Nessuno può immaginare quel che dico quando me ne sto in silenzio chi vedo quando chiudo gli occhi come vengo sospinta quando vengo sospinta cosa cerco quando lascio libere le mani. Nessuno, nessuno sa quando ho fame quando parto quando cammino e quando mi perdo, e nessuno sa che per me andare è ritornare e ritornare è indietreggiare, che la mia debolezza è una maschera e la mia forza è una maschera, e quel che seguirà è una tempesta.
Credono di sapere e io glielo lascio credere e io avvengo.
Hanno costruito per me una gabbia affinché la mia libertà fosse una loro concessione e ringraziassi e obbedissi. Ma io sono libera prima e dopo di loro, con loro e senza loro sono libera nella vittoria e nella sconfitta. La mia prigione è la mia volontà! La chiave della mia prigione è la loro lingua ma la loro lingua si avvinghia intorno alle dita del mio desiderio e il mio desiderio non riusciranno mai a domare.
Sono una donna. Credono che la mia libertà sia loro proprietà e io glielo lascio credere e avvengo.
Era un anno fertile per il grano come mai in passato, era tutto in abbondanza…
Quelli che erano malati cronici e che tanto desideravano la morte, consegnarono finalmente con un sorriso l’anima a dio.
Nei giorni dei grandi temporali il cielo era rosso. La pioggia portava con sé la polvere dei deserti d’oltre mare.
I vecchi dissero: ci sarà la guerra! Nessuno prestò credito alle loro parole. E nessuno fece nulla.
Giacché, cosa si poteva fare contro la profezia! Solo cantammo per intere giornate, fino a restare senza voce, per poter consumare tutte le vecchie canzoni, perché non ne restasse nessuna che venisse sporcata dal tempo.
1. Quando intravedono il primo cadavere per la strada, le persone voltano la testa, vomitano e perdono i sensi. Senti il tremore per primo nelle ginocchia, poi ti manca l’aria, ti gira l testa. Sono di aiuto in questi casi l’acqua fredda, leggeri schiaffi. Se lo svenuto non rinviene, sdraialo sulla schiena e sollevagli le gambe in aria. Se il cadavere di quel giorno era un suo parente o comunque un vicino, non permettergli di avvicinarsi e di guardarlo. Le ferite causate dalle granate sono in genere causa di un nuovo svenimento. E non si ha tanto tempo a disposizione. È raccomandabile piangere, fa bene al cuore. Ma neppure per questo c’è tanto tempo a disposizione.
2. Se la città è in stato d’assedio, occorre mandare i più coraggiosi a tentare di portare i sacchi di plastica opachi per i cadaveri. Se questi non tornano, bisogna avvolgere i morti in lenzuoli bianchi. Non è raccomandabile seppellirli senza. Ciò fa diffondere il panico e la paura della morte diventa facilmente la paura di finire sepolti allo stesso modo.
3. La sepoltura si svolge di notte, per motivi di sicurezza. Perciò, prima della sepoltura, bisogna accertarsi per bene dell’identità del defunto. Nel caso di corpi dilaniati, bisogna stabilire con precisione i pezzi che appartengono a ciascun corpo. Se si verificano ugualmente degli errori, è meglio evitare di ammetterlo successivamente. Tanto per i morti è lo stesso. Se vicino alla persona che è stata sepolta, sul posto dell’uccisione, si trovano altre parti di corpo, e si è però già provveduto alla sepoltura, non bisogna gettare i resti nella spazzatura, poiché in genere si radunano i cani affamati. La cosa migliore, se si ha tempo e voglia, è di raccogliere in un sacchetto tutto quello che è rimasto e di seppellirlo in superficie vicino alla tomba. Bisogna stare attenti che non se ne accorgano i familiari, perché loro concepiscono il cadavere come un tutt’uno e tale frammentazione rappresenterebbe per loro una ulteriore dolorosa frustrazione.
4. In guerra nessuno è matto. O almeno ciò non si può asserire nei confronti di nessuno. Molti di quelli che erano matti prima della guerra, in guerra si mettono in mostra molto bene. Come combattenti coraggiosi, convinti delle idee dei loro capi.
5. In guerra nessuno è intelligente. Non devi credere alla verità di nessuno. Le lunghe disquisizioni sull’insensatezza della guerra del professore di una volta, in un batter d’occhio si trasformano in un selvaggio grido di guerra, appena egli viene a conoscenza del fatto che il suo bambino gli è morto per la strada.
6. Non ricordarti di nulla. Prova a dormire senza sonno. Devi ornarti di amuleti e abbi fede nel fatto che ti aiuteranno. Abbi fede in qualsiasi segno. Ascolta attentamente il tuo ventre. Agisci secondo le tue sensazioni. Se pensi che non bisogna camminare per quella strada, allora vai per un’altra.
7. Non avere paura di niente. La paura genera nuova paura. Ti blocca. Devi credere fermamente di essere stato prescelto a restare vivo.
8. Non lasciare lavori compiuti a metà. Salda i debiti. Devi essere pulito. Non fare nuove amicizie. Già con quelle vecchie avrai abbastanza preoccupazioni.
9. Proteggi i ricordi, le fotografie, le prove scritte del fatto che sei esistito. Se tutto brucia, se perdi tutto, se ti prendono tutto… dovrai dimostrare anche a te stesso che una volta eri. Ammassa tutto nei sacchi di plastica, seppellisci nella terra, mura nelle pareti, nascondi, e solo ai tuoi più cari svela la mappa per raggiungere il tesoro.
10. Non ti legare alle cose, alla terra, ai muri, alle case, ai gioielli, alle automobili, agli oggetti d’arte, alle biblioteche… Trasforma in denaro tutto ciò che ha ancora un prezzo. E tuttavia, non legarti in alcun modo al denaro. Appena puoi scambialo con la tua libertà.
11. Adoperati per il bene delle persone. Sempre. Il più delle volte non lo meritano, ma tu fallo ugualmente. Non aspettarti alcuna riconoscenza. Non chiedere per chi fai il bene. Non legarti alle tue azioni.
12. Non dire ciò che pensi. Non essere così stupido a tal punto. Perché appena pensi non appartieni più a loro. Non tacere, perché non possano pensare che pensi a qualcosa. Parla, così, giusto per parlare.
13. Se ti imbatti nel pericolo, non essere coraggioso, anche spinto dalla disperazione. Tenta di sopravvivere. Fai tutto quanto è nelle tue possibilità. Soltanto devi stare attento a non mettere altri in pericolo con i tuoi tentativi. Finché non sei morto sei vivo. Sembra comprensibile. Non togliertelo mai dalla testa. Se devi sacrificarti, fallo per le persone cui vuoi bene, for farlo mai, in nessun modo, per delle idee. Il tuo sacrificio verrà giudicato dagli altri sempre in maniera scorretta, a seconda della loro coscienza e della loro prospettiva. Le idee passeranno, si rovineranno, diventeranno comiche. Se resti vivo, vedrai quanto sarà difficile continuare a credere in loro.
14. Non supplicare per nessun motivo. Non supplicare nessuno. Neanche se c’è di mezzo la vita. È una questione di buon gusto. Pensa solo cosa vuol dire vivere sullo stesso pianeta con una persona che ti ha risparmiato la vita.
15. Non devi metterti a capo di nessuno. Per nessuna ragione. Quando ti volti a cercare aiuto, dietro a te non ci sarà nessuno. Non fare affidamento su nessuno, ma non sottrarti al fatto che quelli che ami fanno affidamento su di te. Questo è salutare anche per te. Devi sapere: perché? Gli obiettivi non devono essere grandi, in nessun modo di carattere generale. Conoscevo una persona che per tutto il tempo ha desiderato bere una birra. È vero: non ci è riuscito, ma era splendido vivere desiderandolo.
16. Non devi stupirti di nulla. Di ogni possibile prodigio. Non devi farti deprimere da nessuna cosa. Anche prima erano tutti fatti così, solo che le condizioni erano diverse da quelle di adesso. Questa è la prima occasione per mettersi alla prova. Così tanti sono delusi da se stessi che in confronto la tua delusione è un nonnulla. Se qualcuno ti tradisce una volta, non lasciargli la possibilità di farlo un’altra volta.
17. Cerca di essere sempre prudente. Se hai bisogno di una buca in cui ripararti, scavatela da solo. Se qualcun altro lo fa per te, la buca potrebbe rivelarsi troppo piccola.
18. Non hai il diritto di adirarti con nessuno. E tuttavia, non devi dimenticare nulla. Quando tutto è finito, decidi di cosa non vuoi più ricordarti. Se tutto è passato. Non dimenticare gli esami che alcuni non hanno superato.
19. E però non fondarti su questo. Non aspettare l’occasione per poterti rivalere. La vendetta ti deve essere estranea. Una questione che appartiene ad altri. Se sopravvivi, vivi per te e quelli che sono sopravvissuti insieme a te.
20. E ancora, non vedere mai di essere il Signore della Verità. Nessuno lo é. A te è sembrata in questo modo. A un altro è sembrata diversamente. Mantieni per te il pezzetto della tua verità. Servirà soltanto a te. Rinuncia al diritto di scrivere la storia dell’assedio. Non contrapporti ai nomi di quei morti che sono stati scelti come eroi. Non sperare di riuscire a mettere a posto qualcosa, neanche una ingiustizia rimasta in sospeso. In quel momento, quando hai intravisto il primo cadavere sulla strada, la storia del dopoguerra era già stata scritta. Poi ci metteranno solo i nomi delle persone, delle città, delle montagne, i baluardi che si sono gloriosamente difesi e i baluardi che sono gloriosamente caduti.
Non c’è posto qui per la tua verità.
Ora che sai tutto questo, prova a proteggere te stesso e forse a salvarti la testa.
Buongiorno e scusate la latitanza.
Fortunatamente ho un bel pò di cose da fare e molto lavoro. Ho tempo però per segnalare un sito che si presenta così:
….abbiamo letto, riletto tra le righe, sottolineato, interpretato, discusso e fantasticato sulle immagini che potevano rappresentare le frasi salienti di ogni città…..frugato tra foto già fatte….scattate di nuove occasionalmente e pianificato viaggi per farne altre appositamente…
Ora le 55 foto ci sono….sono state scelte….ma questa è sola la prima di una lunga serie a cui il progetto ambisce…..
Un work in progress, aperto a tutti coloro che desiderino proporre un’immagine propria…
Risoluzione, formato, ecc… non costituiscono fattore discriminante in quanto il focus del progetto è legato alla ricerca di significato… delle emozioni che scaturiscono dalla lettura immersi nel grande Impero di Kublai Khan.
(dalla pagina Il Progetto)
Il sito si chiamaLE CITTA’ INVISIBILI cliccate e troverete quello che cercate o no o forse molto altro…
Le parole sono buone. Le parole sono cattive. Le parole offendono. Le parole chiedono scusa. Le parole bruciano. Le parole accarezzano. Le parole sono date, scambiate, offerte, vendute e inventate. Le parole sono assenti. Alcune parole ci succhiano, non ci mollano; sono come zecche: si annidano nei libri, nei giornali, negli slogan pubblicitari, nelle didascalie dei film, nelle carte e nei cartelloni. Le parole consigliano, suggeriscono, insinuano, ordinano, impongono, segregano, eliminano. Sono melliflue o aspre. Il mondo gira sulle parole lubrificate con l’olio della pazienza. I cervelli sono pieni di parole che vivono in santa pace con le loro contrarie e nemiche. Per questo le persone fanno il contrario di quello che pensano, credendo di pensare quel che fanno. Ci sono molte parole.
E ci sono i discorsi, che sono parole accostate le une alle altre, in equilibrio instabile grazie ad una sintassi precaria, fino alla conclusione del “dissi” o “ho detto”. Con i discorsi si commemora, si inaugura, si aprono e chiudono riunioni, si lanciano cortine fumogene o si dispongono tende di velluto. Sono brindisi, orazioni, conferenze, dissertazioni. Attraveso i discorsi si trasmettono lodi, ringraziamenti, programmi e fantasie. E poi le parole dei discorsi appaiono allineate su dei fogli, dipinte con inchiostro tipografico – per questa via entrano nell’immortalità del Verbo. Accanto a Socrate, il presidente dell’assemblea affigge il discorso che ha aperto il rubinetto della fontana. E le parole scorrono fluide come il “prezioso liquido”. Scorrono interminabili, allagano il pavimento, salgono alle ginocchia, arrivano alla vita, alle spalle, al collo. E’ il diluvio universale, un coro stonato che sgorga da milioni di bocche.
La terra prosegue il suo cammino avvolta in un clamore di pazzi che gridano, che urlano, avvolta anche in un mormorio docile, sereno e conciliatore. C’è di tutto nel coro: tenori e tenori leggeri, bassi, soprani dal do di petto facile, baritoni trasbordanti, mezzocontralti. Negli intervelli, si ode il suggeritore. E tutto ciò stordisce le stelle e perturba le comunicazioni, come le tempeste solari. Perchè le parole hanno cessato di comunicare. Ogni parola è detta perchè non se ne oda un’altra. La parola, anche quando non afferma, si afferma. La parola non risponde nè domanda: accumula. La parola è l’erba fresca e verde che copre la superficie dello stagno. La parola è polvere negli occhi e occhi bucati. La parola non mostra. La parola dissimula.
Per questo urge mondare le parole perchè la semina si muti in raccolto. Perchè le parole siano strtumenti di morte – o di salvezza. Perchè la parola valga solo ciò che vale il silenzio dell’atto.
C’è anche il silenzio. Il silenzio, per definizione, è ciò che non si ode. Il silenzio ascolta, esamina, osserva, pesa e analizza. Il silenzio è fecondo. Il silenzio è terra nera e fertile, l’humus dell’essere, la tacita melodia sotto la luce solare. Cadono su di esso le parole. Tutte le parole. Quelle buone e quelle cattive. Il grano e il loglio. Ma solo il grano dà il pane.
Visto che poco tempo fa c’è stata una bellissima luna, che io purtroppo non ho visto o almeno non così gigante mi sono venuti in mente questi brevi articoli del grande Josè, contemporaneo dello sbarco sulla luna e all’epoca cronista di “A Capital”.
Due-parole-due su Di questo mondo e degli altri, che raccoglie gli articoli del sopracitato quotidiano tra gli anni 1968-69 e di “Jornal do Fundao” tra il 1971-73. Un vero scrigno di ricordi dell’infanzia (commoventi i ritratti dei nonni) osservazioni sulla società e la vita quotidiana di allora, in un paese un pò sonnacchioso; non mancano i racconti di viaggi (anche in Italia) e di avventure (stupendo l’articolo in cui Josè sogna -o no? di parlare con una scimmia su una spiaggia). Ho aggiunto infine una pagina del blog dell’autore tratto da L’ultimo quaderno, una paginetta di considerazioni a distanza di tanti anni sulla Luna, la Terra, l’Umanità. Buona lettura.
La luna che ho conosciuto
Potrebbe sembrare strano se non spendessi neppure una parola sulla luna. Che figura farei se di qui a cent’anni venisse in mente ad un eccentrico qualsiasi di disseppellire queste cronache e scoprisse la mia decisione di ignorare del tutto “il più grande evento del secolo”? Ma non sarà così. Scettico, forse, ma non indifferente. Ben venga dunque la luna, ma che sia la luna che ho conosciuto.
Anche questo accadde d’estate. Avevo combinato con degli amici di andare a passare il fine settimana con la tenda, dalle parte della laguna di Albufeira. Sono passati più vent’anni. Se la memoria non mi inganna, ervamo in quattro. Eravamo, o meglio, saremmo stati: la vigilia della partenza i compagni avevano desistito tutti. Uno di loro (me ne ricordo bene) perrchè riteneva che una notte fuori casa solo in un albergo.
