Dieci giorni bastano per innamorarsi di Istanbul, la città delle città.
Il centro culturale che ricorda Nazim HIkmet si trova a Kadikoy, sulla sponda asiatica. Il quartiere saluta il tuo arrivo in vapur con un lungo molo e le gru rosse che si stagliano a nascondere la vecchia stazione dei treni per l’Anantolia.
Una traversa della strada principale frequentata da artisti e artgiani porta ad un grande caffè all’ombra di una pergola. Il Centro culturale dedicato al poeta morto in esilio è una biblioteca, sala letture, libreria e ospita iniziative di vario genere. Putroppo, che io sappia, è l’unico in città. Hikmet è un pò come un fantasma ad Istanbul: vive in luoghi segreti come le piccole e disordinate librerie di Beyoglu, passeggia nei cimiteri incustoditi tra le tombe a turbante, attraversa il Bosforo con gli uccelli nel tramonto miele e annusa l’aria a naso in sù prima di perdersi in Anatolia.
Un pò difficile aspettarsi particolari riconoscimenti ufficiali nei suoi confronti nella città-vetrina della Turchia. Ma il suo canto risuona ancora, alle porte di Madrid come in Russia come in Anatolia.
Buona lettura.
***
Le api sono grosse gocce di miele.
Le api portano le pergole al sole.
Le api sono venute volando via dalla mia giovinezza.
Anche queste mele vengono di là
queste mele pesanti.
E questa strada di polvere dorata
e questi sassi bianchi in riva la fiume
e la mia fede nei canti
e il fatto che io non vidi nessuno
e anche questa giornata senza nubi viene di là
questa giornata azzurra
e questo mare che sta disteso nudo e caldissimo
e questa nostalgia
e i denti luminosi di questa bocca dalle labbra carnose son
venuti al villaggio caucasicotra le zampette delle api come
grosse gocce di miele
dalla mia giovinezza.
Dalla mia giovinezza che io ho lascista non so dove
e di cui non mi sono potuto saziare
(1958)
***
Il noce
La mia testa è una nuvola schiumosa, il mare è nel mio petto. Io sono un noce nel parco Ghiulkhan, cresciuto, vecchio, ramoso – guarda! - ma né la polizia né tu lo sapete.
Io sono un noce nel parco Ghiulkhan. E le foglie, come pesciolini, vibrano dall’alba alla sera, frusciano come un fazzoletto di seta; prendi, strappale, o mia cara, e asciuga le tue lacrime.
Le mie foglie sono le mie mani, centomila mani verdi, centomila mani io tendo, e ti tocco, Istanbul. Le mie foglie sono i miei occhi, e io guardo intorno, con centomila occhi ti guardo, Istanbul.
Le mie foglie battono, come centomila cuori. Io sono un noce nel parco Ghiulkhan, ma né la polizia né tu lo sapete.
Buongiorno e scusate la latitanza.
Fortunatamente ho un bel pò di cose da fare e molto lavoro. Ho tempo però per segnalare un sito che si presenta così:
….abbiamo letto, riletto tra le righe, sottolineato, interpretato, discusso e fantasticato sulle immagini che potevano rappresentare le frasi salienti di ogni città…..frugato tra foto già fatte….scattate di nuove occasionalmente e pianificato viaggi per farne altre appositamente…
Ora le 55 foto ci sono….sono state scelte….ma questa è sola la prima di una lunga serie a cui il progetto ambisce…..
Un work in progress, aperto a tutti coloro che desiderino proporre un’immagine propria…
Risoluzione, formato, ecc… non costituiscono fattore discriminante in quanto il focus del progetto è legato alla ricerca di significato… delle emozioni che scaturiscono dalla lettura immersi nel grande Impero di Kublai Khan.
(dalla pagina Il Progetto)
Il sito si chiamaLE CITTA’ INVISIBILI cliccate e troverete quello che cercate o no o forse molto altro…
21 donne che hanno esplorato il mondo riuscendo, nel loro campo, a riscriverlo, studiarlo o contestarlo e per questo hanno pagato un prezzo altissimo. A loro ed alle loro storie è dedicata questa raccolta scritta da Valeria Palumbo con le immagini di Giancarlo Montelli che demolisce il mito del Romanticismo, delle donne devote per obbligo, per mettere in risalto l’azione come autentico talento femminile.
Per maggiori info e per ordinare il libro eccovi il LINK
[...]Questo libro, attraverso un’ampia mole di documenti in larga parte inediti, prove- niente da vari Archivi e commissioni d’inchiesta parlamentare, si concentra sulle trat- tative, gli accordi, le tensioni nazionali e internazionali relative alla questione dei criminali di guerra, cercando di evidenziare come e perché fu possibile assicurare l’impunità a centinaia di militari del regio esercito e di camicie nere dando luogo alla cosiddetta “mancata Norimberga” e all’inconsistente mito autoassolutorio degli “italiani brava gente”. [...]
Per la quarta di copertina e per ordinare il libro rimando a QUESTO LINK
Già nella vetrina della libreria hai individuato la copertina col titolo che cercavi.
Seguendo questa traccia visiva ti sei fatto largo nel negozio attraverso il fitto sbarramento dei Libri Che Non Hai Letto che ti guardavano accigliati dai banchi e dagli scaffali cercando d’intimidirti. Ma tu sai che non devi lasciarti mettere in soggezione, che tra loro s’estendono per ettari ed ettari i Libri Che Puoi Fare A Meno Di Leggere, i Libri Fatti Per Altri Usi Che La Lettura, i Libri Già Letti Senza Nemmeno Bisogno D’Aprirli In Quanto Appartenenti Alla Categoria Del Già Letto Prima Ancora D’Essere Stato Scritto.
E cosí superi la prima cinta dei baluardi e ti piomba addosso la fanteria dei Libri Che Se Tu Avessi Piú Vite Da Vivere Certamente Anche Questi Li Leggeresti Volentieri Ma Purtroppo I Giorni Che Hai Da Vivere Sono Quelli Che Sono. Con rapida mossa li scavalchi e ti porti in mezzo alle falangi dei Libri Che Hai Intenzione Di Leggere Ma Prima Ne Dovresti Leggere Degli Altri, dei Libri Troppo Cari Che Potresti Aspettare A Comprarli Quando Saranno Rivenduti A Metà Prezzo, dei Libri Idem Come Sopra Quando Verranno Ristampati Nei Tascabili, dei Libri Che Potresti Domandare A Qualcuno Se Te Li Presta, dei Libri Che Tutti Hanno Letto Dunque E’ Quasi Come Se Li Avessi Letti Anche Tu. Sventando questi assalti, ti porti sotto le torri del fortilizio, dove fanno resistenza:
i Libri Che Da Tanto Tempo Hai In Programma Di Leggere,
i Libri Che Da Anni Cercavi Senza Trovarli,
i Libri Che Riguardano Qualcosa Di Cui Ti Occupi In Questo Momento,
i Libri Che Vuoi Avere Per Tenerli A Portata Di Mano In Ogni Evenienza,
i Libri Che Potresti Mettere Da Parte Per Leggerli Magari Quest’Estate,
i Libri Che Ti Mancano Per Affiancarli Ad Altri Libri Nel Tuo Scaffale,
i Libri Che Ti Ispirano Una Curiosità Improvvisa, Frenetica E Non Chiaramente Giustificabile.
Ecco che ti è stato possibile ridurre il numero illimitato di forze in campo a un insieme certo molto grande ma comunque calcolabile in un numero finito, anche se questo relativo sollievo ti viene insidiato dalle imboscate dei Libri Letti Tanto Tempo Fa Che Sarebbe Ora Di Rileggerli e dei Libri Che Hai Sempre Fatto Finta D’Averli Letti Mentre Sarebbe Ora Ti Decidessi A Leggerli Davvero.
Ti liberi con rapidi zig zag e penetri d’un balzo nella cittadella delle Novità Il Cui Autore O Argomento Ti Attrae.
