Piccoli annunci – W.Szymborska

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CHIUNQUE sappia dove sia finita

la compassione (immaginazione del cuore)

- si faccia avanti! Si faccia avanti!

Lo canti a voce spiegata

e danzi come un folle

gioendo sotto l’esile betulla,

sempre pronta al pianto.

INSEGNO il silenzio

in tutte le lingue

mediante l’osservazione del cielo stellato,

delle mandibole del Sinanthropus,

del salto della cavalletta,

delle unghie del neonato,

del placton,

d’un fiocco di neve.

RIPRISTINO l’amore.

Attenzione! Offerta speciale!

Siete distesi sull’erba

del giugno scorso immersi nel sole

mentre il vento danza

(quello che in giugno

guidava il ballo dei vostri capelli).

Scrivere a: Sogno.

SI CERCA persona qualificata

per piangere

i vecchi che muoiono

negli ospizi. Si prega

di candidarsi senza certificati

e offerte scritte.

I documenti saranno stracciati

senza darne ricevuta.

DELLE PROMESSE del mio sposo,

che vi ha ingannato con i colori

del mondo popoloso, il suo brusio,

il canto alla finestra, il cane fuori:

che mai resterete soli

nl buio e nel silenzio tutt’intorno

- non posso rispondere io.

La Notte, vedova del Giorno.

(da Appello allo Yeti)

Ciao Wislawa, il libro degli eventi è sempre aperto a metà.

Sei la terra che aspetta – C.Pavese

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Hai un sangue, un respiro.

Sei fatta di carne

di capelli di sguardi

anche tu. Terra e piante,

cielo di marzo, luce,

vibrano e ti somigliano ‒

il tuo riso e il tuo passo

come acque che sussultano ‒

la tua ruga fra gli occhi

come nubi raccolte ‒

il tuo tenero corpo

una zolla nel sole.

Hai un sangue, un respiro.

Vivi su questa terra.

Ne conosci i sapori

le stagioni i risvegli,

hai giocato nel sole,

hai parlato con noi.

Acqua chiara, virgulto

primaverile, terra,

germogliante silenzio,

tu hai giocato bambina

sotto un cielo diverso,

ne hai negli occhi il silenzio,

una nube, che sgorga

come polla dal fondo.

Ora ridi e sussulti

sopra questo silenzio.

Dolce frutto che vivi

sotto il cielo chiaro,

che respiri e vivi

questa nostra stagione,

nel tuo chiuso silenzio

è la tua forza. Come

erba viva nell’aria

rabbrividisci e ridi,

ma tu, tu sei terra.

Sei radice feroce.

Sei la terra che aspetta.

(Hai un sangue, un respiro
da Verra la morte e avrà i tuoi occhi)

Se scuoti la bottiglia sgrenoluta risorgono megoni e gastrifèmi – F.Maraini

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Bottiglie

Non siamo tutti simili a bottiglie

ripiene di ricordi e cronicaglie?

Bistròccoli, fruschelli, filaccetti

ricolmano le pance trasparine,

fanfàggini, birìdilli, nulletti

s’asserpano in ghirlande cilestrine…

Se scuoti la bottiglia sgrenoluta

risorgono megoni e gastrifèmi,

rispuntano tra mèmmola grognuta

nascosti vercigogni e schifilemi.

Talvolta vedi invece lumigenti

mirìagoli, trigèridi, fernuschi,

e piangi su gavati struggimenti

finiti coi patassi tra i rifiuschi.

Non tornano a riviverle le facce

d’amici e d’amorilli luscherosi?

Risplodono le voci, le morcacce

d’incontri cuspidali e trucidiosi!

Poi un giorno la bottiglia si tracassa,

il vetro si sbirèngola nel sole

in croccherucci verdi, in patafrassa,

tra l’erbe cucche e cionche di pagliòle.

Ahi dove sono allora i gaviretti,

i nobili tracordi, i rimembrilli,

i càccheri, gli smèrmidi, i frulletti,

i mòrfani, gli sghèfani gentili?

Sdrafànico mistero di bottiglia

bottiglia di sdrafànico mistero.

(da Gnòsi delle fanfole)

Le api sono grosse gocce di miele…(N.Hikmet)

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Dieci giorni bastano per innamorarsi di Istanbul, la città delle città.

Il centro culturale che ricorda Nazim HIkmet si trova a Kadikoy, sulla sponda asiatica. Il quartiere saluta il tuo arrivo in vapur con un lungo molo e le gru rosse che si stagliano a nascondere la vecchia stazione dei treni per l’Anantolia.
Una traversa della strada principale frequentata da artisti e artgiani porta ad un grande caffè all’ombra di una pergola. Il Centro culturale dedicato al poeta morto in esilio è una biblioteca, sala letture, libreria e ospita iniziative di vario genere. Putroppo, che io sappia, è l’unico in città. Hikmet è un pò come un fantasma ad Istanbul: vive in luoghi segreti come le piccole e disordinate librerie di Beyoglu, passeggia nei cimiteri incustoditi tra le tombe a turbante, attraversa il Bosforo con gli uccelli nel tramonto miele e annusa l’aria a naso in sù prima di perdersi in Anatolia.

Un pò difficile aspettarsi particolari riconoscimenti ufficiali nei suoi confronti nella città-vetrina della Turchia. Ma il suo canto risuona ancora, alle porte di Madrid come in Russia come in Anatolia.

Buona lettura.

***

Le api sono grosse gocce di miele.

Le api portano le pergole al sole.

Le api sono venute volando via dalla mia giovinezza.

Anche queste mele vengono di là

queste mele pesanti.

E questa strada di polvere dorata

e questi sassi bianchi in riva la fiume

e la mia fede nei canti

e il fatto che io non vidi nessuno

e anche questa giornata senza nubi viene di là

questa giornata azzurra

e questo mare che sta disteso nudo e caldissimo

e questa nostalgia

e i denti luminosi di questa bocca dalle labbra carnose son

venuti al villaggio caucasicotra le zampette delle api come

grosse gocce di miele

dalla mia giovinezza.

Dalla mia giovinezza che io ho lascista non so dove

e di cui non mi sono potuto saziare

(1958)

***

Il noce

La mia testa è una nuvola schiumosa,
il mare è nel mio petto.
Io sono un noce nel parco Ghiulkhan,
cresciuto, vecchio, ramoso – guarda! -
ma né la polizia né tu lo sapete.

Io sono un noce nel parco Ghiulkhan.
E le foglie, come pesciolini, vibrano dall’alba alla sera,
frusciano come un fazzoletto di seta; prendi,
strappale, o mia cara, e asciuga le tue lacrime.

Le mie foglie sono le mie mani, centomila mani verdi,
centomila mani io tendo, e ti tocco, Istanbul.
Le mie foglie sono i miei occhi, e io guardo intorno,
con centomila occhi ti guardo, Istanbul.

Le mie foglie battono, come centomila cuori.
Io sono un noce nel parco Ghiulkhan,
ma né la polizia né tu lo sapete.

(1957)

Ringraziamento – W.Szymborska

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Devo molto
a quelli che non amo.
Il sollievo con cui accetto
che siano più vicini a un altro.

La gioia di non essere io
il lupo dei loro agnelli.

Mi sento in pace con loro
e in libertà con loro,
e questo l’amore non può darlo,
ne’ riesce a toglierlo.

Non li aspetto
dalla porta alla finestra.
Paziente
quasi come un orologio solare,
capisco
ciò che l’amore non capisce,
perdono
ciò che l’amore non perdonerebbe mai.

Da un incontro a una lettera
passa non un’eternità,
ma solo qualche giorno o settimana.

I viaggi con loro vanno sempre bene,
i concerti sono ascoltati fino in fondo,
le cattedrali visitate,
i paesaggi nitidi.

E quando ci separano
sette monti e fiumi,
sono monti e fiumi
che si trovano in ogni atlante.

E’ merito loro
se vivo in tre dimensioni,
in uno spazio non lirico e non retorico,
con un orizzonte vero, perchè mobile.

Loro stessi non sanno
quanto portano nelle mani vuote.

“Non devo loro nulla” -
direbbe l’amore
su questa questione aperta.

(da Vista con granello di sabbia)

_Calvinate_Il blog Le città invisibili

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Buongiorno e scusate la latitanza.
Fortunatamente ho un bel pò di cose da fare e molto lavoro.

Ho tempo però per segnalare un sito che si presenta così:

….abbiamo letto, riletto tra le righe, sottolineato, interpretato, discusso e fantasticato sulle immagini che potevano rappresentare le frasi salienti di ogni città…..frugato tra foto già fatte….scattate di nuove occasionalmente e pianificato viaggi per farne altre appositamente…
Ora le 55 foto ci sono….sono state scelte….ma questa è sola la prima di una lunga serie a cui il progetto ambisce…..
Un work in progress, aperto a tutti coloro che desiderino proporre un’immagine propria…
Risoluzione, formato, ecc… non costituiscono fattore discriminante in quanto il focus del progetto è legato alla ricerca di significato… delle emozioni che scaturiscono dalla lettura immersi nel grande Impero di Kublai Khan.
(dalla pagina Il Progetto)
Il sito si chiama LE CITTA’ INVISIBILI cliccate e troverete quello che cercate o no o forse molto altro…
Davvero un bellissimo progetto complimenti.
Lily Brik

da La corsa del tempo – A.Achmatova (2)

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Nella mitologia dei popoli slavi orientali la rusalka è un essere con sembianze di donna giovane e bella che vive nelle acque dei fiumi, laghi e stagni. Come le sirene del mito classico, le rusalki avevano il potere di sedurre con i loro canti e le loro grazie l’uomo che le incontrava, salvo poi uccidere il malcapitato trascinandolo in acqua. L’immagine della rusalka è comune alla poesia russa di epoca romantica.

Sono giunta fin qui, oziosa,

è lo stesso per me dove annoiarmi!

Sopra il colle il mulino riposa.

Qui puoi stare in silenzio per anni.

 

Su una cuscuta secca

volteggia un’ape sommessa;

chiamo nello stagno la rusalka,

ma la rusalka è morta.

 

L’ampio stagno si interra,

si copre di fango rossastro;

sottile la luna risplende

sul palpito della tremula

 

Come mi fosse nuovo, osservo tutto.

Umido aroma dei pioppi.

E taccio. Taccio, pronta

ad essere te di nuovo, terra.

1911

 

(Venezia)

Colombaia dorata sull’acqua,

tenera e verde struggente,

e una brezza marina che spazza

la scia sottile delle barche nere.

 

Che dolci, strani volti tra la folla,

nelle botteghe lucenti di balocchi:

un leone col libro su un cuscino a ricami,

un leone col libro su una colonna di marmo.

 

Come su di un’antica tela scolorita,

il cielo azzurro fioco si rapprende…

ma non si è stretti in quest’angustia,

e non opprimono l’umido e l’afa.

1912

da La corsa del tempo – A.Achmatova

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Mi diverte quando sei ubriaco

e nelle tue storie non c’è senso.

Un autunno precoce ha sparpagliato

gialli stendardi sugli olmi.

Ci addentrammo in un falso paese,

ora ce ne pentiamo amaramente,

ma perchè sorridiamo di un sorriso

strano e raggelato?

Al posto di una pacifica gioia

volevamo un dolore che mordesse…

no, non lascerò il mio compagno

dissoluto e tenero.

1911

C’è nel contatto umano un limite fatale,

non lo varca né amore né passione,

pur se in muto spavento si fondono le labbra

e il cuore si dilacera d’amore.

Perfino l’amicizia vi è impotente,

e anni d’alta, fiammeggiante gioia,

quando libera è l’anima ed estranea

allo struggersi lento del piacere.

Chi cerca di raggiungerlo è folle,

se lo tocca soffre una sorda pena…

ora hai compreso perchè il mio cuore

non batte sotto la tua mano.

1915 – a Nikolaj Vladmirovic Nedobrovo

(Il salice)

Io crebbi in un silenzio arabescato

in un’ariosa stanza del nuovo secolo.

Non mi era cara la voce dell’uomo,

ma comprendevo quella del vento.

Amavo la lappola e l’ortica,

e più di ogni altro un salice d’argento.

Riconoscente, lui visse con me

la vita intera, alitando di sogni

con i rami piangenti la mia insonnia.

Strana cosa, ora gli sopravvivo.

Lì sporge il ceppo, e con voci estranee

parlano di qualcosa gli altri salici

sotto quel cileo, sotto il nostro cielo.

Io taccio…come se fosse morto un fratello.

1940

Forse qui nel cuore – J.Saramago

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Qui nel cuore, forse, o meglio ancora:

una ferita inferta col coltello,

da cui sfugge la vita, sperperata,

in tutta la coscienza ci ferisce.

 

Desiderare, volere, non bastare,

disillusa ricerca del motivo

che spieghi il nostro esistere casuale,

questo è che duole, forse qui nel cuore.

Monologo per Cassandra – W.Szymborska

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Su Cassandra avevo citato in precedenza Christa Wolf con La prova del dolore e Polissena e Pantoo.

Non ho potuto fare a meno di ricorrere anche a Wislawa, perchè coglie uno sguardo disincantato, cinico e duro. La sconfitta.

Nella Wolf prevaleva più l’orgoglio e un rancore indelebile.

Sono io, Cassandra.

E questa è la mia città sotto le ceneri.

E questi i miei nastri e la verga del profeta.

E questa è la mia testa piena di dubbi.

 

E’ vero, sto trionfando.

I miei giusti presagi hanno acceso il cielo.

Solamente i profeti inscoltati

godono di simili viste.

Solo quelli partiti con il piede sbagliato,

e tutto potè compiersi tanto in fretta

come se mai fossero esistiti.

 

Ora rammento con chiarezza:

la gente al vedermi si fermava a metà.

Le risate morivano.

Le mani si scioglievano.

I bambini correvano dalle madri.

Non conoscevo neppure i loro effimeri nomi.

E quella canzoncina sulla foglia verde –

nessuno la finiva in mia presenza.

 

Li amavo.

Ma dall’alto.

Da sopra la vita.

Dal futuro. Dove è sempre vuoto

e nulla è più facile che vedere la morte.

Mi spiace che la mia voce fosse dura.

Guardatevi dall’alto delle stelle – gridavo-

guardatevi dall’alto delle stelle.

