con tipografia, la “Rom”, che stampa i grandiosi volumi del Talmud. I giovani vanno di notte a rubare le barre di piombo per fonderle e fabbricare munizioni. Le sante lettere ebraiche diventano proiettili. Scrive lí e in quel momento il giovane poeta Avram Sutzkever: “L’ebraico valore serbato in parole / va a irrompere nel mondo, arma da fuoco”. Nel ghetto di Vilna i superstiti dell’annientamento fabbricarono intorno a loro un recinto, una difesa, un pardès. Prima di essere inceneriti nel Vernichtungslager di Sobibor piantarono un pardès coi loro corpi. Pardès fu il tempo che salvarono, un tizzone d’incendio. Furono vinti, certo, il pardès non sbandiera vittorie. È un cerchio di fuoco, un campo di zingari che all’alba seguente lascia cenere spenta.
Lo ritrovo in terra ovunque la miseria, la guerra, spingano a una resistenza, a un patto per unire le forze. Vedo pardesìm nei passaggi di migratori verso le nostre coste, nei villaggi che ricostruiscono le case dopo il maremoto dell’Oceano Indiano.
Pardès è una fabbrica occupata, una barricata, una cooperativa di senza terra. È stato di eccezione e di emergenza, poi si dissolve e si riforma altrove. L’umanità si regge sul pardès.

http://www.satisfiction.it/

Morte accidentale di un anarchico –

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Giuseppe Pinelli

Giuseppe Pinelli

Prologo

Con questa commedia vogliamo raccontare un fatto veramente accaduto in America nel 1921.
Un anarchico di nome Salsedo, un emigrante italiano “precipitò” da una finestra del 14° piano della questura centrale di New York. Il commissario della polizia dichiarò trattarsi di suicidio.
Fu condotta una prima inchiesta e quindi una super-inchiesta da parte della magistratura e si scoprì che l’anarchico era stato letteralmente scaraventato dalla finestra dai poliziotti durante l’interrogatorio.
Al fine di rendere più attuale e quindi più drammatica la vicenda, ci siamo permessi di mettere in opera uno di quegli stratagemmi ai quali spesso si ricorre nel teatro. Cioè a dire: abbiamo trasportato l’intera vicenda ai giorni nostri e, invece che a New York l’abbiamo ambientata in una qualunque città italiana… facciamo conto Milano.
E’ logico che, per evitare anacronismi, siamo stati costretti a chiamare commissari i vari sceriffi, questori gli ispettori e così via.
Avvertiamo ancora che, qualora apparissero analogie con fatti e personaggi della cronaca nostrana, questo fenomeno è da imputarsi a quella imponderabile magia costante nel teatro che, in infinite occasioni, ha fatto sì che perfino storie pazzesche completamente inventate, si siano trovate ad essere a loro volta impunemente imitate dalla realtà!

Scena Prima___ Scena Seconda___Scena Terza

Madre terra – Antonio Gramsci

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Gramsci scrive alla sorella Teresa. Sono infatti due i nuclei familiari con cui stabilì una corrispondenza. Quello sardo: della madre, delle sorelle e del fratello; e quello russo: della moglie, dei figli, dell’amico Sraffa, della cognata Tatiana.

Questa prima lettera ve la propongo perchè mi sembra interessante
il polilinguismo che Antonio suggerisce per i suoi nipoti.

La seconda invece è destinata alla madre e contiene una spiegazione, forse un modo più leggero di spiegare alla genitrice, la sua inevitabile condanna e lunga carcerazione.


26 Marzo 1927

Carissima Teresina,

mi è stata consegnata solo pochi giorni fa la lettera che mi avevi inviato a Ustica e che conteneva la fotografia di Franco. Ho così potuto vedere finalmente il tuo bimbetto e te ne faccio tutte le mie congratulazioni; mi manderai, è vero?, anche la fotografia della Mimì e così sarò proprio contento. Mi ha colpito molto che Franco, almeno dalla fotografia, rassomigli pochissimo alla nostra famiglia: deve rassomigliare a Paolo e alla sua stirpe campidanese e forse addirittura maureddina (1): e Mimì a chi somiglia? Devi scrivermi a lungo dei tuoi bambini, se hai tempo, o almeno farmi scrivere da Carlo o da Grazietta. Franco mi pare molto vispo e intelligente: penso che parli già correttamente. In che lingua parla? Spero che lo lascerete parlare in sardo e non gli darete dei dispiaceri a questo proposito. E’ stato un errore, per me, non aver lasciato che Edmea, da bambinetta, parlasse liberamente in sardo. Ciò ha nuociuto alla sua formazione intellettuale e ha messo una camicia di forza alla sua fantasia. Non devi fare questo errore con i tuoi bambini. Intanto il sardo non è un dialetto, ma una lingua a sè, quantunque non abbia una grande letteratura, ed è bene che i bambini imparino più lingue, se è possibile.

Ales_il paese natale

Ales_il paese natale

Poi, l’italiano, che voi gli insegnerete, sarà una lingua povera, monca, fatta solo di quelle poche frasi e parole delle vostre conversazioni con lui, puramente infantile; egli non avrà contatto con l’ambiente generale e finirà con l’apprendere due gerghi e nessuna lingua: un gergo italiano per la conversazione ufficiale con voi e un gergo sardo, appreso a pezzi e bocconi, per parlare con gli altri bambini e con la gente che incontra per la strada o in piazza. Ti raccomando, proprio di cuore, di non commettere un tale errore e di lasciare che i tuoi bambini succhino tutto il sardismo che vogliono e si sviluppino spontaneamente nell’ambiente naturale in cui sono nati: ciò non sarà un impaccio per il loro avvenire, tutt’altro. Delio e Giuliano sono stati male in questi ultimi tempi: hanno avuto la febbre spagnola; mi scrivono che ora si sono rimessi e stanno bene. Vedi, per esempio, Delio: ha cominciato col parlare la lingua della madre, come era naturale e necessario, ma rapidamente è andato apprendendo anche l’italiano e cantava ancora delle canzoncine in francese, senza perciò confendersi o confondere le parole dell’una e dell’altra lingua. Io volevo insegnargli anche a a cantare: “Lassa sa figu, puzone” (2), ma specialmente le zie si sono opposte energicamente. Mi sono divertito molto con Delio l’agosto scorso: siamo stati insieme una settimana al Trafoi, nell’Alto Adige, in una casetta di contadini tedeschi. Delio compiva proprio allora due anni, ma era già molto sviluppato intellettualmente. Cantava con molto vigore una canzone: “Abbasso i frati, abbasso i preti”, poi cantava in italiano: “Il sole mio sta in fronte a te” e una canzoncina francese, dove c’entrava un mulino. [...] Abbraccio Paolo affettuosamente; tanti baci a te e ai tuoi bambini.
Nino

Del campidano di Oristano e di cagliari.
"Lascia il fico, uccello".

25 Aprile 1927

Carissima mamma,

ho ricevuto la tua lettera proprio oggi. Ti ringrazio. Sono molto contento delle buone notizie che mi dai, specialmente di Carlo. Non sapevo quali fossero le sue condizioni di lavoro e di vita. Credo che Carlo sia un ottimo ragazzo, nonostante quelche sua capestreria del passato e credo che sia più solido negli affari di quanto lo fossero (e forse lo sono ancora) tanto Nannaro che Mario, che erano portati a vedere guadagni favolosi e a fare castelli in aria per ogni piccola cosa. Ahimè! tutti in casa nostra (eccettuato io solo) hanno creduto di avere uno speciale bernoccolo per gli affari e non vorrei che tutti facessero una esperienza come quella famosa del “pollaio”; te ne ricordi? e Carlo se ne ricorda? Bisognerebbe ricordarglielo a sempiterno scorno dei Gramsci che vogliono fare degli affari. Io me ne ricorderò sempre, anche perchè quelle galline, che non facevano mai l’uovo, mi hanno beccato e rovinato tre o quattro romanzi di Carolina Invernizio (meno male!). La mia vita scorre sempre uguale.

In braccio alla madre

In braccio alla madre

Leggo, mangio, dormo e penso. Non posso fare altro. Tu però non devi pensare a tutto ciò che pensi e specialmente non devi farti illusioni [...] perchè sono anche arcisicuro che sarò condannato e chissà a quanti anni. Tu devi capire che in ciò non c’entra per nulla nè la mia rettitudine, nè la mia coscienza, nè la mia innocenza o colpevolezza. E’ un fatto che si chiama politica, appunto perchè tutte queste bellissime cose non c’entrano per nulla. Tu sai come si fa coi bambini che fanno la pipì nel letto, è vero?  Si minaccia di bruciarli con la stoppa accesa in cima al forcone. Ebbene: immagina che in Italia ci sia un bambino molto grosso che minaccia continuamente di fare la pipì nel letto di questa grande genitrice di biade ed eroi; io e qualche altro siamo la stoppa (o il cencio) accesa che si mostra per minacciare l’impertinente e impedirgli di insudiciare le candide lenzuola. Poichè le cose sono così, non bisogna nè allarmarsi, nè illudersi; bisogna solo attendere con grande pazienza e sopportazione. Va là, tu sei ancora forte e giovane e ci rivedremo. [...]
Nino

Papà Antonio – Lettere dal carcere

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Dopo alcuni anni fanno il loro avvento in casa i Quaderni dal carcere di Antonio Gramsci, nuova edizione Einaudi, con la storica prefazione di Gerratana. QUELLI LA’ proprio. Insomma sto facendo ingordigia, ora ho tutto il tempo per coccolarli, sfogliarli, appuntarci sopra delle cose, metterci segnalibri…sono tutti per me! E allora qualche giorno fa mi imbatto in una pagina dei suddetti e trovo un “elenco di animali conosciuti” da Gramsci. Una lista e un riferimento alle Lettere, in particolare ad una del febbraio 1932. Faccio un confronto con le Lettere e la ritrovo. Conosciamo un Gramsci dolcissimo, tenero, affettuoso da questa corrispondenza col primo figlio. Il racconto della “caccia ai ricci” è simpatico come del resto l’immagine di un Antonio Gramsci bambino che si nasconde dietro i cespugli o alleva animali in giardino! eccola a voi..Buona lettura

febbraio 1932

Caro Delio,

Mi è piaciuto il tuo angoletto vivente coi fringuelli e i pesciolini. Se i fringuelli scappano talvolta dalla gabbietta, non bisogna afferrarli per le ali o per le gambe, che sono delicate e possono rompersi o slogarsi; occorre prenderli a pugno pieno per tutto il corpo, senza stringere. Io da ragazzo ho allevato molti uccelli e anche altri animali: fringuelli, allodole ecc; ho allevato una serpicina, una donnola, dei ricci, delle tartarughe. Ecco ho visto i ricci fare la raccolta delle mele. Una sera d’autunno quando era già buio, ma splendeva luminosa la luna, sono andato con un altro ragazzo, mio amico, in un campo pieno di alberi da frutto, specialmente di meli. Ci siamo nascosti in un cespuglio, contro vento. Ecco, ad un tratto, sbucano i ricci, cinque, due più grossi e tre piccolini. In fila indiana si sono avviati verso i meli, hanno girellato tra l’erba, e poi sin sono messi a lavoro: aiutandosi con i musetti e con le gambette, facevano ruzzolare le mele, che il vento aveva staccato dagli alberi, e le raccoglievano insieme in uno spiazzetto, ben bene vicine una all’altra. Ma le mele giacenti per terra si vede che non bastavano; il riccio più grande, col muso per aria, si guardò intorno, scelse un albero molto curvo e si arrampicò, seguito dalla moglie. Si posarono su un ramo carico e incominciarono a dondolarsi, ritmicamente; i loro movimenti si comunicarono al ramo, che oscillò sempre più spesso, con scosse brusche, e molte altre mele caddero per terra. Radunate anche queste vicino alle altre, tutti i ricci, grandi e piccoli, si arrotolarono, con gli aculei irti, e si sdraiarono sui frutti, che rimanevano infilzati: c’era chi aveva poche mele infilzate (i riccetti), ma il padre e la madre erano riusciti ad infilzare sette o otto mele per ciascuno.

I filgi Delio e Giuliano con la madre Giulia Shucht

I figli Delio e Giuliano con la madre Giulia Shucht

Mentre stavano ritornando alla loro tana, noi uscimmo dal nascondiglio, prendemmo i ricci dentro un sacchetto e ce li portammo a casa. Io ebbi il padre e due riccetti e li tenni molti mesi, liberi, nel cortile; essi davano la caccia a tutti gli animaletti, blatte, maggiolini ecc.. e mangiavano frutta e foglie di insalata. Le foglie fresche piacevano loro molto e così li potei addomesticare un poco; non si appallottolavano più quando vedevano la gente. Avevano molta paura dei cani. Io mi divertivo a portare nel cortile delle biscie vive per vedere come i ricci le cacciavano. Appena il riccio si accorgeva della biscia, saltava lesto lesto sulle quattro gambette e caricava con molto coraggio. La biscia sollevava la testa, con la lingua di fuori e fischiava; il riccio dava un leggero squittìo, teneva la biscia con le gambette davanti, le mordeva la nuca e poi se la mangiava pezzo a pezzo. Questi ricci un giorno sparirono: cero qualcuno se li era presi per mangiarli. Tatiniska (1) ha comprato una bella teira grande, di porcellana bianca e ci ha collocato la bambola; ella adesso porta al collo la sciarpetta calda, perchè fa molto freddo: anche in Italia ha nevicato molto. Devi piuttosto scriverle che mangi un pò di più, perchè a me non vuole dare retta. Io credo che i tuoi fringuelli mangino più di Tataniska. Ho piacere che le cartoline ti siano piaciute. Ti scriverò un’altra volta sul ballo delle lepri e su altri animali; ti voglio raccontare altre cose che ho visto e sentito da ragazzo: la storia del polledrino, della volpe e del cavallo che aveva la coda solo nei giorni di festa, la storia del passero e del kulak(2), del kulak e dell’asinello, dell’uccello tessitore e dell’orso, ecc. Mi pare che tu conosci la storia di Kim; conosci anche le Novelle della Giungla e specialmente quella della foca bianca e di Rikki-Tikki-Tawi? E Giuliano è anche lui un udarnik(3)? Per quale attività? Ti bacio, papà. Bacia per parte mia Giuliano e mamma Julca.