Mi ritrovai dunque con lo zaino pronto - e senza tenda, perchè il padrone non volle imprestarmela. La gente è fatta così. La situazione era per me una sfida: vado? Non vado? Mi convinse la baldanza della mia giovinezza. Partii verso sera, attraversai il fiume e mi misi in cammino, a piedi.
Quando comparvero le prime case della brughiera della Caparica, il giorno stava finendo. Presi il Pinhal d’El-Rei, detta anche Pineta delle Paure, e dopo circa due kilomentri decisi di accamparmi in una piccola radura. La notte scendeva velocemente. Tutt’intorno, i pini si fondevano in una muraglia nera, compatta come le pareti di un pozzo. Mangiai, non ricordo più cosa, stesi la coperta, misi lo zaino sotto la testa, e attesi il sonno, che tardò. Non mi sentivo bene. Tuttavia, per farla breve, il mio tremore non aveva nulla a che vedere con il freddo. Ammetto che si trattava di paura.
La gioventù però ha molte risorse. Sicchè finii per addormentarmi beatamente. Verso mezzanotte (o prima?) mi sveglia: in prossimità del mare c’era da aspettarsi che l’aria rinfrescasse, e la coperta di casa di non poteva sostituire la tenda. Mi coprii meglio che potei e mi girai sull’altro fianco. Fu allora che accadde. Sulla vetta dei pini, alla mia sinistra, posava la luna più grande che i miei occhi avessero mai visto. Gialla, con striature color sangue, era enorme, terribilmente vicina – e silenziosa. Cerco di spiegarmi. C’erano la grandezza, la vicinanza e il colore – ma c’era anche il silenzio. Rinuncio a spiegarmi. C’era il silenzio.
Era questa la luna che ho conosciuto. La storia non è nè pittoresca nè impressionante – se non per chi l’ha vissuta. Ma ognuno parli di quel che sa. Del resto, ora che gli uomini approderanno sulla luna e ci cammineranno sopra, so anche che, nossignore, la luna non perderà il suo mistero, neppure per quelli che vi andranno e che ne torneranno. Non sarà rubata ai poetie agli innamorati. Sapere che stanno lassù due uomini, o duecento, o diecimila - toglie forse qualcosa alla profondità del chiaro di luna? Sarà meno evocativa e misteriosa la luce della luna piena che si spande sulla terra? se da lontano vedo un’isola, una città, una montagna, il fatto che siano abitate diminuirà di un atomo la loro bellezza?
Si tranquillizzino i sognatori, i contemplativi. Anche la terra vista da lontano è, a quanto dicono, uno spettacolo di indescrivibile bellezza. E per quel che so gli occhi degli astronauti non si accorgono delle bruttezze terrestri.
Or dunque, amici miei, non perdiamo la terra, che è ancora l’unico modo per non perdere la luna.
***
Un salto nel tempo
E’ stato magnifico, senza dubbio. Una lunga notte bianca, con gli occhi incollati al rettangolo del televisore, in attesa del momento in cui sarebbe stato trasmesso il primo passo sulla luna. Ore e ore a lottare contro il sonno per non perdere l’immagine che mai si sarebbe ripetuta. Ma se la fantasia non ci fosse venuta in soccorso (quella fantasia che per migliaia e migliaia di anni anche della luna si è nutrita), forse sarebbe subentrato in ciascuno di noi un forte amaro senso di delusione: ci appariva tutto come un semplice episodio di un film di fantascienza, tecnicamente primitivo, scadente nel montaggio. Gli stessi movimenti degli atronuati avevano una flagrante somiglianza con i gesti delle marionette, come se braccia e gambe fossero tirate da fili invisibili – fili lunghissimi, tenute dalle dite dei tecnici del Centro di Houston, che, attraveso lo spazio, li facessero muovere a seconda delle necessità. Tutto cronometrato. Perfino il pericolo era incluso in uno schema. Nella più grande avventura della storia non c’è stato posto per avventure.
Ma l’amica fantasia ci è venuta in soccorso. Soprattutto in quei rapidi secondi in cui la telecamera ha spazzato il breve orizzonte lunare. Allora abbiamo sentito il nodo in gola, il panico, la paura dell’ignoto – il reale prestigio della grande incognita dello spazio. Poi, per nostro sconforto (per il mio, almeno), quello stravagante cerchio in cui sono comparsi il telefono e il profilo del presidente degli Stati Uniti. Il terribile silenzio lunare meritava molto di più che un discorso di circostanza.
E’ così che ho visto il primo allunaggio. Ma quando le immagini sono finite, non è finita la fantasia. Avevamo ancora davanti agli occhi il paesaggio arido e deserto della luna, le pietre che mai nessuna mano aveva fatto cambiare di posto, la pianura certamente coperta di polvere che mai nessun passo aveva calcato. Ed è stato allora che la fantasia mi ha aggredito in pieno. Ha deciso lei che il viaggio sulla luna non era stato un salto nello spazio, ma un salto nel tempo. Ho cercato di ragionare, ma ho desistito. Avrei saputo subito dove voleva portarmi la fantasia. Ed è stato molto semplice. Secondo lei, gli astronauti lanciati nello spazio avevano camminato lungo il filo del tempo, si erano posati di nuovo sulla terra, non la terra che conosciamo, bianca, verde, bruna e azzurra, ma la terra futura, una terra che occuperà ancora la stessa orbita, girando attorno ad un sole spento – anch’essa morta, deserta di uomini, di uccelli, di fiori, senza un sorriso, senza una parola d’amore. Un pianeta inutile, con una storia antica e senza nessuno per raccontarla.
Non sono un’eccezione. La mia morte personale è una certezza che oggi mi disturba, dopo avermi terrorizzato nell’adolescenza. Ho rivissuto quel terrore quendo gli occhi penetranti della fantasia mi hanno mostrato la morta immagine di un pianeta, dove non ci sarà nulla che mi sia appartenuto, nulla che si appartenuto all’umanità di cui sono parte. Ben poca cosa sembra la morte individuale di fronte a questa mano del tempo che inevitabilmente spazzerà via dalla terra gli uomini e le loro opere. E se ancora sarà vivo in qualche luogo, se avrà trasferito la sua casa su un altro pianeta, questo globo resterà forse come un rimorso – di un bene che non era meritato e per ciò si è perduto.
La terrà morirà, sarà quel che oggi è la luna. Che almeno la sua storia non sia in eterno la sequela di miserie, guerre, fame e torure che è stata finora. Perchè non si cominci a dire già da oggi che l’uomo, alla fin fine, non è servito a nulla.
(Di questo mondo e degli altri, 1985 – per l’edizione italiana – Einaudi)
***
Luglio 2009 – Giorno 21 – LUNA
Quarant’anni fa non avevo ancora un televisore in casa. Lo comprai soltanto, piccolissimo, cinque anni dopo, nel 1974, per seguire le notizie di quell’altra sorta di arivo sulla Luna che fu per noi la Rivoluzione d’aprile. Feci dunque ricorso ad amici più avanzati nelle tecnologie di punta e così, bevendo forse una birra e smangiucchiando frutta secca, assistetti all’allunaggio e allo sbarco. In quel periodo mi occupavo di scrivere delle cronache sul giornale pomeridiano “A Capital”, da poco ripresosi, cronache riunite tempo dopo in un libro inttolato Di questo mondo e dell’altro. Due di questi testi lo dedicai a commentare l’impresa degli americani con un tono nè ditirambico nè scettico come non avrebbe tardato molto a divenire di moda. Li ho riletti ora per giungere alla sconsolata conclusione che alla fin fine nessun grande passo per l’umanità si è fatto e che il nostro futuro non sta nelle stelle, ma sempre e soltanto sulla terra su cui poggiamo i piedi. Come dicevo già nella prima di quelle cronache: “Cerchiamo di non perdere la terra, che sarà ancora l’unica manier per non perdere la luna”. Nella seconda cronaca, che intitolai Un salto nel tempo, immaginando la terra futura com’è la luna adesso, cominciai scrivendo che “Tutto mi era parso come un semplice episodio di un fulm di fantascienza tecnicamente elementare. Gli stessi movimenti degli astronauti avevano una flagrante somiglianza con i gesti delle marionette, come se braccia e gambe fossero tirate da invisibili fili lunghissimi legati alle dita dei tecnici di Houston che, attraverso lo spazio, muovevano lassù i gesti necessari. Tutto era cronometrato, persino il pericoloche rientrava nello schema. Nella più grande avventura della storia non c’è stato posto per l’avventura”:
Ed è lì che l’immaginazione mi ha colto in pieno. E’stata lei a decidere che il viaggio sulla luna non era stato un salto nello spazio, ma un salto nel tempo. Secondo lei, gli astronauti, lanciati nel loro volo, si erano mossi lungo una linea temporale ed erano riatterrati sulla terra, non questa che conosciamo, bianca, verde, marrone e azzurra, ma sulla terra futura, una terra che occuperà ancora la stessa orbita, roteando intorno ad un sole spento, anch’essa morta, spopolata di uomini, di uccelli, di fiori, senza un sorriso, senza una parola d’amore. Un pianeta inutile, come una storia antica e senza nessuno che potesse raccontarla. La terra morirà, sarà come la luna oggi, dicevano per concludere. A meno che non continuerà per tutto il sempre la distesa di miserie, guerre, fame e torture che è stata fino ad ora. Perchè non si cominci a dire, sin da oggi, che l’uomo alla fin fine, non è valso la pena.
Il lettore sarà d’accordo che, nel bene e nel male, non sembra che io abbia cambiato idea in quarant’anni. Sinceramente, non so se mi dovrei felicitare o rettificare.
Nella mitologia dei popoli slavi orientali la rusalka è un essere con sembianze di donna giovane e bella che vive nelle acque dei fiumi, laghi e stagni. Come le sirene del mito classico, le rusalki avevano il potere di sedurre con i loro canti e le loro grazie l’uomo che le incontrava, salvo poi uccidere il malcapitato trascinandolo in acqua. L’immagine della rusalka è comune alla poesia russa di epoca romantica.
Se dovessi attribuire agli autori che ho letto un grado di parentela direi che Hobsbawn è IL padre. Il padre dei miei modesti studi.
Eccovi un articolo apparso questa settimana su Internazionale. QUI il link originale su Facebook.
Gli ebrei di san Nicandro
La vita di un contadino nel Vecchio Testamento non sembrava poi così diversa da quella nella Puglia rurale dei primi anni del Novecento.
San Nicandro Garganico è una modesta cittadina agricola di circa 16mila abitanti sullo sperone dello stivale della penisola italiana. È stata in un certo senso scavalcata dallo sviluppo del dopoguerra e non ha mai fatto parte del circuito turistico, o almeno non ha mai avuto nulla che potesse attirare i forestieri. Fino al 1931 non ci arrivava neppure la ferrovia.
A giudicare dalle foto che compaiono nella versione italiana di Wikipedia, non sembra molto cambiata dal 1957, quando la visitai incuriosito dall’argomento su cui John Davis ci offre ora un ottimo libro, conciso e ben scritto. San Nicandro ha fatto solo due apparizioni sul palcoscenico della storia. È stato uno dei primi centri del socialismo italiano e delle lotte contadine nella Puglia settentrionale: il capo politico locale, Domenico Fioritto, diventò il leader del Partito socialista italiano, nel 1921. Il sindaco attuale fa parte dell’ex Partito comunista (oggi Partito democratico).
La seconda comparsa di San Nicandro nel gran mondo fu molto meno significativa per la politica italiana, ma molto più importante a livello globale, anche se i titoli del dopoguerra sarebbero stati presto dimenticati. Il nome della cittadina era legato a un gruppo di contadini che negli anni trenta decisero di convertirsi all’ebraismo e alla fine emigrarono in Israele. John Davis non solo ha salvato gli ebrei di San Nicandro da oltre mezzo secolo di oblio, ma li ha usati per illuminare la straordinaria storia dell’Europa nel novecento.
Sul piano puramente quantitativo il fenomeno fu trascurabile: la polizia fascista, sempre all’erta, riferì di nove famiglie, per un totale di quaranta persone. Una trentina emigrarono in Israele nel 1949. Se invece di scegliere l’ebraismo questo gruppo di amici e parenti avesse aderito a una delle sette evangeliche – come gli avventisti del settimo giorno o i pentecostali – introdotte nell’Italia del sud dagli emigranti tornati dall’America, nessuno avrebbe prestato loro la minima attenzione. Li avrebbero considerati solo l’ennesima setta protestante.
In effetti è quel che successe nel 1936 quando il loro profeta, Donato Manduzio, ricevette una multa di 250 lire come “pastore protestante” per aver celebrato un servizio religioso non autorizzato. Appartenevano al mondo della religiosità rurale postbellica, ma le conventicole dissidenti erano molto più piccole dei culti miracolistici cattolici come quello che si sviluppò nella stessa regione e nello stesso periodo intorno a padre Pio di San Giovanni Rotondo. Anche se il Vaticano all’epoca era comprensibilmente scettico sulle stigmate del frate, papa Wojtyla lo ha proclamato santo.
Dove, se non da un compaesano pentecostale, Manduzio avrebbe potuto acquistare una copia della Bibbia in italiano, studiando la quale si convertì all’ebraismo? Come, se non nei dibattiti con altri evangelici – pentecostali a San Nicandro, avventisti del settimo giorno a Lesina – avrebbe potuto scoprire che gli altri sbagliavano, se non altro perché disubbidivano alla sacra scrittura prendendosi come giorno di riposo la domenica invece dello shabbath, ma soprattutto perché credevano, contro ogni verosimiglianza, nella seconda venuta del messia? Gesù poteva essere stato solo un profeta.
“Nei libri della Bibbia ebraica”, scrive Davis, Manduzio “scoprì un mondo di crudeltà e sofferenza, di falsi profeti, falsi idoli e false religioni che riconobbe come suo. Se il messia era già venuto sulla terra, perché tutte queste sofferenze e privazioni esistevano ancora?”. Si potrebbe aggiungere – credo sia già stato sottolineato nel primo studio serio sugli ebrei di San Nicandro, San Nicandro: histoire d’une conversion di Elena Cassin (1957) – che la vita di un contadino nel Vecchio testamento non sembrava poi così diversa da quella nella Puglia rurale dei primi anni del novecento, soprattutto considerando il ruolo chiave della transumanza in quella regione.
Lo studio di Eric Hobsbawm
E così Manduzio si convertì al Vecchio testamento. A quanto mi risulta, il suo fu l’unico caso in Europa di un profeta di campagna convertito senza mediazioni all’ebraismo. Credeva che gli ebrei postbiblici si fossero estinti e sicuramente nel 1928 non sapeva che in Italia ne esistevano ancora. In un certo senso ricavò la forza della sua vocazione profetica dalla certezza che Dio stesso, con i sogni e le visioni in cui si manifestava, gli avesse affidato la missione di portare “le leggi dell’unico Dio” non solo tra la gente di San Nicandro, ma in un mondo che le aveva dimenticate.
È facile dimenticare questa vocazione universale, perché Manduzio ben presto scoprì l’esistenza di una vera comunità ebraica in Italia (probabilmente grazie a un ambulante che portava le notizie del mondo esterno nell’entroterra rurale) e, da quel momento, concentrò le sue formidabili energie sul compito di entrarne a far parte. Non che avesse avuto molto successo nel restaurare la religione: gli ebrei di San Nicandro non crebbero mai in modo significativo al di là del loro nucleo originale.
