Pagine di storia

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Se dovessi attribuire agli autori che ho letto un grado di parentela direi che Hobsbawn è IL padre.  Il padre dei miei modesti studi.

Eccovi un articolo apparso questa settimana su Internazionale. QUI il link originale su Facebook.

Gli ebrei di san Nicandro

La vita di un contadino nel Vecchio Testamento non sembrava poi così diversa da quella nella Puglia rurale dei primi anni del Novecento.


San Nicandro Garganico è una modesta cittadina agricola di circa 16mila abitanti sullo sperone dello stivale della penisola italiana. È stata in un certo senso scavalcata dallo sviluppo del dopoguerra e non ha mai fatto parte del circuito turistico, o almeno non ha mai avuto nulla che potesse attirare i forestieri. Fino al 1931 non ci arrivava neppure la ferrovia.

A giudicare dalle foto che compaiono nella versione italiana di Wikipedia, non sembra molto cambiata dal 1957, quando la visitai incuriosito dall’argomento su cui John Davis ci offre ora un ottimo libro, conciso e ben scritto. San Nicandro ha fatto solo due apparizioni sul palcoscenico della storia. È stato uno dei primi centri del socialismo italiano e delle lotte contadine nella Puglia settentrionale: il capo politico locale, Domenico Fioritto, diventò il leader del Partito socialista italiano, nel 1921. Il sindaco attuale fa parte dell’ex Partito comunista (oggi Partito democratico).

La seconda comparsa di San Nicandro nel gran mondo fu molto meno significativa per la politica italiana, ma molto più importante a livello globale, anche se i titoli del dopoguerra sarebbero stati presto dimenticati. Il nome della cittadina era legato a un gruppo di contadini che negli anni trenta decisero di convertirsi all’ebraismo e alla fine emigrarono in Israele. John Davis non solo ha salvato gli ebrei di San Nicandro da oltre mezzo secolo di oblio, ma li ha usati per illuminare la straordinaria storia dell’Europa nel novecento.

 

Sul piano puramente quantitativo il fenomeno fu trascurabile: la polizia fascista, sempre all’erta, riferì di nove famiglie, per un totale di quaranta persone. Una trentina emigrarono in Israele nel 1949. Se invece di scegliere l’ebraismo questo gruppo di amici e parenti avesse aderito a una delle sette evangeliche – come gli avventisti del settimo giorno o i pentecostali – introdotte nell’Italia del sud dagli emigranti tornati dall’America, nessuno avrebbe prestato loro la minima attenzione. Li avrebbero considerati solo l’ennesima setta protestante.

In effetti è quel che successe nel 1936 quando il loro profeta, Donato Manduzio, ricevette una multa di 250 lire come “pastore protestante” per aver celebrato un servizio religioso non autorizzato. Appartenevano al mondo della religiosità rurale postbellica, ma le conventicole dissidenti erano molto più piccole dei culti miracolistici cattolici come quello che si sviluppò nella stessa regione e nello stesso periodo intorno a padre Pio di San Giovanni Rotondo. Anche se il Vaticano all’epoca era comprensibilmente scettico sulle stigmate del frate, papa Wojtyla lo ha proclamato santo.

Dove, se non da un compaesano pentecostale, Manduzio avrebbe potuto acquistare una copia della Bibbia in italiano, studiando la quale si convertì all’ebraismo? Come, se non nei dibattiti con altri evangelici – pentecostali a San Nicandro, avventisti del settimo giorno a Lesina – avrebbe potuto scoprire che gli altri sbagliavano, se non altro perché disubbidivano alla sacra scrittura prendendosi come giorno di riposo la domenica invece dello shabbath, ma soprattutto perché credevano, contro ogni verosimiglianza, nella seconda venuta del messia? Gesù poteva essere stato solo un profeta.

“Nei libri della Bibbia ebraica”, scrive Davis, Manduzio “scoprì un mondo di crudeltà e sofferenza, di falsi profeti, falsi idoli e false religioni che riconobbe come suo. Se il messia era già venuto sulla terra, perché tutte queste sofferenze e privazioni esistevano ancora?”. Si potrebbe aggiungere – credo sia già stato sottolineato nel primo studio serio sugli ebrei di San Nicandro, San Nicandro: histoire d’une conversion di Elena Cassin (1957) – che la vita di un contadino nel Vecchio testamento non sembrava poi così diversa da quella nella Puglia rurale dei primi anni del novecento, soprattutto considerando il ruolo chiave della transumanza in quella regione.

Lo studio di Eric Hobsbawm

E così Manduzio si convertì al Vecchio testamento. A quanto mi risulta, il suo fu l’unico caso in Europa di un profeta di campagna convertito senza mediazioni all’ebraismo. Credeva che gli ebrei postbiblici si fossero estinti e sicuramente nel 1928 non sapeva che in Italia ne esistevano ancora. In un certo senso ricavò la forza della sua vocazione profetica dalla certezza che Dio stesso, con i sogni e le visioni in cui si manifestava, gli avesse affidato la missione di portare “le leggi dell’unico Dio” non solo tra la gente di San Nicandro, ma in un mondo che le aveva dimenticate.

È facile dimenticare questa vocazione universale, perché Manduzio ben presto scoprì l’esistenza di una vera comunità ebraica in Italia (probabilmente grazie a un ambulante che portava le notizie del mondo esterno nell’entroterra rurale) e, da quel momento, concentrò le sue formidabili energie sul compito di entrarne a far parte. Non che avesse avuto molto successo nel restaurare la religione: gli ebrei di San Nicandro non crebbero mai in modo significativo al di là del loro nucleo originale.

Non fu il comando del Signore, tuttavia, a dire a Manduzio quali erano le sue leggi, ma lo studio tenace e continuo della parola stampata di Dio. Come dimostra Davis, Manduzio e i suoi convertiti erano intellettuali di campagna nel senso che tutti loro – anche le donne, che sembrano essere state attratte dalla nuova religione più degli uomini – erano probabilmente capaci di leggere e scrivere, una situazione piuttosto insolita nel Mezzogiorno agricolo d’Italia.

Del gruppo facevano parte almeno due membri della corporazione più ricca di pensatori, i ciabattini. A quanto pare i convertiti non erano tanto contadini, quanto un gruppo che viveva negli interstizi e ai margini di un grande territorio agrario. Dal momento che erano tutti poveri, e alcuni lo erano disperatamente, nessuno gli prestava troppa attenzione.

Manduzio era chiaramente il fondatore e l’ispiratore degli ebrei di San Nicandro anche se, con suo grande disappunto, non fu mai il loro capo indiscusso. Era il classico eccentrico di campagna che, se avessimo l’opportuna documentazione, avrebbe potuto costituire uno splendido soggetto per uno studioso della grande scuola italiana di storia microcosmica. Ma documenti come quelli dell’inquisizione, che hanno permesso a Carlo Ginzburg di scrivere Il formaggio e i vermi, appartenevano a periodi precedenti.

Abbiamo delle informazioni sulle attività di Manduzio e conosciamo i suoi pensieri dal 1937 in poi perché in quell’anno cominciò a tenere un diario, che ancora oggi esiste unicamente come manoscritto. Ma per il resto dobbiamo affidarci ai rapporti della polizia e delle autorità ecclesiastiche che si preoccupavano di controllare i dissidenti religiosi e di altro tipo, e che consideravano gli ebrei di San Nicandro trascurabili. E poi ci sono i racconti di un numero crescente di osservatori e visitatori ebraici, troppo sorpresi dalla conversione per chiedere come fosse avvenuta. Per di più, alcuni di loro avevano altre, e più grosse, gatte ebraiche da pelare.

Al momento della rivelazione, Manduzio aveva superato i quarant’anni. Nato nel 1885 in una famiglia troppo povera per mandarlo a scuola, rimase analfabeta fino a quando fu chiamato a prestare servizio nel 94° reggimento di fanteria, dove contrasse una malattia non meglio specificata ma permanente e disabilitante. Fu la malattia ad assicurargli le basi della futura carriera: una pensione come ex militare sufficiente per tirare avanti senza lavorare e l’alfabetizzazione, conquistata durante la lunga convalescenza negli ospedali militari.

Diventò un lettore vorace dei melodrammi di ambientazione medievale, molto popolari nell’Italia del sud, e di romanzi come Il conte di Montecristo. Nel libro I banditi. Il banditismo sociale nell’età moderna (1959), ho scritto che durante una delle tante crisi della comunità ebraica “l’immagine che gli venne spontanea alla mente fu quella di re Pipino. Quando capì che Elisetta l’aveva tradito, il re voleva gettarla nel fuoco con le due figliolette avute con lei, ma fu fermato da chi gli era accanto”.

Manduzio era molto attratto dall’astrologia, ma non c’è segno di un suo interesse giovanile serio per i testi sacri. Non sappiamo quanto avesse approfondito i suoi studi biblici prima di avere l’improvvisa visione di essere scelto dal Signore che nel 1928 lo portò a convertirsi. Sicuramente essere stato scelto dal Signore lo incoraggiò a studiare di più la Bibbia, però continuò a basare la sua autorità spirituale sulle visioni e i sogni. Forse a convertirlo al Vecchio testamento fu il fatto che, a differenza di quanto avviene nel Nuovo, lì Dio fa frequenti apparizioni personali per affermare e ribadire il suo potere, per minacciare, punire e istruire.

La situazione personale di Manduzio lo collocava allo stesso tempo al centro e ai margini di un piccolo universo isolato. Era un adulto disabile, sposato ma senza figli, un pensionato che non doveva guadagnarsi da vivere lavorando e aveva il tempo e la voglia di riflettere sull’universo, perciò costituiva un’anomalia. Con la sua presenza quotidiana sulle strade e la sua capacità di conversare, ascoltare e fungere da biblioteca ambulante delle tradizioni locali, non poteva passare inosservato, tanto più che aveva una reputazione di consigliere e guaritore.

Nel Gargano, il dono di guarire non richiedeva competenze mediche come le intendiamo oggi, ma piuttosto la capacità di riconoscere le forze esterne o interne, le influenze cosmiche e le azioni personali ritenute responsabili della malattia, per poi esorcizzarle o contrastarle con riti propiziatori o penitenze. Le visioni erano il motore della diagnosi. Denunciare il peccato poteva curare la malattia. I miracoli erano sempre possibili. E il mondo stesso non aveva forse bisogno di una guida e di una cura? In un ambiente come quello, i contadini poveri cercavano in tutti i modi di avere accesso, direttamente o tramite intermediari, a un regno superiore alle difficoltà insormontabili della vita quotidiana. E di conseguenza esisteva una nicchia di potenziali seguaci per maghi e profeti.

La risposta di Manduzio a questa esigenza fu così insolita che non possiamo dare troppo peso alla sua conversione e a quella del suo minuscolo gruppo. Piuttosto, sembrava una minisecessione non millenaristica dall’universo del protestantesimo evangelico, sempre incline a generare sette. Era sicuramente molto meno significativa dei diffusi fenomeni di pratiche religiose non ufficiali che rivelavano quanto fosse sentita l’inadeguatezza della chiesa romana. Quest’ultima, peraltro, si rivelò molto abile nel neutralizzare l’insoddisfazione cooptando i culti dissidenti.

Gli ebrei di San Nicandro non erano particolarmente interessati alle questioni secolari. Con un’unica eccezione (il solito ciabattino), nessuno di loro era stato coinvolto in agitazioni, e le opinioni che esprimevano erano convenzionalmente patriottiche. Perfino dopo il 1945 si tennero lontani dall’ondata di attivismo di sinistra che percorse le campagne in quella zona della Puglia. La polizia li considerava assolutamente innocui. In effetti lo erano. Essere ebrei era l’unica cosa che avevano a cuore.

Non appena Manduzio scoprì che non tutti gli ebrei erano stati spazzati via dal diluvio come aveva immaginato, ma che in Italia ne esistevano ancora, il fenomeno di San Nicandro perse gran parte del suo interesse culturale e antropologico e si trasformò in una strana ma illuminante nota a piè di pagina della storia d’Europa nell’epoca del fascismo. La battaglia tenace e alla fine vittoriosa dei sannicandresi per essere riconosciuti come veri ebrei ha forti limiti come tema storico. È irrilevante per l’ebraismo italiano di quel periodo – la storia più ambiziosa, Gli ebrei in Italia a cura di Corrado Vivanti (1996), li cita appena – anche se non è una postilla senza conseguenze per lo sviluppo del sionismo italiano e per la nascita di Israele.

In fondo, gli ebrei di San Nicandro furono convertiti alla necessità di emigrare in Eretz Israel soprattutto da uno degli eroi dell’allora insolita minoranza sionista italiana, Enzo Sereni. Tutto a dispetto di Manduzio, che era contrario all’emigrazione, e del primo sostenitore di San Nicandro nella comunità ebraica ufficiale, Raffae­le Cantoni, che sembra aver formulato una valutazione molto più realistica delle peculiarità di una minisetta con radici locali. Eppure, per quanto insignificanti, le fortune di questo piccolo gruppo litigioso, facile alle scissioni eppure coeso al margine dei cataclismi degli anni trenta e quaranta, irradiano piccoli fasci di luce in quelle tenebre.

La promulgazione delle leggi razziali hitleriane da parte di Mussolini, nel 1938, non ebbe conseguenze particolarmente gravi per loro, ma gli rese ancora più difficile essere ufficialmente accettati come ebrei dalle autorità ebraiche, scettiche e sempre pronte a procrastinare, e che ora avevano questioni più urgenti di cui occuparsi. Fra il 1938 e il 1943 gli ebrei di San Nicandro furono probabilmente più isolati che in qualsiasi altro momento della loro breve storia. La caduta di Mussolini avvicinò la guerra al Gargano quando gli alleati distrussero il grande nodo delle comunicazioni di Foggia e portò per breve tempo a San Nicandro le colonne tedesche. Portò anche pericoli e ristrettezze.

Per la prima volta essere ebrei contava: se Costantino Tritto non si fosse tolto la stella di David che era fiero di portare sul risvolto della giacca, avrebbero potuto esserci gravi rappresaglie contro la città. Gli ufficiali tedeschi che curiosarono nella stanza di Manduzio con le sue iscrizioni e decorazioni ebraiche scatenarono il panico, ma fortunatamente andarono via e non tornarono. Ai tedeschi ben presto subentrarono le forze britanniche, che nel settembre 1943 risalirono la costa adriatica per liberare quello che rimaneva di Foggia.