Sentivano e abbassavano gli occhi.

 

Vivevano nella vita.

Permeati da un grande vento.

Con sorti già decise.

Fin dalla nascita in corpi da commiato.

Ma ‘era in loro un’umida speranza,

una fiammella nutrita del proprio luccichio.

Loro sapevano cos’è davvero un istante,

oh, almeno uno, uno qualunque

prima di-

 

E’andata come dicevo io.

Solo che non ne viene nulla.

E questa è la mia veste bruciacchiata.

E questo è il mio ciarpame di profeta.

E questo il mio visto stravolto.

un viso che sapeva di poter essere bello.

 

(da La gioia di scrivere, Gli Adelphi)

________________Novità

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L’autore spagnolo, a cento anni dalla morte di Emilio Salgari,

omaggia Sandokan, Yanez e le tigri di Mompracem.

 

Le tigri tornano…più antimperialiste che mai!

 

 

 

 

________Novità

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Emanuela Valentini,

Il Cuore di Lola

 

2010 in review

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QUESTO E’ STATO IL MIO BLOG NELL’ANNO 2010 :)

 

The stats helper monkeys at WordPress.com mulled over how this blog did in 2010, and here’s a high level summary of its overall blog health:

Healthy blog!

The Blog-Health-o-Meter™ reads This blog is on fire!.

Crunchy numbers

Featured image

The average container ship can carry about 4,500 containers. This blog was viewed about 22,000 times in 2010. If each view were a shipping container, your blog would have filled about 5 fully loaded ships.

 

In 2010, there were 12 new posts, growing the total archive of this blog to 198 posts. There were 7 pictures uploaded, taking up a total of 215kb.

The busiest day of the year was January 21st with 159 views. The most popular post that day was All’amato se stesso – Majakovskij.

Where did they come from?

The top referring sites in 2010 were facebook.com, it.wordpress.com, search.conduit.com, google.it, and baruda.net.

Some visitors came searching, mostly for majakovskij poesie, marocco, all’amato se stesso dedica queste righe l’autore, vettriano, and boris vian poesie.

Attractions in 2010

These are the posts and pages that got the most views in 2010.

1

All’amato se stesso – Majakovskij December 2008
3 comments and 1 Like on WordPress.com,

2

Majakovskij – Tre poesie August 2008

3

Perchè leggere i classici – Italo Calvino April 2009
1 comment

4

Il Flauto di Vertebre – Majak November 2009
2 comments

5

Boris Vian – Tre poesie September 2008
1 comment

Il Flauto di Vertebre – Majak

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Da molto che non metto qualcosa del grande poeta della Rivoluzione.

Oggi mi sembra un giorno adatto per Il Flauto di Vertebre, un poema straziante, dedicato ad un amore finito, disperato, maledetto.

E’ un lungo travaglio questo poema, ma vale la pena.

Lo scritto d’amore più bello.


PROLOGO

A voi tutte che siete piaciute o piacete,

che conservate icone nell’antro dell’anima,

come coppa di vino in un brindisi,

levo il cranio ricolmo di canti.

Sempre più spesso mi chiedo

se non sia meglio mettere un punto

d’un proiettile sulla mia sorte.

Oggi darò

in ogni caso,

un concerto d’addio.

Memoria!

Raduna nella sala del cervello

le schiere inesauribili delle amate.

Da un occhio all’altro effondi il sorriso.

D’antiche nozze travesti la notte.

Di corpo in corpo effondete la gioia.

Che nessuno dimentichi una simile notte.

Oggi io suonerò il flauto

sulla mia colonna vertebrale.


1.

Miglia di strade i miei passi calpestano.

Dove andrò a nascondere il mio inferno?

Da quale Hoffmann celeste

sei stata concepita, maledetta?

Sono anguste le strade per una tempesta di gioia.

Gente adorna la festa senza posa attingeva.

Penso.

I pensieri, grumi di sangue,

infermi e rappresi strisciano via dal cranio.

Io,

taumaturgo di ogni tripudio,

non ho con chi andare alla festa.

Cadrò di schianto, supino,

sfracellandomi il cranio sulle pietre del Nevski!

Ho bestemmiato.

Ho urlato che Dio non esiste,

e lui ha tratto dal fondo dell’inferno

una donna che farebbe tremare una montagna,

e mi ha comandato:

amala!

Dio è soddisfatto.

Nell’erta sotto il cielo

un uomo tormentato s’è inselvatichito e spento.

Dio si strapiccia le mani.

Dio pensa:

aspetta, Vladimir!

L’ha escogitato lui, lui,

per non farmi scoprire il tuo mistero,

di darti un marito vero

e di porre sul pianoforte note umane.

Se furtivo m’accostassi alla soglia della tua alcova,

per far la croce sulla nostra coperta,

lo so,

si sentirebbe puzzo di lana bruciata

e fumo solfureo si leverebbe dalla carne del diavolo.

Ma invece fino all’alba

l’orrore che tu fossi condotta ad amare

m’ha sconvolto,

e le mie grida

ho sfaccettato in versi,

gioielliere già in preda alla follia.

Giocare a carte!

Sciacquare

nel vino la rauca gola del cuore!

Non ho bisogno di te!

Non voglio!

Non importa,

lo so

che creperò fra breve.

Se è vero che esisti,

o Dio

o mio Dio,

se hai intessuto il tappeto di stelle,

se questo tormento,

moltiplicato ogni giorno,

è, Signore, una prova mandata giù da te,

indossa la toga del giudice.

Aspetta la mia visita.

Sono puntuale,

non tarderò di un giorno.

Ascolta, altissimo inquisitore!

Serrerò la bocca.

Non udranno un grido

dalle labbra morse.

Legami alle comete, come alle code dei cavalli,

trascinami,

squarciandomi sulle punte delle stelle.

Oppure,

quando l’anima mia sloggerà

per venire al tuo tribunale,

accigliandoti ottusamente,

come una forca

distendi la Via Lattea,

e subito impiccami come un criminale.

Fa’ quello che ti pare.

Squartami, se vuoi.

Io stesso, giusto, ti laverò le mani.

Però,

ascolta!

Portati via la maledetta,

che m’hai comandato d’amare!

Miglia di strade i miei passi calpestano.

Dove andrò a nascondere il mio inferno?

Da quela Hoffmann celeste

sei stata concepita, maledetta?


2.

Il cielo,

fumoso, immemore d’azzurro

e le nubi a brandelli come profughi

rischiarerò nell’alba del mio ultimo amore,

vivido come l’incarnato di un tisico.

La mia gioia ricoprirà il ruggito

dell’ammasso, dimentico

del tepore domestico.

Uomini,

ascoltate!

Uscite dalle trincee.

Combatterete dopo.

Anche se dura la battaglia,

ubrica di sangue e vacillante come Bacco,

le parole d’amore non sono vane.

Cari tedeschi!

Io so

che avete sul labbro

la Margherita di Goethe.

Muore il francese

sulla baionetta sorridendo,

cone un sorriso si schianta l’aviatore ferito,

se ricorda

il bacio della tua bocca,

Traviata.

Ma a me che importa

della rosea polpa,

che i secoli masticheranno?

Oggi stendetevi ad altri piedi!

canto te,

imbellettata,

fulva.

Forse di questi giorni,

orrendi come aguzze baionette,

quando i secoli avranno canuta la barba,

resteremo soltanto

tu

ed io,

che t’inseguirò di città in città.

Sarai mandata di là dal mare,

ti celerai nel covo della notte:

ti bacerò attraverso la nebbia di Londra

con le labbra di fuoco dei lampioni.

In lente carovane percorrerai i torrdi deserti,

dove stanno leoni in agguato:

per te

sotto la polvere, strappata dal vento,

sarà un Sahara la mia guancia ardente.

Con un sorriso sulle labbra guardami,

vedrai

che torero che io sono!

E d’improvviso

getterò sul tuo palco la mia gelosia

come l’occhio morente del toro.

Se portando il tuo passo distratto sul ponte,

penserai

che si sta bene laggiù,

sarò io

sotto il ponte la corrente della Senna,

e ti chiamerò,

digrignando i putridi denti.

Con un altro incendierai nel fuoco dei cavalli

Strelka o Sokolniki.

Io starò in alto a farti soffrire

come un’ignuda luna in attesa.

Sono forte,

avranno bisogno di me

e mi ordineranno:

muori in battaglia!

Il tuo nome

sarà l’ultimo

rappreso sul mio labbro lacerato dal proiettile.

Finirò sul trono?

o a Sant’Elena?

Dominati i flutti tempestosi della vita,

sarò  ugualmente candidato

al regno dell’universo

e al lavoro forzato.

Se è mio destino d’essere re,

il tuo viso

ordinerò di coniare al mio popolo

nell’oro vivo dell mie monete!

O laggiù,

dove si scolora il mondo nella tundra,

dove traffica il fiume col vento del nord,

sul ferro graffierò il tuo nome, Lilia,

e le catene bacerò nel buio della galera.

Ascoltate, immemori dell’azzurro cielo,

irsuti,

come bestie feroci.

Al mondo, forse,

questo ultimo amore

è un’alba vivida come l’incarnato di un tisico.


3.

Scorderò l’anno, la data, il giorno.

Mi chiuderò solo con un foglio di carta.

Avverati, magia sovrumana,

delle parole illuminate di pianto!

Oggi, appena entrato nella tua casa,

mi sono sentito

a disagio.

Tu celavi qualcosa nell’abito di seta

e s’effondeva nell’aria un profumo d’incenso.

Sei felice?

Hai risposto un freddo:

“Molto.”

L’inquietudine ha rotto l’argine della ragione.

Accumulo disperazione, nel delirio della febbre.

Ascolta,

tannto non ci riesci

a celare il cadavere.

Scagliami in viso la parola terribile.

Ogni tuo muscolo urla

lo stesso

come in un megafono:

è morto, è morto, è morto.

No,

rispondi.

Non mentire!

(Come farò a tornare indietro così?)

Come due tombe

ti si scavano gli occhi nel viso.

Le due fosse si inabissano.

Non se ne vede il fondo.

Mi sembra

di crollare sul palco dei giorni.

Come una fune, ho teso l’anima sul precipizio

e vi ho fatto  l’equilibrista, giocoliere di parole.

Lo so,

ormai l’ha consunto l’amore.

Da tanti segni indovino la noia.

Fammi tornare giovane nell’anima.

La gioia del corpo fa’ di nuovo conoscere al cuore.

Lo so,

per una donna sempre si paga.

Non fa niente,

se intanto,

non ti vestirò conl’elegante abito di Parigi

ma soltanto col fumo della sigaretta.

Il mio amore,

come un apostolo d’età remote,

diffonderò per mille e mille strade.

Da secoli è pronta per te una corona,

ove sono incastonate le mie parole:

arcobaleno di spasimi.

Come fecero vincere Pirro

gli elefanti con passi di due quintali,

così io ho sconvolto il tuo cervello col passo del genio.

Invano.

Non potrò piegarti.

Gioisci,

gioisci

d’avermi finito!

Ora è tale l’angoscia che desidero

soltanto fuggire al canale

e il capo cacciare nell’acqua digrignante.

Mi hai offerto le labbra.

Con quanta indifferenza.

Le ho sfiorate e m’hanno ghiacciato.

M’è parso di baciare in penitenza

un monastero intagliato nella fredda pietra.

Hanno sbattuto

la porta.

É entrato lui,

rorido della gaiezza delle strade.

Io

come un gemito mi sono spezzato in due.

Gli ho gridato:

“Va bene!

Me ne andrò!

Va bene!

Rimarrà tua.

Ricoprila di stracci,

le sete appesantiscono le sue timide ali.

Bada che non s’involi.

Appendile al collo

come una pietra collane di perle!”

Oh, questa

che notte!

Ho spremuto a non finire la mia disperazione.

Al mio pianto e al mio riso

il muso della stanza s’è torto in una smorfia d’orrore.

E come una visione sorse a te il tuo sembiante,

sul suo tappeto effondevi l’aurora dei tuoi occhi,

quasi un sogno evocasse un nuovo Bialik

un’abbagliantte regina ebraica di Sion.

Nel tormento ho piegato i ginocchi

dinanzi a colei che non è più mia.

A mio paragone

re Alberto,

arresosi con tutte le sue fortezze,

è un festeggiato ricolmo di regali.

Indoratevi al sole, fiori ed erbe!

Dilagate in primavera, vita di tutti gli elementi!

Io un solo veleno desidero:

bere e bere sempre versi.

Tu che hai saccheggiato il mio cuore,

privandolo di tutto,

e nel delirio m’hai lacerato l’anima,

accogli, cara, il mio dono,

forse più nulla io potrò inventare.

Ornate a festa la data di oggi.

Avverati,

magia simile alla passione di Cristo.

Vedete,

sulla carta sono trafitto

con i chiodi delle parole.


(1915)

…non si può che amare la terra con cui hai condiviso il freddo,

quello più intimo, il ghiaccio perenne che mi porto dentro…

Non è poi così triste Venezia…

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COSMONAUTA

di Susanna Nicchiarelli

(sezione Controcampo italiano)

All’inizio degli anni sessanta Arturo e Luciana, fratello e sorella, comunisti convinti e appassionati, seguono insieme la cronaca della corsa allo spazio, tifando per i cosmonauti sovietici. A poco a poco però, mentre crescono, il rapporto tra i due si complica: Luciana, adolescente aggressiva e spregiudicata, comincia ad avere i primi fidanzati e a vergognarsi sempre di più di quel buffo fratellone che invece, forse per via dell’epilessia, sembra non maturare mai.

E questo il bel trailer del film: COSMONAUTA_TRAILER

Nella sezione Settimana internazionale della critica segnalo inoltre:

GOOD MORNING AMAN di Claudio Noce

Aman, ventenne somalo cresciuto a Roma, lavora presso un rivenditore di auto usate. La notte, poiché soffre di insonnia, cammina senza meta per le strade dell’Esquilino, tra la stazione Termini e piazza Vittorio. Una sera, introdottosi di nascosto sul terrazzo condominiale di un palazzo, fa la conoscenza di Teodoro, un ex pugile quarantenne dal passato oscuro. Tra i due nasce un’amicizia che via via si trasforma in un legame dai contorni fortemente ambigui. Teodoro si serve del ragazzo, ma a sua volta Aman intravede nel rapporto con l’uomo la possibilità di un riscatto sociale.

