Acrobata – E.Sanguineti

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acrobata (s. m.) è chi cammina tutto in punta (di piedi): (tale, almeno, è per l’etimo): poi procede, però, naturalmente, tutto in punta di dita, anche, di mani (e in punta di forchetta): e sopra la sua testa: (e sopra i chiodi, fachireggiando e funamboleggiando): (e sopra i fili tesi tra due case, per le strade e le piazze: dentro un trapezio, in un circo, in un cerchio, sopra un cielo): volteggia su due canne, flessibilmente, infilzate in due bicchieri, in due scarpe, in due guanti: (dentro il fumo, nell’aria): pneumatico e somatico, dentro il vuoto pneumatico: (dentro pneumatici plastici, dentro botti e bottiglie): e salta mortalmente: e mortalmente (e moralmente) ruota: (così mi ruoto e salto, io nel tuo cuore)

da Microcosmos

Che sso li fiumi! – G.Belli

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Passeggiavo con un amico sul Lungotevere e ci siamo imbattuti in questo bel sonetto “Il nuoto”. Di poesie sul fiume di Roma ce ne sono tante, specialmente sull’inganno che porta con sè il Biondo: dapprima placido, sornione, lento, poi improvvisamente c’è un mulinello, un imprevisto, una corrente qualcosa che si sottovaluta e alla fine ti porta via, ti spazza via. La canzone Er barcarolo ce lo racconta, attraverso una storia d’amore finita tragicamente. Anche il Belli lo fa con la storia del povero Cocco Sferra, bravo nuotatore inghiottito, chissà perchè e come, dall’acqua del fiume traditore. Grazie al mio amico A. per la foto e per il testo del sonetto. Buona lettura.

Er noto da Sonetti

Sai? Lo sposo de Mea la lavannara,

Cocco Sferra, quer bravo notatore,

proprio mò sto fiumaccio traditore

je l’ha ffatta tra er Passo e la Leggnara.

Chi ddisce che in ner roppe la fiumara

je pozzi esse arrivato er zangue ar core:

chi ddisce un capoggiro, chi un tremore,

e cchi disce pe ffa troppa caggnara.

Sii l’una o l’antra, o cquarche granchio, oppuro

ch’er fiume j’abbi fatto mulinello,

fatt’è cche s’è affogato de sicuro.

Com’è ito a ffinì, povero Sferra!

Che ssò li fiumi! Disce bbene quello:

loda lo mare e attacchete a la terra.

Sei la terra che aspetta – C.Pavese

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Hai un sangue, un respiro.

Sei fatta di carne

di capelli di sguardi

anche tu. Terra e piante,

cielo di marzo, luce,

vibrano e ti somigliano ‒

il tuo riso e il tuo passo

come acque che sussultano ‒

la tua ruga fra gli occhi

come nubi raccolte ‒

il tuo tenero corpo

una zolla nel sole.

Hai un sangue, un respiro.

Vivi su questa terra.

Ne conosci i sapori

le stagioni i risvegli,

hai giocato nel sole,

hai parlato con noi.

Acqua chiara, virgulto

primaverile, terra,

germogliante silenzio,

tu hai giocato bambina

sotto un cielo diverso,

ne hai negli occhi il silenzio,

una nube, che sgorga

come polla dal fondo.

Ora ridi e sussulti

sopra questo silenzio.

Dolce frutto che vivi

sotto il cielo chiaro,

che respiri e vivi

questa nostra stagione,

nel tuo chiuso silenzio

è la tua forza. Come

erba viva nell’aria

rabbrividisci e ridi,

ma tu, tu sei terra.

Sei radice feroce.

Sei la terra che aspetta.

(Hai un sangue, un respiro
da Verra la morte e avrà i tuoi occhi)

Se scuoti la bottiglia sgrenoluta risorgono megoni e gastrifèmi – F.Maraini

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Bottiglie

Non siamo tutti simili a bottiglie

ripiene di ricordi e cronicaglie?

Bistròccoli, fruschelli, filaccetti

ricolmano le pance trasparine,

fanfàggini, birìdilli, nulletti

s’asserpano in ghirlande cilestrine…

Se scuoti la bottiglia sgrenoluta

risorgono megoni e gastrifèmi,

rispuntano tra mèmmola grognuta

nascosti vercigogni e schifilemi.

Talvolta vedi invece lumigenti

mirìagoli, trigèridi, fernuschi,

e piangi su gavati struggimenti

finiti coi patassi tra i rifiuschi.

Non tornano a riviverle le facce

d’amici e d’amorilli luscherosi?

Risplodono le voci, le morcacce

d’incontri cuspidali e trucidiosi!

Poi un giorno la bottiglia si tracassa,

il vetro si sbirèngola nel sole

in croccherucci verdi, in patafrassa,

tra l’erbe cucche e cionche di pagliòle.

Ahi dove sono allora i gaviretti,

i nobili tracordi, i rimembrilli,

i càccheri, gli smèrmidi, i frulletti,

i mòrfani, gli sghèfani gentili?

Sdrafànico mistero di bottiglia

bottiglia di sdrafànico mistero.

(da Gnòsi delle fanfole)

Noi – E.Sanguineti

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il nostro “noi”, se con me lo analizzi, per questa vera vera che ci lega, rigonfia

come un “o” (che al centro, è un cerchio), ci dice inseparabili e confusi: (dal cuore

della lavabiancheria, non è un caso, dopo un provocatorio ritiro, di corsa ti è risorta,

molto tua, molto tonda):

e l’ “n” mi sei tu, evidentemente, ancorchè stilizzata (e consonante),

come una tana accogliente: (come semplificata, tutta una cava cava): rimane

solo, in fondo, questo “i” minuto, ancora, già in te intruso, protruso, con il suo punto

in testa, craniomorfo, quasi in segno di festa:

(appena mi allontano, dice un “no” netto,

e disperato, il “noi”): (e a specchio, poi, in te riflette l’ “io”, che tu sostieni):

(a stento accetto, tanto ci è perfetto, il “noi in o”, nostro anagramma e dramma):

olmo ricco di ogni forza antica – A.Merini

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Lettere

Rivedo le tue lettere d’amore
illuminata adesso da un distacco,
senza quasi rancore.
L’illusione era forte a sostenerci,
ci reggevamo entrambi negli abbracci,
pregando che durassero gli intenti.
Ci promettemmo il sempre degli amanti,
certi nei nostri spiriti divini.

E hai potuto lasciarmi,
e hai potuto intuire un’altra luce
che seguitasse dopo le mie spalle.

Mi hai resuscitato dalle scarse origini
con richiami di musica divina,
mi hai resa divergenza di dolore,
spazio, per la tua vita di ricerca
per abitarmi il tempo di un errore.

E mi hai lasciato solo le tue lettere,
onde io le ribevessi nella tua assenza.

Vorrei un figlio da te,
che sia una spada lucente,
come un grido di alta grazia,
che sia pietra, che sia novello Adamo,
lievito del mio sangue
e che dissolva più dolcemente
questa nostra sete.

Ah se t’amo!
Lo grido ad ogni vento
gemmando fiori da ogni stanco ramo,
e fiorita son tutta
e di ogni velo vò scerpando il mio lutto
perché genesi sei della mia carne.

Ma il mio cuore trafitto dall’amore
ha desiderio di mondarsi vivo,
e perciò, dammi un figlio delicato!
Un bellissimo vergine viticcio
da allacciare al mio tronco.

E tu, possente padre,
tu olmo ricco di ogni forza antica,
mieterai dolci ombre alle mie luci.

Er mejo amico mio ce l’ho in saccoccia

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Giorni fa un signore, un artista dovrei dire, recitava davanti ad un bicchiere di vino una poesia in romanesco.

Coltelli, amori disperati, popolino…insomma la Vecchia Roma. L’ho cercata, l’ho trovata (in un vecchio libro di famiglia…e dove se no?)

***

Er Cortello

Ar mio, sopra la lama ch’è rintorta

C’è stampata ‘na lettra cór un fiore;

Me lo diede Ninetta che m’è morta

Quanno che me ce méssi a fa’ l’amore.

E quanno la baciai la prima vorta,

Me disse: — Si m’avrai da da’ er dolore

De dimme che de me nun te n’importa,

Prima de dillo sfonnemece er core. —

E da quer dì che j’arde el lanternino

Davanti a la crocetta ar camposanto

Lo porto addosso come un abitino.

E si la festa vado a fa’ bisboccia,

Si be’ che ci abbi tanti amichi accanto,

Er mejo amico mio ce l’ho in saccoccia.

(Cesare Pascarella)

* Perchè dopo Gioacchino Belli non sembrava possibile. Invece….

_Calvinate_Il blog Le città invisibili

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Buongiorno e scusate la latitanza.
Fortunatamente ho un bel pò di cose da fare e molto lavoro.

Ho tempo però per segnalare un sito che si presenta così:

….abbiamo letto, riletto tra le righe, sottolineato, interpretato, discusso e fantasticato sulle immagini che potevano rappresentare le frasi salienti di ogni città…..frugato tra foto già fatte….scattate di nuove occasionalmente e pianificato viaggi per farne altre appositamente…
Ora le 55 foto ci sono….sono state scelte….ma questa è sola la prima di una lunga serie a cui il progetto ambisce…..
Un work in progress, aperto a tutti coloro che desiderino proporre un’immagine propria…
Risoluzione, formato, ecc… non costituiscono fattore discriminante in quanto il focus del progetto è legato alla ricerca di significato… delle emozioni che scaturiscono dalla lettura immersi nel grande Impero di Kublai Khan.
(dalla pagina Il Progetto)
Il sito si chiama LE CITTA’ INVISIBILI cliccate e troverete quello che cercate o no o forse molto altro…
Davvero un bellissimo progetto complimenti.
Lily Brik

Il mio libro sei tu… – E.Sanguineti

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Radiosonetto

il mio libro sei tu, mio vecchio amore:

ti ho letto le tue vertebre, la pelle

dei tuoi polsi: ho tradotto anche il fragore

dei tuoi sbadigli: dentro le tue ascelle

ho inciso il mio minidario: il calore

del tuo ombelico è un tuo glossario: nelle

xilografie delle tue rughe è il cuore

dei tuoi troppi alfabeti: alle mammelle

dei tuoi brevi capitoli ho affidato,

mia bibbia, le mie dediche patetiche:

questo solo sonetto, io l’ho copiato

dalla tua gola, adesso: e ho decifrato

la tua vagina, le tue arterie ermetiche,

gli indici tuoi, e il tuo fiele, e il tuo fiato:

(da Microcosmos)

(due)____________Novità

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Segnalo due novità edite da Odradek.

21 donne che hanno esplorato il mondo riuscendo, nel loro campo, a riscriverlo, studiarlo o contestarlo e per  questo hanno pagato un prezzo altissimo. A loro ed alle loro storie è dedicata questa raccolta scritta da Valeria Palumbo con le immagini di Giancarlo Montelli  che demolisce il mito del Romanticismo, delle donne devote per obbligo, per mettere in risalto l’azione come autentico talento femminile.

Per maggiori info e per ordinare il libro eccovi il LINK

 

 

 

 

 

 

[...]Questo libro, attraverso un’ampia mole di documenti in larga parte inediti, prove- niente da vari Archivi e commissioni d’inchiesta parlamentare, si concentra sulle trat- tative, gli accordi, le tensioni nazionali e internazionali relative alla questione dei criminali di guerra, cercando di evidenziare come e perché fu possibile assicurare l’impunità a centinaia di militari del regio esercito e di camicie nere dando luogo alla cosiddetta “mancata Norimberga” e all’inconsistente mito autoassolutorio degli “italiani brava gente”. [...]

Per la quarta di copertina e per ordinare il libro rimando a QUESTO LINK

Del nuovo che cerchi nel non nuovo e del non nuovo che cerchi nel nuovo

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Già nella vetrina della libreria hai individuato la copertina col titolo che cercavi.

Seguendo questa traccia visiva ti sei fatto largo nel negozio attraverso il fitto sbarramento dei Libri Che Non Hai Letto che ti guardavano accigliati dai banchi e dagli scaffali cercando d’intimidirti. Ma tu sai che non devi lasciarti mettere in soggezione, che tra loro s’estendono per ettari ed ettari i Libri Che Puoi Fare A Meno Di Leggere, i Libri Fatti Per Altri Usi Che La Lettura, i Libri Già Letti Senza Nemmeno Bisogno D’Aprirli In Quanto Appartenenti Alla Categoria Del Già Letto Prima Ancora D’Essere Stato Scritto.

E cosí superi la prima cinta dei baluardi e ti piomba addosso la fanteria dei Libri Che Se Tu Avessi Piú Vite Da Vivere Certamente Anche Questi Li Leggeresti Volentieri Ma Purtroppo I Giorni Che Hai Da Vivere Sono Quelli Che Sono.
Con rapida mossa li scavalchi e ti porti in mezzo alle falangi dei Libri Che Hai Intenzione Di Leggere Ma Prima Ne Dovresti Leggere Degli Altri, dei Libri Troppo Cari Che Potresti Aspettare A Comprarli Quando Saranno Rivenduti A Metà Prezzo, dei Libri Idem Come Sopra Quando Verranno Ristampati Nei Tascabili, dei Libri Che Potresti Domandare A Qualcuno Se Te Li Presta, dei Libri Che Tutti Hanno Letto Dunque E’ Quasi Come Se Li Avessi Letti Anche Tu. Sventando questi assalti, ti porti sotto le torri del fortilizio, dove fanno resistenza:

i Libri Che Da Tanto Tempo Hai In Programma Di Leggere,

i Libri Che Da Anni Cercavi Senza Trovarli,

i Libri Che Riguardano Qualcosa Di Cui Ti Occupi In Questo Momento,

i Libri Che Vuoi Avere Per Tenerli A Portata Di Mano In Ogni Evenienza,

i Libri Che Potresti Mettere Da Parte Per Leggerli Magari Quest’Estate,

i Libri Che Ti Mancano Per Affiancarli Ad Altri Libri Nel Tuo Scaffale,

i Libri Che Ti Ispirano Una Curiosità Improvvisa, Frenetica E Non Chiaramente Giustificabile.