Non fu il comando del Signore, tuttavia, a dire a Manduzio quali erano le sue leggi, ma lo studio tenace e continuo della parola stampata di Dio. Come dimostra Davis, Manduzio e i suoi convertiti erano intellettuali di campagna nel senso che tutti loro – anche le donne, che sembrano essere state attratte dalla nuova religione più degli uomini – erano probabilmente capaci di leggere e scrivere, una situazione piuttosto insolita nel Mezzogiorno agricolo d’Italia.
Del gruppo facevano parte almeno due membri della corporazione più ricca di pensatori, i ciabattini. A quanto pare i convertiti non erano tanto contadini, quanto un gruppo che viveva negli interstizi e ai margini di un grande territorio agrario. Dal momento che erano tutti poveri, e alcuni lo erano disperatamente, nessuno gli prestava troppa attenzione.
Manduzio era chiaramente il fondatore e l’ispiratore degli ebrei di San Nicandro anche se, con suo grande disappunto, non fu mai il loro capo indiscusso. Era il classico eccentrico di campagna che, se avessimo l’opportuna documentazione, avrebbe potuto costituire uno splendido soggetto per uno studioso della grande scuola italiana di storia microcosmica. Ma documenti come quelli dell’inquisizione, che hanno permesso a Carlo Ginzburg di scrivere Il formaggio e i vermi, appartenevano a periodi precedenti.
Abbiamo delle informazioni sulle attività di Manduzio e conosciamo i suoi pensieri dal 1937 in poi perché in quell’anno cominciò a tenere un diario, che ancora oggi esiste unicamente come manoscritto. Ma per il resto dobbiamo affidarci ai rapporti della polizia e delle autorità ecclesiastiche che si preoccupavano di controllare i dissidenti religiosi e di altro tipo, e che consideravano gli ebrei di San Nicandro trascurabili. E poi ci sono i racconti di un numero crescente di osservatori e visitatori ebraici, troppo sorpresi dalla conversione per chiedere come fosse avvenuta. Per di più, alcuni di loro avevano altre, e più grosse, gatte ebraiche da pelare.
Al momento della rivelazione, Manduzio aveva superato i quarant’anni. Nato nel 1885 in una famiglia troppo povera per mandarlo a scuola, rimase analfabeta fino a quando fu chiamato a prestare servizio nel 94° reggimento di fanteria, dove contrasse una malattia non meglio specificata ma permanente e disabilitante. Fu la malattia ad assicurargli le basi della futura carriera: una pensione come ex militare sufficiente per tirare avanti senza lavorare e l’alfabetizzazione, conquistata durante la lunga convalescenza negli ospedali militari.
Diventò un lettore vorace dei melodrammi di ambientazione medievale, molto popolari nell’Italia del sud, e di romanzi come Il conte di Montecristo. Nel libro I banditi. Il banditismo sociale nell’età moderna (1959), ho scritto che durante una delle tante crisi della comunità ebraica “l’immagine che gli venne spontanea alla mente fu quella di re Pipino. Quando capì che Elisetta l’aveva tradito, il re voleva gettarla nel fuoco con le due figliolette avute con lei, ma fu fermato da chi gli era accanto”.
Manduzio era molto attratto dall’astrologia, ma non c’è segno di un suo interesse giovanile serio per i testi sacri. Non sappiamo quanto avesse approfondito i suoi studi biblici prima di avere l’improvvisa visione di essere scelto dal Signore che nel 1928 lo portò a convertirsi. Sicuramente essere stato scelto dal Signore lo incoraggiò a studiare di più la Bibbia, però continuò a basare la sua autorità spirituale sulle visioni e i sogni. Forse a convertirlo al Vecchio testamento fu il fatto che, a differenza di quanto avviene nel Nuovo, lì Dio fa frequenti apparizioni personali per affermare e ribadire il suo potere, per minacciare, punire e istruire.
La situazione personale di Manduzio lo collocava allo stesso tempo al centro e ai margini di un piccolo universo isolato. Era un adulto disabile, sposato ma senza figli, un pensionato che non doveva guadagnarsi da vivere lavorando e aveva il tempo e la voglia di riflettere sull’universo, perciò costituiva un’anomalia. Con la sua presenza quotidiana sulle strade e la sua capacità di conversare, ascoltare e fungere da biblioteca ambulante delle tradizioni locali, non poteva passare inosservato, tanto più che aveva una reputazione di consigliere e guaritore.
Nel Gargano, il dono di guarire non richiedeva competenze mediche come le intendiamo oggi, ma piuttosto la capacità di riconoscere le forze esterne o interne, le influenze cosmiche e le azioni personali ritenute responsabili della malattia, per poi esorcizzarle o contrastarle con riti propiziatori o penitenze. Le visioni erano il motore della diagnosi. Denunciare il peccato poteva curare la malattia. I miracoli erano sempre possibili. E il mondo stesso non aveva forse bisogno di una guida e di una cura? In un ambiente come quello, i contadini poveri cercavano in tutti i modi di avere accesso, direttamente o tramite intermediari, a un regno superiore alle difficoltà insormontabili della vita quotidiana. E di conseguenza esisteva una nicchia di potenziali seguaci per maghi e profeti.
La risposta di Manduzio a questa esigenza fu così insolita che non possiamo dare troppo peso alla sua conversione e a quella del suo minuscolo gruppo. Piuttosto, sembrava una minisecessione non millenaristica dall’universo del protestantesimo evangelico, sempre incline a generare sette. Era sicuramente molto meno significativa dei diffusi fenomeni di pratiche religiose non ufficiali che rivelavano quanto fosse sentita l’inadeguatezza della chiesa romana. Quest’ultima, peraltro, si rivelò molto abile nel neutralizzare l’insoddisfazione cooptando i culti dissidenti.
Gli ebrei di San Nicandro non erano particolarmente interessati alle questioni secolari. Con un’unica eccezione (il solito ciabattino), nessuno di loro era stato coinvolto in agitazioni, e le opinioni che esprimevano erano convenzionalmente patriottiche. Perfino dopo il 1945 si tennero lontani dall’ondata di attivismo di sinistra che percorse le campagne in quella zona della Puglia. La polizia li considerava assolutamente innocui. In effetti lo erano. Essere ebrei era l’unica cosa che avevano a cuore.
Non appena Manduzio scoprì che non tutti gli ebrei erano stati spazzati via dal diluvio come aveva immaginato, ma che in Italia ne esistevano ancora, il fenomeno di San Nicandro perse gran parte del suo interesse culturale e antropologico e si trasformò in una strana ma illuminante nota a piè di pagina della storia d’Europa nell’epoca del fascismo. La battaglia tenace e alla fine vittoriosa dei sannicandresi per essere riconosciuti come veri ebrei ha forti limiti come tema storico. È irrilevante per l’ebraismo italiano di quel periodo – la storia più ambiziosa, Gli ebrei in Italia a cura di Corrado Vivanti (1996), li cita appena – anche se non è una postilla senza conseguenze per lo sviluppo del sionismo italiano e per la nascita di Israele.
In fondo, gli ebrei di San Nicandro furono convertiti alla necessità di emigrare in Eretz Israel soprattutto da uno degli eroi dell’allora insolita minoranza sionista italiana, Enzo Sereni. Tutto a dispetto di Manduzio, che era contrario all’emigrazione, e del primo sostenitore di San Nicandro nella comunità ebraica ufficiale, Raffaele Cantoni, che sembra aver formulato una valutazione molto più realistica delle peculiarità di una minisetta con radici locali. Eppure, per quanto insignificanti, le fortune di questo piccolo gruppo litigioso, facile alle scissioni eppure coeso al margine dei cataclismi degli anni trenta e quaranta, irradiano piccoli fasci di luce in quelle tenebre.
La promulgazione delle leggi razziali hitleriane da parte di Mussolini, nel 1938, non ebbe conseguenze particolarmente gravi per loro, ma gli rese ancora più difficile essere ufficialmente accettati come ebrei dalle autorità ebraiche, scettiche e sempre pronte a procrastinare, e che ora avevano questioni più urgenti di cui occuparsi. Fra il 1938 e il 1943 gli ebrei di San Nicandro furono probabilmente più isolati che in qualsiasi altro momento della loro breve storia. La caduta di Mussolini avvicinò la guerra al Gargano quando gli alleati distrussero il grande nodo delle comunicazioni di Foggia e portò per breve tempo a San Nicandro le colonne tedesche. Portò anche pericoli e ristrettezze.
Per la prima volta essere ebrei contava: se Costantino Tritto non si fosse tolto la stella di David che era fiero di portare sul risvolto della giacca, avrebbero potuto esserci gravi rappresaglie contro la città. Gli ufficiali tedeschi che curiosarono nella stanza di Manduzio con le sue iscrizioni e decorazioni ebraiche scatenarono il panico, ma fortunatamente andarono via e non tornarono. Ai tedeschi ben presto subentrarono le forze britanniche, che nel settembre 1943 risalirono la costa adriatica per liberare quello che rimaneva di Foggia.
Fu l’ottava armata a riportare la piccola compagnia di Manduzio nella storia mondiale. La Puglia, il tacco d’Italia, servì da base alle operazioni transnazionali degli alleati in un periodo cruciale, mentre le organizzazioni che sostenevano i movimenti di resistenza si spostarono dal Cairo a Bari per mandare rinforzi attraverso l’Adriatico utilizzando i campi d’aviazione locali. Le truppe britanniche rimasero bloccate a sud per vari mesi, in attesa che i tedeschi abbandonassero la loro efficacissima “linea d’inverno”. Ora tra loro c’erano alcune unità ebraiche non combattenti, in origine reclutate per la difesa dell’Egitto.
Mentre negoziavano con gli inglesi riluttanti per creare una brigata di combattimento ebraica, senza dare troppo nell’occhio lavoravano alla costruzione delle loro forze armate perché il futuro stato d’Israele potesse assumere il controllo della Palestina. Tra la massa dei rifugiati ebrei e degli altri “sfollati” che cercavano riparo nel Mezzogiorno d’Italia occupato dagli alleati, scoprirono anche – con stupore e sbigottita soddisfazione – gli ebrei di San Nicandro. I soldati diffusero la notizia tra i militari anglofoni, i reclutatori di Haganah furono pronti ad accettarli come potenziali emigranti in Israele, e gli ebrei italiani che si sentivano colpevoli per la debolezza di molti loro correligionari davanti alle leggi razziali poterono elogiarne la fede semplice ma tenace.
Enzo Sereni – una figura centrale del sionismo italiano e della Palestina sotto mandato britannico, che nell’aprile 1944 si preparava a partire per la missione segreta nell’Italia occupata dai nazisti in cui perse la vita – li considerò abbastanza importanti da meritare una visita e li incoraggiò a emigrare. Quando i tedeschi si arresero, il gruppo era ormai entrato a far parte del folclore dei corrispondenti di guerra, e raggiunse il picco della celebrità quando Time gli dedicò un articolo in occasione del capodanno ebraico del 1947.
La liberazione di Roma spinse le autorità rabbiniche ad accettare ufficialmente i sannicandresi come ebrei autentici. I maschi furono circoncisi nel 1946, anche se per qualche motivo Manduzio non volle farsi operare. Morì nel marzo 1948 rifiutandosi sempre di lasciare San Nicandro e ancora convinto “che siamo arrivati alla luce grazie alle visioni, proprio come avvenne a Mosè e a tutti i profeti, e che chiunque si rifiuti di credere o dica che le visioni non significano niente nega il Dio delle visioni e il Mosè del libro sacro delle leggi”. Visse abbastanza a lungo da salutare la decisione di creare lo stato di Israele.
Se e sotto quali auspici i sannicandresi potessero emigrare in Israele, come fecero quasi tutti nel 1949, rimaneva incerto. La cosa fu complicata dall’inizio della guerra fredda. La sconfitta della sinistra italiana nelle elezioni del 1948 non avrebbe fatto molta differenza per una comunità che non era mai stata coinvolta nella politica secolare, ma il rifiuto italiano di riconoscere lo stato di Israele, mentre la Russia l’aveva fatto immediatamente, rese sospetti agli occhi del governo democristiano i vari piani sionisti per mandare rifugiati ebrei in Terra santa.
Alla fine le pressioni dei sannicandresi prevalsero sull’opposizione all’emigrazione collettiva del loro primo e più leale sostenitore, Cantoni, in un certo senso l’eroe della storia di San Nicandro e un personaggio veramente eccezionale. Italiano, ebreo sionista, massone, socialista e antifascista, anche se a suo tempo era stato un giovane attivista dell’impresa dannunziana di Fiume, Cantoni merita senz’altro uno studio più approfondito.
Una volta trasferiti nella terra di Israele, gli ebrei di San Nicandro sparirono nell’anonimato storico della gente comune che si guadagna da vivere. John Davis racconta tutto quello che dobbiamo sapere, e forse di più, su quest’ultima fase di uno straordinario episodio della storia europea del novecento. The jews of San Nicandro, ottimo libro di un bravissimo storico, rimarrà quasi sicuramente la sua duratura testimonianza.
21 donne che hanno esplorato il mondo riuscendo, nel loro campo, a riscriverlo, studiarlo o contestarlo e per questo hanno pagato un prezzo altissimo. A loro ed alle loro storie è dedicata questa raccolta scritta da Valeria Palumbo con le immagini di Giancarlo Montelli che demolisce il mito del Romanticismo, delle donne devote per obbligo, per mettere in risalto l’azione come autentico talento femminile.
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Scorre senza mai fermarsi nell’interno labirintico del corpo e non perde l’orientamento nè il senso, arrossa improvvisamente il volto o la fa impallidire fuggendone via, irrompe bruscamente da uno squarcio della pelle, si fa strato protettivo di una ferita, allaga campi di battaglia e luoghi di tortura, si trasforma in fiume sull’asfalto di una strada. Il sangue ci guida, il sangue ci risolleva, con il sangue dormiamo e con il sangue ci svegliamo, con il sangue ci perdiamo e ci salviamo, con il sangue viviamo, con il sangue moriamo. Si fa latte e alimenta i bambini in braccio alle mamme, si fa lacrima e piange per gli assassinati, si fa rivolta e alza un pugno chiuso e un’arma. Il sangue si serve degli occhi per vedere, capire e giudicare, si serve delle mani per il lavoro e per la carezza, si serve dei piedi per andare dove il dovere lo ha mandato.
Il sangue è uomo ed è donna, si copre di lutto o di festa, si mette un fiore alla vita, e quando assume dei nomi che non sono i suoi è perchè quei nomi appartengono a tutti coloro che sono dello stesso sangue.
Il sangue conosce tanto, il sangue conosce il sangue che ha.A volte il sangue monta a cavallo e fuma la pipa, a volte guarda con occhi asciutti perchè il dolore li ha seccati, a volte sorride con una bocca da lontano e un sorriso da vicino, a vlte nasconde il viso ma lascia trasparire l’anima, a volte implora la misericordia di un muro muto e cieco, a volte è un bambino sanguinante portato in braccio, a volte disegna figure vgili sulle pareti delle case, a volte è lo sguardo fisso di queste figure, a volte lo legano, a volte si slega, a volte si fa gigantesco per arrmapicarsi sulle muraglie, a volte ribolle, a volte si calma, a volte è come un incendio che tutto infuoca, a volte è una luce quasi dolce, un sospiro, un sogno, un capo dolcemente reclinato sul sangue che gli sta accanto.
Ci sono sangui che persono quando sono freddi bruciano. Quei sangui sono eterni come la speranza.
(da L’ultimo quaderno, 19 agosto 2009, Il sangue del Chiapas)
Non c’è dubbio che conoscesse molto bene il suo paese…e i suoi mali cronici.
Quaderno 15 (II) 1933
§<21>. Passato e presente.