(1) Diminutivo di Tatiana in russo.
(2) "Contadino ricco" in russo.
(3)"Lavoratore scelto" in russo.

1917 – La rivoluzione è ora!

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Gianco in un suo pezzo canta…

«Questa canzone racconta la storia di uno che era giù,
molto giù e penso che più giù di così non si possa essere
»

E siccome anche io sono davvero molto giù, ho deciso di fare gli auguri alla Rivoluzione d’Ottobre, alla Rivoluzione russa, evento e spartiacque della storia dell’Umanità. Finalmente migliaia, milioni di persone riscattano in quel fatidico 1917 la loro condizione sociale, vincono i soprusi e lo zarismo, vincono le forze reazionarie. Tutto il mondo assiste incredulo al processo di emancipazione di un paese enorme, arretrato, povero. Lo spettro si è fatto carne.

La fine dei Romanov

La fine dei Romanov

Mosca – John Reed, I dieci giorni che sconvolsero il mondo, 1919.

La sera del 16 novembre, vidi sfilare sul corso Zagorodni duemila guardie rosse, precedute da una banda militare che suonava la Marsigliese. Come quell’inno era ben scelto, con le bandiere rosso sangue, sventolanti sulle file scure dei lavoratori, per salutare il ritorno dei fratelli che avevano combattuto per la difesa della capitale rossa! Avanzavano nel freddo della sera, uomini e donne con le lunghe baionette oscillanti in cima ai fucili, per le strade fangose e sdrucciolevoli, pochissimo rischiarate, in mezzo ad una folla silenziosa di borghesi, sprezzanti, ma poco tranquilli…

Tutti erano contro di loro: uomini di affari, speculatori, benestanti, agrari, ufficiali, politicanti, professori, studenti, professionisti, commercianti, impiegati. Gli altri partiti socialisti odiavano i bolscevichi di un odio implacabile. I Soviet avevano favorevoli solamente i semplici operai, i marinai, i soldati che non erano ancora demoralizzati, i contadini senza terra e alcuni, pochissimi, intellettuali…

Dagli angoli più lontani di quella grande Russia sulla quale si frangeva l’onda scatenata delle battaglie di strada, la notizia della sconfitta di Kerenski echeggiava come l’eco formidabile della vittoria proletaria: da Kazan, da Saratov, da Novgorod, da Vinnitza, dove il sangue era colato a fiotti nelle strade, da Mosca, dove i bolscevichi avevano puntato i cannoni contro l’ultima fortezza della borghesia, il Kremlino.

«Bombardano il Kremlino!». La notizia correva di bocca in bocca nelle strade di Pietrogrado, provocando una specie di terrore. I viaggiatori che arrivavano da Mosca, la « Piccola Madre», da Mosca la Bianca, dalle cupole dorate, facevano dei racconti spaventosi; i morti si contavano a migliaia; la Tverscaia ed il ponte Kuznetzki erano in fiamme, la cattedrale di San Basilio, il Beato, era non più che una rovina fumante, la cattedrale della Assunzione crollava; la Porta del Salvatore al Kremlino vacillava, la Duma era quasi rasa al suolo. Nulla ancora di tutto quello che avevano fatto i bolscevichi poteva paragonarsi a questo spaventoso sacrilegio compiuto nel cuore stesso della Santa Russia. I fedeli credevano di udire il fracasso dei cannoni che sputavano in faccia alla Santa Chiesa Ortodossa, riducendo in polvere il santuario della nazione russa…


Delegati alla prima Sessione dei Deputati dei Lavoratori e dei Soldati Russi Delegates, fotografati dentro la stanza della Duma nel palazzo di Tauride (Pietrogrado, Giugno 1917)

Delegati alla prima Sessione dei Deputati dei Lavoratori e dei Soldati Russi Delegates, fotografati dentro la stanza della Duma nel palazzo di Tauride (Pietrogrado, Giugno 1917)


Finché le donne non saranno chiamate, non soltanto alla libera partecipazione alla vita politica generale, ma anche al servizio civico permanente o generale, non si potrà parlare non solo di socialismo, ma neanche di democrazia integrale e duratura. (Lenin)

Guardie rosse__Fabbrica Vulkan

Guardie rosse__Fabbrica Vulkan


Wael Zuaiter – Numero uno in lista

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L’associazione ‘Per non dimenticare Sabra e Chatila’

e il comitato ‘Palestina nel cuore’

vi segnalano la proiezione del film-documento


Numero uno in lista
di Giacomo Durzi

dedicato a Wael Zuaiter, l’intellettuale palestinese, simbolo della resistenza del suo popolo, assassinato a Roma dal Mossad nel 1972.

Giacomo Durzi è una voce dissonante nel generale silenzio dell’informazione sulla questione palestinese; ricordiamo che, oltre a Wael Zuaiter, altri tre dirigenti palestinesi sono stati assassinati a Roma tra il 1972 e il 1982 da parte dei servizi segreti israeliani, e su questi delitti il depistaggio e l’insabbiamento degli inquirenti e dei mass media italiani sono stati totali. Il documentario di Durzi affronta una vicenda su cui ancora non è stata fatta piena luce: ve ne raccomandiamo la visione.

Il film è in programmazione al Nuovo Cinema Aquila (via L’Aquila  n. 68, zona Prenestina, Roma)
giovedì 30 ottobre alle 20.15.


Regia: Giacomo Durzi
Anno di produzioe: 2008
Durata: 52′
Tipologia: documentario
Genere: politico/sociale
Paese: Italia
Produzione: Pupkin Production
Formato di ripresa: DV
Formato di proiezione: DV Beta Digitale, colore
Altri titoli: Number One on the List
Campo profughi di Rashidiyye

LIbano, Campo profughi palestinese di Rashidiyye_Photo di Valentina Perniciaro

La storia di Wael Zuaiter, un intellettuale palestinese,rappresentante del movimento di resistenza, ucciso da agenti del Mossad a Roma nel 1972 in risposta alla strage degli atleti israeliani alle olimpiadi di Monaco da parte di un commando di Settembre Nero; considerato uno dei responsabili organizzatori dell’attentato di Monaco, Zuaiter fu il primo della celebre lista compilata personalmente da Golda Meir, ad essere ucciso in un paese europeo. Nel film, attraverso testimonianze , animazioni e il racconto di un viaggio in Palestina, si pongono una serie di riflessioni sulle congetture che hanno portato Israele alla sua uccisione, ripercorrendo soprattutto l’ esperienza di vita di Zuaiter in Italia, decisiva per l’acquisizione di una consapevolezza del problema palestinese, essendo stato il primo rappresentante del movimento di resistenza a sensibilizzare l’opinione pubblica alla questione palestinese, attraverso un importante e febbrile attività di contatti con giornalisti, scrittori e quanti altri potessero essere utili alla diffusione sull’informazione della causa palestinese.

Geraldina Colotti – Versi cancellati (II)

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A mia madre

Perchè ogni cosa torni
priva dei tuoi occhi
dei tocchi lievi
dietro la porta
del mattone caldo
per farmi alzare
senza pensare
alle case dei ricchi
e alla nostra soffitta
nera di fumo.
Perchè ogni cosa torni
priva dei tuoi occhi
e dei consigli
delle notti insonni
a contare i rintocchi
degli gnocchi
il coniglio e il vino
ad ogni ritorno
per deviarmi il cammino
impedirmi altre mani
e altri suoni
spari e fughe
perquisizioni.
Perchè ogni cosa torni
priva dei tuoi occhi
il nome tuo
la luna imprima
fra i singhiozzi
nei bassi
dove l’alba è fatica
e la notte ingegno
nelle mani e nel legno
nel segno dell’ultima spina.

Rientri serali

La vecchietta assatanata
mi assesta una gomitata,
il bimbetto incarognito
mi calpesta un dito,
il figlio del dottore
mi palpa il sedere,
un altro signore
mi osserva il colore,
credendomi nera
mi vuole menare.
lo mando a cagare.
Vorrei litigare,
ma inizio a sbandare:
Vorrei vomitare,
ma sto per cadere.
Che bello ruotare,
che bello viaggiare
che bello rientrare
in tram!

La sconfitta

Nel nostro muco
nostra melma
soffochiamo
e pratichiamo
l’arte
del confliggere:
Seme d’avorio
d’elefante
estinto.
Nè dimentico
la puzza di carogna
equidistante
la vostra brezza
finta.
Nè mi pento.
Al vento conficcate
le bandiere.

Paranoia onirica

Dal buco della serratura
vide avanzare ombre scure.
Dietro la porta, sola,
abbassò il volume del televisore,
prese la pistola
e, controllando il tremore,
inserì il caricatore:
stese due suore.
E si svegliò in sudore.

Queste foto potete trovarle su questo indirizzo Flickr.
Ritraggono tutte il Carcere delle Murate di Firenze.

Milan Kundera

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- Leggerezza e pesantezza -

(2)

Se ogni secondo della vostra vita si ripete un numero infinito di volte, siamo inchiodati all’eternità come Gesù Cristo sulla croce. E’ un’idea terribile. Nel mondo dell’eterno ritorno, su ogni gesto grava il peso di una insostenibile responsabilità. Ecco perchè Nietzsche chiamava l’idea dell’eterno ritorno il fardello più pesante (das schwerste Gewicht). Se l’eterno ritorno è il fardello più pesante, allora le nostre vite su questo sfondo possono apparire in tutta la loro meravigliosa leggerezza. Ma davvero la pesantezza è terribile e la leggerezza meravigliosa? Il fardello più pesante ci opprime, ci piega, ci schiaccia al suolo. Ma nella poesia d’amore di tutti i tempi la donna desidera essere gravata dal fardello del corpo dell’uomo. Il fardello più pesante è quindi allo stesso tempo l’immagine del più intenso compimento vitale. Quanto più il fardello è pesante, tanto più la nostra vita è vicina alla terra, tanto più è reale e autentica.

Al contrario, l’assenza assoluta di un fardello fa sì che l’uomo diventi più leggero dell’aria, prenda il volo verso l’alto, si allontani dalla terra, dall’essere terreno, diventi solo a metà reale e i suoi movimenti siano tanto liberi quanto privi di significato. Che cosa dobbiamo scegliere, allora? La pesantezza o la leggerezza? Questa domanda se l’era posta Parmenide nel sesto secolo avanti cristo. Egli vedeva l’intero universo diviso in coppie di opposizioni: luce-buio, spesso-sottile, caldo-freddo, essere-non-essere. Uno dei poli dell’opposizione era per lui positivo (la luce, il caldo, il sottile, l’essere), l’altro negativo.
Questa suddivisione in un polo positivo e in uno negativo può apparirci di una semplicità puerile. Salvo in un caso: che cos’è positivo, la pesantezza o la leggerezza? Parmenide rispose: il leggero è positivo, il pesante è negativo. Aveva ragione oppure no? Questo è il problema. Una sola cosa è certa: l’opposizione pesante-leggero è la più misteriosa e la più ambigua tra tutte le opposizioni.

(9)

Tutte le lingue che derivano dal latino formano la parola compassione col prefisso “com-” e la radice passio che significa originariamente “sofferenza”. In altre lingue, ad esempio in ceco, in polacco, in tedesco, in svedese, questa parola viene tradotta con un sostantivo composto da un prefisso con lo stesso significato seguito dalla parola “sentimento” (in ceco: soucit; in polacco: wspol-czucie; in tedesco: Mit-gefuhl; in svedese: med-kansla).
Nelle lingue derivate dal latino, la parola compassione significa: non possiamo guardare con indifferenza le sofferenze altrui; oppure: partecepiamo al dolore di chi soffre. Un’altra parola dal significato quasi identico, pietà (in inglese pity, francese pitiè, ecc) suggerisce persino una sorta di indulgenza verso colui che soffre. Aver pietà di una donna significa che siamo superiori a quella donna, che ci chiniamo, ci abbassiamo al suo livello.
E’ per questo che la parola compassione generalmente ispira diffidenza; designa un sentimento ritenuto mediocre, di second’ordine, che che non ha molto a che vedere con l’amore. Amare qualcuno per compassione significa non amarlo veramente.
Nelle lingue che formano la parola compassione non dalla radice “sofferenza” (passio) bensì dal sostantivo “sentimento”, la parola viene usata con un significato quasi identico, ma non si può dire che indichi un sentimento cattivo o mediocre. La forza nascosta della sua etimologia bagna la parola di una luce diversa e le dà un senso più ampio: avere compassione (co-sentimento) significa vivere insieme a lui qualsiasi altro sentimento: gioai, angoscia, felicità, dolore. Questa compassione (nel senso di soucit, wspòlczucie, Mit-gefuhl, medkansla) designa quindi la capacità massima di immaginazione affettiva, l’arte della telepatia delle emozioni. Nella gerarchia dei sentimenti è il sentimento supremo.[...]

(16)

A differenza di Parmenide, per Beethoven la pesantezza era a quanto pare qualcosa di positivo.
“Der schwer gefasste Entschluss” la grave soluzione, è unita con la voce del Destino (Es muss sein!”); la pesantezza, la necessità e il valore sono tre concetti intimamente legati fra loro: solo ciò che è necessario è pesante, solo ciò che pesa ha valore. Questa convinzione è nata dalla musica di Beethoven e, benchè sia possibile (per non dire probabile) che la responsabilità di essa ricada più sugli esegeti di Beethoven che sul compositore stesso, oggi la condividiamo più o meno tutti: la grandezza di un uomo risiede per noi nel fatto che egli porta il suo destino come Atlante portava sulle spalle la volta celeste.
L’eroe beethoviano è un sollevatore di pesi metafisici.[...]