I libri degli altri – Cortigiane

3 commenti

Intermezzo.
Spulciando qua e là: Memorie di una cortigiana veneziana, autrice a quanto pare anonima (o almeno io non sono riuscita a scoprirla).

Una piccola parentesi di letteratura erotica che inaugura la categoria: I LIBRI DEGLI ALTRI.

..e una chicca finale. Buona lettura.

[...]La descrizione dell’acquisto del dildo nel negozio di cristalli di Murano ci riempì di buonumore. Il negoziante le aveva chiesto di che musura lo volesse, e lei era rimasta così sbigottita da quella domanda che aveva risposto senza pensarci su: “il più grande che avete”.
Il negoziante era quindi tornato dal retrobottega portando con se un contenitore di tali dimensioni che Alina non poteva credere ai suoi occhi. Ella disse che più che di un dildo sembrava trattarsi di uno scalino per i piedi costruito per qualche bizzarro motivo a forma di pene. Aggiunse poi, rivolgendosi al negoziante, che no gli aveva chiesto il campanile di San Giorgio, e che sarebbe stato meglio vederne uno di dimensioni medio-piccole.
Il dildo in questione è ora poggiato sul tavolo qui davanti, e anche la sua misura appare spaventosa. E’ un oggetto di ottima fattura in vetro duro e liscio, dotato di un puntale estremamente realistico e di una piccola protuberanza a forma di testicoli dalla funzione di manico, in cui va inserito il tappo di sughero. Molte donne usano orinarci dentro, mentre Alina aveva preferito riempirlo di acqua calda. Abbiamo riso insieme all’idea che avrebbe inserito una provvista di acqua calda per il mio dildo  nella lista dei compiti giornalieri di cui personalmente si occupava. Cara Alina.
Faustolla ha una vera collezione di questi oggetti, in legno, cuoio e avorio oltre che di vetro. Ella preferisce tuttavia fare con le mani quando, raramente, non dispone di un membro vero e proprio.[...]

Da Memorie di una cortigiana veneziana

dido3

Sylvia Plath, Contusione

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Il colore affluisce nel punto, viola opaco.
Il resto del corpo è slavato,
colore di perla.

In un pozzo di roccia
il mare succhia ossessivo,
una cavità perno di tutto il mare.

Grande come una mosca,
il segno fatale
striscia giù per il muro.

Il cuore si chiude,
il mare rifluisce,
gli specchi sono velati.

(Da Poesie 1963)

da Satisfiction

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Stupendo l’aneddoto dell’autore su una rissa da lui scatenata a Livorno in occasione della messa in scena de La figlia di Iorio di D’annunzio.

L’ALTRA FACCIA DELLA PAURA – Mario Soldati

Lautore

L'autore

“Il coraggio”, dice il Tommaseo, “è una disposizione dell’animo a imprendere cose ardite e grandi, ad affrontar pericoli, a soffrire sventure e dolori”: ma il coraggio, aggiungo io, ha in comune con la bontà e con la poesia un’assoluta imprevedibilità da parte della persona che ne è capace. Per sapere se si è coraggiosi, o no, bisogna mettersi, o trovarsi, alla prova. Infine, non si tratta di una qualità necessariamente “permanente”. A volte, uomini che si sono dimostrati sempre vigliacchi e che, quindi, credono di esserlo, improvvisamente, per amore, o per disperazione, o addirittura per un supremo spasimo di vigliaccheria, diventano eroi. Viceversa: uomini che in più occasioni hanno dato prove di coraggio e che sono sicurissimi di non mancarne, tutto a un tratto, per qualche ragione misteriosa (pessimismo sul proprio avvenire o sugli scopi stessi dell’esistenza, tristezza derivante da una delusione d’amore, forse soltanto un periodo di stanchezza e di malinconia, o, ancora meno, un senso di solitudine e di nostalgia per la casa lontana) cedono al primo assalto di un’assurda, impreparata, istantanea paura che li travolge. L’esempio letterario più celebre di questo caso è il salto notturno di Lord Jim nel Mar Rosso. Lord Jim, ufficiale di marina, nell’età più bella, al colmo della giovinezza, pieno di speranza nella vita, ricco di fiducia in se stesso, romantico, nobile, fiero, non resiste a un omento di panico: e abbandona vilmente una nave carica di pellegrini che vanno alla Mecca. La nave poi non affonda, e Jim è squalificato nella sua professione: ma, più degli altri, è lui stesso a condannarsi, a non perdonarsi: finché il rimorso lo guida a un sacrificio volontario, a una morte eroica affrontata per dimostrare a se stesso la propria capacità di coraggio.
Ha scritto Emilio Cecchi che questa vicenda dell’eroe di Conrad rappresenta, simbolicamente, il destino umano: tutti, chi prima chi poi, a un certo momento “saltiamo”, tutti “abbandoniamo nella notte un carico di innocenti e di indifesi che ci è stato affidato”. Il grande peccato di Lord Jim non è, dunque, di avere “saltato”, ma di essersi creduto diverso da tutti gli altri, un privilegio il cui destino, appunto, era quello di non saltare. Non sono mai stato militare, non ho mai fatto la guerra. La mia vita, già lunga, è stata solo moderatamente avventurosa. Tuttavia, ho anche vissuto in America, ho anche viaggiato in Africa, e, nel mio piccolo, in qualche modo, ho fatto anch’io la grande esperienza di Lord Jim. L’ho fatta, però, partendo da convinzioni opposte. Avevo sempre creduto di essere, se non proprio un vigliacco, un pauroso. E la mia paura specifica era non tanto degli avvenimenti, o degli elementi, quanto degli uomini, degli “altri”. Sono sempre stato privo di forza fisica, incapace di rispondere a un cazzotto. Ma, anche, sempre sono stato sanissimo, e resistentissimo. A quindici ani, mi gettai nelle acque gelide del Po, per salvare un amico che non sapeva nuotare, l’amico al quale volevo più bene che a tutti gli altri. Non mi costò nessuno sforzo, non dovetti superare nessuna esitazione. Tredici anni dopo, una notte, in campagna, un altro amico, al quale pure volevo bene, fu assalito da due mascalzoni: rimasi immobile, in disparte, assistendo terrorizzato, incapace di intervenire e di aiutarlo come sentivo chiaramente che sarebbe stato mio dovere. Fu il momento più brutto della mia vita. E soltanto adesso, a distanza di trentatrè anni, supero la vergogna e riesco a confessare la mia vigliaccheria. Nei primi tempi, provavo un rimorso che a volte mi toglieva il sonno. E riacquistai una relativa pace soltanto quando trovai un’occasione, che da quella notte, avevo deliberatamente cercato, di riabilitarmi ai miei occhi. Fu a Livorno, fra le quinte del Politeama, dove una compagnia drammatica aveva finito in quel momento di recitare “La figlia di Jorio”, e dove, nella mia veste di aiuto regista di un film che si stava girando a Tirrenia, ero andato per reclutare gli interpreti di qualche parte secondaria.

Rissa in galleria_U. Boccioni

Rissa in galleria_U. Boccioni

Il sipario era appena calato, mi avvicinai all’amministratore e gli dissi lo scopo della mia visita. L’amministratore, che forse era nervoso per ragioni sue, mi rispose malamente, con un mezzo insulto: lo colpii con un pugno, sorprendendo me stesso più ancora di lui: e dopo un istante vedevo volarmi addosso l’intera compagnia degli attori, tutti vestiti dalle pelli di capra dei pastori d’Abruzzo. Era con me l’ispettore di produzione, Leo Bomba: coraggioso e leale, sebbene fosse soltanto un mio collaboratore e non un vero e proprio amico, non esitò a combattere al mio fianco. Una scazzottatura tremenda, di cui portai i segni e ne sentii le conseguenze per alcuni mesi. Contro di noi due soli, erano in venti, in trenta. Ci difendevamo come potevamo, a pugni e calci, rispondendo a calci e pugni che arrivavano da tutte le parti. Indietreggiammo al fondo del palcoscenico, continuando a darle e a prenderle. Salimmo all’indietro sui gradini di una scaletta a chiocciola, di ferro, che serviva ai macchinisti per calare i fondali: e di lì resistemmo meglio al lungo assalto. Vedendomi e sentendomi davanti e d’intorno quei pastori urlanti e scatenati, che sembravano volermi linciare con le identiche espressioni e quasi con le stesse parole con cui poco prima avevano aggredito Mila di Codro, la mia forza raddoppiava: mi pareva di combattere anche per una ragione più alta e più nobile, e cioè contro l’arte di Gabriele d’Annunzio, che avevo sempre odiato. Finché intervennero i due pompieri di servizio, e ci liberarono.
Sono, dunque, coraggioso? Oppure, non lo sono? Più ci ripenso, e più trovo argomenti ed esperienze che sembrano convalidare e l’una e l’altra ipotesi, contraddittoriamente.
Una cosa è certa: perché il mio coraggio esista, si rende necessaria (se non, ahimé, come ho raccontato, non sempre sufficiente) almeno una di queste condizioni: che io sia costretto a difendermi; che io sia costretto a difendere, o a salvare da un pericolo, quello che amo di più, quello che considero indispensabile; che io sia costretto, dopo aver lungamente sofferto per il rimorso della mia vigliaccheria, a riabilitarmi di fronte a me stesso. La contraddizione, così, sarebbe risolta: il mio coraggio non c’è, non esiste; esiste soltanto in potenza, addormentato, e quindi non guida le mie azioni, non le ispira; ma non c’è fin tanto che una situazione cruciale non lo richieda, non lo faccia esistere, svegliandolo dal suo sonno col suo bacio improvviso e crudele. Il caso sarebbe risolto: non sono coraggioso, ma non sono, propriamente, vile.
Ma, è vero? Non è, forse, una spiegazione da scuole di filosofia medievale, un po’, anche, da aula di Palazzo di Giustizia, da scartoffia legale?
Insomma, è una spiegazione astratta. Ho sbagliato quando ho attirato tutta l’attenzione su di me, dimostrandomi una volta di più prigioniero di quell’antico vizio, di prendere sempre a paragone noi stessi, che è il nostro vero, unico peccato: come Lord Jim, appunto. La verità è che non si è né coraggiosi né vili. Esistono, invece, di volta in volta, azioni vili e azioni coraggiose. Esistono i peccati prima dei peccatori. Non esiste il gran fuoco  irrazionale, misterioso e tenebroso dell’anima. Non esiste uno “stato di colpa”. L’anima, il cuore, è una somma di funzioni descrivibili, analizzabili, di virtù e di vizi giudicabili nei loro riflessi oggettivi.
Ma nemmeno questo è completamente vero. Prendiamo, ad esempio, un altro caso famoso e letterario, il caso più famigliare di tutti a noi italiani, il più vicino e il più domestico. È un caso di mancanza di coraggio che comprende insieme i due aspetti, quello dell’anima e quello dei suoi atti. Prendiamo, cioè, il caso di un uomo non coraggioso che abbia commesso, a un dato momento, un’azione vile. Prendiamo Don Abbondio. Il genio di Manzoni si è esercitato a tal punto, e con tale sottigliezza, con tale amore, con tale ironia su questo personaggio, che forse proprio lui, sebbene senza volerlo, e contro la sua stessa opinione, ci offre la chiave della verità. Ebbene, se i bravi di Don Rodrigo non avessero mai aspettato il brav’uomo sulla stradina di quel lago di Como, e se Don Abbondio non fosse stato coinvolto da vicende che esigevano il suo coraggio, si sarebbe potuto dire che il curato era un vile? Avrebbe potuto saperlo, lui stesso? Il coraggio poteva forse dormire nell’anima di Don Abbondio, pronto a emergere alla prima occasione, pronto a farsi valere?

Don Abbondio incontra i bravi

Don Abbondio incontra i "bravi"

“Il coraggio”, dice Don Abbondio, “se uno non ce l’ha, non se lo può dare”.
Come tante volte ho fatto, mi ripeto le illuminanti e proverbiali parole e, ancora una volta, ammiro, mi inchino al Poeta: ma non sono d’accordo con lui. Anzi, sempre più mi persuado che il genio del Manzoni ha messo in bocca a Don Abbondio quelle parole per dimostrare che un uomo pauroso, o meglio un brav’uomo come tanti altri, non può, non sa nemmeno intuire, nemeno con la mente, che cosa sia il coraggio. Mentre, invece, il coraggio è proprio quello, è un di più: il coraggio è darselo. Il coraggio c’è soltanto se uno se lo dà. Non è vero, anzi, è impossibile che esso viva addormentato dentro di noi. Nati per temere, piccole creature esposte fino dalla nascita a mille pericoli, condannate al mistero, a non vedere, a non sapere, la nostra condizione naturale, vera, è la paura. Essere è essere paurosi, timidi. Il coraggio è un essere di più: uno sforzo, una creazione che non ha niente alle spalle, sospesa sul vuoto di una nostra purissima volontà animosa. È qualcosa di innaturale, che va oltre, che va contro la nostra natura. Ed ecco perché io non sono coraggioso. Non sono coraggioso perché vorrei tanto che, del coraggio, non ce ne fosse mai bisogno.
Vorrei che , del coraggio, non ce ne fosse bisogno? Mentre do torto a Don Abbondio, non ragiono esattamente come lui? E non contraddico nuovamente me stesso, tanto è radicata in me la persuasione che il coraggio sia una necessità, sia una virtù di difesa? E come può essere innaturale una necessità?
Può esserlo, può esserlo. È una necessità anche l’arte, della quale nessun di noi potrebbe fare a meno, come creatore o anche come spettatore o, come si dice oggi, come “fruitore”. È una necessità: eppure non c’è niente di più gratuito, niente di più profondamente innaturale dell’arte. Anche l’arte è un essere di più, anche l’arte è uno sforzo, un’invenzione che va contro natura.