Ecco che ti è stato possibile ridurre il numero illimitato di forze in campo a un insieme certo molto grande ma comunque calcolabile in un numero finito, anche se questo relativo sollievo ti viene insidiato dalle imboscate dei Libri Letti Tanto Tempo Fa Che Sarebbe Ora Di Rileggerli e dei Libri Che Hai Sempre Fatto Finta D’Averli Letti Mentre Sarebbe Ora Ti Decidessi A Leggerli Davvero.

Ti liberi con rapidi zig zag e penetri d’un balzo nella cittadella delle Novità Il Cui Autore O Argomento Ti Attrae.

Anche all’interno di questa roccaforte puoi praticare delle brecce tra le schiere dei difensori dividendole in Novità D’Autori O Argomenti Non Nuovi (per te o in assoluto) e Novità D’Autori O Argomenti Completamente Sconosciuti (almeno a te) e definire l’attrattiva che esse esercitano su di te in base ai tuoi desideri e bisogni di nuovo e di non nuovo (del nuovo che cerchi nel non nuovo e del non nuovo che cerchi nel nuovo).

da “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino (1979)

________________Novità

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L’autore spagnolo, a cento anni dalla morte di Emilio Salgari,

omaggia Sandokan, Yanez e le tigri di Mompracem.

 

Le tigri tornano…più antimperialiste che mai!

 

 

 

 

________Novità

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Emanuela Valentini,

Il Cuore di Lola

 

New year, new look

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2010 in review

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QUESTO E’ STATO IL MIO BLOG NELL’ANNO 2010 :)

 

The stats helper monkeys at WordPress.com mulled over how this blog did in 2010, and here’s a high level summary of its overall blog health:

Healthy blog!

The Blog-Health-o-Meter™ reads This blog is on fire!.

Crunchy numbers

Featured image

The average container ship can carry about 4,500 containers. This blog was viewed about 22,000 times in 2010. If each view were a shipping container, your blog would have filled about 5 fully loaded ships.

 

In 2010, there were 12 new posts, growing the total archive of this blog to 198 posts. There were 7 pictures uploaded, taking up a total of 215kb.

The busiest day of the year was January 21st with 159 views. The most popular post that day was All’amato se stesso – Majakovskij.

Where did they come from?

The top referring sites in 2010 were facebook.com, it.wordpress.com, search.conduit.com, google.it, and baruda.net.

Some visitors came searching, mostly for majakovskij poesie, marocco, all’amato se stesso dedica queste righe l’autore, vettriano, and boris vian poesie.

Attractions in 2010

These are the posts and pages that got the most views in 2010.

1

All’amato se stesso – Majakovskij December 2008
3 comments and 1 Like on WordPress.com,

2

Majakovskij – Tre poesie August 2008

3

Perchè leggere i classici – Italo Calvino April 2009
1 comment

4

Il Flauto di Vertebre – Majak November 2009
2 comments

5

Boris Vian – Tre poesie September 2008
1 comment

essere folli per essere chiari

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Picasso

Nel tremito d’oro, domenicale

di Valle Giulia, la nazione è calda,

silenziosa: la sua innocenza è pari

alla sua impurezza. Sembra arda

di popolare gioia, ed è una noia

irreligiosa che solare si sparge

sui floreali gessi e i gran ventagli

degli scalini. Non è questo

che l’atto in cui si sbriciola un’Italia

istituita, un anonimo ed onesto

atto di civiltà… C’è chi lo compie

tra le aiuole infuocate e il fresco.

buio che le solca dai prorompenti

pini di Villa Borghese, chi

n’è riverberato nelle pompe

festive di Piazza di Spagna e si

confonde in un brusio che trasale

intorno monotono e stupendo: qui

è più acceso il senso di un’Italia

vibrante in un’antica nota

di pace, in una morte dolce come l’aria,

dove la classe più alta regna immota.

II

E per la scalea l’anonimo, anima

senza memoria, in un corpo immiserito

da secoli di sogni umilmente umani

di borghese esperienza, ormai è mitico

in questa domenica dorata

che lo vede chiaro nel chiaro vestito.

Come d’improvviso appare ornata,

la sua vita, di mite passione,

e la sua mente (dominata

dentro il cuore dell’Istituzione

dalla sua dignità dura e servile)

come pare arda, immune testimone,

d’umile desiderio di capire…

III

La prima tela dalla scorza intensa

e ròsa, in un gemmante arabesco

quasi artigiano, dipinta con terra

e nascosto fuoco: ancora fresco

lo spirito del vecchio anteguerra

vi mescola scandalo e festa,

l’abnorme del pensiero e il puro della

tecnica, e ardente e affumicata

la superficie i suoi toni inanella,

ceree corolle su zolla disseccata.

Insegna della Francia più alta,

quando il tramonto pareva un’infuocata

alba, e la disperazione espanta

pena del creare, e il frantumarsi

del secolo un suo disegno araldico.

IV

Ma già gli spumeggianti e crudi figli

in nuvole di biancore, in acciarini

contorni, con purezza di gigli

e carnalità di cuccioli ferini,

delineano pur nel lume di un’idea

degna di Velásquez, pur nelle trine,

l’eccesso di espressione che li crea.

V

L’espressione che sul pelo affiora

del quadro, come da intimità viscerali,

infetta di bruciante disamore,

e ne squassa la squama di tonali

dolcezze, che, se resiste, e anzi

irrigidisce, è per materiali,

inebbrianti cagli. Ma tra i balzi

graffianti del pennello, la zona

di quasi prativa luce, gli sfarzi

dei disaccordi, ecco l’Espressione:

che s’incolla alla cornea e al cuore,

irrichiesta, pura, cieca passione,

cieca manualità, impudico gonfiore

dei sensi, e, dei sensi, tersa noia.

A nient’altro che a questo ateo furore

poteva, nella cadente Francia, Goya

cedere la sua violenza. Qui, a esprimersi,

sono pura angoscia e pura gioia.

VI

Dentro l’ordinata processione,

orda del sentire e del fare,

non del credere, paesaggi, persone

sono scheletri in cui corporeo appare

il loro perduto essere oggetti:

esprimerli è esprimerne il male.

La civetta patrizia con sul petto

un avido verde o un viola che altro

senso non ha che infiammare se stesso,

o nell’occhio uno sgorbio, folle e scaltro,

a tradire; i fiori che s’incarnano

a un feto o una seggiola e uno smalto

di toni che li incera nel composto

ingranaggio; le spiagge dove gongola

la gioia di un cadaverico agosto,

in cui l’inventare ha una mongola,

monumentale libertà che nulla costa,

una brutale libertà che il mondo

trasfigura per l’ignota forza

che ha il vizio, che ha la voluttà

dell’esibirsi: tutto porta

ad una calma furia di limpidità.

VII

Quanta gioia in questa furia di capire!

In questo esprimersi che rende

alla luce, come materia empirea,

la nostra confusione, che distende

in caste superfici i nostri affetti

offuscati! La chiarezza che ne accende

le forme interne, li fa nuovi oggetti,

veri oggetti, né conta, anzi è coraggio,

benché delirante, che si rifletta

in essi l’onta dell’uomo che appannaggio

fa dell’Uomo, l’onta dell’uomo più

recente, questo, questo che con saggio

calore guarda evidenziata salire su

nelle atroci lastre la figura

di se stesso, la sua colpa, la sua

storia. Vede ridotte alla furia oscura

del sesso le esaltanti repressioni

della Chiesa, e dispogliata in pura

chiarezza d’arte la chiara ragione

liberale; vede celebrata

in riverberanti figurazioni

la decadenza della snervata

borghesia ancora avida nel miope

rimpianto e nel cinismo…

Ma che lietezza profonda e quieta

nel capire anche il male; che infinita

esultanza, che vereconda festa,

nell’accorata sete di chiarezza,

nell’intelligenza, che compiuta attesta

la nostra storia nella nostra impurezza.

VIII

Poi ecco, colmo, l’errore di Picasso:

esposto sopra le grandi superfici

che ne spalancano in pareti la bassa,

fittile idea, il puro capriccio,

arioso, di gigantesca e grassa

espressività. Egli – tra i nemici

della classe che specchia, il più crudele,

fin che restavi dentro il tempo d’essa

- nemico per furore e per babelica

anarchia, carie necessaria – esce

tra il popolo e dà in un tempo inesistente:

finto coi mezzi della vecchia stessa

sua fantasia. Ah, non è nel sentimento

del popolo questa sua spietata Pace,

quest’idillio di bianchi uranghi. Assente

è da qui il popolo: il cui brusio tace

in queste tele, in queste sale, quanto

fuori esplode felice per le placide

strade festive, in un comune canto

ch’empie rioni e cieli, borghi e valli,

lungo l’Italia, fino all’Alpi, spanto

per declivi falciati e gialli

frumenti – nei paesi della smarrita

Europa – dove ripete i balli

e i cori antichi nell’antica

aria domenicale Ed è, l’errore,

in questa assenza. La via d’uscita

verso l’eterno non è in quest’amore

voluto e prematuro. Nel restare

dentro l’inferno con marmorea

volontà di capirlo, è da cercare

la salvezza. Una società

designata a perdersi è fatale

che si perda: una persona mai.

IX

Sfortunati decenni così vivi

da non poter essere vissuti

se non con un’ansia che li privi

di ogni quieta conoscenza, con l’inutile

dolore di assisterne la perdita

nella troppa prossimità… Muti

decenni, di un secolo ancor verde,

e bruciato dalla rabbia dell’azione

non trascinante ad altro che a disperdere

nel suo fuoco ogni luce di Passione.

Le ultime stanze gremisce la pura

paura espressa in cristalline zone

d’infantile e senile cinismo: scura

e abbagliata l’Europa vi proietta

i suoi interni paesaggi. E matura

qui, se più trasparente vi si specchia,

la luce della tempesta; i carnami

di Buchenwald, la periferia infetta

delle città incendiate, i cupi camions

delle caserme dei fascismi, i bianchi

terrazzi delle coste, nelle mani

di questo zingaro, si fanno infamanti

feste, angelici cori di carogne:

testimonianza che dei doloranti.

nostri anni può la vergogna

esprimere il pudore, tramandare

l’angoscia l’allegrezza: che bisogna

essere folli per essere chiari

Da Le ceneri di Gramsci 1953

siamo clessidre con la sabbia in fondo (Edoardo Sanguineti)

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Mi sembra particolarmente interessante la curiosità di Sanguineti verso le donne;

ed è immediata la sensazione, mentre si legge e si sorride, dello sconfinato attaccamento

per la sua (unica, o così pare) compagna  di vita.

Mikrokosmos regala sorprese e grandi risate, almeno le mie

2.

siamo una doppia coppia, all’asso di cuori:

così si dice ( e si diceva) e dico:

in prima istanza, siamo due ricami: ti sfioro, azzurro, appena con la destra:

(la sinistra, sull’anca, mi fa un’ansa): non ho una testa, ma un preservativo, a tronco

di cono, che è come un pesce plissettato e rugoso: (e ho una flanella da vegliardo): e tu

sei nera nera, voluttuosa, la coscia rigonfiata, ridondante, lavorata di bianco, con minimi

piedini incrocicchiati, a punto croce:

nella seconda stazione, io ti vedo invece,

che ti reclini il capo (che è nuvoloso, che ti sta tra le nuvole, nuvoletta mia dolce,

cielo mio): (sono la sagoma tua, sagoma mia): ci stanno, dentro, due tavoloni sgomberati,

in noi: ci è stata fatta una piazza pulita:

siamo clessidre, con la sabbia in fondo:

da Cose 1996-2001

6.

se mi stacco da te, mi strappo tutto:

ma il mio meglio (o il mio peggio)

ti rimane attaccato, appiccicoso, come un miele, una colla, un olio denso:

ritorno in me, quando ritorno in te: (e mi ritrovo i pollici e i polmoni):

tra poco atterro a Madrid:

(in coda qui all’aereo, selezionati miei connazionali,

gente d’affari, dicono numeri e numeri, mentre bevono e fumano, eccitati,

agitatamente ridendo):

vivo ancora per te, se vivo ancora:

da Corollario 1992-1996

8.

da che cosa (mi chiedo) mi cerco che mi scappo, così scappando, galoppando, sempre?

da me, lo so: (dal mio essere morto): (un molle morto): (scappo da una mia mala morte):

(che non è mica che mi insegue, poi): (e che non è che mi sta già alle spalle, adesso,

probabilmente, nemmeno):

scappo dalla mia vita (da te, cioè, che sei la mia vita):

(se tutto questo ha così poco senso, che farci, allora?): scappo in me, scappo in te:

nel mondo tuo, nel mio: (io che ho pensato, persino, una volta, che, dalla vita ho avuto

tutto, avendo avuto te):

quando si arriva, c’è un grido: si dice tana: (è la fine, sul serio):

da Cose 1996-2001

come viene, a me, come mi viene, mi conviene (Edoardo Sanguineti)

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Ancora poesia e ancora una raccolta: Mikrokosmos – Poesie 1951-2004, Feltrinelli.

