luglio 28, 2011
A Piena Voce - Lily Brik
Cultura
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Ogni giorno reca con sè
un’ora torbida e tesa.
Parlo con la mia pena a voce alta,
senza aprire gli occhi assonnati.
Ed essa batte come il sangue,
riscalda come il respiro,
come l’amore felice
è giudiziosa e cattiva
(1917, La corsa del tempo)
***

Quasi in un album
Sentirai il tuono e mi rammenterai,
penserai: desiderava la bufera…
Sarà una striscia di cielo accesa di rosso,
e il cuore come allora in fiamme.
E ciò accadra nel giorno moscovita
in cui abbandonerò per sempre la città,
muoverò verso il bramato riparo,
lasciando in mezzo a voi ancora la mia ombra.
(1961-63, La rosa di macchia fiorisce)
marzo 21, 2011
A Piena Voce - Lily Brik
Cultura
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Vorrei
Vorrei
nascere
in tutti i paesi,
perchè la terra stessa, come anguria,
compartisse per me
il suo segreto,
e essere tutti i pesci
in tutti gli oceani
e tutti i cani
nelle strade del mondo.
Non voglio inchinarmi
davanti a nessun dio,
la parte non voglio recitare
di un hippy ortodosso,
ma vorrei tuffarmi
in profondità del Bajkal
e sbuffando
riemergere
nel Mississippi.

Vorrei
nel mio mondo adorato e maledetto,
essere un misero cardo -
non un curato giacinto,
essere una qualsiasi creatura di dio
sia pure l’ultima jena rognosa,
ma in nessun caso un tiranno
e di un tiranno, nemmeno il gatto -
in nessun caso.
Vorrei essere uomo,
in qualsiasi personificazione:
anche torturato in un carcere del Guatemala,
o randagio nei tuguri di Honk Kong,
o scheletro vivente nel Bangladesh
o misero jurodivyj a Lhasa,
o negro a Capetown,
ma non personificazione della feccia.

Vorrei giacere,
sotto il bisturi di tutti i chirurghi del mondo,
essere gobbo, cieco,
provare ogni malattia, ferita, deformità,
raccogliere luride cicche -
purchè in me non s’insinui
il microbo ignobile della superiorità.
Non vorrei far parte dell’elite,
ma di certo neppure del gregge dei vigliacchi,
nè dei cani del gregge,
nè dei pastori che al gregge si conformano,
vorrei essere felicità,
ma non a spese degli infelici,
vorrei essere libertà,
ma non a spese di chi è asservito.

Vorrei amare
tutte le donne del mondo
e vorrei essere donna anch’io -
magari una volta soltanto…
Madre-natura,
l’uomo è stato da te defraudato.
Perchè non dargli
la maternità?
Se in lui, sotto il cuore, un figlio
si facesse sentire così
senza un perchè
certo l’uomo
non sarebbe tanto crudele.
Vorre essere essenziale -
magari una tazza di riso
nelle mani di una vietnamita segnata dal pianto,
o una cipolla
nella brodaglia di un carcere di Haiti,
o un vino economico
in una trattoria di terz’ordine napoletana
e un tubetto, anche minuscolo, di formaggio
in orbita lunare:
che mi mangino pure
e mi bevano -
purchè nella mia morte
ci sia una utilità.

Vorrei appartenere a tutte le epoche,
far trasecolare la storia tanto
da stordirla
con la mi impudenza:
della gabbia di Pugacev segherei le sbarre
quale Gavroche introdottosi in Russia
condurrei Nefertiti
a Michajlovsloe, sulla trojka di Puskin.
Vorrei cento volte
prolungare la durata di un attimo:
per potere nello stesso istante
bere alcool con i pescatori della Lena,
baciare a Beirut,
danzare in Guinea, al suono del tam-tam,
scioperare alla Renault
correre dietro un pallone con i ragazzi di Copacabana,
vorrei essere onnilingue,
come le acque segrete del sottosuolo.

Fare di colpo tutte le professioni
e ottenere così che
un Evtusenko sia semplicemente poeta,
un altro, un militante clandestino spagnolo,
un terzo, uno studente di Barkeley
e un quarto, un cesellatore di Tbilisi.
Un quinto – scuoterebbe soltanto il sonaglio di una carrozza
e il decimo…
il centesimo…
il milionesimo…
Poco per me essere me stesso-
tutti, fatemi essere!
E per ciascun essere,
in coppia,
come si usa.
Ma dio,
lesinando la carta carbone
mi ha prodotto in un solo esemplare
nel suo bogizdat.
Ma a dio confonderò le carte.
Lo raggirerò!
Avrò mille facce
fino all’ultimo giorno,
affinchè la terra rimbombi per causa mia
e i computers impazziscano
per il mio universale censimento.

Vorrei, umanità,
lottare su tutte le tue barricate,
stringermi ai Pirenei,
coprirmi di sabbia attraverso il Sahara
e accettare la fede
della grande fratellanza umana
e fare proprio
il volto di tutta l’umanità.
E quando morirò -
sensazionale Villon siberiano -
non deponetemi
in terra inglese
o italiana -
ma nella nostra terra russa,
su quella verde,
serena collina,
dove per la prima volta
io
mi sono sentito tutti.
1972
marzo 14, 2011
A Piena Voce - Lily Brik
Cultura, donne, memoria
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Nella mitologia dei popoli slavi orientali la rusalka è un essere con sembianze di donna giovane e bella che vive nelle acque dei fiumi, laghi e stagni. Come le sirene del mito classico, le rusalki avevano il potere di sedurre con i loro canti e le loro grazie l’uomo che le incontrava, salvo poi uccidere il malcapitato trascinandolo in acqua. L’immagine della rusalka è comune alla poesia russa di epoca romantica.

Sono giunta fin qui, oziosa,
è lo stesso per me dove annoiarmi!
Sopra il colle il mulino riposa.
Qui puoi stare in silenzio per anni.
Su una cuscuta secca
volteggia un’ape sommessa;
chiamo nello stagno la rusalka,
ma la rusalka è morta.
L’ampio stagno si interra,
si copre di fango rossastro;
sottile la luna risplende
sul palpito della tremula
Come mi fosse nuovo, osservo tutto.
Umido aroma dei pioppi.
E taccio. Taccio, pronta
ad essere te di nuovo, terra.
1911

(Venezia)
Colombaia dorata sull’acqua,
tenera e verde struggente,
e una brezza marina che spazza
la scia sottile delle barche nere.
Che dolci, strani volti tra la folla,
nelle botteghe lucenti di balocchi:
un leone col libro su un cuscino a ricami,
un leone col libro su una colonna di marmo.
Come su di un’antica tela scolorita,
il cielo azzurro fioco si rapprende…
ma non si è stretti in quest’angustia,
e non opprimono l’umido e l’afa.
1912
marzo 14, 2011
A Piena Voce - Lily Brik
Cultura, donne, memoria
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Mi diverte quando sei ubriaco
e nelle tue storie non c’è senso.
Un autunno precoce ha sparpagliato
gialli stendardi sugli olmi.
Ci addentrammo in un falso paese,
ora ce ne pentiamo amaramente,
ma perchè sorridiamo di un sorriso
strano e raggelato?
Al posto di una pacifica gioia
volevamo un dolore che mordesse…
no, non lascerò il mio compagno
dissoluto e tenero.
1911

C’è nel contatto umano un limite fatale,
non lo varca né amore né passione,
pur se in muto spavento si fondono le labbra
e il cuore si dilacera d’amore.
Perfino l’amicizia vi è impotente,
e anni d’alta, fiammeggiante gioia,
quando libera è l’anima ed estranea
allo struggersi lento del piacere.
Chi cerca di raggiungerlo è folle,
se lo tocca soffre una sorda pena…
ora hai compreso perchè il mio cuore
non batte sotto la tua mano.
1915 – a Nikolaj Vladmirovic Nedobrovo

(Il salice)
Io crebbi in un silenzio arabescato
in un’ariosa stanza del nuovo secolo.
Non mi era cara la voce dell’uomo,
ma comprendevo quella del vento.
Amavo la lappola e l’ortica,
e più di ogni altro un salice d’argento.
Riconoscente, lui visse con me
la vita intera, alitando di sogni
con i rami piangenti la mia insonnia.
Strana cosa, ora gli sopravvivo.
Lì sporge il ceppo, e con voci estranee
parlano di qualcosa gli altri salici
sotto quel cileo, sotto il nostro cielo.
Io taccio…come se fosse morto un fratello.
1940
febbraio 23, 2011
A Piena Voce - Lily Brik
Cultura, donne
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Amore in Portogallo
La notte, come ferite, leccava i fuochi.
Con gli spioncini, guardavano le stelle le prigioni,
e sotto il ponte di Salazar noi -
nell’oscurità più oscura.
Il dittatore ci ha reso un servizio
e, non visti da lui, sotto il ponte,
da questo infausto paese emigriamo
l’uno nelle braccia dell’altro.
Sotto il ponte di cemento e paura,
sotto il ponte di un ottuso potere,
le nostre labbra sono terre radiose
dove liberi siamo io e te.
La libertà io la rubo, la rubo
e nel sacro istante sottratto, sono felice
che, seppure in un bacio, non sia censurata
la lingua mia peccatrice.
Perfino in un mondo che ha i fascisti al potere,
dove la gente ha così pochi diritti,
sopravvivono ciglie vellutate,
che altri mondi nascondono.
Piccola portoghese, che ti sfili
e mi doni il tuo anello, perchè piangi?
Io non piango.
Le mie lacrime tutte le ho piante.
Stringiti a me. Ti bacio. Non pensare.
Sorella, poco possiamo noi.
Sotto il ponte, accigliato sopraciglio,
invisibili al mondo, siamo due lacrime.
Lisbona 1967
E.Evtusenko
febbraio 4, 2011
A Piena Voce - Lily Brik
Cultura
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Corro con gli sci sulla neve candida.
Corro e penso:
nella vita io che posso?
Mi esamino,
mi affliggo,
ricordo.
Che cosa so?
Proprio niente.
Corro con gli sci sulla neve candida.
Nella bella città c’è piazza Nogin.
Ora da qui la vedo.
C’è una ragazza là che vive sola
Non è
mia moglie.
E neppure è innamorata di me.
Chi ne ha colpa?…
Oh, bianco sfarfallio!
Corro.
Ansia e sollievo in me.
Profonda la neve.
Profondo il respiro.
Profondo il cielo, sul capo.
Devo andare lontano…
Scricchiate,
cari sci,
scricchiate,
e lei,
lontana,
dimentichi gli affanni.
Rinsaldi il cuore.
Compri qualcosa.
Dorma tranquilla.
Tutto andrà bene.
Ho voglia di fumare.
In due spezzo i fiammiferi.
Di fuggire da me stesso sono stanco.
Andrò a casa.
Nel convoglio surriscaldato,
infastidirò qualcuno con gli sci.
Andrò dalla ragazza sola.
Lei accantonerà tutto.
Porta le grosse trecce a ghirlanda.
Si annoiava lontano da me.
Chiederà che la baci.
“Problemi con gli sci?”
domanderà sommessa.
“No, no – risponderò – nessun problema, con gli sci”.
Ma resterò sopra pensiero…
“Un pò di tè, caro?”
“No”.
“Che cos’hai? – non capisco…
Dove sei in questo istante?”.
Scuoto la testa.
Che cosa risponderò?
Le rispondo:
“Corro con gli sci
sulla neve candida”
1955