Soldati in pausa durante il programma tv Viaggio lungo la valle del Po 1956-57

Soldati in pausa durante il programma tv "Viaggio lungo la valle del Po" 1956-57

Dunque, il coraggio, anch’esso, è una pura “invenzione”. E, come tutte le “invenzioni”, è profondamente impietoso. Se riuscissi a fermare questo concetto, così inafferrabile, così volatile, che se appena mi sforzo di ghermirlo si vanifica, mi sentirei vicinissimo alla verità. Devo partire dalla conclusione opposta alla quale sono faticosamente arrivato: devo partire dal presupposto che il coraggio c’è anche quando le circostanze della vita non lo richiedono, non lo esigono come virtù morale.
Ma allora… Allora il coraggio è vero solo quando non è richiesto, quando non è voluto dalle cose, ma da me, dalla mia animosità, dal mio darmelo. È il puro desiderio di vivere un giorno da leone: come mi è capitato al Politeama di Livorno, quella lontana sera del settembre 1937. È, dunque, una virtù di offesa, non di difesa. Ed è giustissimo, e bellissimo, a conferma del mistero di tutte le cose, che questa virtù si dica “coraggio”, si chiami “coeur, cuore”: che, cioè, il vero cuore sia il contrario del cuore.
Il contrario della pietà. Il contrario di una concezione idillica della vita. Mi torna in mente, e forse soltanto adesso la capisco davvero, in tutta la sua profondità, la raccomandazione che un nostro grande scrittore, da pochi anni scomparso, ripeteva abitualmente a uno dei suoi figli, il solo maschi, anch’egli artista e scrittore: figlio mio, gli diceva pronunciando il suo nome: “ricordati che non si è mai abbastanza vigliacchi!”.
Oggi capisco quello che il mio vecchio amico e maestro intendeva dire. Non c’era nulla di vile, in quelle parole. Bisogna tradurle così: “Ricordati, figlio mio, che nella vita non si è mai abbastanza veri, mai abbastanza vicini alla nostra realtà naturale”. Nel mio vecchio amico c’era, infatti, grande amore e passione per la letteratura, l’arte, la musica: ma assai meno per ilteatro, per lo spettacolo. Il coraggio è sempre un’esibizione.
Tanto è vero che quest’uomo, che si intestardiva a raccomandare la vigliaccheria, come se la vigliaccheria fosse un dovere, anzi un ossequio scrupoloso a Qualcuno o a Qualcosa più grandi di noi, questo scrittore è morto da eroe. Circondato da famigliari e da amici, è morto nel suo letto, in pena per le noie, per il disagio che il macabro spettacolo avrebbe finito inevitabilmente per infliggere agli altri. La sua agonia è durata a lungo, per giorni. Una sola parola gli è uscita di bocca, che riguardasse il suo stato, il suo accidente:
“È sgradevole”.
Nient’altro.
Da che parte sta il cuore, il vero “cuore”?

Grafomania- Milan Kundera

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[...] La donna che ogni giorno scrive all’amante quattro lettere d’amore non è una grafomane, è una donna innamorata. Ma un mio amico che fa le fotocopie delle sue lettere d’amore per poterle un giorno pubblicare è un grafomane.
La grafomania non è il desiderio di scrivere lettere, diari, cronache di famiglia (cioè scrivere per sè o per le persone anoi più vicine), ma lo scrivere libri (cioè avere un pubblico di lettori sconosciuti). In questo senso, la passione del tassista e quella di Goethe sono identiche. Quello che distingue Goethe dall’autista non è una passione differente, ma uin differente risultato della passione.

La grafomania (mania di scrivere i libri) diviene fatalmente un’epidemia di massa quando il progresso di una società raggiunge tre condizioni fondamentali:
1) un alto livello di benessere generale che permette alla gente di dedicarsi ad attività inutili;
2) un alto grado di atomizzazione della vita sociale e il conseguente, generale isolamento degli individui;
3) una radicale mancanza di grandi cambiamenti sociali nella vita interna della nazione(da questo punto di vista mi sembra sintomatico che in Francia, dove non succede assolutamente nulla, la percentuale di scrittori sia ventun volte maggiore di quella di Israele. Del resto Bibi si è espressa benissimo quando ha detto che, visto dal di fuori, non ha vissuto nulla. E’ proprio questa assenza di contenuto vitale, è questo vuoto il motore che spinge a scrivere).
L’effetto, tuttavia, si ripercuote sulla causa. L’isolamento generale crea la grafomania, ma la grafomani di massa rinforza e aumenta l’isolamento generale. L’invenzione della stampa permise un tempo agli uomini di comprendersi a vicenda. Nell’era della grafomani universale, il fatto di scrivere libri assume un significato opposto: ognuno si circonda delle proprie parole come di un muro di specchi che non lascia filtrare alcuna voce dall’esterno.

Da Il libro del riso e dell’oblio, 1978

La vita immaginata – Natalia Ginzburg

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Natalia Ginzburg

Natalia Ginzburg

Da bambini e da giovani, essere soli in ozio significava per noi costruire immediatamente luoghi immaginari, e vicende e storie, di cui eravamo i protagonisti. Luoghi e storie, li riempivano di persone, alcune inventate, altre scelte nella nostra vita reale. Nell’infanzia, le persone inventate erano di più, e noi avevamo l’impressione di costruire i nostri scenari per loro. Le persone reali, là a quel tempo ci sembravano prive di importanza.

Più volte abbiamo cercato, scavando nella nostra lontana infanzia, l’epoca in cui abbiamo cominciato a fantasticare. Ma non possiamo ricordare con esattezza quando ciò sia stato. Nei nostri ricordi più remoti, incontriamo sogni.

Credo che ognuno di noi, da bambino, abbia chiamato il fantasticare con un terminr suo. Io lo chiamavo parlare di notte. In verità non fantasticavo di notte ma anche di giorno. Penso però che la parola notte volesse per me indicare, del fantasticare, le qualità nascoste e notturne.

Da bambina, ospitavo nella fantasia intere popolazioni, brulicanti nelle mie ore di solitudine come un esercito di formiche. Erano un poco i miei sudditi, un poco i miei complici in congiure di governo, un poco miei dispettosi e maligni persecutori. Li chiamavo i “noi” perchè usavano denominarsi così. Usavano strillare in coro, vantarsi, e esporre con insolenza le loro maligne volontà. Erano piccolissimi, un popolo di neri nani brulicante e vanitoso. Mi facevano arrabbiare, piangere, bisbigliare, discutere, ma soprattutto mi facevano ridere, assordandomi con i loro strilli. Per ragioni che non sapevo spiegarmi, la loro esistenza non doveva essere rivelata a nessuno. [...]

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Più tardi, i “noi” mi annoiarono, perchè mi sembrarono troppi. Inventai una persona, alla quale diedi un volto bellissimo, una camicia alla zuava, una folta e riccioluta capigliatura bionda. Gli diedi un nome, era “il principe Sergio”. Gli diedi anche una sorella, tre fratelli, qualche orso, una cane lupo abbastanza feroce. Gli diedi alcune case molto sontuose, dove se ne stava nascosto. Era molto ricco, ma era un profugo scappato dalla Russia nella rivoluzione con dei segreti di stato. Amavo in lui la vita principesca e randagia. Cambiava casa continuamente essendo inseguito. Usavo telefonargli spesso, facendo il gesto di tenere in mano un ricevitore appena ero sola. Dicevo “Pronto c’è il principe Sergio?”. A volte era lui a rispondermi, a volte sua sorella, Vassilissa. Ebbi con lui una storia d’amore, che durò molti anni. Ancora oggi le parole “Pronto c’è il principe” le incontro nella mia memoria. Mi sembra di trovarmi in mano una vecchia pantofola, vagando a caso per stanze disabitate.

Dopo l’infanzia, mi sono annoiata di esseri inventati. Più bello era riempire i sogni di persone vere.[...]

Dopo l’infanzia, sempre di più nei nostri sogni ci apparve la nostra persona attanagliata in situazioni complicate e pericolose, e prive di ogni soluzione possibile. Vi rovesciavamo sopra sventure a fiumi. Inventavamo per noi lunghe malattie, polmoniti, emottisi, lunghi esilii in tristissime corsie di ospedale, congedi strazianti dagli esseri che avevamo più cari. Siamo anche morti. Siamo stati accoltellati sul portone di casa nostra. Fucilati. Incarcerati e visitati da amici in lagrime sul nostro lurido giaciglio, mentre fuori ci aspettava il patibolo, campane suonavano a stormo, gente accorreva da ogni dove per vederci morire. I nostri sogni erano, per lunghi periodi, sempre uguali. Cambiavamo ogni volta solo qualche minimo particolare, aggiungevamo o sostituivamo amici venuti a piangere, cambiavamo una nostra fase in un dialogo, una nostra ultima serena parola prima di essere uccisi. Per lungi periodi, nei nostri sogni c’era il patibolo, per altri lunghi periodi, barricate. Non sapevamo perchè quegli scenari cambiavano. Non ci sembrava di essere noi a volerli cambiare. Nostra era la volontà di sognare, nostra e sicura era la scelta delle persone che portavamo con noi. Gli scenari e le vicende ci sembravano estranei alla nostra volontà. Eravamo noi a costruirli, ma in obbedienza a un buio istinto che ci ordinava di costruire questa o quella cosa. [...]

A volte, la nostra vita immaginaria ha indovinato e anticipato le vicende della nostra vita reale. Le ha indovinate e anticipate però con irrisione. Se confrontavamo dopo anni alcune nostre invenzioni con alcune nostre vicende reali, trovavamo nelle nostre invenzioni un ristratto caricaturale e grossolano delle nostre vicende reali. A volte è accaduto il contrario. Era la realtà ad essere caricaturale e cnzonatoria nei confronti dell’invenzione, caricaturale, canzonatoria e crudele nei confronti delle nostre fantasie miti, malinconiche e avvolte di vapori.[...]

Maggio 1974

Da Vita immaginaria, 1974.

All’amato se stesso – Majakovskij

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Due frasi.
Pesanti come un colpo.
“A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio”
Ma uno
come me
dove potrà cacciarsi?
Che tana m’han preparata?

S’io fossi
piccolo
come il Grande Oceano,
sulla punta delle onde m’alzerei,
carezzerei la luna con il mio flusso.
Dove trovare un’amata
che mi somigli?
Minuscolo sarebbe il cielo per contenerla!

Oh s’io fossi povero
come un miliardario!
L’anima disprezza i soldi:
un ladro insaziabile s’annida in essa.
Ai desideri miei, alla sfrenata orda
non basta l’oro di tutte le Californie.

S’io fossi balbuziente
come Dante
o Petrarca!
Accendere l’anima per una sola!
Ordinarle coi versi di ridursi in cenere!
E le parole
e il mio amore
sarebbero un arco di trionfo:
pomposamente,
senza lasciar traccia, vi passerebbero
le amanti di tutti i secoli.

Oh s’io fossi
silenzioso
come il tuono:
con un sol gemito
farei tremare l’eremo vacillante della terra.
Se
la mia voce enorme
urlerà a tutta forza,
le comete torceranno le loro braccia di fuoco,
e a capofitto si getteranno dalla disperazione.

Coi raggi dei miei occhi rosicchierei la notte:
oh s’io fossi
appannato
come il sole!
Vorrei proprio
abbeverare con la mia luce
il seno smagrito della terra!

Passerò,
trascinando il mio amore enorme.
In quale notte
delirante,
malata,
quali Golia m’han concepito,
così grande
e così inutile?

All’amato se stesso
dedica queste righe l’Autore
(1916)

Papà Antonio – Lettere dal carcere

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Dopo alcuni anni fanno il loro avvento in casa i Quaderni dal carcere di Antonio Gramsci, nuova edizione Einaudi, con la storica prefazione di Gerratana. QUELLI LA’ proprio. Insomma sto facendo ingordigia, ora ho tutto il tempo per coccolarli, sfogliarli, appuntarci sopra delle cose, metterci segnalibri…sono tutti per me! E allora qualche giorno fa mi imbatto in una pagina dei suddetti e trovo un “elenco di animali conosciuti” da Gramsci. Una lista e un riferimento alle Lettere, in particolare ad una del febbraio 1932. Faccio un confronto con le Lettere e la ritrovo. Conosciamo un Gramsci dolcissimo, tenero, affettuoso da questa corrispondenza col primo figlio. Il racconto della “caccia ai ricci” è simpatico come del resto l’immagine di un Antonio Gramsci bambino che si nasconde dietro i cespugli o alleva animali in giardino! eccola a voi..Buona lettura

febbraio 1932

Caro Delio,

Mi è piaciuto il tuo angoletto vivente coi fringuelli e i pesciolini. Se i fringuelli scappano talvolta dalla gabbietta, non bisogna afferrarli per le ali o per le gambe, che sono delicate e possono rompersi o slogarsi; occorre prenderli a pugno pieno per tutto il corpo, senza stringere. Io da ragazzo ho allevato molti uccelli e anche altri animali: fringuelli, allodole ecc; ho allevato una serpicina, una donnola, dei ricci, delle tartarughe. Ecco ho visto i ricci fare la raccolta delle mele. Una sera d’autunno quando era già buio, ma splendeva luminosa la luna, sono andato con un altro ragazzo, mio amico, in un campo pieno di alberi da frutto, specialmente di meli. Ci siamo nascosti in un cespuglio, contro vento. Ecco, ad un tratto, sbucano i ricci, cinque, due più grossi e tre piccolini. In fila indiana si sono avviati verso i meli, hanno girellato tra l’erba, e poi sin sono messi a lavoro: aiutandosi con i musetti e con le gambette, facevano ruzzolare le mele, che il vento aveva staccato dagli alberi, e le raccoglievano insieme in uno spiazzetto, ben bene vicine una all’altra. Ma le mele giacenti per terra si vede che non bastavano; il riccio più grande, col muso per aria, si guardò intorno, scelse un albero molto curvo e si arrampicò, seguito dalla moglie. Si posarono su un ramo carico e incominciarono a dondolarsi, ritmicamente; i loro movimenti si comunicarono al ramo, che oscillò sempre più spesso, con scosse brusche, e molte altre mele caddero per terra. Radunate anche queste vicino alle altre, tutti i ricci, grandi e piccoli, si arrotolarono, con gli aculei irti, e si sdraiarono sui frutti, che rimanevano infilzati: c’era chi aveva poche mele infilzate (i riccetti), ma il padre e la madre erano riusciti ad infilzare sette o otto mele per ciascuno.

