_Calvinate_Il blog Le città invisibili

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Buongiorno e scusate la latitanza.
Fortunatamente ho un bel pò di cose da fare e molto lavoro.

Ho tempo però per segnalare un sito che si presenta così:

….abbiamo letto, riletto tra le righe, sottolineato, interpretato, discusso e fantasticato sulle immagini che potevano rappresentare le frasi salienti di ogni città…..frugato tra foto già fatte….scattate di nuove occasionalmente e pianificato viaggi per farne altre appositamente…
Ora le 55 foto ci sono….sono state scelte….ma questa è sola la prima di una lunga serie a cui il progetto ambisce…..
Un work in progress, aperto a tutti coloro che desiderino proporre un’immagine propria…
Risoluzione, formato, ecc… non costituiscono fattore discriminante in quanto il focus del progetto è legato alla ricerca di significato… delle emozioni che scaturiscono dalla lettura immersi nel grande Impero di Kublai Khan.
(dalla pagina Il Progetto)
Il sito si chiama LE CITTA’ INVISIBILI cliccate e troverete quello che cercate o no o forse molto altro…
Davvero un bellissimo progetto complimenti.
Lily Brik

Del nuovo che cerchi nel non nuovo e del non nuovo che cerchi nel nuovo

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Già nella vetrina della libreria hai individuato la copertina col titolo che cercavi.

Seguendo questa traccia visiva ti sei fatto largo nel negozio attraverso il fitto sbarramento dei Libri Che Non Hai Letto che ti guardavano accigliati dai banchi e dagli scaffali cercando d’intimidirti. Ma tu sai che non devi lasciarti mettere in soggezione, che tra loro s’estendono per ettari ed ettari i Libri Che Puoi Fare A Meno Di Leggere, i Libri Fatti Per Altri Usi Che La Lettura, i Libri Già Letti Senza Nemmeno Bisogno D’Aprirli In Quanto Appartenenti Alla Categoria Del Già Letto Prima Ancora D’Essere Stato Scritto.

E cosí superi la prima cinta dei baluardi e ti piomba addosso la fanteria dei Libri Che Se Tu Avessi Piú Vite Da Vivere Certamente Anche Questi Li Leggeresti Volentieri Ma Purtroppo I Giorni Che Hai Da Vivere Sono Quelli Che Sono.
Con rapida mossa li scavalchi e ti porti in mezzo alle falangi dei Libri Che Hai Intenzione Di Leggere Ma Prima Ne Dovresti Leggere Degli Altri, dei Libri Troppo Cari Che Potresti Aspettare A Comprarli Quando Saranno Rivenduti A Metà Prezzo, dei Libri Idem Come Sopra Quando Verranno Ristampati Nei Tascabili, dei Libri Che Potresti Domandare A Qualcuno Se Te Li Presta, dei Libri Che Tutti Hanno Letto Dunque E’ Quasi Come Se Li Avessi Letti Anche Tu. Sventando questi assalti, ti porti sotto le torri del fortilizio, dove fanno resistenza:

i Libri Che Da Tanto Tempo Hai In Programma Di Leggere,

i Libri Che Da Anni Cercavi Senza Trovarli,

i Libri Che Riguardano Qualcosa Di Cui Ti Occupi In Questo Momento,

i Libri Che Vuoi Avere Per Tenerli A Portata Di Mano In Ogni Evenienza,

i Libri Che Potresti Mettere Da Parte Per Leggerli Magari Quest’Estate,

i Libri Che Ti Mancano Per Affiancarli Ad Altri Libri Nel Tuo Scaffale,

i Libri Che Ti Ispirano Una Curiosità Improvvisa, Frenetica E Non Chiaramente Giustificabile.

Ecco che ti è stato possibile ridurre il numero illimitato di forze in campo a un insieme certo molto grande ma comunque calcolabile in un numero finito, anche se questo relativo sollievo ti viene insidiato dalle imboscate dei Libri Letti Tanto Tempo Fa Che Sarebbe Ora Di Rileggerli e dei Libri Che Hai Sempre Fatto Finta D’Averli Letti Mentre Sarebbe Ora Ti Decidessi A Leggerli Davvero.

Ti liberi con rapidi zig zag e penetri d’un balzo nella cittadella delle Novità Il Cui Autore O Argomento Ti Attrae.

Anche all’interno di questa roccaforte puoi praticare delle brecce tra le schiere dei difensori dividendole in Novità D’Autori O Argomenti Non Nuovi (per te o in assoluto) e Novità D’Autori O Argomenti Completamente Sconosciuti (almeno a te) e definire l’attrattiva che esse esercitano su di te in base ai tuoi desideri e bisogni di nuovo e di non nuovo (del nuovo che cerchi nel non nuovo e del non nuovo che cerchi nel nuovo).

da “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino (1979)

2010 in review

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QUESTO E’ STATO IL MIO BLOG NELL’ANNO 2010 :)

 

The stats helper monkeys at WordPress.com mulled over how this blog did in 2010, and here’s a high level summary of its overall blog health:

Healthy blog!

The Blog-Health-o-Meter™ reads This blog is on fire!.

Crunchy numbers

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The average container ship can carry about 4,500 containers. This blog was viewed about 22,000 times in 2010. If each view were a shipping container, your blog would have filled about 5 fully loaded ships.

 

In 2010, there were 12 new posts, growing the total archive of this blog to 198 posts. There were 7 pictures uploaded, taking up a total of 215kb.

The busiest day of the year was January 21st with 159 views. The most popular post that day was All’amato se stesso – Majakovskij.

Where did they come from?

The top referring sites in 2010 were facebook.com, it.wordpress.com, search.conduit.com, google.it, and baruda.net.

Some visitors came searching, mostly for majakovskij poesie, marocco, all’amato se stesso dedica queste righe l’autore, vettriano, and boris vian poesie.