gennaio 3, 2011
A Piena Voce - Lily Brik
Cultura
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2
Majakovskij – Tre poesie August 2008
3
Perchè leggere i classici – Italo Calvino April 2009
1 comment
4
Il Flauto di Vertebre – Majak November 2009
2 comments
5
Boris Vian – Tre poesie September 2008
1 comment
novembre 11, 2009
A Piena Voce - Lily Brik
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Da molto che non metto qualcosa del grande poeta della Rivoluzione.
Oggi mi sembra un giorno adatto per Il Flauto di Vertebre, un poema straziante, dedicato ad un amore finito, disperato, maledetto.
E’ un lungo travaglio questo poema, ma vale la pena.
Lo scritto d’amore più bello.

PROLOGO
A voi tutte che siete piaciute o piacete,
che conservate icone nell’antro dell’anima,
come coppa di vino in un brindisi,
levo il cranio ricolmo di canti.
Sempre più spesso mi chiedo
se non sia meglio mettere un punto
d’un proiettile sulla mia sorte.
Oggi darò
in ogni caso,
un concerto d’addio.
Memoria!
Raduna nella sala del cervello
le schiere inesauribili delle amate.
Da un occhio all’altro effondi il sorriso.
D’antiche nozze travesti la notte.
Di corpo in corpo effondete la gioia.
Che nessuno dimentichi una simile notte.
Oggi io suonerò il flauto
sulla mia colonna vertebrale.

1.
Miglia di strade i miei passi calpestano.
Dove andrò a nascondere il mio inferno?
Da quale Hoffmann celeste
sei stata concepita, maledetta?
Sono anguste le strade per una tempesta di gioia.
Gente adorna la festa senza posa attingeva.
Penso.
I pensieri, grumi di sangue,
infermi e rappresi strisciano via dal cranio.
Io,
taumaturgo di ogni tripudio,
non ho con chi andare alla festa.
Cadrò di schianto, supino,
sfracellandomi il cranio sulle pietre del Nevski!
Ho bestemmiato.
Ho urlato che Dio non esiste,
e lui ha tratto dal fondo dell’inferno
una donna che farebbe tremare una montagna,
e mi ha comandato:
amala!
Dio è soddisfatto.
Nell’erta sotto il cielo
un uomo tormentato s’è inselvatichito e spento.
Dio si strapiccia le mani.
Dio pensa:
aspetta, Vladimir!
L’ha escogitato lui, lui,
per non farmi scoprire il tuo mistero,
di darti un marito vero
e di porre sul pianoforte note umane.
Se furtivo m’accostassi alla soglia della tua alcova,
per far la croce sulla nostra coperta,
lo so,
si sentirebbe puzzo di lana bruciata
e fumo solfureo si leverebbe dalla carne del diavolo.
Ma invece fino all’alba
l’orrore che tu fossi condotta ad amare
m’ha sconvolto,
e le mie grida
ho sfaccettato in versi,
gioielliere già in preda alla follia.
Giocare a carte!
Sciacquare
nel vino la rauca gola del cuore!
Non ho bisogno di te!
Non voglio!
Non importa,
lo so
che creperò fra breve.
Se è vero che esisti,
o Dio
o mio Dio,
se hai intessuto il tappeto di stelle,
se questo tormento,
moltiplicato ogni giorno,
è, Signore, una prova mandata giù da te,
indossa la toga del giudice.
Aspetta la mia visita.
Sono puntuale,
non tarderò di un giorno.
Ascolta, altissimo inquisitore!
Serrerò la bocca.
Non udranno un grido
dalle labbra morse.
Legami alle comete, come alle code dei cavalli,
trascinami,
squarciandomi sulle punte delle stelle.
Oppure,
quando l’anima mia sloggerà
per venire al tuo tribunale,
accigliandoti ottusamente,
come una forca
distendi la Via Lattea,
e subito impiccami come un criminale.
Fa’ quello che ti pare.
Squartami, se vuoi.
Io stesso, giusto, ti laverò le mani.
Però,
ascolta!
Portati via la maledetta,
che m’hai comandato d’amare!
Miglia di strade i miei passi calpestano.
Dove andrò a nascondere il mio inferno?
Da quela Hoffmann celeste
sei stata concepita, maledetta?

2.
Il cielo,
fumoso, immemore d’azzurro
e le nubi a brandelli come profughi
rischiarerò nell’alba del mio ultimo amore,
vivido come l’incarnato di un tisico.
La mia gioia ricoprirà il ruggito
dell’ammasso, dimentico
del tepore domestico.
Uomini,
ascoltate!
Uscite dalle trincee.
Combatterete dopo.
Anche se dura la battaglia,
ubrica di sangue e vacillante come Bacco,
le parole d’amore non sono vane.
Cari tedeschi!
Io so
che avete sul labbro
la Margherita di Goethe.
Muore il francese
sulla baionetta sorridendo,
cone un sorriso si schianta l’aviatore ferito,
se ricorda
il bacio della tua bocca,
Traviata.
Ma a me che importa
della rosea polpa,
che i secoli masticheranno?
Oggi stendetevi ad altri piedi!
canto te,
imbellettata,
fulva.
Forse di questi giorni,
orrendi come aguzze baionette,
quando i secoli avranno canuta la barba,
resteremo soltanto
tu
ed io,
che t’inseguirò di città in città.
Sarai mandata di là dal mare,
ti celerai nel covo della notte:
ti bacerò attraverso la nebbia di Londra
con le labbra di fuoco dei lampioni.
In lente carovane percorrerai i torrdi deserti,
dove stanno leoni in agguato:
per te
sotto la polvere, strappata dal vento,
sarà un Sahara la mia guancia ardente.
Con un sorriso sulle labbra guardami,
vedrai
che torero che io sono!
E d’improvviso
getterò sul tuo palco la mia gelosia
come l’occhio morente del toro.
Se portando il tuo passo distratto sul ponte,
penserai
che si sta bene laggiù,
sarò io
sotto il ponte la corrente della Senna,
e ti chiamerò,
digrignando i putridi denti.
Con un altro incendierai nel fuoco dei cavalli
Strelka o Sokolniki.
Io starò in alto a farti soffrire
come un’ignuda luna in attesa.
Sono forte,
avranno bisogno di me
e mi ordineranno:
muori in battaglia!
Il tuo nome
sarà l’ultimo
rappreso sul mio labbro lacerato dal proiettile.
Finirò sul trono?
o a Sant’Elena?
Dominati i flutti tempestosi della vita,
sarò ugualmente candidato
al regno dell’universo
e al lavoro forzato.
Se è mio destino d’essere re,
il tuo viso
ordinerò di coniare al mio popolo
nell’oro vivo dell mie monete!
O laggiù,
dove si scolora il mondo nella tundra,
dove traffica il fiume col vento del nord,
sul ferro graffierò il tuo nome, Lilia,
e le catene bacerò nel buio della galera.
Ascoltate, immemori dell’azzurro cielo,
irsuti,
come bestie feroci.
Al mondo, forse,
questo ultimo amore
è un’alba vivida come l’incarnato di un tisico.