Fu l’ottava armata a riportare la piccola compagnia di Manduzio nella storia mondiale. La Puglia, il tacco d’Italia, servì da base alle operazioni transnazionali degli alleati in un periodo cruciale, mentre le organizzazioni che sostenevano i movimenti di resistenza si spostarono dal Cairo a Bari per mandare rinforzi attraverso l’Adriatico utilizzando i campi d’aviazione locali. Le truppe britanniche rimasero bloccate a sud per vari mesi, in attesa che i tedeschi abbandonassero la loro efficacissima “linea d’inverno”. Ora tra loro c’erano alcune unità ebraiche non combattenti, in origine reclutate per la difesa dell’Egitto.

Mentre negoziavano con gli inglesi riluttanti per creare una brigata di combattimento ebraica, senza dare troppo nell’occhio lavoravano alla costruzione delle loro forze armate perché il futuro stato d’Israele potesse assumere il controllo della Palestina. Tra la massa dei rifugiati ebrei e degli altri “sfollati” che cercavano riparo nel Mezzogiorno d’Italia occupato dagli alleati, scoprirono anche – con stupore e sbigottita soddisfazione – gli ebrei di San Nicandro. I soldati diffusero la notizia tra i militari anglofoni, i reclutatori di Haganah furono pronti ad accettarli come potenziali emigranti in Israele, e gli ebrei italiani che si sentivano colpevoli per la debolezza di molti loro correligionari davanti alle leggi razziali poterono elogiarne la fede semplice ma tenace.

Enzo Sereni – una figura centrale del sionismo italiano e della Palestina sotto mandato britannico, che nell’aprile 1944 si preparava a partire per la missione segreta nell’Italia occupata dai nazisti in cui perse la vita – li considerò abbastanza importanti da meritare una visita e li incoraggiò a emigrare. Quando i tedeschi si arresero, il gruppo era ormai entrato a far parte del folclore dei corrispondenti di guerra, e raggiunse il picco della celebrità quando Time gli dedicò un articolo in occasione del capodanno ebraico del 1947.

La liberazione di Roma spinse le autorità rabbiniche ad accettare ufficialmente i sannicandresi come ebrei autentici. I maschi furono circoncisi nel 1946, anche se per qualche motivo Manduzio non volle farsi operare. Morì nel marzo 1948 rifiutandosi sempre di lasciare San Nicandro e ancora convinto “che siamo arrivati alla luce grazie alle visioni, proprio come avvenne a Mosè e a tutti i profeti, e che chiunque si rifiuti di credere o dica che le visioni non significano niente nega il Dio delle visioni e il Mosè del libro sacro delle leggi”. Visse abbastanza a lungo da salutare la decisione di creare lo stato di Israele.

Se e sotto quali auspici i sannicandresi potessero emigrare in Israele, come fecero quasi tutti nel 1949, rimaneva incerto. La cosa fu complicata dall’inizio della guerra fredda. La sconfitta della sinistra italiana nelle elezioni del 1948 non avrebbe fatto molta differenza per una comunità che non era mai stata coinvolta nella politica secolare, ma il rifiuto italiano di riconoscere lo stato di Israele, mentre la Russia l’aveva fatto immediatamente, rese sospetti agli occhi del governo democristiano i vari piani sionisti per mandare rifugiati ebrei in Terra santa.

Alla fine le pressioni dei sannicandresi prevalsero sull’opposizione all’emigrazione collettiva del loro primo e più leale sostenitore, Cantoni, in un certo senso l’eroe della storia di San Nicandro e un personaggio veramente eccezionale. Italiano, ebreo sionista, massone, socialista e antifascista, anche se a suo tempo era stato un giovane attivista dell’impresa dannunziana di Fiume, Cantoni merita senz’altro uno studio più approfondito.

Una volta trasferiti nella terra di Israele, gli ebrei di San Nicandro sparirono nell’anonimato storico della gente comune che si guadagna da vivere. John Davis racconta tutto quello che dobbiamo sapere, e forse di più, su quest’ultima fase di uno straordinario episodio della storia europea del novecento. The jews of San Nicandro, ottimo libro di un bravissimo storico, rimarrà quasi sicuramente la sua duratura testimonianza.

Traduzione di Gigi Cavallo.

Internazionale, numero 886, 25 febbraio 2011

(due)____________Novità

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essere folli per essere chiari

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Picasso

Nel tremito d’oro, domenicale

di Valle Giulia, la nazione è calda,

silenziosa: la sua innocenza è pari

alla sua impurezza. Sembra arda

di popolare gioia, ed è una noia

irreligiosa che solare si sparge

sui floreali gessi e i gran ventagli

degli scalini. Non è questo

che l’atto in cui si sbriciola un’Italia

istituita, un anonimo ed onesto

atto di civiltà… C’è chi lo compie

tra le aiuole infuocate e il fresco.

buio che le solca dai prorompenti

pini di Villa Borghese, chi

n’è riverberato nelle pompe

festive di Piazza di Spagna e si

confonde in un brusio che trasale

intorno monotono e stupendo: qui

è più acceso il senso di un’Italia

vibrante in un’antica nota

di pace, in una morte dolce come l’aria,

dove la classe più alta regna immota.

II

E per la scalea l’anonimo, anima

senza memoria, in un corpo immiserito

da secoli di sogni umilmente umani

di borghese esperienza, ormai è mitico

in questa domenica dorata

che lo vede chiaro nel chiaro vestito.

Come d’improvviso appare ornata,

la sua vita, di mite passione,

e la sua mente (dominata

dentro il cuore dell’Istituzione

dalla sua dignità dura e servile)

come pare arda, immune testimone,

d’umile desiderio di capire…

III

La prima tela dalla scorza intensa

e ròsa, in un gemmante arabesco

quasi artigiano, dipinta con terra

e nascosto fuoco: ancora fresco

lo spirito del vecchio anteguerra

vi mescola scandalo e festa,

l’abnorme del pensiero e il puro della

tecnica, e ardente e affumicata

la superficie i suoi toni inanella,

ceree corolle su zolla disseccata.

Insegna della Francia più alta,

quando il tramonto pareva un’infuocata

alba, e la disperazione espanta

pena del creare, e il frantumarsi

del secolo un suo disegno araldico.

IV

Ma già gli spumeggianti e crudi figli

in nuvole di biancore, in acciarini

contorni, con purezza di gigli

e carnalità di cuccioli ferini,

delineano pur nel lume di un’idea

degna di Velásquez, pur nelle trine,

l’eccesso di espressione che li crea.

V

L’espressione che sul pelo affiora

del quadro, come da intimità viscerali,

infetta di bruciante disamore,

e ne squassa la squama di tonali

dolcezze, che, se resiste, e anzi

irrigidisce, è per materiali,

inebbrianti cagli. Ma tra i balzi

graffianti del pennello, la zona

di quasi prativa luce, gli sfarzi

dei disaccordi, ecco l’Espressione:

che s’incolla alla cornea e al cuore,

irrichiesta, pura, cieca passione,

cieca manualità, impudico gonfiore

dei sensi, e, dei sensi, tersa noia.

A nient’altro che a questo ateo furore

poteva, nella cadente Francia, Goya

cedere la sua violenza. Qui, a esprimersi,

sono pura angoscia e pura gioia.

VI

Dentro l’ordinata processione,

orda del sentire e del fare,

non del credere, paesaggi, persone

sono scheletri in cui corporeo appare

il loro perduto essere oggetti:

esprimerli è esprimerne il male.

La civetta patrizia con sul petto

un avido verde o un viola che altro

senso non ha che infiammare se stesso,

o nell’occhio uno sgorbio, folle e scaltro,

a tradire; i fiori che s’incarnano

a un feto o una seggiola e uno smalto

di toni che li incera nel composto

ingranaggio; le spiagge dove gongola

la gioia di un cadaverico agosto,

in cui l’inventare ha una mongola,

monumentale libertà che nulla costa,

una brutale libertà che il mondo

trasfigura per l’ignota forza

che ha il vizio, che ha la voluttà

dell’esibirsi: tutto porta

ad una calma furia di limpidità.

VII

Quanta gioia in questa furia di capire!

In questo esprimersi che rende

alla luce, come materia empirea,

la nostra confusione, che distende

in caste superfici i nostri affetti

offuscati! La chiarezza che ne accende

le forme interne, li fa nuovi oggetti,

veri oggetti, né conta, anzi è coraggio,

benché delirante, che si rifletta

in essi l’onta dell’uomo che appannaggio

fa dell’Uomo, l’onta dell’uomo più

recente, questo, questo che con saggio

calore guarda evidenziata salire su

nelle atroci lastre la figura

di se stesso, la sua colpa, la sua

storia. Vede ridotte alla furia oscura

del sesso le esaltanti repressioni

della Chiesa, e dispogliata in pura

chiarezza d’arte la chiara ragione

liberale; vede celebrata

in riverberanti figurazioni

la decadenza della snervata

borghesia ancora avida nel miope

rimpianto e nel cinismo…

Ma che lietezza profonda e quieta

nel capire anche il male; che infinita

esultanza, che vereconda festa,

nell’accorata sete di chiarezza,

nell’intelligenza, che compiuta attesta

la nostra storia nella nostra impurezza.

VIII

Poi ecco, colmo, l’errore di Picasso:

esposto sopra le grandi superfici

che ne spalancano in pareti la bassa,

fittile idea, il puro capriccio,

arioso, di gigantesca e grassa

espressività. Egli – tra i nemici

della classe che specchia, il più crudele,

fin che restavi dentro il tempo d’essa

- nemico per furore e per babelica

anarchia, carie necessaria – esce

tra il popolo e dà in un tempo inesistente:

finto coi mezzi della vecchia stessa

sua fantasia. Ah, non è nel sentimento

del popolo questa sua spietata Pace,

quest’idillio di bianchi uranghi. Assente

è da qui il popolo: il cui brusio tace

in queste tele, in queste sale, quanto

fuori esplode felice per le placide

strade festive, in un comune canto

ch’empie rioni e cieli, borghi e valli,

lungo l’Italia, fino all’Alpi, spanto

per declivi falciati e gialli

frumenti – nei paesi della smarrita

Europa – dove ripete i balli

e i cori antichi nell’antica

aria domenicale Ed è, l’errore,

in questa assenza. La via d’uscita

verso l’eterno non è in quest’amore

voluto e prematuro. Nel restare

dentro l’inferno con marmorea

volontà di capirlo, è da cercare

la salvezza. Una società

designata a perdersi è fatale

che si perda: una persona mai.

IX

Sfortunati decenni così vivi

da non poter essere vissuti

se non con un’ansia che li privi

di ogni quieta conoscenza, con l’inutile

dolore di assisterne la perdita

nella troppa prossimità… Muti

decenni, di un secolo ancor verde,

e bruciato dalla rabbia dell’azione

non trascinante ad altro che a disperdere

nel suo fuoco ogni luce di Passione.

Le ultime stanze gremisce la pura

paura espressa in cristalline zone

d’infantile e senile cinismo: scura

e abbagliata l’Europa vi proietta

i suoi interni paesaggi. E matura

qui, se più trasparente vi si specchia,

la luce della tempesta; i carnami

di Buchenwald, la periferia infetta

delle città incendiate, i cupi camions

delle caserme dei fascismi, i bianchi

terrazzi delle coste, nelle mani

di questo zingaro, si fanno infamanti

feste, angelici cori di carogne:

testimonianza che dei doloranti.

nostri anni può la vergogna

esprimere il pudore, tramandare

l’angoscia l’allegrezza: che bisogna

essere folli per essere chiari

Da Le ceneri di Gramsci 1953

da Mikrokosmos

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A.A.A abile insenescente insensibilissimo (quasi) al piacere (non al dolore, anzi,
ahimè, ahiahiahiahi) offresi:

mi offro per essere leccato berliccato (come
un gelato); e poi per essere succhiato salivato, rimacinato mugolato,
e riciclato: e pompato (e spompato):

(come nuovo, ma usato: d’occasione):

scrivimi fermo posta, tu, raccomandata referenziata):

addì 9 settembre, da Pistoia:

da Cataletto, 1981

***

la triste, l’incostante, l’aggressiva, la morta; (quella che fu il mio tropico
del Cancro; e l’altra, che fu il mio anello di saturno): la contegnosa,
la spaiata, la matta:

me le voglio qui tutte, adesso, insieme, a mangiarmi
i miei polsi aperti, la mia lurida lingua, le mie docili dita, il mio fegato
fragile: (e il mio cuore, è l’usanza, fatto a pezzi): (e il mio cervello
già raggrinzito, e il mio ormai tenero sesso):

Tutto il resto è per te,
l’ultima, in cucina:
l’affaticata, la nervosa, la superstiziosa, la morbida:

da Scartabello, 1980

***

vengo, con la presente, a te, per chiederti formalmente di esentarmi dall’urgenza
dal comunicare, con te, per telefono: (io non posso battere zuccate disperate,
contro il primo muro che mi trovo a disposizione, ogni volta, capirai,
appena mollo giù il ricevitore):

(perchè, mia diletta, io non saprò mai
separare, stralciandole, le tue parole, a parte, dai tuoi gomiti, dai tuoi alluci,
dalle tue natiche, da tutta te); (da tutto me);

da Scartabello

***

se d’amore si muore, siamo morti noi:
siamo un romanzo d’appendice in atto: (anzi,
siamo un romanzo nazional-popolare, ma calibraticamente camuffato da romanzetto rosa): (anzi,
siamo un romanzo osè): (un rosè): (anzi, una coppia di vegeti, di vegetanti vecchietti,
torchiati nel torpido torchio delle nozze d’argento): (a un passo, a un pelo, appena,
da un romanzo nero): (siamo un romanzo rosso, quasi): e noi facciamo, parliamoci chiaro,
pena piena, e pietà

comunico le coordinate necessarie; torno da Como, è il 26
settembre, sono le 21,37, ho chiesto il conto al ristorante, prenderò il rapido
delle 21,50, e ti ho capito: è tutto:

perchè, per te, per me, non è possibile
sopportarla più oltre, questa ambivalenza insolubile, nel vino della vita che viviamo:

questa vita, anzi: (la vita): (annacquata, innacquata): e se ti dico e se ti scrivo che
non sono altro che un contemporaneo, a capirmi, a capirci, se va bene, abbiamo, in tutto
e per tutto, il 25% dei nostri eredi naturali, allo stato attuale delle cose:
così, con tanti auguri, ti aggiungo, poi, che noi

se d’amore si vive, siamo vivi:

da Stracciafoglio, 1977-79

Novità – Jack London

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Il sogno di Debs.
Saggi sulla lotta di classe negli Stati Uniti e un racconto

ed. Gwynplaine, 2009.