Qualche tempo fa avevo invece scelto queste altre.

21. (occhiali)

Mi sono riadattato agli occhiali (che la patente, a me, rende obbligati, ormai,

in un paio solo di giorni: vedo tutto più netto: (ma niente mi è, per questo,

diventato migliore, in verità: un semaforo è sempre un semaforo, un marciapiede

è un marciapiede: e io sono sempre io, così)

(quanto al doloroso senso di capogiro,

vaticinato, con l’emicrania, da un Istituto Ottico di corso Buenos Aires, al quale

mi sono rivolto, questa volta, l’ho sperimentato e l’ho superato): (l’oculista

affermava che, con il tempo, io mi ero costruito una mia rappresentazione arbitraria

della realtà, adesso destinata, con le lenti, a sfasciarsi di colpo):

e ho potuto

sperare, per un attimo, di potermi rifare, a poco prezzo, una vita e una vista):

da Scartabello 1980


24. (oroscopi)

che la semana era tutta divina (para procurarse el amor, giust’appunto),

me lo garantì, al primo colpo, già il 4, insinuato di striscio sotto l’uscio,

negli acerbi splendori dell’aurora, il Tarot inconfutabile di un Frank

(che è un Frank Solano bogotano), dicendomi, in sostanza, di piantarla di pensare

al mio passato, poichè sono superdotato (imbarazzante, ma autentico) di un “signo futurista”:

(che mi arrastra hasta el cielo, in verità, e chi sa che altro diavolo mi fa,

con la mia flecha che se dispara, e con, di conseguenza, nessuno (nessuna) che se resista

una tentacìon “hacia usted”, che son mi, non so, che sono yo, e sono qua, sono qui):

il 6 mi arriva la smentita di un Chabeli: mi avverte, in breve, che all’ordine del giorno per me,

ci stanno limitaciones, e così tenderò a desperarmi, e che devo, allora, tomarmi

la cosas con calma, e devo pure, pur carente di tacto, utilizzarmelo al meglio,

il mio poco, se mi voglio ottenermi un pò di fructos dei miei esfuerzos, e conseguirmi

la realizacìon delle mie nuevas metas:

e non mi ricordavo più che il 5, questo stesso profeta

mi aveva preammonito, addirittura, che, va bene, necessito di afecto (para no perdermi

el equilibrio, se non altro), ma che devo guardarmi dall’enredarmi in una qualunque

relacìon amorosa (che mi avrebbe, altrimenti, procurato soltanto, malamente,

dudas, desconfianza y tormento): (anzichè darmi las satisfacciones):

il 7, ho rinunciato

agli oroscopi: (prendendomi la vita come viene, a me, come mi viene, mi conviene):

da Corollario 1992-1996

La fantasia è un posto in cui ci piove dentro

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A 25 anni (il 19 settembre) dalla sua morte raccolgo i miei pochi articoli dedicatigli (sempre pochi per lui).

Buona lettura o ri-lettura.

Da Le città invisibili: Tamara, Eufemia, Zaira, Bauci, Leonia, Anastasia, Dorotea, Isidora.

Dai bellissimi diari di Italo: Diario del Middle West, Diario newyorkese, Diario americano

Poi,  per divertirci un pò, una serie di: Calvinite (nota biografica dell’autore su se stesso)

e Calvinate (intervista lunga a Calvino)

Per concludere ecco le Lezioni americane e l’introduzione a Perchè leggere i classici

Calvino e...Silvana Mangano


____intermezzo

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Che si debba parlare, per essere esatti, di lotta per una ‘nuova cultura’ e non per una ‘nuova arte’ (in senso immediato) pare evidente. Forse non si può neanche dire, per essere esatti, che si lotta per un nuovo contenuto dell’arte, poiché questo non può essere pensato astrattamente, separato dalla forma. Lottare per una nuova arte significherebbe lottare per creare nuovi artisti individuali, ciò è assurdo, poiché non si possono creare artificiosamente gli artisti.
Si deve parlare di lotta per una nuova cultura, cioè per una nuova cultura, cioè per una nuova vita morale che non può non essere intimamente legata a una nuova intuizione della vita, fino a che essa diventi un nuovo modo di sentire e di vedere le realtà e quindi mondo intimamente connaturato con gli ‘artisti possibili’ e con le ‘opere d’arte possibili’. Che non si possa artificiosamente creare degli artisti individuali non significa quindi che il nuovo mondo culturale, per cui si lotta, suscitando passioni e calore di umanità, non susciti necessariamente ‘nuovi artisti’; non si può, cioè, dire che Tizio o Caio diventeranno artisti, ma si può affermare che dal movimento nasceranno nuovi artisti.

da Mikrokosmos

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A.A.A abile insenescente insensibilissimo (quasi) al piacere (non al dolore, anzi,
ahimè, ahiahiahiahi) offresi:

mi offro per essere leccato berliccato (come
un gelato); e poi per essere succhiato salivato, rimacinato mugolato,
e riciclato: e pompato (e spompato):

(come nuovo, ma usato: d’occasione):

scrivimi fermo posta, tu, raccomandata referenziata):

addì 9 settembre, da Pistoia:

da Cataletto, 1981

***

la triste, l’incostante, l’aggressiva, la morta; (quella che fu il mio tropico
del Cancro; e l’altra, che fu il mio anello di saturno): la contegnosa,
la spaiata, la matta:

me le voglio qui tutte, adesso, insieme, a mangiarmi
i miei polsi aperti, la mia lurida lingua, le mie docili dita, il mio fegato
fragile: (e il mio cuore, è l’usanza, fatto a pezzi): (e il mio cervello
già raggrinzito, e il mio ormai tenero sesso):

Tutto il resto è per te,
l’ultima, in cucina:
l’affaticata, la nervosa, la superstiziosa, la morbida:

da Scartabello, 1980

***

vengo, con la presente, a te, per chiederti formalmente di esentarmi dall’urgenza
dal comunicare, con te, per telefono: (io non posso battere zuccate disperate,
contro il primo muro che mi trovo a disposizione, ogni volta, capirai,
appena mollo giù il ricevitore):

(perchè, mia diletta, io non saprò mai
separare, stralciandole, le tue parole, a parte, dai tuoi gomiti, dai tuoi alluci,
dalle tue natiche, da tutta te); (da tutto me);

da Scartabello

***

se d’amore si muore, siamo morti noi:
siamo un romanzo d’appendice in atto: (anzi,
siamo un romanzo nazional-popolare, ma calibraticamente camuffato da romanzetto rosa): (anzi,
siamo un romanzo osè): (un rosè): (anzi, una coppia di vegeti, di vegetanti vecchietti,
torchiati nel torpido torchio delle nozze d’argento): (a un passo, a un pelo, appena,
da un romanzo nero): (siamo un romanzo rosso, quasi): e noi facciamo, parliamoci chiaro,
pena piena, e pietà

comunico le coordinate necessarie; torno da Como, è il 26
settembre, sono le 21,37, ho chiesto il conto al ristorante, prenderò il rapido
delle 21,50, e ti ho capito: è tutto:

perchè, per te, per me, non è possibile
sopportarla più oltre, questa ambivalenza insolubile, nel vino della vita che viviamo:

questa vita, anzi: (la vita): (annacquata, innacquata): e se ti dico e se ti scrivo che
non sono altro che un contemporaneo, a capirmi, a capirci, se va bene, abbiamo, in tutto
e per tutto, il 25% dei nostri eredi naturali, allo stato attuale delle cose:
così, con tanti auguri, ti aggiungo, poi, che noi

se d’amore si vive, siamo vivi:

da Stracciafoglio, 1977-79

La poesia non è una cosa morta,

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ma vive una vita clandestina.

Addio ad un grande genio della parola.

_______________Novità

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Goliarda Sapienza,

Io e Jean Gabin

Einaudi

Inedito di Mario Luzi

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Foto di http://www.flickr.com/photos/24001995@N02/

Dopo molto tempo finalmente aggiorno questo blog.

E lo faccio con un inedito di questo grande poeta, scomparso nel 2005.

***

Chi sa, forse c’è un luogo,

nel mare

una nascosta cala,

un canto

del cielo stellato,

un muto

avvallamento perso

in mezzo all’Appennino

da cui, mondo, mi hai parlato

e non ti ho udito

o non ho inteso bene la tua voce.

E lì stava il tuo segreto, forse

la più riposta confidenza

affidata al tuo valore.

Ripetilo, ti prego, il tuo dettame,

se possibile, non considerarlo estinto

il colloquio

e neppure il battibecco

fra noi due.

Mai il dicibile

sia stato tutto detto, mai.

Il mago di Natale – G.Rodari

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Il Natale è solo per i bambini, che sognano.

S’io fossi il mago di Natale

farei spuntare un albero di Natale

in ogni casa, in ogni appartamento

dalle piastrelle del pavimento,

ma non l’alberello finto,

di plastica, dipinto

che vendono adesso all’Upim:

un vero abete, un pino di montagna,

con un pò di vento vero

impigliato fra i rami,

che mandi profumo di resina

in tutte le camere,

e sui rami magici frutti:

regali per tutti.


Poi con la mia bacchetta magica me ne andrei

a far magie

per tutte le vie.


In via Nazionale

farei crescere un albero di Natale

carico di bambole

d’ogni qualità,

che chiudono gli occhi

e chiamano papà,

camminano da sole,

ballano il rock an’roll

e fanno le capriole.

Chi le vuole, le prende:

gratis, s’intende.


In piazza san Cosimato

faccio crescere l’albero

del cioccolato;

in via del Tritone

l’albero del Panettone;

in viale Buozzi

l’albero dei maritozzi,

e in largo Santa Susanna

quello dei maritozzi con la panna.


Continuiamo la passeggiata?

La magia è appena cominciata:

dobbiamo scegliere il posto

all’albero dei trenini:

va bene piazza Mazzini?


Quello degli aeroplani

lo faccio in via dei Campani.


Ogni strada avrebbe un albero speciale

e il giorno di Natale

i bimbi faranno

il giro di Roma

a prendersi quello che vorranno.


Per ogni giocattolo

colto dal suo ramo

ne spunterà un altro

dello stesso modello

o ancora più bello.


Per i grandi,  invece, ci sarà,

magari in via Condotti,

l’albero delle scarpe e dei cappotti.


Tutto questo farei se fossi mago.


Però non lo sono

che posso fare?


Non ho che auguri da regalare:

di auguri ne ho tanti,

scegliete quello che volete,

prendeteli tutti quanti.

Parole contro parole – Ragazzoni

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Andate a vedere chi era Ernesto Ragazzoni e riconoscerete nella sua barba, nei suoi lavori, nella sua vita, negli articoli e nelle poesie quella mentalità frizzante e mai pigra di inizio 900, rara, e per questo tanto preziosa per noi posteri. Nell’Italia prefascista, liberale, quella delle imprese coloniali in Africa e del primo conflitto mondiale spunta una voce fuori dai cori bottegai e perbenisti dell’epoca. Cesare Bermani ne fa un ritratto puntuale e ve lo linko come prefazione alle due poesie che propongo. Il contributo di Bermani si trova sul sito della città natale di Ragazzoni ORTA.NET

PAROLE CONTRO PAROLE

Oggi, non voglio far della poesia,
non voglio stare chiuso contro un tavolo.
Voglio prender la porta, andare via
andarmene, se càpita, anche al diavolo!
In un giorno di ciel, d’aria e di sole
posso seduto, fabbricar parole?

Io, come il vecchio Amleto, sono stufo
di parole, parole, ancor parole!
Fra tanti pappagalli, sono un gufo
e disdegno le chiacchiere e le fole.
Se si parlasse meno, quanto il mondo
più felice sarebbe, e più fecondo!

Abbasso i versi e chi li legge e scrive!
Primavera s’annuncia, e vo’ pei campi
a veder in che modo si rivive
senza bisogno alcun che se ne stampi,
o ne filosofeggino due o tre
sui sedili dei tram, e nei caffè!

Senza soccorso di poeti e sofi
le siepi vanno rimettendo il verde!
Su per le aiuole crescono i carciofi,
e l’asparago inver nulla ci perde
se vien fuori, a dispetto della critica,
senza affatto occuparsi di politica.

E così fa la mammola, e fa l’erba,
il pero, il melo, il mandorlo, il ciliegio
che una veste di fiori hanno, e superba,
e daran frutto, senza ciarle, egregio.
Se facessimo un poco come loro:
chiacchiere niente, e alquanto più lavoro?

SCHERZI E FRAMMENTI

O Signore, io ti ringrazio
d’aver dato al Mondo il vizio,
l’alto e solo benefizio
che quaggiù non soffre strazio…,
che accomuna in un sol dazio
ogni Caio ed ogni Tizio.
Che quaggiù ci sia sol spazio
per un cazzo e un orifizio,
ognun gridi mai non sazio
fino al giorno del giudizio:
O Signore, io ti ringrazio
d’aver dato al Mondo il vizio.

***

È finita. Il giornale è stampato,
la rotativa s’affretta,
me ne vado col bavero alzato,
dietro il fumo della sigaretta.