Se si domanda a Tizio, che non ha mai studiato il cinese e conosce bene solo il dialetto della sua provincia, di tradurre un brano in cinese, egli molto ragionevolmente si meraviglierà, prenderà la domanda in ischerzo e, se si insiste, crederà di essere canzonato, si offenderà e farà ai pugni. Eppure lo stesso tizio, senza essere neanche sollecitato, si crederà autorizzato a parlare di tutta una serie di quistioni che conosce quanto il cinese, di cui ignora il linguaggio tecnico, la posizione storica, la connessione con altre quistioni, talvolta gli stessi elementi fondamentali distintivi. Del cinese almeno sa che è una lingua di un determinato popolo che abita un determinato punto del globo: di queste quistioni ignora la topografia ideale e i confini che le limitano.
§<57>. Passato e presente.
Una delle manifestazioni più tipiche del pensiero settario [...] è quella per cui si ritiene di poter fare sempre certe cose anche quando la “situazione politico-militare” è cambiata. Tizio lancia un grido e tutti applaudono e si entusiasmano; il giorno dopo, la stessa gente che ha applaudito e si è entusiasmata a sentire lanciare quel grido, finge di non sentire, scantona ecc.; al terzo giorno la stessa gente rimprovera Tizio, lo rintuzza, e anche lo bastona o lo denunzia. Tizio non ne capisce nulla; ma Caio che ha comandato Tizio, rimprovera Tizio di non aver gridato bene, o di essere un vilgiacco o un inetto ecc. Caio è persuaso che quel grido, elaborato dalla sua eccellentissima capacità teorica, deve sempre entusiasmare e trascinare, perchè nella sua conventicola infatti i presenti fingono ancora di entusiasmarsi ecc. Sarebbe interessante descrivere lo stato d’animo di stupore e anche di indignazione del primo francese che vide rivoltarsi il popolo siciliano dei Vespri.
Sono rimasti quelli di un tempo, come cose.
Prova ad inculcar loro qualcosa di nuovo!
Apparentemente hanno rinunciato a molto,
ma in fondo sono rimasti gli stessi.
Non hanno fretta di capire tutto il nuovo,
o, piuttosto, non vogliono capire,
e continuano assurdamente a luccicare
con le corazze dei vecchi successi.
Vedo la difficoltà della loro situazione,
vedo il crollo ineluttabile dei loro affanni,
quando,
alleandosi con zelo,
vigliacchi,
attaccano il coraggio dei giusti.
I loro cavalli sono invecchiati,
spelacchiati,
ed essi non hanno più le maniere di un tempo,
gli vanno male gli affari oggi,
se hanno paura di affrontare apertamente la battaglia.
Una parte di quella forza che vuole il Male e opera costantemente il Bene
“Perchè – proseguì Woland convincente e dolce – Oh, tre volte romantico Maestro, possibile che lei non voglia di giorno passeggiare con la sua compagna sotto i ciliegi che cominciano a fiorire, e di sera ascoltare la musica di Schubert? Possibile che non provi piacere a scrivere alla luce delle candele con una penna d’oca? Possibile che lei non voglia, come Faust, starsene su una storta nella speranza che le riesca di modellare un nuovo homunculus? Là, là! Là vi aspetta una casa e vecchio servo, le candele sono già accese, ma presto si spegneranno perchè incontrerete immediatamente l’alba. Per questa strada, Maestro, per questa strada! Addio, per me è ora!”
“Addio!” – con un sol grido risposero a Woland, Margherita e il Maestro. Allora il nero Woland, senza badare a strada alcuna, si gettò nel precipizio e dietro di lui, tumultuando, si slanciò il suo seguito. Intorno non c’erano più nè rocce, nè il ripiano, nè la strada illuminata dalla luna, nè Jerushalajim. Erano scomparsi anche i neri cavalli. Il Maestro e Margherita videro l’alba promessa. Essa cominciò subito, immediatamente dopo la luna di mezzanotte. Il Maestro camminava con la sua compagna nello splendore dei primi raggi mattutini attraverso un muschioso ponticello di pietra. Lo attraversarono. Il ruscello restò alle spalle dei fedeli amanti, ed essi andarono lungo una strada sabbiosa.
“Ascolta la quiete, – diceva Margherita al Maestro, e la sabbia frusciava sotto i suoi piedi nudi, – ascolta e godi ciò che non ti hanno mai concesso in vita: il silenzio. Guarda, ecco là davanti la tua casa eterna, che ti è stata data per ricompensa. Già vedo la trifora e la vite che s’attorce e s’alza fino al tetto. Ecco la tua casa, la tua casa eterna. So che alla sera ti verranno a trovare coloro che tu ami, che ti interessanno e che non ti inquieteranno. Suoneranno per te, canteranno per te, vedrai che luce ci sarà nella camera quando saranno accese le candele. Ti addormenterai, col tuo berretto consunto ed eterno, ti addormenterai col sorriso sulle labbra. Il sonno ti rinforzerà e saggi saranno i tuoi pensieri. E mandarmi via ormai non potrai. Il tuo sonno lo proteggerò io”.
Così parlava Margherita, seguendo il Maestro verso la loro casa eterna, e al Maestro parve che le parole di Margherita fluissero come fluiva e bisbigliava il ruscello lasciato alle spalle, e la memoria del Maestro, l’inquieta e martoriata memoria del Maestro, cominciò a spegnersi. Qualcuno lo lasciava libero, come poco prima egli aveva lasciato libero l’eroe da lui creato. Questo eroe era scomparso, era scomparso irrevocabilmente, perdonato nella notte tra il sabato e la domenica, il figlio del re astrologo, il crudele quinto procuratore della Giudea, il cavaliere Ponzio Pilato.
A ottanta miglia incontro al vento di maestro l’uomo raggiunge la città di Eufemia, dove i mercanti di sette nazioni convengono ad ogni solstizio ed equinozio. La barca che vi approda con un carico di zenzero e bambagia tornerà a salpare con la stiva colma di pistacchi e semi di papavero, e la carovana che ha appena scaricato sacchi di noce moscata e di zibibbo già affastella i suoi basti per il ritorno con rotoli di mussola dorata. Ma ciò che spinge a risalire fiumie attraversare deserti per nvenire fin qui non è solo lo scambio di mercanzie che ritrovi sempre in tutti i bazar dentro e fuori l’impero del Gran Kan, sparpagliate ai tuoi piedi sulle stesse stuoie gialle, all’ombra della stessa tenda scacciamosche, offerti con gli stessi ribassi di prezzo menzonieri. Non solo a vendere e a comprare si viene ad Eufemia, ma anche perchè la notte accanto ai fuochi tutt’intorno al mercato, seduti sui sacchi o sui barili o sdraiati su mucchi di tappeti, a ogni parola che uno dice -come “lupo”, “sorella”, “tesoro nascosto”, “battaglia”, “scabbia”, “amanti”- gli altri raccontano ognuno la sua storia di lupi, di sorelle, di tesori, di scabbi, di amanti, di battaglie. E tu sai che nel lungo viaggio che ti attende, quando per restere sveglio al dondolio del cammello o della giunca ci si mette a ripensare tutti i propri ricordi a uno a uno, il tuo lupo sarà diventato un altro lupo, tua sorella una sorella diversa, la tua battaglia altre battaglie, al ritorno da Eufemia, la città in cui ci si scambia la memoria a ogni solstizio e a ogni equinozio.
Vedo grandi folle avanzare nel cammino aperto da Yarince
e dai guerrieri, quelli di oggi, quelli di allora.
Nessuno sarà padrone di questo corpo di laghi e vulcani
di questa mescolanza di razze,
di questa storia di lance;
di questo popolo amante del mais,
delle feste al chiaro di luna;
del popolo dei canti e dei tessuti di tutti i colori.
Nè lei nè io siamo morte senza un progetto, senza lasciare un’eredità.
Siamo tornate alla terra da dove ancora torneremo a vivere.
Popoleremo di frutti carnosi l’aria dei tempi nuovi.
Colibrì Yarince
Colibrì Felipe
danzeranno sulle nostre corolle
ci feconderanno eternamente.
Vivremo nel crepuscolo della gioia
nell’alba di tutti i giardini.
Presto vedremo il giorno colmo di felicità
le imbarcazioni dei conquistatori allontanarsi per sempre.
Saranno nostri l’oro e le piume
il cacao e il mango
l’essenza dei sacuanjoches. Chi ama non muore mai.
Se non vi fossero guerre o rivoluzioni, non vi sarebbe storia, non vi sarebbe materia di storia.
La storia non avrebbe oggetto.
Tutt’al più esisterebbero gli annali. La storia è la scienza dell’infelicità dell’uomo.
Due frasi.
Pesanti come un colpo.
“A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio”
Ma uno
come me
dove potrà cacciarsi?
Che tana m’han preparata?
S’io fossi
piccolo
come il Grande Oceano,
sulla punta delle onde m’alzerei,
carezzerei la luna con il mio flusso.
Dove trovare un’amata
che mi somigli?
Minuscolo sarebbe il cielo per contenerla!
Oh s’io fossi povero
come un miliardario!
L’anima disprezza i soldi:
un ladro insaziabile s’annida in essa.
Ai desideri miei, alla sfrenata orda
non basta l’oro di tutte le Californie.
S’io fossi balbuziente
come Dante
o Petrarca!
Accendere l’anima per una sola!
Ordinarle coi versi di ridursi in cenere!
E le parole
e il mio amore
sarebbero un arco di trionfo:
pomposamente,
senza lasciar traccia, vi passerebbero
le amanti di tutti i secoli.
Oh s’io fossi
silenzioso
come il tuono:
con un sol gemito
farei tremare l’eremo vacillante della terra.
Se
la mia voce enorme
urlerà a tutta forza,
le comete torceranno le loro braccia di fuoco,
e a capofitto si getteranno dalla disperazione.
Coi raggi dei miei occhi rosicchierei la notte:
oh s’io fossi
appannato
come il sole!
Vorrei proprio
abbeverare con la mia luce
il seno smagrito della terra!
Passerò,
trascinando il mio amore enorme.
In quale notte
delirante,
malata,
quali Golia m’han concepito,
così grande
e così inutile?
All’amato se stesso dedica queste righe l’Autore (1916)
Con questa commedia vogliamo raccontare un fatto veramente accaduto in America nel 1921.
Un anarchico di nome Salsedo, un emigrante italiano “precipitò” da una finestra del 14° piano della questura centrale di New York. Il commissario della polizia dichiarò trattarsi di suicidio.
Fu condotta una prima inchiesta e quindi una super-inchiesta da parte della magistratura e si scoprì che l’anarchico era stato letteralmente scaraventato dalla finestra dai poliziotti durante l’interrogatorio.
Al fine di rendere più attuale e quindi più drammatica la vicenda, ci siamo permessi di mettere in opera uno di quegli stratagemmi ai quali spesso si ricorre nel teatro. Cioè a dire: abbiamo trasportato l’intera vicenda ai giorni nostri e, invece che a New York l’abbiamo ambientata in una qualunque città italiana… facciamo conto Milano.
E’ logico che, per evitare anacronismi, siamo stati costretti a chiamare commissari i vari sceriffi, questori gli ispettori e così via.
Avvertiamo ancora che, qualora apparissero analogie con fatti e personaggi della cronaca nostrana, questo fenomeno è da imputarsi a quella imponderabile magia costante nel teatro che, in infinite occasioni, ha fatto sì che perfino storie pazzesche completamente inventate, si siano trovate ad essere a loro volta impunemente imitate dalla realtà!
Gramsci scrive alla sorella Teresa. Sono infatti due i nuclei familiari con cui stabilì una corrispondenza. Quello sardo: della madre, delle sorelle e del fratello; e quello russo: della moglie, dei figli, dell’amico Sraffa, della cognata Tatiana.
Questa prima lettera ve la propongo perchè mi sembra interessante
il polilinguismo che Antonio suggerisce per i suoi nipoti.
La seconda invece è destinata alla madre e contiene una spiegazione, forse un modo più leggero di spiegare alla genitrice, la sua inevitabile condanna e lunga carcerazione.
26 Marzo 1927
Carissima Teresina,
mi è stata consegnata solo pochi giorni fa la lettera che mi avevi inviato a Ustica e che conteneva la fotografia di Franco. Ho così potuto vedere finalmente il tuo bimbetto e te ne faccio tutte le mie congratulazioni; mi manderai, è vero?, anche la fotografia della Mimì e così sarò proprio contento. Mi ha colpito molto che Franco, almeno dalla fotografia, rassomigli pochissimo alla nostra famiglia: deve rassomigliare a Paolo e alla sua stirpe campidanese e forse addirittura maureddina (1): e Mimì a chi somiglia? Devi scrivermi a lungo dei tuoi bambini, se hai tempo, o almeno farmi scrivere da Carlo o da Grazietta. Franco mi pare molto vispo e intelligente: penso che parli già correttamente. In che lingua parla? Spero che lo lascerete parlare in sardo e non gli darete dei dispiaceri a questo proposito. E’ stato un errore, per me, non aver lasciato che Edmea, da bambinetta, parlasse liberamente in sardo. Ciò ha nuociuto alla sua formazione intellettuale e ha messo una camicia di forza alla sua fantasia. Non devi fare questo errore con i tuoi bambini. Intanto il sardo non è un dialetto, ma una lingua a sè, quantunque non abbia una grande letteratura, ed è bene che i bambini imparino più lingue, se è possibile.
Ales_il paese natale
Poi, l’italiano, che voi gli insegnerete, sarà una lingua povera, monca, fatta solo di quelle poche frasi e parole delle vostre conversazioni con lui, puramente infantile; egli non avrà contatto con l’ambiente generale e finirà con l’apprendere due gerghi e nessuna lingua: un gergo italiano per la conversazione ufficiale con voi e un gergo sardo, appreso a pezzi e bocconi, per parlare con gli altri bambini e con la gente che incontra per la strada o in piazza. Ti raccomando, proprio di cuore, di non commettere un tale errore e di lasciare che i tuoi bambini succhino tutto il sardismo che vogliono e si sviluppino spontaneamente nell’ambiente naturale in cui sono nati: ciò non sarà un impaccio per il loro avvenire, tutt’altro. Delio e Giuliano sono stati male in questi ultimi tempi: hanno avuto la febbre spagnola; mi scrivono che ora si sono rimessi e stanno bene. Vedi, per esempio, Delio: ha cominciato col parlare la lingua della madre, come era naturale e necessario, ma rapidamente è andato apprendendo anche l’italiano e cantava ancora delle canzoncine in francese, senza perciò confendersi o confondere le parole dell’una e dell’altra lingua. Io volevo insegnargli anche a a cantare: “Lassa sa figu, puzone” (2), ma specialmente le zie si sono opposte energicamente. Mi sono divertito molto con Delio l’agosto scorso: siamo stati insieme una settimana al Trafoi, nell’Alto Adige, in una casetta di contadini tedeschi. Delio compiva proprio allora due anni, ma era già molto sviluppato intellettualmente. Cantava con molto vigore una canzone: “Abbasso i frati, abbasso i preti”, poi cantava in italiano: “Il sole mio sta in fronte a te” e una canzoncina francese, dove c’entrava un mulino. [...] Abbraccio Paolo affettuosamente; tanti baci a te e ai tuoi bambini.
Nino
Del campidano di Oristano e di cagliari.
"Lascia il fico, uccello".