Anche all’interno di questa roccaforte puoi praticare delle brecce tra le schiere dei difensori dividendole in Novità D’Autori O Argomenti Non Nuovi (per te o in assoluto) e Novità D’Autori O Argomenti Completamente Sconosciuti (almeno a te) e definire l’attrattiva che esse esercitano su di te in base ai tuoi desideri e bisogni di nuovo e di non nuovo (del nuovo che cerchi nel non nuovo e del non nuovo che cerchi nel nuovo).
da “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino (1979)
Che si debba parlare, per essere esatti, di lotta per una ‘nuova cultura’ e non per una ‘nuova arte’ (in senso immediato) pare evidente. Forse non si può neanche dire, per essere esatti, che si lotta per un nuovo contenuto dell’arte, poiché questo non può essere pensato astrattamente, separato dalla forma. Lottare per una nuova arte significherebbe lottare per creare nuovi artisti individuali, ciò è assurdo, poiché non si possono creare artificiosamente gli artisti.
Si deve parlare di lotta per una nuova cultura, cioè per una nuova cultura, cioè per una nuova vita morale che non può non essere intimamente legata a una nuova intuizione della vita, fino a che essa diventi un nuovo modo di sentire e di vedere le realtà e quindi mondo intimamente connaturato con gli ‘artisti possibili’ e con le ‘opere d’arte possibili’. Che non si possa artificiosamente creare degli artisti individuali non significa quindi che il nuovo mondo culturale, per cui si lotta, suscitando passioni e calore di umanità, non susciti necessariamente ‘nuovi artisti’; non si può, cioè, dire che Tizio o Caio diventeranno artisti, ma si può affermare che dal movimento nasceranno nuovi artisti.
Non c’è dubbio che conoscesse molto bene il suo paese…e i suoi mali cronici.
Quaderno 15 (II) 1933
§<21>. Passato e presente.
Se si domanda a Tizio, che non ha mai studiato il cinese e conosce bene solo il dialetto della sua provincia, di tradurre un brano in cinese, egli molto ragionevolmente si meraviglierà, prenderà la domanda in ischerzo e, se si insiste, crederà di essere canzonato, si offenderà e farà ai pugni. Eppure lo stesso tizio, senza essere neanche sollecitato, si crederà autorizzato a parlare di tutta una serie di quistioni che conosce quanto il cinese, di cui ignora il linguaggio tecnico, la posizione storica, la connessione con altre quistioni, talvolta gli stessi elementi fondamentali distintivi. Del cinese almeno sa che è una lingua di un determinato popolo che abita un determinato punto del globo: di queste quistioni ignora la topografia ideale e i confini che le limitano.
§<57>. Passato e presente.
Una delle manifestazioni più tipiche del pensiero settario [...] è quella per cui si ritiene di poter fare sempre certe cose anche quando la “situazione politico-militare” è cambiata. Tizio lancia un grido e tutti applaudono e si entusiasmano; il giorno dopo, la stessa gente che ha applaudito e si è entusiasmata a sentire lanciare quel grido, finge di non sentire, scantona ecc.; al terzo giorno la stessa gente rimprovera Tizio, lo rintuzza, e anche lo bastona o lo denunzia. Tizio non ne capisce nulla; ma Caio che ha comandato Tizio, rimprovera Tizio di non aver gridato bene, o di essere un vilgiacco o un inetto ecc. Caio è persuaso che quel grido, elaborato dalla sua eccellentissima capacità teorica, deve sempre entusiasmare e trascinare, perchè nella sua conventicola infatti i presenti fingono ancora di entusiasmarsi ecc. Sarebbe interessante descrivere lo stato d’animo di stupore e anche di indignazione del primo francese che vide rivoltarsi il popolo siciliano dei Vespri.
In realtà avrei dovuto proseguire con I LIBRI DEGLI ALTRI, ma questo articoletto volevo inserirlo da troppo tempo ormai.
Un decina di anni fa, anche di più, scovai un libricino dal titolo “Piove, governo ladro!” di Antonio Gramsci, il sottotitolo recita: satire e polemiche sul costume degli italiani. Lessi tutto d’un fiato, senza dargli troppa attenzione devo dire. Poi l’ho ri-trovato in casa.
Si tratta di articoli che Gramsci scrisse per l’Avanti! in forma anonima e apparsi tra il 1916 e il 1918. Articoletti polemici e stuzzicanti.
Due premesse prima della lettura.
1) Gramsci rifiutò un lavoro molto redditizio (2.500 lire dell’epoca, al mese)
come preside di una scuola per scrivere a poche lire per il giornale socialista.
2) Quando gli proposero di pubblicarli egli commentò che questi “erano scritti alla giornata e dovevano, secondo me, morire dopo la giornata” e questo non stupisce vista la meticolosità con cui studiava, leggeva, scriveva il futuro fondatore del PCd’I.
L’articolo è preceduto da una piccola introduzione che spiega la ragione della polemica.
Buona lettura, compagni!
E’ corsa voce – ed è certo uno scherzo malizioso, ma uno scherzo significativo- che la Sezione torinese del partito (socialista ndr) abbia stabilito nei giorni scorsi di non ammettere d’ora in poi soci che abbiano superato ne’ loro studi la terza elementare*.
Il Corriere della sera si diverte a incrociare su questo spunto le solite spiritose frasi che piacciono tanto ai suoi lettori, anche quando se le son sentite ripetere per la centesima volta. Socialisti: idioti e nefandi; socialisti: proletari dell’intelligenza; socialisti: protozoi che si rivoltano alla superiore specie dei mammiferi; socialismo: manovali contro intellettuali; socialismo: analfabeti di tutto il mondo unitevi, perinde ac idiotus (come un solo idiota, traduzione ad uso dei nostri soci).
Pesiamo le parole. Idiota: parola nobilissima di origine greca. Idiota significa prima di tutto soldato semplice, soldato che non ha nessun gallone. Significa in seguito: chi pensa con la propria testa, chi è proprio, chi non si è ancora assoggettato alla disciplina sociale vigente. Quando questa mancanza di disciplina all’ordinamento sociale diventa una colpa, la parola comincia ad assumere un significato offensivo. Ma in sè e per sè non racchiude nessuna offesa. Ha un significato sociale, non inviduale. Idiota è chi è diverso, chi pensa e parla diversamente dalla maggioranza. Idiotismo è la parola o il modo di dire proprio di un regione, e non usato nella lingua letteraria o nazionale. Idiota, insomma, corrisponde a refrattario, per ciò che riguarda le relazioni sociali. Nefando: parola altrettanto nobile, di origine latina. Significa: chi parla come la divinità ha proibito di parlare, chi fa affermazioni proibite dalla legge. Due parole che hanno un valore prettamente democratico dal punto di vista sociale. Due parole che hanno acquistato valore offensivo quando la società, la legge, la disciplina sociale erano fondate sul principio divino, su una mistica concezione del destino che presiede all’accadimento dei fatti umani. Idioti e nefandi erano pertanto quelli che non credevano all’efficacia taumaturgica delle frasi fatte, dell’ “Iddio l’ha detto” del “la patria lo vuole”, del “le leggi imperscrutabili che guidano l’umanità dicono”, ecc…, e pertanto operavano e parlavano con la loro testa, sbagliando talvolta senza dubbio, ma pronti a riconoscere lo sbaglio e a correggerlo, lieti se riuscivano a raggiungere un fine anche minuscolo, purchè, anche nella sua piccolezza, fosse raggiunto con mezzi loro propri, fosse figlio delle loro opere e non della loro supina obbedienza alla volontà degli altri.
Idioti e nefandi: parole classiche che esprimono l’indipendenza di un piccolo gruppo di fronte alla collettività, di un individuo rispetto all’ambiente in cui vive. Che si contrappongono al cadaver dei gesuiti, al “credo quantunque sia assurdo, anzi appunto perchè assurdo”, all’ipse dixit (l’ho detto…, basta, traduzione per i nostri soci) e a tutte le altre formule del pecorile asservimento alla verità rivelata, alla legge, voce di Dio, allo Stato, mistica disciplina per la realizzaxione della volontà di Dio sulla terra.