Attractions in 2010

These are the posts and pages that got the most views in 2010.

1

All’amato se stesso – Majakovskij December 2008
3 comments and 1 Like on WordPress.com,

2

Majakovskij – Tre poesie August 2008

3

Perchè leggere i classici – Italo Calvino April 2009
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4

Il Flauto di Vertebre – Majak November 2009
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5

Boris Vian – Tre poesie September 2008
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La fantasia è un posto in cui ci piove dentro

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A 25 anni (il 19 settembre) dalla sua morte raccolgo i miei pochi articoli dedicatigli (sempre pochi per lui).

Buona lettura o ri-lettura.

Da Le città invisibili: Tamara, Eufemia, Zaira, Bauci, Leonia, Anastasia, Dorotea, Isidora.

Dai bellissimi diari di Italo: Diario del Middle West, Diario newyorkese, Diario americano

Poi,  per divertirci un pò, una serie di: Calvinite (nota biografica dell’autore su se stesso)

e Calvinate (intervista lunga a Calvino)

Per concludere ecco le Lezioni americane e l’introduzione a Perchè leggere i classici

Calvino e...Silvana Mangano


Perchè leggere i classici – Italo Calvino

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Sono OLTREMODO affezionata a Calvino.
Nel 1981 scrive per “L’Espresso” un articolo intitolato Italiani, vi esorto a leggere i classici. Eccovelo tagliato alla buona, giusto per farsi un’idea…

Cominciamo con qualche proposta di definizione.

1. I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito: “Sto rileggendo…”
e mai “Sto leggendo…”

Il prefisso interativo davanti al verbo “leggere” può essere una piccola ipocrisia da parte di quanti si vergognano d’ammettere di non aver letto un libro famoso. Per rassicurarli basterà osservare che per vaste che possano essere le letture “di formazione” d’un individuo, resta sempre un numero enorme d’opere fondamentali che uno non ha letto.

2. Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza  non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli.

3. I classici sono libri che esercitano un’influenza particolare sia quando s’impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale.

La biblioteca di Giacomo Leopardi

La biblioteca di Giacomo Leopardi

4. D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima.

5. D’un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura.

6. Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.

7. I classici sono quei libri che ci arrivano portando su di sè la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sè la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato (o più semplicemente nel linguaggio o nel costume).

La lettura di un classico deve darci qualche sorpresa, in rapporto all’immagine che ne avevamo. Per questo non si raccomanderà mai abbastanza la lettura diretta dei testi originali scansando il più possibile bibliografia critica, commenti, interpretazioni. La scuola e l’università dovrebbero servire a far capire che nessun libro che parla d’un libro dice di più del libro in questione; invece fanno di tutto per far credere il contrario.

8. Un classico è un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sè, ma continuamente se li scrolla di dosso.

9. I classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli  per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti.

Naturalmente questo avviene quando un classico “funziona” come tale, cioè stabilisce un rapporto personale con chi lo legge. Se la scintilla non scocca, niente da fare: non si leggono i classici per dovere o per rispetto, ma solo per amore.

10. Chiamasi classico un libro che si configura come equivalente dell’universo, al pari degli antichi talismani.

Con  questa defnizione ci si avvicina all’idea di libro totale, come lo sognava Mallarmè. Ma un classico può stabilire un rapporto altrettanto forte d’opposizione, d’antitesi. Tutto quello che Jean-Jacques Rousseau pensa e fa mi sta a cuore, ma tutto m’ispira un incoercibile desiderio di contraddirlo, di criticarlo, di litigare con lui.

11. Il “tuo” classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui.

12. Un classico è un libro che viene prima di altri classici ; ma chi ha letto prima gli altri e poi legge quello, riconosce subito il suo posto nella genealogia.

L’attualità può essere banale e mortificante, ma è pur sempre un punto  in cui situarci per guardare in avanti o indietro. Per poter leggere i classici si deve pure stabilire “da dove” li stai leggendo, altrimenti sia il libro che il lettore si perdono in una nuvola senza tempo.

13. E’ classico tutto ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno.

14. E’ classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona.

Non resta che inventarci ognuno una biblioteca ideale dei nostri classici; e direi che ssa dovrebbe comprendere per metà libri che abbiamo letto e che hanno contao per noi, e per metà libri che ci proponiamo di leggere e presupponiamo possano contare. Lasciando una sezione di posti vuoti per le sorprese, le scoperte occasionali.

Ora dovrei riscrivere tutto l’articolo facendo risultare ben chiaro che i classici servono a capire chi siamo e dove siamo arrivati e perciò gli italiani sono indispensabili proprio per confrontarli con gli stranieri, e gli stranieri sono indispensabili proprio per confrontarli agli italiani.
poi dovrei riscriverlo ancora una volta perchè non si creda che i classici vanno letti perchè “servono” a qualcosa. La ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici.
E se qualcuno obietta che non val la pena di fa tanta fatica, citerò Cioran (non un classico, almeno per ora, ma un pensatore contemporaneo che solo ora si comincia a tradurre in Italia):

“Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto.
- A cosa ti servirà? –  gli fu chiesto.
- A sapere quest’aria prima di morire -”

in Perchè leggere i classici, Italo Calvino, 1991

Eufemia – Le città invisibili – Italo Calvino

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Marocco Fez

_Marocco_Fez_

A ottanta miglia incontro al vento di maestro l’uomo raggiunge la città di Eufemia, dove i mercanti  di sette nazioni convengono ad ogni solstizio ed equinozio. La barca che vi approda con un carico  di zenzero e bambagia tornerà a salpare con la stiva colma di pistacchi e semi di papavero, e la carovana che ha appena scaricato sacchi di noce moscata e di zibibbo già affastella i suoi basti per il ritorno con rotoli di mussola dorata. Ma ciò che spinge a risalire fiumie attraversare deserti per nvenire fin qui non è solo lo scambio di mercanzie che ritrovi sempre in tutti i bazar dentro e fuori l’impero del Gran Kan, sparpagliate ai tuoi piedi sulle stesse stuoie gialle, all’ombra della stessa tenda scacciamosche, offerti con gli stessi ribassi di prezzo menzonieri. Non solo a vendere e a comprare si viene ad Eufemia, ma anche perchè la notte accanto ai fuochi tutt’intorno al mercato, seduti sui sacchi o sui barili o sdraiati su mucchi di tappeti, a ogni parola che uno dice -come “lupo”, “sorella”, “tesoro nascosto”, “battaglia”, “scabbia”, “amanti”- gli altri raccontano ognuno la sua storia di lupi, di sorelle, di tesori, di scabbi, di amanti, di battaglie. E tu sai che nel lungo viaggio che ti attende, quando per restere sveglio al dondolio del cammello o della giunca ci si mette a ripensare tutti i propri ricordi a uno a uno, il tuo lupo sarà diventato un altro lupo, tua sorella una sorella diversa, la tua battaglia altre battaglie, al ritorno da Eufemia, la città in cui ci si scambia la memoria a ogni solstizio e a ogni equinozio.

Diario in pubblico – Elio Vittorini (I)

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Dal diario di Elio Vittorini

LA RAGIONE LETTERARIA 1929-56

L’orma sul calendario

Appena l’uomo si sente isolato nel mondo, materialmente o spiritualmente, egli ricorre al diario con istinto tenace, se ne ignora l’esistenza se la inventa. Per quale strano bisogno? Per un bisogno di confidarsi, si dice, o riflettersi: contemplazione di se stesso. Ma quello che io noto più forte in tutti i diari, dai più semplici ed esterni, diari di fatti, diari scientifici, ai più complicati ed intimi, è il desiderio, la volontà, la perseveranza dell’artista a calcare sui fogli del calendario un’orma non peritura della propria vita. Sembra di vedere un uomo intento a innalzarsi il proprio monumento; e quello che maggiormente meraviglia è la sua fiducia senza limiti nella incancellabilità della cosa scritta […]. (Il Mattino, 30 giugno 1931)

Parole e farfalle

Inguaribili autori di pezzettini i letterati della nuova Italia, ad un tratto di secolo nuovo, segnano le iscrizioni sul marmo, come i versi di Carducci, giammai una pagina sottomessa al giorno che fugge. Chi scrive lettere abbrevia oggi le parole e ha sempre paura di sciuparsi […]. Uno zibaldone fare4bbe quasi orrore; per timore che dagli scrigni mentali tesori segreti dovessero schizzar frantumati sotto un pennino così vile. Pensiamo continuamente all’aarticolo, al saggio, al racconto, all’epoca concreta – e non ci si accorge che da uno sforzo quotidiano usciremo leggeri come farfalle, pronti a volare dietro un fiore o una nuvola, anche per mare.

[…]Sarebbe la nostra umana salvezza. Di questa nostra gioventù letteraria che non muove più verbo senza dell’elmo di Scipio essersi cinta la testa.
(Solaria, n. 9-10, settembre 1931)

Anti-borghesi 1934

Una sposina – “Che ne dite della mia casetta? Graziosa no? Tutto semplice, liscio. Niente più di quelle cianfrusaglie borghesi di una volta”.

Il laureato in scienze sociali – “Ora ho la carriera sicura davanti a me. Papà l’ha avuto garantito…Quando uno ha studiato per 18 anni non deve poi guadagnare almeno 2000 lire al mese? Per la rivista sto preparando un articolo contro la concezione borghese del risparmio”.

Una signorina – “Oh la vita semplice, sana, io la adoro! Come vorrei esser nata contadina! Quest’estate al Forte a momenti credevo di essere diventata una selvaggia. Tutto il giorno in costume da bagno, nuoto e tennis, tennis e nuoto. Qualche si andava anche a ballare. A Viareggio. E avevo giurato di non varcare mai la soglia di questi nostri salotto borghesi…”

Il giovane giornalista – “La crisi, caro mio, è proprio quello che ci voleva. Non lascerà nulla in piedi della borghese mentalità ottocentesca. Il senso del collettivo…Ehi! Ma lo smoking dove me lo avete messo?”.

Il giovane ragioniere – “Ah, in due giorni ho rivoluzionato l’ufficio con le mie idee. Vi si respirava un’aria borghese! Figurarsi che portavano ancora le mezze maniche. Ebbene, ho dimostrato loro ch’è tanto più semplice cambiarsi giacca”.

Il giovin signore – “Per la nostra generazione il teatro è morto e sepolto. Tutto quel convenzionalismo borghese, quelle interminabili chiacchierate…Per noi non esiste che il cinematografo. Come mi sono divertito ieri sera a vedere “Oggi sposi” con Umberto Melnati!”.

Il giovane romanziere – “Non più miserie individuali, ma la voce della folla, il cuore di tutto il popolo d’una città, questo mi propongo di realizzare nel mio prossimo romanzo che avrà carattere spiccatamente antiborghese…”

L’architetto funzionalista – “L’architettura del nostro secolo decreta il crollo di un mondo, la fine del borghesismo. C’è un significato sociale nella nostra architettura: l’elevazione della vita del popolo…Questo è il progetto per una piccola villa da week-end, a mezza costa lago”.

Il pittore Bernardino Palazzi – “I nostri quadri non sono fatti per finire appesi alle pareti dei salottini borghesi!”.

Il giovane conquistatore – “Capisce, signorina, i nostri genitori sono vicini a Carlomagno che a noi. Sono passati assai più secoli tra i nostri genitori e noi, che non tra la famosa notte di Natale dell’anno 800 dopo Cristo e il…Pardon, vuole latte o limone?”.

