Goya

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Y son fieras, acquaforte da Los desastres de la guerra, 1806 ca.,
15,8 x 21 cm, Madrid, Collezione della Fondazione Juan March

Ordinanza all’esercito dell’arte – Majakovskij

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Cantilenano le brigate dei vecchi
la stessa litania.
Compagni!
sulle barricate!
Barricate di cuori e di anime.
è vero comunista solo chi ha bruciato
i ponti della ritirata.

Basta con le marce, futuristi,
un balzo nel futuro!
Non basta costruire una locomotiva:
fa girare le ruote e fugge via.
Se un canto non saccheggia una stazione,
a che serve la corrente alternata?

Ammonticchiate un suono sopra l’altro,
e avanti,
cantando e fischiettando.
Ci sono ancora buone consonanti:
erre,
esse,
zeta.
non basta allineare,
adornare i calzoni con le bande.
Tutti i soviet insieme non muoveranno gli eserciti,
se i musicisti non suoneranno la marcia
portate i pianoforti sulla strada,
alla finestra agganciate il tamburo!
Il tamburo
spaccate e il pianoforte,
perché un fracasso ci sia,
un rimbombo.

Perché sgobbare in fabbrica,
perché sporcarsi il muso di fuliggine,
e, la sera,
sul lusso altrui sbattere gli occhi sonnacchiosi?
Basta con le verità da un soldo.
ripulisci il cuore dal vecchiume.
Le strade sono i nostri pennelli.
Le piazze le nostre tavolozze.

Non sono stati celebrati
dalle mille pagine del libro del tempo
i giorni della rivoluzione!
Nelle strade, futuristi,
tamburini e poeti!

Cesare Pavese – Poesie

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Parole del politico
da Legna Verde

Si passava sul presto al mercato dei pesci
a lavarci lo sguardo: ce n’era di argento,
di vermigli, di verdi, colore del mare.
Al confronto col mare tutto scaglie d’argento.

Belle fino le donne dall’anfora in capo,
ulivigna, foggiata sulla forma dei fianchi
mollemente: ciascuno pensava alle donne,
come parlano, ridono, camminano in strada.
Ridevamo, ciascuno. Pioveva sul mare.

Per le vigne nascoste negli anfratti di terra
l’acqua macera foglie e racimoli. Il cielo
si colora di nuvole scarse, arrossate
di piacere e di sole. Sulla terra sapori
e colori nel cielo. Nessuno con noi.

Si pensava al ritorno, come dopo una notte
tutta quanta di veglia, si pensa al mattino.
Si godeva il colore dei pesci e l’umore
della frutta, vivaci nel tanfo del mare.
Ubriachi eravamo, nel ritorno imminente.

Lo steddazzu
da Paternità

L’uomo solo si leva che il mare è ancor buio
e le stelle vacillano. Un tepore di fiato
sale su dalla riva, dov’è il letto del mare,
e addolcisce il respiro. Questa è l’ora in cui nulla
può accadere. Perfino la pipa fra i denti
pende spenta. Notturno è il sommerso sciacquio.
L’uomo solo ha già acceso un gran fuoco di rami
e lo guarda arrossare il terreno. Anche il mare
tra non molto sarà come il fuoco, avvampante.

Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno
in cui nulla accadrà. Non c’è cosa più amara
che l’inutilità.
Pende stanca nel cielo
una stella verdognola, sorpresa dall’alba.
Vede il mare ancor buio la macchia di fuoco
a cui l’uomo, per fare qualcosa, si scalda;
vede, e cade dal sonno tra le fosche montagne
dov’è un letto di neve. La lentezza dell’ora
è spietata, per chi non aspetta più nulla.

Val la pena che il sole si levi dal mare
e la lunga giornata cominci? Domani
tornerà l’alba tiepida con la diafana luce
e sarà come ieri e mai nulla accadrà.
L’uomo solo vorrebbe soltanto dormire.
Quando l’ultima stella si spegne nel cielo,
l’uomo adagio prepara la pipa e l’accende.

La terra e la morte
poesie del 1945

Anche tu sei collina
e sentiero di sassi
e gioco nei canneti,
e conosci la vigna
che di notte tace.
Tu non dici parole.

C’è un terra che tace
e non è terra tua.

C’è un silenzio che dura
sulle piante e sui colli.
Ci sono acque e campagne.
Sei un chiuso silenzio
che non cede, sei labbra
e occhi bui. Sei la vigna.

E’ una terra che attende
e non dice parola.
Sono passati giorni
sotto cieli ardenti.
Tu hai giocato alle nubi.
E’ una terra cattiva -
la tua fronte lo sa.
Anche questo è la vigna

Ritroverai le nubi
e il canneto, e le voci
come un’ombra di luna.
Ritroverai parole
oltre la vita breve
e notturna dei giochi,
oltre l’infanzia accesa.
Sarà dolce tacere.
Sei la terra e la vigna.
Un acceso silenzio
brucerà la campagna
come i falò la sera.

(30-31 ottobre 1945)

***

Tu non sai le colline
dove si è sparso il sangue.

Tutti quanti fuggimmo
tutti quanti gettammo
l’arma e il nome. Una donna
ci guardava fuggire.
Uno solo di noi
si fermò a pugno chiuso,
vide il cielo vuoto,
chinò il capo e morì
sotto il muro, tacendo.
Ora è un cencio di sangue
e il suo nome.
Una donna
ci aspetta alle colline.

(9 novembre 1945)

La rivale – Sylvia Plath

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Jack Vettriano

Se la luna sorridesse, ti somiglierebbe.
Lasci la stessa impressione
di una grande bellezza, ma annientatrice.
Siete tutte e due grandi accaparratrici di luce.
La sua bocca ad O piange per il mondo; la tua testa resta immutata,

e il tuo primo dono è di trasformare in pietra ogni cosa.
Mi sveglio a un mausoleo; tu sei qui,
tamburelli le dita sul tavolo di marmo, cerchi le sigarette,
malevola come una donna, ma non così apprensiva,
muori dalla voglia di dire qualcosa che non ammetta risposta.