Intellettuali, sì, quando intellettuale vuol dire intelligente, e non tiranno per grazia del titolo di studi; seguire gli intellettuali, sì, quando seguirli vuol dire ritrovar in loro meglio chiariti, più logicamente costruiti quei concetti e quei veri che ognuno sente in sè ancora indistinti. Ma non si vuol sacrificare l’intelligenza all’intelletto, l’indipendenza e la libertà propria all’intelletto degli altri. Quando si proverà che non avere titoli di studi voglia dire essere stupidi, che non essere pecorinamente schiavi voglia dire essere delinquenti, allora ci copriremo i capelli di cenere e ci batteremo il petto. Finora siamo persuasi che stupidi e cretini siano coloro che danno alle parole quel significato che esse avrebbero se si riferissero a loro stessi.
Noi siamo più classici di loro, e ce ne troviamo bene.
(17 gennaio 1917)
* Perinde ac “idiotus”, in Corriere della sera, 16 gennaio 1917
Brevi prose di pensiero alle prese con la ragione di vocaboli e concetti compongono Pianoterra (Nottetempo, € 12,00) di Erri De Luca, il nuovo libro dell’autore napoletano di cui Satisfiction anticipa due brani inediti. La raccolta, in libreria dal 6 marzo, è scritta secondo la prospettiva del “pianoterra”. Un taglio inusuale che lo stesso De Luca, nella “Premessa”, spiega ai lettori: “Dall’angolo stretto di chi sta in una folla proviene la scrittura di queste pagine”.
Patria
Nato e cresciuto in un posto del Sud alleggerito da milioni di emigranti, ho sentito ripetere spesso che: “’A patria è chella ca te dà a mangià”La riduzione del proprio luogo a dispensatore alimentare era la piú amara definizione, ma non cosí spregiativa. Lavorare e guadagnarsi il pane è diritto elementare ed è quello che produce dignità e radica appartenenza.
Patrigna è la patria che lo nega, che discrimina tra figli e figliastri. Il Sud era molto figliastro. Sue patrie furono le Americhe, l’Australia. Gli emigranti espatriarono senza conoscere il verbo, salutando con un fazzoletto bianco e non tricolore. Si portavano dietro un dialetto in cui esprimere la loro nostalgia. L’italiano era la lingua di chi poteva permettersi il lusso di parlare diverso dal popolo, dai popoli riuniti sotto il cappello Italia. A casa nostra la parola patria era inesorabilmente accoppiata all’esperienza goffa e tragica del fascismo. I miei avevano conosciuto i sabati del regime, le adunate obbligatorie nei ranghi dei figli della lupa, le parate con labari e aquile romane, caricature e addobbi spolverati da uno scheletro della storia. Quella patria con il punto esclamativo si era presa sul serio al punto di credersi guerriera. Napoli ascoltò la sirena di allarme aereo poco dopo la dichiarazione di guerra, la parola patria presentava in fretta il conto. Ci sono vocaboli che diventano inservibili: insieme al Lebensraum, lo spazio vitale, preteso dall’espansionismo tedesco, anche patria finí sotto le macerie e i cingoli dei vincitori, insieme a una monarchia lesta a disertare.
Da giovane ho aderito a lungo a una gioventú rivoltosa e comunista che ripeteva il motto: il proletario non ha nazione. Gli operai, gli sfruttati, secondo quella convinzione, erano compatrioti di altri come loro oltre i confini, ben piú che dei loro concittadini di ceto borghese. Perciò patria è un termine fuori dal mio dizionario e forse lo sto scrivendo qui per la prima volta. Al disuso si somma anche il basso gradimento per l’inno di Mameli di cui non ho ancora deciso se sia peggiore il testo o la musica. Dov’è la vittoria? Quando l’ascolto mi sforzo di dimenticare l’italiano, di ricevere sillabe prive di senso. Mia madre dice che la patria è una parola che ti è cara solo se stai all’estero e senti qualcuno che parla male del tuo paese. Allora ti scatta la molla di difenderlo. Sono d’accordo con lei, anche a me è successo e mi sono trovato a ricacciare indietro l’offesa. Proteggevo cosí il mio luogo d’origine, la lingua che ho imparato a parlare e ad amare dopo il napoletano, il piatto in cui ho mangiato e le ricette imparate, la geografia, il nome dei miei, l’olio, le arance, Vittorio de Sica e Fabrizio De Andrè, il sangue visto spargere, un bacio sul marciapiede di un binario, queste cose mi hanno messo impronta e di certo non una maglia azzurra, una coccarda, un’istituzione. Allora sí, lontano, mi è scattato il riassunto dell’italiano che sono, uno senza la parola patria, alla quale preferisco varianti come: matria fratria, tanto per dare un cambio ai padri sempre piú a corto di fiato nel ruolo.
Recinto
Il Paradiso è la cantica meno letta della Divina Commedia. I santi annoiano. “Mi sentirei di girare un film sull’inferno dantesco, forse sul purgatorio, certamente non sul paradiso”: Alessandro Blasetti conferma che la perfezione è poco sceneggiabile. Quando fu scelto un posto per il paradiso, col minore impatto ambientale, si decise di piazzarlo in cielo. In terra ingombrava, in mare avrebbe guastato il premio a chi in vita soffrí di maldimare. La ricompensa eterna sazia presto. Il Paradiso, maiuscolo e ripetitivo, è un ergastolo di beatitudini. L’inconveniente maggiore è che sta confinato di là del tempo regolamentare, nei supplementari. Piú pratico è riportarlo in terra, dentro l’esistenza.
In antico ebraico paradiso è pardès, un campo recintato con alberi da frutto. Stava al suolo, era fornito di plurale pardesìm, ce n’erano diversi. Non era contemplazione, ma opera di lavoro, non riposo ma sudore, custodia contro le avversità. Vedo pardès, ovunque l’emergenza chiami a una risposta, fosse pure disperata. Vilna, Lituania, settembre 1943, ghetto ebraico nei giorni della soluzione finale: un grappolo di giovani resiste con qualche arma da fuoco racimolata in giro. Mancano i proiettili. C’è nel ghetto una casa editrice con tipografia, la “Rom”, che stampa i grandiosi volumi del Talmud. I giovani vanno di notte a rubare le barre di piombo per fonderle e fabbricare munizioni. Le sante lettere ebraiche diventano proiettili. Scrive lí e in quel momento il giovane poeta Avram Sutzkever: “L’ebraico valore serbato in parole / va a irrompere nel mondo, arma da fuoco”. Nel ghetto di Vilna i superstiti dell’annientamento fabbricarono intorno a loro un recinto, una difesa, un pardès. Prima di essere inceneriti nel Vernichtungslager di Sobibor piantarono un pardès coi loro corpi. Pardès fu il tempo che salvarono, un tizzone d’incendio. Furono vinti, certo, il pardès non sbandiera vittorie. È un cerchio di fuoco, un campo di zingari che all’alba seguente lascia cenere spenta.
Lo ritrovo in terra ovunque la miseria, la guerra, spingano a una resistenza, a un patto per unire le forze. Vedo pardesìm nei passaggi di migratori verso le nostre coste, nei villaggi che ricostruiscono le case dopo il maremoto dell’Oceano Indiano.
Pardès è una fabbrica occupata, una barricata, una cooperativa di senza terra. È stato di eccezione e di emergenza, poi si dissolve e si riforma altrove. L’umanità si regge sul pardès.