Un soldato – “Congedà, congedà, congedà! E domani in borghese sarem…”.

(Il bargello, n.42, ottobre 1934)

Calvinate

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Cinque brevi interviste a Calvino.
Sempre per il suo compleanno
.

La vita, l’infanzia e i giochi.

Il visconte dimezzato e l’uomo intero

Se una notte d’inverno un viaggiatore…

Saggezza e dialogo tra generazioni

L’immaginazione al potere

Calvinite

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Avrebbe compiuto 85 anni.

(Nota biografica di Italo Calvino per Eremita a Parigi)

Mi chiedete una nota biografica, cosa che sempre m’imbarazza. I dati biografici o anche soltanto anagrafici sono quanto uno ha di più privato e dichiararli è un pò come affrontare una psicanalisi. (Almeno credo: non mi sono mai fatto psicanalizzare)
Comincerò dicendo che sono nato nel segno della Bilancia: perciò nel mio carattere equilibrio e squilibrio correggono a vicenda i loro eccessi. Sono nato mentre i miei genitori stavano per tornare in patria dopo anni passati nei Caraibi: da ciò l’instabiltà geografica che mi fa continuamente desiderare un altrove.
Il sapere dei miei genitori convergeva sul regno vegetale, le sue meraviglie e virtù. Io, attratto da un’altra vegetazione, quella delle frasi scritte, voltai le spalle a quanto essi m’avrebbero potuto insegnare; ma la sapienza dell’umano mi restò ugualmente estranea.
Sono cresciuto dall’infanzia alla giovinezza in una città della Riviera, raccolta nel suo microclima. Tanto il mare contenuto in un golfo, quanto la folta montagna m’apparivano rassicuranti e protettivi; dall’Italia mi separava il sottile nastro di una strada litoranea, dal mondo una vicina frontiera. L’uscire dal quel guscio fu per me ripetere il trauma della nascita, ma solo ora me ne accorgo.
Cresciuto in tempi di dittatura, raggiunto dalla guerra totale in età di leva, m’è rimasta l’idea che vivere in pace e in libertà sia una fragile fortuna, che da un momento all’altro potrebbe essermi tolta nuovamente.
In questo assillo, la politica occupò una parte eccessiva delle preoccupazioni della mia gioventù. Dico eccessiva per me, per quello che avrei potuto dare io di utile, mentre cose che sembrano lontane dalla politica contano molto di più come infleunza sulla storia (anche politica) delle persone e dei paesi
Appena finita la guerra, avevo sentito il richiamo della grande città, più forte di quello del mio radicamento provinciale. Fu così che mi trovai per qualche tempo a esitare tra Milano e Torino: la scelta di Torino ebbe certo le sue ragioni e non fu senza conseguenze: ora ho dimenticato sia le une che le altrem ma per anni mi dicevo che se avessi scelto Milano tutto sarebbe stato differente.
Tentai presto l’arte dello scrivere; pubblicare mi fu facile; trovai subito comprensione e favore; ma tardai a rendermene conto e a convincere me stesso che non era un caso.
Lavorando in una casa editrice, ho dedicato pù tempo ai libri degli altri che ai miei. Non lo rimpiango: tutto ciò che serve all’insieme d’una convivenza civile è energia ben spesa. Da Torino, città seria ma triste, m’accadeva di scivolare spesso e facilmente verso Roma. (Del resto, gli unici italiani che ho sentito parlare di Roma in termini non negativi sono i torinesi). E così’ forse Roma sarà la città italiana in cui avrò vissuto più a lungo, senza mai domandarmene il perchè.
Il luogo ideale per me è quello in cui è più naturale vivere da straniero: perciò è Parigi la città in cui ho preso moglei, ho messo casa, ho allevato una figlia. Anche mia moglie è straniera: in tre parliamo tre lingue differenti. Tutto può cambiare, ma non la lingua che ci portiamo dentro, anzi che ci contiene dentro di sè come un mondo più esclusivo e definitivo del ventre materno.
Mi accorog che in questa autobiografia mi sono dilungato soprattutto sulla nascita, e delle fasi succesive ho parlatoi come un proseguimento del venire alla luce, e ora tendo addirittura a tornare ancor più indietro, la mondo prenatale. Questo è il rischio che corre ogni autobiografia sentita come esplorazione delle origini, come quella di Tristan Shandy che si dilunga sugli antecedenti e quando arriva al punto in cui dovrebbe cominciare a raccontare la sua vita non trova più niente da dire.

Diario del Middle West – Italo Calvino

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Il viaggio di Calvino prosegue per Chicago, Detroit e il Middle West.
Il ligure si confronta con la miseria della provincia americana, con gli slums, i “poor white” e la smania consumistica che non risparmia le classi povere.
Per chi avesse perso la parti precedenti:
- Diario americano
- Diario newyorkese

Il bar

Aspettando Herb che è andato al funerale mi siedo in un bar dall’aria molto tought altra faccia dell’America che aspettavo invano di vedere a New York, con tipacci da cinema che poi sono operai delle fabbriche d’automobili di Cleveland, donne che paiono prostitute ma che probabilmente sono povere operaie anche loro, jukeboxes (un tipo in berretto balla con una donna anziana, poi escono), bingo machines che sarebbero quelli che noi chiamiamo flippers (e che a New York si vedono solo in un locale a Times Square), il tiro a segno elettronico. Insomma l’Italia americanizzata corrisponde all’America provinciale e proletaria.
Nel gabinetto credo di aver scoperto la prima scritta sporca che vedo in America invece no: sono invettive contro i negri, sebbene a sfondo pessimista (cacciate i negri e chi saranno i padroni? i cucarachas).
Il bar è frequentato da poor whites del Sud immigrati a lavorare nelle fabbriche.
A Detroit sono entrato in losche sale da biliardo coi gamblers a un tavolo a giocare a poker che squadrano gli sconosciuti per paura che sia la polizia. Atmosfera di piccoli gangsters falliti stile Nelson Algren (il quale avrei voluto mi facesse da guida nella sua Chicago, ma ci siamo mancati perchè nei giorni che ero lì io lui non c’era, così la Chicago gangster non l’ho vista).