Anche la luna umilia i suoi sudditi,
ma di giorno è ridicola.

Le tue insoddisfazioni, invece,
arrivano nella cassetta della posta con amorosa regolarità,
bianche e vacue, espansive come monossido di carbonio.

Non c’è giorno al riparo da tue notizie,
sei a spasso per l’Africa, magari, ma pensi a me.

Luglio 1961

Grazie ancora a chi mi ha regalato questo libro!
Un libro per un sorriso

Diversi e migliori

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Alpignano, Maggio 1945- Partigiani Vito e Nello

E nel momento in cui partì, si sentì investito – nor death itself would have been divestiture- in nome dell’autentico popolo d’Italia, ad opporsi in ogni modo al fascismo, a giudicare ed eseguire, a decidere militarmente e civilmente. Era un inebriante tanta somma di potere, ma infinitamente più inebriante la coscienza dell’uso legittimo che ne avrebbe fatto. Ed anche fisicamente non era mai stato così uomo, piegava erculeo il vento e la terra.
(Beppe Fenoglio, Il Partigiano Johnny)

La “Ginetta” macchina d’assalto e combattimento dei partigiani

Furono anni in cui molti divennero diversi da ciò che erano stati prima. Diversi e migliori. La sensazione che la gente fosse divenuta migliore circolava nelle strade. Ognuno si sentiva di dare il meglio di sè. Questo spandeva intorno uno straordinario benessere, e quando ricordiamo quegli anni, ricordiamo il benessere insieme ai disagi, al freddo, alla fame e alla paura, che in quelle giornate non ci lasciavano mai.
(Natalia Ginzburg)

Mister, nessuno ti capisce!

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Esonerato. Va be siamo abituati a perdere, boemo caro. Certo allenare la Stella Rossa di Belgrado, malgrado non sia più QUELLA Stella così “rossa”, sembrava un piccolo dejavù capace di farci sognare ancora. Invece, in questo calcio, conta il risultato immediato, non lo spettacolo e l’ansia (quanta? tanta!) di un 4-3-3 (sbrocco pè te..si diceva a Roma) proposto e messo in campo all’infinito con orgogliosa coerenza. Perchè il bello è giocare una partita con tanti gol, tante azioni, tanti numeri. E con la squadra sempre in attacco. Anche se sei sotto di due reti. Anzi A MAGGIOR RAGIONE SE SEI SOTTO DI QUALCHE GOL.

Eeeeeeeeeeeeh…nessuno ti capirà mai Boè, in questo calcio triste e piatto.
Buona fortuna

Le vetrine- Stefano Benni

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Pietà per le vetrine! Non vedete
trema la gelatina
impallidisce il prosciutto
terrorizzata la porchetta spalanca
gli occhi da deputato

Ahi! Cercando di fuggire
tutti avvinghiati sono i manichini
una bella sciatrice ha perso la testa
e il bel tennista muove
il moncherino scheggiato
le pellicce son scappate belando
ringhiando, soffiando (il più
veloce era il ghepardo)

Pietà per le vetrine! Un sasso
è entrato nella banca
e si vedeva benissimo
che non aveva una lira
un altro sasso
ha rotto un vaso cinese
un altro ha colpito al cuore
un bel tivù tedesco
spargendo intorno i colori
(è stato come scannare
un arcobaleno)
Ahi! le schegge dei dischi
hanno ferito le pareti. Anche
sul manifesto dei Caraibi
sulla scritta Saldi
calò la notte della serranda
Barbari!

Anna Achmatova – Trittico

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Strinsi le mani sotto il velo oscuro…
“Perché oggi sei pallida?”
Perché d’agra tristezza
l’ho abbeverato fino ad ubriacarlo.

Come dimenticare? Uscì vacillando,
sulla bocca una smorfia di dolore…
Corsi senza sfiorare la ringhiera,
corsi dietro di lui fino al portone.

Soffocando, gridai: “E’ stato tutto
uno scherzo. Muoio se te ne vai”.
Lui sorrise calmo, crudele
e mi disse: “Non startene al vento.”

1911

Non è il tuo amore che domando.
Si trova adesso in un luogo conveniente.
Stanne pur certo, lettere gelose
non scriverò alla tua fidanzata.
Però accetta saggi consigli:
dalle da leggere i miei versi,
dalle da custodire i mie ritratti,
sono così cortesi i fidanzati!
e conta più per queste scioccarelle
assaporare a fondo una vittoria
che luminose parole d’amicizia,
e il ricordo dei primi, dolci giorni…
Ma allorchè con la diletta amica
avrai vissuto spiccioli di gioia
e all’anima già sazia d’improvviso
tutto parrò un peso,
non accostarti alla mia notte trionfale.
Non ti conosco.
E in cosa potrei esserti d’aiuto?
Dalla felicità io non guarisco.

1914

Bevo ad una casa distrutta,
alla mia vita sciagurata,
a solitudini vissute in due
e bevo anche a te:
all’inganno di labbra che tradirono,
al morto gelo dei tuoi occhi,
ad un mondo crudele e rozzo,
ad un Dio che non ci ha salvato.

1934

Olimpiadi 2008 e flash back

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L’odore secco del magnesio. La sensazione scivolosa sui piedi e la polvere che copre come una guaina i calli e i tagli delle dita. Emozioni che si arrampicano ogni volta che vedo un tappeto per il corpo libero o un volteggio, il cavallo.

Ognuna di noi aveva un gesto scaramantico prima di eseguire un esercizio.
Portava fortuna e scaricava la tensione competitiva, era un gesto nervoso
che aiutava a concentrarsi.
Una ritualità comica e seria contemporaneamente.
Strofinavo le mani e strizzavo una volta un occhio poi l’altro. Era un tic, credo.