Appena l’uomo si sente isolato nel mondo, materialmente o spiritualmente, egli ricorre al diario con istinto tenace, se ne ignora l’esistenza se la inventa. Per quale strano bisogno? Per un bisogno di confidarsi, si dice, o riflettersi: contemplazione di se stesso. Ma quello che io noto più forte in tutti i diari, dai più semplici ed esterni, diari di fatti, diari scientifici, ai più complicati ed intimi, è il desiderio, la volontà, la perseveranza dell’artista a calcare sui fogli del calendario un’orma non peritura della propria vita. Sembra di vedere un uomo intento a innalzarsi il proprio monumento; e quello che maggiormente meraviglia è la sua fiducia senza limiti nella incancellabilità della cosa scritta […]. (Il Mattino, 30 giugno 1931)
Parole e farfalle
Inguaribili autori di pezzettini i letterati della nuova Italia, ad un tratto di secolo nuovo, segnano le iscrizioni sul marmo, come i versi di Carducci, giammai una pagina sottomessa al giorno che fugge. Chi scrive lettere abbrevia oggi le parole e ha sempre paura di sciuparsi […]. Uno zibaldone fare4bbe quasi orrore; per timore che dagli scrigni mentali tesori segreti dovessero schizzar frantumati sotto un pennino così vile. Pensiamo continuamente all’aarticolo, al saggio, al racconto, all’epoca concreta – e non ci si accorge che da uno sforzo quotidiano usciremo leggeri come farfalle, pronti a volare dietro un fiore o una nuvola, anche per mare.
[…]Sarebbe la nostra umana salvezza. Di questa nostra gioventù letteraria che non muove più verbo senza dell’elmo di Scipio essersi cinta la testa.
(Solaria, n. 9-10, settembre 1931)
Anti-borghesi 1934
Una sposina – “Che ne dite della mia casetta? Graziosa no? Tutto semplice, liscio. Niente più di quelle cianfrusaglie borghesi di una volta”.
Il laureato in scienze sociali – “Ora ho la carriera sicura davanti a me. Papà l’ha avuto garantito…Quando uno ha studiato per 18 anni non deve poi guadagnare almeno 2000 lire al mese? Per la rivista sto preparando un articolo contro la concezione borghese del risparmio”.
Una signorina – “Oh la vita semplice, sana, io la adoro! Come vorrei esser nata contadina! Quest’estate al Forte a momenti credevo di essere diventata una selvaggia. Tutto il giorno in costume da bagno, nuoto e tennis, tennis e nuoto. Qualche si andava anche a ballare. A Viareggio. E avevo giurato di non varcare mai la soglia di questi nostri salotto borghesi…”
Il giovane giornalista – “La crisi, caro mio, è proprio quello che ci voleva. Non lascerà nulla in piedi della borghese mentalità ottocentesca. Il senso del collettivo…Ehi! Ma lo smoking dove me lo avete messo?”.
Il giovane ragioniere – “Ah, in due giorni ho rivoluzionato l’ufficio con le mie idee. Vi si respirava un’aria borghese! Figurarsi che portavano ancora le mezze maniche. Ebbene, ho dimostrato loro ch’è tanto più semplice cambiarsi giacca”.
Il giovin signore – “Per la nostra generazione il teatro è morto e sepolto. Tutto quel convenzionalismo borghese, quelle interminabili chiacchierate…Per noi non esiste che il cinematografo. Come mi sono divertito ieri sera a vedere “Oggi sposi” con Umberto Melnati!”.
Il giovane romanziere – “Non più miserie individuali, ma la voce della folla, il cuore di tutto il popolo d’una città, questo mi propongo di realizzare nel mio prossimo romanzo che avrà carattere spiccatamente antiborghese…”
L’architetto funzionalista – “L’architettura del nostro secolo decreta il crollo di un mondo, la fine del borghesismo. C’è un significato sociale nella nostra architettura: l’elevazione della vita del popolo…Questo è il progetto per una piccola villa da week-end, a mezza costa lago”.
Il pittore Bernardino Palazzi – “I nostri quadri non sono fatti per finire appesi alle pareti dei salottini borghesi!”.
Il giovane conquistatore – “Capisce, signorina, i nostri genitori sono vicini a Carlomagno che a noi. Sono passati assai più secoli tra i nostri genitori e noi, che non tra la famosa notte di Natale dell’anno 800 dopo Cristo e il…Pardon, vuole latte o limone?”.
Un soldato – “Congedà, congedà, congedà! E domani in borghese sarem…”.
Gramsci scrive alla sorella Teresa. Sono infatti due i nuclei familiari con cui stabilì una corrispondenza. Quello sardo: della madre, delle sorelle e del fratello; e quello russo: della moglie, dei figli, dell’amico Sraffa, della cognata Tatiana.
Questa prima lettera ve la propongo perchè mi sembra interessante
il polilinguismo che Antonio suggerisce per i suoi nipoti.
La seconda invece è destinata alla madre e contiene una spiegazione, forse un modo più leggero di spiegare alla genitrice, la sua inevitabile condanna e lunga carcerazione.
26 Marzo 1927
Carissima Teresina,
mi è stata consegnata solo pochi giorni fa la lettera che mi avevi inviato a Ustica e che conteneva la fotografia di Franco. Ho così potuto vedere finalmente il tuo bimbetto e te ne faccio tutte le mie congratulazioni; mi manderai, è vero?, anche la fotografia della Mimì e così sarò proprio contento. Mi ha colpito molto che Franco, almeno dalla fotografia, rassomigli pochissimo alla nostra famiglia: deve rassomigliare a Paolo e alla sua stirpe campidanese e forse addirittura maureddina (1): e Mimì a chi somiglia? Devi scrivermi a lungo dei tuoi bambini, se hai tempo, o almeno farmi scrivere da Carlo o da Grazietta. Franco mi pare molto vispo e intelligente: penso che parli già correttamente. In che lingua parla? Spero che lo lascerete parlare in sardo e non gli darete dei dispiaceri a questo proposito. E’ stato un errore, per me, non aver lasciato che Edmea, da bambinetta, parlasse liberamente in sardo. Ciò ha nuociuto alla sua formazione intellettuale e ha messo una camicia di forza alla sua fantasia. Non devi fare questo errore con i tuoi bambini. Intanto il sardo non è un dialetto, ma una lingua a sè, quantunque non abbia una grande letteratura, ed è bene che i bambini imparino più lingue, se è possibile.
Ales_il paese natale
Poi, l’italiano, che voi gli insegnerete, sarà una lingua povera, monca, fatta solo di quelle poche frasi e parole delle vostre conversazioni con lui, puramente infantile; egli non avrà contatto con l’ambiente generale e finirà con l’apprendere due gerghi e nessuna lingua: un gergo italiano per la conversazione ufficiale con voi e un gergo sardo, appreso a pezzi e bocconi, per parlare con gli altri bambini e con la gente che incontra per la strada o in piazza. Ti raccomando, proprio di cuore, di non commettere un tale errore e di lasciare che i tuoi bambini succhino tutto il sardismo che vogliono e si sviluppino spontaneamente nell’ambiente naturale in cui sono nati: ciò non sarà un impaccio per il loro avvenire, tutt’altro. Delio e Giuliano sono stati male in questi ultimi tempi: hanno avuto la febbre spagnola; mi scrivono che ora si sono rimessi e stanno bene. Vedi, per esempio, Delio: ha cominciato col parlare la lingua della madre, come era naturale e necessario, ma rapidamente è andato apprendendo anche l’italiano e cantava ancora delle canzoncine in francese, senza perciò confendersi o confondere le parole dell’una e dell’altra lingua. Io volevo insegnargli anche a a cantare: “Lassa sa figu, puzone” (2), ma specialmente le zie si sono opposte energicamente. Mi sono divertito molto con Delio l’agosto scorso: siamo stati insieme una settimana al Trafoi, nell’Alto Adige, in una casetta di contadini tedeschi. Delio compiva proprio allora due anni, ma era già molto sviluppato intellettualmente. Cantava con molto vigore una canzone: “Abbasso i frati, abbasso i preti”, poi cantava in italiano: “Il sole mio sta in fronte a te” e una canzoncina francese, dove c’entrava un mulino. [...] Abbraccio Paolo affettuosamente; tanti baci a te e ai tuoi bambini.
Nino
Del campidano di Oristano e di cagliari.
"Lascia il fico, uccello".