3.
Scorderò l’anno, la data, il giorno.
Mi chiuderò solo con un foglio di carta.
Avverati, magia sovrumana,
delle parole illuminate di pianto!
Oggi, appena entrato nella tua casa,
mi sono sentito
a disagio.
Tu celavi qualcosa nell’abito di seta
e s’effondeva nell’aria un profumo d’incenso.
Sei felice?
Hai risposto un freddo:
“Molto.”
L’inquietudine ha rotto l’argine della ragione.
Accumulo disperazione, nel delirio della febbre.
Ascolta,
tannto non ci riesci
a celare il cadavere.
Scagliami in viso la parola terribile.
Ogni tuo muscolo urla
lo stesso
come in un megafono:
è morto, è morto, è morto.
No,
rispondi.
Non mentire!
(Come farò a tornare indietro così?)
Come due tombe
ti si scavano gli occhi nel viso.
Le due fosse si inabissano.
Non se ne vede il fondo.
Mi sembra
di crollare sul palco dei giorni.
Come una fune, ho teso l’anima sul precipizio
e vi ho fatto l’equilibrista, giocoliere di parole.
Lo so,
ormai l’ha consunto l’amore.
Da tanti segni indovino la noia.
Fammi tornare giovane nell’anima.
La gioia del corpo fa’ di nuovo conoscere al cuore.
Lo so,
per una donna sempre si paga.
Non fa niente,
se intanto,
non ti vestirò conl’elegante abito di Parigi
ma soltanto col fumo della sigaretta.
Il mio amore,
come un apostolo d’età remote,
diffonderò per mille e mille strade.
Da secoli è pronta per te una corona,
ove sono incastonate le mie parole:
arcobaleno di spasimi.
Come fecero vincere Pirro
gli elefanti con passi di due quintali,
così io ho sconvolto il tuo cervello col passo del genio.
Invano.
Non potrò piegarti.
Gioisci,
gioisci
d’avermi finito!
Ora è tale l’angoscia che desidero
soltanto fuggire al canale
e il capo cacciare nell’acqua digrignante.
Mi hai offerto le labbra.
Con quanta indifferenza.
Le ho sfiorate e m’hanno ghiacciato.
M’è parso di baciare in penitenza
un monastero intagliato nella fredda pietra.
Hanno sbattuto
la porta.
É entrato lui,
rorido della gaiezza delle strade.
Io
come un gemito mi sono spezzato in due.
Gli ho gridato:
“Va bene!
Me ne andrò!
Va bene!
Rimarrà tua.
Ricoprila di stracci,
le sete appesantiscono le sue timide ali.
Bada che non s’involi.
Appendile al collo
come una pietra collane di perle!”
Oh, questa
che notte!
Ho spremuto a non finire la mia disperazione.
Al mio pianto e al mio riso
il muso della stanza s’è torto in una smorfia d’orrore.
E come una visione sorse a te il tuo sembiante,
sul suo tappeto effondevi l’aurora dei tuoi occhi,
quasi un sogno evocasse un nuovo Bialik
un’abbagliantte regina ebraica di Sion.
Nel tormento ho piegato i ginocchi
dinanzi a colei che non è più mia.
A mio paragone
re Alberto,
arresosi con tutte le sue fortezze,
è un festeggiato ricolmo di regali.
Indoratevi al sole, fiori ed erbe!
Dilagate in primavera, vita di tutti gli elementi!
Io un solo veleno desidero:
bere e bere sempre versi.
Tu che hai saccheggiato il mio cuore,
privandolo di tutto,
e nel delirio m’hai lacerato l’anima,
accogli, cara, il mio dono,
forse più nulla io potrò inventare.
Ornate a festa la data di oggi.
Avverati,
magia simile alla passione di Cristo.
Vedete,
sulla carta sono trafitto
con i chiodi delle parole.

(1915)
…non si può che amare la terra con cui hai condiviso il freddo,
quello più intimo, il ghiaccio perenne che mi porto dentro…
settembre 28, 2009
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura
1909, 1913, apienavoce, arte, autori, avanguardie, avanguardie artistiche, blog, chelbnikov, citazioni, città, cubofuturismo, Cultura, David Burljuik, don, egofuturismo, futurismo, futurismo italiano, futurismo russo, italia, konstantin olimpov, leggere, letteratura, libri, manifesto dei futuristi, mito festival della musica, paolo nori, poesia, poesia russa, poeti russi, rivoluzione, roma, romanzi, rosso, rostov, russia, scrivere, teoman, torino, vladimir markov
Paolo Nori è un ottimo studioso di letteratura e avanguardie russe
(oltre che un favoloso narratore di storie).
Questo è l’inizio di un intervento al MiTo – Festival della Musica
che si è svolto recentemente a Torino.
Per avere delle idee chiare nell’inutile quanto scarno centenario
italiano del Manifesto futurista.
Buona lettura.

I futuristi russi, o cubofuturisti, all’inizio non si chiamavano futuristi russi. Cioè, in Russia, non si chiamano neanche adesso futuristi russi, si chiamano futuristi e basta, o cubofuturisti, ma allora, quando han cominciato, si chiamavano all’inizio Gilejani, da Gileja, regione della Crimea dove i fratelli Burljuk avevano casa, e poi, dopo un po’, budetljani, parola inventata da Chelbnikov che è stata tradotta come Futuriani, o come Uomini del futuro, e che potrebbe forse voler anche dire Quelli che sono quel che saranno. Han cominciato a chiamarsi futuristi solo nel 1913, tre anni dopo la loro prima uscita comune, un almanacco intitolato La trappola dei giudici, stampato sul retro della carta da parati nel 1910, del quale circolarono in tutto una ventina di copie, perché l’editore, David Burljuk, non aveva i soldi per pagare il tipografo, e il tipografo mandò al macero la maggior parte delle 400 copie stampate, Burljuk riuscì a salvarne solo una ventina, che sono oggi una rarità bibliogrfica, io ne ho avuta tra le mani la copia della biblioteca pubblica di San Pietroburgo, a me è sembrata bellissima, refusi compresi.
I futuristi russi, all’inizio, avevano nei confronti del futurismo un’atteggiamento non proprio amichevole. In uno dei loro primi manifesti si legge Ma cosa vogliono questi futuristi? Ma chi si pensano di essere? Considerazioni che non riguardano, probabilmente, i futuristi italiani, ma gli egofuturisti, che è tutta un’altra cosa, un’altra parrocchia, verrebbe da dire, o un’altra religione, se si considerano alcuni testi egofuturisti come il poema di Olimpov del 1913 intitolato Il fenomenale geniale poema Teoman del grande poeta mondiale Konstantin Olimpov, poema che ebbe una scarsa circolazione perché venne sequestrato pochi giorni dopo l’uscita porbabilmente perché il poeta si autoidentificava con Dio.
Vladimir Markov, nella sua Storia del futurismo russo, ricorda la prima volta che un futursita russo ha menzionato il futurismo italiano:
Un fatto interessante, scrive Markov è che David Burljuk nel corso di una conferenza tenuta a Mosca nel mese di gennaio del 1912, menzionò pubblicamente per la prima volta il futurismo italiano. Pur non sapendo pressoché nulla a quel tempo sul futurismo italiano, e non avendo visto un solo quadro dei futuristi itlaiani, Burljuk li accusò di sacrificare i principi dell’arte a favore della letteratura.
Qualche mese dopo, nel 1913, è proprio il pittore David Burljuk, che si può considerare il principale responsabile e attivista del fenomeno cubofuturista, che sceglie per il Gilejani il nome di cubofuturisti, nome col quale i Gilejani si presentarono in pubblico con l’almanacco La luna crepata, uscito apunto nel 1913. Da allora, i futuristi russi si sono molto preoccupati di essere considerati i primi futuristi al mondo, retrodatando la propria nascita fino al momento in cui avevano cominiato a lavoarare alla Trappola dei giudici (fine del 1909), e poi, siccome non bastava, fino alle prime pubblicazioni letterarie di Velimir Chelbinikov, che era considerato, allora, il capofila del movimento (un futurismo russo senza Chlebnikov era come un bolscevismo senza Lenin, scrive Markov).
Le tecniche, come dire, di marketing, di Burljuk, sono, rilette oggi, abbastanza fantasiose. Sembra sia stato lui a organizzare le lunghe tournée spettacolo della compagnia dei futuristi per tutta la Russia, e sembra che in ogni città in cui scendevano, Burljuik pagasse dei bambini che andavano in giro a gridare Arrivano i futristi, Arrivano i futuristi. E che una volta, a Rostov sul Don, i bambini, che avevano capito male, andarono in giro a gridare Arrivano i futbolisty, arrivano i futbolisty. Che tradotto sarebbe: Arrivano i calciatori, arrivano i calciatori.
(Fonte: Blog di Paolo Nori)
luglio 24, 2009
A Piena Voce - Lily Brik
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Non t’amo più…E’ un finale banale.
Banale come la vita, banale come la morte.
Spezzerò la corda di questa crudele romanza,
farò a pezzi la chitarra: ancora la commedia perchè recitare!
Al cucciolo soltanto, a questop mostriciattolo peloso, non è dato capire
perchè ti dai tanta pena e perchè io faccio altrettanto.
Lo lascio entrare da me, e raschia la tua porta, lo lasci passare tu, e raschia la mia porta.
C’è da impazzire, con questo dimenio continuo…
O cane sentimentalone, non sei che un giovanotto.
Ma io non cederò al sentimentalismo.
Prolungar la fine equivale a continuare una tortura.
Il sentimentalismo non è una debolezza, ma un crimine
quando di nuovo ti impietosisci, di nuovo prometti
e provi, con sforzo, a mettere in scena un dramma
dal titolo ottuso “Un amore salvato”.
E’ fin dall’inizio che bisogna difendere l’amore
dai “mai” ardenti e dagli ingenui “per sempre!”.
E i treni ci gridavano: “Non si deve promettere!”.
E i fili fischiavano: “Non si deve promettere!”.
I rami che si incrinavano e il cielo annerito dal fumo
ci avvertivano, ignoranti presuntuosi,
che è ignoranza l’ottimismo totale,
che per la speranza c’è più posto senza grandi speranze.
E’ meno crudele agire con sensatezza e giudiziosamente soppesare gli anelli
prima di infilarseli, secondo il principio dei penitenti incatenati.
E’ meglio non promettere il cielo e dare almeno la terra,
non impegnarsi fino alla morte, ma offrire almeno l’amore di un momento.
E’ meno crudele non ripetere “ti amo”, quando tu ami.
E’ terribile dopo, da quelle stesse labbra
sentire un suono vuoto, la menzogna, la beffa, la volgarità
quando il mondo falsamente pieno, apparirà falsamente vuoto.
Non bisogna promettere…L’amore è inattuabile.
Perchè condurre all’inganno, come a nozze?
La visione è bella finchè non svanisce.
E’ meno crudele non amare, quando dopo viene la fine.
Guaisce come impazzito il nostro povero cane,
raspando con la zampa ora la mia, ora la tua porta.
Non ti chiedo perdono per non amarti più.
Perdonami d’averti amato.
maggio 14, 2009
A Piena Voce - Lily Brik
Cultura, politica
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Sono rimasti quelli di un tempo, come cose.
Prova ad inculcar loro qualcosa di nuovo!
Apparentemente hanno rinunciato a molto,
ma in fondo sono rimasti gli stessi.
Non hanno fretta di capire tutto il nuovo,
o, piuttosto, non vogliono capire,
e continuano assurdamente a luccicare
con le corazze dei vecchi successi.
Vedo la difficoltà della loro situazione,
vedo il crollo ineluttabile dei loro affanni,
quando,
alleandosi con zelo,
vigliacchi,
attaccano il coraggio dei giusti.
I loro cavalli sono invecchiati,
spelacchiati,
ed essi non hanno più le maniere di un tempo,
gli vanno male gli affari oggi,
se hanno paura di affrontare apertamente la battaglia.
dicembre 24, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura
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Due frasi.
Pesanti come un colpo.
“A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio”
Ma uno
come me
dove potrà cacciarsi?
Che tana m’han preparata?
S’io fossi
piccolo
come il Grande Oceano,
sulla punta delle onde m’alzerei,
carezzerei la luna con il mio flusso.
Dove trovare un’amata
che mi somigli?
Minuscolo sarebbe il cielo per contenerla!
Oh s’io fossi povero
come un miliardario!
L’anima disprezza i soldi:
un ladro insaziabile s’annida in essa.
Ai desideri miei, alla sfrenata orda
non basta l’oro di tutte le Californie.
S’io fossi balbuziente
come Dante
o Petrarca!
Accendere l’anima per una sola!
Ordinarle coi versi di ridursi in cenere!
E le parole
e il mio amore
sarebbero un arco di trionfo:
pomposamente,
senza lasciar traccia, vi passerebbero
le amanti di tutti i secoli.
Oh s’io fossi
silenzioso
come il tuono:
con un sol gemito
farei tremare l’eremo vacillante della terra.
Se
la mia voce enorme
urlerà a tutta forza,
le comete torceranno le loro braccia di fuoco,
e a capofitto si getteranno dalla disperazione.
Coi raggi dei miei occhi rosicchierei la notte:
oh s’io fossi
appannato
come il sole!
Vorrei proprio
abbeverare con la mia luce
il seno smagrito della terra!
Passerò,
trascinando il mio amore enorme.
In quale notte
delirante,
malata,
quali Golia m’han concepito,
così grande
e così inutile?
All’amato se stesso
dedica queste righe l’Autore
(1916)
novembre 10, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
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Gianco in un suo pezzo canta…
«Questa canzone racconta la storia di uno che era giù,
molto giù e penso che più giù di così non si possa essere»
E siccome anche io sono davvero molto giù, ho deciso di fare gli auguri alla Rivoluzione d’Ottobre, alla Rivoluzione russa, evento e spartiacque della storia dell’Umanità. Finalmente migliaia, milioni di persone riscattano in quel fatidico 1917 la loro condizione sociale, vincono i soprusi e lo zarismo, vincono le forze reazionarie. Tutto il mondo assiste incredulo al processo di emancipazione di un paese enorme, arretrato, povero. Lo spettro si è fatto carne.