- L’anima e il corpo -

(28)

Sedeva schiacciata in un angolo dello scompartimento, la pesante valigia sopra la testa, Karenin tutto raggomitolato contro le gambe. Stava pensando al cuoco del ristorante dove lavorava quando viveva dalla madre. Approfittava di ogni occasione per darle una pacca sul sedere e molte volte davanti a tutti le aveva proposto di andare a letto con lui. Era strano che pensasse proprio a lui, ora. Per lei il cuoco rappresentava l’esempio tipico di tutto ciò che le ripugnava. Adesso però non pensava che a trovarelo e dirgli: “Dicevi di voler venire a letto con me. Ebbene, eccomi”
Desiderava fare qualcosa che non lasciasse possibilità di ritorno. Desiderava distruggere brutalmente tutto il passato dei suoi ultimi sette anni. Era la vertigine. L’ottenebrante, irresistibile desiderio di cadere.
La vertigine potremmo anche chiamarla ebbrezza della debolezza. Ci si rende conto della propria debolezza e invece di resisterle, ci si vuole abbandonare a essa. Ci si ubriaca della propria debolezza, si vuole essere ancor più deboli, si vuole cadere in mezzo alla strada, davanti a tutti, si vuole stare in basso, ancora più in basso.

- Le parole fraintese -

(3)

Piccolo dizionario di parole fraintese.
DONNA. Essere donna è per Sabina un destino che lei non si è scelta. Ciò che non abbiamo scelto non possiamo considerarlo nè un nostro merito nè un nostro fallimento. Sabina pensa che sia necessario tenere un atteggiamento corretto nei confronti del destino che le è stato assegnato. Ribellarsi contro il fatto di essere nata donna le sembra altrettanto sciocco che farsene un vanto.
Una volta, durante uno dei loro primi incontri, Franz le aveva detto, con una sottolineatura curiosa: “Sabina, lei è una donna“. Lei non capiva perchè lui le desse questo annuncio con la solennità di un Cristoforo Colombo che ha appena avvistato la costa dell’America. Solo più tardi aveva capito che la parola donna, che lui aveva pronunciato con un’enfasi particolare, non designava per lui uno dei due sessi della specie umana, ma rappresentava un valore. Non tutte le donne erano degne di essere chiamte donne.

FEDELTÁ E TRADIMENTO Il tradimento. Fin da piccoli il papà e il maestro ci dicono che è la cosa peggiore che si possa immaginare. Ma che cos’è questo tradire? Tradire significa uscire fuori dai ranghi. Tradire significa uscire dai ranghi e partire verso l’ignoto. Sabina non conosceva niente di più bello che partire verso l’ignoto.[...]
Fu nuovamente assalita dal desiderio di tradire: tradire il proprio tradimento Annunciò al marito (non vedeva più in lui la testa calda, ma solo un fastidioso ubriaco) che lo avrebbe lasciato. Ma se tradiamo B, per il quale abbiamo tradito A, non ne deriva necessariamente che ci riconcilieremo con A. La vita della pittrice divorziata non somigliava alla vita dei genitori traditi. Il primo tradimento è irreparabile. Esso provoca una reazione a catena di nuovi tradimenti, ciascuno dei quali ci allontana sempre più dal punto del tradimento originario.

Dacia Maraini – L’arte di amare

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Oggi vi propongo una lunga poesia, dura e commovente. Un grido lanciato negli anni 70 (la poesia come la raccolta Donne mie sono datate 1974) da Dacia Maraini. Un affresco di una società condizionata prepotentemente da logiche sessiste e a favore del potere maschile, in cui il ruolo della donna è relegato esclusivamente all’ambito familiare, casalingo, e dove gli spazi sono concessi, marginali e ristretti. Una critica acerba e secca al sistema patricarcale e matrimoniale, alla tradizione, alla pesante eredità-fardello della cultura cattolica ma anche una critica alla passività femminile, all’accettazione dei ruoli imposti e delle regole di padri, mariti, fratelli, figli da parte delle donne. Un appello alla sollevazione e alla ricerca di sè affinchè si prenda coscienza e si lotti per la propria autonomia e per l’affermazione della propria diversità.
E’ un testo datato, che ha i suoi anni, certe situazioni possono sembrare impossibili oggi…
Ma non ne sarei tanto sicura. Buona lettura

Ovidio secoli fa insegnava ai maschi
giovani romani, soldati, servi, padroni,
come conquistare le donne, nei teatri,
ai mercati, sotto i portici, al mare, in città.
Li esortava a essere tenaci, furtivi, avidi,
rapaci di furbizia e di galanteria. “Sono le
piccole cose a conquistare le teste leggere
delle donne”, diceva. E poi ancora, invitando
a fare buon uso del vino: “sovente ai giovani
rapì la donna il cuore e fu nei vini come fiamma Amore
dentro la fiamma. Ma non ti fidare troppo
di un lume incerto di lucerna, la notte e il vino
nuocciono al giudizio. Chiedi alla luce se una
gemma è pura, se ben tinta di porpora è una lana,
chiedi al giorno se una donna vale. Ma al buoi,
sappilo, tutte le donne sono belle uguali.

Ora io voglio rovesciare le tue parole.
Ovidio Nasone, poeta gentile e nemico.
La tua voce festosa io la faccio mia e dico:
se tra voi, donne mie giocate, c’è
qualcuna che non conosce l’arte dell’amore
legga questi versi, sciolti nell’acqua dell’orgoglio,
e fatta esperta, imponga il suo furore.

La mano di una madre selvatica, incontaminata
e secca ci ha guidate vigili al dovere sociale.
La madre tua assolata è una vestale, un carceriere
che ti indica la strada verso il tuo dovere donnesco.

Quella mano perversa e gentile che ti ha
lavato la faccia e il sedere, che ti ha imboccato
e pulito, carezzato e punito, quella mano è
la tua nemica più dura perché è una mano di donna
che ti insegna le regole dell’uomo
, la mano
attenta e dolce del padrone sulla testa tua
che è sfottuta e tu non lo sai, donna mia cieca
e sorda, ardita e fiacca. Tu scavi nel tuo
ventre di terra un budello senza aria dove
nascondere e nutrire la tua anima asfittica incolore.
Buttiamo via le bende del pudore!
Gettiamo per una volta il dio del sacrificio
nell’immondizia e guardiamoci negli occhi
impauriti e viziosi per troppa servitù, donne mia amate.

Tu che nasci alla conoscenza del dolore
i calzettoni bianchi sotto il ginocchio,
la gonna corta a scacchi, i capelli a coperta
sulle spalle mingherline, a scuola, a casa,
nelle balere e sui motorini dietro al tuo ragazzo.
La tua bandiera è l’indifferenza truffaldina
degli occhi tuoi dolci di camelia affamata
.
Delle altre donne non ti importa niente,
il nitore della pelle, il fulgore dei capelli,
il brillio dei denti ti fanno vincitrice senza
fatica e senza guerra, nell’onda naturale dell’età.
E vai e corri e sei beata di essere te perché
ti attacchi al suo torace fertile di maschio
sapendo che ti vuole come vuole il pane,
con serena languida passione, senza amore
.

Ma è già tutto fissato come in una decalcomania
e tu sei dolce e lui aspro, tu sei molle e
lui è duro, tu sei debole e lui è forte,
e quando ti dice con la sua voce fragile:
“io ti prendo, sei mia”, tu accetti naturalmente
quel suo possesso che è sociale e non naturale,
ruzzolando in un fiato nella degradazione.

Gli sei grata per un gelato, per una corsa
in macchina, per una carezza, con umiltà e paura.
E non ti accorgi, mentre succhi quel gelato
di fragole che ti tinge la bocca di violetto,
che ti stai succhiando l’anima, troppo dolce
e fredda e saporita, ma già pronta a sciogliersi, a sparire.

La corruzione è così facile, pulita e onesta.
Le parole di tua madre, della tua maestra,
delle tue compagne, ti spingono come una
vitella di carne chiara verso la macellazione.
Non si sa quando comincia questa sottile
corruzione dell’integrità umana,
se dentro il ventre buoi dell’eredità
quando l’ossigeno lo succhiavi col sangue
in una boccata amara che ti riempiva i polmoni,
oppure dopo, nelle fasce di spugna che ti
stringevano il corpo deforme e arrossato.
Oppure dopo, fra le braccia amorose di un padre
impiegato che ti insegnava la prima A, la prima O.
oppure dopo ancora, dentro una veste rosa,
stringendo al petto la bambola dai capelli veri,
che fa la pipì da un buco di plastica molliccia,
per la tua educazione di mamma futura e ardente.
O dopo ancora, sul banco laccato di un asilo,
mentre una maestra miope e paziente ti insegna
a disegnare casette con giardini e fiori gialli alati.

Ed ecco che ti svegli e sei già corrotta,
la convinzione del tuo destino servile ti
si è piantato in testa come un chiodo che
tiene fermi per sempre i tuoi pensieri, le tue
certezze , i tuoi sensi, le tue voglie, le tue paure.
Quel choido ti ha fissato con un colpo splendente
nel buio ordinato e assennato del firmamento sociale
.
Un chiodo infilato csì bene e così a fondo
dentro le viscere del tuo cervello delicato
che dopo penserai di essere nata così, cornuta,
come quello strano animale, il liocorno,
bello e mai esistito, eppure dipinto e
cantato e concimato dalle fantasie del mito.

Ma se tu, fin da principio accetti te
come persona intera, senza incrinazioni o ammacchi,
se tu accetti di guardare con occhi franchi
il mondo, le voglie, i raggiri, l’eternità,
vedrai, ti cambierà la vita fra le mani,
e la tua testa camminerà da sola e ti sembrerà
strano e bello e forse pauroso, ma la mortificazione
l’avrai pestata come la serpe di tutte le vergogne
e i dolori ti sembreranno più veri, più radiosi.
Prendi per una volta la faccia del tuo ragazzo
fra le mani, senza tremare per l’ardimento,
piegagli la testa da una parte con tenerezza e
bacialo tu, mordendogli un poco il labbro superiore.
Sembra una cosa semplice, ma è più facile
che un cammello entri nella cruna di un ago
piuttosto che una donna abbia la forza di
essere se stessa, nella sua carne e nei suoi pensieri.

Digli a fior di labbro: come sei bello!
E prendigli la mano e digli: mi piaci,
ora ti bacio ancora per gioia e piacere mio.

E tu che sei vergine e ti vesti della tua verginità
come di una bandiera tricolore ,sgargiante, spampinata.
Tu che hai conservato questo bel fiore come un tesoro
fra le tue gonne amate per anni e anni con tenacia
e pazienza. Ogni tanto ti chiudi nel bagno,
sola come un pesce nell’acqua della vasca insaponata
e contempli il tuo gioiello radioso con occhi di
gelosa avidità. Può bussare tuo padre, può bussare
tua madre, la tua solitudine è così perfetta che
le tue orecchie sono diventate di marmo e la tua gioia
contemplativa è così arricciolata su se stessa
che il tuo ventre si è fatto trasparente.

Solitario, muto, fulgente, eccolo lì il piccolo velo
biondo della tua integrità che credi naturale ed è sociale.
Pssi le dita di cigno su quel tesoro adorato e
non ti accorgi, non ti accorgi più che sei diventata
una melensa avida avara conservatrice di te stessa,
una guardiana feroce e impura della tua servitù storica.
Conosco una ragazza, non tanto alto nè tanto bassa,
con due seni chiari come meloni, che si è perforata
da sola con le sue mani e dopo si è asciugata il sudore
della fronte con le dita sporche di sangue e paura.

Tu no, tu ti siedi sul cuscino dei tuoi sensi ammaccati
e calcoli come un severo ragioniere, le tue entrate,
le tue uscite sul libro dei privilegi fatali.
La verginità la conservi per apparire più pura
e non ti sei accorta dell’impurità che ha marcito
il tuo animo che ora puzza di muffa e di fanghiglia.

Ed eccoti là, il giorno che hai deciso. Sei sposa,
sei amata, sei acconciata a festa. Hai avuto il
permesso ufficiale di rompere quel piccolo opaco
velo del tuo onore e oggi aprirai le gambe
al potere carnoso del tuo padrone legale.
Sei lì e tutto ti mortifica, ma la mortificazione
la scambi per malessere naturale. C’è stato lo
scambio dei regali. Sei passata come una bolla
di saliva maliziosa sula bocca unta di olio
dei tuoi cugini, zii, cognate, nonne, parenti
che alludono al tuo prossimo sacrificio con
sconcia allegria e ribalderia paesana.

Tu sei lì, sudata, fra i fiori e i pezzi di
torta mangiucchiata su cui giacciono mozziconi
di sigarette spente. Ti guardi intorno contenta
perchè questa è la tua parte da recitare oggi,
pura, festosa, solida, sorridente, consapevole
degli occhi ansiosi che ti immaginano a letto,
ritrosa e poi vogliosa, con sopar il tuo sposo
trionfante, ambiguo, accaldato, che ti “fa” donna.
Credi che il tuo malessere, la tua mortificazione
siano cose bambinesche da negare e non sai che
stai cacciando via da te mosche fastidiose.

E poi viene la notte e ti chiudi nella stanza
dell’amore accompagnata dalle fantasie voraci
di tanti parenti e amici vestiti a festa.
Ti sfili il vestito bianco, pesante, costoso.
E lui, lo vedi, è lì, con i segni della canottiera
sul petto magro, gli occhi accesi di straniero.
La tua mano umidiccia corre all’interruttore
della luce. Rimanete al buio, così mezzi nudi e ostili.
Tu ti apparecchi, gentile e carnosa,
a recitare adesso un’altra parte, quella di moglie
alla prima notte di matrimonio, timida, impacciata;
rassegnata, pudica, amorosa. Lui preme la sua
bocca secca sulla tua. Poi ti spinge all’indietro
con un gesto di impazienza ed ecco, tu già ti abbandoni
rovesciando sulle lenzuola la tua vergogna
camuffata da obbedienza  e docilità maritale.
Sei sdraiata, immobile, impaurita e lui
ti assale accanito e lesto. Per la testa ti corre
l’immagine di un ricciuto macellaio che ti
si butta contro col coltello sguainato.
Ma chiudi gli occhi e ricacci il pensiero
sacrilego e amorale. Qui c’è solo un marito
che fa il suo dovere e una sposa novella
da deflorare con trombe e squilli e scampanate.