Il pavimento era di linoleum, che si ottiene anche con l’aggiunta di amianto.
Noi questo non lo sapevamo. A me piaceva sdraiarmi, stanchissima,
sentire il fresco della superficie.
Emergeva pian piano l’odore di tappetini di plastica imbottiti, di sudori stantii,
di legno umido e un pò ammuffito, di piedi nudi e piccoli. Un respiro faticoso.

Il Maestro e Margherita – Michail Bulgakov

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Margherita

Seguimi, lettore! Chi ha detto che non esiste a questo mondo l’amore vero, fedele ed eterno! Al mentitore sia tagliata la malefica lingua.
Seguimi, lettore. Solo me, segui. E io ti mostrerò un tale amore.
Il Maestro aveva torto quando raccontava con amarezza a Ivan, nella clinica, a mezzanotte suonata, che lei l’aveva dimenticato. Era impossibile. Naturalmente, lei, non l’aveva dimenticato.
Prima di tutto sveliamo il segreto che il Maestro ha voluto mantenere con Ivan. La donna che amava si chiamava Margherita Nikolaevna. Tutto quello che il Maestro aveva detto di lei al poeta era esattamente la verità. L’aveva descritta fedelmente. Era bella e intelligente. Al che bisogna aggiungere una cosa: si può affermare con certezza che molte donne avrebbero dato qualunque cosa per barattare la propria vita con quella di Margherita Nicolaevna. Trent’anni, senza figli, Margherita era la moglie di un eminente professionista, autore fra l’altro di un’importante scoperta che aveva avuto grande risonanza nel paese. Il marito era giovane, bello, buono, onesto e adorava sua moglie. Margherita Nicolaevna e il marito occupavano tutto l’ultimo piano di una bellissima palazzina circondata da un giardino, in una viuzza all’Arbat. Un luogo incantevole. Può constatarlo chiunque voglia andarvi. Lo chieda ame, e io gli darò l’indirizzo e gl’indicherò la strada, la palazzina è rimasta com’era.

A Margherita Nicolaevna non mancava il denaro. Aveva mezzi per comprare tutto quello che desiderava. Fra i conoscentidel marito le capitava di incontrare anche persone interessanti. Non aveva mai toccato un fornello. Non conosceva gli orrori della coabitazione. Insomma…era felice? Neanche per un minuto lo era. Dacchè s’era sposata, a diciannove anni, ed era capitata in quella palazzina, non aveva mai avuto un momento di felicità. Dio mio! Che cosa voleva, questa donna? Che cosa voleva questa donna che aveva gli occhi sempre accesi di una fiamma indecifrabile? Che cosa voleva questa maga, con un occhio leggermente strabico, che quel giorno di primavera si era ornata di mimose? Non lo so. Evidentemente diceva la verità: aveva bisogno di lui, del Maestro, e non dellla palazzina gotica col giardino, nè del denaro. Lo amava, diceva la verità.

[...]