La fine dei Romanov
Mosca – John Reed, I dieci giorni che sconvolsero il mondo, 1919.
La sera del 16 novembre, vidi sfilare sul corso Zagorodni duemila guardie rosse, precedute da una banda militare che suonava la Marsigliese. Come quell’inno era ben scelto, con le bandiere rosso sangue, sventolanti sulle file scure dei lavoratori, per salutare il ritorno dei fratelli che avevano combattuto per la difesa della capitale rossa! Avanzavano nel freddo della sera, uomini e donne con le lunghe baionette oscillanti in cima ai fucili, per le strade fangose e sdrucciolevoli, pochissimo rischiarate, in mezzo ad una folla silenziosa di borghesi, sprezzanti, ma poco tranquilli…
Tutti erano contro di loro: uomini di affari, speculatori, benestanti, agrari, ufficiali, politicanti, professori, studenti, professionisti, commercianti, impiegati. Gli altri partiti socialisti odiavano i bolscevichi di un odio implacabile. I Soviet avevano favorevoli solamente i semplici operai, i marinai, i soldati che non erano ancora demoralizzati, i contadini senza terra e alcuni, pochissimi, intellettuali…
Dagli angoli più lontani di quella grande Russia sulla quale si frangeva l’onda scatenata delle battaglie di strada, la notizia della sconfitta di Kerenski echeggiava come l’eco formidabile della vittoria proletaria: da Kazan, da Saratov, da Novgorod, da Vinnitza, dove il sangue era colato a fiotti nelle strade, da Mosca, dove i bolscevichi avevano puntato i cannoni contro l’ultima fortezza della borghesia, il Kremlino.
«Bombardano il Kremlino!». La notizia correva di bocca in bocca nelle strade di Pietrogrado, provocando una specie di terrore. I viaggiatori che arrivavano da Mosca, la « Piccola Madre», da Mosca la Bianca, dalle cupole dorate, facevano dei racconti spaventosi; i morti si contavano a migliaia; la Tverscaia ed il ponte Kuznetzki erano in fiamme, la cattedrale di San Basilio, il Beato, era non più che una rovina fumante, la cattedrale della Assunzione crollava; la Porta del Salvatore al Kremlino vacillava, la Duma era quasi rasa al suolo. Nulla ancora di tutto quello che avevano fatto i bolscevichi poteva paragonarsi a questo spaventoso sacrilegio compiuto nel cuore stesso della Santa Russia. I fedeli credevano di udire il fracasso dei cannoni che sputavano in faccia alla Santa Chiesa Ortodossa, riducendo in polvere il santuario della nazione russa…

Delegati alla prima Sessione dei Deputati dei Lavoratori e dei Soldati Russi Delegates, fotografati dentro la stanza della Duma nel palazzo di Tauride (Pietrogrado, Giugno 1917)
Finché le donne non saranno chiamate, non soltanto alla libera partecipazione alla vita politica generale, ma anche al servizio civico permanente o generale, non si potrà parlare non solo di socialismo, ma neanche di democrazia integrale e duratura. (Lenin)

Guardie rosse__Fabbrica Vulkan
settembre 12, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
Uncategorized
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Cantilenano le brigate dei vecchi
la stessa litania.
Compagni!
sulle barricate!
Barricate di cuori e di anime.
è vero comunista solo chi ha bruciato
i ponti della ritirata.
Basta con le marce, futuristi,
un balzo nel futuro!
Non basta costruire una locomotiva:
fa girare le ruote e fugge via.
Se un canto non saccheggia una stazione,
a che serve la corrente alternata?
Ammonticchiate un suono sopra l’altro,
e avanti,
cantando e fischiettando.
Ci sono ancora buone consonanti:
erre,
esse,
zeta.
non basta allineare,
adornare i calzoni con le bande.
Tutti i soviet insieme non muoveranno gli eserciti,
se i musicisti non suoneranno la marcia
portate i pianoforti sulla strada,
alla finestra agganciate il tamburo!
Il tamburo
spaccate e il pianoforte,
perché un fracasso ci sia,
un rimbombo.
Perché sgobbare in fabbrica,
perché sporcarsi il muso di fuliggine,
e, la sera,
sul lusso altrui sbattere gli occhi sonnacchiosi?
Basta con le verità da un soldo.
ripulisci il cuore dal vecchiume.
Le strade sono i nostri pennelli.
Le piazze le nostre tavolozze.
Non sono stati celebrati
dalle mille pagine del libro del tempo
i giorni della rivoluzione!
Nelle strade, futuristi,
tamburini e poeti!
settembre 4, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
Cultura, memoria
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Krokodil, 1926, n.8, Lungo un aspro cammino.
(campagna contro l’alcolismo)
Quando passa la sbornia
come la coscienza si fa severa nei nostri confronti,
quando nella confidenza del vicino di tavola
non ci accorgiamo dell’insinuarsi di un nemico.
Ma è terribile non credere a nessuno
e, nel continuo sforzo della vigilanza,
attribuire progetti tenebrosi
alla ribellione immatura, ma pura.
Nella diffidenza lo zelo non è un merito:
Un giudice cieco non serve bene il suo popolo.
E’ più terribile, per la fretta,
scambiare un amico per un nemico
che un nemico per un amico.
settembre 1, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
Cultura, memoria
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Notte di luna
Paesaggio
Ci sarà la luna.
Ce ne sta
già un pò.
Eccola che pende piena nell’aria.
E’ Dio, probabilmente,
che con un meraviglioso
cucchiaio d’argento
rimesta la zuppa di pesce delle stelle.
(1916)
Fiaba su Cappuccetto rosso
C’era una volta al mondo un cadetto
che portava un rosso cappuccetto.
Fuor del cappuccetto che gli era toccato,
da nessun tratto rosso era segnato.
D’una rivoluzione gli vien detto
e lui subito si infila il cappuccetto.
Se l’erano spassata l’un dopo l’altro
il padre del cadetto e l’avo scaltro.
Un grandissimo vento si levò
e il cappuccetto in pezzi lacerò.
Diventò nero. Ma appena lo videro
I lupi della rivoluzione l’azzannarono.
Tutti conoscono i gusti lupini.
Lo divorarono con tutti i polsini.
Quando, ragazzi, politica farete
la fiaba del cadetto non scordate.
(1917)