A te hanno insegnato, vergine bella, come a me,
a lei, a tutte, non a parole chiare e precise,
ma con il linguaggio mutolo dei segni sociali,
che il movimento è indice di partecipazione,
che l’ignoranza è indice di innocenza, che
l’immobilità è indice di accettazione.

Te ne stai lì perciò, sposa soggetta e muta,
nuda e ferma, senza sapere dove mettere le mani,
senza sapere dove posare gli occhi, senza
sapere cosa dire o cosa fare, aspettando da lui tutto,
l’insegnamento primo dell’amore e della vita.
Ed ecco che il padrone, con paterna pazienza e
paterno affetto, ti forza con dolcezza, ti rompe
la carne dell’infanzia tu provi sgomento e
non dolore ma la tradizione dice che a questo punto
tu devi recitare la scena della resa e allora
gigrigni i denti e trasformi il tuo sconforto in dolore.
Intanto il signore, l’uomo, si muove secondo un
ritmo che lui ben consce e tu no, si propone
con cocciuta baldanza di arrivare al godimento
e per fare questo ti preme, ti incalza, ti schiaccia
sotto il peso maschio della sua insicurezza.

Se è un tipo pudico, si accontenterà della tua
fissità silenziosa. Se è un tipo estroverso,
ad un certo momento ti chiederà: ma tu non provi niente?
prova a godere! E tu, la sposa in bianco, ripescherai
nella memoria i film, i libri, i racconti che
dicono come e quando una donna manda degli
urli da scannata poichè il suo uomo le scava
il ventre con la sua carne frolla e inamidata.
Urlerai, non sapendo se per vergogna dell’oltraggio
o per il disgusto di lui, di te, di quella resa
calcolata, consacrata e festeggiata.
Il tuo urlo sarà la tromba della sua vittoria.
Esprimerai così, con scema rassegnazione, il piacere
amaro e mielato di essere dichiarata proprietà privata,
crocifissa sopra un letto d’amore matrimoniale.

Ma se tu, sposa mia, provassi a cambiare
il tuo cuore rovesciandolo sottosopra
?
Se tu, anche avendo fatto il grave errore
di conservare il tuo perfido tesoro fra le gambe innamorate,
se tu lo affrontassi così:
“marito mio, spogliati che voglio vedere come sei fatto!
Bene, ora mi spoglio io”. E poi
gli dici: “guarda che io sono vergine, ma
è un caso, una cosa che non ti riguarda,
non l’ho fatto ne per te ne per nessuno,
ma solo perchè ho ceduto ad un lungo atto d’amore
per me stessa. Ora uniamoci, ma decido io come,
perchè questa verginità muoia senza colpi cattivi.
Ecco, sdraiati. Io mi metto accanto a te. O forse
sopra. Quando si è sopra ci si muove meglio
e si può guidare l’orgasmo come si vuole.

Se poi non ci riesco, proverai tu a metterti sopra,
ma quando lo dico io. E non ci saranno urli e
lamenti, ma solo abbracciarsi silenzioso”.
E meglio ancora se pretenderai da lui che
ti accarezzi con dolcezza il petto e i fianchi.
chiedigli che ti mostri il suo amore tanto
declamato baciandoti sul sesso addormentato,
con morbidezza. Diffida da chi crede che il coito
sia un atto di brutalità e di prepotenza.
Non è virilità quella ma sadismo e il sadismo
nasconde sempre debolezza e vizio.
La forza rende delicati e dolci, la paura
e la fragilità armano di spade gli infigardi
.

Ma è tanto più giusto e generoso, che al
primo grande amore, che sia a quindici o
a diciotto non importa, tu butti nel cesso
la tua verginità malata assieme con le tue
ansie puberali, e prendi in mano il sesso
del tuo compagno, per guidarlo tu
trionfante e sicura verso la gioia vorace
del tuo ventre innamorato. Tu credi di avere
paura della natura, ma le paure sono solo sociali
,
credimi, tu non temi il dolore ma il giudizio altrui.
Non puoi subire sempre per paura, a costo di diventare
come tua madre e come tua nonna, un anello
nella catena dolce- violenta della continuità patriarcale
che ti serva ddolcita senza saperlo.

Prendi quel sesso che ti vuole dominare con
la sua protervia di maschio antico,
stringilo ben bene e non avere paura,
è solo carne e il suo sangue non è più solido del tuo.
Non spettare che sia lui
a fare, a decidere, a muoversi, a cominciare.
Non farti usare. Se tu fai l’oggetto, lui farà
subito il soggetto, è come un gioco di acciaio puro.
Colui che prende, che fa, che decide, ha ragione poi
a dire: l’ho presa, l’ho posseduta, è mia!
Perchè tu ti sei fatta prendere, possedere.
Mentre un corpo umano non si possiede mai.

Un corpo, una mente, un cuore, un fiotto
di sangue e di sentimenti animati, volerli
possedere è un sacrilegio. Se tu saprai questo,
il tuo fare l’amore non sarà più una resa.
Tu non sarai colei che si fa fare, come i maschi
vogliono che tu credi, per toglierti l’anima
dal petto senza dolore. Tu darai, come lui,
parteciperai all’amore, con tutta la furia,
il candore, l’egoismo, l’odio e l’orgoglio
necessari, distruggendo il vecchio ammuffito
pudore e imparando a riconoscere il nuovo
pudore, quello reale, violento, razionale.

Il pudore sociale che tu credi naturale
vuole che tu sia ritrosa, ambigua, dolce.
Il pudore vero sta rinchiuso come un tuorlo
dentro l’uovo, ricco, fiammante, e vitale:
Questo pudore ti insegna il senso della tua integrità
di cuore, bada bene, non di una carne fatta
simbolo sociale. Sii tu a baciarlo, a spogliarlo,
a carezzarlo, senza per questo rifiutare le sue
carezze e i suoi baci, ma che sia chiaro chiarissimo
lampante che siete in due a fare l’amore, non uno solo
sopra l’altro, contro l’altro, a danno dell’altro.

Rifiuta il gioco del corri e scappa che può
divertire ma alla fine ti porterà alla trappola.
La civetteria è un’arma così povera e infelice
che poi quando sei incastrata contro un muro
non ti rimane che sorridere e acconsentire.

Ma non c’è niente da nascondere, lo vuoi capire.
Devi prenderti il tuo piacere da lui come
lui lo prende da te, senza infingimenti,
con pari entusiasmo e passione. Fagli la corte,
inseguilo, parlagli apertamente. Decidi tu
quando vuoi fare l’amore, non lasciarlo mai
pregare e supplicare, perchè poi quando deciderai
non sarà più una decisione ma un cedimento
e subito lui urlerà di essere il tuo padrone
e avrà ragione perchè sarai vinta e
non vincitrice, avrai accettato la regola
del cacciatore che corre appresso alla preda.

Ovidio è morto e le sue ossa ora
sono diventate leggere come vetri, i suoi
succhi vitali sono stati mangiati dalla terra che
ha nutrito con volvoli e ortiche e faggi.
Sono passati secoli e secoli di ardimenti,
diguerre, di rivoluzioni e di trasformazioni.
Ma le sue parole sprezzanti e dolciastre
sulle donne sono rimaste vive. Si possono
trovare milioni d’uomini che la pensano uguale,
con torva ilare sicurezza, convinti che le
regole a cui si rifanno sono naturali ed eterne.
sento già la voce irsuta dei mie amici
rivoluzionari che mi dicono: anche l’uomo
è sfruttato, anche lui è vittima dell’oppressione,
non perdete di vista la lotta di classe con queste fumisterie.

Lo so, lo sappiamo, non gridate tanto,
l’intolleranza che mostrate è segno di paura.
Di che avete paura? di scoprirvi oppresssori anche
quando siete oppressi? di trovare in fondo al
cuore una cosa dolce e scura che preferite non
portare al sole perchè si potrebbe trasformare
in una fiammata di razzismo buoi e selvaggio?
La donna, amici e compagni, è stata tenuta
fuori dalla storia, con mani e piedi di latte.
Fuori dal potere, con occhi rosati di coniglio,
e labbra umili di porcellino d’india.
Fuori dal tempo con mammelle piene di crema acida
e capezzoli gonfi di bionda abbondanza.
Fuori dalla ricchezza, con ventri colmi di seme nero
e caviglie pesanti di stanchezza.
Fuori dalla gloria, con braccia laboriose
e fulgide, con denti molli di diamante.

Provate a essere donna, per un giorno solo,
provate la leggerezza, l’oltraggio, la denigrazione
che si sono fatte carne nella carne e
nessuno ci bada più per niente affatto.
Provate a cercare un posto, una lavoro
che non sia di asina da soma, che non sia l’esposizione
e la vendita di una pelle levigata che aggrinzisce
al primo autunno. Provate a servire, quando la
servitù vi è comandata come una necessità,
un’antica innata tendenza del corpo femminile.
Provate a lavorare per un padrone che sarà
proprietario del vostro sorriso oltre che
del vostro lavoro; padrone del vostro animo
e del vostro ruvido cervello che in qualsiasi
momento penserà di poter stritolare
fra due dita unte di grasso, come una mosca.
Provate a cucinare, cucire, lavare, stirare,
scopare, pulire, strigliare. E dopo mi direte
cosa rimane del vostro bel fiato d’uomo forzuto.

Provate sempre a dire sì, ad aspettare
l’imbeccata, a chinare la testa, a ringraziare
di cuore. E poi saprete cosa vuol dire diventare
cieche tartarughe nelle mani di avidi Apolli
dalle dita palmate e i denti di acciaio brunito.
Provate a stare sotto, nell’amore, come coniglie
squartate, le gambe aperte, il cuorte chiuso,
aspettando che lui pèrenda il suo piacere
come un’ape indaffarata e poi voli via,
carico di miele e di superbia, convinto
di avere lasciato sul corpo femmina di lei
il marchio della sua virilità infuocata.
Provate, provate, provate, e poi saprete cosa
significa disprezzare se stesse senza saperlo,
amare la propria prigionia senza capirlo,
perdere l’orgolgio fino al punto di buttare
in pasto agli dei paralitici e gessosi
che hanno fatto del mondo un palcoscenico
per le loro gesta di nevrotici pupazzi.

Perciò compagni ombrosi, sappiatelo, non basta
diventare una classe sola, abolire la proprietà privata.
Finirà lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ma
non quello triviale e grandioso, istintivo e antico
dell’uomo sulla donna. E sai perchè mio gallo
dal fiato arso e bruciante? Perchè la libertà
non si riceve come un regalo involtato dentro
la carta d’argento e buonanotte e basta e grazie mille.
La donna può liberarsi solo da sè, con la sua testa,
e le sue mani, imprando a conoscere la sua diversità,
i suoi sonni storici, le sue vere voglie, i suoi autoinganni.
Ma da sè, solo da sè, con pena e guerra

Tu donna bella che hai sapore di fiordaliso.
hai la pelle vanagloriosa di uccello esotico,
e le labbra di pietra lunare, e gli occhi di
roccia incolore, i capelli di perle filate, i denti
zuccherini, la lingua marmorizzata, le ciglia
aguzze e fini come piume, tu che rigiri i tuoi
fianchi ambrati sotto la stoffa ruvida e leggera,
hai imparato molto bene le leggi del mercato:
io vendo il mio corpo, tu vendi il tuo potere,
io vendo la mia dignità di farfalla alata,
tu vendi il tuo avere, il tuo sapere.
Pensi di essere normale perchè il mondo
cammina così e tu ci sei dentro fino al collo
e non hai scelta nè destino all’infuori
del tuo corpo bello e levigato e ottuso.

Per te le donne sono tutte nemiche e
le disprezzi con noia e calore. Ed è naturale
perchè essendo una merce in vendita, hai paura
della concorrenza. Non ti sei accorta
che l’anima ti si è incollata ai polmoni,
per il troppo vendere e patire, gli occhi sono
diventati due ghiaccioli. La pelle ti è
diventata tesa e cattiva. Vendere il tuo corpo
che cos’è? niente, tu pensi. E invece è tutto.
Perchè non esiste un’anima e un corpo
nemici fra loro e imparentati malamente,
ma una solo tenerezza e un soilo orgolgio di re
che hai schiacciato te. Tanto, ti hanno insegnato,
il corpo della donna non vale una cicca spenta,
che lo vendi o lo regali fa lo stesso.

Ma quella che subisci è una commedia, la commedia
dell’inganno. Tu inganni te stessa pensando
di farti oggetto e ti metti in vendita con
un cartello al collo, soavemente, con fiocchi
e ghirlande e collane d’ambra, in una parodia
d’amore che ti fa iridescente e stregata.
Lui ti inganna pensando di usarti come userebbe
un’automobile, per prendere il fresco, godre
della velocità, farsi vedere in giro, vantarsi.
ti usa e poi ti disprezza per l’uso che fai di te.
E tu accetti questo disprezzo con candida serietà.
Tu stessa pensi di essere disprezzabile,
perchè credi nella purezza borghese ipocrita
languidamente, con sogni accesi di rabbia
che ti corrugano la fronte di iena addolorata.
Tu credi di essere debole, perduta, peccatrice,
ti condanni e cerchi di salvare solo qualche
pezzettino di perbenismo dietro la facciata
di un salottino Impero, di un bel vestito fresco,
di una borsetta bianca, di una lunga macchina sportiva.
Diventi più feroce di un leopardo nel difendere
gli interessi costituiti, la famiglia, l’onore,
l’amore romanzasco, la maternità, le trine
spiegazzate del tuo petto di ragazza bella.