L’unguento di Azazello

Nel limpido cielo della sera splendeva una luna piena che si vedeva attraverso i rami degli aceri. I itigli e le acacie avevano decorato la terra del giardino di un complicato arabesco di ombre. La finestra a tre ante aperta, ma protetta dalla tenda, era illuminata da una fortissima luce elettrica. Nella stanza da letto di Margherita Nikolaevna erano accese tutte le luci che riuschiaravano il grande disordine.
Sul letto erano buttate calze, camicie e biancheria, per terra c’era altra biancheria sparsa e un pacchetto di sigarette schiacciato per l’agitazione. Le scarpe erano posate sul comodino da notte accanto alla tazzina di caffè mezza vuota e a un portacenere nel quale fumava un mozzicone. Sulla spalliera della sedia era gettato un abito nero da sera. La stanza sapeva di profumi, ma anche di odore come di ferro da stiro.
Margherita Nikolaevna era seduta davanti allo specchio con il solo accappatoio da bagno gettato sul corpo nudo e un paio di scarpe di camoscio nero ai piedi. Un bracciale d’oro e l’orologio erano posati davanti a lei, insieme alla scatoletta avuta da Azazello. La donna non staccava gli occhi dall’orologio.
Ogni tanto le pareva che l’orologio fosse rotto e le lancette fossero ferme. Ma esse si muovevano sia pure molto lentamente, come se si appiccicassero, e finalmente la lancetta più grande giunse a un minuto dalle nove e mezzo. Il cuore di Margherita ebbe un tale tuffo che non riuscì neppure ad afferrare la scatoletta. Si riprese, l’aprì e vide che c’era un grasso unguento giallo. Le parve che odorasse di palude. Con la punta del dito Margherita se ne mise un poco sul palmo e più acuto giunse l’odore d’erbe di palude e di bosco. Col palmo cominciò a spalmarsi la crema sulla fronte e sulle guance.
La crema si spalmava con facilità e Margherita ebbe l’impressione che evaporasse immediatamente. Dopo qualche frizione, Margherita si guardò allo specchio elasciò cadere la scatoletta che andò a finire proprio sull’orologio incrinandone il vetro. Chiuse gli occhi, poi si guardò un’altra volta e scoppiò in una folle risata.
Le sopracciglia sottili depilate con la pinza si erano fatte più folte e formavano due archi neri regolari sugli occhi d’un verde più intenso. La sottile ruga verticale alla radice del naso, formatasi dopo che ra scomparso il Maestro, non c’era più. Erano sparite anche le ombre giallognole dalle tempie e le piccole rughe appena segnate agli angoli degli occhi. Le guance s’erano fatte rosee, la fronte bianca e limpida e l’ondulazione eseguita dal parrucchiere s’era disfatta.
L’immagine di un donna sui vent’anni, scossa da un riso irrefrenabile, dai capelli neri e indulati naturalmente, guardava dallo specchio la trentenne Margherita.
Ella ride e saltò fuori dall’accappatoio; prese un’abbondante dose di unguento e cominciò a spalmarselo con vigorosi massaggi sul corpo, che divenne subito roseo e pieno d’ardore. Improvvisamente, ebbe l’impressione come se le avessero tolto uno spillo dal cervello, s’acquietò il dolore alla tempia che, dopo l’incontro sulla panchina, l’aveva tormentata. I muscoli delle gambe e delle braccia si rinvigorirono e, poi, il corpo di Margherita perse di peso.
Fece un salto e rimase sospesa da terra, sopra il tappeto. Poi si sentì lentamente trascinata di nuovo per terra. “Che unguento! che unguento!” gridò Margherita, lasciandosi cadere sulla poltrona.
Le frizioni la modificarono non soltanto esternamente. Ora in lei, in tutte le celleule del suo corpo, ribolliva una gioia che avvertiva come un formicolio diffuso. Margherita si sentì libera, libera di tutto. Inoltre capì con assoluta chiarezza che era accaduto proprio ciò che aveva presentito dal mattino. Che stava abbandonando per sempre la palazzina e la sua vita precedente.
[...]
In quel momento, alle spalle di Margherita, suonò il telefono. Ella balzò giù dal davanzale e, ignorando Nikolaj Ivanovic, afferrò il ricevitore.
“Parla Azazello” disse la voce al telefono.
“Caro, caro Azazello!” gridò Margherita.
“E’ ora. Voli fuori.” disse Azazello e si capiva dal suo tono che era soddisfatto del sincero, gioioso slancio di Margherita.
“Quando sorvolerà il portone gridi: “Invisibile“. Poi giri un pò sopra la città per esercitarsi, poi prenda a sud, oltre la città, e punti sul fiume. L’aspettano!”
Margherita appese il ricevitore, e in quel momento sentì qualcosa come di legno zoppicare e battere contro la porta della stanza accanto. Margherita la spalancò, e la scopa, con le setole verso l’alto, volò dentro danzando. Saltellando dalla parte del manico scalciava e cercava di raggiungere la finestra. Margherita cacciò un urlo d’entusiasmo e balzò a cavalcioni sulla scopa. Solo ora le era balenato in testa che, nella confusione, aveva dimenticato di vestirsi. Arrivò sopra il letto al galoppo e afferrò il primo indumento che le capitò, una camicia da notte celeste. Sventolandola come uno stendardo, volò fuori dalla finestra. E i suoni del valzer echeggiarono più che mai nel giardino.
Dalla finestra Margherita planò verso il basso e vide Nikolaj Ivanovic sulla panchina. Sembrava di pietra, sbalordito del tutto, era in ascolto delle grida e del fragore che venivano dalla stanza illuminata del piano sopra. “Addio, Nikolaj Ivanovic!” gridò Margerita, accennando a una danza davanti a lui.
Con un’esclamazione egli strisciò sulla panchina, aggrappandosi con le mani, e lasciò cadere la cartella.
“Addio, per sempre! Io me ne volo via!” gridava Margherita sovrastando con la sua voce il suono del valzer. In quel momento capì che la camicia non le serviva a niente e, scoppiando in una risata malefica, ne coprì la testa di Nikolaj Ivanovic. Accecato, egli ruzzolò dalla panchina sulle mattionelle del viale.
Margherita si voltò per dare un’ultima occhiata alla palazzinadove s’era tormentata così a lungo e vide nella finestra illuminata la faccia deformata dallo stupore di Natasa.
“Addio, Natasa!” gridò Margherita, e incitò la scopa.
“Invisibile!” gridò ancora più forte e, superando il portone, fra i rami degli aceri che la frustarono in viso, sbucò fuori nel vicolo. La seguirono i suoni impazziti del valzer.

A cento anni dalla nascita di Cesare Pavese

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Quest’anno ricorre il centenario della nascita di Pavese e numerosissime sono le iniziative e le mostre italiane che rendono omaggio all’autore, nato e cresciuto tra le Langhe e i vitigni del Monferrato.

Se non siete mai stati, ma siete appassionati, vi consiglio di fare quattro passi per le vie del paese dove nacque lo scrittore, Santo Stefano Belbo, provincia di Cuneo. Il paesino mantiene molto viva l’opera e la memoria dell’autore. Si possono visitare i “luoghi pavesiani” come la casa natale, o la Mora, o ancora la bottega dell’amico Nuto Revelli. Magari avrete la fortuna di trovare un signore gentile, collaboratore dell’istituto che ha sede nella casa natale di Cesare, il quale vi accompagnerà nel breve ma splendido tour su è giù per le colline e i vitigni…come successe a me e alla mia compagna di viaggio l’anno scorso.

Ogni di 4 agosto, poi, la collina di Moncucco divampa di fuoco; e i falò accesi (proprio quelli dell’ultimo romanzo di Pavese) illuminano e risplendono per tutta la notte la vallata.

Per il programma di luglio e (prossimamente) agosto delle iniziative proposte nella cittadina rimando a al sito della Fondazione Cesare Pavese.

Vengo ai testi scelti per questo mio omaggio.

Per primi vengono i Dialoghi con Leucò scritti tra il 1946-47. Pavese attinge qui (ed è lui stesso a dircelo nell’Avvertenza ad inizio libro) al suo retroterra culturare scolastico (i classici, la mitologia, gli eroi greci, le ninfe, le maghe) e alle letture di sempre, componendo e formalizzando attraverso il discorso diretto i temi a lui cari: l’amore, l’amicizia, la solitudine, la mortalità dell’uomo, la caducità della vita, la lotta incessante tra razionale e irrazionale, tra mito e realtà. Il mito è una forma mentis ancora attuale per Pavese, è convinto (e lo dimostra) che esso è ancora vivo nella mentalità e nel modo di ragionare dell’uomo “storico”; il mito è vivo perchè l’uomo ricorda, perchè l’uomo ha memoria. E’ la memoria l’universo mitico dell’oggi; questo concetto è spiegato benissimo da Circe a Leucotea nel dialogo Le streghe.