***

… e lieve lieve
cade la neve
sull’alta pieve
di Pontassieve
e il tetto breve
che ne riceve
piú che non deve
si fa piú greve
sempre più greve
ahi troppo greve
e cade in breve
non piú la neve
sovra la pieve
sibben la pieve
sovra la neve
che cade lieve
sull’alta pieve
di Pontassieve
e il tetto breve
che ne riceve
più che non deve
si fa più greve
sempre più greve
ahi troppo greve
e cade in breve
non più la neve
sovra la pieve
sibben la pieve
sovra la neve
che cade lieve
sull’alta pieve
di Pontassieve
e il tetto breve.

***

Io non vi parlerò di cose strane.
Dirò cose comuni e naturali,
Parlerò solo un poco di puttane
E d’altre cose simili morali:
Parlerò del davanti e del didietro.
— Lettor, se non ti piace, torna indietro.

***

Vergini muse dell’Olimpo antico,
Andate tutte a farvi benedire
Perché se udiste mai quello che dico
Obbligate sareste ad arrossire.
Fuggite, o pur tappatevi le orecchie
Voi siete troppo caste e troppo vecchie.

Umorismo Gastronomico

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Oggi ho trovato un bel libricino; l’ho scovato in un Caffè letterario di San Lorenzo (Roma) mentre sorseggiavo all’inglese una tazza di tè, anzi mentre sorseggiavo una splendida tazza arancione di un tè cinese che anzichè infondersi con la banale bustina o il normale infuso, sprigiona tè da una specie di bulbo che nell’acqua bollente di spampana come un fiore. Guardare attraverso la teira di vetro lo schiudersi del fiore è più gratificante del calore della bevanda in una giornata fredda.
A me il tè non piace, la considero una cosa che si assume quando si sta male, la associo inevitabilmente alla febbre, all’influenza, a mia nonna che me lo preparava con tanto limone quando mangiavo dolci fino a scoppiare. Però questo tè cinese mi piace ma ancora di più mi piace questa trovata del fiore che sboccia in tazza.

Siamo quello che mangiamo diceva Feuerbach.

E letteratura e cucina vanno a braccetto.

Il libricino scovato è di Filippo Giardina e si chiama AGRODOLCE. Penso che si sia stampato e edito da sè questo scrittore di 31 anni.

Vi consiglio di comprarlo e, se vivete a Roma, di farlo al Tuma’s di San Lorenzo che lo pagate la metà esatta (4 euro).

Oppure scaricatelo gratis sul SITO DELL’AUTORE

Insomma bando ai personalismi e alle ciance: questa è la mia selezione.

Buona lettura.

 

BANANA


Mi vedete solo in contesti lussuriosi.

La banana te la metto qua…

La banana te la metto là…

Bravi!

Io vi querelo…

Le banane sono tante

Il banano è uno solo

Qui non si scopa mai.


 

CAVIALE

Oh caviale…

Saresti perfetto con quel tuo stile

inconfondibile

Oh caviale…

saresti unico con quel tuo gusto così esclusivo

Oh caviale…

Saresti insuperabile con quel tuo fascino che ti conntraddistingue

Ma sei nero e rubi il lavoro agli italiani.

 

 

FAVE

Il comunismo ha ucciso tanta gente che

credeva in un mondo migliore

Il fascismo ha ucciso tanta gente che credeva

in un mondo più ordinato

Il favismo uccide tanta gente

Troppa…

Non ha senso…

Fruttivendolo metti un cartello!

 

 

XIV

CARCIOFO VERDE

Via l’ananas dall’Italia!

POMODORO ROSSO

Più ananas in Italia!

ANANAS

Che cazzo volete da me?

 

 

XV

L’america ripudia i terroristi

I terroristi sono dei vermi

Non avremo pietà per chi li ospita…

Guerra preventiva al mondo delle ciliegie.

 

 

XVI

Papà ormai sono grande

Papà ormai posso tornare alle 4 di mattina

Sguisch (schiaffo)

PAPAIA!! (sofferente)

 

 

GORGONZOLA

Sei il più forte e importante fra i tuoi simili

Però puzzi

Ah ah ah

Gnòsi delle Fànfole – I LIBRI DEGLI ALTRI

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Un esempio di poesia metasemantica.
Per sapere di più sull’autore Fosco Maraini consiglio il suo SITO.

Per qualche nozione sulla metasemantica e per un’altra fànfola vi linko la voce di Wikipedia

(piccola parentesi: le note sono state curate da Maro Marcellini. Sono molto utili e spassose e vale la pena trascriverle tutte.)

Sarebbe opportuno, anzi direi sarebbe addirittura canonico, presentarsi con un piccolo preambolo teorico. Signori, potrei dire, eccovi alcuni esperimenti di poesia metasemantica.
Ora mi spiegherò. Per millenni il procedimento principe seguito nella formazione e nell’arricchimento del patrimonio linguistico è stato questo: dinanzi a cose, eventi, emozioni, pensieri nuovi, o ritenuti tali, trovare suoni che dessero loro foneticamente corpo e vita, che li rendessero moneta del discorso.
A tale intento, in genere, servivano suoni che già venivano impiegati per significati consimili. Inventi il cannocchiale e sommi canna con occhiale […], talvolta serve il nome d’una persona (siluetta, besciamella), tal altra il nome d’un luogo (pistola, baionetta) […]. Nella poesia, o meglio nel linguaggio metasemantico, avviene proprio il contrario. Proponi dei suoni e attendi che il tuo patrimonio d’esperienze interiori, magari il tuo subconscio, dia loro significati, valori emotivi, profondità e bellezze. È dunque la parola come musica e come scintilla”
(F.Maraini)


Il giorno ad urlapicchio

Ci sono giorni smègi e lombidiosi [1]

col cielo dagro e un fònzero gongruto[2]

ci son meriggi gnàlidi budriosi[3]

che plògidan sul mondo infrangelluto[4],

ma oggi è un giorno a zìmpagi e zirlecchi[5]

un giorno tutto gnacchi e timparlini[6],

le nuvole buzzìllano, i bernecchi[7]

ludèrchiano coi fèrnagi tra i pini[8];

è un giorno per le vànvere, un festicchio

un giorno carmidioso e prodigiero[9],

è il giorno a cantileni, ad urlapicchio[10]

in cui m’hai detto “t’amo per davvero”.


[1] …smègi: come dice il protagonista de La citta morta di D’Annunzio: “Un giorno smegio mi donasti i baci”; lombidiosi: pieni di appuntamenti e di opportunità ma non sempre favorevoli. Classico giorno lombidioso fu il 15 marzo del 44 a.c (le Idi). Proprio quel giorno Caio Giulio Cesare venne raggiunto da ben 23 sorprese, a mezzo pugnale, che posero fine ad ogni suo cruccio.

[2] …fònzero gongruto: vento di scirocco umido e attaccaticcio. Quando soffia per lunghi periodi le vesti della gente si trasformano in carta moschicida e le forme di pecorino si squagliano come la ceralacca vicino al fuoco.

[3] … ci son meriggi gnàlidi: i classici pomeriggi dell’isola di Giava adatti alla coltivazione di riso, canna da zucchero e tabacco. Per la coltivazione del cocomero invece, sono più adatti i meriggi mànfani del golfo di Taranto.

…budriosi: con sole o senza sole: a piacere.

[4] … infrangelluto: espressione napoletana che significa “infastidito, scaglionato”. Il femminile “infrangelluta” descrive perfettamente quella dolorosa espressione che assumono alcuni politici quando vengono trovati alle elezioni: “poverello…mò vedrai che faccia infrangelluta ci viene a Don Raffaele”.

[5] … zìmpagi e zirlecchi: ambedue le espressioni vengono dal più puro dialetto milanese. Mentre zimpagi sta per “spinte, pigiature”(es.: el muturìn  del Gianni el va minga senza zimpagi), zirlecchi significa “saltelli, ballonzolii” (es.: el stradun che portava a Rogoredo l’era tucc un bus e inscì el furgùn faceva nà sfilada de zirlecchi).

[6] … gnacchi e timparlini: mutuati dall’antico sassone (ted. Gnakken und thimparlen). Ancora oggi in Germania gli gnacchi e i timparlini sono quei ciondoli che adornano la coda degli aquiloni o le ruote in cime al palo della cuccagna (Cfr. F.M.T Trabuchk, Spielen mit die Karussel, Archibildung, Bonn, 1955). In questo caso il poeta usa metaforicamente tali vocaboli per significare gaiezza, giovialità e speranza nel domani.

[7] …le nuvole buzzillano: quando non tira vento forte e quando la temperatura e tra i 16 e i 19 gradi centigradi. Se cala il vento e la temperatura scende, smettono.

…bernecchi: ginnaocefali, passeracei, dentilostri color ruggine dal capo quasi nudo (scient. Giainocephalus campus) che muggiscono come i vitelli. Vivevano solo in Brasile ma migrarono a seguito del calciatore Socrates (Fiorentina football club). Luderchiano coi fernagi.

[8] …fèrnagi: pettirossi, passeracei di sinistra (scient. Sylvia Nubecola). Vivono sui pini e luderchiano coi bernecchi.

[9] …giorno carmidioso e prodigiero: come ha spiegato molte volte il colonnello (poi generale), che leggeva le previsioni del tempo alla televisione, i giorni si dividono in “carmidiosi” e “prodigieri”. I primi iniziano col cielo sereno e finiscono con cielo nuvoloso, i secondi iniziano con il cielo nuvoloso e finiscono con il cielo sereno. Da ciò è facile dedurre che il giorno qui descritto dal poeta è iniziato con il cielo sereno, è diventato nuvoloso verso mezzogiorno poi, nel pomeriggio, si è ulteriormente rannuvolato rasserenatosi verso la fine della giornata.

[10] …ad urlapicchio: quando le nuvole buzzillano e i bernecchi luderchiano coi fernagi; quando tutto è carmidioso e prodigiero; quando lei vi ama…

Le pietre rare

Ahi quant’è bello il Dròspide gidioso[1]

coi drighi e gli sgamucci agariscenti![2]

Ed amo lo Sbifernio e il crapidioso[3]

Agglàrice coi fìnfoli raggenti.[4]

Hai visto forse un Drufo abbestonato?[5]

O i Mògidi far luce in festalìa?

Hai visto Squiridio, un biforcato

Coterbàlo che incanta e tantalìa?[6]

Per te io voglio un Gèfide bugizio[7]

agghindorato in Plònice  bardiero[8],

sarà cogli occhi tuoi un lucipizio;

m’alluscherai dal fondo del mistero[9].


[1] …il Dròspide: la pietra preziosa preferita da Cleopatra (69-30 a.c.).
Si narra che la fascinosa regina d’Egitto per impadronirsi di un Dròspide grande quanto un uovo di faraona (nel senso di gallina), fece uccidere il giovane fratello-sposo Tolomeo XIV.

…gidioso: che sprizza gidie (colori), iridescente.

[2] …drighi: minuscole venature.

…sgamucci agariscenti: sfaccettature che riverberano la luce e rendono multicolore la pietra. Sgamuccio significa anche: trucco, inghippo (es. “Quello che vince alle carte perché conosce mille sgamucci”)

[3] …Sbifernio: quarzo diafano di colore violetto con macchie granellose dello stesso colore, ma più chiare. La regina Elisabetta II d’Inghilterra possiede una collana con ben trecento Sbiferni incastonati e un solitario di 32 carati.

[4] …Agglàrice: pietra costituita da un fluosilicato di alluminio di colore giallo delicato con venature celesti. Tagliato a sbalzo diviene ancora più lucente (crapidioso) e acquista intensità di colore. È la pietra preferita dallo scrittore Aldo Busi che ne possiede moltissimi, montati su preziosi orecchini d’oro bianco.

…coi fìnfoli raggenti: coi riflessi scintillanti. N.B: fìnfoli (sing. fìnfolo = riflesso) deriva da un vocabolo dialettale ciociaro (es.: “Sto’ rincojonito vorebbe angora guidà la machina ma nun tiene li fìnfoli prondi come ‘na vorta”).

[5] …un Drufo abbestonato?: se magistralmente abbestonato da mani esperte in montature d’argento e d’oro, il Drufo è stupefacente, strabiliante! Nessuno può rimanere insensibili davanti a tanta bellezza.

[6] …uno Squiridio: sempre una gran bella pietra, ma niente a che vedere con il Drufo. Sarebbecome paragonare una passeggiatina sotto casa alla Marcialonga.

…Coterbàlo: è un silicato dello zirconio che fa una gran figura, specialmente quello biforcato (bicolore con striature multiple), ma ultimamente è passato di moda. Oggi viene usato esclusivamente da maghi e fattucchiere per gli incantesimi e i tantali ovvero la fatture di magia bianca che riavvicinano i coniugi.

[7] …un Gèfide bugizio: il Gèfide è la specie più rara del diamante (adamas, adamantis) perché durante la cristallizzazione del carbonio nel sistema monometrico acquista una luminosità cangiante inversamente proporzionale alla luce dell’ambiente in cui si trova. Ne esistono di due colori: celeste (sidiale) e giallo (bugizio). Anticamente il diamante era venerato da alcuni popoli della terra, oggi da tutti!

[8] …agghindorato in Plònice bardiero: che è il  massimo della ricercatezza. Una raffinatezza da esperti (cfr. L’arte d’agghindorare, Pina Sotis, Tremese Editore, Mondovì, 1992).

[9] …m’alluscherai: è vero che allascare è azione eminentemente femminile ma risulta strano che il poeta usi tale termine nella chiusura di questi squisiti versi.  Forse l’intento è quello di rendere più pungente (e svelato) il concetto finale? Questo popolaresco modo di dire ricorda i dialoghi di certi film interpretati dal grande Alberto Sordi: “Aho!guarda che se m’alluschi n’antro poco te zompo addosso…”

Tizio, Caio e Sempronio – Antonio Gramsci

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Non c’è dubbio che conoscesse molto bene il suo paese…e i suoi mali cronici.