Diventi la sfinge portinaia della casa
della tradizione, abbracci gli uomini con odio,
e freddo calore, ma dai la colpa solo a te,
al casa, a Dio.
Non ti viene nemmeno in mente,
nella tua aderenza al tuo destino fisiologico,
che sei l’agnello dolce e piagato di un lupo
rapace che ti porta via la carne a pezzi,
con umile pertinacia, e incolla la bocca sul tuo collo
sottile e bianco come per baciarti,
ma quando è pieno e gonfio del tuo sangue,
si volta verso di te e ti guarda con commiserazione
e se gli va, ti sputa in faccia il suo disprezzo.
Se tu solo capissi le tue ragioni e il sopruso
orrendo, vizioso e perfido che ti fanno tutti i giorni,
dentro un letto improvvisato, nell’odore
mielato del seme e del sudore che scivolano dal corpo
del tuo compratore impudicamente, e ti lasciano
pesta e lorda ed estranea a te stessa, per un pò
di soldi agognati. Se tu capissi questo forse continueresti
a venderti, ma ti organizzeresti, metteresti su
un diritto, una coscienza politica, un nuovo ardore.

E tu che sei madre. Con la falce di luna alla caviglia,
e il corpo rasato di suora,
e gli occhi appannati e le guance assonnate.
Tu che ti fai mettere sugli altari dorati
e apri e chiudi la tua vita per quei figli
armoniosi che ti hanno dato da fasciare e baciare.
Tu che piangi di orgoglio per la tua castità
e il tuo onore di madre pidocchiosa e adamantina.
Tu credi di essere una donna e invece sei un vaso,
un sacco, una vagina vestita di nero, piena di rispetto
e di mistero. Tu sei il recipiente
Dell’uomo e in nome del tuo contenuto ti si chiede fedeltà,
rinuncia, sacrificio, amore eterno.

Tu credi di esistere, bardata di argenti,
la corona in  testa di regina madre,
i piedi chiusi dentro scarpe felpate,
il ventre fasciato dentro benede fatate.
E invece sei morta. La tua vita l’hai persa
nel momento che ti sei lasciata spaccare
la carne dalla testa molle e lucida del
primo filgio adorato che sa di paraffina.
La morte certo è dolce e pudica.
Se poi uno morta fa anche le faccende di casa,
e lava e stira e cuce e risponde sì signore,
ecco trovata la soluzione degli enigmi familiari.
Uno morta si può anche venerare e baciare e
colmare di tenerezze e ambigue carezze filiali.

Ma se tu per un momento ti guardi allo specchio
e ti chiedi: c’è qualcosa di vivo in me?
Se tu fai l’atto di aprire la bocca per gridare,
se tu fai un segno rosso di vita sulla tua
immagine marmorea di morte, sei subito assalita.

Ti si dirà che sei noiosa e vecchia e
stupida ed egoista e vanitosa e inumana.
E tu, per gentilezza d’animo e candida bontà,
per un equivoco senso del dovere e per amore,
pieghaerai la testa e ti acconcerai a rimanere
quella cosa morta, graziosa e tenera che è
una madre serva che gira per la casa come un fantasma
indaffarato, silenzioso, ardente.

Popolana serissima, gentile, tu guardi con i tuoi occhi
spenti il mondo che ti opprime
e lo ringrazi per la sua oppressione, perchè
sei convinta nella tua testa aerea, che sei nata
per servire, per riverire, per faticare
e se i figli ti mantengono la giudichi
una grazia a ti tiri indietro e te ne stai
silenziosa, chinando la testa arresa
al grande favore che ti fanno lasciandoti vivere,
sfruttandoti teneramente, senza parere.
E’ così bello amare una madre-vittima,
una madre-agnello.
Al figlio duole il cuore
nel petto vedendola invecchiare precocemente,
sempre pronta a pulire, lavare, stirare e
amorevolmente fare da mangiare ai figli
e ai figli dei suoi figli, senza mai protestare.

E’ facile amare chi rinuncia alla sua vita
per noi, chi non ha sesso nè pensieri che non siano prevedibili,
terragni, virtuosi
eppure, neanche questo basta. Una donna vecchia
sa, da come viene guardata in tram o al mercato
quanto poco conta e quanto disgusto ispira agli altri.
La sua vecchiaia non fa pensare alla ricchezza,
alla saggezza, agli onori, all’esperienza.
La sua vecchiaia fa pensare solo alle rughe,
alla pancia ammuffita, all’alito cattivo,
agli occhi lagrimosi e per chi ha fantasia,
al suo bianco e rugoso sesso senza peli.
se ottiene rispetto e tenerezza è solo in
famiglia, dai figli e dai nipoti che la vedono
come una faccendiera disponibile e svagata.

Ma fuori, nella vita, è solo una vecchia,
una strega, una befana, un fagotto ridicolo
e fastidioso. Perchè non si decide a morire?
A meno che non abbia la fortuna di essere
la madre di un uomo famoso, di un gran politico.
Allora sarà riverita e servita, ma per lui
mai per sè, perchè ha avuto il grande privilegio
di essersi fatta mangiare le viscere da un genio
che è uscito da lei con grande dolore e sangue.
Una donna vecchia è una nullità, vale meno di
un soldo bucato. Una donna vecchia è solo un corpo
avvizzito che tarda a morire per egoismo e malignità.
Mentre l’uomo vecchio è carico della sua vita,
la donna vecchia è carica solo della sua morte.
Un uomo vecchio si ammette che abbia sete
di carni bambine e tocchi e sussulti e cerchi
di fare sue due gambe morbide e affusolate.

Una donna vecchia che abbia fame di carne
da baciare è considerata un’arpia,
una pervertita che va subito rinchiusa in un manicomio.
La sua esperianza, il suo passato, la sua sapienza,
i suoi pensieri contano quanto quelli di un cane.
La si butta in un angolo e buonanotte.
Ma se voi, donne vecchie, madri astute,
cominciate a pensare che anche voi avete un sesso,
e una testa che macina pensieri ardenti
e due occhi accesi e due mani capaci e
un cuore affamato, se voi penserete che
siete quello che siete per sopraffazione e
gloria dei peggiori istinti dell’uomo,
forse non avrete vergogna e adichiarare che
un bel ragazzo vi piace e potrete anche
carezzarlo senza sentirvi bruciare la mano di terrore.
Potrete baciarlo chiudendogli
gli occhi con due dita. Poichè l’estrema gioventù
e la vecchiaia sono portate all’amicizia.
E ai ragazzi piace essere amati dalle madri,
di un amore carnale lucidissimo e tenebroso.

Se penserete che la vecchiaia non è una colpa
di cui vergognarsi, se penserete che quello
che fa viva una donna non è soltanto la freschezza
della pelle e di un apio di labbra tornite,
se penserete questo vi sbarazzerete dei vostri lugubri
vestiti da fanstasmi che puzzano
di cipolla e di varecchina, allungherete le vostre mani
tremanti sui corpi degli adolescenti che hanno
bisogno di essere amati come in un sogno,
di tutto cuore e con terribile indulgenza.
Se saprete questo non sarete più vecchie,
e inutili ma forti e utili. Se imparerete
a non confondere la casa con il mondo,
a non contaminare del vostro nero di seppia
le cose luminose e dolorose che vi circondano,
se imparerete a pensare con la votra testa,
a ridere con la vostra gola, a giudicare
con il vostro cuore maturato dal tempo,
sarete amate di un amore meno stupido e
mordente, meno assillante e nero. Perderete
in morbosità ma guadagnerete in ricchezza
di anima e di cervello e autonomia di cuore.

Ma tutto questo non sarà finchè la donna
non scoprirà che è diventata diversa
dall’uomo per ragioni storiche e non naturali.

Una storia mimetica da colonizzate ci
ha fatto come siamo, deformi, candide,
accanite, incerte, passive.
E’ da questa
storia che dobbiamo tirare fuori i nastri
che ora sono lacci che ci legano le mani
e domani saranno bandiere sbattute al sole.
Donne mie amate predilette e disgraziate,
donne feroci nell’odio di voi stesse e
pieno di zelo poliziesco per maore della proprietà,
dell’onore, della conservazione,
dell’artificio, della gerarchia, della gloria,
vi siete identificate con l’uomo per sfiducia
in voi stesse, avete seguito il modello maschile
del forte virile sicuro
e con questo avete tradito le vostre compagne
le donne di tutti i tempi perchè voi pensate che
la donna è fatta di fango e avete coperto
questo fango con unno strao di porcellana lucente.

Ma il fango lo sentite come una colpa, lo odiate,
e per non farlo mai apparire in superficie,
passate giornate intere a riparare le crepe
e i fori nella vostra bella porcellana bianca.
Ma ora basta, spacchiamo questa copertura dura,
che ci tiene manse e segrete e fatate.
Prendiamo il coraggio di frugare dentro quel fango
e scopriremo che è un fango prezioso
nella sua umiltà, che si è fatto robusto e bello
pronto per costruire case e giardini.
No c’è da vergognarsi del fango della storia,
del fango della servitù, perchè è il nostro onore,
dela fango dell’oppressione perchè quello che
ci fa oggi innocenti e forti e coraggiose,
incontaminate dal potere, colombe da cortile.
Usiamo quel fango per costruire nuove donne
meno belle forse e levigate, ma più salate
del sale dell’orgoglio e dell’amore.

Franco Fortini – Foglio di via

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Manifesti

Mio popolo canaglia
rotto di cento piaghe
mio popolo assassino
mia vergogna

Dunque ora bisogna
non esser più soli
non aspettare più
non avere più paura

Popolo di dolore
la bocca più impura
può offrire l’amore
più forte

Mio popolo di morte
la mano più ferita
può dare la misura
più giusta.

*

In via nicola piccinni
a una grata d’officina
c’è una bandiera rossa
ricordo dell’insurrezione

Sui muri c’è scritto a morte
ripetiamola questa parola
questa pietà alla gola
una volta si romperà

A quest’ora scende il corso
madre nostra maschra gialla
dipinta la troia Italia
dalle unghie alle caverne.

Strofe

E il caro sorriso delle donne
passate sui fiumi stranieri
o nei giardini leggeri gli sguardi
degli ignoti noi li ricorderemo

Quando sarà tardi e si sarà
chiusa la storia, avuta un’unica vita.
Ma chi chiederà più, chi vorrà ancora
di più dalla memoria? O mie compagne
laggiù con le serate
di lontane città rosse di duomi
dove siete passate,
ricordi della terra, scenderemo.

Versi anticlericali

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Il mio grado di saturazione è arrivato al culmine.
“Leggermente” stanca di studiare papi, missionarie devote, segretari di stato vaticani, gesuiti; e i loro rapporti con fascisti, nazisti, franchisti, nazionalisti polacchi.
Insomma ho avuto un rigurgito.E poi quella citazione dai Corinzi che non mi va giù “mulieres in ecclesia taceant
“. Bei presupposti, no no, complimenti.
Comunque…ho fatto un piccola selezione di poesie anticlericali, con l’aggiunta di una canzone popolare e di lotta che personalmente mi rappresenta. :)


Contro la seduzione
Bertolt Brecht

Non vi fate sedurre;
non esiste ritorno.
Il giorno sta alle porte,
già è qui vento di notte.
Altro mattino non verrà.

Non vi lasciate illudere
che è poco, la vita.
Bevetela a grandi sorsi,
non vi sarà bastata
quando dovrete perderla.

Non vi date conforto;
vi resta poco tempo.
Chi è disfatto, marcisca.
La vita è la più grande:
nulla sarà più vostro.

Non vi fate sedurre
da schiavitù e da piaghe.
Che cosa vi può ancora spaventare?
Morite con tutte le bestie
e non c’è niente, dopo.

Al Padre Nostro
Stefano Benni

Padre nostro
che sei dei nostri
liberaci dal peccato
pagaci l’avvocato

Padre nostro
che sei dei nostri
libera i compagni
tutti i comunisti
non c’indurre in tentazione
paga la cauzione
Amen

Et Dieu
Jacques Prevert

E Dio
dopo aver sorpreso Adamo ed Eva
gli disse
Continuate, prego
fate come se non ci fossi.

***

Nuovi stornelli socialisti
Anonimo

Vorrei che il Vaticano andesse in fiamme
e il papa ne bruciasse lemme lemme
e il papa ne bruciasse lemme lemme
bruciasse i pret’in corpo alle su’ mamme.

E quando muoio io non voglio preti
non voglio preti e frati né paternosti,
non voglio preti e frati né paternosti
voglio la bandiera dei socialisti.

E la rigi-la rigi-la rigira
la rigira e sempre arditi
evviva i socialisti,
abbasso i gesuiti!

Hanno arrestato tutti i socialisti
l’arresto fu ordinato dai ministri
l’arresto fu ordinato dai ministri
e questi sono i veri camorristi

E la rigi-la rigi-la rigira
la rigira e mai la sbaglia,
evviva i socialisti,
abbasso la sbirraglia

La Francia ha già scacciato i preti e i frati,
le monache i conventi ed i prelati
le monache i conventi ed i prelati
perché eran tutte spie e in ciò pagati.

E la rigi-la rigi-la rigira
la rigira e la ferindola
abbasso tutti i preti
e chi ci crede ancora.

Ma se Giordano Bruno fosse campato
non esisterebbe più manco il papato
non esisterebbe più manco il papato
e il socialismo avrebbe trionfato.

E la rigi-la rigi-la rigira,
la rigira e la fa trentuno,
evviva i socialisti,
evviva Giordano Bruno.

E quando io muoio non voglio preti,
non voglio preti e frati né paternosti,
ma quattro bimbe belle alla mia barella,
ci voglio il socialista e la su’ bella.