25 Aprile 1927
Carissima mamma,
ho ricevuto la tua lettera proprio oggi. Ti ringrazio. Sono molto contento delle buone notizie che mi dai, specialmente di Carlo. Non sapevo quali fossero le sue condizioni di lavoro e di vita. Credo che Carlo sia un ottimo ragazzo, nonostante quelche sua capestreria del passato e credo che sia più solido negli affari di quanto lo fossero (e forse lo sono ancora) tanto Nannaro che Mario, che erano portati a vedere guadagni favolosi e a fare castelli in aria per ogni piccola cosa. Ahimè! tutti in casa nostra (eccettuato io solo) hanno creduto di avere uno speciale bernoccolo per gli affari e non vorrei che tutti facessero una esperienza come quella famosa del “pollaio”; te ne ricordi? e Carlo se ne ricorda? Bisognerebbe ricordarglielo a sempiterno scorno dei Gramsci che vogliono fare degli affari. Io me ne ricorderò sempre, anche perchè quelle galline, che non facevano mai l’uovo, mi hanno beccato e rovinato tre o quattro romanzi di Carolina Invernizio (meno male!). La mia vita scorre sempre uguale.
In braccio alla madre
Leggo, mangio, dormo e penso. Non posso fare altro. Tu però non devi pensare a tutto ciò che pensi e specialmente non devi farti illusioni [...] perchè sono anche arcisicuro che sarò condannato e chissà a quanti anni. Tu devi capire che in ciò non c’entra per nulla nè la mia rettitudine, nè la mia coscienza, nè la mia innocenza o colpevolezza. E’ un fatto che si chiama politica, appunto perchè tutte queste bellissime cose non c’entrano per nulla. Tu sai come si fa coi bambini che fanno la pipì nel letto, è vero? Si minaccia di bruciarli con la stoppa accesa in cima al forcone. Ebbene: immagina che in Italia ci sia un bambino molto grosso che minaccia continuamente di fare la pipì nel letto di questa grande genitrice di biade ed eroi; io e qualche altro siamo la stoppa (o il cencio) accesa che si mostra per minacciare l’impertinente e impedirgli di insudiciare le candide lenzuola. Poichè le cose sono così, non bisogna nè allarmarsi, nè illudersi; bisogna solo attendere con grande pazienza e sopportazione. Va là, tu sei ancora forte e giovane e ci rivedremo. [...]
Nino
Dopo alcuni anni fanno il loro avvento in casa i Quaderni dal carceredi Antonio Gramsci, nuova edizione Einaudi, con la storica prefazione di Gerratana. QUELLI LA’ proprio. Insomma sto facendo ingordigia, ora ho tutto il tempo per coccolarli, sfogliarli, appuntarci sopra delle cose, metterci segnalibri…sono tutti per me! E allora qualche giorno fa mi imbatto in una pagina dei suddetti e trovo un “elenco di animali conosciuti” da Gramsci. Una lista e un riferimento alle Lettere, in particolare ad una del febbraio 1932. Faccio un confronto con le Lettere e la ritrovo. Conosciamo un Gramsci dolcissimo, tenero, affettuoso da questa corrispondenza col primo figlio. Il racconto della “caccia ai ricci” è simpatico come del resto l’immagine di un Antonio Gramsci bambino che si nasconde dietro i cespugli o alleva animali in giardino! eccola a voi..Buona lettura
febbraio 1932
Caro Delio,
Mi è piaciuto il tuo angoletto vivente coi fringuelli e i pesciolini. Se i fringuelli scappano talvolta dalla gabbietta, non bisogna afferrarli per le ali o per le gambe, che sono delicate e possono rompersi o slogarsi; occorre prenderli a pugno pieno per tutto il corpo, senza stringere. Io da ragazzo ho allevato molti uccelli e anche altri animali: fringuelli, allodole ecc; ho allevato una serpicina, una donnola, dei ricci, delle tartarughe. Ecco ho visto i ricci fare la raccolta delle mele. Una sera d’autunno quando era già buio, ma splendeva luminosa la luna, sono andato con un altro ragazzo, mio amico, in un campo pieno di alberi da frutto, specialmente di meli. Ci siamo nascosti in un cespuglio, contro vento. Ecco, ad un tratto, sbucano i ricci, cinque, due più grossi e tre piccolini. In fila indiana si sono avviati verso i meli, hanno girellato tra l’erba, e poi sin sono messi a lavoro: aiutandosi con i musetti e con le gambette, facevano ruzzolare le mele, che il vento aveva staccato dagli alberi, e le raccoglievano insieme in uno spiazzetto, ben bene vicine una all’altra. Ma le mele giacenti per terra si vede che non bastavano; il riccio più grande, col muso per aria, si guardò intorno, scelse un albero molto curvo e si arrampicò, seguito dalla moglie. Si posarono su un ramo carico e incominciarono a dondolarsi, ritmicamente; i loro movimenti si comunicarono al ramo, che oscillò sempre più spesso, con scosse brusche, e molte altre mele caddero per terra. Radunate anche queste vicino alle altre, tutti i ricci, grandi e piccoli, si arrotolarono, con gli aculei irti, e si sdraiarono sui frutti, che rimanevano infilzati: c’era chi aveva poche mele infilzate (i riccetti), ma il padre e la madre erano riusciti ad infilzare sette o otto mele per ciascuno.
I figli Delio e Giuliano con la madre Giulia Shucht
Mentre stavano ritornando alla loro tana, noi uscimmo dal nascondiglio, prendemmo i ricci dentro un sacchetto e ce li portammo a casa. Io ebbi il padre e due riccetti e li tenni molti mesi, liberi, nel cortile; essi davano la caccia a tutti gli animaletti, blatte, maggiolini ecc.. e mangiavano frutta e foglie di insalata. Le foglie fresche piacevano loro molto e così li potei addomesticare un poco; non si appallottolavano più quando vedevano la gente. Avevano molta paura dei cani. Io mi divertivo a portare nel cortile delle biscie vive per vedere come i ricci le cacciavano. Appena il riccio si accorgeva della biscia, saltava lesto lesto sulle quattro gambette e caricava con molto coraggio. La biscia sollevava la testa, con la lingua di fuori e fischiava; il riccio dava un leggero squittìo, teneva la biscia con le gambette davanti, le mordeva la nuca e poi se la mangiava pezzo a pezzo. Questi ricci un giorno sparirono: cero qualcuno se li era presi per mangiarli. Tatiniska (1) ha comprato una bella teira grande, di porcellana bianca e ci ha collocato la bambola; ella adesso porta al collo la sciarpetta calda, perchè fa molto freddo: anche in Italia ha nevicato molto. Devi piuttosto scriverle che mangi un pò di più, perchè a me non vuole dare retta. Io credo che i tuoi fringuelli mangino più di Tataniska. Ho piacere che le cartoline ti siano piaciute. Ti scriverò un’altra volta sul ballo delle lepri e su altri animali; ti voglio raccontare altre cose che ho visto e sentito da ragazzo: la storia del polledrino, della volpe e del cavallo che aveva la coda solo nei giorni di festa, la storia del passero e del kulak(2), del kulak e dell’asinello, dell’uccello tessitore e dell’orso, ecc. Mi pare che tu conosci la storia di Kim; conosci anche le Novelle della Giungla e specialmente quella della foca bianca e di Rikki-Tikki-Tawi? E Giuliano è anche lui un udarnik(3)? Per quale attività? Ti bacio, papà. Bacia per parte mia Giuliano e mamma Julca.
(1) Diminutivo di Tatiana in russo.
(2) "Contadino ricco" in russo.
(3)"Lavoratore scelto" in russo.
Altri tre brevi racconti di Cortazar, ormai compagno di letture notturne più che piacevoli.
Viaggi
Quando i famas fanno un viaggio, le loro abitudini, quando si fermano a dormire in una città, sono le seguenti: un fama va all’hotel e prudentemente vuol sapere il prezzo della camera, rendersi conto di persona della qualità delle lenzuola e del colore dei tappeti. Il secondo va al commissariato e stila una dichiarazione sui beni mobili e immobili dei tre, e fa anche l’elenco del contenuto delle loro valigie. Il terzo fama va all’ospedale e prende nota dei medici di turno nonchè delle loro specializzazioni.
Finite queste incombenze, i tre viaggiatori si riuniscono nella piazza principale della città, si comunicano le rispettive osservazioni, ed entrano in bar a prendere un aperitivo. Prima però si prendono per mano e fanno un girotondo. Questa danza è detta: “Allegria dei famas”.
Quando i cronopios fanno un viaggio, trovano tutti gli alberghi al completo, i treni partiti, piove come dio la manda e i taxi non li vogliono far salire a meno che non siano pronti a farsi spellare vivi. I cronopios non si scoraggiano perchè credono fermamente che queste cose capitino a tutti, e prima di andare a dormire si dicono l’un l’altro: “Ma che bella città, una città proprio bella”. E sognano tutta la notte che la città è in festa e che loro sono invitati a tutti i ricevimenti. Il giorno dopo si alzano allegri, ed è così che viaggiano i cronopios.
Le speranze, sedentarie, si lasciano viaggiare dalle cose e dagli uomini, e sono come le statue che bisogna fare un viaggio per vederle perchè loro non si disturbano.
Conservazione dei ricordi
I famas, per conservare i loro ricordi seguono il metodo dell’imbalsamazione: dopo aver fissato il ricordo con capelli e segnali, lo avvolgono dalla testa ai piedi in un lenzuolo nero e lo sistemano contro la parete del salotto, con un cartellino che dice: “Gita a Quilmes”, oppure: “Frank Sinatra”. I cronopios invece, questi esseri disordinati e tiepidi, sparpagliano i ricordi per la casa, allegri e contenti, e ci vivono in mezzo e quando un ricordo passa di corsa gli fanno una carezza e gli dicono affettuosi: “Non farti male, sai”, e anche: “Sta attento, c’è uno scalino”. Questa è la ragione per la quale le case dei famas sono in ordine e in silenzio, mentre le case dei cronopios sono sempre sottosopra e hanno porte che sbatacchiano. I vicini si lamentano sempre dei cronopios e i famas scuotono la testa comprensivi, e vanno a vedere se i cartellini sono sempre a loro posto.
Orologi
Un fama possedeva un orologio amuro e tutte le settimane lo caricava CON GRANDE CURA.
La parola carciofo deriva dall’arabo al-kharshûf.
Passò un cronopio e vedendolo si mise a ridere, tornò a casa e inventò l’orologio-carciofo o carciofo selavtico, perchè a questa o a quella varietà può e deve appartenere. L’orologio carciofo selvatico del cronopio è un carciofo di varietà nobile, fissato per un gambo ad un buco della parete. Le numerose foglie del carciofo selvatico indicano l’ora presente e anche tutte le ore, sicchèil cronopio non deve far altro che togliergli una foglia e subito sa un’ora. Dato che le stacca da sinistra a destra, la foglia non sbaglia mai, e dà l’ora esatta, così il cronopio ogni giorno ricomincia da capo togliendo un nuovo giro di foglie. Quando arriva al cuore non è più possibile misurare il tempo e nell’infinita rosa violetta del centro il cronopio scopre una gran gioia e se lo mangia con olio aceto e sale, e infila un nuovo orologio nel buco.
L’associazione ‘Per non dimenticare Sabra e Chatila’
e il comitato ‘Palestina nel cuore’
vi segnalano la proiezione del film-documento
Numero uno in lista di Giacomo Durzi
dedicato a Wael Zuaiter, l’intellettuale palestinese, simbolo della resistenza del suo popolo, assassinato a Roma dal Mossad nel 1972. Giacomo Durzi è una voce dissonante nel generale silenzio dell’informazione sulla questione palestinese; ricordiamo che, oltre a Wael Zuaiter, altri tre dirigenti palestinesi sono stati assassinati a Roma tra il 1972 e il 1982 da parte dei servizi segreti israeliani, e su questi delitti il depistaggio e l’insabbiamento degli inquirenti e dei mass media italiani sono stati totali. Il documentario di Durzi affronta una vicenda su cui ancora non è stata fatta piena luce: ve ne raccomandiamo la visione. Il film è in programmazione al Nuovo Cinema Aquila (via L’Aquila n. 68, zona Prenestina, Roma) giovedì 30 ottobre alle 20.15.
Regia: Giacomo Durzi Anno di produzioe: 2008 Durata: 52′ Tipologia: documentario Genere: politico/sociale Paese: Italia Produzione: Pupkin Production Formato di ripresa: DV Formato di proiezione: DV Beta Digitale, colore Altri titoli: Number One on the List
LIbano, Campo profughi palestinese di Rashidiyye_Photo di Valentina Perniciaro
La storia di Wael Zuaiter, un intellettuale palestinese,rappresentante del movimento di resistenza, ucciso da agenti del Mossad a Roma nel 1972 in risposta alla strage degli atleti israeliani alle olimpiadi di Monaco da parte di un commando di Settembre Nero; considerato uno dei responsabili organizzatori dell’attentato di Monaco, Zuaiter fu il primo della celebre lista compilata personalmente da Golda Meir, ad essere ucciso in un paese europeo. Nel film, attraverso testimonianze , animazioni e il racconto di un viaggio in Palestina, si pongono una serie di riflessioni sulle congetture che hanno portato Israele alla sua uccisione, ripercorrendo soprattutto l’ esperienza di vita di Zuaiter in Italia, decisiva per l’acquisizione di una consapevolezza del problema palestinese, essendo stato il primo rappresentante del movimento di resistenza a sensibilizzare l’opinione pubblica alla questione palestinese, attraverso un importante e febbrile attività di contatti con giornalisti, scrittori e quanti altri potessero essere utili alla diffusione sull’informazione della causa palestinese.
(Nota biografica di Italo Calvino per Eremita a Parigi)
Mi chiedete una nota biografica, cosa che sempre m’imbarazza. I dati biografici o anche soltanto anagrafici sono quanto uno ha di più privato e dichiararli è un pò come affrontare una psicanalisi. (Almeno credo: non mi sono mai fatto psicanalizzare)
Comincerò dicendo che sono nato nel segno della Bilancia: perciò nel mio carattere equilibrio e squilibrio correggono a vicenda i loro eccessi. Sono nato mentre i miei genitori stavano per tornare in patria dopo anni passati nei Caraibi: da ciò l’instabiltà geografica che mi fa continuamente desiderare un altrove.
Il sapere dei miei genitori convergeva sul regno vegetale, le sue meraviglie e virtù. Io, attratto da un’altra vegetazione, quella delle frasi scritte, voltai le spalle a quanto essi m’avrebbero potuto insegnare; ma la sapienza dell’umano mi restò ugualmente estranea.
Sono cresciuto dall’infanzia alla giovinezza in una città della Riviera, raccolta nel suo microclima. Tanto il mare contenuto in un golfo, quanto la folta montagna m’apparivano rassicuranti e protettivi; dall’Italia mi separava il sottile nastro di una strada litoranea, dal mondo una vicina frontiera. L’uscire dal quel guscio fu per me ripetere il trauma della nascita, ma solo ora me ne accorgo.
Cresciuto in tempi di dittatura, raggiunto dalla guerra totale in età di leva, m’è rimasta l’idea che vivere in pace e in libertà sia una fragile fortuna, che da un momento all’altro potrebbe essermi tolta nuovamente.
In questo assillo, la politica occupò una parte eccessiva delle preoccupazioni della mia gioventù. Dico eccessiva per me, per quello che avrei potuto dare io di utile, mentre cose che sembrano lontane dalla politica contano molto di più come infleunza sulla storia (anche politica) delle persone e dei paesi
Appena finita la guerra, avevo sentito il richiamo della grande città, più forte di quello del mio radicamento provinciale. Fu così che mi trovai per qualche tempo a esitare tra Milano e Torino: la scelta di Torino ebbe certo le sue ragioni e non fu senza conseguenze: ora ho dimenticato sia le une che le altrem ma per anni mi dicevo che se avessi scelto Milano tutto sarebbe stato differente.