Da Carmilla la prefazione
di Valerio Evangelisti

Parole contro parole – Ragazzoni

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Andate a vedere chi era Ernesto Ragazzoni e riconoscerete nella sua barba, nei suoi lavori, nella sua vita, negli articoli e nelle poesie quella mentalità frizzante e mai pigra di inizio 900, rara, e per questo tanto preziosa per noi posteri. Nell’Italia prefascista, liberale, quella delle imprese coloniali in Africa e del primo conflitto mondiale spunta una voce fuori dai cori bottegai e perbenisti dell’epoca. Cesare Bermani ne fa un ritratto puntuale e ve lo linko come prefazione alle due poesie che propongo. Il contributo di Bermani si trova sul sito della città natale di Ragazzoni ORTA.NET

PAROLE CONTRO PAROLE

Oggi, non voglio far della poesia,
non voglio stare chiuso contro un tavolo.
Voglio prender la porta, andare via
andarmene, se càpita, anche al diavolo!
In un giorno di ciel, d’aria e di sole
posso seduto, fabbricar parole?

Io, come il vecchio Amleto, sono stufo
di parole, parole, ancor parole!
Fra tanti pappagalli, sono un gufo
e disdegno le chiacchiere e le fole.
Se si parlasse meno, quanto il mondo
più felice sarebbe, e più fecondo!

Abbasso i versi e chi li legge e scrive!
Primavera s’annuncia, e vo’ pei campi
a veder in che modo si rivive
senza bisogno alcun che se ne stampi,
o ne filosofeggino due o tre
sui sedili dei tram, e nei caffè!

Senza soccorso di poeti e sofi
le siepi vanno rimettendo il verde!
Su per le aiuole crescono i carciofi,
e l’asparago inver nulla ci perde
se vien fuori, a dispetto della critica,
senza affatto occuparsi di politica.

E così fa la mammola, e fa l’erba,
il pero, il melo, il mandorlo, il ciliegio
che una veste di fiori hanno, e superba,
e daran frutto, senza ciarle, egregio.
Se facessimo un poco come loro:
chiacchiere niente, e alquanto più lavoro?

SCHERZI E FRAMMENTI

O Signore, io ti ringrazio
d’aver dato al Mondo il vizio,
l’alto e solo benefizio
che quaggiù non soffre strazio…,
che accomuna in un sol dazio
ogni Caio ed ogni Tizio.
Che quaggiù ci sia sol spazio
per un cazzo e un orifizio,
ognun gridi mai non sazio
fino al giorno del giudizio:
O Signore, io ti ringrazio
d’aver dato al Mondo il vizio.

***

È finita. Il giornale è stampato,
la rotativa s’affretta,
me ne vado col bavero alzato,
dietro il fumo della sigaretta.

***

… e lieve lieve
cade la neve
sull’alta pieve
di Pontassieve
e il tetto breve
che ne riceve
piú che non deve
si fa piú greve
sempre più greve
ahi troppo greve
e cade in breve
non piú la neve
sovra la pieve
sibben la pieve
sovra la neve
che cade lieve
sull’alta pieve
di Pontassieve
e il tetto breve
che ne riceve
più che non deve
si fa più greve
sempre più greve
ahi troppo greve
e cade in breve
non più la neve
sovra la pieve
sibben la pieve
sovra la neve
che cade lieve
sull’alta pieve
di Pontassieve
e il tetto breve.

***

Io non vi parlerò di cose strane.
Dirò cose comuni e naturali,
Parlerò solo un poco di puttane
E d’altre cose simili morali:
Parlerò del davanti e del didietro.
— Lettor, se non ti piace, torna indietro.

***

Vergini muse dell’Olimpo antico,
Andate tutte a farvi benedire
Perché se udiste mai quello che dico
Obbligate sareste ad arrossire.
Fuggite, o pur tappatevi le orecchie
Voi siete troppo caste e troppo vecchie.

Intermezzo per ridere

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world

Ultimamente mi capita di leggere L’Espresso perchè “seguo” la raccolta degli Short Tales (anche se non è perfettamente corretto, diciamo spio, rubacchio, dò un’occhiata, leggo): i racconti brevi con testo originale a fronte che il settimanale sta proponendo. Nonostante l’inutilità (sono usciti già 17 racconti, quindi che segnalazione è? ma ormai è chiara la mia propensione per i voli pindarici tra passato e presente) apro una piccola parentesi sulla qualità dignitosa che hanno questi libelli. Sono quasi tutti miei (nostri, vostri, loro) compagni di infanzia, personalmente coloro che mi hanno “iniziato” alla lettura e alla letteratura. E allora:

Il diario di Adamo ed Eva di Mark Twain: raccontino vagamente misogino e pieno di stereotipi sessisti dell’epoca (il racconto è stato pubblicato nel 1906) ma molto divertente soprattutto nello stile e nei giochi di parole. La parte di Adamo l’ho trovata esilarante.

e ancora di Jerome Klapka Jerome, L’anima di Nicholas Snyders e Lo scherzo del filosofo.

(più intrigante il secondo racconto dove in una cena di commensali partecipa il fantasma del filosofo Kant)

Jack London, Il messicano: “Non lasciarti impressionare…e ricorda le istruzioni. Devi resistere. Non rimanere a terra. Se rimani a terra abbiamo istruzioni di riempirti di botte negli spogliatoi. Chiaro? Devi lottare”. Un London come al solito strepitoso e autobiografico.

Herman Melville, Il tavolo di melo: ancora devo leggerlo ma anche lui come gli altri va nella categoria Libri dell’infanzia

Jane Austen, Amore e amicizia: scritto a sedici anni questo raccontino mette alla sbarra la società borghese e la sua letteratura, utilizzando per di più quello stile melenso e formale della cultura inglese come arma contro i benpensanti (agli albori del femminismo insomma).

Charles Dickens, La casa dei fantasmi: anche questo ancora da leggere ma sulla fiducia…

Joseph Conrad, L’informatore: ricca di intrighi la storia che racconta Conrad riguardo la vita dell’anarchico Sevrin e la storia d’amore tra il protagonista e una ragazza di buona famiglia.

Insomma eccovi l’assaggio.

E ora il succo del mio post (anomalo direi)

Sfogliando L’Espresso incappo ieri in questo box minuscolo a fondo pagina. A me ha fatto proprio ridere. Ma voglio precisare che non sono una “fan” di Obama divertita. Sono una comunista che ride (amaramente ovvio) sulle sorti del socialismo..vero, presunto, virtuale.

Socialisti per ridere.

A Cortina l’ex ministro degli Esteri de Michelis discute del disegno politico di Barak Obama:
“Certo, definirlo neo-socialista mi fa un po’ ridere”.

Udito un signore tra il pubblico:
“Giustissimo. Però anche definire socialista De Michelis mi ha sempre fatto ridere”.

Da L’Espresso 3 settembre 2009.

Time is on my side

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Il socialismo ha fallito, il capitalismo è in bancarotta.

Cosa succederà adesso?

di Eric Hobsbawm

Qualunque logotipo ideologico adottiamo, lo spostamento dal mercato libero all’azione pubblica dovrà essere molto maggiore di quanto i politici immaginano.

Il XX secolo è già alle nostre spalle, ma non abbiamo ancora imparato a vivere nel XXI, o almeno a pensarlo in modo appropriato. Non dovrebbe essere così difficile come sembra, dato che l’idea fondamentale che ha dominato l’economia e la politica nel secolo scorso è scomparsa, chiaramente, nel tubo di scarico della storia. Avevamo un modo di pensare le moderne economie industriali -in realtà tutte le economie-, in termini di due opposti che si escludevano reciprocamente: capitalismo o socialismo.

Abbiamo vissuto due tentativi pratici di realizzare entrambi i sistemi nella loro forma pura: da un lato le economie a pianificazione statale, centralizzate, di tipo sovietico; dall’altro l’economia capitalista a mercato libero esente da qualsiasi restrizione e controllo. Le prime sono crollate negli anni ’80, e con loro i sistemi politici comunisti europei; la seconda si sta decomponendo davanti ai nostri occhi nella più grande crisi del capitalismo globale dagli anni ’30 ad oggi. Per certi versi è una crisi più profonda di quella degli anni 30, in quanto la globalizzazione dell’economia non era a quei tempi così sviluppata come oggi e la crisi non colpì l’economia pianificata dell’Unione Sovietica. Ancora non conosciamo la gravità e la durata della crisi attuale, ma non c’è dubbio che vada a segnare la fine di quel tipo di capitalismo a mercato libero che si è imposto nel mondo e nei suoi governi nell’epoca iniziata con Margaret Thatcher e Ronald Reagan.

L’impotenza, quindi, minaccia sia coloro che credono in un capitalismo di mercato, puro e destatalizzato, una specie di anarchismo borghese; sia coloro che credono in un socialismo pianificato incontaminato dalla ricerca del profitto. Entrambi sono in bancarotta. Il futuro, come il presente e il passato, appartiene alle economie miste dove il pubblico e il privato siano reciprocamente vincolati in un modo o nell’altro. Ma come? Questo è il primo problema che si pone oggi a noi tutti, e in particolare a quelli di sinistra.

Nessuno pensa seriamente di ritornare ai sistemi socialisti di tipo sovietico, non solo per le loro carenze politiche ma anche per la crescente indolenza e inefficienza delle loro economie, anche se questo non deve portarci a sottovalutare le loro impressionanti conquiste sociali ed educative. D’altro canto, finché il mercato libero globale non è esploso l’anno scorso, anche i partiti socialdemocratici e moderati di sinistra dei Paesi del capitalismo del Nord e dell’Australasia si erano impegnati sempre di più nel successo del capitalismo a mercato libero. Effettivamente, dal momento del crollo dell’URSS ad oggi non ricordo nessun partito o leader che denunciasse il capitalismo come una cosa inaccettabile. E nessuno era così legato alle sue sorti come il New Labour, il nuovo laburismo britannico. Nella sua politica economica, tanto Tony Blair che Gordon Brown (e questo fino all’ottobre del 2008) potevano essere definiti senza alcuna esagerazione come dei Thatcher in pantaloni. E lo stesso vale per il Partito Democratico degli Stati Uniti.

L’idea fondamentale del nuovo Labour, a partire dal 1950, era che il socialismo non fosse necessario, e che si poteva aver fiducia che il sistema capitalista facesse fiorire e generare più ricchezza di qualsiasi altro sistema. I socialisti non dovevano fare altro che garantire una distribuzione egualitaria. Ma a partire dal 1970 la crescita accelerata della globalizzazione creò sempre più difficoltà e sgretolò fatalmente la base tradizionale del Partito Laburista britannico, e per la verità alle politiche di aiuto e sostegno di qualsiasi partito socialdemocratico. Molte persone, negli anni ‘80, pensarono che se la nave del laburismo non voleva colare a picco, cosa che era una possibilità reale, dovesse mettersi al passo con i tempi.

Ma non fu così. Sotto l’impatto di quello che vedeva come la rivitalizzazione economica thatcherista, il New Labour, a partire dal 1997, si bevve tutta l’ideologia, o piuttosto la teologia, del fondamentalismo del mercato libero globale. Il Regno Unito deregolamentò i suoi mercati, vendette le sue industrie al miglior offerente, smise di fabbricare beni per l’esportazione (a differenza di Germania, Francia e Svizzera) e puntò tutto sulla sua trasformazione in centro mondiale dei servizi finanziari, e di conseguenza in paradiso dei riciclatori multimilionari di denaro. Così l’impatto attuale della crisi mondiale sulla sterlina e l’economia britannica sarà probabilmente più catastrofico di quello su ogni altra economia occidentale e questo renderà la guarigione più difficile.

E’ possibile affermare che ormai tutto questo è acqua passata. Che siamo liberi di tornare all’economia mista e che la vecchia scatola degli attrezzi laburista è qui a nostra disposizione -compresa la nazionalizzazione-, così che non dobbiamo far altro che utilizzare di nuovo questi attrezzi che il New Labour non avrebbe mai dovuto smettere di usare. Comunque questa idea fa pensare che sappiamo come usare questi attrezzi. Non è così.

Da un lato non sappiamo come superare l’attuale crisi. Non c’è nessuno, né i governi, né le banche centrali, né le istituzioni finanziarie mondiali, che lo sappia: tutti questi sono come un cieco che cerca di uscire da un labirinto dando colpi alle pareti con bastoni di ogni tipo nella speranza di trovare la via d’uscita.

Dall’altro lato sottovalutiamo il persistente grado di dipendenza dei governi e dei responsabili delle politiche dai dogmi del libero mercato, che tanto piacere gli hanno regalato per decenni. Si sono forse liberati del principio fondamentale per cui l’impresa privata orientata al profitto è sempre il mezzo migliore e più efficace di fare le cose? O che l’organizzazione e la contabilità imprenditoriali dovrebbero essere i modelli anche per la funzione pubblica, l’educazione e la ricerca? O che il crescente abisso tra i multimilionari e il resto della gente non sia tanto importante, dopotutto, sempre che tutti gli altri -eccetto una minoranza di poveri- stiano un po’ meglio? O che quello di cui ha bisogno un Paese, in qualsiasi caso, è il massimo di crescita economica e di competitività commerciale? Non credo che abbiano superato tutto questo.

Comunque una politica progressista richiede qualcosa in più di una rottura più netta con i principi economici e morali degli ultimi 30 anni. Richiede un ritorno alla convinzione che la crescita economica e l’abbondanza che comporta siano un mezzo, non un fine. Il fine sono gli effetti che ha sulle vite, le possibilità vitali e le aspettative delle persone.

Prendiamo il caso di Londra. E’ evidente che a tutti noi importa che l’economia di Londra fiorisca. Ma la prova del fuoco dell’enorme ricchezza generata in qualche parte della capitale non è il fatto di aver contribuito al 20 o 30% del PIL britannico, ma come questo ha influito sulle vite dei milioni di persone che vivono e lavorano lì. A che tipo di vita hanno diritto? Possono permettersi di vivere lì? Se non possono, non è per niente una compensazione il fatto che Londra sia un paradiso dei super-ricchi. Possono ottenere posti di lavoro pagati decentemente, o nella realtà un lavoro qualsiasi? Se non possono, a che serve tutto questo affannarsi per avere ristoranti da tre stelle Michelin, con chef diventati essi stessi stelle. Possono mandare i loro figli a scuola? La mancanza di scuole adeguate non si compensa con il fatto che le Università di Londra possano allestire una squadra di calcio fatta di vincitori di premi Nobel.