25 Aprile 1927
Carissima mamma,
ho ricevuto la tua lettera proprio oggi. Ti ringrazio. Sono molto contento delle buone notizie che mi dai, specialmente di Carlo. Non sapevo quali fossero le sue condizioni di lavoro e di vita. Credo che Carlo sia un ottimo ragazzo, nonostante quelche sua capestreria del passato e credo che sia più solido negli affari di quanto lo fossero (e forse lo sono ancora) tanto Nannaro che Mario, che erano portati a vedere guadagni favolosi e a fare castelli in aria per ogni piccola cosa. Ahimè! tutti in casa nostra (eccettuato io solo) hanno creduto di avere uno speciale bernoccolo per gli affari e non vorrei che tutti facessero una esperienza come quella famosa del “pollaio”; te ne ricordi? e Carlo se ne ricorda? Bisognerebbe ricordarglielo a sempiterno scorno dei Gramsci che vogliono fare degli affari. Io me ne ricorderò sempre, anche perchè quelle galline, che non facevano mai l’uovo, mi hanno beccato e rovinato tre o quattro romanzi di Carolina Invernizio (meno male!). La mia vita scorre sempre uguale.
In braccio alla madre
Leggo, mangio, dormo e penso. Non posso fare altro. Tu però non devi pensare a tutto ciò che pensi e specialmente non devi farti illusioni [...] perchè sono anche arcisicuro che sarò condannato e chissà a quanti anni. Tu devi capire che in ciò non c’entra per nulla nè la mia rettitudine, nè la mia coscienza, nè la mia innocenza o colpevolezza. E’ un fatto che si chiama politica, appunto perchè tutte queste bellissime cose non c’entrano per nulla. Tu sai come si fa coi bambini che fanno la pipì nel letto, è vero? Si minaccia di bruciarli con la stoppa accesa in cima al forcone. Ebbene: immagina che in Italia ci sia un bambino molto grosso che minaccia continuamente di fare la pipì nel letto di questa grande genitrice di biade ed eroi; io e qualche altro siamo la stoppa (o il cencio) accesa che si mostra per minacciare l’impertinente e impedirgli di insudiciare le candide lenzuola. Poichè le cose sono così, non bisogna nè allarmarsi, nè illudersi; bisogna solo attendere con grande pazienza e sopportazione. Va là, tu sei ancora forte e giovane e ci rivedremo. [...]
Nino
Dopo alcuni anni fanno il loro avvento in casa i Quaderni dal carceredi Antonio Gramsci, nuova edizione Einaudi, con la storica prefazione di Gerratana. QUELLI LA’ proprio. Insomma sto facendo ingordigia, ora ho tutto il tempo per coccolarli, sfogliarli, appuntarci sopra delle cose, metterci segnalibri…sono tutti per me! E allora qualche giorno fa mi imbatto in una pagina dei suddetti e trovo un “elenco di animali conosciuti” da Gramsci. Una lista e un riferimento alle Lettere, in particolare ad una del febbraio 1932. Faccio un confronto con le Lettere e la ritrovo. Conosciamo un Gramsci dolcissimo, tenero, affettuoso da questa corrispondenza col primo figlio. Il racconto della “caccia ai ricci” è simpatico come del resto l’immagine di un Antonio Gramsci bambino che si nasconde dietro i cespugli o alleva animali in giardino! eccola a voi..Buona lettura
febbraio 1932
Caro Delio,
Mi è piaciuto il tuo angoletto vivente coi fringuelli e i pesciolini. Se i fringuelli scappano talvolta dalla gabbietta, non bisogna afferrarli per le ali o per le gambe, che sono delicate e possono rompersi o slogarsi; occorre prenderli a pugno pieno per tutto il corpo, senza stringere. Io da ragazzo ho allevato molti uccelli e anche altri animali: fringuelli, allodole ecc; ho allevato una serpicina, una donnola, dei ricci, delle tartarughe. Ecco ho visto i ricci fare la raccolta delle mele. Una sera d’autunno quando era già buio, ma splendeva luminosa la luna, sono andato con un altro ragazzo, mio amico, in un campo pieno di alberi da frutto, specialmente di meli. Ci siamo nascosti in un cespuglio, contro vento. Ecco, ad un tratto, sbucano i ricci, cinque, due più grossi e tre piccolini. In fila indiana si sono avviati verso i meli, hanno girellato tra l’erba, e poi sin sono messi a lavoro: aiutandosi con i musetti e con le gambette, facevano ruzzolare le mele, che il vento aveva staccato dagli alberi, e le raccoglievano insieme in uno spiazzetto, ben bene vicine una all’altra. Ma le mele giacenti per terra si vede che non bastavano; il riccio più grande, col muso per aria, si guardò intorno, scelse un albero molto curvo e si arrampicò, seguito dalla moglie. Si posarono su un ramo carico e incominciarono a dondolarsi, ritmicamente; i loro movimenti si comunicarono al ramo, che oscillò sempre più spesso, con scosse brusche, e molte altre mele caddero per terra. Radunate anche queste vicino alle altre, tutti i ricci, grandi e piccoli, si arrotolarono, con gli aculei irti, e si sdraiarono sui frutti, che rimanevano infilzati: c’era chi aveva poche mele infilzate (i riccetti), ma il padre e la madre erano riusciti ad infilzare sette o otto mele per ciascuno.
I figli Delio e Giuliano con la madre Giulia Shucht
Mentre stavano ritornando alla loro tana, noi uscimmo dal nascondiglio, prendemmo i ricci dentro un sacchetto e ce li portammo a casa. Io ebbi il padre e due riccetti e li tenni molti mesi, liberi, nel cortile; essi davano la caccia a tutti gli animaletti, blatte, maggiolini ecc.. e mangiavano frutta e foglie di insalata. Le foglie fresche piacevano loro molto e così li potei addomesticare un poco; non si appallottolavano più quando vedevano la gente. Avevano molta paura dei cani. Io mi divertivo a portare nel cortile delle biscie vive per vedere come i ricci le cacciavano. Appena il riccio si accorgeva della biscia, saltava lesto lesto sulle quattro gambette e caricava con molto coraggio. La biscia sollevava la testa, con la lingua di fuori e fischiava; il riccio dava un leggero squittìo, teneva la biscia con le gambette davanti, le mordeva la nuca e poi se la mangiava pezzo a pezzo. Questi ricci un giorno sparirono: cero qualcuno se li era presi per mangiarli. Tatiniska (1) ha comprato una bella teira grande, di porcellana bianca e ci ha collocato la bambola; ella adesso porta al collo la sciarpetta calda, perchè fa molto freddo: anche in Italia ha nevicato molto. Devi piuttosto scriverle che mangi un pò di più, perchè a me non vuole dare retta. Io credo che i tuoi fringuelli mangino più di Tataniska. Ho piacere che le cartoline ti siano piaciute. Ti scriverò un’altra volta sul ballo delle lepri e su altri animali; ti voglio raccontare altre cose che ho visto e sentito da ragazzo: la storia del polledrino, della volpe e del cavallo che aveva la coda solo nei giorni di festa, la storia del passero e del kulak(2), del kulak e dell’asinello, dell’uccello tessitore e dell’orso, ecc. Mi pare che tu conosci la storia di Kim; conosci anche le Novelle della Giungla e specialmente quella della foca bianca e di Rikki-Tikki-Tawi? E Giuliano è anche lui un udarnik(3)? Per quale attività? Ti bacio, papà. Bacia per parte mia Giuliano e mamma Julca.
(1) Diminutivo di Tatiana in russo.
(2) "Contadino ricco" in russo.
(3)"Lavoratore scelto" in russo.