Tentai presto l’arte dello scrivere; pubblicare mi fu facile; trovai subito comprensione e favore; ma tardai a rendermene conto e a convincere me stesso che non era un caso.
Lavorando in una casa editrice, ho dedicato pù tempo ai libri degli altri che ai miei. Non lo rimpiango: tutto ciò che serve all’insieme d’una convivenza civile è energia ben spesa. Da Torino, città seria ma triste, m’accadeva di scivolare spesso e facilmente verso Roma. (Del resto, gli unici italiani che ho sentito parlare di Roma in termini non negativi sono i torinesi). E così’ forse Roma sarà la città italiana in cui avrò vissuto più a lungo, senza mai domandarmene il perchè. Il luogo ideale per me è quello in cui è più naturale vivere da straniero: perciò è Parigi la città in cui ho preso moglei, ho messo casa, ho allevato una figlia. Anche mia moglie è straniera: in tre parliamo tre lingue differenti. Tutto può cambiare, ma non la lingua che ci portiamo dentro, anzi che ci contiene dentro di sè come un mondo più esclusivo e definitivo del ventre materno.
Mi accorog che in questa autobiografia mi sono dilungato soprattutto sulla nascita, e delle fasi succesive ho parlatoi come un proseguimento del venire alla luce, e ora tendo addirittura a tornare ancor più indietro, la mondo prenatale. Questo è il rischio che corre ogni autobiografia sentita come esplorazione delle origini, come quella di Tristan Shandy che si dilunga sugli antecedenti e quando arriva al punto in cui dovrebbe cominciare a raccontare la sua vita non trova più niente da dire.
Perchè ogni cosa torni
priva dei tuoi occhi
dei tocchi lievi
dietro la porta
del mattone caldo
per farmi alzare
senza pensare
alle case dei ricchi
e alla nostra soffitta
nera di fumo.
Perchè ogni cosa torni
priva dei tuoi occhi
e dei consigli
delle notti insonni
a contare i rintocchi
degli gnocchi
il coniglio e il vino
ad ogni ritorno
per deviarmi il cammino
impedirmi altre mani
e altri suoni
spari e fughe
perquisizioni.
Perchè ogni cosa torni
priva dei tuoi occhi
il nome tuo
la luna imprima
fra i singhiozzi
nei bassi
dove l’alba è fatica
e la notte ingegno
nelle mani e nel legno
nel segno dell’ultima spina.
Rientri serali
La vecchietta assatanata
mi assesta una gomitata,
il bimbetto incarognito
mi calpesta un dito,
il figlio del dottore
mi palpa il sedere,
un altro signore
mi osserva il colore,
credendomi nera
mi vuole menare.
lo mando a cagare.
Vorrei litigare,
ma inizio a sbandare:
Vorrei vomitare,
ma sto per cadere.
Che bello ruotare,
che bello viaggiare
che bello rientrare
in tram!
La sconfitta
Nel nostro muco
nostra melma
soffochiamo
e pratichiamo
l’arte
del confliggere:
Seme d’avorio
d’elefante
estinto.
Nè dimentico
la puzza di carogna
equidistante
la vostra brezza
finta.
Nè mi pento.
Al vento conficcate
le bandiere.
Paranoia onirica
Dal buco della serratura
vide avanzare ombre scure.
Dietro la porta, sola,
abbassò il volume del televisore,
prese la pistola
e, controllando il tremore,
inserì il caricatore:
stese due suore.
E si svegliò in sudore.
Queste foto potete trovarle su questo indirizzo Flickr.
Ritraggono tutte il Carcere delle Murate di Firenze.
Oggi vi propongo una lunga poesia, dura e commovente. Un grido lanciato negli anni 70 (la poesia come la raccolta Donne miesono datate 1974) da Dacia Maraini. Un affresco di una società condizionata prepotentemente da logiche sessiste e a favore del potere maschile, in cui il ruolo della donna è relegato esclusivamente all’ambito familiare, casalingo,e dove gli spazi sono concessi, marginali e ristretti. Una critica acerba e secca al sistema patricarcale e matrimoniale, alla tradizione, alla pesante eredità-fardello della cultura cattolica ma anche una critica alla passività femminile, all’accettazione dei ruoli imposti e delle regole di padri, mariti, fratelli, figli da parte delle donne. Un appello alla sollevazione e alla ricerca di sè affinchè si prenda coscienza e si lotti per la propria autonomia e per l’affermazione della propria diversità. E’ un testo datato, che ha i suoi anni, certe situazioni possono sembrare impossibili oggi…
Ma non ne sarei tanto sicura. Buona lettura
Ovidio secoli fa insegnava ai maschi
giovani romani, soldati, servi, padroni,
come conquistare le donne, nei teatri,
ai mercati, sotto i portici, al mare, in città.
Li esortava a essere tenaci, furtivi, avidi,
rapaci di furbizia e di galanteria. “Sono le
piccole cose a conquistare le teste leggere
delle donne”, diceva. E poi ancora, invitando
a fare buon uso del vino: “sovente ai giovani
rapì la donna il cuore e fu nei vini come fiamma Amore
dentro la fiamma. Ma non ti fidare troppo
di un lume incerto di lucerna, la notte e il vino
nuocciono al giudizio. Chiedi alla luce se una
gemma è pura, se ben tinta di porpora è una lana,
chiedi al giorno se una donna vale. Ma al buoi,
sappilo, tutte le donne sono belle uguali.
Ora io voglio rovesciare le tue parole.
Ovidio Nasone, poeta gentile e nemico.
La tua voce festosa io la faccio mia e dico:
se tra voi, donne mie giocate, c’è
qualcuna che non conosce l’arte dell’amore
legga questi versi, sciolti nell’acqua dell’orgoglio,
e fatta esperta, imponga il suo furore.
La mano di una madre selvatica, incontaminata
e secca ci ha guidate vigili al dovere sociale. La madre tua assolata è una vestale, un carceriere
che ti indica la strada verso il tuo dovere donnesco.
Quella mano perversa e gentile che ti ha
lavato la faccia e il sedere, che ti ha imboccato
e pulito, carezzato e punito, quella mano è la tua nemica più dura perché è una mano di donna
che ti insegna le regole dell’uomo, la mano
attenta e dolce del padrone sulla testa tua
che è sfottuta e tu non lo sai, donna mia cieca
e sorda, ardita e fiacca. Tu scavi nel tuo
ventre di terra un budello senza aria dove
nascondere e nutrire la tua anima asfittica incolore.
Buttiamo via le bende del pudore!
Gettiamo per una volta il dio del sacrificio
nell’immondizia e guardiamoci negli occhi
impauriti e viziosi per troppa servitù, donne mia amate.
Tu che nasci alla conoscenza del dolore
i calzettoni bianchi sotto il ginocchio,
la gonna corta a scacchi, i capelli a coperta
sulle spalle mingherline, a scuola, a casa,
nelle balere e sui motorini dietro al tuo ragazzo. La tua bandiera è l’indifferenza truffaldina
degli occhi tuoi dolci di camelia affamata.
Delle altre donne non ti importa niente,
il nitore della pelle, il fulgore dei capelli,
il brillio dei denti ti fanno vincitrice senza
fatica e senza guerra, nell’onda naturale dell’età. E vai e corri e sei beata di essere te perché
ti attacchi al suo torace fertile di maschio
sapendo che ti vuole come vuole il pane,
con serena languida passione, senza amore.
Ma è già tutto fissato come in una decalcomania
e tu sei dolce e lui aspro, tu sei molle e
lui è duro, tu sei debole e lui è forte,
e quando ti dice con la sua voce fragile: “io ti prendo, sei mia”, tu accetti naturalmente
quel suo possesso che è sociale e non naturale,
ruzzolando in un fiato nella degradazione.
Gli sei grata per un gelato, per una corsa
in macchina, per una carezza, con umiltà e paura.
E non ti accorgi, mentre succhi quel gelato
di fragole che ti tinge la bocca di violetto,
che ti stai succhiando l’anima, troppo dolce
e fredda e saporita, ma già pronta a sciogliersi, a sparire.
La corruzione è così facile, pulita e onesta.
Le parole di tua madre, della tua maestra,
delle tue compagne, ti spingono come una
vitella di carne chiara verso la macellazione.
Non si sa quando comincia questa sottile
corruzione dell’integrità umana,
se dentro il ventre buoi dell’eredità
quando l’ossigeno lo succhiavi col sangue
in una boccata amara che ti riempiva i polmoni,
oppure dopo, nelle fasce di spugna che ti
stringevano il corpo deforme e arrossato.
Oppure dopo, fra le braccia amorose di un padre
impiegato che ti insegnava la prima A, la prima O.
oppure dopo ancora, dentro una veste rosa,
stringendo al petto la bambola dai capelli veri,
che fa la pipì da un buco di plastica molliccia,
per la tua educazione di mamma futura e ardente.
O dopo ancora, sul banco laccato di un asilo,
mentre una maestra miope e paziente ti insegna
a disegnare casette con giardini e fiori gialli alati.
Ed ecco che ti svegli e sei già corrotta,
la convinzione del tuo destino servile ti
si è piantato in testa come un chiodo che
tiene fermi per sempre i tuoi pensieri, le tue
certezze , i tuoi sensi, le tue voglie, le tue paure. Quel choido ti ha fissato con un colpo splendente
nel buio ordinato e assennato del firmamento sociale.
Un chiodo infilato csì bene e così a fondo dentro le viscere del tuo cervello delicato
che dopo penserai di essere nata così, cornuta,
come quello strano animale, il liocorno,
bello e mai esistito, eppure dipinto e
cantato e concimato dalle fantasie del mito.
Ma se tu, fin da principio accetti te
come persona intera, senza incrinazioni o ammacchi,
se tu accetti di guardare con occhi franchi
il mondo, le voglie, i raggiri, l’eternità,
vedrai, ti cambierà la vita fra le mani,
e la tua testa camminerà da sola e ti sembrerà
strano e bello e forse pauroso, ma la mortificazione
l’avrai pestata come la serpe di tutte le vergogne
e i dolori ti sembreranno più veri, più radiosi.
Prendi per una volta la faccia del tuo ragazzo
fra le mani, senza tremare per l’ardimento,
piegagli la testa da una parte con tenerezza e
bacialo tu, mordendogli un poco il labbro superiore. Sembra una cosa semplice, ma è più facile
che un cammello entri nella cruna di un ago
piuttosto che una donna abbia la forza di
essere se stessa, nella sua carne e nei suoi pensieri.
Digli a fior di labbro: come sei bello!
E prendigli la mano e digli: mi piaci,
ora ti bacio ancora per gioia e piacere mio.
E tu che sei vergine e ti vesti della tua verginità
come di una bandiera tricolore ,sgargiante, spampinata.
Tu che hai conservato questo bel fiore come un tesoro
fra le tue gonne amate per anni e anni con tenacia
e pazienza. Ogni tanto ti chiudi nel bagno,
sola come un pesce nell’acqua della vasca insaponata
e contempli il tuo gioiello radioso con occhi di
gelosa avidità. Può bussare tuo padre, può bussare
tua madre, la tua solitudine è così perfetta che
le tue orecchie sono diventate di marmo e la tua gioia
contemplativa è così arricciolata su se stessa
che il tuo ventre si è fatto trasparente.
Solitario, muto, fulgente, eccolo lì il piccolo velo
biondo della tua integrità che credi naturale ed è sociale.
Pssi le dita di cigno su quel tesoro adorato e
non ti accorgi, non ti accorgi più che sei diventata
una melensa avida avara conservatrice di te stessa,
una guardiana feroce e impura della tua servitù storica.
Conosco una ragazza, non tanto alto nè tanto bassa,
con due seni chiari come meloni, che si è perforata
da sola con le sue mani e dopo si è asciugata il sudore
della fronte con le dita sporche di sangue e paura.
Tu no, tu ti siedi sul cuscino dei tuoi sensi ammaccati
e calcoli come un severo ragioniere, le tue entrate,
le tue uscite sul libro dei privilegi fatali.
La verginità la conservi per apparire più pura
e non ti sei accorta dell’impurità che ha marcito
il tuo animo che ora puzza di muffa e di fanghiglia.
Ed eccoti là, il giorno che hai deciso. Sei sposa,
sei amata, sei acconciata a festa. Hai avuto il
permesso ufficiale di rompere quel piccolo opaco
velo del tuo onore e oggi aprirai le gambe
al potere carnoso del tuo padrone legale.
Sei lì e tutto ti mortifica, ma la mortificazione
la scambi per malessere naturale. C’è stato lo
scambio dei regali. Sei passata come una bolla
di saliva maliziosa sula bocca unta di olio
dei tuoi cugini, zii, cognate, nonne, parenti
che alludono al tuo prossimo sacrificio con
sconcia allegria e ribalderia paesana.
Tu sei lì, sudata, fra i fiori e i pezzi di
torta mangiucchiata su cui giacciono mozziconi
di sigarette spente. Ti guardi intorno contenta
perchè questa è la tua parte da recitare oggi,
pura, festosa, solida, sorridente, consapevole
degli occhi ansiosi che ti immaginano a letto,
ritrosa e poi vogliosa, con sopar il tuo sposo
trionfante, ambiguo, accaldato, che ti “fa” donna.
Credi che il tuo malessere, la tua mortificazione
siano cose bambinesche da negare e non sai che
stai cacciando via da te mosche fastidiose.
E poi viene la notte e ti chiudi nella stanza
dell’amore accompagnata dalle fantasie voraci
di tanti parenti e amici vestiti a festa.
Ti sfili il vestito bianco, pesante, costoso.
E lui, lo vedi, è lì, con i segni della canottiera
sul petto magro, gli occhi accesi di straniero.
La tua mano umidiccia corre all’interruttore
della luce. Rimanete al buio, così mezzi nudi e ostili.
Tu ti apparecchi, gentile e carnosa,
a recitare adesso un’altra parte, quella di moglie
alla prima notte di matrimonio, timida, impacciata;
rassegnata, pudica, amorosa. Lui preme la sua
bocca secca sulla tua. Poi ti spinge all’indietro
con un gesto di impazienza ed ecco, tu già ti abbandoni
rovesciando sulle lenzuola la tua vergogna
camuffata da obbedienza e docilità maritale.
Sei sdraiata, immobile, impaurita e lui
ti assale accanito e lesto. Per la testa ti corre
l’immagine di un ricciuto macellaio che ti
si butta contro col coltello sguainato.
Ma chiudi gli occhi e ricacci il pensiero
sacrilego e amorale. Qui c’è solo un marito
che fa il suo dovere e una sposa novella
da deflorare con trombe e squilli e scampanate.
A te hanno insegnato, vergine bella, come a me,
a lei, a tutte, non a parole chiare e precise,
ma con il linguaggio mutolo dei segni sociali,
che il movimento è indice di partecipazione,
che l’ignoranza è indice di innocenza, che
l’immobilità è indice di accettazione.
Te ne stai lì perciò, sposa soggetta e muta,
nuda e ferma, senza sapere dove mettere le mani,
senza sapere dove posare gli occhi, senza
sapere cosa dire o cosa fare, aspettando da lui tutto,
l’insegnamento primo dell’amore e della vita.
Ed ecco che il padrone, con paterna pazienza e
paterno affetto, ti forza con dolcezza, ti rompe
la carne dell’infanzia tu provi sgomento e
non dolore ma la tradizione dice che a questo punto
tu devi recitare la scena della resa e allora
gigrigni i denti e trasformi il tuo sconforto in dolore.
Intanto il signore, l’uomo, si muove secondo un
ritmo che lui ben consce e tu no, si propone
con cocciuta baldanza di arrivare al godimento
e per fare questo ti preme, ti incalza, ti schiaccia
sotto il peso maschio della sua insicurezza.