I due vede come protagonisti Achille e Patroclo. E’ il loro ultimo brindisi insieme, l’ultima sbornia prima dell’uccisione del più giovane dei due. La sfida di Patroclo non è rivolta al nemico, come ingenuamente crede, ma al proprio destino e agli dèi (che rappresentano l’ordine costituitosi dopo il tempo dei titani, il caos). Per questo perirà in battaglia. La sfrontatezza di Patroclo di fronte alla morte e agli “eventi” fa da contraltare ad un’insolita razionalità e maturità di Achille, che “sa”, che capisce. Omero ci ha lasciato infatti un ricordo ribelle e impulsivo dell’eroe.

Di romanzi ne ho scelto soltanto uno: La casa in collina che fa parte, insieme a Il carcere e a Il compagno, della trilogia dell’educazione politica. Di questo romanzo ho trascritto la parte più conosciuta e più bella ovvero quella finale, l’ultima toccante pagina, in cui affiora la morte; e la guerra è un enorme e pesante fardello sulle spalle di chi è ancora vivo.

Ho voluto inserire anche qualche stralcio tratto dal diario di Pavese Il mestiere di vivere.

Buona lettura.

I due – Dialoghi con Leucò

3 commenti

Superfluo rifare Omero. Noi abbiamo voluto semplicemente riferire un colloquio che ebbe luogo la vigilia della morte di Patroclo.

(Parlano Achille e Patroclo)

 

ACHILLE: Patroclo, perchè noi uomini diciamo sempre per farci coraggio: “Ne ho viste di peggio” quando dovremmo dire: “Il peggio verrà. Verrà un giorno che saremo cadaveri”?

PATROCLO: Achille, non ti conosco più.

ACHILLE: Ma io sì ti conosco. Non basta un pò di vino per uccidere Patroclo. Stasera so che dopotutto non c’è differenza tra noialtri e gli uomini vili. Per tutti c’è un peggio.
E questo peggio vien per ultimo, viene dopo ogni cosa, e ti tappa la bocca come un pugno di terra. È sempre bello ricordarsi: “Ho visto questo, ho patito quest’altro” – ma non è iniquo che proprio la cosa più dura non la potremo ricordare?

PATROCLO: Almeno, uno di noi la potrà ricordare per l’altro. Speriamolo.
Così giocheremo il destino.

ACHILLE: Per questo, la notte, si beve. Hai mai pensato che un bambino non beve, perchè per lui non esiste la morte? Tu, Patroclo, hai bevuto da ragazzo?

PATROCLO: Non ho mai fatto nulla che non fosse con te o come te.

ACHILLE: Voglio dire, quando stavamo sempre insieme e giocavamo e cacciavamo, e la giornata era breve ma glia nni non passavano mai, tu sapevi cos’era la morte, la tua morte? Perchè da ragazzi si uccide, ma non si sa cos’è la morte. Poi viene il giorno che d’un trato si capisce, si è dentro la morte, e da allora si è uomini fatti. Si combatte e si gioca, si beve, si passa la notte impazienti. Ma hai mai veduto un ragazzo ubriaco?

PATROCLO: Mi chiedo quando fu la prima volta. Non lo so. Non ricordo.
Mi pare di aver sempre bevuto, e ignorato la morte.

ACHILLE: Tu sei come un ragazzo, Patroclo.

PATROCLO: Chiedilo ai tuoi nemici, Achille.

ACHILLE: Lo farò. Ma la morte per te non esiste. E non è buon guerriero chi non teme la morte.

PATROCLO: Pure bevo con te, questa notte.

ACHILLE: E non hai ricordi, Patroclo? Non dici mai: “Quest’ho fatto. Quest’ho veduto” chiedendoti che cos’hai fatto veramente, che co’è stata la tua vita, cos’è che hai lasciato di te sulla terra e nel mare? A che serve passare dei giorni se non si ricordano?

PATROCLO: Quand’eravamo due ragazzi, Achille, niente ricordavamo. Ci bastava essere insieme tutto il tempo.

ACHILLE: Io mi chiedo se ancora qualcuno in Tessaglia si ricorda d’allora. E quando da questa guerra torneranno i compagni laggiù, chi passerà su quelle strade , chi saprà che una volta ci fummo anche noi – ed eravamo due ragazzi come adesso ce n’è certo degli altri. Lo sapranno i ragazzi che crescono adesso, che cosa li attende?

PATROCLO: Non ci si pensa da ragazzi.

ACHILLE: Ci sono giorni che dovranno nascere noi non vedremo.

PATROCLO: Non ne abbiamo veduti già molti?

ACHILLE: No, Patroclo, non molti. Verrà il giorno che saremo cadaveri. Che avremo tappata la bocca con un pugno di terra. E nemmeno sapremo quel che abbiamo veduto.

PATROCLO: Non serve pensarci.

ACHILLE: Non si può non pensarci. Da ragazzi si è come immortali, si guarda e si ride. Non si sa quello che costa. Non si sa la fatica e il rimpianto. Si combatte per gioco e ci si butta a terra morti. Poi si ride e si torna a giocare.

PATROCLO: Noi abbiamo altri giochi. Il letto e il bottino. I nemici. E questo bere di stanotte. Achille, quando torneremo in campo?

ACHILLE: Torneremo, sta’ certo. Un destino ci aspetta. Quando vedrai le navi in fiamme, sarà l’ora.

PATROCLO: A questo punto?

ACHILLE: Perchè? Ti spaventa? Non ne hai viste di peggio?

PATROCLO: Mi mette la smania. Siamo qui per finirla. Magari domani.

ACHILLE: Non avere fretta, Patroclo. Lascia dire “domani” agli dèi. Solamente per loro quel che è stato sarà.

PATROCLO: Ma vederne di peggio dipende da noi. Fino all’ultimo. Bevi, Achille. Alla lancia e allo scudo. Quel che è stato sarà ancora. Torneremo a rischiare.

ACHILLE: Bevo ai mortali e agli immortali, Patroclo. A mio padre e amia madre. A quel che è stato, nel ricordo. E a noi due.