La miseria americana

ha un colore particolare che ormai ho imparato a conoscere, è il colore rosso bruciato di fabbricati di mattoni, o quello sbiadito delle villette di legno diventate slums. A New York la miseria pare sia solo quella degli ultimi arrivati, qualcosa come un periodo di attesa; e non parrebbe nemmeno giusto che un qualsiasi puertoricano per il solo fatto di essere sbarcato a New York diventasse subito agiato.
Nelle grandi città industriali si vede che la povertà di grandi masse è necessaria al sistema, e spesso è povertà anche di aspetto europeo, case negre che sono poco più che baracche, vecchi che spingono carretti a mano (!) di pezzi di legna raccolti dagli slums in demolizione. Sì, c’è il continuo seppur lento avvicendamento dei vari strati che salgono nella scala del benessere, ma sempre nuovi ne prendono il posto. E la grande risorsa vitale dell’America, la mobilità, il continuo spostarsi, tende a diminuire. La depressione del ’58 è stata una grossa scoppola per Detroit e la Ford da allora lavora a turni di sei mesi all’anno, c’è uno stato di semidisoccupaz. permanente; i più anziani operai, quelli che hanno un certo numero d’anni di seniority, hanno la priorità sugli altri nelle riassunzioni, cioè hanno il posto assicurato, un fatto nuovo nella generale mancanza di stabilità della vita americana, dove il proletario è sempre stato un lavoratore provvisorio.

I negozi dei poveri

Nel paese del consumo dove tutto si deve buttar via per poter comprare in fretta altra roba, nel paese della produzione standardizzata, si scopre poi che esiste tutto un sottomercato di roba che nessuno s’immaginerebbe che in America si possa vendere e comprare. Ci sono i grandi magazzini di roba scadente come nel quartiere italiano di Chicago che sono l’esatta versione di quelli di downtown solo con una produzione di scarto che spira miseria anche quando è nuova. E poi c’è tutta la vendita di roba usata che credovo fosse una prerogativa di Orchard Street di New York, l’incredibile via mercato del quartiere ebreo povero, ma poi la si ritrova dappertutto; c’è un mondo in America dove non si butta via niente, a Chicago c’è un quartiere ora messicano che l’anno scorso era italiano e i bottegai messicani hanno rilevato i negozi con la roba e continuano a vendere insieme a roba messicana le vecchie scorte italiane. Esistono le librerie dei poveri, dove sio vendono paperbacks e magazines di seconda mano, e tutta una produzione libraria minore, specialmente nelle lingue degli immigrati, spagnuolo, greco, ungherese (non italiano, perchè l’immigrato di solito non conosce l’italiano come lingua scrita). Salta fuori la superstizione come fondo culturale. A Detroit c’è un negozio di incenso, che ha in vetrina diversi tipi di incensi per i vari culti, e anche incensi per riti magici vudu e stregonerie, immagini religiose cattoliche, libri sacri, giochi di pretigio, carte da gioco, libri pornografici. Sidney G. mi racconta che il padrone una volta vedendo che curiosava l’ha cacciato dal negozio: è probabile che nel retrobottega si facciano filtri d’amore o altre stregonerie per la clientela negro-italo-messicana. Nel quart. messic. di Chicago, il negozio d’una zingara chiromante.

(Servizi di mensa offerti da Al Capone, durante la depressione americana)

Chicago

è la grande città americana, produttiva, violenta, tought. Qui le classi si fronteggiano come eserciti nemici, il wealthy people nella stiscia di palazzi ricchi sullo stupenso lago, e subito al di là l’immenso inferno dei quartieri poveri. Si sente che qui il sangue ha inzuppato i marciapiedi, il sangue dei martiri di Haymarket (gli anarchici tedeschi ai quali è dedicato un vecchio bellissimo libro illustrato, opera del capo della polizia d’allora), sangue degli incidenti sul lavoro con cui s’è costruita l’industria di Chicago, sangue dei gangsters. Nei giorni che ero lì, s’è scoperto il noto caso di corruzione della polizia di cui penso abbiano parl. anche i giorn. it. Vorrei stare di più a Chicago che merita d’esser capita nella sua bruttezza e bellezza ma anche il freddo lì è cattivo, la mia amica locale è banale e inelegante (adattissima per Chicago, dunque) e parto in volo per la California.

Diario newyorkese – Italo Calvino

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Del primo pezzo riportato, interessanti sono le osservazioni sulla letteratura e il confronto tra società totalizzante sovietica e americana ; la descrizione del Museo Guggenheim vale per la fine: lo sprezzante e impietoso commento del ligure su Dalì; l’ultimo breve appunto ci rivela un Calvino pudico e anche un pò scioccato…

James Purdy

Sono stato a trovare Purdy, che sta a Brooklyn ma nella parte abbastanza signorile. Mi riceve nella sua camera d’affitto che divide con un professore. Cucina e camera da letto doppia tutto in una stanza. Purdy vive per un anno, lasciato il lavoro, con una borsa della fondazione Guggenheim e così ha potuto finire un romanzo, The Nephew [...]

Purdy è un tipo molto patetico, di mezz’età grasso e grosso e dolce, biondo rossiccio e imberbe, vestito seriamente, una specie di Gadda senza isteria, tutto dolcezza. Se è omosessuale lo è con molta discrezione e melanconia. Ai piedi del suo letto, un attrezzo per il sollevamento pesi. Sopra il letto una stampa inglese ottocentesca d’un pugilatore. Una risproduzione di un crocifisso di Rouault. Intorno, sparsi, libri di teologia. Parliamo tristemente della letteratura americana, soffocata dalle esigenze commerciali. Se non si scrive come vuole il New Yorker non si è pubblicati. [...]
La buona letteratura in America è clandestina, è nei cassetti di autori sconosciuti, e solo per caso qualcuno viene alla luce rompendo la cappa di piombo della produzione commerciale.