La prova di una politica progressista non è privata ma pubblica, non solo importa l’aumento del reddito e del consumo dei privati ma l’ampliamento delle opportunità e, come le chiama Amartya Sen, delle capabilities -capacità- di tutti per mezzo dell’azione collettiva. Ma questo significa -deve significare- iniziativa pubblica senza fini di profitto, neanche se fosse solo per redistribuire l’accumulazione privata. Decisioni pubbliche dirette a conseguire un miglioramento sociale collettivo dal quale tutti ne guadagnerebbero. Questa è la base di una politica progressista, non la massimizzazione della crescita economica e del reddito personale.

In nessun ambito questo sarà più importante che nella lotta contro il problema più grande che ci troviamo ad affrontare in questo secolo: la crisi dell’ambiente. Qualsiasi logotipo ideologico adottiamo, ciò significherà uno spostamento di grandi dimensioni dal libero mercato all’azione pubblica, un cambiamento più grande di quello proposto dal governo britannico.

E, tenuto conto della gravità della crisi economica, dovrebbe essere uno spostamento rapido. Il tempo non è dalla nostra parte.

The Guardian, Friday 10 April 2009

Tizio, Caio e Sempronio – Antonio Gramsci

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Non c’è dubbio che conoscesse molto bene il suo paese…e i suoi mali cronici.

Quaderno 15 (II) 1933

§<21>. Passato e presente.
Se si domanda a Tizio, che non ha mai studiato il cinese e conosce bene solo il dialetto della sua provincia, di tradurre un brano in cinese, egli molto ragionevolmente si meraviglierà, prenderà la domanda in ischerzo e, se si insiste, crederà di essere canzonato, si offenderà e farà ai pugni. Eppure lo stesso tizio, senza essere neanche sollecitato, si crederà autorizzato a parlare di tutta una serie di quistioni che conosce quanto il cinese, di cui ignora il linguaggio tecnico, la posizione storica, la connessione con altre quistioni, talvolta gli stessi elementi fondamentali distintivi. Del cinese almeno sa che è una lingua di un determinato popolo che abita un determinato punto del globo: di queste quistioni ignora la topografia ideale e i confini che le limitano.

pp

§<57>. Passato e presente.
Una delle manifestazioni più tipiche del pensiero settario [...] è quella per cui si ritiene di poter fare sempre certe cose  anche quando la “situazione politico-militare” è cambiata. Tizio lancia un grido e tutti applaudono e si entusiasmano; il giorno dopo, la stessa gente che ha applaudito e si è entusiasmata a sentire lanciare quel grido, finge di non sentire, scantona ecc.; al terzo giorno la stessa gente rimprovera Tizio, lo rintuzza, e anche lo bastona o lo denunzia. Tizio non ne capisce nulla; ma Caio che ha comandato Tizio, rimprovera Tizio di non aver gridato bene, o di essere un vilgiacco o un inetto ecc. Caio è persuaso che quel grido, elaborato dalla sua eccellentissima capacità teorica, deve sempre entusiasmare e trascinare, perchè nella sua conventicola infatti i presenti fingono ancora di entusiasmarsi ecc. Sarebbe interessante descrivere lo stato d’animo di stupore e anche di indignazione del primo francese che vide rivoltarsi il popolo siciliano dei Vespri.

Nel bel paese…

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saramago

Nella terra della mafia e della camorra che importanza può avere il fatto provato che il primo ministro sia un delinquente?

Innamorato della Palestina – M. Darwish

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palestina arance

Innamorato della Palestina

I tuoi occhi sono una spina nel cuore

lacerano, ma li adoro.

Li proteggo dal vento

e li conficco nella notte e nel dolore

cosi la sua ferita illumina le stelle,

trasforma il presente in futuro

più caro della mia anima.

Dimentico qualche tempo dopo

quando i nostri occhi si incontrano

che una volta eravamo

insieme, dietro il cancello.

Le tue parole erano una canzone

che io tentavo di cantare ancora,

ma la tribolazione si era posata

sulle fiorenti labbra.

Le tue parole come la rondine

volarono via da casa mia

volarono anche la nostra porta

e la soglia autunnale

inseguendo te,

dove si dirigono le passioni ….

I nostri specchi si sono infranti

la tristezza ha compiuto 2000 anni,

abbiamo raccolto le schegge del suono

e abbiamo imparato a piangere la patria.

La pianteremo insieme,

nel petto di una chitarra;

la suoneremo sui tetti della diaspora

alla luna sfigurata ed ai sassi.

Ma ho dimenticato,

oh tu dalla voce sconosciuta !

Ho dimenticato,

è stata la tua partenza

ad arrugginire la chitarra,

o è stato il mio silenzio ?

Ti ho vista ieri al porto

viaggiatore senza provviste … senza famiglia.

Sono corso da te come un orfano

chiedendo alla saggezza degli antenati:

perché trascinare il giardino verde

in prigione, in esilio, verso il porto

se rimane, malgrado il viaggio,

l’odore del sale e dello struggimento,

sempre verde?

Ho scritto sulla mia agenda:

amo l’arancio e odio il porto,

ho aggiunto sulla mia agenda:

al porto mi fermai

la vita aveva occhi d’inverno,

avevamo le bucce dell’arancio

e dietro di me la sabbia era infinita!

Giuro, tesserò per te

un fazzoletto di ciglia

scolpirò poesie per i tuoi occhi

con parole più dolce del miele

scriverò “sei palestinese e lo rimarrai”

Palestinesi sono i tuoi occhi,

il tuo tatuaggio

Palestinesi sono il tuo nome,

i tuoi sogni

i tuoi pensieri e il tuo fazzoletto.

Palestinesi sono i tuoi piedi,

la tua forma

le tue parole e la tua voce.

Palestinese vivi, palestinese morirai.

Entusenko – I paladini dell’inerzia

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Sono rimasti quelli di un tempo, come cose.
Prova ad inculcar loro qualcosa di nuovo!
Apparentemente hanno rinunciato a molto,
ma in fondo sono rimasti gli stessi.
Non hanno fretta di capire tutto il nuovo,
o, piuttosto, non vogliono capire,
e continuano assurdamente a luccicare
con le corazze dei vecchi successi.
Vedo la difficoltà della loro situazione,
vedo il crollo ineluttabile dei loro affanni,
quando,
alleandosi con zelo,
vigliacchi,
attaccano il coraggio dei giusti.
I loro cavalli sono invecchiati,
spelacchiati,
ed essi non hanno più le maniere di un tempo,
gli vanno male gli affari oggi,
se hanno paura di affrontare apertamente la battaglia.

Cadaveri e idioti

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In realtà avrei dovuto proseguire con I LIBRI DEGLI ALTRI, ma questo articoletto volevo inserirlo da troppo tempo ormai.

Un decina di anni fa, anche di più, scovai un libricino dal titolo Piove, governo ladro!di Antonio Gramsci, il sottotitolo recita: satire e polemiche sul costume degli italiani. Lessi tutto d’un fiato, senza dargli troppa attenzione devo dire. Poi l’ho ri-trovato in casa.

Si tratta di articoli  che Gramsci scrisse per l’Avanti! in forma anonima e apparsi tra il 1916 e il 1918. Articoletti polemici e stuzzicanti.

Due premesse prima della lettura.

1) Gramsci rifiutò un lavoro molto redditizio (2.500 lire dell’epoca, al mese)
come preside di una scuola per scrivere a poche lire per il giornale socialista.

2) Quando gli proposero di pubblicarli egli commentò che questi “erano scritti alla giornata e dovevano, secondo me, morire dopo la giornata” e questo non stupisce vista la meticolosità con cui studiava, leggeva, scriveva il futuro fondatore del PCd’I.

L’articolo è preceduto da una piccola introduzione che spiega la ragione della polemica.

Buona lettura, compagni!

E’ corsa voce – ed è certo uno scherzo malizioso, ma uno scherzo significativo- che la Sezione torinese del partito (socialista ndr) abbia stabilito nei giorni scorsi di non ammettere d’ora in poi soci che abbiano superato ne’ loro studi la terza elementare*.

Il Corriere della sera si diverte a incrociare su questo spunto le solite spiritose frasi che piacciono tanto ai suoi lettori, anche quando se le son sentite ripetere per la centesima volta. Socialisti: idioti e nefandi; socialisti: proletari dell’intelligenza; socialisti: protozoi che si rivoltano alla superiore specie dei mammiferi; socialismo: manovali contro intellettuali; socialismo: analfabeti di tutto il mondo unitevi, perinde ac idiotus (come un solo idiota, traduzione ad uso dei nostri soci).

Pesiamo le parole. Idiota: parola nobilissima di origine greca. Idiota significa prima di tutto soldato semplice, soldato che non ha nessun gallone. Significa in seguito: chi pensa con la propria testa, chi è proprio, chi non si è ancora assoggettato alla disciplina  sociale vigente. Quando questa mancanza di disciplina all’ordinamento sociale diventa una colpa, la parola comincia ad assumere un significato offensivo. Ma in sè e per sè non racchiude nessuna offesa. Ha un significato sociale, non inviduale. Idiota è chi è diverso, chi pensa e parla diversamente dalla maggioranza. Idiotismo è la parola o il modo di dire proprio di un regione, e non usato nella lingua letteraria o nazionale. Idiota, insomma, corrisponde a refrattario, per ciò che riguarda le relazioni sociali. Nefando: parola altrettanto nobile, di origine latina. Significa: chi parla come la divinità ha proibito di parlare, chi fa affermazioni proibite dalla legge. Due parole che hanno un valore prettamente democratico dal punto di vista sociale. Due parole che hanno acquistato valore offensivo quando la società, la legge, la disciplina sociale erano fondate sul principio divino, su una mistica concezione del destino che presiede all’accadimento dei fatti umani. Idioti e nefandi erano pertanto quelli che non credevano all’efficacia taumaturgica delle frasi fatte, dell’ “Iddio l’ha detto” del “la patria lo vuole”, del “le leggi imperscrutabili che guidano l’umanità dicono”, ecc…, e pertanto operavano e parlavano con la loro testa, sbagliando talvolta senza dubbio, ma pronti a riconoscere lo sbaglio e a correggerlo, lieti se riuscivano a raggiungere un fine anche minuscolo, purchè, anche nella sua piccolezza, fosse raggiunto con mezzi loro propri, fosse figlio delle loro opere e non della loro supina obbedienza alla volontà degli altri.

Idioti e nefandi: parole classiche che esprimono l’indipendenza di un piccolo gruppo di fronte alla collettività, di un individuo rispetto all’ambiente in cui vive. Che si contrappongono al cadaver dei gesuiti, al “credo quantunque sia assurdo, anzi appunto perchè assurdo”, all’ipse dixit (l’ho detto…, basta, traduzione per i nostri soci) e a tutte le altre formule del pecorile asservimento alla verità rivelata, alla legge, voce di Dio, allo Stato, mistica disciplina per la realizzaxione della volontà di Dio sulla terra.
Intellettuali, sì, quando intellettuale vuol dire intelligente, e non tiranno per grazia del titolo di studi; seguire gli intellettuali, sì, quando seguirli vuol dire ritrovar in loro meglio chiariti, più logicamente costruiti quei concetti e quei veri che ognuno sente in sè ancora indistinti. Ma non si vuol sacrificare l’intelligenza all’intelletto, l’indipendenza e la libertà propria all’intelletto degli altri. Quando si proverà che non avere titoli di studi voglia dire essere stupidi, che non essere pecorinamente schiavi voglia dire essere delinquenti, allora ci copriremo i capelli di cenere e ci batteremo il petto.
Finora siamo persuasi che stupidi e cretini siano coloro che danno alle parole quel significato che esse avrebbero se si riferissero a loro stessi.
Noi siamo più classici di loro, e ce ne troviamo bene.

(17 gennaio 1917)

* Perinde ac “idiotus”, in Corriere della sera, 16 gennaio 1917

L’eterno rifiugio – M. Bulgakov

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master

Una parte di quella forza che vuole il Male e opera costantemente il Bene

“Perchè – proseguì Woland convincente e dolce – Oh, tre volte romantico Maestro, possibile che lei non voglia di giorno passeggiare con la sua compagna sotto i ciliegi che cominciano a fiorire, e di sera ascoltare la musica di Schubert? Possibile che non provi piacere a scrivere alla luce delle candele con una penna d’oca? Possibile che lei non voglia, come Faust, starsene su una storta nella speranza che le riesca di modellare un nuovo homunculus? Là, là! Là vi aspetta una casa e vecchio servo, le candele sono già accese, ma presto si spegneranno perchè incontrerete immediatamente l’alba. Per questa strada, Maestro, per questa strada! Addio, per me è ora!”
“Addio!” – con un sol grido risposero a Woland, Margherita e il Maestro. Allora il nero Woland, senza badare a strada alcuna, si gettò nel precipizio e dietro di lui, tumultuando, si slanciò il suo seguito. Intorno non c’erano più nè rocce, nè il ripiano, nè la strada illuminata dalla luna, nè Jerushalajim. Erano scomparsi anche i neri cavalli. Il Maestro e Margherita videro l’alba promessa. Essa cominciò subito, immediatamente dopo la luna di mezzanotte. Il Maestro camminava con la sua compagna nello splendore dei primi raggi mattutini attraverso un muschioso ponticello di pietra. Lo attraversarono. Il ruscello restò alle spalle dei fedeli amanti, ed essi andarono lungo una strada sabbiosa.
“Ascolta la quiete, – diceva Margherita al Maestro, e la sabbia frusciava sotto i suoi piedi nudi, – ascolta e godi ciò che non ti hanno mai concesso in vita: il silenzio. Guarda, ecco là davanti la tua casa eterna, che ti è stata data per ricompensa. Già vedo la trifora e la vite che s’attorce e s’alza fino al tetto. Ecco la tua casa, la tua casa eterna. So che alla sera ti verranno a trovare coloro che tu ami, che ti interessanno e che non ti inquieteranno. Suoneranno per te, canteranno per te, vedrai che luce ci sarà nella camera quando saranno accese le candele. Ti addormenterai, col tuo berretto consunto ed eterno, ti addormenterai col sorriso sulle labbra. Il sonno ti rinforzerà e saggi saranno i tuoi pensieri. E mandarmi via ormai non potrai. Il tuo sonno lo proteggerò io”.
Così parlava Margherita, seguendo il Maestro verso la loro casa eterna, e al Maestro parve che le parole di Margherita fluissero come fluiva e bisbigliava il ruscello lasciato alle spalle, e la memoria del Maestro, l’inquieta e martoriata memoria del Maestro, cominciò a spegnersi. Qualcuno lo lasciava libero, come poco prima egli aveva lasciato libero l’eroe da lui creato. Questo eroe era scomparso, era scomparso irrevocabilmente, perdonato nella notte tra il sabato e la domenica, il figlio del re astrologo, il crudele quinto procuratore della Giudea, il cavaliere Ponzio Pilato.