PATROCLO: Tante cose ricordi?

ACHILLE: Non più di una donnetta o un pezzente. Anche loro sono stati ragazzi.

PATROCLO: Tu sei ricco, Achille, e per te la ricchezza è uno straccio che si butta.
Tu solo puoi dire di essere come un pezzente. Tu che hai preso d’assalto lo scoglio del Ténedo, tu che hai spezzato la cintura dell’amazzone, e lottato con gli orsi sulla montagna. Quale altro bimbo la madre ha temprato nel fuoco come te? Tu sei spada e sei lancia, Achille.

ACHILLE: Tranne nel fuoco, tu sei stato con me sempre.

PATROCLO: Come l’ombra accompagna la nube. Come Teseo con Piritoo. Forse un giorno ti aspetta, Achille, che anche tu verrai nell’Ade a liberarmi. E vedremo anche questa.

ACHILLE: Meglio quel tempo in cui no c’era l’Ade. Allora andavamo tra boschi e torrenti e, lavato il sudore, eravamo ragazzi. Allora ogni gesto, ogni cenno era un gioco. Eravamo ricordo e nessuno sapeva. Avevamo del coraggio? Non so. Non importa.
So che sul monte del centauro era l’estate, era l’inverno, era tutta la vita. Eravamo immortali.

PATROCLO: Ma poi venne il peggio. Venne il rischio e la morte. E allora noi fummo guerrieri.

ACHILLE: Non si sfugge alla sorte. E non vidi mio figlio. Anche Deidamia è morta. Oh perchè non rimasi sull’isola in mezzo alle donne?

PATROCLO: Avresti poveri ricordi, Achille. Saresti un ragazzo. Meglio soffrire che non essere esistito.

ACHILLE: Ma chi ti dice che la vita fosse questa?…Oh Patroclo, è questa.
Dovevamo vedere il peggio.

PATROCLO: Io domani scendo in campo. Con te.

ACHILLE: Non è ancora il mio giorno.

PATROCLO: E allora andrò da solo. E per farti vergogna prenderò la tua lancia.

ACHILLE: Io non ero ancora nato, che abbatterono il frassino. Vorrei vedere la radura che ne resta.

PATROCLO: Scendi in campo e la vedrai degna di te. Tanti nemici, tanti ceppi.

ACHILLE: Le navi ardono ancora.

PATROCLO: Prenderò i tuoi schinieri e il tuo scudo. Sarai tu nel mio braccio.
Nulla potrà sfiorarmi. Mi parrà di giocare.

ACHILLE: Sei davvero il bambino che beve.

PATROCLO: Quando correvi col centauro, Achille, non pensavi ai ricordi.
E non eri più immortale che stanotte.

ACHILLE: Solamente gli dèi sanno il destino e vivono. Ma tu giochi col destino.

PATROCLO: Bevi ancora con me. Poi domani, magari nell’Ade, diremo anche questa.

Il mestiere di vivere – Cesare Pavese

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Pavese e Constance Dowling

Ottobre 1940

 

12 ottobre

L’amore ha la virtù di denudare non i due amanti l’uno di fronte all’altro, ma ciascuno dei due davanti a sé.

 

30 ottobre

Il dolore non è affatto un privilegio, un segno di nobiltà, un ricordo di Dio. Il dolore è una cosa bestiale e feroce, banale e gratuita, naturale come l’aria. È impalpabile, sfugge a ogni presa e a ogni lotta; vive nel tempo, è la stessa cosa che il tempo; se ha dei sussulti e degli urli, li ha soltanto per lasciar meglio indifeso chi soffre, negli istanti che seguiranno, nei lunghi istanti in cui si riassapora lo strazio passato e si aspetta il successivo. Questi sussulti non sono il dolore propriamente detto, sono istanti di vitalità inventati dai nervi per far sentire la durata del dolore vero, la durata tediosa, esasperante, infinita del tempo-dolore. Chi soffre è sempre in stato d’attesa – attesa del sussulto e attesa del nuovo sussulto. Viene il momento che si grida senza necessità, pur di rompere la corrente del tempo, pur di sentire che accade qualcosa, che la durata eterna del dolore bestiale si è un istante interrotta- sia pure per intensificarsi. Qualche volta viene il sospetto che la morte – l’inferno- consisterà ancora del fluire di un dolore senza sussulti, senza voce, senza istanti, tutto tempo e tutto eternità, incessante come il fluire del sangue in un corpo che non morirà più.

Settembre-ottobre 1944

 

3 settembre

 

Il fumare è cosa piena di rusticità e di natura. Quel trasformare un’erba secca in fumacchio odoroso, vivo, fertilizzante, non è senza significato. In altri tempi sarebbe presto diventato simbolo (come la pipata del gitce manitu in Longfellow).

 

20 ottobre

Aver coraggio e aver ragione: i due poli della storia. E della vita. L’uno, in genere, nega l’altro.

Agosto-settembre 1946

19 agosto

Perchè ad ogni sussulto mitico ti ritornano in mente i tronchi e il fiume e la collina con dietro la luna e la strada e l’odore di prato e di campo, del tuo paese?

9 settembre

Pensa male, non ti sbaglierai.
Sono un popolo nemico, le donne, come il popolo tedesco.
Si ha pietà di tutti – meno quelli che si annoiano. Eppure la noia è considerata una massima pena e comminata dal codice – il carcere

 

 

 

Febbraio-marzo 1948

 

13 febbraio

“Una filosofia depurata di ogni aroma speculativo e ridotta a pura storia o storicità o a puro umanesimo”(la filosofia della prassi, Gramsci) non somiglia alla poetica della pura poesia, depurata di ogni contenuto e ridotta a pura forma, a puro canto?