Vorrei fare discorsi sul capitalismo e il socialismo ma certo Purdy non mi capirebbe, nessuno qui sa o sospetta l’esistenza del socialismo, il capitalismo avvolge e permea di sè tutto, l’antitesi ad esso è una sparuta, fanciullesca rivendicazione spirituale senza linea nè prospettiva; a differenza della società sovietica in cui l’unità totalitaria della sociatà è basata sulla coscienza continua dell’avversario, dell’antitesi, qui invece siamo in una struttura totalitaria di tipo medievale, basata sul fatto che non esiste nessuna antitesi nè alcuna coscienza di una possibile antitesi se non come evasione individualista. E per di più tutti stanno bne e con il sistema delle Foundations.

Il museo Guggenheim

In queste settimane argomento d’obbligo di tutte le conversazioni newyorkesi è il nuovo museo di segnato da Frank LLoyd Wright per ospitare la collezione Salomon Guggenheim, da poco inaugurato. Tutti lo criticano; io ne sono un sostenitore fanatico ma mi trovo quasi sempre isolato. E’ una specie di torre a spirale, una rampa continua di scale senza gradini, con una cupola di vetro. Salendo e affacciandosi si ha sempre una vista diversa con proporzioni perfette, dato che c’è una sporgenza semicircolare che corregge la sppirale, e in basso c’è una fettina d’aiola ellittica e una vetrata con uno spicchio di giardino, e questi elementi, mutando sempre ad ogni altezza ci si sposti sono un esempio di architettura in movimento di esattezza e fantasia uniche. Tutti dicono che l’archittettura sovrasta la pittura ed è vero (pare che Wright odiasse i pittori), ma che importa: uno va lì per prima cosa per vedere l’architettura, e poi anche i quadri uno li vede sempre illuminati bene uniformemente che è la prima cosa. [...]

Di fatto la collezione Guggenheim non è miracolosa, a parte la formidabile raccolta di Kandinsky che avevamo già vista a roma e ci sono molti pezzi di second’ordine. (Non come il non vasto Museum of Modern Art che sono tutti capolavori da levare il fiato, o anche bellissime sale di pittura moderna al Metrpolitan, sconciate purttroppo da un orrendo dalìche la gente fa la coda per guradarlo).

Il terzo sesso

E’ più diffuso che a Roma. Specialmente qui al Village. Il turista ignaro entra in un locale qualsiasi per fare breakfast e tutt’a un tratto si accorge che lì dentro, avventori, camerieri, cuochi, sono senza dubbio di quelli.

Diario americano – Italo Calvino

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Alla fine del novembre ’60, Calvino compie un viaggio negli Stati Uniti che lo porta nelle principali località del paese. Il viaggio dura sei mesi: quattro ne trascorre a New York.

Il suo diario si compone di lettere, appunti e riflessioni inviate alla casa editrice Einaudi e Daniele Ponchiroli all’epoca caporedattore dell’Einaudi.

Vi propongo alcuni stralci direi divertenti e curiosi di questa sorta di reportage,
tratti da Eremita a Parigi. Pagine autobiografiche.

Diario americano 1959-1960

Da bordo, 3 nov. 1959

Caro Daniele cari amici,

La noia ha ormai per me l’immagine di questo transatlantico. Cosa ho mai ho fatto a non prendere l’aereo? Sarei arrivato in America pervaso dal ritmo del mondo dei grandi affari e della grande politica, invece vi arriverò gravato da una già forte dose di noia americana, di vecchiaia americana, di povertà di risorse vitali americana. Per fortuna mi resta solo una sera da passare sul vapore, dopo quattro sere d’una noia disperante. Il sapore da “belle epoque” dei transatlantici non più a resuscitare neanche un’immagine. Quel tanto di ricordo del tempo passato che puoi recuperare da Montecarlo o da San Pellegrino Terme, qui non c’è, perché il transatlantico è nuovo, una cosa antiquata costruita pretenziosamente adesso, e popolata da gente antiquata, vecchia e brutta.

L’unica cosa che se ne può trarre è una definizione della noia come uno sfasamento rispetto alla storia, un sentirsi tagliati fuori con la coscienza che tutto il resto si muove: la noia di Recanati come quella delle Tre sorelle non è diversa dalla noia di un viaggio in transatlantico.

Viva il Socialismo.

Viva l’Aviazione.

***

La beat generation

Al party da Rosset c’è Allen Ginsberg con una barbaccia nera schifosa, una maglietta bianca sotto un vestito scuro a doppio petto, scarpette da tennis. Con lui sono tutto un seguito di beatniks ancor più barbuti e sporchi. Si sono spostai quasi tutti da San Francisco a New York, anche Kerouac che però stasera manca.

L’avventura di Arrabal

Naturalmente i beatniks fraternizzano subito con Arrabal, barbuto anch’egli (la barba a collare parigina e la barba incolta dei beat) e lo invitano a casa loro a sentire recitare versi. Ginsberg vive come marito e moglie con un altro barbuto, e vorrebbe che Arrabal assistesse ad un loro amplesso fra barbuti. Trovo Arrabal tornando in albergo spaventato e scandalizzato perché volevano sedurlo. Il blouson noir venuto in America per scandalizzare è tutto sbigottito del primo incontro con l’avanguardia americana e improvvisamente si rivela il povero ragazzetto spagnolo che fino a pochi anni fa studiava da prete.

Racconta che in casa loro i beatniks sono molto puliti, hanno una bella casa con frigorifero e televisione, vivono come in un tranquillo menage borghese e si vestono di abiti sporchi solo per uscire.