Filosofia spicciola su luoghi profondi
Mi sto trasformando
non in Tolstoj, ma in grassone, -
mangio,
scrivo,
tonto dal calore.
Chi non ha filosofato sopra il mare?
L’acqua.
Ieri
l’oceano era maligno
come un diavolo,
oggi
è più mansueto
d’una colomba sulle uova.
Quale differenza!
Tutto scorre.
Tutto si trasmuta.
L’acqua
ha
il suo tempo:
ore di flusso,
ore di riflusso.
Ma dalla penna di Steklov
L’acqua
non si è mai ritirata.
Ingiusto.
Un pesciolino morto
galleggia solitario.
Pendono
le sue pinne
come alette ferite.
Galleggia da settimane,
e non ha casa
nè tetto.
Ci viene incontro,
più lento del corpo di una foca,
il piroscafo dal Messico,
mentre noi
vi andiamo.
Non è possibile altrimenti.
Divisione
del lavoro.
E’ una balena, dicono.
Può darsi.
una specie di Bednyj-pesce,
grosso tre bracciate.
Solo che Dem’jan ha i baffi in fuori
e la balena
in dentro.
Gli anni sono gabbiani.
Prendono il volo in fila,
e giù in acqua,
a impinzarsi di pescetti la pancina.
Sono spariti i gabbiani.
Propriamente parlando,
dove sono gli uccellini?
Io nacqui,
crebbi,
mi nutrirono con il poppatoio,-
ho vissuto
e lavorato,
diventando vecchiotto..
Ed ecco anche la vita passerà
come sono passate
le isole Azzorre.
(3/VII/1925 Oceano Atlantico)

agosto 28, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
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Tre poesie del grande Majak: lingua tagliente, versi sarcastici e orgogliosi.
Queste le potete trovare in A piena voce, edizione Mondadori.
L’amore di Vladimir per la sua terra è, come essa stessa, sconfinato.
Attinge ed è figlio della cultura della grande Rus’, eppure la scardina, la sconfessa, la deride.
Fonda una nuova cultura e si mette al servizio della Rivoluzione intesa come futuro del mondo. Ma non solo.
Giovanna Spendel nell’introduzione a questo testo sostiene infatti: “Egli non fu soltanto uno fra gli iniziatori della “rivoluzione futurista” e fra i primi rappresentanti della nuova intelligencija a dare la sua entusiastica adesione alla rivoluzione politica che di lì a pochi anni l’avrebbe seguita; ma nel suo agire concreto si propose, nello stesso tempo, quasi come modello di intellettuale di quella società diversa in cui avrebbero dovuto attuarsi i propositi ideali del comunismo: un intellettuale al servizio (oltre che delle proprie personali ambizioni) anche della società civile con l’espletamento di un suo specifico mandato pubblico[...]“
Fa sorridere l’ultima…un amore futurista!

Ancora Pietroburgo
Negli orecchi i frantumi di un accaldato ballo
e dal Nord – più canuta della neve- una nebbia
dal volto di cannibale assetato di sangue
masticava gli insipidi passanti.
Le ore incombevano come un volgare insulto,
incombono le cinque e sono poi
le sei – ci sta a guardare dal cielo una canaglia
maestosamente come un Lev Tolstoj.
(1914)
Congedo
In auto,
cambiato l’ultimo franco.
“A che ora parte il treno per Marsiglia?”
Parigi fugge accompagnandomi
in tutta la sua bellezza impossibile.
Sali
agli occhi,
fanghiglia del distacco,
schianta
Il mio cuore
con la sentimentalità!
Io vorrei
vivere
e morire a Parigi,
se non ci fosse
la terra che ha nome
Moskvà.

Marina da guerra in amore
Van sui mari scherzando in crociera
il torpediniero e la torpediniera.
E come la vespa s’attacca col miele,
così la torpediniera fedele.
E per il torpediniero, infinita
è la felicità della vita.
Ma li scoprì con gli occhiali sul naso
un riflettore pedante, per caso.
Una sirena fece la spia,
denunziandone a tutti la scia.
Fuggì via la torpediniera,
come al ventodella bufera.
Ma il torpediniero ormai stanco,
poverino, fu colto nel fianco.
Sull’oceano ora va la preghiera
della vedova torpediniera.
Dava forse agli uomini noia
quella loro semplice gioia?
(1915)
agosto 16, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
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Strinsi le mani sotto il velo oscuro…
“Perché oggi sei pallida?”
Perché d’agra tristezza
l’ho abbeverato fino ad ubriacarlo.
Come dimenticare? Uscì vacillando,
sulla bocca una smorfia di dolore…
Corsi senza sfiorare la ringhiera,
corsi dietro di lui fino al portone.
Soffocando, gridai: “E’ stato tutto
uno scherzo. Muoio se te ne vai”.
Lui sorrise calmo, crudele
e mi disse: “Non startene al vento.”
1911

Non è il tuo amore che domando.
Si trova adesso in un luogo conveniente.
Stanne pur certo, lettere gelose
non scriverò alla tua fidanzata.
Però accetta saggi consigli:
dalle da leggere i miei versi,
dalle da custodire i mie ritratti,
sono così cortesi i fidanzati!
e conta più per queste scioccarelle
assaporare a fondo una vittoria
che luminose parole d’amicizia,
e il ricordo dei primi, dolci giorni…
Ma allorchè con la diletta amica
avrai vissuto spiccioli di gioia
e all’anima già sazia d’improvviso
tutto parrò un peso,
non accostarti alla mia notte trionfale.
Non ti conosco.
E in cosa potrei esserti d’aiuto?
Dalla felicità io non guarisco.
1914

Bevo ad una casa distrutta,
alla mia vita sciagurata,
a solitudini vissute in due
e bevo anche a te:
all’inganno di labbra che tradirono,
al morto gelo dei tuoi occhi,
ad un mondo crudele e rozzo,
ad un Dio che non ci ha salvato.
1934
luglio 28, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
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Il Maestro e Margherita è un romanzo dalla storia tutta particolare. Iniziato nel 1928, la prima stesura viene gettata nel fuoco dallo stesso autore onde evitare che venisse fatto dalla censura; ripreso una seconda volta nel 1931, cinque anni dopo viene completata la struttura portante e ridefinito fino al 1937. Bulgakov continua a lavorarci fino alla sua morte nel 1940. Verrà definitivamente ultimato dalla moglie dell’autore nel 1941. Tra il 66-67 vede la luce la prima pubblicazione ma è tagliata dalla censura sovietica. Nel 1973 in Italia il romanzo esce per Feltrinelli e riscuote un grandissimo successo. Insomma una vita un pò rocambolesca.
Ci sono due storie in questo libro. Ponzio Pilato e Gesù Cristo da una parte, dall’altra il Diavolo che visita l’Unione Sovietica e sconvolge le vite dei due protagonisti.
Per chi non lo ha letto, leggetelo. E’ uno scrigno pieno di segreti, domande, immagini fantastiche, surrealismo, risate folli, magia, diavolerie, gatti parlanti, morti atroci, amore impossibile e lontano, dio e satana.
Per chi non lo ha letto, dovete leggerlo. Assolutamente. Se non siete persuasi o non siete andati oltre le prime pagine fatevi un’idea qui, visto che c’è questa voce ben scritta su Wikipedia.
Per chi è pigro o lo ha già letto e volesse rinfrescarsi la memoria ecco un bel link dove ascoltare la lettura del romanzo IL TERZO ANELLO.
Buona lettura.
luglio 28, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
Cultura, memoria, Uncategorized
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Margherita
Seguimi, lettore! Chi ha detto che non esiste a questo mondo l’amore vero, fedele ed eterno! Al mentitore sia tagliata la malefica lingua.
Seguimi, lettore. Solo me, segui. E io ti mostrerò un tale amore.
Il Maestro aveva torto quando raccontava con amarezza a Ivan, nella clinica, a mezzanotte suonata, che lei l’aveva dimenticato. Era impossibile. Naturalmente, lei, non l’aveva dimenticato.
Prima di tutto sveliamo il segreto che il Maestro ha voluto mantenere con Ivan. La donna che amava si chiamava Margherita Nikolaevna. Tutto quello che il Maestro aveva detto di lei al poeta era esattamente la verità. L’aveva descritta fedelmente. Era bella e intelligente. Al che bisogna aggiungere una cosa: si può affermare con certezza che molte donne avrebbero dato qualunque cosa per barattare la propria vita con quella di Margherita Nicolaevna. Trent’anni, senza figli, Margherita era la moglie di un eminente professionista, autore fra l’altro di un’importante scoperta che aveva avuto grande risonanza nel paese. Il marito era giovane, bello, buono, onesto e adorava sua moglie. Margherita Nicolaevna e il marito occupavano tutto l’ultimo piano di una bellissima palazzina circondata da un giardino, in una viuzza all’Arbat. Un luogo incantevole. Può constatarlo chiunque voglia andarvi. Lo chieda ame, e io gli darò l’indirizzo e gl’indicherò la strada, la palazzina è rimasta com’era.
A Margherita Nicolaevna non mancava il denaro. Aveva mezzi per comprare tutto quello che desiderava. Fra i conoscentidel marito le capitava di incontrare anche persone interessanti. Non aveva mai toccato un fornello. Non conosceva gli orrori della coabitazione. Insomma…era felice? Neanche per un minuto lo era. Dacchè s’era sposata, a diciannove anni, ed era capitata in quella palazzina, non aveva mai avuto un momento di felicità. Dio mio! Che cosa voleva, questa donna? Che cosa voleva questa donna che aveva gli occhi sempre accesi di una fiamma indecifrabile? Che cosa voleva questa maga, con un occhio leggermente strabico, che quel giorno di primavera si era ornata di mimose? Non lo so. Evidentemente diceva la verità: aveva bisogno di lui, del Maestro, e non dellla palazzina gotica col giardino, nè del denaro. Lo amava, diceva la verità.
[...]