 

1 marzo

Quando viene la sera triste, dal cuore schiacciato, senza perché, la consolazione sta ancora nel consueto pensiero che neanche la sera gaia, ebbra, esaltata ha un perché – se non forse un incontro già fissato, una idea balenata nel giorno, una cosetta che poteva non essere. Cioè, ti consola il pensiero che nulla ha un perché, che tutto è casuale. Strana cosa. Su un altro piano questo pensiero è agghiacciante. Il volubile colore dei tuoi umori lo sopporti in quanto futile.
Ciò presuppone un enorme ottimismo, una fiducia nel semplice accadere. Fin che le cose accadono soltanto, e non c’è nulla sotto, tu stai tranquillo. È la rinuncia epicurea, è il quieto vivere. Possibile?

UBU FUORI PORTA Sagra dell’alterità teatrale

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MUSEO CIVICO
U. MASTROIANNI
Marino

5 LUGLIO 2008
ore 20

LE FIGURINE MANCANTI DEL 1978

con Dario Aggioli e Vincenzo Occhionero
elementi scenici Irene Marini
consulenza musicale Isabel Cortés Nolten
aiutoregia Domiziana De Fulvio
ideato e diretto da Dario Aggioli

Due bambini raccontano due eventi all’apparenza molto distanti.

Uno racconta i mondiali che si svolgono in Argentina.
A lui interessa solo il gioco del calcio, non vede quello che c’è intorno e come tutto il resto del mondo pensa solo alle partite e al momento in cui la coppa sarà levata al cielo.
L’altro bambino racconta invece il dramma della dittatura e dei desaparecidos.
Lui vuole giocare ad un altro gioco: non desidera giocare per una nazione sconvolta dalla dittature e non desidera alzare la coppa del mondo nel proprio paese.
Argentina’78. Molte figurine ce l’ho, alcune son doppioni, altre desaparecidos.

Entrata gratuita

Precederà alle ore 19,30 lo spettacolo di LabIT GIOBBE (O DEL SUPPLIZIO DI DIO)

Il Compagno Romeo

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Questa è la storia del compagno Romeo

che non sapeva stare in corteo

ad ogni carica della polizia

cadeva, inciampava e diventava rosso

perché s’era fatto la molotov addosso

perdeva gli occhiali

restava staccato

sbagliava gli slogan

cantava stonato

se dava una mano

a far barricate

restava ogni volta

con le mani incastrate

se partecipava

agli espropri nei bar

soltanto cedrata

riusciva ad espropriar

in quanto alle bottiglie

per uso militare

tutte nella sua macchina

gliele facean portare

(per cui la sua seicento

nei giorni duri e belli

sembra l’enoteca

di Luigi Veronelli)

e una volta, guidando

sul luogo della lotta

tamponò una Mercedes

e fece Piedigrotta

giunto, tra i candelotti

fitti da fa paura

vide venirgli accanto

nel fumo una figura

compagno! Gli gridò

passami il sampietrino

e innanzi si trovò

l’appuntato Padalino

seguì colluttazione

con scambio di pappine

Romeo dentro ad un portone

riuscì a scappare infine

ed eccoli gli agenti

che attaccano il corteo

con un pavè tra i denti

si lancia il buon Romeo

bang! E il sasso vola

a colpire un gippone

bang! Ed un altro sasso

tira con precisione

s’ode un grido! Romeo

l’hai fatta proprio bella

ha preso nella testa il povero Pannella

lo chiama il capitano

del plotone autonomia

Romeo sei un disastro

è meglio se vai via

Romeo piangente e mesto

tornò a casa e abbozzò

entrò nel Manifesto

e più non ci pensò

ma se sotto al balcone

vede sfilar gli armati

gli viene il lacrimone

per i tempi passati

e per sfogarsi un po’

quando nessuno lo sente

sfascia una macchinina

presa alla Rinascente

Questa è la storia del compagno Romeo

che non sapeva stare in corteo.

Stefano Benni,
da Prima o poi l’amore arriva
1983

Attesa…

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Sono in trepidante attesa e incrocio le dita.
Ieri sera, peccato, la Romania non ce l’ha fatta…

Sarò anti-italiana?
Fatto sta che spero nel buon cuore dei giocatori olandesi nel far vincere la Romania
e spero che la Francia tiri fuori, solo per l’occasione magari, 
il suo spirito revanchista….

Odio gli indifferenti

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Pier Paolo Pasolini di fronte le ceneri di Antonio Gramsci, Cimitero Acattolico di Roma (1961)

Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita.
Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

Antonio Gramsci, 11 febbraio 1917

Lavorare stanca e uccide (made in Japan)

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Da Repubblica:

Tutto il tempo che ho passato è stato sprecato”. In una giornata di marzo del 1999, ancora prima che i germogli di ciliegio cominciassero a sbocciare, un ragazzo di 23 anni, Yuji Uendan, in preda a una forte depressione causata dall’eccesso di lavoro, si è tolto la vita. È stato trovato nel suo appartamento di Kumagaya, alla periferia di Tokyo, con quelle parole scribacchiate su una lavagnetta bianca che usava per l’elenco degli appuntamenti giornalieri.

Uendan aveva lavorato per quasi 16 mesi come ispettore di apparecchiature per la produzione di semiconduttori, in una stanza asettica con una luce soffusa giallastra nella fabbrica della Nikon a Kumagaya, vestito dalla testa ai piedi con una divisa bianca sterile.

Era stato assunto dall’appaltatrice Nextar (oggi Atest) che lo mandava per incarichi a termine alla Nikon, una delle principali produttrici giapponesi di macchine fotografiche e dispositivi ottici. Uendan faceva turni di giorno e di notte di 11 ore a rotazione, con straordinari e viaggi extra che gli facevano raggiungere le 250 ore al mese.

Nel suo ultimo periodo di lavoro all’interno della fabbrica era arrivato a 15 ore consecutive senza un giorno libero. Soffriva di mal di stomaco, insonnia, intorpidimento delle estremità. In poco tempo era dimagrito di 13 chili.