***

Le donne

Le molto attraenti sono rare. Generalmente piccolo-borghesi. Gira gira, Torino.

Oltre il ponte

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Tutto il male avevamo di fronte,
Tutto il bene avevamo nel cuore,
A vent’anni la vita è oltre il ponte,
Oltre il fuoco comincia l’amore.

da Oltre il ponte.

Questa canzone partigiana è stata scritta da Italo Calvino all’interno di quel progetto culturale/musicale che è stato il Cantacronache (la cui eredità venne raccolta nel Nuovo Canzoniere Italiano)

Tamara – Le città invisibili – Italo Calvino

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Varanasi, India. Foto

L’uomo cammina per giornate tra gli alberi e le pietre. Raramente l’occhio si ferma su una cosa, ed è quando l’ha riconosciuta per il segno d’un’altra cosa: un’impronta sulla sabbia indica il passaggio della tigre, un pantano annuncia una vena d’acqua, il fiore dell’ibisco la fine dell’inferno. Tutto il resto è muto e intercambiabile; alberi e pietre sono soltanto ciò che sono. Finalmente il viaggio conduce alla città di Tamara. Ci si addentra per vie fitte d’insegne che sporgono dai muri. L’occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose: la tenaglia indica la casa del cavadenti, il boccale la taverna, le alabarde il corpo di guardia, la stadera l’erbivendola. Statue e scudi rappresentano leoni delfini torri stelle: segno che qualcosa – chissà cosa – ha per segno un leone o delfino o torre o stella. Altri segnali avvertono di ciò che in un luogo è proibito – entrare nel vicolo con i carretti, orinare dietro l’edicola, pescare con la canna dal ponte – e di ciò è lecito – abbeverare le zebre, giocare a bocce, bruciare i cadaveri dei parenti. Dalla porta dei templi si vedono le statue degli dei, raffigurati ognuno coi suoi attributi: la cornucopia, la clessidra, la medusa, per cui il fedele può riconoscerli e rivolgere loro le preghiere giuste. Se un edificio non porta nessuna insegna o figura, la sua stessa forma e il posto che occupa nell’ordine della città bastano a indicarne la funzione: la reggia, la prigione, la zecca, la scuola pitagorica, il bordello. Anche le mercanzie che i venditori mettono in mostra sui banchi valgono non per se stesse ma come segni d’altre cose: la benda ricamata per la fronte vuol dire eleganza, la portantina dorata potere, i volumi di Averroè sapienza, il monile per la caviglia voluttà. Lo sguardo percorre le vie come pagine scritte: la città dice tutto quello che devi pensare, ti fa ripetere il suo discorso, e mentre credi di visitare Tamara non fai che registrare i nomi con cui essa definisce se stessa e tutte le sue parti.
Come veramente sia la città sotto questo fitto involucro di segni, cosa contenga o nasconda, l’uomo esce da Tamara senza averlo saputo. Fuori s’estende la terra vuota fino all’orizzonte, s’apre il cielo dove corrono le nuvole. Nella forma che il caso e il vento dànno alle nuvole l’uomo è già intento a riconoscere figure: un veliero, una mano, un elefante…

Zaira – Le città invisibili – Italo Calvino

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Lisbona, chiesa del Mosteiro de los Jeronimos.

Inutilmente, magnanimo Kublai, tenterò di descriverti la città di Zaira dagli alti bastioni. Potrei dirti di quanti gradini sono le vie fatte a scale, di che sesto gli archi dei porticati, di quali lamine di zinco sono ricoperti i tetti; ma so già che sarebbe come non dirti nulla. Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato: la distanza dal suolo d’un lampione e i piedi penzolanti d’un usurpatore impiccato; il filo teso dal lampione alla ringhiera di fronte e i festoni che impavesano il percorso del corteo nuziale della regina; l’altezza di quella ringhiera e il salto dell’adultero che la scavalca all’alba; l’inclinazione d’una grondaia e l’incedervi d’un gatto che s’infila nella stessa finestra; la linea di tiro della nave cannoniera apparsa all’improvviso dietro il capo e la bomba che distrugge la grondaia; gli strappi delle reti da pesca e i tre vecchi che seduti sul molo a rammendare le reti si raccontano per la centesima volta la storia della cannoniera dell’usurpatore, che si dice fosse un figlio adulterino della regina, abbandonato in fasce sul molo. Di quest’onda che rifluisce dai ricordi la città s’imbeve come una spugna e si dilata. Una descrizione di Zaira quale è oggi dovrebbe contenere tutto il passato di Zaira. Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole.

Bauci – Le città invisibili – Italo Calvino

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Pitigliano

Dopo aver marciato sette giorni attraverso boscaglie, chi va a Bauci non riesce a vederla ed è arrivato. I sottili trampoli che s’alzano dal suolo a gran distanza l’uno dall’altro e si perdono sopra le nubi sostengono la città. Ci si sale con scalette. A terra gli abitanti si mostrano di rado: hanno già tutto l’occorrente lassù e preferiscono non scendere.
Nulla della città tocca il suolo tranne quelle lunghe gambe da fenicottero a cui si appoggia e, nelle giornate luminose, un’ombra traforata e angolosa che si disegna sul fogliame. Tre ipotesi si dànno sugli abitanti di Bauci: che odino la Terra; che la rispettino al punto d’evitare ogni contatto; che la amino com’era prima di loro e con cannocchiali e telescopi puntati in giù non si stanchino di passarla in rassegna, foglia a foglia, sasso a sasso, formica per formica, contemplando affascinati la propria assenza.

Leonia – Le città invisibili – Italo Calvino

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Napoli, Lungomare, 25 aprile 2006 A spasso con la mia adorata.