Da Il Maestro e Margherita.

da Giap – Editoriale su Gaza

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CIELO DI PIOMBO
Collage del Luther Blissett Project, 1994di Wu Ming 4

“Tenere i bambini e le donne incinte lontano durante l’uso.”
(Fondere il piombo – istruzioni per l’uso)

Non c’è dubbio che le guerre abbiano il brutto vizio di togliere obiettività alle persone. Un intellettuale che possa scegliere e decida di restare in prima linea facilmente vedrà ridimensionato il proprio margine di ragionamento. Ragionamento sempre più ridotto a ossimoro o grottesco paradosso, come quello degli illustri colleghi israeliani link Yehoshua, Oz e Grossman, scrittori tanto più famosi e celebrati in Occidente per la loro “equidistanza”, quanto più organici alla politica bellicista del loro paese.
E’ la posizione di chi giustifica le reazioni di Israele limitandosi a criticarne l’intensità, di chi dice: “Dobbiamo difenderci, ma non troppo”. E’ quella che va per la maggiore anche in Europa, perché è gratis, non costa nulla. Nemmeno il Mahatma Gandhi e il reverendo King erano contrari alla legittima difesa. Proprio la legittima difesa è il cardine retorico della leadership israeliana, la giustificazione di fondo della sua politica.
Ora noi non ci permetteremmo mai di fare le pulci a chi vive in un paese bersaglio di strali politici e balistici, a chi ha perso figli in guerra, a chi dolorosamente, nonostante tutto, ha scelto di restare a vivere in Israele. Noi siamo qui, col culo al caldo. Eppure dalla postazione privilegiata delle nostre poltrone è difficile non accorgersi di una realtà autoevidente.
Negli ultimi due anni le reazioni di Israele alle provocazioni dei suoi vicini sono consistite nel bombardamento di Beirut e conseguente invasione di uno stato sovrano, il Libano; nel bombardamento di un sito in territorio siriano; nell’embargo imposto alla striscia di Gaza; nel bombardamento e nell’occupazione di Gaza City.
Tra gli attacchi subiti da Israele e quelli scatenati contro i suoi nemici esiste lo stesso rapporto che c’è tra la puntura di un tafano e una coltellata, o tra l’operato di Jack lo Squartatore e quello del boia di Treblinka. E se non è certo la quantità di morti a rendere più o meno grave l’assassinio, tuttavia è facile che ne determini l’incidenza storica. Inutile fingere che non sia così. Tanto più quando ormai anche i sassi sanno che le vittime civili (in questo caso pochi individui da una parte, centinaia dall’altra) non sono effetti collaterali. Non lo erano a Dresda e a Hiroshima nel 1945, non lo sono sessant’anni dopo. Quando si fa fuoco sui centri abitati – con missili Kassam o bombe che piovono dal cielo – i civili sono il principale bersaglio. Perfino l’ONU lo è, con le sue ingombranti scuole. Quando si bombarda una città in cui metà della popolazione ha meno di 14 anni, è evidente che le vittime saranno in prevalenza bambini. Il resto sono artifici retorici per intellettuali, intrappolati loro malgrado in una sottile striscia di realtà.
No, noi non possiamo proprio permetterci di giudicare dal nostro salotto, inchiodati davanti alle immagini terrificanti che passa la TV.
Perché ammettere che dietro una “reazione sproporzionata” si cela una precisa strategia colonialista e suprematista sarebbe un gesto di coraggio e oltraggio politico che renderebbe ancora più difficile per gli illustri colleghi israeliani la permanenza su quella prima linea.
E certo attenuerebbe la sontuosa accoglienza riservata loro link nelle fiere del libro d’Occidente.
Non si può esigere da scrittori di quel calibro di alienarsi dalla propria storia, da ciò che sono o hanno scelto di essere.
Però si può cortesemente chiedere loro di stare a casa, la prossima volta.

All’amato se stesso – Majakovskij

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Due frasi.
Pesanti come un colpo.
“A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio”
Ma uno
come me
dove potrà cacciarsi?
Che tana m’han preparata?

S’io fossi
piccolo
come il Grande Oceano,
sulla punta delle onde m’alzerei,
carezzerei la luna con il mio flusso.
Dove trovare un’amata
che mi somigli?
Minuscolo sarebbe il cielo per contenerla!

Oh s’io fossi povero
come un miliardario!
L’anima disprezza i soldi:
un ladro insaziabile s’annida in essa.
Ai desideri miei, alla sfrenata orda
non basta l’oro di tutte le Californie.

S’io fossi balbuziente
come Dante
o Petrarca!
Accendere l’anima per una sola!
Ordinarle coi versi di ridursi in cenere!
E le parole
e il mio amore
sarebbero un arco di trionfo:
pomposamente,
senza lasciar traccia, vi passerebbero
le amanti di tutti i secoli.

Oh s’io fossi
silenzioso
come il tuono:
con un sol gemito
farei tremare l’eremo vacillante della terra.
Se
la mia voce enorme
urlerà a tutta forza,
le comete torceranno le loro braccia di fuoco,
e a capofitto si getteranno dalla disperazione.

Coi raggi dei miei occhi rosicchierei la notte:
oh s’io fossi
appannato
come il sole!
Vorrei proprio
abbeverare con la mia luce
il seno smagrito della terra!

Passerò,
trascinando il mio amore enorme.
In quale notte
delirante,
malata,
quali Golia m’han concepito,
così grande
e così inutile?

All’amato se stesso
dedica queste righe l’Autore
(1916)

Morte accidentale di un anarchico –

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Giuseppe Pinelli

Giuseppe Pinelli

Prologo

Con questa commedia vogliamo raccontare un fatto veramente accaduto in America nel 1921.
Un anarchico di nome Salsedo, un emigrante italiano “precipitò” da una finestra del 14° piano della questura centrale di New York. Il commissario della polizia dichiarò trattarsi di suicidio.
Fu condotta una prima inchiesta e quindi una super-inchiesta da parte della magistratura e si scoprì che l’anarchico era stato letteralmente scaraventato dalla finestra dai poliziotti durante l’interrogatorio.
Al fine di rendere più attuale e quindi più drammatica la vicenda, ci siamo permessi di mettere in opera uno di quegli stratagemmi ai quali spesso si ricorre nel teatro. Cioè a dire: abbiamo trasportato l’intera vicenda ai giorni nostri e, invece che a New York l’abbiamo ambientata in una qualunque città italiana… facciamo conto Milano.
E’ logico che, per evitare anacronismi, siamo stati costretti a chiamare commissari i vari sceriffi, questori gli ispettori e così via.
Avvertiamo ancora che, qualora apparissero analogie con fatti e personaggi della cronaca nostrana, questo fenomeno è da imputarsi a quella imponderabile magia costante nel teatro che, in infinite occasioni, ha fatto sì che perfino storie pazzesche completamente inventate, si siano trovate ad essere a loro volta impunemente imitate dalla realtà!

Scena Prima___ Scena Seconda___Scena Terza

Diario in pubblico – Elio Vittorini (I)

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Dal diario di Elio Vittorini

LA RAGIONE LETTERARIA 1929-56

L’orma sul calendario

Appena l’uomo si sente isolato nel mondo, materialmente o spiritualmente, egli ricorre al diario con istinto tenace, se ne ignora l’esistenza se la inventa. Per quale strano bisogno? Per un bisogno di confidarsi, si dice, o riflettersi: contemplazione di se stesso. Ma quello che io noto più forte in tutti i diari, dai più semplici ed esterni, diari di fatti, diari scientifici, ai più complicati ed intimi, è il desiderio, la volontà, la perseveranza dell’artista a calcare sui fogli del calendario un’orma non peritura della propria vita. Sembra di vedere un uomo intento a innalzarsi il proprio monumento; e quello che maggiormente meraviglia è la sua fiducia senza limiti nella incancellabilità della cosa scritta […]. (Il Mattino, 30 giugno 1931)

Parole e farfalle

Inguaribili autori di pezzettini i letterati della nuova Italia, ad un tratto di secolo nuovo, segnano le iscrizioni sul marmo, come i versi di Carducci, giammai una pagina sottomessa al giorno che fugge. Chi scrive lettere abbrevia oggi le parole e ha sempre paura di sciuparsi […]. Uno zibaldone fare4bbe quasi orrore; per timore che dagli scrigni mentali tesori segreti dovessero schizzar frantumati sotto un pennino così vile. Pensiamo continuamente all’aarticolo, al saggio, al racconto, all’epoca concreta – e non ci si accorge che da uno sforzo quotidiano usciremo leggeri come farfalle, pronti a volare dietro un fiore o una nuvola, anche per mare.

[…]Sarebbe la nostra umana salvezza. Di questa nostra gioventù letteraria che non muove più verbo senza dell’elmo di Scipio essersi cinta la testa.
(Solaria, n. 9-10, settembre 1931)

Anti-borghesi 1934

Una sposina – “Che ne dite della mia casetta? Graziosa no? Tutto semplice, liscio. Niente più di quelle cianfrusaglie borghesi di una volta”.

Il laureato in scienze sociali – “Ora ho la carriera sicura davanti a me. Papà l’ha avuto garantito…Quando uno ha studiato per 18 anni non deve poi guadagnare almeno 2000 lire al mese? Per la rivista sto preparando un articolo contro la concezione borghese del risparmio”.

Una signorina – “Oh la vita semplice, sana, io la adoro! Come vorrei esser nata contadina! Quest’estate al Forte a momenti credevo di essere diventata una selvaggia. Tutto il giorno in costume da bagno, nuoto e tennis, tennis e nuoto. Qualche si andava anche a ballare. A Viareggio. E avevo giurato di non varcare mai la soglia di questi nostri salotto borghesi…”

Il giovane giornalista – “La crisi, caro mio, è proprio quello che ci voleva. Non lascerà nulla in piedi della borghese mentalità ottocentesca. Il senso del collettivo…Ehi! Ma lo smoking dove me lo avete messo?”.

Il giovane ragioniere – “Ah, in due giorni ho rivoluzionato l’ufficio con le mie idee. Vi si respirava un’aria borghese! Figurarsi che portavano ancora le mezze maniche. Ebbene, ho dimostrato loro ch’è tanto più semplice cambiarsi giacca”.

Il giovin signore – “Per la nostra generazione il teatro è morto e sepolto. Tutto quel convenzionalismo borghese, quelle interminabili chiacchierate…Per noi non esiste che il cinematografo. Come mi sono divertito ieri sera a vedere “Oggi sposi” con Umberto Melnati!”.

Il giovane romanziere – “Non più miserie individuali, ma la voce della folla, il cuore di tutto il popolo d’una città, questo mi propongo di realizzare nel mio prossimo romanzo che avrà carattere spiccatamente antiborghese…”

L’architetto funzionalista – “L’architettura del nostro secolo decreta il crollo di un mondo, la fine del borghesismo. C’è un significato sociale nella nostra architettura: l’elevazione della vita del popolo…Questo è il progetto per una piccola villa da week-end, a mezza costa lago”.

Il pittore Bernardino Palazzi – “I nostri quadri non sono fatti per finire appesi alle pareti dei salottini borghesi!”.

Il giovane conquistatore – “Capisce, signorina, i nostri genitori sono vicini a Carlomagno che a noi. Sono passati assai più secoli tra i nostri genitori e noi, che non tra la famosa notte di Natale dell’anno 800 dopo Cristo e il…Pardon, vuole latte o limone?”.

Un soldato – “Congedà, congedà, congedà! E domani in borghese sarem…”.

(Il bargello, n.42, ottobre 1934)

Madre terra – Antonio Gramsci

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Gramsci scrive alla sorella Teresa. Sono infatti due i nuclei familiari con cui stabilì una corrispondenza. Quello sardo: della madre, delle sorelle e del fratello; e quello russo: della moglie, dei figli, dell’amico Sraffa, della cognata Tatiana.

Questa prima lettera ve la propongo perchè mi sembra interessante
il polilinguismo che Antonio suggerisce per i suoi nipoti.

La seconda invece è destinata alla madre e contiene una spiegazione, forse un modo più leggero di spiegare alla genitrice, la sua inevitabile condanna e lunga carcerazione.


26 Marzo 1927

Carissima Teresina,

mi è stata consegnata solo pochi giorni fa la lettera che mi avevi inviato a Ustica e che conteneva la fotografia di Franco. Ho così potuto vedere finalmente il tuo bimbetto e te ne faccio tutte le mie congratulazioni; mi manderai, è vero?, anche la fotografia della Mimì e così sarò proprio contento. Mi ha colpito molto che Franco, almeno dalla fotografia, rassomigli pochissimo alla nostra famiglia: deve rassomigliare a Paolo e alla sua stirpe campidanese e forse addirittura maureddina (1): e Mimì a chi somiglia? Devi scrivermi a lungo dei tuoi bambini, se hai tempo, o almeno farmi scrivere da Carlo o da Grazietta. Franco mi pare molto vispo e intelligente: penso che parli già correttamente. In che lingua parla? Spero che lo lascerete parlare in sardo e non gli darete dei dispiaceri a questo proposito. E’ stato un errore, per me, non aver lasciato che Edmea, da bambinetta, parlasse liberamente in sardo. Ciò ha nuociuto alla sua formazione intellettuale e ha messo una camicia di forza alla sua fantasia. Non devi fare questo errore con i tuoi bambini. Intanto il sardo non è un dialetto, ma una lingua a sè, quantunque non abbia una grande letteratura, ed è bene che i bambini imparino più lingue, se è possibile.