L’unguento di Azazello
Nel limpido cielo della sera splendeva una luna piena che si vedeva attraverso i rami degli aceri. I itigli e le acacie avevano decorato la terra del giardino di un complicato arabesco di ombre. La finestra a tre ante aperta, ma protetta dalla tenda, era illuminata da una fortissima luce elettrica. Nella stanza da letto di Margherita Nikolaevna erano accese tutte le luci che riuschiaravano il grande disordine.
Sul letto erano buttate calze, camicie e biancheria, per terra c’era altra biancheria sparsa e un pacchetto di sigarette schiacciato per l’agitazione. Le scarpe erano posate sul comodino da notte accanto alla tazzina di caffè mezza vuota e a un portacenere nel quale fumava un mozzicone. Sulla spalliera della sedia era gettato un abito nero da sera. La stanza sapeva di profumi, ma anche di odore come di ferro da stiro.
Margherita Nikolaevna era seduta davanti allo specchio con il solo accappatoio da bagno gettato sul corpo nudo e un paio di scarpe di camoscio nero ai piedi. Un bracciale d’oro e l’orologio erano posati davanti a lei, insieme alla scatoletta avuta da Azazello. La donna non staccava gli occhi dall’orologio.
Ogni tanto le pareva che l’orologio fosse rotto e le lancette fossero ferme. Ma esse si muovevano sia pure molto lentamente, come se si appiccicassero, e finalmente la lancetta più grande giunse a un minuto dalle nove e mezzo. Il cuore di Margherita ebbe un tale tuffo che non riuscì neppure ad afferrare la scatoletta. Si riprese, l’aprì e vide che c’era un grasso unguento giallo. Le parve che odorasse di palude. Con la punta del dito Margherita se ne mise un poco sul palmo e più acuto giunse l’odore d’erbe di palude e di bosco. Col palmo cominciò a spalmarsi la crema sulla fronte e sulle guance.
La crema si spalmava con facilità e Margherita ebbe l’impressione che evaporasse immediatamente. Dopo qualche frizione, Margherita si guardò allo specchio elasciò cadere la scatoletta che andò a finire proprio sull’orologio incrinandone il vetro. Chiuse gli occhi, poi si guardò un’altra volta e scoppiò in una folle risata.
Le sopracciglia sottili depilate con la pinza si erano fatte più folte e formavano due archi neri regolari sugli occhi d’un verde più intenso. La sottile ruga verticale alla radice del naso, formatasi dopo che ra scomparso il Maestro, non c’era più. Erano sparite anche le ombre giallognole dalle tempie e le piccole rughe appena segnate agli angoli degli occhi. Le guance s’erano fatte rosee, la fronte bianca e limpida e l’ondulazione eseguita dal parrucchiere s’era disfatta.
L’immagine di un donna sui vent’anni, scossa da un riso irrefrenabile, dai capelli neri e indulati naturalmente, guardava dallo specchio la trentenne Margherita.
Ella ride e saltò fuori dall’accappatoio; prese un’abbondante dose di unguento e cominciò a spalmarselo con vigorosi massaggi sul corpo, che divenne subito roseo e pieno d’ardore. Improvvisamente, ebbe l’impressione come se le avessero tolto uno spillo dal cervello, s’acquietò il dolore alla tempia che, dopo l’incontro sulla panchina, l’aveva tormentata. I muscoli delle gambe e delle braccia si rinvigorirono e, poi, il corpo di Margherita perse di peso.
Fece un salto e rimase sospesa da terra, sopra il tappeto. Poi si sentì lentamente trascinata di nuovo per terra. “Che unguento! che unguento!” gridò Margherita, lasciandosi cadere sulla poltrona.
Le frizioni la modificarono non soltanto esternamente. Ora in lei, in tutte le celleule del suo corpo, ribolliva una gioia che avvertiva come un formicolio diffuso. Margherita si sentì libera, libera di tutto. Inoltre capì con assoluta chiarezza che era accaduto proprio ciò che aveva presentito dal mattino. Che stava abbandonando per sempre la palazzina e la sua vita precedente.
[...]
In quel momento, alle spalle di Margherita, suonò il telefono. Ella balzò giù dal davanzale e, ignorando Nikolaj Ivanovic, afferrò il ricevitore.
“Parla Azazello” disse la voce al telefono.
“Caro, caro Azazello!” gridò Margherita.
“E’ ora. Voli fuori.” disse Azazello e si capiva dal suo tono che era soddisfatto del sincero, gioioso slancio di Margherita.
“Quando sorvolerà il portone gridi: “Invisibile“. Poi giri un pò sopra la città per esercitarsi, poi prenda a sud, oltre la città, e punti sul fiume. L’aspettano!”
Margherita appese il ricevitore, e in quel momento sentì qualcosa come di legno zoppicare e battere contro la porta della stanza accanto. Margherita la spalancò, e la scopa, con le setole verso l’alto, volò dentro danzando. Saltellando dalla parte del manico scalciava e cercava di raggiungere la finestra. Margherita cacciò un urlo d’entusiasmo e balzò a cavalcioni sulla scopa. Solo ora le era balenato in testa che, nella confusione, aveva dimenticato di vestirsi. Arrivò sopra il letto al galoppo e afferrò il primo indumento che le capitò, una camicia da notte celeste. Sventolandola come uno stendardo, volò fuori dalla finestra. E i suoni del valzer echeggiarono più che mai nel giardino.
Dalla finestra Margherita planò verso il basso e vide Nikolaj Ivanovic sulla panchina. Sembrava di pietra, sbalordito del tutto, era in ascolto delle grida e del fragore che venivano dalla stanza illuminata del piano sopra. “Addio, Nikolaj Ivanovic!” gridò Margerita, accennando a una danza davanti a lui.
Con un’esclamazione egli strisciò sulla panchina, aggrappandosi con le mani, e lasciò cadere la cartella.
“Addio, per sempre! Io me ne volo via!” gridava Margherita sovrastando con la sua voce il suono del valzer. In quel momento capì che la camicia non le serviva a niente e, scoppiando in una risata malefica, ne coprì la testa di Nikolaj Ivanovic. Accecato, egli ruzzolò dalla panchina sulle mattionelle del viale.
Margherita si voltò per dare un’ultima occhiata alla palazzinadove s’era tormentata così a lungo e vide nella finestra illuminata la faccia deformata dallo stupore di Natasa.
“Addio, Natasa!” gridò Margherita, e incitò la scopa.
“Invisibile!” gridò ancora più forte e, superando il portone, fra i rami degli aceri che la frustarono in viso, sbucò fuori nel vicolo. La seguirono i suoni impazziti del valzer.
luglio 25, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
Cultura, memoria
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Ecco che mi sta capitando:
un vecchio amico non mi frequenta più,
e vengono in ozioso disordine
persone diverse, ma non quelle.
E lui
se ne va da qualche parte, non con chi dovrebbe
e anche lui lo capisce.
Il nostro diverbio è senza perchè
e ci tortura tutti e due.
Ecco che mi sta capitando:
non è quella che dovrebbe, che viene da me
e mi mette la mano sulla spalla
e mi ruba a un’altra.
E all’altra,
dite, per amor di Dio,
a chi deve appoggiar la mano sulla spalla?
Quella,
a cui sono stato rubato,
per vendetta si metterà pure a rubare.
Ma non mi risponderà subito così,
e vivrà lottando con se stessa,
sognando inconsciamente
qualcuno ancora lontano.
Oh, quante relazioni
irritanti
e insane,
e inutili,
quante amicizie inutili!
Come liberarmene?!
Che venga
qualcuno,
a distruggere
la congiunzione fra estranei
e la separazione
di anime affini!
luglio 25, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
Cultura, memoria, politica
apienavoce, arte, autori, citazioni, compagni, comunismo, Cultura, David Burljuk, emancipazione, futurismo, immaginazione, italia, karl marx, letteratura, libertà, libri, lily brik, majakovskij, memoria, poesia, poesia russa, Politika, provocazione, rivoluzione, romanzi, rosso, scrivere, urss