I filgi Delio e Giuliano con la madre Giulia Shucht

I figli Delio e Giuliano con la madre Giulia Shucht

Mentre stavano ritornando alla loro tana, noi uscimmo dal nascondiglio, prendemmo i ricci dentro un sacchetto e ce li portammo a casa. Io ebbi il padre e due riccetti e li tenni molti mesi, liberi, nel cortile; essi davano la caccia a tutti gli animaletti, blatte, maggiolini ecc.. e mangiavano frutta e foglie di insalata. Le foglie fresche piacevano loro molto e così li potei addomesticare un poco; non si appallottolavano più quando vedevano la gente. Avevano molta paura dei cani. Io mi divertivo a portare nel cortile delle biscie vive per vedere come i ricci le cacciavano. Appena il riccio si accorgeva della biscia, saltava lesto lesto sulle quattro gambette e caricava con molto coraggio. La biscia sollevava la testa, con la lingua di fuori e fischiava; il riccio dava un leggero squittìo, teneva la biscia con le gambette davanti, le mordeva la nuca e poi se la mangiava pezzo a pezzo. Questi ricci un giorno sparirono: cero qualcuno se li era presi per mangiarli. Tatiniska (1) ha comprato una bella teira grande, di porcellana bianca e ci ha collocato la bambola; ella adesso porta al collo la sciarpetta calda, perchè fa molto freddo: anche in Italia ha nevicato molto. Devi piuttosto scriverle che mangi un pò di più, perchè a me non vuole dare retta. Io credo che i tuoi fringuelli mangino più di Tataniska. Ho piacere che le cartoline ti siano piaciute. Ti scriverò un’altra volta sul ballo delle lepri e su altri animali; ti voglio raccontare altre cose che ho visto e sentito da ragazzo: la storia del polledrino, della volpe e del cavallo che aveva la coda solo nei giorni di festa, la storia del passero e del kulak(2), del kulak e dell’asinello, dell’uccello tessitore e dell’orso, ecc. Mi pare che tu conosci la storia di Kim; conosci anche le Novelle della Giungla e specialmente quella della foca bianca e di Rikki-Tikki-Tawi? E Giuliano è anche lui un udarnik(3)? Per quale attività? Ti bacio, papà. Bacia per parte mia Giuliano e mamma Julca.

(1) Diminutivo di Tatiana in russo.
(2) "Contadino ricco" in russo.
(3)"Lavoratore scelto" in russo.

da Getting There – Sylvia Plath

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Pablo Picasso_Donna

Pablo Picasso_Donna

[...]E’ il fianco di Adamo,
questa terra da cui mi levo, nei tormenti.

Non posso disfarmi, e il treno sta sbuffando.
Sbuffando e ansimando, come quelli di un diavolo.

[…]Il treno si trascina, urla—
animale

che smania di arrivare alla destinazione,
alla macchia di sangue,
alla faccia che è in fondo al bagliore.

Milan Kundera

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- Leggerezza e pesantezza -

(2)

Se ogni secondo della vostra vita si ripete un numero infinito di volte, siamo inchiodati all’eternità come Gesù Cristo sulla croce. E’ un’idea terribile. Nel mondo dell’eterno ritorno, su ogni gesto grava il peso di una insostenibile responsabilità. Ecco perchè Nietzsche chiamava l’idea dell’eterno ritorno il fardello più pesante (das schwerste Gewicht). Se l’eterno ritorno è il fardello più pesante, allora le nostre vite su questo sfondo possono apparire in tutta la loro meravigliosa leggerezza. Ma davvero la pesantezza è terribile e la leggerezza meravigliosa? Il fardello più pesante ci opprime, ci piega, ci schiaccia al suolo. Ma nella poesia d’amore di tutti i tempi la donna desidera essere gravata dal fardello del corpo dell’uomo. Il fardello più pesante è quindi allo stesso tempo l’immagine del più intenso compimento vitale. Quanto più il fardello è pesante, tanto più la nostra vita è vicina alla terra, tanto più è reale e autentica.

Al contrario, l’assenza assoluta di un fardello fa sì che l’uomo diventi più leggero dell’aria, prenda il volo verso l’alto, si allontani dalla terra, dall’essere terreno, diventi solo a metà reale e i suoi movimenti siano tanto liberi quanto privi di significato. Che cosa dobbiamo scegliere, allora? La pesantezza o la leggerezza? Questa domanda se l’era posta Parmenide nel sesto secolo avanti cristo. Egli vedeva l’intero universo diviso in coppie di opposizioni: luce-buio, spesso-sottile, caldo-freddo, essere-non-essere. Uno dei poli dell’opposizione era per lui positivo (la luce, il caldo, il sottile, l’essere), l’altro negativo.
Questa suddivisione in un polo positivo e in uno negativo può apparirci di una semplicità puerile. Salvo in un caso: che cos’è positivo, la pesantezza o la leggerezza? Parmenide rispose: il leggero è positivo, il pesante è negativo. Aveva ragione oppure no? Questo è il problema. Una sola cosa è certa: l’opposizione pesante-leggero è la più misteriosa e la più ambigua tra tutte le opposizioni.

(9)

Tutte le lingue che derivano dal latino formano la parola compassione col prefisso “com-” e la radice passio che significa originariamente “sofferenza”. In altre lingue, ad esempio in ceco, in polacco, in tedesco, in svedese, questa parola viene tradotta con un sostantivo composto da un prefisso con lo stesso significato seguito dalla parola “sentimento” (in ceco: soucit; in polacco: wspol-czucie; in tedesco: Mit-gefuhl; in svedese: med-kansla).
Nelle lingue derivate dal latino, la parola compassione significa: non possiamo guardare con indifferenza le sofferenze altrui; oppure: partecepiamo al dolore di chi soffre. Un’altra parola dal significato quasi identico, pietà (in inglese pity, francese pitiè, ecc) suggerisce persino una sorta di indulgenza verso colui che soffre. Aver pietà di una donna significa che siamo superiori a quella donna, che ci chiniamo, ci abbassiamo al suo livello.
E’ per questo che la parola compassione generalmente ispira diffidenza; designa un sentimento ritenuto mediocre, di second’ordine, che che non ha molto a che vedere con l’amore. Amare qualcuno per compassione significa non amarlo veramente.
Nelle lingue che formano la parola compassione non dalla radice “sofferenza” (passio) bensì dal sostantivo “sentimento”, la parola viene usata con un significato quasi identico, ma non si può dire che indichi un sentimento cattivo o mediocre. La forza nascosta della sua etimologia bagna la parola di una luce diversa e le dà un senso più ampio: avere compassione (co-sentimento) significa vivere insieme a lui qualsiasi altro sentimento: gioai, angoscia, felicità, dolore. Questa compassione (nel senso di soucit, wspòlczucie, Mit-gefuhl, medkansla) designa quindi la capacità massima di immaginazione affettiva, l’arte della telepatia delle emozioni. Nella gerarchia dei sentimenti è il sentimento supremo.[...]

(16)

A differenza di Parmenide, per Beethoven la pesantezza era a quanto pare qualcosa di positivo.
“Der schwer gefasste Entschluss” la grave soluzione, è unita con la voce del Destino (Es muss sein!”); la pesantezza, la necessità e il valore sono tre concetti intimamente legati fra loro: solo ciò che è necessario è pesante, solo ciò che pesa ha valore. Questa convinzione è nata dalla musica di Beethoven e, benchè sia possibile (per non dire probabile) che la responsabilità di essa ricada più sugli esegeti di Beethoven che sul compositore stesso, oggi la condividiamo più o meno tutti: la grandezza di un uomo risiede per noi nel fatto che egli porta il suo destino come Atlante portava sulle spalle la volta celeste.
L’eroe beethoviano è un sollevatore di pesi metafisici.[...]

- L’anima e il corpo -

(28)

Sedeva schiacciata in un angolo dello scompartimento, la pesante valigia sopra la testa, Karenin tutto raggomitolato contro le gambe. Stava pensando al cuoco del ristorante dove lavorava quando viveva dalla madre. Approfittava di ogni occasione per darle una pacca sul sedere e molte volte davanti a tutti le aveva proposto di andare a letto con lui. Era strano che pensasse proprio a lui, ora. Per lei il cuoco rappresentava l’esempio tipico di tutto ciò che le ripugnava. Adesso però non pensava che a trovarelo e dirgli: “Dicevi di voler venire a letto con me. Ebbene, eccomi”
Desiderava fare qualcosa che non lasciasse possibilità di ritorno. Desiderava distruggere brutalmente tutto il passato dei suoi ultimi sette anni. Era la vertigine. L’ottenebrante, irresistibile desiderio di cadere.
La vertigine potremmo anche chiamarla ebbrezza della debolezza. Ci si rende conto della propria debolezza e invece di resisterle, ci si vuole abbandonare a essa. Ci si ubriaca della propria debolezza, si vuole essere ancor più deboli, si vuole cadere in mezzo alla strada, davanti a tutti, si vuole stare in basso, ancora più in basso.

- Le parole fraintese -

(3)

Piccolo dizionario di parole fraintese.
DONNA. Essere donna è per Sabina un destino che lei non si è scelta. Ciò che non abbiamo scelto non possiamo considerarlo nè un nostro merito nè un nostro fallimento. Sabina pensa che sia necessario tenere un atteggiamento corretto nei confronti del destino che le è stato assegnato. Ribellarsi contro il fatto di essere nata donna le sembra altrettanto sciocco che farsene un vanto.
Una volta, durante uno dei loro primi incontri, Franz le aveva detto, con una sottolineatura curiosa: “Sabina, lei è una donna“. Lei non capiva perchè lui le desse questo annuncio con la solennità di un Cristoforo Colombo che ha appena avvistato la costa dell’America. Solo più tardi aveva capito che la parola donna, che lui aveva pronunciato con un’enfasi particolare, non designava per lui uno dei due sessi della specie umana, ma rappresentava un valore. Non tutte le donne erano degne di essere chiamte donne.

FEDELTÁ E TRADIMENTO Il tradimento. Fin da piccoli il papà e il maestro ci dicono che è la cosa peggiore che si possa immaginare. Ma che cos’è questo tradire? Tradire significa uscire fuori dai ranghi. Tradire significa uscire dai ranghi e partire verso l’ignoto. Sabina non conosceva niente di più bello che partire verso l’ignoto.[...]
Fu nuovamente assalita dal desiderio di tradire: tradire il proprio tradimento Annunciò al marito (non vedeva più in lui la testa calda, ma solo un fastidioso ubriaco) che lo avrebbe lasciato. Ma se tradiamo B, per il quale abbiamo tradito A, non ne deriva necessariamente che ci riconcilieremo con A. La vita della pittrice divorziata non somigliava alla vita dei genitori traditi. Il primo tradimento è irreparabile. Esso provoca una reazione a catena di nuovi tradimenti, ciascuno dei quali ci allontana sempre più dal punto del tradimento originario.

La rivale – Sylvia Plath

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Jack Vettriano

Se la luna sorridesse, ti somiglierebbe.
Lasci la stessa impressione
di una grande bellezza, ma annientatrice.
Siete tutte e due grandi accaparratrici di luce.
La sua bocca ad O piange per il mondo; la tua testa resta immutata,

e il tuo primo dono è di trasformare in pietra ogni cosa.
Mi sveglio a un mausoleo; tu sei qui,
tamburelli le dita sul tavolo di marmo, cerchi le sigarette,
malevola come una donna, ma non così apprensiva,
muori dalla voglia di dire qualcosa che non ammetta risposta.

Anche la luna umilia i suoi sudditi,
ma di giorno è ridicola.

Le tue insoddisfazioni, invece,
arrivano nella cassetta della posta con amorosa regolarità,
bianche e vacue, espansive come monossido di carbonio.

Non c’è giorno al riparo da tue notizie,
sei a spasso per l’Africa, magari, ma pensi a me.

Luglio 1961

Grazie ancora a chi mi ha regalato questo libro!
Un libro per un sorriso

Mister, nessuno ti capisce!

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Esonerato. Va be siamo abituati a perdere, boemo caro. Certo allenare la Stella Rossa di Belgrado, malgrado non sia più QUELLA Stella così “rossa”, sembrava un piccolo dejavù capace di farci sognare ancora. Invece, in questo calcio, conta il risultato immediato, non lo spettacolo e l’ansia (quanta? tanta!) di un 4-3-3 (sbrocco pè te..si diceva a Roma) proposto e messo in campo all’infinito con orgogliosa coerenza. Perchè il bello è giocare una partita con tanti gol, tante azioni, tanti numeri. E con la squadra sempre in attacco. Anche se sei sotto di due reti. Anzi A MAGGIOR RAGIONE SE SEI SOTTO DI QUALCHE GOL.

Eeeeeeeeeeeeh…nessuno ti capirà mai Boè, in questo calcio triste e piatto.
Buona fortuna

Giovani talenti crescono! – Locarno

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Al Festival di Locarno, nella sezione
Giovani Talenti Italiani
c’è una grande promessa del cinema!!!

Guardatevi il secondo cortometaggio: GRONDAIE.
Grande Mari!

Questo il link: FOBIE.

Evgenji Entusenko – da Poesie

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Krokodil, 1926, n.8, Lungo un aspro cammino.
(campagna contro l’alcolismo)

Quando passa la sbornia
come la coscienza si fa severa nei nostri confronti,
quando nella confidenza del vicino di tavola
non ci accorgiamo dell’insinuarsi di un nemico.
Ma è terribile non credere a nessuno
e, nel continuo sforzo della vigilanza,
attribuire progetti tenebrosi
alla ribellione immatura, ma pura.
Nella diffidenza lo zelo non è un merito:
Un giudice cieco non serve bene il suo popolo.
E’ più terribile, per la fretta,
scambiare un amico per un nemico
che un nemico per un amico.