Quaderno 15 (II) 1933

§<21>. Passato e presente.
Se si domanda a Tizio, che non ha mai studiato il cinese e conosce bene solo il dialetto della sua provincia, di tradurre un brano in cinese, egli molto ragionevolmente si meraviglierà, prenderà la domanda in ischerzo e, se si insiste, crederà di essere canzonato, si offenderà e farà ai pugni. Eppure lo stesso tizio, senza essere neanche sollecitato, si crederà autorizzato a parlare di tutta una serie di quistioni che conosce quanto il cinese, di cui ignora il linguaggio tecnico, la posizione storica, la connessione con altre quistioni, talvolta gli stessi elementi fondamentali distintivi. Del cinese almeno sa che è una lingua di un determinato popolo che abita un determinato punto del globo: di queste quistioni ignora la topografia ideale e i confini che le limitano.

pp

§<57>. Passato e presente.
Una delle manifestazioni più tipiche del pensiero settario [...] è quella per cui si ritiene di poter fare sempre certe cose  anche quando la “situazione politico-militare” è cambiata. Tizio lancia un grido e tutti applaudono e si entusiasmano; il giorno dopo, la stessa gente che ha applaudito e si è entusiasmata a sentire lanciare quel grido, finge di non sentire, scantona ecc.; al terzo giorno la stessa gente rimprovera Tizio, lo rintuzza, e anche lo bastona o lo denunzia. Tizio non ne capisce nulla; ma Caio che ha comandato Tizio, rimprovera Tizio di non aver gridato bene, o di essere un vilgiacco o un inetto ecc. Caio è persuaso che quel grido, elaborato dalla sua eccellentissima capacità teorica, deve sempre entusiasmare e trascinare, perchè nella sua conventicola infatti i presenti fingono ancora di entusiasmarsi ecc. Sarebbe interessante descrivere lo stato d’animo di stupore e anche di indignazione del primo francese che vide rivoltarsi il popolo siciliano dei Vespri.

Perchè leggere i classici – Italo Calvino

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Sono OLTREMODO affezionata a Calvino.
Nel 1981 scrive per “L’Espresso” un articolo intitolato Italiani, vi esorto a leggere i classici. Eccovelo tagliato alla buona, giusto per farsi un’idea…

Cominciamo con qualche proposta di definizione.

1. I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito: “Sto rileggendo…”
e mai “Sto leggendo…”

Il prefisso interativo davanti al verbo “leggere” può essere una piccola ipocrisia da parte di quanti si vergognano d’ammettere di non aver letto un libro famoso. Per rassicurarli basterà osservare che per vaste che possano essere le letture “di formazione” d’un individuo, resta sempre un numero enorme d’opere fondamentali che uno non ha letto.

2. Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza  non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli.

3. I classici sono libri che esercitano un’influenza particolare sia quando s’impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale.

La biblioteca di Giacomo Leopardi

La biblioteca di Giacomo Leopardi

4. D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima.

5. D’un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura.

6. Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.

7. I classici sono quei libri che ci arrivano portando su di sè la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sè la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato (o più semplicemente nel linguaggio o nel costume).

La lettura di un classico deve darci qualche sorpresa, in rapporto all’immagine che ne avevamo. Per questo non si raccomanderà mai abbastanza la lettura diretta dei testi originali scansando il più possibile bibliografia critica, commenti, interpretazioni. La scuola e l’università dovrebbero servire a far capire che nessun libro che parla d’un libro dice di più del libro in questione; invece fanno di tutto per far credere il contrario.

8. Un classico è un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sè, ma continuamente se li scrolla di dosso.

9. I classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli  per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti.

Naturalmente questo avviene quando un classico “funziona” come tale, cioè stabilisce un rapporto personale con chi lo legge. Se la scintilla non scocca, niente da fare: non si leggono i classici per dovere o per rispetto, ma solo per amore.

10. Chiamasi classico un libro che si configura come equivalente dell’universo, al pari degli antichi talismani.

Con  questa defnizione ci si avvicina all’idea di libro totale, come lo sognava Mallarmè. Ma un classico può stabilire un rapporto altrettanto forte d’opposizione, d’antitesi. Tutto quello che Jean-Jacques Rousseau pensa e fa mi sta a cuore, ma tutto m’ispira un incoercibile desiderio di contraddirlo, di criticarlo, di litigare con lui.

11. Il “tuo” classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui.

12. Un classico è un libro che viene prima di altri classici ; ma chi ha letto prima gli altri e poi legge quello, riconosce subito il suo posto nella genealogia.

L’attualità può essere banale e mortificante, ma è pur sempre un punto  in cui situarci per guardare in avanti o indietro. Per poter leggere i classici si deve pure stabilire “da dove” li stai leggendo, altrimenti sia il libro che il lettore si perdono in una nuvola senza tempo.

13. E’ classico tutto ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno.

14. E’ classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona.

Non resta che inventarci ognuno una biblioteca ideale dei nostri classici; e direi che ssa dovrebbe comprendere per metà libri che abbiamo letto e che hanno contao per noi, e per metà libri che ci proponiamo di leggere e presupponiamo possano contare. Lasciando una sezione di posti vuoti per le sorprese, le scoperte occasionali.

Ora dovrei riscrivere tutto l’articolo facendo risultare ben chiaro che i classici servono a capire chi siamo e dove siamo arrivati e perciò gli italiani sono indispensabili proprio per confrontarli con gli stranieri, e gli stranieri sono indispensabili proprio per confrontarli agli italiani.
poi dovrei riscriverlo ancora una volta perchè non si creda che i classici vanno letti perchè “servono” a qualcosa. La ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici.
E se qualcuno obietta che non val la pena di fa tanta fatica, citerò Cioran (non un classico, almeno per ora, ma un pensatore contemporaneo che solo ora si comincia a tradurre in Italia):

“Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto.
- A cosa ti servirà? –  gli fu chiesto.
- A sapere quest’aria prima di morire -”

in Perchè leggere i classici, Italo Calvino, 1991

Cadaveri e idioti

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In realtà avrei dovuto proseguire con I LIBRI DEGLI ALTRI, ma questo articoletto volevo inserirlo da troppo tempo ormai.

Un decina di anni fa, anche di più, scovai un libricino dal titolo Piove, governo ladro!di Antonio Gramsci, il sottotitolo recita: satire e polemiche sul costume degli italiani. Lessi tutto d’un fiato, senza dargli troppa attenzione devo dire. Poi l’ho ri-trovato in casa.

Si tratta di articoli  che Gramsci scrisse per l’Avanti! in forma anonima e apparsi tra il 1916 e il 1918. Articoletti polemici e stuzzicanti.

Due premesse prima della lettura.

1) Gramsci rifiutò un lavoro molto redditizio (2.500 lire dell’epoca, al mese)
come preside di una scuola per scrivere a poche lire per il giornale socialista.

2) Quando gli proposero di pubblicarli egli commentò che questi “erano scritti alla giornata e dovevano, secondo me, morire dopo la giornata” e questo non stupisce vista la meticolosità con cui studiava, leggeva, scriveva il futuro fondatore del PCd’I.

L’articolo è preceduto da una piccola introduzione che spiega la ragione della polemica.

Buona lettura, compagni!

E’ corsa voce – ed è certo uno scherzo malizioso, ma uno scherzo significativo- che la Sezione torinese del partito (socialista ndr) abbia stabilito nei giorni scorsi di non ammettere d’ora in poi soci che abbiano superato ne’ loro studi la terza elementare*.

Il Corriere della sera si diverte a incrociare su questo spunto le solite spiritose frasi che piacciono tanto ai suoi lettori, anche quando se le son sentite ripetere per la centesima volta. Socialisti: idioti e nefandi; socialisti: proletari dell’intelligenza; socialisti: protozoi che si rivoltano alla superiore specie dei mammiferi; socialismo: manovali contro intellettuali; socialismo: analfabeti di tutto il mondo unitevi, perinde ac idiotus (come un solo idiota, traduzione ad uso dei nostri soci).

Pesiamo le parole. Idiota: parola nobilissima di origine greca. Idiota significa prima di tutto soldato semplice, soldato che non ha nessun gallone. Significa in seguito: chi pensa con la propria testa, chi è proprio, chi non si è ancora assoggettato alla disciplina  sociale vigente. Quando questa mancanza di disciplina all’ordinamento sociale diventa una colpa, la parola comincia ad assumere un significato offensivo. Ma in sè e per sè non racchiude nessuna offesa. Ha un significato sociale, non inviduale. Idiota è chi è diverso, chi pensa e parla diversamente dalla maggioranza. Idiotismo è la parola o il modo di dire proprio di un regione, e non usato nella lingua letteraria o nazionale. Idiota, insomma, corrisponde a refrattario, per ciò che riguarda le relazioni sociali. Nefando: parola altrettanto nobile, di origine latina. Significa: chi parla come la divinità ha proibito di parlare, chi fa affermazioni proibite dalla legge. Due parole che hanno un valore prettamente democratico dal punto di vista sociale. Due parole che hanno acquistato valore offensivo quando la società, la legge, la disciplina sociale erano fondate sul principio divino, su una mistica concezione del destino che presiede all’accadimento dei fatti umani. Idioti e nefandi erano pertanto quelli che non credevano all’efficacia taumaturgica delle frasi fatte, dell’ “Iddio l’ha detto” del “la patria lo vuole”, del “le leggi imperscrutabili che guidano l’umanità dicono”, ecc…, e pertanto operavano e parlavano con la loro testa, sbagliando talvolta senza dubbio, ma pronti a riconoscere lo sbaglio e a correggerlo, lieti se riuscivano a raggiungere un fine anche minuscolo, purchè, anche nella sua piccolezza, fosse raggiunto con mezzi loro propri, fosse figlio delle loro opere e non della loro supina obbedienza alla volontà degli altri.

Idioti e nefandi: parole classiche che esprimono l’indipendenza di un piccolo gruppo di fronte alla collettività, di un individuo rispetto all’ambiente in cui vive. Che si contrappongono al cadaver dei gesuiti, al “credo quantunque sia assurdo, anzi appunto perchè assurdo”, all’ipse dixit (l’ho detto…, basta, traduzione per i nostri soci) e a tutte le altre formule del pecorile asservimento alla verità rivelata, alla legge, voce di Dio, allo Stato, mistica disciplina per la realizzaxione della volontà di Dio sulla terra.
Intellettuali, sì, quando intellettuale vuol dire intelligente, e non tiranno per grazia del titolo di studi; seguire gli intellettuali, sì, quando seguirli vuol dire ritrovar in loro meglio chiariti, più logicamente costruiti quei concetti e quei veri che ognuno sente in sè ancora indistinti. Ma non si vuol sacrificare l’intelligenza all’intelletto, l’indipendenza e la libertà propria all’intelletto degli altri. Quando si proverà che non avere titoli di studi voglia dire essere stupidi, che non essere pecorinamente schiavi voglia dire essere delinquenti, allora ci copriremo i capelli di cenere e ci batteremo il petto.
Finora siamo persuasi che stupidi e cretini siano coloro che danno alle parole quel significato che esse avrebbero se si riferissero a loro stessi.
Noi siamo più classici di loro, e ce ne troviamo bene.

(17 gennaio 1917)

* Perinde ac “idiotus”, in Corriere della sera, 16 gennaio 1917

Eufemia – Le città invisibili – Italo Calvino

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Marocco Fez

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A ottanta miglia incontro al vento di maestro l’uomo raggiunge la città di Eufemia, dove i mercanti  di sette nazioni convengono ad ogni solstizio ed equinozio. La barca che vi approda con un carico  di zenzero e bambagia tornerà a salpare con la stiva colma di pistacchi e semi di papavero, e la carovana che ha appena scaricato sacchi di noce moscata e di zibibbo già affastella i suoi basti per il ritorno con rotoli di mussola dorata. Ma ciò che spinge a risalire fiumie attraversare deserti per nvenire fin qui non è solo lo scambio di mercanzie che ritrovi sempre in tutti i bazar dentro e fuori l’impero del Gran Kan, sparpagliate ai tuoi piedi sulle stesse stuoie gialle, all’ombra della stessa tenda scacciamosche, offerti con gli stessi ribassi di prezzo menzonieri. Non solo a vendere e a comprare si viene ad Eufemia, ma anche perchè la notte accanto ai fuochi tutt’intorno al mercato, seduti sui sacchi o sui barili o sdraiati su mucchi di tappeti, a ogni parola che uno dice -come “lupo”, “sorella”, “tesoro nascosto”, “battaglia”, “scabbia”, “amanti”- gli altri raccontano ognuno la sua storia di lupi, di sorelle, di tesori, di scabbi, di amanti, di battaglie. E tu sai che nel lungo viaggio che ti attende, quando per restere sveglio al dondolio del cammello o della giunca ci si mette a ripensare tutti i propri ricordi a uno a uno, il tuo lupo sarà diventato un altro lupo, tua sorella una sorella diversa, la tua battaglia altre battaglie, al ritorno da Eufemia, la città in cui ci si scambia la memoria a ogni solstizio e a ogni equinozio.

da Carmilla: Oblique visioni

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Segnalo un articolo da Carmilla a firma di Dziga Cacace
http://www.carmillaonline.com/archives/2007/11/002435print.html

Questa una delle recensioni contenute in Oblique visioni (I) (II)

ov2-1.jpg19-Il vecchio e il nuovo di Sergej M. Ejzenštejn, URSS 1929

Il buon vecchio Sergej non tradisce mai: da accanito collezionista, recupero l’ultimo orgasmico Ejzenštejn che mi mancava (a meno che Fuori Orario non mi regali, prima o poi, Il diario di Glumov, i primi due minuti girati dal Maestro di Riga, o il fotofilm de Il prato di Bezin, chissà). Avevo letto della particolare lettura erotica che S.M.E. faceva della rivoluzione, ma non credevo che si spingesse fino a tal punto: la rivoluzione è veramente un orgasmo e il modo per dirlo non è per niente metaforico. Marfa è una contadina spiantata: la costituzione di un kolkhoz le permette, assieme ad altri poveri braccianti, di contrastare l’egoistico strapotere dei kulaki; solo la collettivizzazione delle terre e la meccanizzazione dei procedimenti di coltivazione e allevamento possono consentire l’intensivo e redditizio sfruttamento delle terre. Il particolare messaggio (che diede adito a censure molto pesanti, in un momento in cui l’industrializzazione pesante era il vero obiettivo del regime sovietico, e che costrinse al forzato finale in cui mondo contadino e operaio si abbracciano) è narrato con partecipazione ed entusiasmo, spingendo la metafora sessuale a livelli imbarazzanti, al punto che non escluderei che i tanti problemi di visibilità che il film ha avuto possano risalire anche alla pruderie dello stato sovietico: la scena in cui viene dimostrata a Marfa e compagni la validità della scrematrice meccanica mostra una serie di sottintesi sessuali mica tanto occulti; sarò io fissato, ma gli ugelli della scrematrice che eiaculano la panna sul viso dell’estatica contadina, cosa sono se non un cumshot rivoluzionario?