A chi legge il nuovo, il primigenio, l’imprevisto.
Soltanto noi siamo il volto del nostro tempo.
Il corno del tempo risuona nella nostra arte verbale.
Il passato è angusto. L’accademia e Puskin sono più incomprensibili dei geroglifici.
Gettare Puskin, Dostoevskij, Tolstoj, ecc., ecc., dalla nave del nostro tempo.
Chi non dimenticherà il primo amore non conoscerà mai l’ultimo.
Chi, credulo, concederà l’ultimo amore alla profumata libidine di Balmont?
Si riflette forse in essa l’anima virile del giorno d’oggi?
Chi, pusillanime, si rifiuterà di strappare la corazza di carta dal nero frac del guerriero Brjusov?
O forse si riflette in essa un’aurora di inedite bellezze?
Lavatevi le mani, sudice della lurida putredine dei libri scritti da questi innumerevoli Leonid Andreev.
A tutti questi Maksim Gorkij, Kuprin, Blok, Sologub, Remizov, Avercenko, Cernyj, Kuzmin, Buni, ecc., ecc., occorre solo una villa sul fiume. Questa ricompensa riserba il destino ai sarti.
Dall’alto dei grattacieli scorgiamo la loro nullità!
Ordiniamo che si rispetti il diritto dei poeti:
- ad ampliare il volume del vocabolario con parole arbitrarie e derivate (neologismi);
- a odiare inesorabilmente la lingua esistita prima di loro;
- a respingere con orrore dalla propria fronte altèra la corona di quella gloria a buon mercato, che vi siete fatta con le spazzole del bagno;
- a stare saldi sullo scoglio della parola “noi” in un mare di fischi e indignazione.
E, se nelle nostre righe permangono tuttora i sudici marchi del vostro “buon senso” e “buon gusto”, in esse tuttavia già palpitano, per la prima volta, i baleni della nuova bellezza futura dell parola autonoma (autoattorta)
(1912)
luglio 25, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
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Compagni, il duplice incendio della guerra e della rivoluzione ha devastato le nostre anime e le nostre città. I palazzi dello sfarzo di ieri sono scheletri bruciacchiati. Le città sventrate aspettano nuovi costruttori. Col turbine della rivoluzione sono state divelte dalle anime le contorte radici della schiavitù. L’anima popolare aspira a una grande semina.
A voi che avete raccolto il retaggio della Russia, a voi che (ne sono convinto!) sarete domani padroni di tutto il mondo rivolgo una domanda: con quali fantastici edifici coprirete i luoghi degli incendi di ieri? Quali canti e quali musiche si effonderanno dalle vostre finestre? In quali bibbie rivelerete le vostre anime?
Con stupore, dalle ribalte dei teatri requisiti, sento risuonare Aide e Traviate, con ogni sorta di spagnoli e di conti, e vedo nelle poesie da voi predilette le stesse rose delle serre signorili, e scorgo i vostri occhi abbacinarsi dinanzi a tele che raffigurano la magnificenza del passato.
E dunque, quando le forze elementari scatenate dalla rivoluzione si saranno placate, voi uscirete, nei giorni di festa, con la catena sul panciotto, nelle piazzette dinanzi ai soviet rionali, e con solennità giocherete a croquet?
Sappiate che per i nostri colli, per i colli dei Golia del lavoro, non ci sono numeri adatti nel guardaroba dei solini della borghesia.
Solo lo scoppio della rivoluzione dello spirito ci purificherà dal rancidume della vecchia arte.
Vi protegga la ragione dalla violenza fisica contro i residui del vecchiume artistico. Consegnateli alle scuole, alle università, per lo studio della geografia, del costume, della storia, ma respingete con sdegno chi vi offrirà questi fossili in luogo del pane della bellezza vivente.
La rivoluzione del contenuto, socialismo-anarchia, è inconcepibile senza la rivoluzione della forma, futurismo.
Afferrate con avidità i pezzi di sana, giovane, ruvida arte che vi forniamo.
A nessuno è dato sapere da quali soli giganteschi sarà illuminata la vita dell’avvenire. Forse, i pittori tramuteranno in multicolori arcobaleni la grigia polvere delle città; forse, dalle creste montane ininterrotta risonerà la musica tonante dei vulcani trasformati in flauti; forse, le onde degli oceani saranno costrette a pizzicare reti di corde tese dall’Europa all’America. Una sola cosa ci è chiara: la prima pagina della storia contemporanea delle arti è stata sfogliata da noi.
luglio 2, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
Cultura
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C’era a Parigi, c’era una sala e davanti alla sala
qualcuno motteggiava, volteggiando col sedere,
avendo coi suoi salti calpestato l’arte per un’ora…
Era solo un proemio per la Piaf.
Ed ecco entrò, fino al fanatismo
simile a un rozzo idolo,
come se, sbagliando porta, in uno sketch allegro
entrasse una tragedia stanca.
E, sulle stolidaggini da baraccone
ella si eresse, pallida e senza forze,
come una piccola civetta dagli occhi ammalati,
pesante con le sue ali spossate.
Piccoletta e truccata, coll’abito corto,
trattenendo la tosse, con un filo di vita,
ti apparteneva, o epoca,
reggendosi appena sulle gambette esili.
Ci guardava, come guardando la Senna,
dal cui parapetto fosse lì, lì per lanciarsi;
e sentivo la voglia di correre sul palcoscenico
per sostenerla, chè sarebbe caduta.
Un gesto preciso della manina rugosa
e partì l’orchestra…Arrivò fin sull’orlo
del palcoscenico…Costrinse la schiena
a raddrizzarsi e, tremando, aspirò la musica.
Cominciò a cantare, quasi prendendo il volo,
ricadendo davanti agli sguardi puntati,
quel corpo tagliuzzato dai chirurghi,
ansando, girandosi su se stesso, come dentro di noi!
Esso, volteggiando, singhiozzava, rideva con fragore,
bisbigliava come le erbe in delirio al Bois Bouologne,
rimbombava come un carrettino a Saint-Germain,
urlava come una sirena. Questa era la PIaf.
In lei una mescolanza di campane a stormo,
di pioggia a dirotto, di cannonate,
di insulti, di gemiti, di mormorii, di fantasmi…
Così noi, a un tratto, quasi senza volerlo,
ci sentivamo nei suoi confronti buoni come dei giganti con una lillipuziana
Attraverso la sua gola passava il dolore, passava la fede,
passavano le stelle, passavano le campane…
Giocando, come una gigantessa, ci prendeva nella mano,
come tanti miseri Gulliver.
Ma in lei, artista autentica, la cosa più importante
era che, a dispetto della morte che l’aspettava,
per la sua gola passavano nuovi artisti,
che dietro si lasciavano nodi di lacrime.
Così la Piaf, uscendo di scena, come tuono,
profetizzava nella sua frenesia.
La piccola civetta cantava, come canterebbe una chimera
caduta sul palcoscenico dall’alto di Notre-Dame.
(1963)
giugno 30, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
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Mi ama – non mi ama.
Io mi torco le mani
e sparpaglio
le dita spezzate.
Così si colgono,
esprimendo un voto,
così si gettano in maggio
corolle di margherite
sui sentieri.
La rasatura
e il taglio di capelli
svelino le canizie.
Tintinni a profusione
l’argento degli anni!
Spero,
ho fiducia
che non verrà mai
da me
l’ignominioso bonsenso.
(1930)
giugno 27, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
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Il poema, pubblicato a Mosca nel 1922, è costruito su fatti autobiografici e dedicato a Lilja Brik.
Ve lo propongo in tre “puntate”. A fine pagina trovate le note.

Di solito così
A ogni uomo che nasce è dato d’amare,
ma tra impieghi,
proventi
e altro,
giorno per giorno
s’inaridisce il terreno del cuore.
Il cuore è vestito d’un corpo,
il corpo di una camicia.
Ma non basta ancora!
Un tizio –
un idiota!-
inventò i polsini
e prese a inamidar gli sparati.
Invecchiando, di colpo ci si pente.
La donna si trucca.
L’uomo fa come il mulino, metodo Muller *.
Ma è tardi.
La pelle si copre di rughe.
L’amore fiorisce appena,
appena,
e subito sfiorisce.
Bambino
Io d’amore fui dotato a sufficienza.
Ma fin dall’infanzia
la gente
è addestrata alla fatica.
Io, invece,
scappavo sulla riva del Rion**,
andavo a zonzo
senza fare un accidenti.
La mamma si arrabbiava:
“Mascalzone di un bambino!”.
Il papà minacciava di frustarmi con la cinghia.
Io, invece,
tre rubli falsi nella tasca,
giocavo con la soldataglia a “tre fogliette”*** sotto lo steccato.
Senza il fastidio delle scarpe,
senza il fastidio della camicia,
mi cocevo alla calura di Kutaisi****.
Volgevo al sole la schiena,
o la pancia,
fino ad aver la nausea.
Il sole si stupiva:
“Lo si vede appena,
eppure,
ce n’ha, di cuore!
E come si dà da fare con quel cuore!
Com’è che in lui,
grande come un arsin*****,
c’è posto
per me,
per il fiume
e per rocce da cento verste******?”
—
* Si tratta del celebre metodo di ginnastica di Muller.
** Fiume che attraversa la città di Kutaisi.
*** Gioco di carte
**** Città della Georgia.
***** Vecchia misura di lunghezza russa, corrispondente a un pò meno di un metro.
****** Misura di lunghezza russa.
giugno 27, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
Cultura, memoria
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Adolescente
In gioventù c’è un sacco di roba da studiare.
S’insegna la grammatica a scemi e a sceme.
Me, invece,
hanno scacciato dalla quinta classe.
Hanno preso a sbattermi nelle prigioni di Mosca.
Negli appartamenti
del nostro piccolo mondo
crescono ricciuti poeti
per celebrare le camere da letto.
Che ci trovi in quelle liriche da cani pechinesi?
Ho imparato
ad amare
nelle carceri di Butyrki*.
Che mi importa della nostalgia per il Bois Boulogne?
Che m’importa dei sospiri alla vista del mare?
Io
mi sono innamorato
di un’impresa di pompe funebri
dallo spioncino della cella 103.
che vede tutti i giorni il sole
si dà delle arie.
“Cosa saranno mai quattro raggi!” – egli dice.
Io, invece,
per un riflesso giallo
sul muro
avrei dato allora qualunque cosa al mondo.
La mia università
Conoscete il francese.
Dividete.
Moltiplicate.
Declinate a meraviglia.
E allora, su, declinate!
Ma ditemi:
siete capaci
di cantare assieme a una casa?
E il linguaggio dei tram lo capite?
Il pulcino umano
appena esce dal guscio
tende la mano ai libri,
ai quinterni dei quaderni.
Io, invece, imparavo l’alfabeto dalle insegne,
sfogliando pagine di ferro e di latta.
La terra, loro la prendono,
la spelano,
la scorticano
e poi la studiano.
E non è che un minuscolo mappamondo.
Io, invece,
imparavo la geografia coi fianchi:
non per niente
mi buttavo a terra
per dormire!
Gli Ilovajskie** sono agitati da gravi problemi:
“Era davvero rossa la barba di Barbarossa?”.
Facciano pure!
Io non frugo in polverose assurdità,
ogni storia mi è a Mosca familiare.
Scelgono Dobroljubov*** (per odiare il male):
il cognome è loro contro,
si lamenta il casato.
Io,
i grassi,
dall’infanzia son uso ad odiarli,
sempre pronti
a vendersi per un pranzo.
Una volta istruiti,
provano
a piacere alle dame:
piccole idee tintinnano nelle loro teste di ferro.
Io, invece,
parlavo solo alle case.
Miei soli interlocutori: le pompe d’acqua.
Con l’abbaino intento ad ascoltare,
afferravano i tetti le parole che lanciavo alle loro orecchie.
E poi,
della notte
e l’uno dell’altro
cicalavano,
agitando la loro lingua-banderuola.
Adulto
Gli adulti hanno i loro affari.
Le tasche gonfie di rubli.
L’amore?
Prego!
Per cento rubli.
Io, invece,
senza tetto,
le mani enormi
nelle tasche sfondate,
me ne andavo a zonzo con gli occhi bene aperti.
È notte.
Voi indossate l’abito migliore.
Con l’anima riposate sulle mogli o sulle vedove.
Me, invece,
Mosca soffocava tra le sue braccia
Con l’anello senza fine delle Sadovye.
Nei vostri cuori,
nei vostri orologi,
le amanti fanno tic tac.
In estasi le coppie nelle alcove d’amore.
Io,
sdraiato su Piazza della Passione****,
coglievo il selvaggio palpito delle capitali.
Col cuore aperto,
quasi di fuori,
m’aprivo al sole e alle pozzanghere.
Entrate con le vostre passioni!
Arrampicatevi con i vostri amori!
Da adesso non ho più potere sul mio cuore.
Degli altri, invece, ne conosco il domicilio.
Sta nel petto, lo sanno tutti!
Con me
l’anatomia ha perso la testa.
Sono tutto cuore,
mi batte dappertutto.
Oh, quante furono,
solo di primavere,
gettate in vent’anni dentro il mio forno!
Non consumato, il loro peso è insopportabile.
Insopportabile,
non per modo di dire,
ma veramente.
Che cosa è venuto fuori
Più di quanto sia lecito,
più di quanto sia possibile,
come
un delirio di poeta incombe nel sogno,
enorme si fece il groppo al cuore,
enorme l’amore,
enorme l’odio.
Sotto il peso
Le gambe
Avanzavano vacillando.
Tu lo sai
Che io
Sono ben piantato;
eppure,
mi trascino come appendice del cuore,
piegando le mie spalle gigantesche.
Mi gonfio con il latte dei versi,
e non ne spargo di fuori, non c’è dove,
e di nuovo mi gonfio.
Mi ha sfinito la lirica,
nutrice del mondo,
iperbole
del prototipo di Maupassant*****.
___
* Carcere di Mosca che non esiste più.
** D. Ilovajskij (1832-1920): autore reazionario di manuali di storia in uso nella scuola zarista.
*** Gioco di parole intraducibile: il cognome dello scrittore democratico rivoluzionario Nikolaj Dobroljubov è formato dalle parole: “dobryj”-buono e “ljubov”-amore
**** Una piazza di MOsca che ora si chiama piazza Puskin.
***** Allusione al racconto di Maupassant Idillio
giugno 27, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
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Chiamo
Lo sollevai come un atleta,
lo portai come un acrobata.
Come si chiamano gli elettori ad un comizio,
come i villaggi
negli incendi
si chiamano con campane a martello,
io chiamavo:
“Eccolo!
Ecco!
Prendetelo!”
Quando
Una tale mole ansimava
per la polvere,
per il fango
e per la neve accumulata,
le dame,
subito,
via da me
come un razzo filavano:
“per noi ci vorrebbe qualcosa di più piccolo,
per noi, qualcosa come un tango…”.
Non riesco a portarlo,
e porto il mio peso.
Voglio gettarlo,
e so
che non lo getterò!
Le costole non reggono la spinta.
La cassa toracica ha scricchiolato per lo sforzo.
Tu
Sei venuta
a cercare il mio ruggito,
la mia coprporatura:
hai guardato,
e hai visto
che sono solo un ragazzo.
Hai preso
Hai tolto il cuore
E, così, semplicemente
Ti sei messa a giocare,
come una bambina a palla.
E tutte,
come davanti a un miracolo:
qui sta impalata una dama,
lì una signorina.
“Amare uno così?
Ma quello ti si avventa contro!
Sarà una domatrice,
una che viene da un serraglio!”.
Io, invece, esulto.
No,
niente giogo!
Impazzito di gioia,
saltavo,
come un indiano a nozze balzavo,
tanto mi sentivo allegro,
tanto leggero.
Impossibile
Da solo non ce la faccio
a portare un pianoforte
(ancor meno
una cassaforte).
E se non una cassaforte,
se non un pianoforte,
potevo io portare il mio cuore,
dopo averlo ripreso?
Lo sanno bene i banchieri:
“Siamo ricchi sfondati, noi.
Se le tasche non bastano,
c’è posto nella cassaforte”.
In te
Ho celato
L’amore,
come tesoro nel ferro,
e me ne vado in giro,
felice come un Creso.
E magari,
se ne avrò voglia,
piglierò un sorriso,
o mezzo,
o ancor meno,
e in buona compagnia, scialacquando,
getterò in mezza nottata
una quindicina di rubli di spiccioli poetici.
Così anche con me
Perfino la flotta rientra al porto.
Perfino il treno corre verso la stazione.
E io verso di te ancor più,
perché io amo,
sono proteso e attirato.
Il cavaliere avaro di Puskin* scende
ad ammirare e frugare nei suoi sotterranei.
Così io
Ritorno a te, o amata.
Mio è questo cuore:
lo ammiro.
Voi tornate a casa contenti.
Vi raschiate la sporcizia,
radendovi e lavandovi.
Così io
ritorno a te,
e andando
verso di te,
non vado forse a casa?!
Il grembo terrestre i terrestri accoglie.
Noi torniamo alla nostra meta finale.
Così io
Verso te
Inesorabilmente tendo,
anche appena separati,
e persi di vista appena.
Conclusione
Non cancelleranno l’amore
né le liti
né le distanze.
È pensato,
provato,
riprovato.
Innalzando solennemente i versi come le dita,
lo giuro:
amo
di un amore immutabile e fedele.
___
* Puskin scrisse il poema Il cavaliere avaro
giugno 24, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura, donne, memoria
anna achmatova, apienavoce, arte, autori, autori russi, citazioni, comunismo, Cultura, donna, emancipazione, italia, leggere, letteratura, libertà, libri, memoria, memoria storica, poesia, poesia russa, poeti russi, resistenza, roma, scrivere, urss
Bisogna uccidere fino in fondo
la memoria
bisogna che l’anima si purifichi
bisogna di nuovo imparare a vivere.
(Anna Achmatova)