Ales_il paese natale

Ales_il paese natale

Poi, l’italiano, che voi gli insegnerete, sarà una lingua povera, monca, fatta solo di quelle poche frasi e parole delle vostre conversazioni con lui, puramente infantile; egli non avrà contatto con l’ambiente generale e finirà con l’apprendere due gerghi e nessuna lingua: un gergo italiano per la conversazione ufficiale con voi e un gergo sardo, appreso a pezzi e bocconi, per parlare con gli altri bambini e con la gente che incontra per la strada o in piazza. Ti raccomando, proprio di cuore, di non commettere un tale errore e di lasciare che i tuoi bambini succhino tutto il sardismo che vogliono e si sviluppino spontaneamente nell’ambiente naturale in cui sono nati: ciò non sarà un impaccio per il loro avvenire, tutt’altro. Delio e Giuliano sono stati male in questi ultimi tempi: hanno avuto la febbre spagnola; mi scrivono che ora si sono rimessi e stanno bene. Vedi, per esempio, Delio: ha cominciato col parlare la lingua della madre, come era naturale e necessario, ma rapidamente è andato apprendendo anche l’italiano e cantava ancora delle canzoncine in francese, senza perciò confendersi o confondere le parole dell’una e dell’altra lingua. Io volevo insegnargli anche a a cantare: “Lassa sa figu, puzone” (2), ma specialmente le zie si sono opposte energicamente. Mi sono divertito molto con Delio l’agosto scorso: siamo stati insieme una settimana al Trafoi, nell’Alto Adige, in una casetta di contadini tedeschi. Delio compiva proprio allora due anni, ma era già molto sviluppato intellettualmente. Cantava con molto vigore una canzone: “Abbasso i frati, abbasso i preti”, poi cantava in italiano: “Il sole mio sta in fronte a te” e una canzoncina francese, dove c’entrava un mulino. [...] Abbraccio Paolo affettuosamente; tanti baci a te e ai tuoi bambini.
Nino

Del campidano di Oristano e di cagliari.
"Lascia il fico, uccello".

25 Aprile 1927

Carissima mamma,

ho ricevuto la tua lettera proprio oggi. Ti ringrazio. Sono molto contento delle buone notizie che mi dai, specialmente di Carlo. Non sapevo quali fossero le sue condizioni di lavoro e di vita. Credo che Carlo sia un ottimo ragazzo, nonostante quelche sua capestreria del passato e credo che sia più solido negli affari di quanto lo fossero (e forse lo sono ancora) tanto Nannaro che Mario, che erano portati a vedere guadagni favolosi e a fare castelli in aria per ogni piccola cosa. Ahimè! tutti in casa nostra (eccettuato io solo) hanno creduto di avere uno speciale bernoccolo per gli affari e non vorrei che tutti facessero una esperienza come quella famosa del “pollaio”; te ne ricordi? e Carlo se ne ricorda? Bisognerebbe ricordarglielo a sempiterno scorno dei Gramsci che vogliono fare degli affari. Io me ne ricorderò sempre, anche perchè quelle galline, che non facevano mai l’uovo, mi hanno beccato e rovinato tre o quattro romanzi di Carolina Invernizio (meno male!). La mia vita scorre sempre uguale.

In braccio alla madre

In braccio alla madre

Leggo, mangio, dormo e penso. Non posso fare altro. Tu però non devi pensare a tutto ciò che pensi e specialmente non devi farti illusioni [...] perchè sono anche arcisicuro che sarò condannato e chissà a quanti anni. Tu devi capire che in ciò non c’entra per nulla nè la mia rettitudine, nè la mia coscienza, nè la mia innocenza o colpevolezza. E’ un fatto che si chiama politica, appunto perchè tutte queste bellissime cose non c’entrano per nulla. Tu sai come si fa coi bambini che fanno la pipì nel letto, è vero?  Si minaccia di bruciarli con la stoppa accesa in cima al forcone. Ebbene: immagina che in Italia ci sia un bambino molto grosso che minaccia continuamente di fare la pipì nel letto di questa grande genitrice di biade ed eroi; io e qualche altro siamo la stoppa (o il cencio) accesa che si mostra per minacciare l’impertinente e impedirgli di insudiciare le candide lenzuola. Poichè le cose sono così, non bisogna nè allarmarsi, nè illudersi; bisogna solo attendere con grande pazienza e sopportazione. Va là, tu sei ancora forte e giovane e ci rivedremo. [...]
Nino

Papà Antonio – Lettere dal carcere

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Dopo alcuni anni fanno il loro avvento in casa i Quaderni dal carcere di Antonio Gramsci, nuova edizione Einaudi, con la storica prefazione di Gerratana. QUELLI LA’ proprio. Insomma sto facendo ingordigia, ora ho tutto il tempo per coccolarli, sfogliarli, appuntarci sopra delle cose, metterci segnalibri…sono tutti per me! E allora qualche giorno fa mi imbatto in una pagina dei suddetti e trovo un “elenco di animali conosciuti” da Gramsci. Una lista e un riferimento alle Lettere, in particolare ad una del febbraio 1932. Faccio un confronto con le Lettere e la ritrovo. Conosciamo un Gramsci dolcissimo, tenero, affettuoso da questa corrispondenza col primo figlio. Il racconto della “caccia ai ricci” è simpatico come del resto l’immagine di un Antonio Gramsci bambino che si nasconde dietro i cespugli o alleva animali in giardino! eccola a voi..Buona lettura

febbraio 1932

Caro Delio,

Mi è piaciuto il tuo angoletto vivente coi fringuelli e i pesciolini. Se i fringuelli scappano talvolta dalla gabbietta, non bisogna afferrarli per le ali o per le gambe, che sono delicate e possono rompersi o slogarsi; occorre prenderli a pugno pieno per tutto il corpo, senza stringere. Io da ragazzo ho allevato molti uccelli e anche altri animali: fringuelli, allodole ecc; ho allevato una serpicina, una donnola, dei ricci, delle tartarughe. Ecco ho visto i ricci fare la raccolta delle mele. Una sera d’autunno quando era già buio, ma splendeva luminosa la luna, sono andato con un altro ragazzo, mio amico, in un campo pieno di alberi da frutto, specialmente di meli. Ci siamo nascosti in un cespuglio, contro vento. Ecco, ad un tratto, sbucano i ricci, cinque, due più grossi e tre piccolini. In fila indiana si sono avviati verso i meli, hanno girellato tra l’erba, e poi sin sono messi a lavoro: aiutandosi con i musetti e con le gambette, facevano ruzzolare le mele, che il vento aveva staccato dagli alberi, e le raccoglievano insieme in uno spiazzetto, ben bene vicine una all’altra. Ma le mele giacenti per terra si vede che non bastavano; il riccio più grande, col muso per aria, si guardò intorno, scelse un albero molto curvo e si arrampicò, seguito dalla moglie. Si posarono su un ramo carico e incominciarono a dondolarsi, ritmicamente; i loro movimenti si comunicarono al ramo, che oscillò sempre più spesso, con scosse brusche, e molte altre mele caddero per terra. Radunate anche queste vicino alle altre, tutti i ricci, grandi e piccoli, si arrotolarono, con gli aculei irti, e si sdraiarono sui frutti, che rimanevano infilzati: c’era chi aveva poche mele infilzate (i riccetti), ma il padre e la madre erano riusciti ad infilzare sette o otto mele per ciascuno.

I filgi Delio e Giuliano con la madre Giulia Shucht

I figli Delio e Giuliano con la madre Giulia Shucht

Mentre stavano ritornando alla loro tana, noi uscimmo dal nascondiglio, prendemmo i ricci dentro un sacchetto e ce li portammo a casa. Io ebbi il padre e due riccetti e li tenni molti mesi, liberi, nel cortile; essi davano la caccia a tutti gli animaletti, blatte, maggiolini ecc.. e mangiavano frutta e foglie di insalata. Le foglie fresche piacevano loro molto e così li potei addomesticare un poco; non si appallottolavano più quando vedevano la gente. Avevano molta paura dei cani. Io mi divertivo a portare nel cortile delle biscie vive per vedere come i ricci le cacciavano. Appena il riccio si accorgeva della biscia, saltava lesto lesto sulle quattro gambette e caricava con molto coraggio. La biscia sollevava la testa, con la lingua di fuori e fischiava; il riccio dava un leggero squittìo, teneva la biscia con le gambette davanti, le mordeva la nuca e poi se la mangiava pezzo a pezzo. Questi ricci un giorno sparirono: cero qualcuno se li era presi per mangiarli. Tatiniska (1) ha comprato una bella teira grande, di porcellana bianca e ci ha collocato la bambola; ella adesso porta al collo la sciarpetta calda, perchè fa molto freddo: anche in Italia ha nevicato molto. Devi piuttosto scriverle che mangi un pò di più, perchè a me non vuole dare retta. Io credo che i tuoi fringuelli mangino più di Tataniska. Ho piacere che le cartoline ti siano piaciute. Ti scriverò un’altra volta sul ballo delle lepri e su altri animali; ti voglio raccontare altre cose che ho visto e sentito da ragazzo: la storia del polledrino, della volpe e del cavallo che aveva la coda solo nei giorni di festa, la storia del passero e del kulak(2), del kulak e dell’asinello, dell’uccello tessitore e dell’orso, ecc. Mi pare che tu conosci la storia di Kim; conosci anche le Novelle della Giungla e specialmente quella della foca bianca e di Rikki-Tikki-Tawi? E Giuliano è anche lui un udarnik(3)? Per quale attività? Ti bacio, papà. Bacia per parte mia Giuliano e mamma Julca.

(1) Diminutivo di Tatiana in russo.
(2) "Contadino ricco" in russo.
(3)"Lavoratore scelto" in russo.

1917 – La rivoluzione è ora!

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Gianco in un suo pezzo canta…

«Questa canzone racconta la storia di uno che era giù,
molto giù e penso che più giù di così non si possa essere
»

E siccome anche io sono davvero molto giù, ho deciso di fare gli auguri alla Rivoluzione d’Ottobre, alla Rivoluzione russa, evento e spartiacque della storia dell’Umanità. Finalmente migliaia, milioni di persone riscattano in quel fatidico 1917 la loro condizione sociale, vincono i soprusi e lo zarismo, vincono le forze reazionarie. Tutto il mondo assiste incredulo al processo di emancipazione di un paese enorme, arretrato, povero. Lo spettro si è fatto carne.

La fine dei Romanov

La fine dei Romanov

Mosca – John Reed, I dieci giorni che sconvolsero il mondo, 1919.

La sera del 16 novembre, vidi sfilare sul corso Zagorodni duemila guardie rosse, precedute da una banda militare che suonava la Marsigliese. Come quell’inno era ben scelto, con le bandiere rosso sangue, sventolanti sulle file scure dei lavoratori, per salutare il ritorno dei fratelli che avevano combattuto per la difesa della capitale rossa! Avanzavano nel freddo della sera, uomini e donne con le lunghe baionette oscillanti in cima ai fucili, per le strade fangose e sdrucciolevoli, pochissimo rischiarate, in mezzo ad una folla silenziosa di borghesi, sprezzanti, ma poco tranquilli…

Tutti erano contro di loro: uomini di affari, speculatori, benestanti, agrari, ufficiali, politicanti, professori, studenti, professionisti, commercianti, impiegati. Gli altri partiti socialisti odiavano i bolscevichi di un odio implacabile. I Soviet avevano favorevoli solamente i semplici operai, i marinai, i soldati che non erano ancora demoralizzati, i contadini senza terra e alcuni, pochissimi, intellettuali…

Dagli angoli più lontani di quella grande Russia sulla quale si frangeva l’onda scatenata delle battaglie di strada, la notizia della sconfitta di Kerenski echeggiava come l’eco formidabile della vittoria proletaria: da Kazan, da Saratov, da Novgorod, da Vinnitza, dove il sangue era colato a fiotti nelle strade, da Mosca, dove i bolscevichi avevano puntato i cannoni contro l’ultima fortezza della borghesia, il Kremlino.

«Bombardano il Kremlino!». La notizia correva di bocca in bocca nelle strade di Pietrogrado, provocando una specie di terrore. I viaggiatori che arrivavano da Mosca, la « Piccola Madre», da Mosca la Bianca, dalle cupole dorate, facevano dei racconti spaventosi; i morti si contavano a migliaia; la Tverscaia ed il ponte Kuznetzki erano in fiamme, la cattedrale di San Basilio, il Beato, era non più che una rovina fumante, la cattedrale della Assunzione crollava; la Porta del Salvatore al Kremlino vacillava, la Duma era quasi rasa al suolo. Nulla ancora di tutto quello che avevano fatto i bolscevichi poteva paragonarsi a questo spaventoso sacrilegio compiuto nel cuore stesso della Santa Russia. I fedeli credevano di udire il fracasso dei cannoni che sputavano in faccia alla Santa Chiesa Ortodossa, riducendo in polvere il santuario della nazione russa…


Delegati alla prima Sessione dei Deputati dei Lavoratori e dei Soldati Russi Delegates, fotografati dentro la stanza della Duma nel palazzo di Tauride (Pietrogrado, Giugno 1917)

Delegati alla prima Sessione dei Deputati dei Lavoratori e dei Soldati Russi Delegates, fotografati dentro la stanza della Duma nel palazzo di Tauride (Pietrogrado, Giugno 1917)


Finché le donne non saranno chiamate, non soltanto alla libera partecipazione alla vita politica generale, ma anche al servizio civico permanente o generale, non si potrà parlare non solo di socialismo, ma neanche di democrazia integrale e duratura. (Lenin)

Guardie rosse__Fabbrica Vulkan

Guardie rosse__Fabbrica Vulkan


Wael Zuaiter – Numero uno in lista

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L’associazione ‘Per non dimenticare Sabra e Chatila’

e il comitato ‘Palestina nel cuore’

vi segnalano la proiezione del film-documento


Numero uno in lista
di Giacomo Durzi

dedicato a Wael Zuaiter, l’intellettuale palestinese, simbolo della resistenza del suo popolo, assassinato a Roma dal Mossad nel 1972.

Giacomo Durzi è una voce dissonante nel generale silenzio dell’informazione sulla questione palestinese; ricordiamo che, oltre a Wael Zuaiter, altri tre dirigenti palestinesi sono stati assassinati a Roma tra il 1972 e il 1982 da parte dei servizi segreti israeliani, e su questi delitti il depistaggio e l’insabbiamento degli inquirenti e dei mass media italiani sono stati totali. Il documentario di Durzi affronta una vicenda su cui ancora non è stata fatta piena luce: ve ne raccomandiamo la visione.