Se è un tipo pudico, si accontenterà della tua
fissità silenziosa. Se è un tipo estroverso,
ad un certo momento ti chiederà: ma tu non provi niente?
prova a godere! E tu, la sposa in bianco, ripescherai
nella memoria i film, i libri, i racconti che
dicono come e quando una donna manda degli
urli da scannata poichè il suo uomo le scava
il ventre con la sua carne frolla e inamidata.
Urlerai, non sapendo se per vergogna dell’oltraggio
o per il disgusto di lui, di te, di quella resa
calcolata, consacrata e festeggiata.
Il tuo urlo sarà la tromba della sua vittoria.
Esprimerai così, con scema rassegnazione, il piacere
amaro e mielato di essere dichiarata proprietà privata,
crocifissa sopra un letto d’amore matrimoniale.
Ma se tu, sposa mia, provassi a cambiare
il tuo cuore rovesciandolo sottosopra ?
Se tu, anche avendo fatto il grave errore
di conservare il tuo perfido tesoro fra le gambe innamorate,
se tu lo affrontassi così:
“marito mio, spogliati che voglio vedere come sei fatto!
Bene, ora mi spoglio io”. E poi
gli dici: “guarda che io sono vergine, ma
è un caso, una cosa che non ti riguarda,
non l’ho fatto ne per te ne per nessuno,
ma solo perchè ho ceduto ad un lungo atto d’amore
per me stessa. Ora uniamoci, ma decido io come,
perchè questa verginità muoia senza colpi cattivi.
Ecco, sdraiati. Io mi metto accanto a te. O forse
sopra. Quando si è sopra ci si muove meglio
e si può guidare l’orgasmo come si vuole.
Se poi non ci riesco, proverai tu a metterti sopra,
ma quando lo dico io. E non ci saranno urli e
lamenti, ma solo abbracciarsi silenzioso”.
E meglio ancora se pretenderai da lui che
ti accarezzi con dolcezza il petto e i fianchi.
chiedigli che ti mostri il suo amore tanto
declamato baciandoti sul sesso addormentato,
con morbidezza. Diffida da chi crede che il coito
sia un atto di brutalità e di prepotenza.
Non è virilità quella ma sadismo e il sadismo
nasconde sempre debolezza e vizio. La forza rende delicati e dolci, la paura
e la fragilità armano di spade gli infigardi.
Ma è tanto più giusto e generoso, che al
primo grande amore, che sia a quindici o
a diciotto non importa, tu butti nel cesso
la tua verginità malata assieme con le tue
ansie puberali, e prendi in mano il sesso
del tuo compagno, per guidarlo tu
trionfante e sicura verso la gioia vorace
del tuo ventre innamorato. Tu credi di avere
paura della natura, ma le paure sono solo sociali,
credimi, tu non temi il dolore ma il giudizio altrui.
Non puoi subire sempre per paura, a costo di diventare
come tua madre e come tua nonna, un anello
nella catena dolce- violenta della continuità patriarcale
che ti serva ddolcita senza saperlo.
Prendi quel sesso che ti vuole dominare con
la sua protervia di maschio antico,
stringilo ben bene e non avere paura,
è solo carne e il suo sangue non è più solido del tuo.
Non spettare che sia lui
a fare, a decidere, a muoversi, a cominciare.
Non farti usare. Se tu fai l’oggetto, lui farà
subito il soggetto, è come un gioco di acciaio puro.
Colui che prende, che fa, che decide, ha ragione poi
a dire: l’ho presa, l’ho posseduta, è mia!
Perchè tu ti sei fatta prendere, possedere. Mentre un corpo umano non si possiede mai.
Un corpo, una mente, un cuore, un fiotto
di sangue e di sentimenti animati, volerli
possedere è un sacrilegio. Se tu saprai questo,
il tuo fare l’amore non sarà più una resa.
Tu non sarai colei che si fa fare, come i maschi
vogliono che tu credi, per toglierti l’anima
dal petto senza dolore. Tu darai, come lui,
parteciperai all’amore, con tutta la furia,
il candore, l’egoismo, l’odio e l’orgoglio
necessari, distruggendo il vecchio ammuffito
pudore e imparando a riconoscere il nuovo
pudore, quello reale, violento, razionale.
Il pudore sociale che tu credi naturale
vuole che tu sia ritrosa, ambigua, dolce. Il pudore vero sta rinchiuso come un tuorlo
dentro l’uovo, ricco, fiammante, e vitale: Questo pudore ti insegna il senso della tua integrità
di cuore, bada bene, non di una carne fatta
simbolo sociale. Sii tu a baciarlo, a spogliarlo,
a carezzarlo, senza per questo rifiutare le sue
carezze e i suoi baci, ma che sia chiaro chiarissimo
lampante che siete in due a fare l’amore, non uno solo
sopra l’altro, contro l’altro, a danno dell’altro.
Rifiuta il gioco del corri e scappa che può
divertire ma alla fine ti porterà alla trappola. La civetteria è un’arma così povera e infelice
che poi quando sei incastrata contro un muro
non ti rimane che sorridere e acconsentire.
Ma non c’è niente da nascondere, lo vuoi capire.
Devi prenderti il tuo piacere da lui come
lui lo prende da te, senza infingimenti,
con pari entusiasmo e passione. Fagli la corte,
inseguilo, parlagli apertamente. Decidi tu
quando vuoi fare l’amore, non lasciarlo mai
pregare e supplicare, perchè poi quando deciderai
non sarà più una decisione ma un cedimento
e subito lui urlerà di essere il tuo padrone
e avrà ragione perchè sarai vinta e
non vincitrice, avrai accettato la regola
del cacciatore che corre appresso alla preda.
Ovidio è morto e le sue ossa ora
sono diventate leggere come vetri, i suoi
succhi vitali sono stati mangiati dalla terra che
ha nutrito con volvoli e ortiche e faggi.
Sono passati secoli e secoli di ardimenti,
diguerre, di rivoluzioni e di trasformazioni.
Ma le sue parole sprezzanti e dolciastre
sulle donne sono rimaste vive. Si possono
trovare milioni d’uomini che la pensano uguale,
con torva ilare sicurezza, convinti che le
regole a cui si rifanno sono naturali ed eterne.
sento già la voce irsuta dei mie amici
rivoluzionari che mi dicono: anche l’uomo
è sfruttato, anche lui è vittima dell’oppressione,
non perdete di vista la lotta di classe con queste fumisterie.
Lo so, lo sappiamo, non gridate tanto,
l’intolleranza che mostrate è segno di paura.
Di che avete paura? di scoprirvi oppresssori anche
quando siete oppressi? di trovare in fondo al
cuore una cosa dolce e scura che preferite non
portare al sole perchè si potrebbe trasformare
in una fiammata di razzismo buoi e selvaggio?
La donna, amici e compagni, è stata tenuta
fuori dalla storia, con mani e piedi di latte.
Fuori dal potere, con occhi rosati di coniglio,
e labbra umili di porcellino d’india.
Fuori dal tempo con mammelle piene di crema acida
e capezzoli gonfi di bionda abbondanza.
Fuori dalla ricchezza, con ventri colmi di seme nero
e caviglie pesanti di stanchezza.
Fuori dalla gloria, con braccia laboriose
e fulgide, con denti molli di diamante.
Provate a essere donna, per un giorno solo,
provate la leggerezza, l’oltraggio, la denigrazione
che si sono fatte carne nella carne e
nessuno ci bada più per niente affatto.
Provate a cercare un posto, una lavoro
che non sia di asina da soma, che non sia l’esposizione
e la vendita di una pelle levigata che aggrinzisce
al primo autunno. Provate a servire, quando la
servitù vi è comandata come una necessità,
un’antica innata tendenza del corpo femminile.
Provate a lavorare per un padrone che sarà
proprietario del vostro sorriso oltre che
del vostro lavoro; padrone del vostro animo
e del vostro ruvido cervello che in qualsiasi
momento penserà di poter stritolare
fra due dita unte di grasso, come una mosca.
Provate a cucinare, cucire, lavare, stirare,
scopare, pulire, strigliare. E dopo mi direte
cosa rimane del vostro bel fiato d’uomo forzuto.
Provate sempre a dire sì, ad aspettare
l’imbeccata, a chinare la testa, a ringraziare
di cuore. E poi saprete cosa vuol dire diventare
cieche tartarughe nelle mani di avidi Apolli
dalle dita palmate e i denti di acciaio brunito.
Provate a stare sotto, nell’amore, come coniglie
squartate, le gambe aperte, il cuorte chiuso,
aspettando che lui pèrenda il suo piacere
come un’ape indaffarata e poi voli via,
carico di miele e di superbia, convinto
di avere lasciato sul corpo femmina di lei
il marchio della sua virilità infuocata.
Provate, provate, provate, e poi saprete cosa
significa disprezzare se stesse senza saperlo,
amare la propria prigionia senza capirlo,
perdere l’orgolgio fino al punto di buttare
in pasto agli dei paralitici e gessosi
che hanno fatto del mondo un palcoscenico
per le loro gesta di nevrotici pupazzi.
Perciò compagni ombrosi, sappiatelo, non basta
diventare una classe sola, abolire la proprietà privata.
Finirà lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ma
non quello triviale e grandioso, istintivo e antico
dell’uomo sulla donna. E sai perchè mio gallo
dal fiato arso e bruciante? Perchè la libertà
non si riceve come un regalo involtato dentro
la carta d’argento e buonanotte e basta e grazie mille. La donna può liberarsi solo da sè, con la sua testa,
e le sue mani, imprando a conoscere la sua diversità,
i suoi sonni storici, le sue vere voglie, i suoi autoinganni.
Ma da sè, solo da sè, con pena e guerra
Tu donna bella che hai sapore di fiordaliso.
hai la pelle vanagloriosa di uccello esotico,
e le labbra di pietra lunare, e gli occhi di
roccia incolore, i capelli di perle filate, i denti
zuccherini, la lingua marmorizzata, le ciglia
aguzze e fini come piume, tu che rigiri i tuoi
fianchi ambrati sotto la stoffa ruvida e leggera,
hai imparato molto bene le leggi del mercato:
io vendo il mio corpo, tu vendi il tuo potere,
io vendo la mia dignità di farfalla alata,
tu vendi il tuo avere, il tuo sapere. Pensi di essere normale perchè il mondo
cammina così e tu ci sei dentro fino al collo
e non hai scelta nè destino all’infuori
del tuo corpo bello e levigato e ottuso.
Per te le donne sono tutte nemiche e
le disprezzi con noia e calore. Ed è naturale
perchè essendo una merce in vendita, hai paura
della concorrenza. Non ti sei accorta
che l’anima ti si è incollata ai polmoni,
per il troppo vendere e patire, gli occhi sono
diventati due ghiaccioli. La pelle ti è
diventata tesa e cattiva. Vendere il tuo corpo
che cos’è? niente, tu pensi. E invece è tutto.
Perchè non esiste un’anima e un corpo
nemici fra loro e imparentati malamente,
ma una solo tenerezza e un soilo orgolgio di re
che hai schiacciato te. Tanto, ti hanno insegnato,
il corpo della donna non vale una cicca spenta,
che lo vendi o lo regali fa lo stesso.
Ma quella che subisci è una commedia, la commedia
dell’inganno. Tu inganni te stessa pensando
di farti oggetto e ti metti in vendita con
un cartello al collo, soavemente, con fiocchi
e ghirlande e collane d’ambra, in una parodia
d’amore che ti fa iridescente e stregata.
Lui ti inganna pensando di usarti come userebbe
un’automobile, per prendere il fresco, godre
della velocità, farsi vedere in giro, vantarsi.
ti usa e poi ti disprezza per l’uso che fai di te.
E tu accetti questo disprezzo con candida serietà.
Tu stessa pensi di essere disprezzabile,
perchè credi nella purezza borghese ipocrita
languidamente, con sogni accesi di rabbia
che ti corrugano la fronte di iena addolorata.
Tu credi di essere debole, perduta, peccatrice,
ti condanni e cerchi di salvare solo qualche
pezzettino di perbenismo dietro la facciata
di un salottino Impero, di un bel vestito fresco,
di una borsetta bianca, di una lunga macchina sportiva.
Diventi più feroce di un leopardo nel difendere
gli interessi costituiti, la famiglia, l’onore,
l’amore romanzasco, la maternità, le trine
spiegazzate del tuo petto di ragazza bella.
Diventi la sfinge portinaia della casa
della tradizione, abbracci gli uomini con odio,
e freddo calore, ma dai la colpa solo a te,
al casa, a Dio. Non ti viene nemmeno in mente,
nella tua aderenza al tuo destino fisiologico,
che sei l’agnello dolce e piagato di un lupo
rapace che ti porta via la carne a pezzi,
con umile pertinacia, e incolla la bocca sul tuo collo
sottile e bianco come per baciarti,
ma quando è pieno e gonfio del tuo sangue,
si volta verso di te e ti guarda con commiserazione
e se gli va, ti sputa in faccia il suo disprezzo.
Se tu solo capissi le tue ragioni e il sopruso
orrendo, vizioso e perfido che ti fanno tutti i giorni,
dentro un letto improvvisato, nell’odore
mielato del seme e del sudore che scivolano dal corpo
del tuo compratore impudicamente, e ti lasciano
pesta e lorda ed estranea a te stessa, per un pò
di soldi agognati. Se tu capissi questo forse continueresti
a venderti, ma ti organizzeresti, metteresti su
un diritto, una coscienza politica, un nuovo ardore.
E tu che sei madre. Con la falce di luna alla caviglia,
e il corpo rasato di suora,
e gli occhi appannati e le guance assonnate.
Tu che ti fai mettere sugli altari dorati
e apri e chiudi la tua vita per quei figli
armoniosi che ti hanno dato da fasciare e baciare.
Tu che piangi di orgoglio per la tua castità
e il tuo onore di madre pidocchiosa e adamantina.
Tu credi di essere una donna e invece sei un vaso,
un sacco, una vagina vestita di nero, piena di rispetto
e di mistero. Tu sei il recipiente
Dell’uomo e in nome del tuo contenuto ti si chiede fedeltà,
rinuncia, sacrificio, amore eterno.
Tu credi di esistere, bardata di argenti,
la corona in testa di regina madre,
i piedi chiusi dentro scarpe felpate,
il ventre fasciato dentro benede fatate.
E invece sei morta. La tua vita l’hai persa
nel momento che ti sei lasciata spaccare
la carne dalla testa molle e lucida del
primo filgio adorato che sa di paraffina.
La morte certo è dolce e pudica.
Se poi uno morta fa anche le faccende di casa,
e lava e stira e cuce e risponde sì signore,
ecco trovata la soluzione degli enigmi familiari.
Uno morta si può anche venerare e baciare e
colmare di tenerezze e ambigue carezze filiali.
Ma se tu per un momento ti guardi allo specchio
e ti chiedi: c’è qualcosa di vivo in me?
Se tu fai l’atto di aprire la bocca per gridare,
se tu fai un segno rosso di vita sulla tua
immagine marmorea di morte, sei subito assalita.
Ti si dirà che sei noiosa e vecchia e
stupida ed egoista e vanitosa e inumana.
E tu, per gentilezza d’animo e candida bontà,
per un equivoco senso del dovere e per amore,
pieghaerai la testa e ti acconcerai a rimanere
quella cosa morta, graziosa e tenera che è
una madre serva che gira per la casa come un fantasma
indaffarato, silenzioso, ardente.