E la rigi-la rigi-la rigira
la rota e la rotella,
evviva Giordano Bruno,
Garibaldi e Campanella!
E la rigi-la rigi-la rigira
la rota e la rotella,
evviva Giordano Bruno,
Garibaldi e Campanella!…

Versi Cancellati – Geraldina Colotti

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Vendette trasversali

Eco
ha ucciso
Narciso
senza che Umberto
se ne accorgesse.

Comunista

Mangio i bambini
dei Bianchi Mulini,
son tanto buoni!

Arrestata

Ecco qui ottenuta
la vita spericolata
ormai avviata
all’ultima sgommata.

Grandi uomini

Dove volano le aquile
non va più nessuno,
non resta che fara leva
su qualche tacchino.

Linguaggi vernacolari

Cogito…gergo sum.

Distanze

Non sarò neanche domani
il turno dei tuoi occhi,
luce dei miei gnocchi.

Cile: 11 settembre 1973

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Il vostro settembre – Camilo Maturana

Prendiamo dalle ombre del tramonto
gocce di pioggia fina.
Notte lunga di sole nascosto,
sotto le proprie ombre ovunque
raccogliamo feriti, morti.
Teniamo stretta la rabbia
come qualcosa che si ama.

Gustiamo l’odio
come un alimento.
Retrocediamo ma…
ritorneremo domani!
Un giorno – l’undici-
ci strapparono la libertà
e settembre.
Non sanno che di ottobre
ne abbiamo molti
nella nostra storia…

Generali,
sopra il vostro settembre
cadrà
anche il nostro ottobre!

La battaglia di Porta San Paolo (8-10 settembre 1943)

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Un settembre di fuoco e di morte era dunque giunto per Roma, una feroce antitesi alla stagione che fa invece del settembre romano il mese più dolce dell’anno. Delle giornate dell’armistizio e della battaglia per Roma si sa ormai tutto, gli storici le hanno ampiamente ricostruite e analizzate. Soltanto una cosa è stata largamente sottovalutata e rimane dunque misconosciuta: la partecipazione popolare alla lotta. Eppure la battaglia dei giorni 8, 9 e 10 ha il sottofondo di una vera epopea di cui lo scontro a Porta San Paolo, davanti alla piramide Cestia, è solo un episodio. Il più noto forse, ma una delle tante tessere che formano il grande mosaico della rivolta di popolo, un insieme ancora da comporre in tutta la sua interezza.

Da Cesare De Simone, Roma città prigioniera, Mursia.

Questo testo è ormai datato e sicuramente insiste troppo sulla componente popolare e di massa della resistenza romana (che c’è stata ma in forme minoritarie e diverse rispetto ad altri parti d’Italia, rispetto ad esempio al “triangolo industriale” o all’Emilia partigiana). Ha comunque il merito di raccontare non solo gli avvenimenti attraverso le testimonianze dirette dei protagonisti (partigiani, antifascisti della prima e della seconda ora) ma anche le impressioni, le sensazioni, i ricordi più o meno sfumati delle persone comuni, del popolo si direbbe.

Viste le ultime dichiarazioni del Ministro La Russa rileggerlo o leggerlo non fa certo male. Così…per comprendere e mobilitarsi affinchè la storia nn venga ri-scritta…e per giunta da personaggi di quella risma.

Partigia – Primo Levi

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Aggressione fascista a Roma. Le lame fasciste colpiscono un compagno del Laurentino38.
Su Indymedia Roma

Dove siete, partigia di tutte le valli,
Tarzan, Riccio, Sparviero, Saetta, Ulisse?

Molti dormono in tombe decorose,
quelli che restano hanno i capelli bianchi
e raccontano ai figli dei figli
come, al tempo remoto delle certezze,
hanno rotto l’assedio dei tedeschi
là dove adesso sale la seggiovia.

Alcuni comprano e vendono terreni,
altri rosicchiano la pensione dell’Inps
o si raggrinzano negli enti locali.
In piedi, vecchi: per noi non c’e’ congedo.

Ritroviamoci. Ritorniamo in montagna,
lenti, ansanti, con le ginocchia legate,
con molti inverni nel filo della schiena.
Il pendio del sentiero ci sarà duro,
ci sarà duro il giaciglio, duro il pane.

Ci guarderemo senza riconoscerci,
diffidenti l’uno dell’altro, queruli, ombrosi.
Come allora, staremo di sentinella
perché nell’alba non ci sorprenda il nemico.

Quale nemico? Ognuno e’ nemico di ognuno,
spaccato ognuno dalla sua propria frontiera,
la mano destra nemica della sinistra.
In piedi, vecchi, nemici di voi stessi:
La nostra guerra non e’ mai finita.

Imperium – Ryszard Kapuscinski

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Nel marzo 2006 Kapuscinski ha ricevuto il Premio Ilaria Alpi nella Sala del Carroccio del Comune di Roma.
Quel giorno ho stretto la mano ad uno dei più grandi autori di reportage, ottimo viaggiatore e conoscitore attento del mondo. E’ morto nel gennaio dell’anno scorso a 74 anni.

Ricevette il premio e fece un piccolo discorso.
A fine cerimonia abbiamo insistito per una foto con lui: tutte le giovani collaboratrici della Fondazione, le meno giovani brasiliane e la Presidente, al centro Kapuscinski. Scattata la foto, ha voluto farne una seconda; una foto senza di lui che ci teneva restasse a noi. Non so perchè. Ma è andata così. Un carisma leggero possedeva, comunque contagioso. Una sorta di spirale lenta, graduale ed efficace nel suo intento vorticoso.

 

Insomma. Veniamo al dunque. Ha scritto molti libri che potete pregustare (e, se volete, comprare) in questa bibliografia italiana sul sito di Feltrinelli.

Sono abbastanza noti gli scritti Ebano e Sha-in-sha e il più recente Autoritratto di un reporter. L’ultimo lavoro invece si intitola Ancora un giorno, scritto sull’Angola apparso postumo quest’anno.

Io ho scelto Imperium. Un reportage sull’Unione Sovietica e il suo crollo. Ha inizio nel 1939 a Pinsk, paese natale di Ryszard, al momento dell’ingresso dei sovietici. Segue il racconto del viaggio sulla Transiberiana, da Pechino a Mosca, datato 1958, che ho riportato quasi interamente. La parte parte più cospicua del libro riguarda il crollo del muro di Berlino e gli avvenimenti che sono seguiti. Il 1989 insomma.

Buona lettura.

Transiberiana 1958

Luogo del mio secondo incontro con l’Impero: lontano, nelle steppe e nelle nevi dell’Asia, in zone difficilmente raggiungibili la cui geografia porta nomi barbari e strampalati. I fiumi si chiamano Argun, Unda, Cajhar; le montagne Cingan, Ilcuri, Dzagdy; le città Kilkok, Tungir e Bukacaca. Già i nomi da soli basterebbero a comporre armoniose, esotiche poesie.
Il treno della Transiberiana, partito il giorno prima da Pekino e che effettua il viaggio di nove giorni per Mosca, sta arrivando da Kharbin a Zabajkalsk, stazione di confine con l’Urss. L’avvicinarsi di una frontiera aumenta sempre l’eccitazione, intensifica l’emozione. La gente non è fatta per vivere in situazioni di frontiera, cerca di sfuggire o di liberarsene prima possibile. E tuttavia non fa che imbattercisi, trovarle e sentirle ovunque. Prendiamo l’atlante universale: frontiere su frontiere. Confini determinati da oceani e continenti. Da deserti e foreste. Da precipitazioni, monsoni, tifoni, terre coltivate e incolte, terre permanentemente ghiacciate e terre acide, scisti e conglomerati. Mettiamoci anche le zone dei depositi quaternari e delle eruzioni vulcaniche, il basalto, il calcare, la trachite. Possiamo vedere anche confini tra scuso patagonico e scudo canadese, tra zone artiche e zone tropicali, tra le forme erosive del bacino dell’Adige e quelle del lago Ciad. Tra gli habitat di certi mammiferi. Di certi insetti. Di certi rettili e serpenti, tra cui il pericolissimo cobra nero e il terribile, benchè grazie al cielo pigro, anaconda.
E che dire delle frontiere stabilite da monarchie e repubbliche? Da antichi regni e civiltà scomparse? Da patti, accordi, alleanze? Da razza nera a razza gialla? Dalle migrazioni dei popoli? Qui la frontiera dove arrivarono i mongoli. Qui i khazari. Qui gli unni.

Quante vittime, quanto sangue, quanto dolore legati alla questione delle frontiere! Sconfinati sono i cimiteri dei caduti in difesa delle frontiere. Altrettanto sconfinati i cimiteri degli audaci che tentarono di allargare le loro. Praticamente metà degli abitanti del nostro pianeta, morti sul campo di battaglia, hanno reso l’anima in guerre suscitate da una questione di frontiere.
Questa sensibilità all’elemento frontiere, questa continua smania di delimitarle, espanderle o difenderle è una caratteristica non solo dell’uomo, ma di tutto il mondo vivente, di tutto ciò che si muove sull’orbe terracqueo e nell’aria. Molti mammiferi si fanno dilaniare a pezzi in difesa dei confini dei loro pascoli. Molti predatori alla conquista di nuovi territori di caccia azzannano a morte i loro rivali. Ma senza andare tanto lontano, ,anche il nostro mite e silenzioso micio domestico si sforza, si spreme e fatica per schizzare qualche goccia qua e là onde delimitare i confini del suo territorio.
E i nostri cervelli? Non contengono forse codificata un’infinità di frontiere? Tra l’emisfero sinistro e quello destro, tra lobo frontale e lobo temporale, tra ipofisi e ipotalamo. E le divisioni tra ventricoli, meningi e circonvoluzioni? Tra midollo allungato e spinale? Osserviamo il nostro modo di pensare. Spesso ci diciamo: fin qui sì, oltre no. Oppure: attento a non spingerti troppo, potresti oltrepaasare i limiti! E per giunta tutti questi confini del nostro modo di pensare e di sentire, di ordini e di proibizioni, si spostano di continuo, si incrociano, si fondono e si sovrappongono. Nei nostri cervelli si svolge un frenetico via vai di frontiera, di pre-frontiera e di oltre-frontiera. Da cui mal di testa, emicranie e confusione di idee, ma anche qualche perla: visioni, allucinazioni, lampi mentali e, ahimè più di rado, di genio.
La frontiera è stress, è paura (molto più raramente liberazione). Il concetto di frontiera può contenere un che di definitivo, di porta che si chiude alle spalle per sempre: tale è il confine tra la vita e la morte. Gli dei conoscono queste inquietudini ed è per questo cercano di conquistare fedeli promettendo loro in premio il regno di dio, che difatti è s-confinato. Il paradiso del dio cristiano, il paradiso di Jahvè e di Allah non hanno frontiere. I buddisti sanno che lo stato di nirvana è uno stato di beatitudine senza confini. Insomma la cosa che tutti vorrebbero, si aspetterebbero e auspicherebbero è precisamente questa condizionata, totale, assoluta sconfinatezza.


Zabajkalsk-Cita

Reticolati. La prima cosa che si vede sono i reticolati. Spuntano fuori dalla neve, quasi ci si innalzano sopra a linee, a mucchi, a siepi. Aggrovigliati nelle combinazioni più bislacche, in nodi, in matasse, in architetture che uniscono cielo a terra, i reticolati spuntano da ogni lembo di campo gelato, sullo sfondo del paesaggio candido e dell’orizzonte glaciale. A prima vista questo sbarramento aggressivo irto di spine, disteso lungo la frontiera, suggerisce un’idea incongrua e surrealista: chi può mai voler andare oltre, se a perdita d’occhio non si vedono nè una strada nè un’anima viva, ma solo un deserto di neve alta due metri che non ti permette di fare un passo? Eppure quei reticolati qualcosa riescono a dirtelo, ti mandano un messaggio. Dicono: “Attento, qui si oltrepassa il limite di un altro mondo. Da qui non c’è uscita, non si scappa. Sei nel mondo della serietà mortale, del comando e dell’obbedienza. Impara ad ascoltare, a essere umile, a occupare meno posto possibile con la tua persona. Fa quel che ti compete. Taci. Non porre domande.”

Così, per tutto il tempo che i vagoni rotolano verso la stazione, i reticolati ti ammaestrano, ti martellano ossessivamente nella testa tutto quel che d’ora in poi dovrai ricordare, ti imprimono nella memoria, per il tuo bene, una lunga litania di limitazioni, di proibizioni e di istruzioni.
Poi vengono i cani. Cani lupo inferociti, frenetici, forsennati, che appena il treno si ferma si avventano sotto i vagoni (e poichè sto appunto guardando dal finestrino, una delle carbine è puntata precisamente addosso a me, sì, addosso a me!). D’altro canto nessun folle (o agente o sabotatore o spia) potrebbe saltar giù e lanciarsi nella distesa ghiacciata, visto che sportelli e finestrini dei vagoni sono tutti accuratamente sigillati.
In una parola, quella continua linea visiva esercita lo stesso effetto dissuasivo dei fitti cumuli di reticolato poco prima: un monito silenzioso ma efficace di non farti venire strane idee per la testa.
Ma non finisce qui. Appena sotto i vagoni si è sparpagliata la muta dei cani eccitati e forse anche affamati, appena i soldati si sono schierati fitti fitti lungo i binari e le sentinelle sulle torrette ci hanno puntato addosso le canne delle carabine, ecco che sui vagoni salgono le pattuglei (in una mano la pila, nell’altra un lungo spunzone d’acciaio), e sbattono fuori nel corridoio tutti i passeggeri. Comincia la perquisizione degli scompartimenti, lo sfruconamento dei bagagliai, dei sedili, dei ripostigli, dei portacenere. Comincia il bussare contro le pareti, contro il soffitto, contro il pavimento. Il controllare, l’esaminare, il tastare, il fiutare.
Adesso i passeggeri raccolgono tutto quello che hanno-valigie, borse, pacchi, fagotti- e lo portano nell’edificio della stazione dove stanno alcuni lunghi tavoli rivestiti di lamiera. All’intorno è tutto pieno di striscioni rossi che ci augurano un felice benvenuto in Urss. Sotto gli striscioni, una fila di doganieri e doganiere tutti ugualmente minacciosi, severi e anche un pò seccati; sì, è evidente che ce l’hanno con noi. Cerco tra di loro una faccia dai tratti un pò bonari, più aperti e distesi, perchè comincio a provare un gran bisogno di rilassarmi, di scordare per un attimo che sono circondato da fili spinati, torrette, cani furiosi e sentinelle impietrite. Ho voglia di stabilire un contatto, di scambiare una cortesia, di chiacchierare con qualcuno: ne ho sempre avuto bisogno.
“Che hai da ridere tu?” chiede a muso duro il doganiere, sospettoso.
Mi sento gelare. Il potere è serietà: quando si tratta con il potere sorridere è un’indelicatezza, dimostra mancanza di rispetto. Come pure non bisogna mai fissare troppo a lungo chiunque detenga il potere. Ma questo lo avevo già imparato durante il servizio militare.[...]
Ci siamo. Rieccoci con l’aprire, sganciare, tirar fuori, sventrare. Questo cos’è? E quello? A che serve questo qui? E qua, e là, e su, e giù, e perchè, percome, per dove, per quanto? Peggio di tutto sono i libri. Portarsi i libri in viaggio è una sciagura. Da queste parti, se uno si porta dietro una valigia piena di cocaina con sopra un libro, la cocaina non la guarda nessuno ma sul libro ci si avventano tutti come iene. Se poi, dio ne guardi, il libro è in onglese, allora sì che comincia l’andirivieni, l’esaminare, lo sfogliare, il leggere e rileggere.