Il film è in programmazione al Nuovo Cinema Aquila (via L’Aquila  n. 68, zona Prenestina, Roma)
giovedì 30 ottobre alle 20.15.


Regia: Giacomo Durzi
Anno di produzioe: 2008
Durata: 52′
Tipologia: documentario
Genere: politico/sociale
Paese: Italia
Produzione: Pupkin Production
Formato di ripresa: DV
Formato di proiezione: DV Beta Digitale, colore
Altri titoli: Number One on the List
Campo profughi di Rashidiyye

LIbano, Campo profughi palestinese di Rashidiyye_Photo di Valentina Perniciaro

La storia di Wael Zuaiter, un intellettuale palestinese,rappresentante del movimento di resistenza, ucciso da agenti del Mossad a Roma nel 1972 in risposta alla strage degli atleti israeliani alle olimpiadi di Monaco da parte di un commando di Settembre Nero; considerato uno dei responsabili organizzatori dell’attentato di Monaco, Zuaiter fu il primo della celebre lista compilata personalmente da Golda Meir, ad essere ucciso in un paese europeo. Nel film, attraverso testimonianze , animazioni e il racconto di un viaggio in Palestina, si pongono una serie di riflessioni sulle congetture che hanno portato Israele alla sua uccisione, ripercorrendo soprattutto l’ esperienza di vita di Zuaiter in Italia, decisiva per l’acquisizione di una consapevolezza del problema palestinese, essendo stato il primo rappresentante del movimento di resistenza a sensibilizzare l’opinione pubblica alla questione palestinese, attraverso un importante e febbrile attività di contatti con giornalisti, scrittori e quanti altri potessero essere utili alla diffusione sull’informazione della causa palestinese.

Milan Kundera

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- Leggerezza e pesantezza -

(2)

Se ogni secondo della vostra vita si ripete un numero infinito di volte, siamo inchiodati all’eternità come Gesù Cristo sulla croce. E’ un’idea terribile. Nel mondo dell’eterno ritorno, su ogni gesto grava il peso di una insostenibile responsabilità. Ecco perchè Nietzsche chiamava l’idea dell’eterno ritorno il fardello più pesante (das schwerste Gewicht). Se l’eterno ritorno è il fardello più pesante, allora le nostre vite su questo sfondo possono apparire in tutta la loro meravigliosa leggerezza. Ma davvero la pesantezza è terribile e la leggerezza meravigliosa? Il fardello più pesante ci opprime, ci piega, ci schiaccia al suolo. Ma nella poesia d’amore di tutti i tempi la donna desidera essere gravata dal fardello del corpo dell’uomo. Il fardello più pesante è quindi allo stesso tempo l’immagine del più intenso compimento vitale. Quanto più il fardello è pesante, tanto più la nostra vita è vicina alla terra, tanto più è reale e autentica.

Al contrario, l’assenza assoluta di un fardello fa sì che l’uomo diventi più leggero dell’aria, prenda il volo verso l’alto, si allontani dalla terra, dall’essere terreno, diventi solo a metà reale e i suoi movimenti siano tanto liberi quanto privi di significato. Che cosa dobbiamo scegliere, allora? La pesantezza o la leggerezza? Questa domanda se l’era posta Parmenide nel sesto secolo avanti cristo. Egli vedeva l’intero universo diviso in coppie di opposizioni: luce-buio, spesso-sottile, caldo-freddo, essere-non-essere. Uno dei poli dell’opposizione era per lui positivo (la luce, il caldo, il sottile, l’essere), l’altro negativo.
Questa suddivisione in un polo positivo e in uno negativo può apparirci di una semplicità puerile. Salvo in un caso: che cos’è positivo, la pesantezza o la leggerezza? Parmenide rispose: il leggero è positivo, il pesante è negativo. Aveva ragione oppure no? Questo è il problema. Una sola cosa è certa: l’opposizione pesante-leggero è la più misteriosa e la più ambigua tra tutte le opposizioni.

(9)

Tutte le lingue che derivano dal latino formano la parola compassione col prefisso “com-” e la radice passio che significa originariamente “sofferenza”. In altre lingue, ad esempio in ceco, in polacco, in tedesco, in svedese, questa parola viene tradotta con un sostantivo composto da un prefisso con lo stesso significato seguito dalla parola “sentimento” (in ceco: soucit; in polacco: wspol-czucie; in tedesco: Mit-gefuhl; in svedese: med-kansla).
Nelle lingue derivate dal latino, la parola compassione significa: non possiamo guardare con indifferenza le sofferenze altrui; oppure: partecepiamo al dolore di chi soffre. Un’altra parola dal significato quasi identico, pietà (in inglese pity, francese pitiè, ecc) suggerisce persino una sorta di indulgenza verso colui che soffre. Aver pietà di una donna significa che siamo superiori a quella donna, che ci chiniamo, ci abbassiamo al suo livello.
E’ per questo che la parola compassione generalmente ispira diffidenza; designa un sentimento ritenuto mediocre, di second’ordine, che che non ha molto a che vedere con l’amore. Amare qualcuno per compassione significa non amarlo veramente.
Nelle lingue che formano la parola compassione non dalla radice “sofferenza” (passio) bensì dal sostantivo “sentimento”, la parola viene usata con un significato quasi identico, ma non si può dire che indichi un sentimento cattivo o mediocre. La forza nascosta della sua etimologia bagna la parola di una luce diversa e le dà un senso più ampio: avere compassione (co-sentimento) significa vivere insieme a lui qualsiasi altro sentimento: gioai, angoscia, felicità, dolore. Questa compassione (nel senso di soucit, wspòlczucie, Mit-gefuhl, medkansla) designa quindi la capacità massima di immaginazione affettiva, l’arte della telepatia delle emozioni. Nella gerarchia dei sentimenti è il sentimento supremo.[...]

(16)

A differenza di Parmenide, per Beethoven la pesantezza era a quanto pare qualcosa di positivo.
“Der schwer gefasste Entschluss” la grave soluzione, è unita con la voce del Destino (Es muss sein!”); la pesantezza, la necessità e il valore sono tre concetti intimamente legati fra loro: solo ciò che è necessario è pesante, solo ciò che pesa ha valore. Questa convinzione è nata dalla musica di Beethoven e, benchè sia possibile (per non dire probabile) che la responsabilità di essa ricada più sugli esegeti di Beethoven che sul compositore stesso, oggi la condividiamo più o meno tutti: la grandezza di un uomo risiede per noi nel fatto che egli porta il suo destino come Atlante portava sulle spalle la volta celeste.
L’eroe beethoviano è un sollevatore di pesi metafisici.[...]

- L’anima e il corpo -

(28)

Sedeva schiacciata in un angolo dello scompartimento, la pesante valigia sopra la testa, Karenin tutto raggomitolato contro le gambe. Stava pensando al cuoco del ristorante dove lavorava quando viveva dalla madre. Approfittava di ogni occasione per darle una pacca sul sedere e molte volte davanti a tutti le aveva proposto di andare a letto con lui. Era strano che pensasse proprio a lui, ora. Per lei il cuoco rappresentava l’esempio tipico di tutto ciò che le ripugnava. Adesso però non pensava che a trovarelo e dirgli: “Dicevi di voler venire a letto con me. Ebbene, eccomi”
Desiderava fare qualcosa che non lasciasse possibilità di ritorno. Desiderava distruggere brutalmente tutto il passato dei suoi ultimi sette anni. Era la vertigine. L’ottenebrante, irresistibile desiderio di cadere.
La vertigine potremmo anche chiamarla ebbrezza della debolezza. Ci si rende conto della propria debolezza e invece di resisterle, ci si vuole abbandonare a essa. Ci si ubriaca della propria debolezza, si vuole essere ancor più deboli, si vuole cadere in mezzo alla strada, davanti a tutti, si vuole stare in basso, ancora più in basso.

- Le parole fraintese -

(3)

Piccolo dizionario di parole fraintese.
DONNA. Essere donna è per Sabina un destino che lei non si è scelta. Ciò che non abbiamo scelto non possiamo considerarlo nè un nostro merito nè un nostro fallimento. Sabina pensa che sia necessario tenere un atteggiamento corretto nei confronti del destino che le è stato assegnato. Ribellarsi contro il fatto di essere nata donna le sembra altrettanto sciocco che farsene un vanto.
Una volta, durante uno dei loro primi incontri, Franz le aveva detto, con una sottolineatura curiosa: “Sabina, lei è una donna“. Lei non capiva perchè lui le desse questo annuncio con la solennità di un Cristoforo Colombo che ha appena avvistato la costa dell’America. Solo più tardi aveva capito che la parola donna, che lui aveva pronunciato con un’enfasi particolare, non designava per lui uno dei due sessi della specie umana, ma rappresentava un valore. Non tutte le donne erano degne di essere chiamte donne.

FEDELTÁ E TRADIMENTO Il tradimento. Fin da piccoli il papà e il maestro ci dicono che è la cosa peggiore che si possa immaginare. Ma che cos’è questo tradire? Tradire significa uscire fuori dai ranghi. Tradire significa uscire dai ranghi e partire verso l’ignoto. Sabina non conosceva niente di più bello che partire verso l’ignoto.[...]
Fu nuovamente assalita dal desiderio di tradire: tradire il proprio tradimento Annunciò al marito (non vedeva più in lui la testa calda, ma solo un fastidioso ubriaco) che lo avrebbe lasciato. Ma se tradiamo B, per il quale abbiamo tradito A, non ne deriva necessariamente che ci riconcilieremo con A. La vita della pittrice divorziata non somigliava alla vita dei genitori traditi. Il primo tradimento è irreparabile. Esso provoca una reazione a catena di nuovi tradimenti, ciascuno dei quali ci allontana sempre più dal punto del tradimento originario.

Dacia Maraini – L’arte di amare

1 commento

Oggi vi propongo una lunga poesia, dura e commovente. Un grido lanciato negli anni 70 (la poesia come la raccolta Donne mie sono datate 1974) da Dacia Maraini. Un affresco di una società condizionata prepotentemente da logiche sessiste e a favore del potere maschile, in cui il ruolo della donna è relegato esclusivamente all’ambito familiare, casalingo, e dove gli spazi sono concessi, marginali e ristretti. Una critica acerba e secca al sistema patricarcale e matrimoniale, alla tradizione, alla pesante eredità-fardello della cultura cattolica ma anche una critica alla passività femminile, all’accettazione dei ruoli imposti e delle regole di padri, mariti, fratelli, figli da parte delle donne. Un appello alla sollevazione e alla ricerca di sè affinchè si prenda coscienza e si lotti per la propria autonomia e per l’affermazione della propria diversità.
E’ un testo datato, che ha i suoi anni, certe situazioni possono sembrare impossibili oggi…
Ma non ne sarei tanto sicura. Buona lettura

Ovidio secoli fa insegnava ai maschi
giovani romani, soldati, servi, padroni,
come conquistare le donne, nei teatri,
ai mercati, sotto i portici, al mare, in città.
Li esortava a essere tenaci, furtivi, avidi,
rapaci di furbizia e di galanteria. “Sono le
piccole cose a conquistare le teste leggere
delle donne”, diceva. E poi ancora, invitando
a fare buon uso del vino: “sovente ai giovani
rapì la donna il cuore e fu nei vini come fiamma Amore
dentro la fiamma. Ma non ti fidare troppo
di un lume incerto di lucerna, la notte e il vino
nuocciono al giudizio. Chiedi alla luce se una
gemma è pura, se ben tinta di porpora è una lana,
chiedi al giorno se una donna vale. Ma al buoi,
sappilo, tutte le donne sono belle uguali.

Ora io voglio rovesciare le tue parole.
Ovidio Nasone, poeta gentile e nemico.
La tua voce festosa io la faccio mia e dico:
se tra voi, donne mie giocate, c’è
qualcuna che non conosce l’arte dell’amore
legga questi versi, sciolti nell’acqua dell’orgoglio,
e fatta esperta, imponga il suo furore.

La mano di una madre selvatica, incontaminata
e secca ci ha guidate vigili al dovere sociale.
La madre tua assolata è una vestale, un carceriere
che ti indica la strada verso il tuo dovere donnesco.

Quella mano perversa e gentile che ti ha
lavato la faccia e il sedere, che ti ha imboccato
e pulito, carezzato e punito, quella mano è
la tua nemica più dura perché è una mano di donna
che ti insegna le regole dell’uomo
, la mano
attenta e dolce del padrone sulla testa tua
che è sfottuta e tu non lo sai, donna mia cieca
e sorda, ardita e fiacca. Tu scavi nel tuo
ventre di terra un budello senza aria dove
nascondere e nutrire la tua anima asfittica incolore.
Buttiamo via le bende del pudore!
Gettiamo per una volta il dio del sacrificio
nell’immondizia e guardiamoci negli occhi
impauriti e viziosi per troppa servitù, donne mia amate.

Tu che nasci alla conoscenza del dolore
i calzettoni bianchi sotto il ginocchio,
la gonna corta a scacchi, i capelli a coperta
sulle spalle mingherline, a scuola, a casa,
nelle balere e sui motorini dietro al tuo ragazzo.
La tua bandiera è l’indifferenza truffaldina
degli occhi tuoi dolci di camelia affamata
.
Delle altre donne non ti importa niente,
il nitore della pelle, il fulgore dei capelli,
il brillio dei denti ti fanno vincitrice senza
fatica e senza guerra, nell’onda naturale dell’età.
E vai e corri e sei beata di essere te perché
ti attacchi al suo torace fertile di maschio
sapendo che ti vuole come vuole il pane,
con serena languida passione, senza amore
.

Ma è già tutto fissato come in una decalcomania
e tu sei dolce e lui aspro, tu sei molle e
lui è duro, tu sei debole e lui è forte,
e quando ti dice con la sua voce fragile:
“io ti prendo, sei mia”, tu accetti naturalmente
quel suo possesso che è sociale e non naturale,
ruzzolando in un fiato nella degradazione.

Gli sei grata per un gelato, per una corsa
in macchina, per una carezza, con umiltà e paura.
E non ti accorgi, mentre succhi quel gelato
di fragole che ti tinge la bocca di violetto,
che ti stai succhiando l’anima, troppo dolce
e fredda e saporita, ma già pronta a sciogliersi, a sparire.