Polissena e Pantoo- Christa Wolf

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Polissena… Che costruii la mia carriera sulla tua esclusione; che tu non eri peggiore di me, nè meno adatta: ho voluto dirtelo prima che ti trascinassero via, vittima da macello, come me ora. Polissena: se avessimo scambiato le nostre vite: le nostri morti sarebbero state le stesse. E’ una consolazione? Hai avuto bisogno di consolazione? Ne ho bisogno io? Tu mi guardasti (mi vedevi ancora?). Io tacqui. Ti trascinarono via, alla tomba del feroce Achille. Achille la bestia.
Oh se costoro non conoscessero l’amore.
Oh se avessi strozzato con le mie mani, in quel primo giorno di guerra, colui il cui nome deve essere maledetto e dimenticato, anzichè stare a guardare come lui, Achille, strozzava il fratello, Troilo. Il rimorso mi rode, non si mitiga, Polissena. [...]
Tu con i tuoi occhi grigi. Tu con la tua testa minuta, il bianco ovale del viso, la radice dei capelli nitidamente tagliata come dal coltello. Con quella fiumana di capelli, in cui ogni uomo non poteva fare a meno di affondare le mani. Tu, di cui ogni uomo che ti vedeva doveva innamorarsi, che dico, innamorarsi! Di cui doveva diventare schiavo, e non solo ogni uomo – anche alcune donne, anche Marpessa, credo, quando ritornò dall’esilio e non guardò più nessun uomo. E diventare “schiavo” è ancora un’espressione debole per il furore erotico e la frenesia che colse alcuni, come Achille la bestia, e senza che tu facessi alcunchè – questo deve esserti concesso…Polissena: sì, forse è possibile che di notte, nel vestibolo buio, io cadessi in errore, giacchè per quel motivo tu, che tutto quel che facevi lo facevi apertamente, avresti dovuto assicurarmi, molto tempo dopo, che maie poi mai Enea era stato da te, se l’ombra che vidi scivolare fuori dalla tua porta fosse stata davvero la sagoma di Enea?
Come fui sciocca. Come avrebbe potuto essere Enea uno che, avendo appena lasciato una donna, tocca il seno di un’altra, e poi fugge!
Ah Polissena. Come ti muovevi. Vivace e impetuosa, e nello stesso tempo leggiadra. Come non deve muoversi una sacerdotessa. -E perchè no, diceva Pantoo, e faceva mostra della sua solida dottrina sulla natura di Apollo, il suo dio, di cui era pur sempre stato al servizio, nel santuario centrale, a Delfi in terra greca. Perchè non leggiadra, piccola Cassandra? Apollo è anche il dio delle Muse, no?-
Sapeva ferirmi, il greco. Riusciva a far trapelare che riteneva abbastanza barbariche le caratteristiche piuttosto rozze che noi popoli dell’Asia Minore attribuivamo al suo dio.
Questo non significava che non mi reputasse adatta, come sacerdotessa. Senza dubbio, diceva, c’erano alcuni tratti della mia natura che si addicevano al sacerdozio. Quali? Ecco - il mio desiderio di esercitare un’influenza sugli esseri umani; e come, sennò, una donna potrebbe dominare? Inoltre: il mio ardente desiderio di entrare in confidenza con la divinità. E, naturalmente, la mia repulsione ad accostare i maschi della terra.
Pantoo il greco agiva come se non conoscesse la ferita nel mio cuore; come se non gli importasse di instillare in questo cuore un’avversione di cui quasi non mi accorgevo, molto sottile, molto nascosta, contro di lui, il Primo Sacerdote. Il mio greco l’ho imparato da lui. E l’arte di ricevere un uomo, anche. In una delle notti in cui la sacerdotessa appena ordinata doveva vegliare presso il simulacro del dio, è venuto da me. Abilmente, quasi senza farmi male e in un certo senso con affetto fece quello che Enea, a cui io pensavo, non aveva avuto l’intenzione o la capacità di fare. Che fossi intatta, sembrò non meravigliarlo, nè quanto mostrassi di temere il dolore fisico. Con nessuno, neanche con me, sprecò mai una parola su quella notte. Dal canto mio non riuscivo a capire come potessi portarmi dentro odio e gratitudine verso la medesima persona.

Ancora il poeta della rivoluzione

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Notte di luna

Paesaggio

Ci sarà la luna.
Ce ne sta
già un pò.
Eccola che pende piena nell’aria.
E’ Dio, probabilmente,
che con un meraviglioso
cucchiaio d’argento
rimesta la zuppa di pesce delle stelle.

(1916)

Fiaba su Cappuccetto rosso

C’era una volta al mondo un cadetto
che portava un rosso cappuccetto.

Fuor del cappuccetto che gli era toccato,
da nessun tratto rosso era segnato.

D’una rivoluzione gli vien detto
e lui subito si infila il cappuccetto.

Se l’erano spassata l’un dopo l’altro
il padre del cadetto e l’avo scaltro.

Un grandissimo vento si levò
e il cappuccetto in pezzi lacerò.

Diventò nero. Ma appena lo videro
I lupi della rivoluzione l’azzannarono.

Tutti conoscono i gusti lupini.
Lo divorarono con tutti i polsini.

Quando, ragazzi, politica farete
la fiaba del cadetto non scordate.

(1917)

Filosofia spicciola su luoghi profondi

Mi sto trasformando
non in Tolstoj, ma in grassone, -
mangio,
scrivo,
tonto dal calore.
Chi non ha filosofato sopra il mare?
L’acqua.
Ieri
l’oceano era maligno
come un diavolo,
oggi
è più mansueto
d’una colomba sulle uova.
Quale differenza!
Tutto scorre.
Tutto si trasmuta.
L’acqua
ha
il suo tempo:
ore di flusso,
ore di riflusso.
Ma dalla penna di Steklov
L’acqua
non si è mai ritirata.
Ingiusto.
Un pesciolino morto
galleggia solitario.
Pendono
le sue pinne
come alette ferite.
Galleggia da settimane,
e non ha casa
nè tetto.
Ci viene incontro,
più lento del corpo di una foca,
il piroscafo dal Messico,
mentre noi
vi andiamo.
Non è possibile altrimenti.
Divisione
del lavoro.
E’ una balena, dicono.
Può darsi.
una specie di Bednyj-pesce,
grosso tre bracciate.
Solo che Dem’jan ha i baffi in fuori
e la balena
in dentro.
Gli anni sono gabbiani.
Prendono il volo in fila,
e giù in acqua,
a impinzarsi di pescetti la pancina.
Sono spariti i gabbiani.
Propriamente parlando,
dove sono gli uccellini?
Io nacqui,
crebbi,
mi nutrirono con il poppatoio,-
ho vissuto
e lavorato,
diventando vecchiotto..
Ed ecco anche la vita passerà
come sono passate
le isole Azzorre.

(3/VII/1925 Oceano Atlantico)

Jacques Prevert – Tre poesie

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Canzone del carceriere

Dove vai bel carceriere
con quella chiave macchiata di sangue
vado a liberare la mia amata
se sono ancora in tempo
l’avevo chiusa dentro
teneramente crudelmente
nella cella del mio desiderio
nel più profondo del mio tormento
nelle menzogne dell’avvenire
nelle sciocchezze del giuramento
voglio liberarla
voglio che sia libera
e anche di dimenticarmi
e anche di lasciarmi
e anche di tornare
e di amarmi ancora
o di amare un altro
se un giorno le va a genio
e se resto solo
e lei sarà andata via
io serberò soltanto
serberò tuttavia
nel cavo delle mani
fino alle ultime mie ore
la dolcezza dei suoi seni plasmati dall’amore.

***

Fiesta

E i bicchieri eran vuoti
la bottiglia spaccata
il letto spalancato
e la porta sbarrata
e tutte le stelle di vetro
della felicità e della bellezza
scintillavano nella polvere
della stanza mal ripulita
ero ubriaco morto
e gioioso falò
e tu ubriaca viva
nuda fra le mie braccia.

***

La lucertola

La lucertola dell’amore
ancora una volta è fuggita
e m’ha lasciato la coda fra le dita
ben mi sta
avrei voluto serbarla per me.

Sono quella che sono – Jacques Prevert

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Sono quella che sono
sono fatta così
se ho voglia di ridere
rido come una matta
amo colui che m’ama
non è colpa mia
se non è sempre quello
per cui faccio follie
sono quella che sono
sono fatta così
che volete ancora da me

Sono fatta per piacere
non c’è niente da fare
troppo alti i miei tacchi
troppo arcuate le reni
troppo sodi i miei seni
troppo truccati gli occhi
e poi
che ve ne importa a voi
sono fatta così
chi mi vuole son qui

Che cosa ve ne importa
del mio proprio passato
certo qualcuno ho amato
e qualcuno ha amato me
come i giovani che s’amano
sanno semplicemente amare
amare amare…
Che vale interrogarmi
sono qui per piacervi
e niente può cambiarmi.

Anna Achmatova – Trittico

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Strinsi le mani sotto il velo oscuro…
“Perché oggi sei pallida?”
Perché d’agra tristezza
l’ho abbeverato fino ad ubriacarlo.

Come dimenticare? Uscì vacillando,
sulla bocca una smorfia di dolore…
Corsi senza sfiorare la ringhiera,
corsi dietro di lui fino al portone.

Soffocando, gridai: “E’ stato tutto
uno scherzo. Muoio se te ne vai”.
Lui sorrise calmo, crudele
e mi disse: “Non startene al vento.”

1911

Non è il tuo amore che domando.
Si trova adesso in un luogo conveniente.
Stanne pur certo, lettere gelose
non scriverò alla tua fidanzata.
Però accetta saggi consigli:
dalle da leggere i miei versi,
dalle da custodire i mie ritratti,
sono così cortesi i fidanzati!
e conta più per queste scioccarelle
assaporare a fondo una vittoria
che luminose parole d’amicizia,
e il ricordo dei primi, dolci giorni…
Ma allorchè con la diletta amica
avrai vissuto spiccioli di gioia
e all’anima già sazia d’improvviso
tutto parrò un peso,
non accostarti alla mia notte trionfale.
Non ti conosco.
E in cosa potrei esserti d’aiuto?
Dalla felicità io non guarisco.

1914

Bevo ad una casa distrutta,
alla mia vita sciagurata,
a solitudini vissute in due
e bevo anche a te:
all’inganno di labbra che tradirono,
al morto gelo dei tuoi occhi,
ad un mondo crudele e rozzo,
ad un Dio che non ci ha salvato.

1934

Ariel – Sylvia Plath

1 commento

Stasi nel buio.
Poi l’insostanziale azzurro
riversarsi di altura e lontananze.

Leonessa di Dio,
come ci compenetriamo,
perno di talloni e ginocchia!- Il solco

si fende e passa, fratello
all’arco bruno
del collo che non posso afferrare,

bacche occhi-di-negro
gettano scuri
uncini-

nere boccate dolci di sangue,
ombre.
Qualcos’altro

mi solleva per l’aria-
Cosce, criniera;
scaglie dai miei talloni.

Bianca
Godiva mi spoglio-
morte mani, morte costrizioni.

E ora io
schiumo in grano, un luccichio di mari.
Il grido del bambino

si dissolave nel muro.
e io
sono la freccia,

la rugiada che vola
suicida, fatta con lo slancio
dentro l’occhio

scarlatto, il crogiolo del mattino.

(22 ottobre 1962)

Lo scrigno magico – sul Maestro e Margherita

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Il Maestro e Margherita è un romanzo dalla storia tutta particolare. Iniziato nel 1928, la prima stesura viene gettata nel fuoco dallo stesso autore onde evitare che venisse fatto dalla censura; ripreso una seconda volta nel 1931, cinque anni dopo viene completata la struttura portante e ridefinito fino al 1937. Bulgakov continua a lavorarci fino alla sua morte nel 1940. Verrà definitivamente ultimato dalla moglie dell’autore nel 1941. Tra il 66-67 vede la luce la prima pubblicazione ma è tagliata dalla censura sovietica. Nel 1973 in Italia il romanzo esce per Feltrinelli e riscuote un grandissimo successo. Insomma una vita un pò rocambolesca.

Ci sono due storie in questo libro. Ponzio Pilato e Gesù Cristo da una parte, dall’altra il Diavolo che visita l’Unione Sovietica e sconvolge le vite dei due protagonisti.

Per chi non lo ha letto, leggetelo. E’ uno scrigno pieno di segreti, domande, immagini fantastiche, surrealismo, risate folli, magia, diavolerie, gatti parlanti, morti atroci, amore impossibile e lontano, dio e satana.

Per chi non lo ha letto, dovete leggerlo. Assolutamente. Se non siete persuasi o non siete andati oltre le prime pagine fatevi un’idea qui, visto che c’è questa voce ben scritta su Wikipedia.

Per chi è pigro o lo ha già letto e volesse rinfrescarsi la memoria ecco un bel link dove ascoltare la lettura del romanzo IL TERZO ANELLO.

Buona lettura.

Il Maestro e Margherita – Michail Bulgakov

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Margherita

Seguimi, lettore! Chi ha detto che non esiste a questo mondo l’amore vero, fedele ed eterno! Al mentitore sia tagliata la malefica lingua.
Seguimi, lettore. Solo me, segui. E io ti mostrerò un tale amore.
Il Maestro aveva torto quando raccontava con amarezza a Ivan, nella clinica, a mezzanotte suonata, che lei l’aveva dimenticato. Era impossibile. Naturalmente, lei, non l’aveva dimenticato.
Prima di tutto sveliamo il segreto che il Maestro ha voluto mantenere con Ivan. La donna che amava si chiamava Margherita Nikolaevna. Tutto quello che il Maestro aveva detto di lei al poeta era esattamente la verità. L’aveva descritta fedelmente. Era bella e intelligente. Al che bisogna aggiungere una cosa: si può affermare con certezza che molte donne avrebbero dato qualunque cosa per barattare la propria vita con quella di Margherita Nicolaevna. Trent’anni, senza figli, Margherita era la moglie di un eminente professionista, autore fra l’altro di un’importante scoperta che aveva avuto grande risonanza nel paese. Il marito era giovane, bello, buono, onesto e adorava sua moglie. Margherita Nicolaevna e il marito occupavano tutto l’ultimo piano di una bellissima palazzina circondata da un giardino, in una viuzza all’Arbat. Un luogo incantevole. Può constatarlo chiunque voglia andarvi. Lo chieda ame, e io gli darò l’indirizzo e gl’indicherò la strada, la palazzina è rimasta com’era.