Su amore, tradimento e gelosia – M. Soldati

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The same old game

The same old game - J. Vettriano


Tradimenti o supposti tradimenti – non ho mai avuto prove nè in un senso nè nell’altro- ce ne sono stati ancora, non pochi. E anche io la tradivo. [...]
Certo. Cauto e minuzioso in ogni particolare, badavo a che Edith non scoprisse questi miei capricci. Qualunque tentazione non era più nemmeno una tentazione se accompagnata dal minimo pericolo che Edith venisse a sapere. E questo, non soltanto perchè avevo paura della sua gelosia e delle sue vendette, ma più ancora perchè la sua sofferenza sarebbe stata una sofferenza anche per me. Mi rendo conto che posso sembrare un ipocrita. Ma è la pura verità: in fondo, non mi sentivo colpevole, non avevo la coscienza di tradirla: esattamente come se Edith fosse una madre o una sorella che amavo più di ogni altra creatura al mondo ma in un modo tutto diverso e, in ogni caso, infinitamente di più. Nè esisteva per me nessuna possibile reciprocità. Ero gelosissimo di Edith. Il più piccolo sospetto che lei mi tradisse mi angosciava. Ma escludevo che i suoi eventuali tradimenti, da me soltanto sospettati, assomigliassero sia pure di lontano ai miei tradimenti reali, realmente perpetrati. Follia? Mi pareva invece saggezza, e mi confortavano le parole del mio vecchio amico e grande poeta: “L’uomo è un corpo veloce , la donna trattiene”. In quegli anni il femminismo non aveva ancora trionfato, e per me le altre ragazze non avevano importanza al di là dell’effimero piacere che mi davano. O piuttosto un’importanza ce l’avevano, sì, una sola e grandissima: erano stranamente collegate all’affetto che provavo per Edith.
Ancora una volta, devo precisare il senso di una realtà che allora mi sfuggiva. Allora mi dicevo semplicemente, stupidamente, che ero fatto così, che ero debole e diviso, un pò schizofrenico. Dopo lunghe e tormentose riflessioni, in tanti anni fino a oggi, credo di avere capito come stanno le cose per me, ma anche per moltissimi altri uomini e non diversamente per moltissime donne. L’amore indissolubile che a volte ci lega con una creatura sola implica la perdita della nostra libertà, e noi non ci sentiamo mai tanto innamorati di quella creatura come quando tentiamo, sapendo che è soltanto un tentativo, di liberarci di lei. In questo modo i tradimenti passeggeri sono dunque una forma infernale di fedeltà. Infernale, ossia crudele soltanto per noi: infatti, bisogna assolutamente che la creatura unica da noi amata non ne sappia nulla.

Da La sposa americana, 1977.

Ancora sul tradimento, la fedeltà, l’amore nei rapporti di coppia. Ho trovato questo filo e continuo a seguirlo. Ho iniziato qualche tempo fa con Milan Kundera:

FEDELTÁ E TRADIMENTO Il tradimento. Fin da piccoli il papà e il maestro ci dicono che è la cosa peggiore che si possa immaginare. Ma che cos’è questo tradire? Tradire significa uscire fuori dai ranghi. Tradire significa uscire dai ranghi e partire verso l’ignoto. Sabina non conosceva niente di più bello che partire verso l’ignoto.[...]
Fu nuovamente assalita dal desiderio di tradire: tradire il proprio tradimento. Annunciò al marito (non vedeva più in lui la testa calda, ma solo un fastidioso ubriaco) che lo avrebbe lasciato. Ma se tradiamo B, per il quale abbiamo tradito A, non ne deriva necessariamente che ci riconcilieremo con A. La vita della pittrice divorziata non somigliava alla vita dei genitori traditi. Il primo tradimento è irreparabile. Esso provoca una reazione a catena di nuovi tradimenti, ciascuno dei quali ci allontana sempre più dal punto del tradimento originario.

L’assessore assassino e la pazzia di Evgheniij

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Altre due poesiole di Stefano Benni. Sono molto affezionata a questo libro, si vede. L’autore architetta uno scherzo, una burla letteraria: finge, come vi sarete accorti nell’articolo precedente, di tradurre componimenti di celebri poeti, facendo molta attenzione a rimanere fedele al loro stile e alla loro poetica. Esperimento geniale a dir poco. E scherzo ben riuscito. La storia la trovate qui sotto. Buona lettura.

***

Durante l’estate romana del 1979 il comune, tramite l’assessore comunale alla cultura Renato Nicolini, organizzò un festival internazionale di poesia con Ginsberg, Entusenko, altri poeti. Benni “tradusse” due composizioni di Ginseberg e Entusenko. Ma il “Messaggero” abboccò, scambiandole per autentiche. L’infortunio diventò colossale e la beffa di Benni fu addirittura datata: si scrisse che il componimento di Entusenko era stato scritto, chissà poi perchè, in autunno a Berlino. Ma l’amo di Benni pescò un pesce più grosso. Antonello Trombadori prese per autentica la poesia di Allen Ginsberg e, nel corso di un dibattito in tv, la lesse fra le risa degli ascoltatori, come un brano che provava “l’idiozia” della poesia moderna. Seguì una dolce smentita di Ginsberg e una violenta telefonata del poeta sovietico al direttore del “Messaggero”.

Allen Ginsberg

Allen Ginsberg

Sutra di Nicolini

(poesia inedita di Allen Ginsberg)

Inoltre se mi capisci io ti dichiaro un nicolini
nicolini cristo one man show revival mandala hollywood
nicolini cibernetico il cui camerino è una grotta in un computer interstellare
comete & comiche mute e sorriso di Gable & denti da vampiro
sangue finto panzanelle rock coca-cola calda
nicolini furbo che ruba le ghiande a paperino
nicolini chicolini
molte donne sognano cineclub ultima fila buoi con nicolini
nicolini con la zazzera selvaggia cammina lungo il Colosseo piangendo
nicolini si buca imita sovente Sordi & Lindsey Kemp Corman
Rivera perchè no Vertov

nicolini power, oh tu onnipotente, onnipotente universale,
onnipotente il rantolo universale
dei tuoi mille comunicati stampa zen nicolini
pornonicolinistereonicolininicoliniboia
quale macchina celeste, quale burocrazia centrale,
quale Metro Goldwyn Lenin Mayer
potrà fermarti sulla tua Cadillac russa mentre la radio
impazzita blatera blues Baglioni bi-erre da Cleaveland o Ostia?
nicolini sibilo di droga nell’occhio di Nonna Papera
nicolini assassino, nicolini assessore
nicolini venti pastiglie di argan per un suicidio su un letto sfatto
nicolini che usa Marilyn come un segnalibro
nicolini può far riscoprire dio ma è perfettamente ateo
e gli insetti intorno alla lampada la grande lo show finale
il ponte che salta in aria
lo so ti porteranno via nicolini
nicolini da qualche pianeta un’astronave rossa scenderà ti uccideranno
oh nicolini jazz spezzato la tua vestaglia d’oro insanguinata
lampade rotte unico indizio una salsiccia del festival dell’Unità
bene bene dice il private-eye di Thiblisi fatto fuori nicolini
per santo Bogart santa Lauren alza l’ostia sotto i riflettori bollenti
così noi ti ricorderemo o dracula
o gilda o Poona alla fermata del tram o boy di terza fila
buono per tre siringhe angeliche contemporanee
su tre schermi o Socrate o pusher di cultura la mia vena
trema come una vecchia pellicola e ti aspetta resta con noi
nei secoli dei secoli nicolini the end

Evgenij Entusenko

Evgenij Entusenko

Castelporziano

(poesie inedita di Evghenij Entusenko)

Castelporziano!
La tua canzone è selvatica
Sono mille violini gli aghi di pineta
fremito che percorre i cespugli, come l’ira
le sopracciglia di Breznev

Mare, seccàti!

Mostra sul tuo fondo svelato il galcone della poesia
Il trionfale naufragio, il mostro preistorico
le rughe geologiche di mille opere
Bucce di cocomero ed Esenin
e là, che nuota tra i preservativi,
infastidito, Lord Byron
e nella chiazza di petrolio, gabbiano invischiato
batte le ali Lorca
(e tu, Vladimir, che fai
abbracciato a una seppia?)

Castelporziano!

Quale panino conterrà la tua fame
quale verso la tua bestemmia
nell’ingorgo con mille clacson

Ma qui, tra il fumo
di mille ceri del Nepal
paese al mio confinante
io, Evghenij
io Evghenij Evtusenko
io alzo le dita di alghe e petrolio
con cui a lungo carezzai il mare
e giuro

Io lo giuro!

non urlerò quando i vostri denti curiosi
assaggeranno i miei versi
chiuderò gli occhi

inerte

come un risotto di mare, sbranato
sussurrerò
alioscia, fratellini, compagni:

divoratemi!

da Satisfiction

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Stupendo l’aneddoto dell’autore su una rissa da lui scatenata a Livorno in occasione della messa in scena de La figlia di Iorio di D’annunzio.

L’ALTRA FACCIA DELLA PAURA – Mario Soldati

Lautore

L'autore

“Il coraggio”, dice il Tommaseo, “è una disposizione dell’animo a imprendere cose ardite e grandi, ad affrontar pericoli, a soffrire sventure e dolori”: ma il coraggio, aggiungo io, ha in comune con la bontà e con la poesia un’assoluta imprevedibilità da parte della persona che ne è capace. Per sapere se si è coraggiosi, o no, bisogna mettersi, o trovarsi, alla prova. Infine, non si tratta di una qualità necessariamente “permanente”. A volte, uomini che si sono dimostrati sempre vigliacchi e che, quindi, credono di esserlo, improvvisamente, per amore, o per disperazione, o addirittura per un supremo spasimo di vigliaccheria, diventano eroi. Viceversa: uomini che in più occasioni hanno dato prove di coraggio e che sono sicurissimi di non mancarne, tutto a un tratto, per qualche ragione misteriosa (pessimismo sul proprio avvenire o sugli scopi stessi dell’esistenza, tristezza derivante da una delusione d’amore, forse soltanto un periodo di stanchezza e di malinconia, o, ancora meno, un senso di solitudine e di nostalgia per la casa lontana) cedono al primo assalto di un’assurda, impreparata, istantanea paura che li travolge. L’esempio letterario più celebre di questo caso è il salto notturno di Lord Jim nel Mar Rosso. Lord Jim, ufficiale di marina, nell’età più bella, al colmo della giovinezza, pieno di speranza nella vita, ricco di fiducia in se stesso, romantico, nobile, fiero, non resiste a un omento di panico: e abbandona vilmente una nave carica di pellegrini che vanno alla Mecca. La nave poi non affonda, e Jim è squalificato nella sua professione: ma, più degli altri, è lui stesso a condannarsi, a non perdonarsi: finché il rimorso lo guida a un sacrificio volontario, a una morte eroica affrontata per dimostrare a se stesso la propria capacità di coraggio.
Ha scritto Emilio Cecchi che questa vicenda dell’eroe di Conrad rappresenta, simbolicamente, il destino umano: tutti, chi prima chi poi, a un certo momento “saltiamo”, tutti “abbandoniamo nella notte un carico di innocenti e di indifesi che ci è stato affidato”. Il grande peccato di Lord Jim non è, dunque, di avere “saltato”, ma di essersi creduto diverso da tutti gli altri, un privilegio il cui destino, appunto, era quello di non saltare. Non sono mai stato militare, non ho mai fatto la guerra. La mia vita, già lunga, è stata solo moderatamente avventurosa. Tuttavia, ho anche vissuto in America, ho anche viaggiato in Africa, e, nel mio piccolo, in qualche modo, ho fatto anch’io la grande esperienza di Lord Jim. L’ho fatta, però, partendo da convinzioni opposte. Avevo sempre creduto di essere, se non proprio un vigliacco, un pauroso. E la mia paura specifica era non tanto degli avvenimenti, o degli elementi, quanto degli uomini, degli “altri”. Sono sempre stato privo di forza fisica, incapace di rispondere a un cazzotto. Ma, anche, sempre sono stato sanissimo, e resistentissimo. A quindici ani, mi gettai nelle acque gelide del Po, per salvare un amico che non sapeva nuotare, l’amico al quale volevo più bene che a tutti gli altri. Non mi costò nessuno sforzo, non dovetti superare nessuna esitazione. Tredici anni dopo, una notte, in campagna, un altro amico, al quale pure volevo bene, fu assalito da due mascalzoni: rimasi immobile, in disparte, assistendo terrorizzato, incapace di intervenire e di aiutarlo come sentivo chiaramente che sarebbe stato mio dovere. Fu il momento più brutto della mia vita. E soltanto adesso, a distanza di trentatrè anni, supero la vergogna e riesco a confessare la mia vigliaccheria. Nei primi tempi, provavo un rimorso che a volte mi toglieva il sonno. E riacquistai una relativa pace soltanto quando trovai un’occasione, che da quella notte, avevo deliberatamente cercato, di riabilitarmi ai miei occhi. Fu a Livorno, fra le quinte del Politeama, dove una compagnia drammatica aveva finito in quel momento di recitare “La figlia di Jorio”, e dove, nella mia veste di aiuto regista di un film che si stava girando a Tirrenia, ero andato per reclutare gli interpreti di qualche parte secondaria.