Ma, pur avendo con me alcuni libri in inglese (si tratta perlopiù di manuali di lingua cinese e giapponese), stavolta il peggior reprobo non sono io. I peggiori sono stai messi ad un tavolo a parte, un tavolo, diciamo così, di serie B. Sono abitanti del posto, cittadini dell’Unione Sovietica, gente magra e minuta in palandrane lacere e stivali sfondati: buriati, camcadali, tungusi e ainu, orocani e coriati dalla pelle olivastra e gli occhi a mandorla. Come abbiano fatto a ottenere un permesso di andare in Cina, non so. Fatto sta che ora ritornano, e tornando si portano dietro del cibo. Vedo con la coda dell’occhio che sono carichi di sacchetti di grano saraceno.[...]
Tornammo ai vagoni a notte fatta. Nevicava, il ghiaccio scricchiolava sotto le scarpe. A Zabajkalsk avevo ricevuto un’ulteriore lezione sul fatto che qui la frontiera non è un punto sulla carta, ma una scuola. Gli allievi che ne escono si dividono in tre gruppi. Il primo, quello degli agitati da una collera sorda. I più infelici, perchè tutto all’intorno provocherà loro uno stress, li porterà ad uno stato di furia, di follia. Li innervosirà, li irriterà, li torturerà. Prima ancora di rendersi conto di non poter cambiare correggere nulla della realtà circostante, saranno travolti da un infarto o da un ictus.
Secondo gruppo: costoro osserveranno i cittadini sovietici i miteranno il loro modo di pensare e di agire. La loro caratteristica fondamentale sarà l’accettazione della realtà esistente e persino la capacità di trarne una certa soddisfazione. In questo caso risulterà di grande aiuto il detto che conviene ripetere a sè e agli altri ogni sera, per quanto infame possa essere stata la giornata appena finita: “Rallegrati di questo giorno, perchè uno così bello non torna più!”
E infine il terzo gruppo, quello di coloro per i quali tutto è interessante, insolito, inverosimile, coloro che vogliono conoscere, verificare, approfondire questo mondo così diverso e finora sconosciuto. Proprio costoro saranno capaci di armarsi di pazienza e mantenere il distacco (non la superiorità!) e uno sguardo calmo, attento, lucido.
Sono i tre atteggiamenti caratteristici degli stranieri capitati nell’Impero.

Ulan Ude – Krasnojarsk

Sognavo di vedere il Bajkal, ma era notte: una macchia nera nel riquadro ghiacciato del finestrino. Solo al mattino vidi le gole e i dirupi. Tutto sotto la neve.
Neve, neve.
Siamo in gennaio, cuore dell’inverno siberiano. Fuori del finestrino tutto appare irrigidito dal freddo: persino larici, pini e abeti sembrano gradi ghiaccioli impietriti, stalagmiti verde scuro sporgenti dalla neve.
L’immobilità, l’assoluta immobilità di questo paesaggio come se il treno non si muovesse ma fosse anche lui una parte integrante e immota della regione.
E poi il biancore. un biancore onnipresente, accecante, insondabile, assoluto. Un biancore seducente, ma se uno se ne lascia attrarre, se cade in trappola e continua a spingersi sempre più avanti, perisce. Il biancore distrugge chi tenta di avvicinarglisi, di svelare il suo mistero. Lo scaraventa giù dalla cima dei monti, lo scaglia congelato nelle pianure nevose. I buriati siberiani considerano sacri tutti gli animali bianchi, sanno che ucciderli significa commettere un peccato e attirarsi la morte. Guardano la candida Siberia come un tempio dove abita dio. Si inchinano alle sue pianure, rendono omaggio ai suoi paesaggi, sempre con la paura che da lì, dai suoi bianchi recessi, giunga la morte.
Il bianco si associa spesso alla definitività, al limite, alla morte. Nelle culture dove la gente vive con la paura della morte, chi è colpito da un lutto si veste di bianco e di bianco veste anche il morto: lì il bianco è il colore dell’accettazione, del consenso, della rassegnazione al destino.
In questo paesaggio siberiano di gennaio c’è qualcosa che disarma, opprime, paralizza. Anzitutto l’immensità, la sconfinatezza, l’oceanica illimitatezza. Qui la terra non ha fine, il mondo non ha fine. Luomo non è fatto per una simile dismisura. La misura giusta, congrua e adattata pr l’uomo è quella del suo villaggio, dei suoi campi, della casa. In mare la misura sarà quella del ponte della nave. L’uomo è creato per uno spazio che si può attravesare in un sol tratto, d’un fiato.

Krasnojarsk – Novosibirsk

[...] Parigi è il centro del mondo, in quanto punto di riferimento. Come si fa a misurare l’impressione di lontananza, di sistanza? da che cosa, da quale posto si è lontani? Dov’è il punto del nostro pianeta allontanandosi dal quale uno può provare la sensazione di avvicinarsi sempre di più alla fine del mondo? E’ un punto dotato di significato puramente emotivo (la mia casa come il centro del mondo)? Oppure culturale (per esempio, la civiltà greca)? Oppure religioso (per esempio, la Mecca)? La maggior parte delle persone, alla domanda se consideri centro del mondo Parigi o Città del Messico, risponde: Parigi. Perchè? Città del Messico è più grande di Parigi, possiede anch’essa il metrò, magnifici monumenti, grande pittura e ottimi scrittori. Eppure tutti dicono: Parigi. Provate a dichiarare che per voi il centro del mondo è il Cairo. E’ più grande di Parigi, ha monumenti, università, pittori e tutto il resto. Eppure ne troverete pochi d’accordo con voi. Dunque non resta che Parigi. Resta l’Europa. La civiltà europea è la sola che abbia coltivato e (in parte) realizzato le sue ambizioni mondiali. Le altre civiltà, o non hanno potuto realizzarle per motivi tecnici (vedi i Maya), o non nutrivano interessi del genre (vedi la Cina), convinte com’erano di essere loro a occupare tutto il mondo.
Solo la civiltà europea si è dimostrata capace di spezzare il suo etnocentrismo. Nel suo ambito sono anate la voglia di conoscere le altre civiltà e la teoria (formulata da Bronislaw Malinowski) che la cultura mondiale sia composta da una costellazione di varie culture, tutte di pari livello.

Celjabinsk – Kazan

Sempre più vicino al cuore della vecchia Russia, anche se a Mosca manca ancora un bel pezzo di mondo.
Quando ero studente lessi un vecchio libro di Berdjaev sul tema dell’influsso esercitato dai grandi spazi dell’Impero sull’anima russa. In effetti, a cosa pensa un russo che viva sulle rive sperdute dello Jenisei o in fondo alla tajgà dell’Amur? Qualunque strada imbocchi, sarà interminabile. Potrà seguirla per giorni e per mesi, e intorno a lui ci sarà sempre la Russia. Le pianure non finiscono mai, nè i boschi, nè i fiumi. Per regnare su spazi così sconfinati, dice Bardjaev, si è dovuto creare uno spazio sconfinato. Questo ho sprofondato i russi in una contraddizione. Per mantenere i grandi spazi il russo deve mantenere un grande stato, e per mantenerlo spende tutta la sua energia, che poi non gli basta più per il resto: organizzazione, economia ecc, ecc. Spreme tutte le sue energie per lo stato, che lo schiavizza e lo opprime.
Secondo Bardjaev questa immensità e incommensurabilità della Russia esercitano un influsso negativo sulla mentalità dei suoi abitanti. Da essi, infatti, non si reclamano raccoglimento, tensione, concentrazione, energia, dinamismo, acculturamento intensivo. Tutto si spappola, si diluisce e affonda in quell’incommensurabilità senza forma. La Russia  è, sì, uno spazio vasto e sconfinato, ma questa sua grandezza risulta così schiacciante da mozzare il fiato e impedire il respiro.

Kazan – Mosca

Una stanchezza sempre più fastidiosa e opprimente, una fatica sonnolenta, torpida, appiccicosa. Nei rari sprazzi di energia, una tentazione irresistibile di saltar giù da questa gabbia sconquassata e traballante. Mia ammirazione per la resistenza di Kopec e delle migliaia di suoi simili, mio omaggio alla loro sofferenza, alla loro tortura.

Dapprima un susseguirsi monotono di boschi verdi e innevati. Poi boschi e casette. Poi sempre più casette. Poi casette e casamenti. Infine, nient’altro che casamenti, sempre più alti. Il conduttore ritira dallo scompartimento lenzuolo, cuscino, due coperte e il bicchiere di tè.
Il corridoio si popola di gente.
Mosca.

Attilio Bertolucci – Vincitori!

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Si erano vestiti dalla festa
per una vittoria impossibile
nel corso fangoso della Storia.

Stavano di vedetta armati
con vecchi fucili novantuno
a difesa della libertà conquistata

da loro per la piccola patria
tenendosi svegli nelle notti afose
dell’agosto con i cori

della nostra musica
con il vino fosco
della nostra terra.

Vincenti per qualche giorno
vincenti per tutta la vita.

Omaggio alla Catalogna – George Orwell

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Nella caserma Lenin di Barcellona, il giorno prima del mio arruolamento fra i miliziani, ne vidi uno, italiano, ritto davanti al tavolo degli ufficiali.
Era un giovanotto dall’aspetto rude, sui venticinque o ventisei anni, capelli biondo-rossicci e spalle possenti. Il berretto di cuoio a punta gli calava fieramente su un occhio. Lo vedevo di profilo, il mento sul petto, mentre osservava con un cipiglio di perplessità una carta geografica che uno degli ufficiali aveva dispiegata sulla tavola. Qualcosa, sul suo volto, mi commosse profondamente. Era il volto di un uomo che avrebbe commesso un omicidio, gettato via la propria vita per un amico: il tipo di faccia che aspettereste in un anarchico, anche se con ogni probabilità egli era un comunista.

Addio a Mahmud Darwish

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Incatenarono la sua bocca
legarono le sue mani
alla roccia della morte
e dissero: “sei un assassino”.

Gli tolsero il cibo, gli abiti, le bandiere
lo gettarono nella cella dei morti
e dissero: “sei un ladro”.

Lo rifiutarono in tutti i porti
portarono via la sua piccola amata
e dissero: “sei un profugo”.

Oh tu, dagli occhi e le mani sanguinanti!
la notte è effimera,
ne la camera dell’arresto
ne gli anelli delle catene sono permanenti.

Nerone è morto, ma Roma no,
lotta persino con gli occhi!
e i chicchi di una spiga morente
riempiranno la valle di grano.

Un saluto alla voce più bella di Palestina
A Mahmud Darwish

Yasser Arafat, Mahmud Darwish, George Abash nel 1970.