La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche che dall’ultimo modello d’apparecchio. Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti di Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo i tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose di ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurit à. Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell’esistenza di ieri è circondato d’un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta
buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare. Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori dalla città, certo; ma ogni anno la città s’espande, e gli immondezzai devono arrestrare più lontano; l’imponenza del gettito aumenta e le cataste s’inalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto. Aggiungi che più l’arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a
fermantazioni e combustioni. E’ una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne.
Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d’ieri che s’ammucchiano sulle spazzature dell’altroieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri. Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell’estremo crinale, immondezzai d’altre
città, che anch’esse respingono lontano da sé le montagne di rifiuti. Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una e dell’altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano. Più ne cresce l’altezza, più incombe il pericolo delle frane: basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato rotoli dalla parte di Leonia e una valanga di scarpe spaiate, calendari d’anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle altre città limitrofe, finalmente monde: un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo. Già dalle città vicine sono pronti coi rulli compressori per spianare il suolo, estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse, allontanare i nuovi immondezzai.

W la Repubblica!

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alba

Partigiani della repubblica libera di Alba.
Ottobre 1944

(da Immagini di storia)

Così, a cavallo del nostro secchio,
ci affacceremo al nuovo millennio,
senza sperare di trovarvi nulla di più
di quello che saremo capaci di portarvi

Lezioni Americane – Italo Calvino – Visibilità

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pasolini-dune di sabaudia

Pier Paolo Pasolini e le dune di Sabaudia – febbraio 1974

[...] Comunque, tutte le “realtà” e le “fantasie” possono prendere forma solo attraverso la scrittura, nella quale esteriorità o interiorità, mondo ed io, esperienza e fantasia, appaiono composte della stessa materia verbale; le visioni polimorfe degli occhi e dell’anima si trovano contenute in righe uniformi di caratteri minuscoli e maiuscoli, di punti, di virgole, di parentesi; di pagine , di segni allineati fitti fitti come granelli di sabbia rappresentano lo spettacolo variopinto del mondo in una superficie sempre uguale e sempre diversa, come le dune spinte dal vento del deserto.

Anastasia – Le città invisibili – Italo Calvino

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Drago

Escher - Drago 1952

Di capo a tre giornate, andando verso mezzodì, l’uomo s’incontra ad Anastasia, città bagnata da canali concentrici e sorvolata da aquiloni. Dovrei ora enumerare le merci che qui si comprano con vantaggio: agata onice crisopazio e altre varietà di calcedonio; lodare la carne del fagiano dorato che si cucina sulla fiamma di legno di ciliegio stagionato e si cosparge con molto origano; dire delle donne che ho visto fare il bagno nella vasca d’un giardino e che talvolta invitano – si racconta – il passeggero a spogliarsi con loro e rincorrerle nell’acqua. Ma con queste notizie non ti direi la vera essenza della città: perchè mentre la descrizione di Anastasia non fa che risvegliare i desideri uno per volta per obbligarti a soffocarli, a chi si trova un mattino in mezzo ad Anastasia i desideri si risvegliano tutti insieme e ti circondano. La città ti appare come un tutto in cui nessun desiderio va perduto e di cui tu fai parte, e poichè essa gode tutto quello che tu non godi, a te non resta che abitare questo desiderio ed esserne contento. Tale potere, che ora dicono maligno ora benigno, ha Anastasia, città ingannatrice: se per otto ore al giorno tu lavori come tagliatore d’agate onici crisopazi, la tua fatica che dà forma al desiderio prende dal desiderio la sua forma, e tu credi di godere per tutta Anastasia mentre non ne sei che lo schiavo.

Dorotea – Le città invisibili – Italo Calvino

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Jacek Yerka

 

Della città di Dorotea si può parlare in due maniere: dire che quattro torri d’alluminio s’elevano dalle sue mura fiancheggiando sette porte dal ponte levatoio a molla che scavalca il fossato la cui acqua alimenta quattro verdi canali che attraversano la città e la dividono in nove quartieri, ognuno di trecento case e settecento fumaioli; e tenendo conto che le ragazze da marito di ciascun quartiere si sposano con giovani di altri quartieri e le loro famiglie si scambiano le mercanzie che ognuna ha in privativa: bergamotti, uova di storione, astrolabi, ametiste, fare calcoli in base a questi dati fino a sapere tutto quello che si vuole della città nel passato nel presente nel futuro; oppure dire come il cammelliere che mi condusse laggiù:

«Vi arrivai nella prima giovinezza, una mattina, molta gente andava svelta per le vie verso il mercato, le donne avevano bei denti e guardavano dritto negli occhi, tre soldati sopra un palco suonavano il clarino, dappertutto intorno giravano ruote e sventolavano scritte colorate. Prima d’allora non avevo conosciuto che il deserto e le piste delle carovane. Quella mattina a Dorotea sentii che non c’era bene nella vita che non potessi aspettarmi. nel seguito degli anni i miei occhi sono tornati a contemplare le distese del deserto e le piste delle carovane; ma ora so che questa è solo una delle tante vie che mi si aprivano quella mattina a Dorotea”. »

Isidora – Le Città Invisibili – Italo Calvino

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All’uomo che cavalca lungamente per terreni selvatici viene desiderio d’una città.
Finalmente giunge a Isidora, città dove i palazzi hanno scale a chiocciola incrostate di chiocciole marine, dove si fabbricano a regola d’arte cannocchiali e violini, dove quando il forestiero è incerto tra due donne ne incontra sempre una terza, dove le lotte dei galli degenerano in risse sanguinose tra gli scommettitori. A tutte queste cose egli pensava quando desiderava una città.Isidora è dunque la città dei suoi sogni: con una differenza. La città sognata conteneva lui giovane; a Isidora arriva in tarda età. Nella piazza c’è il muretto dei vecchi che guardano passare la gioventù; lui è seduto in fila con loro.
I desideri sono già ricordi.

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