A Margherita Nicolaevna non mancava il denaro. Aveva mezzi per comprare tutto quello che desiderava. Fra i conoscentidel marito le capitava di incontrare anche persone interessanti. Non aveva mai toccato un fornello. Non conosceva gli orrori della coabitazione. Insomma…era felice? Neanche per un minuto lo era. Dacchè s’era sposata, a diciannove anni, ed era capitata in quella palazzina, non aveva mai avuto un momento di felicità. Dio mio! Che cosa voleva, questa donna? Che cosa voleva questa donna che aveva gli occhi sempre accesi di una fiamma indecifrabile? Che cosa voleva questa maga, con un occhio leggermente strabico, che quel giorno di primavera si era ornata di mimose? Non lo so. Evidentemente diceva la verità: aveva bisogno di lui, del Maestro, e non dellla palazzina gotica col giardino, nè del denaro. Lo amava, diceva la verità.

[...]

L’unguento di Azazello

Nel limpido cielo della sera splendeva una luna piena che si vedeva attraverso i rami degli aceri. I itigli e le acacie avevano decorato la terra del giardino di un complicato arabesco di ombre. La finestra a tre ante aperta, ma protetta dalla tenda, era illuminata da una fortissima luce elettrica. Nella stanza da letto di Margherita Nikolaevna erano accese tutte le luci che riuschiaravano il grande disordine.
Sul letto erano buttate calze, camicie e biancheria, per terra c’era altra biancheria sparsa e un pacchetto di sigarette schiacciato per l’agitazione. Le scarpe erano posate sul comodino da notte accanto alla tazzina di caffè mezza vuota e a un portacenere nel quale fumava un mozzicone. Sulla spalliera della sedia era gettato un abito nero da sera. La stanza sapeva di profumi, ma anche di odore come di ferro da stiro.
Margherita Nikolaevna era seduta davanti allo specchio con il solo accappatoio da bagno gettato sul corpo nudo e un paio di scarpe di camoscio nero ai piedi. Un bracciale d’oro e l’orologio erano posati davanti a lei, insieme alla scatoletta avuta da Azazello. La donna non staccava gli occhi dall’orologio.
Ogni tanto le pareva che l’orologio fosse rotto e le lancette fossero ferme. Ma esse si muovevano sia pure molto lentamente, come se si appiccicassero, e finalmente la lancetta più grande giunse a un minuto dalle nove e mezzo. Il cuore di Margherita ebbe un tale tuffo che non riuscì neppure ad afferrare la scatoletta. Si riprese, l’aprì e vide che c’era un grasso unguento giallo. Le parve che odorasse di palude. Con la punta del dito Margherita se ne mise un poco sul palmo e più acuto giunse l’odore d’erbe di palude e di bosco. Col palmo cominciò a spalmarsi la crema sulla fronte e sulle guance.
La crema si spalmava con facilità e Margherita ebbe l’impressione che evaporasse immediatamente. Dopo qualche frizione, Margherita si guardò allo specchio elasciò cadere la scatoletta che andò a finire proprio sull’orologio incrinandone il vetro. Chiuse gli occhi, poi si guardò un’altra volta e scoppiò in una folle risata.
Le sopracciglia sottili depilate con la pinza si erano fatte più folte e formavano due archi neri regolari sugli occhi d’un verde più intenso. La sottile ruga verticale alla radice del naso, formatasi dopo che ra scomparso il Maestro, non c’era più. Erano sparite anche le ombre giallognole dalle tempie e le piccole rughe appena segnate agli angoli degli occhi. Le guance s’erano fatte rosee, la fronte bianca e limpida e l’ondulazione eseguita dal parrucchiere s’era disfatta.
L’immagine di un donna sui vent’anni, scossa da un riso irrefrenabile, dai capelli neri e indulati naturalmente, guardava dallo specchio la trentenne Margherita.
Ella ride e saltò fuori dall’accappatoio; prese un’abbondante dose di unguento e cominciò a spalmarselo con vigorosi massaggi sul corpo, che divenne subito roseo e pieno d’ardore. Improvvisamente, ebbe l’impressione come se le avessero tolto uno spillo dal cervello, s’acquietò il dolore alla tempia che, dopo l’incontro sulla panchina, l’aveva tormentata. I muscoli delle gambe e delle braccia si rinvigorirono e, poi, il corpo di Margherita perse di peso.
Fece un salto e rimase sospesa da terra, sopra il tappeto. Poi si sentì lentamente trascinata di nuovo per terra. “Che unguento! che unguento!” gridò Margherita, lasciandosi cadere sulla poltrona.
Le frizioni la modificarono non soltanto esternamente. Ora in lei, in tutte le celleule del suo corpo, ribolliva una gioia che avvertiva come un formicolio diffuso. Margherita si sentì libera, libera di tutto. Inoltre capì con assoluta chiarezza che era accaduto proprio ciò che aveva presentito dal mattino. Che stava abbandonando per sempre la palazzina e la sua vita precedente.
[...]
In quel momento, alle spalle di Margherita, suonò il telefono. Ella balzò giù dal davanzale e, ignorando Nikolaj Ivanovic, afferrò il ricevitore.
“Parla Azazello” disse la voce al telefono.
“Caro, caro Azazello!” gridò Margherita.
“E’ ora. Voli fuori.” disse Azazello e si capiva dal suo tono che era soddisfatto del sincero, gioioso slancio di Margherita.
“Quando sorvolerà il portone gridi: “Invisibile“. Poi giri un pò sopra la città per esercitarsi, poi prenda a sud, oltre la città, e punti sul fiume. L’aspettano!”
Margherita appese il ricevitore, e in quel momento sentì qualcosa come di legno zoppicare e battere contro la porta della stanza accanto. Margherita la spalancò, e la scopa, con le setole verso l’alto, volò dentro danzando. Saltellando dalla parte del manico scalciava e cercava di raggiungere la finestra. Margherita cacciò un urlo d’entusiasmo e balzò a cavalcioni sulla scopa. Solo ora le era balenato in testa che, nella confusione, aveva dimenticato di vestirsi. Arrivò sopra il letto al galoppo e afferrò il primo indumento che le capitò, una camicia da notte celeste. Sventolandola come uno stendardo, volò fuori dalla finestra. E i suoni del valzer echeggiarono più che mai nel giardino.
Dalla finestra Margherita planò verso il basso e vide Nikolaj Ivanovic sulla panchina. Sembrava di pietra, sbalordito del tutto, era in ascolto delle grida e del fragore che venivano dalla stanza illuminata del piano sopra. “Addio, Nikolaj Ivanovic!” gridò Margerita, accennando a una danza davanti a lui.
Con un’esclamazione egli strisciò sulla panchina, aggrappandosi con le mani, e lasciò cadere la cartella.
“Addio, per sempre! Io me ne volo via!” gridava Margherita sovrastando con la sua voce il suono del valzer. In quel momento capì che la camicia non le serviva a niente e, scoppiando in una risata malefica, ne coprì la testa di Nikolaj Ivanovic. Accecato, egli ruzzolò dalla panchina sulle mattionelle del viale.
Margherita si voltò per dare un’ultima occhiata alla palazzinadove s’era tormentata così a lungo e vide nella finestra illuminata la faccia deformata dallo stupore di Natasa.
“Addio, Natasa!” gridò Margherita, e incitò la scopa.
“Invisibile!” gridò ancora più forte e, superando il portone, fra i rami degli aceri che la frustarono in viso, sbucò fuori nel vicolo. La seguirono i suoni impazziti del valzer.

A Bella Achmadulina – Evtušenko

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Ecco che mi sta capitando:

un vecchio amico non mi frequenta più,

e vengono in ozioso disordine

persone diverse, ma non quelle.

E lui

se ne va da qualche parte, non con chi dovrebbe

e anche lui lo capisce.

Il nostro diverbio è senza perchè

e ci tortura tutti e due.

Ecco che mi sta capitando:

non è quella che dovrebbe, che viene da me

e mi mette la mano sulla spalla

e mi ruba a un’altra.

E all’altra,

dite, per amor di Dio,

a chi deve appoggiar la mano sulla spalla?

Quella,

a cui sono stato rubato,

per vendetta si metterà pure a rubare.

Ma non mi risponderà subito così,

e vivrà lottando con se stessa,

sognando inconsciamente

qualcuno ancora lontano.

Oh, quante relazioni

irritanti

e insane,

e inutili,

quante amicizie inutili!

Come liberarmene?!

Che venga

qualcuno,

a distruggere

la congiunzione fra estranei

e la separazione

di anime affini!

Le streghe – Dialoghi con Leucò

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Odisseo giunse da Circe, avvertito del pericolo e immunizzato magicamente contro gli incanti. Di qui, l’inutilità di bacchetta della maga. Ma la maga -antica dea mediterranea scaduta di rango- sapeva da tempo che nel suo destino sarebbe entrato un Odiseeo. Di ciò Omero non ha tenuto quel conto che si vorrebbe.

(Parlano Circe e Leucotea)

CIRCE: Credimi, Leucò, lì per lì non capii. Succede a volte di sbagliare la formula, succede un’amnesia. Eppure l’avevo toccato. La verità è che l’aspettavo da tanto tempo che non ci pensavo più. Appena capii tutto – lui aveva fatto un balzo e messo mano alla spada- mi venne da sorridere – tanta fu la contentezza e insieme la delusione. Pensai perfino di poterne fare a meno, di sfuggire alla sorte. “Dopotutto è Odisseo” pensai, “uno che vuol tornare a casa”. Pensavo già d’imbarcarlo. Cara Leucò. Lui dimenava quella spada – ridicolo e bravo come solo un uomo sa essere- e io dovevo sorridere e squadrarlo come faccio con loro, e stupirmi e scostarmi. Mi sentivo come una ragazza, come quando eravamo ragazze e ci dicevano che cosa avremmo fatto da grandi e noi giù a ridere. Tutto si svolse come un ballo. Lui mi prese per i polsi, alzò la voce, io divenni di tutti i colori – però ero pallida, Leucò- gli abbracciai le ginocchia e cominciai la mia battuta: “Chi sei tu? Da quale terra generato…”. poveretto, pensavo, lui non sa quel che gli tocca. Era grande, ricciuto, un bell’uomo, Leucò. Che stupendo maiale, che lupo, avrebbe fatto.

LEUCOTEA: Ma queste cose gliele hai dette, nell’anno che ha passato con te?

CIRCE: Oh ragazza, non parlare delle cose del destino con un uomo. Loro credono di aver detto tutto quando l’hanno chiamato la catena di ferro, il decreto fatale. Noi ci chiamano le signori fatli, sai.

LEUCOTEA: Non sanno sorridere.

CIRCE: Sì. Qualcuno di loro sa ridere davanti al destino, sa ridere dopo, ma durante bisogna che faccia sul serio o che muoia. Non sanno scherzare sulle cose divine, non sanno sentirsi recitare come noi. La loro vita è così breve che non possono accettare di far cose già fatte o sapute. Anche lui, l’Odisseo, il coraggioso, se gli dicevo una parola in questo senso, smetteva di capirmi e pensava a Penelope.

LEUCOTEA: Che noia.

CIRCE: Sì ma vedi, io lo capisco. Con Penelope non doveva sorridere, con lei tutto, anche il pasto quotidiano, era serio e inedito – potevano prepararsi alla morte. Tu non sai quanto la morte li attiri. Morire è sì un destino per loro, una ripetizione, una cosa saputa, ma s’illudono che cambi qualcosa.

LEUCOTEA: Perchè allora non volle diventare un maiale?

CIRCE: Ah Leucò, non volle nemmeno diventare un dio, e sai quanto Calipso lo pregasse, quella sciocca. Odisseo era così, ne maiale ne dio, un uomo solo, estremamente intelligente, e bravo davanti al destino.

LEUCOTEA: Dimmi, cara, ti è piaciuto molto con lui?

CIRCE: Penso una cosa, Leucò. Nessuna dinoi dee ha mai voluto farsi mortale, nessuna lo ha mai desiderato. Eppure qui sarebbe il nuovo, che spezzerebbe la catena.

LEUCOTEA: Tu vorresti?

CIRCE: Che dici Leucò…Odisseo non capiva perchè sorridevo. Non capiva sovente nemmeno che sorridevo. Una volta credetti di avergli spiegato perchè la bestia è più vicina a noi altri immortali che non l’uomo intelligente e coraggioso. La bestia che mangia, che monta, e non ha memoria. Lui mi rispose che in patria lo attendeva un cane, un povero cane che forse era morto, e mi disse il suo nome. Capisci, Leucò,quel cane aveva un nome.

LEUCOTEA: Anche a noialtre dànno un nome gli uomini.

CIRCE: Molti nomi mi diede Odisseo stando sul mio letto. Ogni volta era un nome. Dapprincipio fu come il grido della bestia, di un maiale o del lupo, ma lui stesso a poco a poco si accorse ch’eran sillabe di una sola parola. Mi ha chiamata col nome di tutte le dee, delle nostre sorelle, coi nomi della madre, delle cose della vita. Era come una lotta con me, con la sorte. Voleva chiamarmi, tenermi, farmi mortale. Voleva spezzare qualcosa. Intelligenza e coraggio ci mise – ne aveva- ma non seppe sorridere mai. Non seppe mai cos’è il sorriso degli dèi – di noi che sappiamo il destino.

LEUCOTEA: Nessun uomo capisce noialtre, e la bestia. Li ho veduti i tuoi uomini. Fatti lupi o maiali, ruggiscono ancora come uomini interi. È uno strazio. Nella loro intelligenza sono ben rozzi. Tu hai molto giocato con loro?

CIRCE: Me li godo, Leucò. Me li godo come posso. Non mi fu dato di avere un dio nel mio letto, e di uomini soltanto Odiseeo. Tutti gli altri che tocco diventano bestia e s’infuriano, e mi cercano così, come bestie. Io li prendo, Leucò: la loro furia non è meglio nè peggio dell’amore di un dio. Ma con loro non devo sorridere; li sento coprirmi e poi scappare a rintanarsi. Non mi succede di abbassare gli occhi.

LEUCOTEA: E Odisseo…

CIRCE: Non mi chiedo chi siano…Vuoi sapere chi fosse Odisseo?

LEUCOTEA: Dimmi, Circe.

CIRCE: Una sera mi descrisse il suo arrivo in Eea, la paura dei compagni, le sentinelle poste alle navi. Mi disse che tutta la notte ascoltarono i ringhi e i ruggiti, distesi nei mantelli sulla spiaggia del mare. E poi che, apparso il giorno, videro di là dalla selva levarsi una spira e che gridarono di gioia, riconoscendo la patria e le case. Queste cose mi disse sorridendo – come sorridono gli uomni- seduto al mio fianco davanti al camino. Disse che voleva scordarsi chi ero e dov’era, e quella sera mi chiamò Penelope.