(Nota biografica di Italo Calvino per Eremita a Parigi)
Mi chiedete una nota biografica, cosa che sempre m’imbarazza. I dati biografici o anche soltanto anagrafici sono quanto uno ha di più privato e dichiararli è un pò come affrontare una psicanalisi. (Almeno credo: non mi sono mai fatto psicanalizzare)
Comincerò dicendo che sono nato nel segno della Bilancia: perciò nel mio carattere equilibrio e squilibrio correggono a vicenda i loro eccessi. Sono nato mentre i miei genitori stavano per tornare in patria dopo anni passati nei Caraibi: da ciò l’instabiltà geografica che mi fa continuamente desiderare un altrove.
Il sapere dei miei genitori convergeva sul regno vegetale, le sue meraviglie e virtù. Io, attratto da un’altra vegetazione, quella delle frasi scritte, voltai le spalle a quanto essi m’avrebbero potuto insegnare; ma la sapienza dell’umano mi restò ugualmente estranea.
Sono cresciuto dall’infanzia alla giovinezza in una città della Riviera, raccolta nel suo microclima. Tanto il mare contenuto in un golfo, quanto la folta montagna m’apparivano rassicuranti e protettivi; dall’Italia mi separava il sottile nastro di una strada litoranea, dal mondo una vicina frontiera. L’uscire dal quel guscio fu per me ripetere il trauma della nascita, ma solo ora me ne accorgo.
Cresciuto in tempi di dittatura, raggiunto dalla guerra totale in età di leva, m’è rimasta l’idea che vivere in pace e in libertà sia una fragile fortuna, che da un momento all’altro potrebbe essermi tolta nuovamente.
In questo assillo, la politica occupò una parte eccessiva delle preoccupazioni della mia gioventù. Dico eccessiva per me, per quello che avrei potuto dare io di utile, mentre cose che sembrano lontane dalla politica contano molto di più come infleunza sulla storia (anche politica) delle persone e dei paesi
Appena finita la guerra, avevo sentito il richiamo della grande città, più forte di quello del mio radicamento provinciale. Fu così che mi trovai per qualche tempo a esitare tra Milano e Torino: la scelta di Torino ebbe certo le sue ragioni e non fu senza conseguenze: ora ho dimenticato sia le une che le altrem ma per anni mi dicevo che se avessi scelto Milano tutto sarebbe stato differente.
Tentai presto l’arte dello scrivere; pubblicare mi fu facile; trovai subito comprensione e favore; ma tardai a rendermene conto e a convincere me stesso che non era un caso.
Lavorando in una casa editrice, ho dedicato pù tempo ai libri degli altri che ai miei. Non lo rimpiango: tutto ciò che serve all’insieme d’una convivenza civile è energia ben spesa. Da Torino, città seria ma triste, m’accadeva di scivolare spesso e facilmente verso Roma. (Del resto, gli unici italiani che ho sentito parlare di Roma in termini non negativi sono i torinesi). E così’ forse Roma sarà la città italiana in cui avrò vissuto più a lungo, senza mai domandarmene il perchè. Il luogo ideale per me è quello in cui è più naturale vivere da straniero: perciò è Parigi la città in cui ho preso moglei, ho messo casa, ho allevato una figlia. Anche mia moglie è straniera: in tre parliamo tre lingue differenti. Tutto può cambiare, ma non la lingua che ci portiamo dentro, anzi che ci contiene dentro di sè come un mondo più esclusivo e definitivo del ventre materno.
Mi accorog che in questa autobiografia mi sono dilungato soprattutto sulla nascita, e delle fasi succesive ho parlatoi come un proseguimento del venire alla luce, e ora tendo addirittura a tornare ancor più indietro, la mondo prenatale. Questo è il rischio che corre ogni autobiografia sentita come esplorazione delle origini, come quella di Tristan Shandy che si dilunga sugli antecedenti e quando arriva al punto in cui dovrebbe cominciare a raccontare la sua vita non trova più niente da dire.
Prendiamo dalle ombre del tramonto
gocce di pioggia fina.
Notte lunga di sole nascosto,
sotto le proprie ombre ovunque
raccogliamo feriti, morti. Teniamo stretta la rabbia
come qualcosa che si ama.
Gustiamo l’odio
come un alimento.
Retrocediamo ma…
ritorneremo domani!
Un giorno – l’undici-
ci strapparono la libertà
e settembre. Non sanno che di ottobre
ne abbiamo molti
nella nostra storia…
Generali,
sopra il vostro settembre
cadrà
anche il nostro ottobre!
E nel momento in cui partì, si sentì investito – nor death itself would have been divestiture- in nome dell’autentico popolo d’Italia, ad opporsi in ogni modo al fascismo, a giudicare ed eseguire, a decidere militarmente e civilmente. Era un inebriante tanta somma di potere, ma infinitamente più inebriante la coscienza dell’uso legittimo che ne avrebbe fatto. Ed anche fisicamente non era mai stato così uomo, piegava erculeo il vento e la terra. (Beppe Fenoglio, Il Partigiano Johnny)
La “Ginetta” macchina d’assalto e combattimento dei partigiani
Furono anni in cui molti divennero diversi da ciò che erano stati prima. Diversi e migliori. La sensazione che la gente fosse divenuta migliore circolava nelle strade. Ognuno si sentiva di dare il meglio di sè. Questo spandeva intorno uno straordinario benessere, e quando ricordiamo quegli anni, ricordiamo il benessere insieme ai disagi, al freddo, alla fame e alla paura, che in quelle giornate non ci lasciavano mai. (Natalia Ginzburg)
Un settembre di fuoco e di morte era dunque giunto per Roma, una feroce antitesi alla stagione che fa invece del settembre romano il mese più dolce dell’anno. Delle giornate dell’armistizio e della battaglia per Roma si sa ormai tutto, gli storici le hanno ampiamente ricostruite e analizzate. Soltanto una cosa è stata largamente sottovalutata e rimane dunque misconosciuta: la partecipazione popolare alla lotta. Eppure la battaglia dei giorni 8, 9 e 10 ha il sottofondo di una vera epopea di cui lo scontro a Porta San Paolo, davanti alla piramide Cestia, è solo un episodio. Il più noto forse, ma una delle tante tessere che formano il grande mosaico della rivolta di popolo, un insieme ancora da comporre in tutta la sua interezza.
Da Cesare De Simone, Roma città prigioniera, Mursia.
Questo testo è ormai datato e sicuramente insiste troppo sulla componente popolare e di massa della resistenza romana (che c’è stata ma in forme minoritarie e diverse rispetto ad altri parti d’Italia, rispetto ad esempio al “triangolo industriale” o all’Emilia partigiana). Ha comunque il merito di raccontare non solo gli avvenimenti attraverso le testimonianze dirette dei protagonisti (partigiani, antifascisti della prima e della seconda ora) ma anche le impressioni, le sensazioni, i ricordi più o meno sfumati delle persone comuni, del popolo si direbbe.
Viste le ultime dichiarazioni del Ministro La Russa rileggerlo o leggerlo non fa certo male. Così…per comprendere e mobilitarsi affinchè la storia nn venga ri-scritta…e per giunta da personaggi di quella risma.
Lev Ivanovic Yashin nacque a il 22 ottobre del 1929, nei pressi della capitale dell’allora Unione Sovietica.
La storia, seppur quella sportiva, lo vide protagonista del calcio sovietico e mondiale in un ruolo in cui nessuno più ne ha eguagliato il mito: quello del portiere.
Era altissimo, Lev, circa un metro e novanta, eppure dotato di riflessi impressionanti e, soprtattutto, di un formidabile intuito, che gli valsero il titolo di pallone d’oro (unico portiere, ad oggi) nel 1963 ed il soprannome, indimenticabile, di Ragno Nero, per via delle sue divise completamente nere.
Nato da una famiglia di lavoratori industriali, di operai, Lev Yashin iniziò anche lui la vita dell’operaio, nel pieno del secondo conflitto mondiale, a dodici anni.
Qui, vuole la leggenda, si allenava cercando di bloccare i bulloni d’acciaio che il padre gli lanciava. Quel che è certo è che la sua prima partita di calcio vero fu tra le file della squadra dilettante della fabbrica in cui lavorava.
Nome della squadra: Krasnyi Bogatyr.