Popolana serissima, gentile, tu guardi con i tuoi occhi
spenti il mondo che ti opprime
e lo ringrazi per la sua oppressione, perchè
sei convinta nella tua testa aerea, che sei nata
per servire, per riverire, per faticare
e se i figli ti mantengono la giudichi
una grazia a ti tiri indietro e te ne stai
silenziosa, chinando la testa arresa
al grande favore che ti fanno lasciandoti vivere,
sfruttandoti teneramente, senza parere. E’ così bello amare una madre-vittima,
una madre-agnello. Al figlio duole il cuore
nel petto vedendola invecchiare precocemente,
sempre pronta a pulire, lavare, stirare e
amorevolmente fare da mangiare ai figli
e ai figli dei suoi figli, senza mai protestare.
E’ facile amare chi rinuncia alla sua vita
per noi, chi non ha sesso nè pensieri che non siano prevedibili,
terragni, virtuosi
eppure, neanche questo basta. Una donna vecchia
sa, da come viene guardata in tram o al mercato
quanto poco conta e quanto disgusto ispira agli altri.
La sua vecchiaia non fa pensare alla ricchezza,
alla saggezza, agli onori, all’esperienza.
La sua vecchiaia fa pensare solo alle rughe,
alla pancia ammuffita, all’alito cattivo,
agli occhi lagrimosi e per chi ha fantasia,
al suo bianco e rugoso sesso senza peli.
se ottiene rispetto e tenerezza è solo in
famiglia, dai figli e dai nipoti che la vedono
come una faccendiera disponibile e svagata.
Ma fuori, nella vita, è solo una vecchia,
una strega, una befana, un fagotto ridicolo
e fastidioso. Perchè non si decide a morire?
A meno che non abbia la fortuna di essere
la madre di un uomo famoso, di un gran politico.
Allora sarà riverita e servita, ma per lui
mai per sè, perchè ha avuto il grande privilegio
di essersi fatta mangiare le viscere da un genio
che è uscito da lei con grande dolore e sangue.
Una donna vecchia è una nullità, vale meno di
un soldo bucato. Una donna vecchia è solo un corpo
avvizzito che tarda a morire per egoismo e malignità.
Mentre l’uomo vecchio è carico della sua vita,
la donna vecchia è carica solo della sua morte.
Un uomo vecchio si ammette che abbia sete
di carni bambine e tocchi e sussulti e cerchi
di fare sue due gambe morbide e affusolate.
Una donna vecchia che abbia fame di carne
da baciare è considerata un’arpia,
una pervertita che va subito rinchiusa in un manicomio.
La sua esperianza, il suo passato, la sua sapienza,
i suoi pensieri contano quanto quelli di un cane.
La si butta in un angolo e buonanotte.
Ma se voi, donne vecchie, madri astute,
cominciate a pensare che anche voi avete un sesso,
e una testa che macina pensieri ardenti
e due occhi accesi e due mani capaci e
un cuore affamato, se voi penserete che
siete quello che siete per sopraffazione e
gloria dei peggiori istinti dell’uomo,
forse non avrete vergogna e adichiarare che
un bel ragazzo vi piace e potrete anche
carezzarlo senza sentirvi bruciare la mano di terrore.
Potrete baciarlo chiudendogli
gli occhi con due dita. Poichè l’estrema gioventù
e la vecchiaia sono portate all’amicizia.
E ai ragazzi piace essere amati dalle madri,
di un amore carnale lucidissimo e tenebroso.
Se penserete che la vecchiaia non è una colpa
di cui vergognarsi, se penserete che quello
che fa viva una donna non è soltanto la freschezza
della pelle e di un apio di labbra tornite,
se penserete questo vi sbarazzerete dei vostri lugubri
vestiti da fanstasmi che puzzano
di cipolla e di varecchina, allungherete le vostre mani
tremanti sui corpi degli adolescenti che hanno
bisogno di essere amati come in un sogno,
di tutto cuore e con terribile indulgenza.
Se saprete questo non sarete più vecchie,
e inutili ma forti e utili. Se imparerete
a non confondere la casa con il mondo,
a non contaminare del vostro nero di seppia
le cose luminose e dolorose che vi circondano,
se imparerete a pensare con la votra testa,
a ridere con la vostra gola, a giudicare
con il vostro cuore maturato dal tempo,
sarete amate di un amore meno stupido e
mordente, meno assillante e nero. Perderete
in morbosità ma guadagnerete in ricchezza
di anima e di cervello e autonomia di cuore.
Ma tutto questo non sarà finchè la donna
non scoprirà che è diventata diversa
dall’uomo per ragioni storiche e non naturali. Una storia mimetica da colonizzate ci
ha fatto come siamo, deformi, candide,
accanite, incerte, passive. E’ da questa
storia che dobbiamo tirare fuori i nastri
che ora sono lacci che ci legano le mani
e domani saranno bandiere sbattute al sole.
Donne mie amate predilette e disgraziate,
donne feroci nell’odio di voi stesse e
pieno di zelo poliziesco per maore della proprietà,
dell’onore, della conservazione,
dell’artificio, della gerarchia, della gloria,
vi siete identificate con l’uomo per sfiducia
in voi stesse, avete seguito il modello maschile
del forte virile sicuro
e con questo avete tradito le vostre compagne
le donne di tutti i tempi perchè voi pensate che
la donna è fatta di fango e avete coperto
questo fango con unno strao di porcellana lucente.
Ma il fango lo sentite come una colpa, lo odiate,
e per non farlo mai apparire in superficie,
passate giornate intere a riparare le crepe
e i fori nella vostra bella porcellana bianca.
Ma ora basta, spacchiamo questa copertura dura,
che ci tiene manse e segrete e fatate.
Prendiamo il coraggio di frugare dentro quel fango
e scopriremo che è un fango prezioso
nella sua umiltà, che si è fatto robusto e bello
pronto per costruire case e giardini.
No c’è da vergognarsi del fango della storia,
del fango della servitù, perchè è il nostro onore,
dela fango dell’oppressione perchè quello che
ci fa oggi innocenti e forti e coraggiose,
incontaminate dal potere, colombe da cortile.
Usiamo quel fango per costruire nuove donne
meno belle forse e levigate, ma più salate
del sale dell’orgoglio e dell’amore.
La Repubblica di Domodossola fu uno degli episodi più belli e gloriosi della Resistenza italiana; la città e decine di paesi di tutte le valli ossolane conobbero il sapore della libertà nel settembre e ottobre 1944, quando i partigiani scacciarono con le armi le forze nazifasciste.
La repubblica resistette per 45 giorni.
Per questa coraggiosa insuerrezione la Valdossola ebbe la medaglia d’oro al valor militare. L’insurrezione, anticipatrice di quella dell’aprile 1945, venne cancellata con un tremendo rastrellamento sferrato dalla divisione alpina Monterosa, alcuni battaglioni “M”, reparti della X Mas e della S. Marco, paracadutisti della Folgore, appoggiati da formazioni di artiglieria tedesche.
In questa poesia Fortini descrive un momento tristissimo: un distaccamento partigiano negli ultimi giorni della ritirata, attende, senza speranza, il sopraggiungere dei nemici.
E il tuo fucile sopra l’erba del pascolo.
Qui siamo giunti
siamo gli ultimi noi
questo silenzio che cosa.
Verranno ora
verranno
E il tuo fucile nell’acqua della fontana.
Ottobre vento amaro
la nuvola è sul monte
chi parlerà per noi.
Verranno ora
verranno.
Inverno ultimo anno
le mani cieche la fronte
e nessun grido più.
Prendiamo dalle ombre del tramonto
gocce di pioggia fina.
Notte lunga di sole nascosto,
sotto le proprie ombre ovunque
raccogliamo feriti, morti. Teniamo stretta la rabbia
come qualcosa che si ama.
Gustiamo l’odio
come un alimento.
Retrocediamo ma…
ritorneremo domani!
Un giorno – l’undici-
ci strapparono la libertà
e settembre. Non sanno che di ottobre
ne abbiamo molti
nella nostra storia…
Generali,
sopra il vostro settembre
cadrà
anche il nostro ottobre!
E nel momento in cui partì, si sentì investito – nor death itself would have been divestiture- in nome dell’autentico popolo d’Italia, ad opporsi in ogni modo al fascismo, a giudicare ed eseguire, a decidere militarmente e civilmente. Era un inebriante tanta somma di potere, ma infinitamente più inebriante la coscienza dell’uso legittimo che ne avrebbe fatto. Ed anche fisicamente non era mai stato così uomo, piegava erculeo il vento e la terra. (Beppe Fenoglio, Il Partigiano Johnny)
La “Ginetta” macchina d’assalto e combattimento dei partigiani
Furono anni in cui molti divennero diversi da ciò che erano stati prima. Diversi e migliori. La sensazione che la gente fosse divenuta migliore circolava nelle strade. Ognuno si sentiva di dare il meglio di sè. Questo spandeva intorno uno straordinario benessere, e quando ricordiamo quegli anni, ricordiamo il benessere insieme ai disagi, al freddo, alla fame e alla paura, che in quelle giornate non ci lasciavano mai. (Natalia Ginzburg)
Un settembre di fuoco e di morte era dunque giunto per Roma, una feroce antitesi alla stagione che fa invece del settembre romano il mese più dolce dell’anno. Delle giornate dell’armistizio e della battaglia per Roma si sa ormai tutto, gli storici le hanno ampiamente ricostruite e analizzate. Soltanto una cosa è stata largamente sottovalutata e rimane dunque misconosciuta: la partecipazione popolare alla lotta. Eppure la battaglia dei giorni 8, 9 e 10 ha il sottofondo di una vera epopea di cui lo scontro a Porta San Paolo, davanti alla piramide Cestia, è solo un episodio. Il più noto forse, ma una delle tante tessere che formano il grande mosaico della rivolta di popolo, un insieme ancora da comporre in tutta la sua interezza.
Da Cesare De Simone, Roma città prigioniera, Mursia.
Questo testo è ormai datato e sicuramente insiste troppo sulla componente popolare e di massa della resistenza romana (che c’è stata ma in forme minoritarie e diverse rispetto ad altri parti d’Italia, rispetto ad esempio al “triangolo industriale” o all’Emilia partigiana). Ha comunque il merito di raccontare non solo gli avvenimenti attraverso le testimonianze dirette dei protagonisti (partigiani, antifascisti della prima e della seconda ora) ma anche le impressioni, le sensazioni, i ricordi più o meno sfumati delle persone comuni, del popolo si direbbe.
Viste le ultime dichiarazioni del Ministro La Russa rileggerlo o leggerlo non fa certo male. Così…per comprendere e mobilitarsi affinchè la storia nn venga ri-scritta…e per giunta da personaggi di quella risma.
Lev Ivanovic Yashin nacque a il 22 ottobre del 1929, nei pressi della capitale dell’allora Unione Sovietica.
La storia, seppur quella sportiva, lo vide protagonista del calcio sovietico e mondiale in un ruolo in cui nessuno più ne ha eguagliato il mito: quello del portiere.
Era altissimo, Lev, circa un metro e novanta, eppure dotato di riflessi impressionanti e, soprtattutto, di un formidabile intuito, che gli valsero il titolo di pallone d’oro (unico portiere, ad oggi) nel 1963 ed il soprannome, indimenticabile, di Ragno Nero, per via delle sue divise completamente nere.
Nato da una famiglia di lavoratori industriali, di operai, Lev Yashin iniziò anche lui la vita dell’operaio, nel pieno del secondo conflitto mondiale, a dodici anni.
Qui, vuole la leggenda, si allenava cercando di bloccare i bulloni d’acciaio che il padre gli lanciava. Quel che è certo è che la sua prima partita di calcio vero fu tra le file della squadra dilettante della fabbrica in cui lavorava.
Nome della squadra: Krasnyi Bogatyr.
L’incontro decisivo fu quello con i dirigenti della Dynamo Mosca, che colsero in lui, ragazzino appassionato di calcio ed innamorato di quelle figure che volavano tra i pali a render vani gli sforzi avversari, il loro futuro campione.
A introdurlo nella Dinamo Mosca fu l’allenatore della squadra nazionale di hockey su ghiaccio, altro sport per cui nutriva una passione smodata.
Già nel 1949, a soli venti anni, Lev Yashin era titolare tra i pali della squadra moscovita.
Tra quei pali ci rimase fino al 1971, per un totale di ventuno stagioni.
Tra quei pali vinse cinque titoli e tre coppe nazionali.
Tra pali simili a quelli, per capire il personaggio, vinse anche un titolo nel campionato di Hockey sul ghiaccio, nel 1953, durante una crisi nel suo club e verso il suo sport di appartenenza.
In ultimo, tra i pali divenne, a partire dal 1954, a crisi passata, il simbolo dello sport nell’intera Unione Sovietica. Immagine sublimata durante la vittoria delle olimpiadi nel 1956 e dei campionati europei del 1960.
Per il suo servizio sportivo prestato alla gente del suo paese, nel 1967 gli fu assegnato il prestigioso premio sovietico dell’Ordine di Lenin.
Nel 1971, allo stadio Lenin si Mosca, giocò la sua ultima partita con la Dinamo.
Di fronte aveva una squadra composta dalle maggiori stelle calcistiche europee, tra cui Pelé, Eusebio e Beckenbauer.
Intorno più di centomila spettatori innamorati di lui.
Prima di quella partita, Yashin era stato anche dall’altra parte, tra le file della squadra del resto del mondo, in una partita del 1963 contro la nazionale inglese. Stadio Wembley.
Quella fu tra le sue migliori partite di sempre, con un numero impressionante di parate splendide e decisive.
Yashin fu anche protagonista di tre campionati del mondo, pur all’interno di una squadra di basse pretese: nel 1958 in Svezia, nel 1962 in Cile e nel 1966 in Inghilterra. Durante i tre tornei riuscì a mantenere per quattro volte inviolata la sua porta.
Nel 1986 il Ragno Nero, in seguito ad un drammatico incidente stradale, è stato amputato di una gamba, prima di spegnersi quattro anni più tardi, in seguito a delle complicazioni sorte dopo un intervento chirurgico.
Da tutti viene oggi ricordato come il miglior portiere di tutti i tempi e dal 1994 è stato istituito un premio che porta il suo nome, riservato al miglior portiere di ogni edizione del campionato mondiale.
Nel 2000 la FIFA ha inserito Yashin nella squadra degli undici calciatori più forti del secolo, nominandolo portiere del secolo.
Tra i suoi numeri spiccano i ben 150 rigori parati in carriera, record mai più raggiunto da nessun portiere. Oltre a ciò il suo curriculum si arricchisce di 812 partite disputate, 75 partite da capitano con l’Unione Sovietica, due apparizioni in formazioni Resto del Mondo, nel 1963 e nel 1968.
A chi un giorno gli chiese il suo segreto, Yashin rispose divertito che il trucco stava semplicemente, prima della partita, nel fumarsi una sigaretta per rilassare i nervi e nel buttare giù un po’ di superalcolici per ben tonificare i muscoli…
E’ probabile che il segreto del Ragno Nero stesse altrove, nascosto a chi lo ammirò, a chi ancora oggi ne ricorda le gesta probabilmente anche lui stesso, il più grande, istintuale, portiere di tutti i tempi.
Krokodil, 1926, n.8, Lungo un aspro cammino. (campagna contro l’alcolismo)
Quando passa la sbornia
come la coscienza si fa severa nei nostri confronti,
quando nella confidenza del vicino di tavola
non ci accorgiamo dell’insinuarsi di un nemico.
Ma è terribile non credere a nessuno
e, nel continuo sforzo della vigilanza,
attribuire progetti tenebrosi
alla ribellione immatura, ma pura.
Nella diffidenza lo zelo non è un merito:
Un giudice cieco non serve bene il suo popolo.
E’ più terribile, per la fretta,
scambiare un amico per un nemico
che un nemico per un amico.
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