Inedito Jack London – da Satisfiction

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TELIC ACTION & COLLECTIVE STUPIDITY
L’AZIONE EFFICACE E LA STUPIDITA’ COLLETTIVA

New York presenta uno dei più meravigliosi paradossi umani: la città è il ritratto delle meravigliose conquiste dell’uomo ma anche della sua monumentale stupidità. E’ un’avventura di natura colossale, tale da far scomparire qualsiasi altra avventura del vecchio mondo dal quale discendiamo -un abbaglio così colossale che Babilonia o Roma non reggono il confronto. Ad un primo sguardo, sembra che l’allegra, cruda stupidità aumenti in maniera direttamente proporzionale alla saggezza. Insomma: pare che più l’uomo diventa ragionevole, più la sua stoltezza cresca.
Prendiamo il caso di New York. La grande metropolitana e gli slanciati grattacieli alti sino alle nuvole dimostrano che le conquiste ingegneristiche di questa città sono così notevoli da non trovare paragoni nella storia del pianeta. Ti puoi mettere comodo e senza affaticare le gambe ti spediscono da un posto all’altro stando sotto terra, sulla terra e sopra la terra. E poi c’è l’ascensore. Come dice Gerald Stanlee, è il meccanismo democratico che concede il privilegio a chiunque di stare come al primo piano anche anche se sei al ventesimo.
Per farla breve: a New York puoi trovare la più perfetta delle innumerevoli invenzioni che l’uomo ha escogitato per aiutare se stesso nella ricerca della felicità. Ma proprio qui, dove la ricerca della felicità ha avuto il beneficio della più grande espressione dell’intelligenza umana, trovi una prodigiosa quantità di felicità e un altrettanto prodigiosa quantità di infelicità.
Centinania di migliaia di persone affollano interi distretti urlanti di strade popolari: il fetore di quesgli esseri è un’offesa contro i cieli ma anche contro le narici dei loro più fortunati concittadini. La vita e il traffico sono talmente congestionati da provocare sofferenze incalcolabili, attriti e conseguenti perdite di tempo e forza nervosa: intanto però, male e dolorose visioni abbondano.
La splendida organizzazione aziendale di tante industrie è controbilanciata dall’arcinota idiozia dell’organizzazione politica; la felicità e le comodità della Fifth Avenue dall’infelicità e dal dispiacere provocato dall’East Side; la velocità e la facilità con cui si possono raggiungere tanti luoghi, dalle distanze assurde tra gli stessi luoghi che sono ridicolmente esagerati in quantità; la facilità con cui si può godere di tante cose, dall’inabilità di fermarsi il tempo necessario per goderne veramente. In queste parole, un’entità intelligente di un altro pianeta penserebbe che questa metropoli gigantesca è un enorme conglomerato di demenza disseminata a casaccio da barlumi di razionalità.
Ad una analisi più attenta l’entità intelligente di un altro pianeta troverebbe il bandolo della matassa e dove lo troverebbe? Proprio nella diversità tra le azioni compiute dall’uomo quando è individuo e le azioni dell’uomo nella massa. In altre parole, l’individuo è capace di azioni efficaci e infatti le porta a termine adattando il proprio modo di agire in funzione degli obiettivi che si pone a lungo termine: questa è una cosa che la società non fa mai.
Un esempio. Il giovane che sceglie di dotarsi di un’istruzione completa lo fa affinchè la suddetta istruzione sia fatta su misura per lui, cosichè in un futuro remoto, sarà in grado di raccoglierne il frutto sottoforma di profitto e felicità. Questo gli permetterà di ottenere il massimo dalla proprioavita. Tutti gli esseri veramente intelligenti orientano la proprio vita seguendo questo modello; due, tre individui o un certo numero di individui possono organizzare un’azienda o una corporazione portando a termine collettivamente azioni efficaci; ma tutti gli individui di una società agglomerati in una massa, dimostrano di essere incapaci di un’azione efficace.
E dunque: la costruzione della metropolitana è l’azione efficace compiuta da chi l’ha progettata; ma la metropolitana è necessaria a causa della stoltezza collettiva della massa che dovrà trarne vantaggio: se questa massa fosse stata collettivamente evoluta, avrebbe organizzato le proprie faccende in modo tale da prevenire la congestione di New York -rendendo dunque inutile la costruzione della metropolitana.
Ecco com’è possibile comprendere il paradosso di New York- che poi è il paradosso della società e il paradosso della massa. Possiamo solo concludere che noi, in quanto creature ragionanti siamo, siamo nella stessa misura, singolarmente evoluti e collettivamente stolti. Ma possiamo trarne un’ulteriore conclusione dagli avvenimenti della nostra storia: la tendenza del nostro sviluppo va verso una crescente evoluzione collettiva, in modo da arrivare ad essere evoluti a livello collettivo quanto lo siamo già a livello individuale. E’ la verità alla base del concetto stesso di democrazia: ed è l’incapacità di comprendere questa verità a essere soprattutto responsabile del fatto che la democrazia, sinora, sia esistita invano e in un certo senso non abbia dato alcun frutto.

Traduzione di Davide Sapienza.
dalla rivista Satisfiction

A 28 anni dalla strage di Bologna

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La strage

I soccorsi

Le manifestazioni

Informazioni, documenti, iniziative su: Bologna 2 agosto 1980
Da Wikipedia: Strage di Bologna

A 28 anni dalla strage di Bologna – Io so di Pasolini

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Che cos’è questo golpe? Io so.

Io so.

Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).

Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.

Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.

Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.

Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).

Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.

Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.

Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.

Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.

Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.

Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.

Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo”, sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il ’68 non è poi così difficile. Tale verità – lo si sente con assoluta precisione – sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio.

Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all’editoriale del “Corriere della Sera”, del 1° novembre 1974. Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi. Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.

A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale. Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi. Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi – proprio per il modo in cui è fatto – dalla possibilità di avere prove ed indizi.

Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi. Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi. Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.

All’intellettuale – profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana – si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici. Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al “tradimento dei chierici” è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.

Ma non esiste solo il potere: esiste anche un’opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano. È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all’opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.

Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario – in un compatto “insieme” di dirigenti, base e votanti – e il resto dell’Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un “Paese separato”, un’isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel “compromesso”, realistico, che forse salverebbe l’Italia dal completo sfacelo: “compromesso” che sarebbe però in realtà una “alleanza” tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell’altro. Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.

La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l’altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività. Inoltre, concepita così come io l’ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l’opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.

Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch’essi come uomini di potere. Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch’essi hanno deferito all’intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l’intellettuale viene meno a questo mandato – puramente morale e ideologico – ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore. Ora, perché neanche gli uomini politici dell’opposizione, se hanno – come probabilmente hanno – prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono – a differenza di quanto farebbe un intellettuale – verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch’essi mettono al corrente di prove e indizi l’intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com’è del resto normale, data l’oggettiva situazione di fatto.

L’intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento. Lo so bene che non è il caso – in questo particolare momento della storia italiana – di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l’intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che – quando può e come può – l’impotente intellettuale è tenuto a servire.

Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l’intera classe politica italiana. E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi “formali” della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.

Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico – non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento – deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.

Probabilmente – se il potere americano lo consentirà – magari decidendo “diplomaticamente” di concedere a un’altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon – questi nomi prima o poi saranno detti.

Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.

Corriere della sera, 14 novembre 1974.

Cultura e politica – Elio Vittorini

2 commenti

Rivoluzionario è lo scrittore che riesce a porre attraverso la sua opera esigenze rivoluzionarie diverse da quelle che la politica pone; esigenze interne, segrete, recondite dell’uomo ch’egli soltanto sa scorgere nell’uomo, che è proprio di lui scrittore rivoluzionario porre, e porre accanto alle esigenze che pone la politica. Quando io parlo di sforzi in senso rivoluzionario da parte di noi scrittori, parlo di sforzi rivolti a porre simili esigenze. E se accuso il timore che i nostri sforzi in senso rivoluzionario non siano riconosciuti come tali dai nostri compagni politici, è perchè vedo la tendenza dei nostri compagni politici a riconoscere rivoluzionaria la letteratura arcadica in cui suona il piffero per la rivoluzione piuttosto che la letteratura in cui simili esigenze sono poste, la letteratura detta oggi è in crisi. Rifiutare e ignorare i migliori scrittori di crisi del nostro tempo, significa rifiutare tutta la letteratura contemporanea. E non è un rifiuto di riconoscere la problematicità stessa per rivoluzionaria? Non è un rifiuto di riconoscere la crisi stessa per rivoluzionaria?

Schiaffo al gusto del pubblico – Majakovskij

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A chi legge il nuovo, il primigenio, l’imprevisto.
Soltanto noi siamo il volto del nostro tempo.

Il corno del tempo risuona nella nostra arte verbale.

Il passato è angusto. L’accademia e Puskin sono più incomprensibili dei geroglifici.

Gettare Puskin, Dostoevskij, Tolstoj, ecc., ecc., dalla nave del nostro tempo.

Chi non dimenticherà il primo amore non conoscerà mai l’ultimo.

Chi, credulo, concederà l’ultimo amore alla profumata libidine di Balmont?
Si riflette forse in essa l’anima virile del giorno d’oggi?

Chi, pusillanime, si rifiuterà di strappare la corazza di carta dal nero frac del guerriero Brjusov?

O forse si riflette in essa un’aurora di inedite bellezze?

Lavatevi le mani, sudice della lurida putredine dei libri scritti da questi innumerevoli Leonid Andreev.

A tutti questi Maksim Gorkij, Kuprin, Blok, Sologub, Remizov, Avercenko, Cernyj, Kuzmin, Buni, ecc., ecc., occorre solo una villa sul fiume. Questa ricompensa riserba il destino ai sarti.

Dall’alto dei grattacieli scorgiamo la loro nullità!

Ordiniamo che si rispetti il diritto dei poeti:

  1. ad ampliare il volume del vocabolario con parole arbitrarie e derivate (neologismi);
  2. a odiare inesorabilmente la lingua esistita prima di loro;
  3. a respingere con orrore dalla propria fronte altèra la corona di quella gloria a buon mercato, che vi siete fatta con le spazzole del bagno;
  4. a stare saldi sullo scoglio della parola “noi” in un mare di fischi e indignazione.

E, se nelle nostre righe permangono tuttora i sudici marchi del vostro “buon senso” e “buon gusto”, in esse tuttavia già palpitano, per la prima volta, i baleni della nuova bellezza futura dell parola autonoma (autoattorta)

(1912)

Lettera aperta agli operai – Majakovskij

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Compagni, il duplice incendio della guerra e della rivoluzione ha devastato le nostre anime e le nostre città. I palazzi dello sfarzo di ieri sono scheletri bruciacchiati. Le città sventrate aspettano nuovi costruttori. Col turbine della rivoluzione sono state divelte dalle anime le contorte radici della schiavitù. L’anima popolare aspira a una grande semina.

A voi che avete raccolto il retaggio della Russia, a voi che (ne sono convinto!) sarete domani padroni di tutto il mondo rivolgo una domanda: con quali fantastici edifici coprirete i luoghi degli incendi di ieri? Quali canti e quali musiche si effonderanno dalle vostre finestre? In quali bibbie rivelerete le vostre anime?

Con stupore, dalle ribalte dei teatri requisiti, sento risuonare Aide e Traviate, con ogni sorta di spagnoli e di conti, e vedo nelle poesie da voi predilette le stesse rose delle serre signorili, e scorgo i vostri occhi abbacinarsi dinanzi a tele che raffigurano la magnificenza del passato.

E dunque, quando le forze elementari scatenate dalla rivoluzione si saranno placate, voi uscirete, nei giorni di festa, con la catena sul panciotto, nelle piazzette dinanzi ai soviet rionali, e con solennità giocherete a croquet?

Sappiate che per i nostri colli, per i colli dei Golia del lavoro, non ci sono numeri adatti nel guardaroba dei solini della borghesia.

Solo lo scoppio della rivoluzione dello spirito ci purificherà dal rancidume della vecchia arte.

Vi protegga la ragione dalla violenza fisica contro i residui del vecchiume artistico. Consegnateli alle scuole, alle università, per lo studio della geografia, del costume, della storia, ma respingete con sdegno chi vi offrirà questi fossili in luogo del pane della bellezza vivente.

La rivoluzione del contenuto, socialismo-anarchia, è inconcepibile senza la rivoluzione della forma, futurismo.

Afferrate con avidità i pezzi di sana, giovane, ruvida arte che vi forniamo.

A nessuno è dato sapere da quali soli giganteschi sarà illuminata la vita dell’avvenire. Forse, i pittori tramuteranno in multicolori arcobaleni la grigia polvere delle città; forse, dalle creste montane ininterrotta risonerà la musica tonante dei vulcani trasformati in flauti; forse, le onde degli oceani saranno costrette a pizzicare reti di corde tese dall’Europa all’America. Una sola cosa ci è chiara: la prima pagina della storia contemporanea delle arti è stata sfogliata da noi.

Noi sapevamo! Noi non dimentichiamo!

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Ah, noi che volevamo preparare
il terreno per la gentilezza.
Noi non potevano essere gentili.
(Bertolt Brecht)

Joyce Salvadori Lussu

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Interessante l’articolo proposto da Carmilla su Joyce Lussu, una delle figure più straordinarie del 900: antifascista, partigiana Medaglia d’argento al valore militare (esperta di evasioni e documenti falsi); prima a tradurre le poesie di Nazim Hikmet e a diffonderle, in Italia, insieme a quelle di Ho Chi Min, di Castro, delle Black Panthers e di altri poeti guerriglieri; scrittrice e traduttrice
di opere sul neocolonialismo; educatrice.
Curiosità contenuta nell’articolo: l’evasione della moglie e del figlio
di Hikmet dal carcere turco dove erano rinchiusi.

Questo l’articolo: NON C’ERA SOLO EMILIO

Non vivere su questa terra
come un inquilino
oppure in villeggiatura
nella natura
vivi in questo mondo
come se fosse la casa di tuo padre
credi al grano al mare alla terra
ma soprattutto all’uomo.
Nazim Hikmet

Petizione

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Segnalo una petizione molto importante.

“Terribile ‘segno’ dei tempi è la notizia di un recentissimo decreto legge che prevede la chiusura dell’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente (IsIAO), costituitosi da alcuni anni dall’unione di due gloriose Istituzioni, l’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente (IsMEO), fondato nel 1933 dall’insigne orientalista Giuseppe Tucci, e dall’Istituto per l’Africa, nato agli inizi del ’900.
Come forse saprete, ho lavorato all’IsMEO per più di un trentennio prima di approdare felicemente all’Università di Lecce. E’ per me un momento di grande tristezza immaginare la fine di questo importante Istituto, conosciuto più all’estero che in Italia, centro dell’orientalismo italiano e tutt’oggi fulcro degli studi e delle ricerche sui paesi orientali. Celebri sono la sua biblioteca e le sue pubblicazioni scientifiche e degne di grande considerazione le campagne di scavo archeologico e di restauro presso i paesi orientali, oltre alla scuola di lingue orientali.
Non si può assistere senza ribellarsi a un tale delitto, calpestare una tradizione di studi che ci ha fatto, e continua a farci onore presso i paesi orientali, oltre che in Occidente.
Invito quindi tutti voi ad aprire il sito dell’IsIAO: www.giuseppetucci.isiao.it e sottoscrivere l’appello al Capo dello Stato in modo che intervenga tempestivamente per fermare tale ignominia.”

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