LEUCOTEA: O Circe, così sciocco è stato?

CIRCE: Leucina, anch’io fui sciocca e gli dissi di piangere.

LEUCOTEA: Figùrati.

CIRCE: No, che non pianse. Sapeva che Circe ama le bestie, che non piangono. Pianse più tardi, pianse il giorno che gli dissi il lungo viaggio che restava e la discesa nell’Averno e il buio pesto dell’Oceano. Questo pianto che pulisce lo sguardo e dà forza, lo capisco anch’io Circe. Ma quella sera mi parlò – ridendo ambiguo- della sua infanzia e del destino, e mi chiese di me. Ridendo parlava, capisci.

LEUCOTEA: Non capisco.

CIRCE: Ridendo. Con la bocca e con la voce. Ma gli occhi pieni di ricordi. E poi mi disse di cantare. E cantando mi misi al telaio e la mia voce rauca la feci voce della casa e dell’infanzia, la raddolcii, gli fui Penelope. Si prese il capo fra le mani.

LEUCOTEA: Chi rideva alla fine?

CIRCE: Nessuno, Leucò. Anch’io quella sera fui mortale. Ebbi un nome: Penelope. Quella fu l’unica volta che senza sorridere fissai in faccia la mia sorte e abbassai gli occhi.

LEUCOTEA: E quest’uomo amava un cane?

CIRCE: Un cane, una donna, suo figlio, e una nave per correre il mare. E il ritorno innumerevole dei giorni non gli parve mai destino, e correva alla morte sapendo cos’era, e arricchiva la terra di parole e di fatti.

LEUCOTEA: Oh Circe, non ho i tuoi occhi ma qui voglio sorridere anche io. Fosti ingenua. Gli avessi detto che il lupo e il maiale ti coprivano come una bestia, sarebbe caduto, si sarebbe imbestiato anche lui.

CIRCE: Gliel’ho detto. Storse appena la bocca. Dopo un poco mi disse: “Purchè non siano i miei compagni”.

LEUCOTEA: Dunque geloso.

CIRCE: Non geloso. Teneva a loro. Capiva ogni cosa. Tranne il sorriso di noi dèi. Quel giorno che pianse sul mio letto non pianse per la paura, ma perchè l’ultimo viaggio gli era imposto dal fato, era una cosa già saputa. “E allora perchè farlo?”mi chiese cingendosi la spada e camminando verso il mare. Io gli portai l’agnella nera e, mentre i compagni piangevano, lui avvistò un volo di rondini sul tetto e mi disse: “Se ne vanno anche loro. Ma loro non san quel che fanno. Tu, signora, lo sai”.

LEUCOTEA: Nient’altro ti ha detto?

CIRCE: Nient’altro.

LEUCOTEA: Circe, perchè non l’hai ucciso?

CIRCE: Ah sono davvero una stupida. Qualche volte dimentico che noialtre sappiamo. E allora mi diverto come fossi ragazza. Come se tutte queste cose avvenissero ai grandi, agli Olimpici, e avvenissero così, inesorabili e fatti di assurdo, d’improvviso. Quella che mai prevedo è appunto di aver preveduto, di sapere ogni volta quel che farò e quel che dirò – e quello che faccio e che dico diventa così sempre nuovo, sorprendente, come un gioco, come quel gioco degli scachi che Odisseo m’insegnò, tutto regole e norme ma così bello e imprevisto, coi suoi pezzi d’avorio. Lui mi diceva sempre che quel gioco è la vita. Mi diceva che è un modo di vincere il tempo.

LEUCOTEA: Troppe cose ricordi di lui. Non l’hai fatto maiale nè lupo, e l’hai fatto ricordo.

CIRCE: L’uomo mortale, Leucò, non ha che questo di immortale. Il ricordo che porta è il ricordo che lascia. Nomi e parole sono questo. Davanti al ricordo sorridono anche loro, rassegnàti.

LEUCOTEA: Circe, anche tu dici parole.

CIRCE: So il mio destino, Leucò. Non temere.

I due – Dialoghi con Leucò

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Superfluo rifare Omero. Noi abbiamo voluto semplicemente riferire un colloquio che ebbe luogo la vigilia della morte di Patroclo.

(Parlano Achille e Patroclo)

 

ACHILLE: Patroclo, perchè noi uomini diciamo sempre per farci coraggio: “Ne ho viste di peggio” quando dovremmo dire: “Il peggio verrà. Verrà un giorno che saremo cadaveri”?

PATROCLO: Achille, non ti conosco più.

ACHILLE: Ma io sì ti conosco. Non basta un pò di vino per uccidere Patroclo. Stasera so che dopotutto non c’è differenza tra noialtri e gli uomini vili. Per tutti c’è un peggio.
E questo peggio vien per ultimo, viene dopo ogni cosa, e ti tappa la bocca come un pugno di terra. È sempre bello ricordarsi: “Ho visto questo, ho patito quest’altro” – ma non è iniquo che proprio la cosa più dura non la potremo ricordare?

PATROCLO: Almeno, uno di noi la potrà ricordare per l’altro. Speriamolo.
Così giocheremo il destino.

ACHILLE: Per questo, la notte, si beve. Hai mai pensato che un bambino non beve, perchè per lui non esiste la morte? Tu, Patroclo, hai bevuto da ragazzo?

PATROCLO: Non ho mai fatto nulla che non fosse con te o come te.

ACHILLE: Voglio dire, quando stavamo sempre insieme e giocavamo e cacciavamo, e la giornata era breve ma glia nni non passavano mai, tu sapevi cos’era la morte, la tua morte? Perchè da ragazzi si uccide, ma non si sa cos’è la morte. Poi viene il giorno che d’un trato si capisce, si è dentro la morte, e da allora si è uomini fatti. Si combatte e si gioca, si beve, si passa la notte impazienti. Ma hai mai veduto un ragazzo ubriaco?

PATROCLO: Mi chiedo quando fu la prima volta. Non lo so. Non ricordo.
Mi pare di aver sempre bevuto, e ignorato la morte.

ACHILLE: Tu sei come un ragazzo, Patroclo.

PATROCLO: Chiedilo ai tuoi nemici, Achille.

ACHILLE: Lo farò. Ma la morte per te non esiste. E non è buon guerriero chi non teme la morte.

PATROCLO: Pure bevo con te, questa notte.

ACHILLE: E non hai ricordi, Patroclo? Non dici mai: “Quest’ho fatto. Quest’ho veduto” chiedendoti che cos’hai fatto veramente, che co’è stata la tua vita, cos’è che hai lasciato di te sulla terra e nel mare? A che serve passare dei giorni se non si ricordano?

PATROCLO: Quand’eravamo due ragazzi, Achille, niente ricordavamo. Ci bastava essere insieme tutto il tempo.

ACHILLE: Io mi chiedo se ancora qualcuno in Tessaglia si ricorda d’allora. E quando da questa guerra torneranno i compagni laggiù, chi passerà su quelle strade , chi saprà che una volta ci fummo anche noi – ed eravamo due ragazzi come adesso ce n’è certo degli altri. Lo sapranno i ragazzi che crescono adesso, che cosa li attende?

PATROCLO: Non ci si pensa da ragazzi.

ACHILLE: Ci sono giorni che dovranno nascere noi non vedremo.

PATROCLO: Non ne abbiamo veduti già molti?

ACHILLE: No, Patroclo, non molti. Verrà il giorno che saremo cadaveri. Che avremo tappata la bocca con un pugno di terra. E nemmeno sapremo quel che abbiamo veduto.

PATROCLO: Non serve pensarci.

ACHILLE: Non si può non pensarci. Da ragazzi si è come immortali, si guarda e si ride. Non si sa quello che costa. Non si sa la fatica e il rimpianto. Si combatte per gioco e ci si butta a terra morti. Poi si ride e si torna a giocare.

PATROCLO: Noi abbiamo altri giochi. Il letto e il bottino. I nemici. E questo bere di stanotte. Achille, quando torneremo in campo?

ACHILLE: Torneremo, sta’ certo. Un destino ci aspetta. Quando vedrai le navi in fiamme, sarà l’ora.

PATROCLO: A questo punto?

ACHILLE: Perchè? Ti spaventa? Non ne hai viste di peggio?

PATROCLO: Mi mette la smania. Siamo qui per finirla. Magari domani.

ACHILLE: Non avere fretta, Patroclo. Lascia dire “domani” agli dèi. Solamente per loro quel che è stato sarà.

PATROCLO: Ma vederne di peggio dipende da noi. Fino all’ultimo. Bevi, Achille. Alla lancia e allo scudo. Quel che è stato sarà ancora. Torneremo a rischiare.

ACHILLE: Bevo ai mortali e agli immortali, Patroclo. A mio padre e amia madre. A quel che è stato, nel ricordo. E a noi due.

PATROCLO: Tante cose ricordi?

ACHILLE: Non più di una donnetta o un pezzente. Anche loro sono stati ragazzi.

PATROCLO: Tu sei ricco, Achille, e per te la ricchezza è uno straccio che si butta.
Tu solo puoi dire di essere come un pezzente. Tu che hai preso d’assalto lo scoglio del Ténedo, tu che hai spezzato la cintura dell’amazzone, e lottato con gli orsi sulla montagna. Quale altro bimbo la madre ha temprato nel fuoco come te? Tu sei spada e sei lancia, Achille.

ACHILLE: Tranne nel fuoco, tu sei stato con me sempre.

PATROCLO: Come l’ombra accompagna la nube. Come Teseo con Piritoo. Forse un giorno ti aspetta, Achille, che anche tu verrai nell’Ade a liberarmi. E vedremo anche questa.

ACHILLE: Meglio quel tempo in cui no c’era l’Ade. Allora andavamo tra boschi e torrenti e, lavato il sudore, eravamo ragazzi. Allora ogni gesto, ogni cenno era un gioco. Eravamo ricordo e nessuno sapeva. Avevamo del coraggio? Non so. Non importa.
So che sul monte del centauro era l’estate, era l’inverno, era tutta la vita. Eravamo immortali.

PATROCLO: Ma poi venne il peggio. Venne il rischio e la morte. E allora noi fummo guerrieri.

ACHILLE: Non si sfugge alla sorte. E non vidi mio figlio. Anche Deidamia è morta. Oh perchè non rimasi sull’isola in mezzo alle donne?

PATROCLO: Avresti poveri ricordi, Achille. Saresti un ragazzo. Meglio soffrire che non essere esistito.

ACHILLE: Ma chi ti dice che la vita fosse questa?…Oh Patroclo, è questa.
Dovevamo vedere il peggio.

PATROCLO: Io domani scendo in campo. Con te.

ACHILLE: Non è ancora il mio giorno.

PATROCLO: E allora andrò da solo. E per farti vergogna prenderò la tua lancia.

ACHILLE: Io non ero ancora nato, che abbatterono il frassino. Vorrei vedere la radura che ne resta.

PATROCLO: Scendi in campo e la vedrai degna di te. Tanti nemici, tanti ceppi.

ACHILLE: Le navi ardono ancora.

PATROCLO: Prenderò i tuoi schinieri e il tuo scudo. Sarai tu nel mio braccio.
Nulla potrà sfiorarmi. Mi parrà di giocare.

ACHILLE: Sei davvero il bambino che beve.

PATROCLO: Quando correvi col centauro, Achille, non pensavi ai ricordi.
E non eri più immortale che stanotte.

ACHILLE: Solamente gli dèi sanno il destino e vivono. Ma tu giochi col destino.

PATROCLO: Bevi ancora con me. Poi domani, magari nell’Ade, diremo anche questa.

Ospite Sacro

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Quando si accoglie un amico, ospite per qualche giorno nella propria città,
si fa di tutto per assecondare le sue curiosità.
Ad esempio:

Lo si accompagna volentieri in un giro panoramico della città e di quei posti che sfuggono di solito al turista distratto o frettoloso;
Si stuzzica la sua fantasia con aneddoti simpatici, accattivanti, sconosciuti ai molti;
Si chiede cosa preferirebbe mangiare e dove.

Se siete con me e Baruda ciò non accadrà mai se non nell’ipotesi che ci vede divise.
Una da una parte, una dall’altra.

Premettiamo che l’appuntamento tra due romane e un napoletano non può che essere dopo le nove.
Mettiamoci pure il fatto che il luogo deputato è Trastevere.
Tutto diviente più indolente sornione.
Ma non divago.

L’ospitalità è sacra, lo dicono i nostri antenati.
E noi eravamo già premunite di un programma.
Si mangia da Ugo.
…e al diavolo le trattorie romane, i sapori antichi, la vera Trastevere (ma dov’è?)
e soprattutto le richieste del nostro ospite che, dopo una alquanto eccessiva stereotipizzazione della Roma turistica, viene catapultato dall’altra parte del fiume, a Largo Argentina, in un ristorante cinese.
Tanto, ci diciamo, a Roma si fermerà per qualche giorno, avrà tempo per degustare il leggero menù romano a base di interiora di agnello, coda, pajata ecc…

Costretto ad assistere al nostro nutrimento e visibilmente scosso dalla quantità di cibo ordinato e dalla voracità con la quale viene consumato, il nostro ospite strabuzza gli occhi ad ogni salamelecco che esprimiamo nei confronti dell’amata cucina cinese.
“Buono questo wan-blon!”, botta
“Sì buono, ma non sublime come il Wan Ton del Liu”, risposta.

Dopo aver spazzolato i piatti e con un germoglio di soia ancora appeso alla bocca,
vediamo il nostro ospite assumere una pastiglia.
“Questa roba m’accid’! Posso prendere un pò della tua acqua?…è per lo stomaco”
L’ultimo sorso d’acqua nel deserto dei Tartari che è la nostra tavola.

(Foto di sOngS tO tHe sIRenS)

Il menù?

Ravioli alla piastra
Ravioli al vapore
Tost di gamberi

Spaghetti di soia con carne e verdure
Riso nell’ananas
Riso piccante (rosso!)

Maiale in agro-dolce
Pollo Kun Pong (o cose simili)
Anatra stufata mista

Verdure alla piastra (aglio a volontà per noi)
Riso in bianco.

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