“Aveva la faccia molto tirata” racconta la madre, Noriko Uendan, 59 anni, che ha cominciato a soffrire di angina dalla morte del figlio e ora porta sempre con sé pillole di nitroglicerina. “Mi fa soffrire pensare a quanti giorni è rimasto lì, da solo, prima che lo trovassero”.

Nel marzo del 2005, il tribunale distrettuale di Tokyo ha dichiarato che sia la Nextar sia la Nikon erano da ritenersi responsabili per la morte di Uendan e ha ordinato a entrambe le aziende il risarcimento dei danni. “È stata una vittoria senza precedenti per i lavoratori temporanei”, ha detto l’avvocato di Uendan, Hiroshi Kawahito, che è anche segretario generale del Consiglio di difesa nazionale per le vittime di “Karoshi”. L’espressione giapponese che sta a significare “morto per eccesso di lavoro” ormai è stata adottata anche dalla lingua inglese, basta consultare il dizionario Oxford.

“Si è trattato del primo caso in cui non solo l’azienda che forniva personale temporaneo, ma anche quella che lo riceveva, sono state condannate per negligenza” ha aggiunto Kawahito. Ma la causa non è conclusa. Entrambe le aziende sono ricorse in appello, ma la madre della vittima non intende darsi per vinta.

La battaglia legale perciò continua alla corte d’appello di Tokyo, dove alla fine di gennaio si è tenuta la dodicesima udienza. “Negli ultimi anni, sempre più lavoratori temporanei sono stati costretti a lavorare tanto quanto i dipendenti a tempo pieno ed è molto comune che le società appaltatrici forniscano illegalmente ai propri clienti dipendenti di fatto come se fossero interinali o temporanei”, dice Koji Morioka, professore di economia e autore di The Age of Overwork, L’era del lavoro eccessivo. “Visto lo status quo, il caso di Uendan ha un’importanza particolare perché si è trattato in assoluto della prima richiesta di indennizzo per il suicidio di un lavoratore temporaneo a causa di straordinari ed eccesso di lavoro.”

La questione del “karojisatsu”, letteralmente “suicidio dovuto all’eccesso di lavoro” è un problema serio in Giappone. Il numero di suicidi è aumentato drasticamente, superando i 30 mila casi dal 1998, quando il tasso di disoccupazione raggiunse un record dai tempi del dopoguerra. Secondo gli ultimi dati dell’Organizzazione mondiale della Sanità, il numero di suicidi in Giappone è quasi il doppio di quello negli Stati Uniti. L’ultimo studio dell’agenzia di Polizia nazionale giapponese evidenzia che nel 2006 si sono tolte la vita, in tutto il paese, 32.155 persone. Kawahito stima che più di cinquemila suicidi ogni anno sono il risultato della depressione causata da eccesso di lavoro.

Secondo le ultime stime dell’Organizzazione internazionale del Lavoro, ILO, il Giappone detiene il primato di dipendenti che superano le 50 ore a settimana (28,1 per cento), mentre nella maggior parte dei paesi dell’Unione Europea, la cifra non va oltre il 10 percento (in Italia siamo al 4,2 per cento).

“L’era del lavoro eccessivo” riporta che la quota di ferie retribuite da parte dei dipendenti giapponesi è scesa al 47 percento nel 2004 dal 61 per cento del 1980. “I troppi straordinari quasi impediscono ai lavoratori di godere di ferie retribuite e questo costituisce un problema” sostiene Kosuke Hori, a capo dell’Associazione giapponese degli avvocati del lavoro.

Il Giappone non ha ratificato alcuna Convenzione dell’ILO sull’orario lavorativo, comprese la Convenzione 132 relativa alle ferie retribuite e la Convenzione 1 sulle ore di lavoro. La legge nazionale non mette un tetto al lavoro straordinario per certe professioni e in certe condizioni. “Quando si tratta di ore lavorative – Marioka scrive nel suo libro – in Giappone non c’è alcun riferimento agli standard internazionali”.

“Ho giurato su mio figlio mentre era in coma che non mi sarei mai arresa – ha detto la madre di Yuji Uendan – e spero davvero che in futuro le aziende giapponesi lascino avere vite dignitose ai propri dipendenti, tanto da arrivare a morire di vecchiaia”.

Feuilleton

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Tutti ricordano questi occhi!

La Tigre di Mompracem! Il corsaro che combatteva gli inglesi!

Ma il suo grande consigliere???
Il mio grande regolatore?
Yanez il corsaro portoghese, fedelissimo della Tigre della Malesia
…ce lo siamo dimenticati??
Che tempi…che tempi

LUNGA VITA ALLA REPUBBLICA NEPALESE!

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Nepal_bandiere

Scontri a Kathmandu
tra
polizia e manifestanti
repubblicani

Un gruppo di manifestanti inneggianti alla repubblica si è scontrato oggi con la polizia nei pressi del palazzo reale di Kathmandu, sede del re Gyanendra, destituito da un voto dell’Assemblea costituente lo scorso mercoledì. I manifestanti, che chiedono al monarca di lasciare il palazzo (a Gyanendra sono stati dati 15 giorni per ritirarsi) hanno lanciato pietre e provato ad assalire l’edificio. L’Assemblea, in cui sono presenti gli ex-ribelli maoisti, ha deciso di trasformare il Nepal in una repubblica, dopo 240 anni di regno della dinastia Shah. Re Gyanendra non ha ancora rilasciato dichiarazioni da mercoledì.

(Da Peacereporter)

La vecchia bandiera era stata ammainata ieri.
Dopo 240 anni circa di monarchia, il Nepal è finalmente una repubblica, federale.
Le manifestazioni intorno al Palazzo reale erano state vietate; nonostante ciò, in questi ultimi giorni, migliaia di persone sono scese in piazza per festeggiare la nascita del nuovo stato e sollecitare l’ex re Gyanendra ad andarsene via e lasciare il palazzo.

LUNGA VITA ALLA REPUBBLICA NEPALESE!

VIA GYANENDRA!

PRIMAVERANEPALESE

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