L’incontro decisivo fu quello con i dirigenti della Dynamo Mosca, che colsero in lui, ragazzino appassionato di calcio ed innamorato di quelle figure che volavano tra i pali a render vani gli sforzi avversari, il loro futuro campione.
A introdurlo nella Dinamo Mosca fu l’allenatore della squadra nazionale di hockey su ghiaccio, altro sport per cui nutriva una passione smodata.
Già nel 1949, a soli venti anni, Lev Yashin era titolare tra i pali della squadra moscovita.
Tra quei pali ci rimase fino al 1971, per un totale di ventuno stagioni.
Tra quei pali vinse cinque titoli e tre coppe nazionali.
Tra pali simili a quelli, per capire il personaggio, vinse anche un titolo nel campionato di Hockey sul ghiaccio, nel 1953, durante una crisi nel suo club e verso il suo sport di appartenenza.
In ultimo, tra i pali divenne, a partire dal 1954, a crisi passata, il simbolo dello sport nell’intera Unione Sovietica. Immagine sublimata durante la vittoria delle olimpiadi nel 1956 e dei campionati europei del 1960.
Per il suo servizio sportivo prestato alla gente del suo paese, nel 1967 gli fu assegnato il prestigioso premio sovietico dell’Ordine di Lenin.
Nel 1971, allo stadio Lenin si Mosca, giocò la sua ultima partita con la Dinamo.
Di fronte aveva una squadra composta dalle maggiori stelle calcistiche europee, tra cui Pelé, Eusebio e Beckenbauer.
Intorno più di centomila spettatori innamorati di lui.
Prima di quella partita, Yashin era stato anche dall’altra parte, tra le file della squadra del resto del mondo, in una partita del 1963 contro la nazionale inglese. Stadio Wembley.
Quella fu tra le sue migliori partite di sempre, con un numero impressionante di parate splendide e decisive.
Yashin fu anche protagonista di tre campionati del mondo, pur all’interno di una squadra di basse pretese: nel 1958 in Svezia, nel 1962 in Cile e nel 1966 in Inghilterra. Durante i tre tornei riuscì a mantenere per quattro volte inviolata la sua porta.
Nel 1986 il Ragno Nero, in seguito ad un drammatico incidente stradale, è stato amputato di una gamba, prima di spegnersi quattro anni più tardi, in seguito a delle complicazioni sorte dopo un intervento chirurgico.
Da tutti viene oggi ricordato come il miglior portiere di tutti i tempi e dal 1994 è stato istituito un premio che porta il suo nome, riservato al miglior portiere di ogni edizione del campionato mondiale.
Nel 2000 la FIFA ha inserito Yashin nella squadra degli undici calciatori più forti del secolo, nominandolo portiere del secolo.
Tra i suoi numeri spiccano i ben 150 rigori parati in carriera, record mai più raggiunto da nessun portiere. Oltre a ciò il suo curriculum si arricchisce di 812 partite disputate, 75 partite da capitano con l’Unione Sovietica, due apparizioni in formazioni Resto del Mondo, nel 1963 e nel 1968.
A chi un giorno gli chiese il suo segreto, Yashin rispose divertito che il trucco stava semplicemente, prima della partita, nel fumarsi una sigaretta per rilassare i nervi e nel buttare giù un po’ di superalcolici per ben tonificare i muscoli…
E’ probabile che il segreto del Ragno Nero stesse altrove, nascosto a chi lo ammirò, a chi ancora oggi ne ricorda le gesta probabilmente anche lui stesso, il più grande, istintuale, portiere di tutti i tempi.
Aggressione fascista a Roma. Le lame fasciste colpiscono un compagno del Laurentino38.
Su Indymedia Roma
Dove siete, partigia di tutte le valli,
Tarzan, Riccio, Sparviero, Saetta, Ulisse?
Molti dormono in tombe decorose,
quelli che restano hanno i capelli bianchi
e raccontano ai figli dei figli
come, al tempo remoto delle certezze,
hanno rotto l’assedio dei tedeschi
là dove adesso sale la seggiovia.
Alcuni comprano e vendono terreni,
altri rosicchiano la pensione dell’Inps
o si raggrinzano negli enti locali.
In piedi, vecchi: per noi non c’e’ congedo.
Ritroviamoci. Ritorniamo in montagna,
lenti, ansanti, con le ginocchia legate,
con molti inverni nel filo della schiena.
Il pendio del sentiero ci sarà duro,
ci sarà duro il giaciglio, duro il pane.
Ci guarderemo senza riconoscerci,
diffidenti l’uno dell’altro, queruli, ombrosi.
Come allora, staremo di sentinella
perché nell’alba non ci sorprenda il nemico.
Quale nemico? Ognuno e’ nemico di ognuno,
spaccato ognuno dalla sua propria frontiera,
la mano destra nemica della sinistra.
In piedi, vecchi, nemici di voi stessi:
La nostra guerra non e’ mai finita.
Tre poesie del grande Majak: lingua tagliente, versi sarcastici e orgogliosi. Queste le potete trovare inA piena voce, edizione Mondadori. L’amore di Vladimir per la sua terra è, come essa stessa, sconfinato.
Attinge ed è figlio della cultura della grande Rus’, eppure la scardina, la sconfessa, la deride.
Fonda una nuova cultura e si mette al servizio della Rivoluzione intesa come futuro del mondo. Ma non solo.
Giovanna Spendel nell’introduzione a questo testo sostiene infatti: “Egli non fu soltanto uno fra gli iniziatori della “rivoluzione futurista” e fra i primi rappresentanti della nuova intelligencija a dare la sua entusiastica adesione alla rivoluzione politica che di lì a pochi anni l’avrebbe seguita; ma nel suo agire concreto si propose, nello stesso tempo, quasi come modello di intellettuale di quella società diversa in cui avrebbero dovuto attuarsi i propositi ideali del comunismo: un intellettuale al servizio (oltre che delle proprie personali ambizioni) anche della società civile con l’espletamento di un suo specifico mandato pubblico[...]“
Fa sorridere l’ultima…un amore futurista!
Ancora Pietroburgo
Negli orecchi i frantumi di un accaldato ballo
e dal Nord – più canuta della neve- una nebbia
dal volto di cannibale assetato di sangue
masticava gli insipidi passanti.
Le ore incombevano come un volgare insulto,
incombono le cinque e sono poi
le sei – ci sta a guardare dal cielo una canaglia
maestosamente come un Lev Tolstoj.
(1914)
Congedo
In auto,
cambiato l’ultimo franco.
“A che ora parte il treno per Marsiglia?”
Parigi fugge accompagnandomi
in tutta la sua bellezza impossibile.
Sali
agli occhi,
fanghiglia del distacco,
schianta
Il mio cuore
con la sentimentalità!
Io vorrei
vivere
e morire a Parigi,
se non ci fosse
la terra che ha nome Moskvà.
Marina da guerra in amore
Van sui mari scherzando in crociera
il torpediniero e la torpediniera.
E come la vespa s’attacca col miele,
così la torpediniera fedele.
E per il torpediniero, infinita
è la felicità della vita.
Ma li scoprì con gli occhiali sul naso
un riflettore pedante, per caso.
Una sirena fece la spia,
denunziandone a tutti la scia.
Fuggì via la torpediniera,
come al ventodella bufera.
Ma il torpediniero ormai stanco,
poverino, fu colto nel fianco.
Sull’oceano ora va la preghiera
della vedova torpediniera.
Dava forse agli uomini noia
quella loro semplice gioia?
(1915)
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo”, sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il ’68 non è poi così difficile. Tale verità – lo si sente con assoluta precisione – sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio.
Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all’editoriale del “Corriere della Sera”, del 1° novembre 1974. Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi. Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale. Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi. Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi – proprio per il modo in cui è fatto – dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi. Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi. Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All’intellettuale – profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana – si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici. Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al “tradimento dei chierici” è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un’opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano. È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all’opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario – in un compatto “insieme” di dirigenti, base e votanti – e il resto dell’Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un “Paese separato”, un’isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel “compromesso”, realistico, che forse salverebbe l’Italia dal completo sfacelo: “compromesso” che sarebbe però in realtà una “alleanza” tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell’altro. Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l’altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività. Inoltre, concepita così come io l’ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l’opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch’essi come uomini di potere. Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch’essi hanno deferito all’intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l’intellettuale viene meno a questo mandato – puramente morale e ideologico – ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore. Ora, perché neanche gli uomini politici dell’opposizione, se hanno – come probabilmente hanno – prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono – a differenza di quanto farebbe un intellettuale – verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch’essi mettono al corrente di prove e indizi l’intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com’è del resto normale, data l’oggettiva situazione di fatto.
L’intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento. Lo so bene che non è il caso – in questo particolare momento della storia italiana – di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l’intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che – quando può e come può – l’impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l’intera classe politica italiana. E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi “formali” della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico – non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento – deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente – se il potere americano lo consentirà – magari decidendo “diplomaticamente” di concedere a un’altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon – questi nomi prima o poi saranno detti.
Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.
L’amore ha la virtù di denudare non i due amanti l’uno di fronte all’altro, ma ciascuno dei due davanti a sé.
30 ottobre
Il dolore non è affatto un privilegio, un segno di nobiltà, un ricordo di Dio. Il dolore è una cosa bestiale e feroce, banale e gratuita, naturale come l’aria. È impalpabile, sfugge a ogni presa e a ogni lotta; vive nel tempo, è la stessa cosa che il tempo; se ha dei sussulti e degli urli, li ha soltanto per lasciar meglio indifeso chi soffre, negli istanti che seguiranno, nei lunghi istanti in cui si riassapora lo strazio passato e si aspetta il successivo. Questi sussulti non sono il dolore propriamente detto, sono istanti di vitalità inventati dai nervi per far sentire la durata del dolore vero, la durata tediosa, esasperante, infinita del tempo-dolore. Chi soffre è sempre in stato d’attesa – attesa del sussulto e attesa del nuovo sussulto. Viene il momento che si grida senza necessità, pur di rompere la corrente del tempo, pur di sentire che accade qualcosa, che la durata eterna del dolore bestiale si è un istante interrotta- sia pure per intensificarsi. Qualche volta viene il sospetto che la morte – l’inferno- consisterà ancora del fluire di un dolore senza sussulti, senza voce, senza istanti, tutto tempo e tutto eternità, incessante come il fluire del sangue in un corpo che non morirà più.
Settembre-ottobre 1944
3 settembre
Il fumare è cosa piena di rusticità e di natura. Quel trasformare un’erba secca in fumacchio odoroso, vivo, fertilizzante, non è senza significato. In altri tempi sarebbe presto diventato simbolo (come la pipata del gitce manitu in Longfellow).
20 ottobre
Aver coraggio e aver ragione: i due poli della storia. E della vita. L’uno, in genere, nega l’altro.
Agosto-settembre 1946
19 agosto
Perchè ad ogni sussulto mitico ti ritornano in mente i tronchi e il fiume e la collina con dietro la luna e la strada e l’odore di prato e di campo, del tuo paese?
9 settembre
Pensa male, non ti sbaglierai.
Sono un popolo nemico, le donne, come il popolo tedesco.
Si ha pietà di tutti – meno quelli che si annoiano. Eppure la noia è considerata una massima pena e comminata dal codice – il carcere
Febbraio-marzo 1948
13 febbraio
“Una filosofia depurata di ogni aroma speculativo e ridotta a pura storia o storicità o a puro umanesimo”(la filosofia della prassi, Gramsci) non somiglia alla poetica della pura poesia, depurata di ogni contenuto e ridotta a pura forma, a puro canto?
1 marzo
Quando viene la sera triste, dal cuore schiacciato, senza perché, la consolazione sta ancora nel consueto pensiero che neanche la sera gaia, ebbra, esaltata ha un perché – se non forse un incontro già fissato, una idea balenata nel giorno, una cosetta che poteva non essere. Cioè, ti consola il pensiero che nulla ha un perché, che tutto è casuale. Strana cosa. Su un altro piano questo pensiero è agghiacciante. Il volubile colore dei tuoi umori lo sopporti in quanto futile.
Ciò presuppone un enorme ottimismo, una fiducia nel semplice accadere. Fin che le cose accadono soltanto, e non c’è nulla sotto, tu stai tranquillo. È la rinuncia epicurea, è il quieto vivere. Possibile?
Bombardamento del quartiere San Lorenzo, a Roma. 19 luglio 1943. Una ferita non rimarginata . San Lorenzo porta ancora, visibili, i segni di quella giornata.
Li conserva nel suo odierno aspetto urbanistico e nella memoria , propria-collettiva da una parte e pubblica dall’altra.
Nel 2003 è stato inaugurato il monumento ai “caduti”. Non mi soffermo sull’intento forzatamente retorico-celebrativo del termine (…caduti in battaglia?) ma voglio solo dire che, a distanza di quasi 5 anni, quei lastroni di vetro illuminati al neon che fanno girotondo intorno all’aiuola con su scritti i nomi dei morti sotto le bombe (circa 1500 accertati ma 3000 stimati) appaiono ne più ne meno che una lista di nomi.
Nomi che si sono già confusi ad altri nomi, ad altre targhe di altre persone di altri anni.
Lo scivolo veltroniano ha fatto precipitare tutto vertiginosamente nell’oblio culturale e politico.
Ed è tempo di raccogliere i frutti.
Il presidente della Camera condanna senza reticenze un vecchio articolo del leader Msi
Il Presidente della Camera si impegna in grandi dichiarazioni in questo periodo. Evidentemente il ruolo istituzionale piace e necessariamente richiede impegno e lungimiranza, discorsi alti e condivisi soprattutto.
Le critiche mosse da Fini al suo maestro politico Almirante, appaiono a prima vista incredibili.
Ma come? Il figlioccio nega al padrino la dignità dei suoi discorsi? Ma nooo…stiamo tranquilli.
L’Almirante “cattivo” è quello del 1942, quello che incalza sulla questione razziale. Del resto sul passato fascista di Almirante cosa dire? Basta la sua autobiografia, intitolata “Autobiografia di un fucilatore”.
Ma con l’avvento della Repubblica (che ricordiamo agli smemorati ha sconfitto proprio quel fascismo di cui Almirante si faceva instancabile difensore) il nostro caro Giorgio, forse solo un pò cocciuto sulla questioone razziale è vero, cosa ha fatto di così indecente in fondo in fondo???
Beh, escludiamo le proposte sulla pena di morte, il favoreggiamento aggravato nei confronti dell’autore della strage di Peteano, la costituzione di Ordine Nuovo ovvero il gruppo paralleleo al Msi, in teoria staccato dal partito ma a tutti gli effetti suo nucleo militare, coinvolto nelle stragi di Piazza Fontana, Piazza della Loggia e il treno Italicus e nel tentato Golpe Borghese…COSA CI RIMANE? Un povero vecchietto no?!
Per Fini anche di più. L’ho sentito incensare Almirante come un uomo che conteneva l’odio e agiva nella legalità (Certo a quei tempi, nei primi trent’anni di Repubblica il confine tra legalità e illegalità era molto labile…). E il nostro Presidente della Camera ci tiene a separare le “due fasi”(??) di Almirante; quella fascista e quella post-fascista. Recupera la figura del politico parlamentare e non quella del giornalista razzista del 1942.
Un’operazione che riesce piuttosto bene in un paese che sembra non possedere memoria, o meglio sembra avercela molto labile, una memoria-banderuola. Più che altro è un’operazione che viene fondamentalmente ignorata, eppure scava, acquista consistenza politica e culturale trovando terreno fertile in un’opinione pubblica sonnacchiosa e ignorante.
E Gianfranco si aggiusta il doppiopetto.
Sorride pacato, istituzionalmente.
Prepara la prossima battaglia revisionista.
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