Rissa in galleria_U. Boccioni

Rissa in galleria_U. Boccioni

Il sipario era appena calato, mi avvicinai all’amministratore e gli dissi lo scopo della mia visita. L’amministratore, che forse era nervoso per ragioni sue, mi rispose malamente, con un mezzo insulto: lo colpii con un pugno, sorprendendo me stesso più ancora di lui: e dopo un istante vedevo volarmi addosso l’intera compagnia degli attori, tutti vestiti dalle pelli di capra dei pastori d’Abruzzo. Era con me l’ispettore di produzione, Leo Bomba: coraggioso e leale, sebbene fosse soltanto un mio collaboratore e non un vero e proprio amico, non esitò a combattere al mio fianco. Una scazzottatura tremenda, di cui portai i segni e ne sentii le conseguenze per alcuni mesi. Contro di noi due soli, erano in venti, in trenta. Ci difendevamo come potevamo, a pugni e calci, rispondendo a calci e pugni che arrivavano da tutte le parti. Indietreggiammo al fondo del palcoscenico, continuando a darle e a prenderle. Salimmo all’indietro sui gradini di una scaletta a chiocciola, di ferro, che serviva ai macchinisti per calare i fondali: e di lì resistemmo meglio al lungo assalto. Vedendomi e sentendomi davanti e d’intorno quei pastori urlanti e scatenati, che sembravano volermi linciare con le identiche espressioni e quasi con le stesse parole con cui poco prima avevano aggredito Mila di Codro, la mia forza raddoppiava: mi pareva di combattere anche per una ragione più alta e più nobile, e cioè contro l’arte di Gabriele d’Annunzio, che avevo sempre odiato. Finché intervennero i due pompieri di servizio, e ci liberarono.
Sono, dunque, coraggioso? Oppure, non lo sono? Più ci ripenso, e più trovo argomenti ed esperienze che sembrano convalidare e l’una e l’altra ipotesi, contraddittoriamente.
Una cosa è certa: perché il mio coraggio esista, si rende necessaria (se non, ahimé, come ho raccontato, non sempre sufficiente) almeno una di queste condizioni: che io sia costretto a difendermi; che io sia costretto a difendere, o a salvare da un pericolo, quello che amo di più, quello che considero indispensabile; che io sia costretto, dopo aver lungamente sofferto per il rimorso della mia vigliaccheria, a riabilitarmi di fronte a me stesso. La contraddizione, così, sarebbe risolta: il mio coraggio non c’è, non esiste; esiste soltanto in potenza, addormentato, e quindi non guida le mie azioni, non le ispira; ma non c’è fin tanto che una situazione cruciale non lo richieda, non lo faccia esistere, svegliandolo dal suo sonno col suo bacio improvviso e crudele. Il caso sarebbe risolto: non sono coraggioso, ma non sono, propriamente, vile.
Ma, è vero? Non è, forse, una spiegazione da scuole di filosofia medievale, un po’, anche, da aula di Palazzo di Giustizia, da scartoffia legale?
Insomma, è una spiegazione astratta. Ho sbagliato quando ho attirato tutta l’attenzione su di me, dimostrandomi una volta di più prigioniero di quell’antico vizio, di prendere sempre a paragone noi stessi, che è il nostro vero, unico peccato: come Lord Jim, appunto. La verità è che non si è né coraggiosi né vili. Esistono, invece, di volta in volta, azioni vili e azioni coraggiose. Esistono i peccati prima dei peccatori. Non esiste il gran fuoco  irrazionale, misterioso e tenebroso dell’anima. Non esiste uno “stato di colpa”. L’anima, il cuore, è una somma di funzioni descrivibili, analizzabili, di virtù e di vizi giudicabili nei loro riflessi oggettivi.
Ma nemmeno questo è completamente vero. Prendiamo, ad esempio, un altro caso famoso e letterario, il caso più famigliare di tutti a noi italiani, il più vicino e il più domestico. È un caso di mancanza di coraggio che comprende insieme i due aspetti, quello dell’anima e quello dei suoi atti. Prendiamo, cioè, il caso di un uomo non coraggioso che abbia commesso, a un dato momento, un’azione vile. Prendiamo Don Abbondio. Il genio di Manzoni si è esercitato a tal punto, e con tale sottigliezza, con tale amore, con tale ironia su questo personaggio, che forse proprio lui, sebbene senza volerlo, e contro la sua stessa opinione, ci offre la chiave della verità. Ebbene, se i bravi di Don Rodrigo non avessero mai aspettato il brav’uomo sulla stradina di quel lago di Como, e se Don Abbondio non fosse stato coinvolto da vicende che esigevano il suo coraggio, si sarebbe potuto dire che il curato era un vile? Avrebbe potuto saperlo, lui stesso? Il coraggio poteva forse dormire nell’anima di Don Abbondio, pronto a emergere alla prima occasione, pronto a farsi valere?

Don Abbondio incontra i bravi

Don Abbondio incontra i "bravi"

“Il coraggio”, dice Don Abbondio, “se uno non ce l’ha, non se lo può dare”.
Come tante volte ho fatto, mi ripeto le illuminanti e proverbiali parole e, ancora una volta, ammiro, mi inchino al Poeta: ma non sono d’accordo con lui. Anzi, sempre più mi persuado che il genio del Manzoni ha messo in bocca a Don Abbondio quelle parole per dimostrare che un uomo pauroso, o meglio un brav’uomo come tanti altri, non può, non sa nemmeno intuire, nemeno con la mente, che cosa sia il coraggio. Mentre, invece, il coraggio è proprio quello, è un di più: il coraggio è darselo. Il coraggio c’è soltanto se uno se lo dà. Non è vero, anzi, è impossibile che esso viva addormentato dentro di noi. Nati per temere, piccole creature esposte fino dalla nascita a mille pericoli, condannate al mistero, a non vedere, a non sapere, la nostra condizione naturale, vera, è la paura. Essere è essere paurosi, timidi. Il coraggio è un essere di più: uno sforzo, una creazione che non ha niente alle spalle, sospesa sul vuoto di una nostra purissima volontà animosa. È qualcosa di innaturale, che va oltre, che va contro la nostra natura. Ed ecco perché io non sono coraggioso. Non sono coraggioso perché vorrei tanto che, del coraggio, non ce ne fosse mai bisogno.
Vorrei che , del coraggio, non ce ne fosse bisogno? Mentre do torto a Don Abbondio, non ragiono esattamente come lui? E non contraddico nuovamente me stesso, tanto è radicata in me la persuasione che il coraggio sia una necessità, sia una virtù di difesa? E come può essere innaturale una necessità?
Può esserlo, può esserlo. È una necessità anche l’arte, della quale nessun di noi potrebbe fare a meno, come creatore o anche come spettatore o, come si dice oggi, come “fruitore”. È una necessità: eppure non c’è niente di più gratuito, niente di più profondamente innaturale dell’arte. Anche l’arte è un essere di più, anche l’arte è uno sforzo, un’invenzione che va contro natura.

Soldati in pausa durante il programma tv Viaggio lungo la valle del Po 1956-57

Soldati in pausa durante il programma tv "Viaggio lungo la valle del Po" 1956-57

Dunque, il coraggio, anch’esso, è una pura “invenzione”. E, come tutte le “invenzioni”, è profondamente impietoso. Se riuscissi a fermare questo concetto, così inafferrabile, così volatile, che se appena mi sforzo di ghermirlo si vanifica, mi sentirei vicinissimo alla verità. Devo partire dalla conclusione opposta alla quale sono faticosamente arrivato: devo partire dal presupposto che il coraggio c’è anche quando le circostanze della vita non lo richiedono, non lo esigono come virtù morale.
Ma allora… Allora il coraggio è vero solo quando non è richiesto, quando non è voluto dalle cose, ma da me, dalla mia animosità, dal mio darmelo. È il puro desiderio di vivere un giorno da leone: come mi è capitato al Politeama di Livorno, quella lontana sera del settembre 1937. È, dunque, una virtù di offesa, non di difesa. Ed è giustissimo, e bellissimo, a conferma del mistero di tutte le cose, che questa virtù si dica “coraggio”, si chiami “coeur, cuore”: che, cioè, il vero cuore sia il contrario del cuore.
Il contrario della pietà. Il contrario di una concezione idillica della vita. Mi torna in mente, e forse soltanto adesso la capisco davvero, in tutta la sua profondità, la raccomandazione che un nostro grande scrittore, da pochi anni scomparso, ripeteva abitualmente a uno dei suoi figli, il solo maschi, anch’egli artista e scrittore: figlio mio, gli diceva pronunciando il suo nome: “ricordati che non si è mai abbastanza vigliacchi!”.
Oggi capisco quello che il mio vecchio amico e maestro intendeva dire. Non c’era nulla di vile, in quelle parole. Bisogna tradurle così: “Ricordati, figlio mio, che nella vita non si è mai abbastanza veri, mai abbastanza vicini alla nostra realtà naturale”. Nel mio vecchio amico c’era, infatti, grande amore e passione per la letteratura, l’arte, la musica: ma assai meno per ilteatro, per lo spettacolo. Il coraggio è sempre un’esibizione.
Tanto è vero che quest’uomo, che si intestardiva a raccomandare la vigliaccheria, come se la vigliaccheria fosse un dovere, anzi un ossequio scrupoloso a Qualcuno o a Qualcosa più grandi di noi, questo scrittore è morto da eroe. Circondato da famigliari e da amici, è morto nel suo letto, in pena per le noie, per il disagio che il macabro spettacolo avrebbe finito inevitabilmente per infliggere agli altri. La sua agonia è durata a lungo, per giorni. Una sola parola gli è uscita di bocca, che riguardasse il suo stato, il suo accidente:
“È sgradevole”.
Nient’altro.
Da che parte sta il cuore, il vero “cuore”?

Intermezzo

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_Tra Amsterdam ed Eindhoven_

La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
in ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco…
La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C’è chi sopravvive…

(Eugenio Montale, La Storia, in Satura, Milano, 1971)

La vita immaginata – Natalia Ginzburg

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Natalia Ginzburg

Natalia Ginzburg

Da bambini e da giovani, essere soli in ozio significava per noi costruire immediatamente luoghi immaginari, e vicende e storie, di cui eravamo i protagonisti. Luoghi e storie, li riempivano di persone, alcune inventate, altre scelte nella nostra vita reale. Nell’infanzia, le persone inventate erano di più, e noi avevamo l’impressione di costruire i nostri scenari per loro. Le persone reali, là a quel tempo ci sembravano prive di importanza.

Più volte abbiamo cercato, scavando nella nostra lontana infanzia, l’epoca in cui abbiamo cominciato a fantasticare. Ma non possiamo ricordare con esattezza quando ciò sia stato. Nei nostri ricordi più remoti, incontriamo sogni.

Credo che ognuno di noi, da bambino, abbia chiamato il fantasticare con un terminr suo. Io lo chiamavo parlare di notte. In verità non fantasticavo di notte ma anche di giorno. Penso però che la parola notte volesse per me indicare, del fantasticare, le qualità nascoste e notturne.

Da bambina, ospitavo nella fantasia intere popolazioni, brulicanti nelle mie ore di solitudine come un esercito di formiche. Erano un poco i miei sudditi, un poco i miei complici in congiure di governo, un poco miei dispettosi e maligni persecutori. Li chiamavo i “noi” perchè usavano denominarsi così. Usavano strillare in coro, vantarsi, e esporre con insolenza le loro maligne volontà. Erano piccolissimi, un popolo di neri nani brulicante e vanitoso. Mi facevano arrabbiare, piangere, bisbigliare, discutere, ma soprattutto mi facevano ridere, assordandomi con i loro strilli. Per ragioni che non sapevo spiegarmi, la loro esistenza non doveva essere rivelata a nessuno. [...]