giugno 24, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
Cultura, memoria
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Prologo
.
Potrete voi capire
Perché io,
sereno,
sotto la tempesta dei sarcasmi,
porti la mia anima su un vassoio
al pranzo degli anni futuri?
Lacrima inutile che cola
Dalla guancia mal rasata delle piazze,
io,
sono forse
l’ultimo poeta.
Avete visto
come si dondola nei viali di pietra
il volto striato della noia impiccata?
sul collo schiumoso
dei fiumi al galoppo
i ponti torcono le loro braccia di ferro.
Il cielo piange
a dirotto,
sonoramente,
e la piccola nube
fa una smorfia all’angolo della bocca,
come una donna in attesa di un bimbo
cui Dio getti invece un idiota deforme.
Con le dita gonfie ricoperte di rossa peluria,
il sole vi ha sfinito di carezze, importuno come un tafano.
Le vostre anime sono schiave dei suoi baci.
Io, intrepido,
porto nei secoli il mio odio per i raggi del giorno;
l’anima tesa come il nervo di un cavo elettrico,
io sono
lo zar delle lampade!
Venite a me,
voi tutti,
che avete rotto il silenzio,
che urlate,
il collo stretto nei cappi del mezzogiorno:
le mie parole,
semplici come muggiti,
vi sveleranno
le nostre anime nuove,
ronzanti
come lampade ad arco.
Con le dita non ho che da toccarvi le teste,
e vi cresceranno delle labbra
fatte per baci enormi
e una lingua
che tutti i popoli comprendano.
Ma io, con la mia piccola anima zoppicante,
monterò sul mio trono
sotto le volte logore, bucate di stelle.
Mi sdraierò,
luminoso,
vestito di pigrizia,
in un morbido letto di vero letame,
e dolcemente,
baciando le ginocchia delle traversine,
la ruota d’una locomotiva abbraccerà il mio collo.
(1913)
Le due foto sono identiche. O quasi.
Una è del 1918, l’altra di 52 anni dopo.
Nella seconda l’amata Lilya Brik “scompare” a seguito di rimaneggiamenti grafici (photoshop?).
giugno 6, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura, memoria, politica
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Arrivederci, bandiera rossa – dal Cremlino scivolata giù
Non come ti innalzasti, agile, lacera, fiera,
sotto il nostro esecrare sul fumante Reichstag,
sebbene pure allora intorno all’asta, truffa si attuasse.
Arrivederci bandiera rossa… Eri metà sorella, metà nemica.
Eri in trincea speranza unanime d’Europa,
ma tu di rosso schermo recingevi il Gulag
e sciagurati tanti in tuta da carcerati.
Arrivederci, bandiera rossa. Riposa tu, distenditi.
E noi ricorderemo quelli che dalle tombe più non si leveranno.
Gl’ingannati hai condotto al massacro, alla strage.
Ricorderanno anche te – ingannata tu stessa.
Arrivederci bandiera rossa. Non ci portarsti bene.
Grondavi di sangue e te noi col sangue togliamo.
Ecco perché adesso lacrime non ci sono da detergere,
così brutalmente sferzasti, con le nappe scarlatte, le pupille.
Arrivederci, bandiera rossa… Il primo passo verso la libertà
lo compimmo d’impulso sulla nostra bandiera
A su noi stessi, nella lotta inaspriti.
Che non si calpesti di nuovo «l’occhialuto» Zivago.
Arrivederci, bandiera rossa… Da te disserra il pugno,
che ti serra di nuovo, ancora minacciando fratricidio,
quando all’asta si afferra la marmaglia
o la gente affamata, confusa dalla retorica.
Arrivederci bandiera rossa… Tu fluttui nei sogni,
rimasta una striscia nel russo tricolore.
Nelle mani dell’azzurrità e del biancore
Forse il colore rosso dal sangue sarà liberato.
Arrivederci, bandiera rossa… guarda, nostro tricolore,
che i bari di bandiere non barino con te!
Possibile anche per te lo stesso giudizio:
pallottole proprie ed altri ne hanno la seta divorato?
Arrivederci, bandiera rossa… Sin dalla nostra infanzia
Noi giocavamo ai «rossi» e i «bianchi» battevamo forte.
Noi, nati nel paese che più non c’è,
ma in quell’Atlantide noi eravamo, noi amavamo.
Giace la nostra bandiera al gran bazar d’Ismajlovo.
La «smerciano» per dollari, alla meglio.
Non ho preso il Palazzo d’inverno. Non ho assaltato il reichstag.
Non sono un «kommunjak». Ma guardo la bandiera e piango
maggio 27, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
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Spettabili compagni discendenti!
Frugando nell’odierna merda impietrita,
studiando le tenebre dei nostri giorni,
voi, forse, chiederete anche di me.
E, forse, vi dirà un vostro dotto,
coprendo d’erudizione lo sciame delle domande,
che visse, pare,
un certo cantore dell’acqua bollita
e nemico giurato dell’acqua corrente.
ProletCultPost