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Più tardi, i “noi” mi annoiarono, perchè mi sembrarono troppi. Inventai una persona, alla quale diedi un volto bellissimo, una camicia alla zuava, una folta e riccioluta capigliatura bionda. Gli diedi un nome, era “il principe Sergio”. Gli diedi anche una sorella, tre fratelli, qualche orso, una cane lupo abbastanza feroce. Gli diedi alcune case molto sontuose, dove se ne stava nascosto. Era molto ricco, ma era un profugo scappato dalla Russia nella rivoluzione con dei segreti di stato. Amavo in lui la vita principesca e randagia. Cambiava casa continuamente essendo inseguito. Usavo telefonargli spesso, facendo il gesto di tenere in mano un ricevitore appena ero sola. Dicevo “Pronto c’è il principe Sergio?”. A volte era lui a rispondermi, a volte sua sorella, Vassilissa. Ebbi con lui una storia d’amore, che durò molti anni. Ancora oggi le parole “Pronto c’è il principe” le incontro nella mia memoria. Mi sembra di trovarmi in mano una vecchia pantofola, vagando a caso per stanze disabitate.

Dopo l’infanzia, mi sono annoiata di esseri inventati. Più bello era riempire i sogni di persone vere.[...]

Dopo l’infanzia, sempre di più nei nostri sogni ci apparve la nostra persona attanagliata in situazioni complicate e pericolose, e prive di ogni soluzione possibile. Vi rovesciavamo sopra sventure a fiumi. Inventavamo per noi lunghe malattie, polmoniti, emottisi, lunghi esilii in tristissime corsie di ospedale, congedi strazianti dagli esseri che avevamo più cari. Siamo anche morti. Siamo stati accoltellati sul portone di casa nostra. Fucilati. Incarcerati e visitati da amici in lagrime sul nostro lurido giaciglio, mentre fuori ci aspettava il patibolo, campane suonavano a stormo, gente accorreva da ogni dove per vederci morire. I nostri sogni erano, per lunghi periodi, sempre uguali. Cambiavamo ogni volta solo qualche minimo particolare, aggiungevamo o sostituivamo amici venuti a piangere, cambiavamo una nostra fase in un dialogo, una nostra ultima serena parola prima di essere uccisi. Per lungi periodi, nei nostri sogni c’era il patibolo, per altri lunghi periodi, barricate. Non sapevamo perchè quegli scenari cambiavano. Non ci sembrava di essere noi a volerli cambiare. Nostra era la volontà di sognare, nostra e sicura era la scelta delle persone che portavamo con noi. Gli scenari e le vicende ci sembravano estranei alla nostra volontà. Eravamo noi a costruirli, ma in obbedienza a un buio istinto che ci ordinava di costruire questa o quella cosa. [...]

A volte, la nostra vita immaginaria ha indovinato e anticipato le vicende della nostra vita reale. Le ha indovinate e anticipate però con irrisione. Se confrontavamo dopo anni alcune nostre invenzioni con alcune nostre vicende reali, trovavamo nelle nostre invenzioni un ristratto caricaturale e grossolano delle nostre vicende reali. A volte è accaduto il contrario. Era la realtà ad essere caricaturale e cnzonatoria nei confronti dell’invenzione, caricaturale, canzonatoria e crudele nei confronti delle nostre fantasie miti, malinconiche e avvolte di vapori.[...]

Maggio 1974

Da Vita immaginaria, 1974.

Buone feste

1 commento

,

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare

Giuseppe Ungaretti

Natale, 1916.

da Giap – Il gigantesco malinteso

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Nuovo editoriale per la Newsletter Giap, della Wu Ming Foundation.

Riporto per intero (perchè ne vale la pena) il secondo editoriale a cura di Wu Ming 1, sul Grande malinteso del Realismo. Abbastanza lungo, lo so.

Ma quando si parla di letteratura, di nuovo romanzo italiano, New Italian Epic, di cultura nello strapaese non possono non essere interpellati.

Una boccata di aria fresca

di Wu Ming 1

Prima di tutto voglio dire: la questione del “realismo”, o del “ritorno degli scrittori alla realtà”, è poco interessante. Mi rompe i coglioni.
Otto volte su dieci è malposta; un’altra volta è posta bene ma non porta in alcun luogo; resta un’occasione ogni dieci, fortunata occasione in cui ascolto/leggo e alla fine imparo davvero qualcosa.
Sì, capita che dentro il Gigantesco Malinteso si sentano pure cose intelligenti, ma in mezzo a troppa melma concettuale. Sabbie mobili: le cose intelligenti le vedi affondare, e non fai in tempo a gettare una corda o allungare un bastone, eccole confuse nella palude di cazzate, perse e non torneranno più.

Ho questa sensazione, ad esempio, mentre leggo l’Almanacco Guanda 2008: ottimo l’intento, un buon lavoro, con punte di brillantezza, giusti distinguo preliminari quando si usano le parole “realtà” e “realismo”…
Bella anche la puntata di Fahrenheit dedicata al volume
Tutto (o quasi) ok…

…finché la questione non viene riassunta (per faciloneria o malafede) nei soliti termini rozzi delle pagine culturali dei giornali, del commentario sui lit-blog, dei giochini di posizione su certe riviste.
Insomma, pare che la “nuova” voga sia il realismo sociale (o socialista?), il romanzo che è politico perché “a tesi”, come se gli autori italiani fossero tornati in blocco a Metello (senza nemmeno i riferimenti del partito marxista-populista e del popolo-proletariato). Il cosiddetto “impegno” è descritto come inerente alla scelta del tema, ergo una problematica sociale da descrivere in modo “oggettivo” e “aderente” alla realtà.

Che idea si può fare uno, leggendo simili riassunti della questione?
L’idea che gli autori italiani stianno sfornando romanzi di propaganda. Libri scritti in una lingua “di servizio”, funzionale a una causa, una lingua che si vuole depurata da ambiguità. Per bene che vada: inchieste giornalistiche appena drammatizzate. E quando va male? Volantini accresciuti con dialoghi immaginari.
Su questa premessa ci si divide tra apologeti e detrattori.
E io i detrattori li capirei pure, se veramente le cose stessero così.
Solo che stanno in tutt’altro modo.
La domanda, al solito, è: i cronisti culturali e i commentatori compulsivi da blog le leggono, le opere che vengono scritte davvero in Italia, oggi?
Perché se non si legge quel che viene scritto, poi si fanno le domande sbagliate. E si discute di nulla.

[C'è anche l'altro tipo di riassuntino, da cui sembra che, nel romanzo italiano, la novità stia nell'uso politico della "paraletteratura" e soprattutto del giallo, ultima e aggiornata versione del romanzo-che-descrive-il-reale. Cioè lo stadio a cui era la discussione cinque-sei anni fa. Nel frattempo si è andati avanti, e nemmeno di poco, ma i "mediatori" non se ne sono accorti.]

A volte, anche al dibattito sul New Italian Epic è toccata la sorte di “riassuntini” del genere. Tempo fa, Girolamo De Michele ha risposto con un testo molto importante, benché su un aspetto specifico del Gigantesco Malinteso (ossia: gli idioti luoghi comuni su cosa sia stato il neorealismo).
Anch’io, nella versione 2.0 del memorandum, ho scritto una lunga glossa al riguardo.

C’è la tendenza a banalizzare, a ridurre la complessità e la ricchezza di quel che si scrive, mediante formule proposte e dibattute nel vuoto, basandosi non sulle opere ma sulle chiacchiere che circondano le opere. Tutto quello che – per dirla col mio socio Wu Ming 4eccede, che potrebbe mettere in crisi lo schemino, viene messo in secondo piano, o ignorato del tutto.

Qualcuno sta provando a intorbidare le acque, proponendo un frame truffaldino. In questo frame, per dire, la fine del postmoderno avverebbe sotto l’egida di un ritorno al moderno (dal “fascismo come parentesi” di Croce al “postmoderno come parentesi” degli odierni scalzacani); Gomorra sarebbe poco più di un reportage scritto bene; l’io narrante di Gomorra corrisponderebbe sempre e soltanto all’autore implicito che a sua volta corrisponderebbe in toto all’autore reale, cioè a un Saviano eroico e onnipresente, e via di questo passo.
Anche chi non è d’accordo con quest’impostazione finisce per accettare il frame, controbattendo su ontologia e topologia del realismo: cos’è il realismo, dov’è il realismo etc.

In quest’ottica, si capisce come il “New italian epic” possa diventare, nella mente di qualcuno, sinonimo di “neo-neorealismo” (ergo: la nebulosa viene fatta coincidere con una delle tante soluzioni espressive praticabili). Si è travisato, così mi sembra, l’intento con cui Giancarlo De Cataldo aveva proposto il termine.
Questa riduzione di complessità prescinde quasi del tutto dalle opere in circolazione, e ne rimuove l’elemento

ucronico

controfattuale

oltranzistico

allucinato

visionario

perturbante

anti-oggettivo

Elemento che è presente in molti dei libri che si scrivono in Italia. Presente, quando non preponderante, anche in buona parte dei libri che attraversano la nebulosa del NIE.
Ne discendono equivoci madornali. Nelle parafrasi apparse in certi articoli-carrellata, l’assunzione di responsabilità etica su cui stiamo cercando di riflettere viene equivocata come presa di posizione politica nell’accezione più bassa e ristretta.

[ Da qualche parte ho letto che il nocciolo della riflessione sul NIE (che, come sa chi segue il dibattito, è l'allegoria) sarebbe: "finalmente gli scrittori non hanno più paura di intervenire politicamente". Lodevole ma, mi dispiace, troppo semplice.]

E’ auspicabile non separare tra loro in modo rigido le questioni di fondo, e anch’io vorrei distinguere senza contrapporre. Esistono romanzi NIE che sono al contempo epici e realistici, perché sono due piani diversi (denotazione e connotazione) che possono essere compresenti. Pure Fenoglio era sia epico sia realistico, per non dire di Furore di Steinbeck.
L’importante è non avere un’idea asfittica e obsoleta della realtà e del suo utilizzo in letteratura.
Perché c’è un equivoco di fondo quando si parla di “realtà” in letteratura. Alcuni intendono il reale come un contesto materiale, e pensano che attingervi significhi essere “oggettivi”, portare in letteratura “le cose come stanno”, ma questo è impossibile: la letteratura può guardare alla realtà soltanto come a un’ennesima dimensione testuale. La “realtà”, per chi scrive letteratura, è l’insieme dei testi esterni a quello che si sta scrivendo, pre-esistenti ad esso. L’insieme delle “fonti” che ci sono “là fuori”: documenti, flussi informativi e mediatici. La “realtà” che si può usare in letteratura è la cronaca di giornali e telegiornali, la storia trovata negli archivi, è la mail che mi ha spedito Laura, è la battuta che ho sentito dire a Fiorello su Radio 2. Sono sempre e comunque testi e la letteratura li usa in quanto tali, si rapporta e ispira ad essi in quanto tali. Il reale è “testualizzato”, per usare un’espressione che credo provenga dagli studi sul cinema di Maurizio Grande. Non si può portare nella scrittura la cosa-in-sé, ma solo il modo in cui viene raccontata nel reale testualizzato.

Alla luce di questo, tutto il dibattito sul “realismo”, su quale scrittura sia più o meno “fedele alla realtà”, si rivela come magnifica perdita di tempo. Gli autori italiani di oggi usano anche l’elemento soprannaturale, e non per questo chi fa quella scelta “fugge dalla realtà”. Magari, in allegoria, sta affrontando e “testualizzando” la realtà in maniera più incisiva di chi ha scelto un approccio convenzionalmente ritenuto “realistico”.

Sarà utile a fare chiarezza, una volta divulgato, il lavoro di Dimitri Chimenti su alcuni “oggetti narrativi non-identificati”. Partendo dalla teoria del cinema, Chimenti analizza come in quattro libri “strani” (il nostro Asce di guerra, Gomorra di Saviano, Dies irae di Genna e Sappiano le mie parole di sangue di Babsi Jones) venga inserito il reale in forma di “innesti”, “prelievi” e “inserti”, e quali siano le scelte etiche che portano a preferire ora un tipo di testualizzazione, ora un altro.

[Riferimenti a tale lavoro si possono trovare in questa discussione sul blog del collega Valter Binaghi. Qui invece ci sono gli mp3 di un intervento fatto a Siena, in cui Dimitri spiega come sta lavorando su Gomorra. In calce qualcuno ha messo una mia spiegazione "in parole povere" (ripresa da Carmilla) di cosa siano innesti, prelievi e inserti.]

Tornando al principio: i romanzi “a tesi”, “a chiave”, propagandistici… Non sono quello che serve. A un romanzo non chiedo certezze, non chiedo di rafforzare convinzioni che già ho: pretendo una destabilizzazione, anche sottile ma deve esserci. Voglio una letteratura non consolatoria bensì perturbante. Non voglio sentirmi dire che i cattivi sono cattivi perché sono cattivi, e che i buoni hanno ragione. Voglio racconti sulla crisi dei “buoni”, sul punto di vista dei “cattivi”, sugli ostacoli e i ripensamenti, sulle prove da superare, sulle sconfitte che fondano qualcosa e le vittorie che fanno impazzire e portano al disastro. Insomma, voglio la possibilità dell’epica, e voglio che si mettano le mani nel tragico.

Solo se c’è tutto questo, a mio avviso, si può fare una scrittura che, senza svilirsi, abbia anche valore sociale e politico.
Altrimenti si produrranno espressioni piatte e si tradirà lo specifico della letteratura, che è lavoro sulla connotazione, cioè sui sensi figurati, e sulle metafore, sull’allegoria.
Sulla poesia delle cose.

Siamo scrittori, non estensori di volantini. E’ una banalità di base, ma soltanto tenendola a mente si potrà, senza produrre robaccia, dare un contributo civile.

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