La corruzione è così facile, pulita e onesta.
Le parole di tua madre, della tua maestra,
delle tue compagne, ti spingono come una
vitella di carne chiara verso la macellazione.
Non si sa quando comincia questa sottile
corruzione dell’integrità umana,
se dentro il ventre buoi dell’eredità
quando l’ossigeno lo succhiavi col sangue
in una boccata amara che ti riempiva i polmoni,
oppure dopo, nelle fasce di spugna che ti
stringevano il corpo deforme e arrossato.
Oppure dopo, fra le braccia amorose di un padre
impiegato che ti insegnava la prima A, la prima O.
oppure dopo ancora, dentro una veste rosa,
stringendo al petto la bambola dai capelli veri,
che fa la pipì da un buco di plastica molliccia,
per la tua educazione di mamma futura e ardente.
O dopo ancora, sul banco laccato di un asilo,
mentre una maestra miope e paziente ti insegna
a disegnare casette con giardini e fiori gialli alati.

Ed ecco che ti svegli e sei già corrotta,
la convinzione del tuo destino servile ti
si è piantato in testa come un chiodo che
tiene fermi per sempre i tuoi pensieri, le tue
certezze , i tuoi sensi, le tue voglie, le tue paure.
Quel choido ti ha fissato con un colpo splendente
nel buio ordinato e assennato del firmamento sociale
.
Un chiodo infilato csì bene e così a fondo
dentro le viscere del tuo cervello delicato
che dopo penserai di essere nata così, cornuta,
come quello strano animale, il liocorno,
bello e mai esistito, eppure dipinto e
cantato e concimato dalle fantasie del mito.

Ma se tu, fin da principio accetti te
come persona intera, senza incrinazioni o ammacchi,
se tu accetti di guardare con occhi franchi
il mondo, le voglie, i raggiri, l’eternità,
vedrai, ti cambierà la vita fra le mani,
e la tua testa camminerà da sola e ti sembrerà
strano e bello e forse pauroso, ma la mortificazione
l’avrai pestata come la serpe di tutte le vergogne
e i dolori ti sembreranno più veri, più radiosi.
Prendi per una volta la faccia del tuo ragazzo
fra le mani, senza tremare per l’ardimento,
piegagli la testa da una parte con tenerezza e
bacialo tu, mordendogli un poco il labbro superiore.
Sembra una cosa semplice, ma è più facile
che un cammello entri nella cruna di un ago
piuttosto che una donna abbia la forza di
essere se stessa, nella sua carne e nei suoi pensieri.

Digli a fior di labbro: come sei bello!
E prendigli la mano e digli: mi piaci,
ora ti bacio ancora per gioia e piacere mio.

E tu che sei vergine e ti vesti della tua verginità
come di una bandiera tricolore ,sgargiante, spampinata.
Tu che hai conservato questo bel fiore come un tesoro
fra le tue gonne amate per anni e anni con tenacia
e pazienza. Ogni tanto ti chiudi nel bagno,
sola come un pesce nell’acqua della vasca insaponata
e contempli il tuo gioiello radioso con occhi di
gelosa avidità. Può bussare tuo padre, può bussare
tua madre, la tua solitudine è così perfetta che
le tue orecchie sono diventate di marmo e la tua gioia
contemplativa è così arricciolata su se stessa
che il tuo ventre si è fatto trasparente.

Solitario, muto, fulgente, eccolo lì il piccolo velo
biondo della tua integrità che credi naturale ed è sociale.
Pssi le dita di cigno su quel tesoro adorato e
non ti accorgi, non ti accorgi più che sei diventata
una melensa avida avara conservatrice di te stessa,
una guardiana feroce e impura della tua servitù storica.
Conosco una ragazza, non tanto alto nè tanto bassa,
con due seni chiari come meloni, che si è perforata
da sola con le sue mani e dopo si è asciugata il sudore
della fronte con le dita sporche di sangue e paura.

Tu no, tu ti siedi sul cuscino dei tuoi sensi ammaccati
e calcoli come un severo ragioniere, le tue entrate,
le tue uscite sul libro dei privilegi fatali.
La verginità la conservi per apparire più pura
e non ti sei accorta dell’impurità che ha marcito
il tuo animo che ora puzza di muffa e di fanghiglia.

Ed eccoti là, il giorno che hai deciso. Sei sposa,
sei amata, sei acconciata a festa. Hai avuto il
permesso ufficiale di rompere quel piccolo opaco
velo del tuo onore e oggi aprirai le gambe
al potere carnoso del tuo padrone legale.
Sei lì e tutto ti mortifica, ma la mortificazione
la scambi per malessere naturale. C’è stato lo
scambio dei regali. Sei passata come una bolla
di saliva maliziosa sula bocca unta di olio
dei tuoi cugini, zii, cognate, nonne, parenti
che alludono al tuo prossimo sacrificio con
sconcia allegria e ribalderia paesana.

Tu sei lì, sudata, fra i fiori e i pezzi di
torta mangiucchiata su cui giacciono mozziconi
di sigarette spente. Ti guardi intorno contenta
perchè questa è la tua parte da recitare oggi,
pura, festosa, solida, sorridente, consapevole
degli occhi ansiosi che ti immaginano a letto,
ritrosa e poi vogliosa, con sopar il tuo sposo
trionfante, ambiguo, accaldato, che ti “fa” donna.
Credi che il tuo malessere, la tua mortificazione
siano cose bambinesche da negare e non sai che
stai cacciando via da te mosche fastidiose.

E poi viene la notte e ti chiudi nella stanza
dell’amore accompagnata dalle fantasie voraci
di tanti parenti e amici vestiti a festa.
Ti sfili il vestito bianco, pesante, costoso.
E lui, lo vedi, è lì, con i segni della canottiera
sul petto magro, gli occhi accesi di straniero.
La tua mano umidiccia corre all’interruttore
della luce. Rimanete al buio, così mezzi nudi e ostili.
Tu ti apparecchi, gentile e carnosa,
a recitare adesso un’altra parte, quella di moglie
alla prima notte di matrimonio, timida, impacciata;
rassegnata, pudica, amorosa. Lui preme la sua
bocca secca sulla tua. Poi ti spinge all’indietro
con un gesto di impazienza ed ecco, tu già ti abbandoni
rovesciando sulle lenzuola la tua vergogna
camuffata da obbedienza  e docilità maritale.
Sei sdraiata, immobile, impaurita e lui
ti assale accanito e lesto. Per la testa ti corre
l’immagine di un ricciuto macellaio che ti
si butta contro col coltello sguainato.
Ma chiudi gli occhi e ricacci il pensiero
sacrilego e amorale. Qui c’è solo un marito
che fa il suo dovere e una sposa novella
da deflorare con trombe e squilli e scampanate.

A te hanno insegnato, vergine bella, come a me,
a lei, a tutte, non a parole chiare e precise,
ma con il linguaggio mutolo dei segni sociali,
che il movimento è indice di partecipazione,
che l’ignoranza è indice di innocenza, che
l’immobilità è indice di accettazione.

Te ne stai lì perciò, sposa soggetta e muta,
nuda e ferma, senza sapere dove mettere le mani,
senza sapere dove posare gli occhi, senza
sapere cosa dire o cosa fare, aspettando da lui tutto,
l’insegnamento primo dell’amore e della vita.
Ed ecco che il padrone, con paterna pazienza e
paterno affetto, ti forza con dolcezza, ti rompe
la carne dell’infanzia tu provi sgomento e
non dolore ma la tradizione dice che a questo punto
tu devi recitare la scena della resa e allora
gigrigni i denti e trasformi il tuo sconforto in dolore.
Intanto il signore, l’uomo, si muove secondo un
ritmo che lui ben consce e tu no, si propone
con cocciuta baldanza di arrivare al godimento
e per fare questo ti preme, ti incalza, ti schiaccia
sotto il peso maschio della sua insicurezza.

Se è un tipo pudico, si accontenterà della tua
fissità silenziosa. Se è un tipo estroverso,
ad un certo momento ti chiederà: ma tu non provi niente?
prova a godere! E tu, la sposa in bianco, ripescherai
nella memoria i film, i libri, i racconti che
dicono come e quando una donna manda degli
urli da scannata poichè il suo uomo le scava
il ventre con la sua carne frolla e inamidata.
Urlerai, non sapendo se per vergogna dell’oltraggio
o per il disgusto di lui, di te, di quella resa
calcolata, consacrata e festeggiata.
Il tuo urlo sarà la tromba della sua vittoria.
Esprimerai così, con scema rassegnazione, il piacere
amaro e mielato di essere dichiarata proprietà privata,
crocifissa sopra un letto d’amore matrimoniale.

Ma se tu, sposa mia, provassi a cambiare
il tuo cuore rovesciandolo sottosopra
?
Se tu, anche avendo fatto il grave errore
di conservare il tuo perfido tesoro fra le gambe innamorate,
se tu lo affrontassi così:
“marito mio, spogliati che voglio vedere come sei fatto!
Bene, ora mi spoglio io”. E poi
gli dici: “guarda che io sono vergine, ma
è un caso, una cosa che non ti riguarda,
non l’ho fatto ne per te ne per nessuno,
ma solo perchè ho ceduto ad un lungo atto d’amore
per me stessa. Ora uniamoci, ma decido io come,
perchè questa verginità muoia senza colpi cattivi.
Ecco, sdraiati. Io mi metto accanto a te. O forse
sopra. Quando si è sopra ci si muove meglio
e si può guidare l’orgasmo come si vuole.

Se poi non ci riesco, proverai tu a metterti sopra,
ma quando lo dico io. E non ci saranno urli e
lamenti, ma solo abbracciarsi silenzioso”.
E meglio ancora se pretenderai da lui che
ti accarezzi con dolcezza il petto e i fianchi.
chiedigli che ti mostri il suo amore tanto
declamato baciandoti sul sesso addormentato,
con morbidezza. Diffida da chi crede che il coito
sia un atto di brutalità e di prepotenza.
Non è virilità quella ma sadismo e il sadismo
nasconde sempre debolezza e vizio.
La forza rende delicati e dolci, la paura
e la fragilità armano di spade gli infigardi
.

Ma è tanto più giusto e generoso, che al
primo grande amore, che sia a quindici o
a diciotto non importa, tu butti nel cesso
la tua verginità malata assieme con le tue
ansie puberali, e prendi in mano il sesso
del tuo compagno, per guidarlo tu
trionfante e sicura verso la gioia vorace
del tuo ventre innamorato. Tu credi di avere
paura della natura, ma le paure sono solo sociali
,
credimi, tu non temi il dolore ma il giudizio altrui.
Non puoi subire sempre per paura, a costo di diventare
come tua madre e come tua nonna, un anello
nella catena dolce- violenta della continuità patriarcale
che ti serva ddolcita senza saperlo.

Prendi quel sesso che ti vuole dominare con
la sua protervia di maschio antico,
stringilo ben bene e non avere paura,
è solo carne e il suo sangue non è più solido del tuo.
Non spettare che sia lui
a fare, a decidere, a muoversi, a cominciare.
Non farti usare. Se tu fai l’oggetto, lui farà
subito il soggetto, è come un gioco di acciaio puro.
Colui che prende, che fa, che decide, ha ragione poi
a dire: l’ho presa, l’ho posseduta, è mia!
Perchè tu ti sei fatta prendere, possedere.
Mentre un corpo umano non si possiede mai.

Un corpo, una mente, un cuore, un fiotto
di sangue e di sentimenti animati, volerli
possedere è un sacrilegio. Se tu saprai questo,
il tuo fare l’amore non sarà più una resa.
Tu non sarai colei che si fa fare, come i maschi
vogliono che tu credi, per toglierti l’anima
dal petto senza dolore. Tu darai, come lui,
parteciperai all’amore, con tutta la furia,
il candore, l’egoismo, l’odio e l’orgoglio
necessari, distruggendo il vecchio ammuffito
pudore e imparando a riconoscere il nuovo
pudore, quello reale, violento, razionale.

Il pudore sociale che tu credi naturale
vuole che tu sia ritrosa, ambigua, dolce.
Il pudore vero sta rinchiuso come un tuorlo
dentro l’uovo, ricco, fiammante, e vitale:
Questo pudore ti insegna il senso della tua integrità
di cuore, bada bene, non di una carne fatta
simbolo sociale. Sii tu a baciarlo, a spogliarlo,
a carezzarlo, senza per questo rifiutare le sue
carezze e i suoi baci, ma che sia chiaro chiarissimo
lampante che siete in due a fare l’amore, non uno solo
sopra l’altro, contro l’altro, a danno dell’altro.

Rifiuta il gioco del corri e scappa che può
divertire ma alla fine ti porterà alla trappola.
La civetteria è un’arma così povera e infelice
che poi quando sei incastrata contro un muro
non ti rimane che sorridere e acconsentire.

Ma non c’è niente da nascondere, lo vuoi capire.
Devi prenderti il tuo piacere da lui come
lui lo prende da te, senza infingimenti,
con pari entusiasmo e passione. Fagli la corte,
inseguilo, parlagli apertamente. Decidi tu
quando vuoi fare l’amore, non lasciarlo mai
pregare e supplicare, perchè poi quando deciderai
non sarà più una decisione ma un cedimento
e subito lui urlerà di essere il tuo padrone
e avrà ragione perchè sarai vinta e
non vincitrice, avrai accettato la regola
del cacciatore che corre appresso alla preda.

Ovidio è morto e le sue ossa ora
sono diventate leggere come vetri, i suoi
succhi vitali sono stati mangiati dalla terra che
ha nutrito con volvoli e ortiche e faggi.
Sono passati secoli e secoli di ardimenti,
diguerre, di rivoluzioni e di trasformazioni.
Ma le sue parole sprezzanti e dolciastre
sulle donne sono rimaste vive. Si possono
trovare milioni d’uomini che la pensano uguale,
con torva ilare sicurezza, convinti che le
regole a cui si rifanno sono naturali ed eterne.
sento già la voce irsuta dei mie amici
rivoluzionari che mi dicono: anche l’uomo
è sfruttato, anche lui è vittima dell’oppressione,
non perdete di vista la lotta di classe con queste fumisterie.

Lo so, lo sappiamo, non gridate tanto,
l’intolleranza che mostrate è segno di paura.
Di che avete paura? di scoprirvi oppresssori anche
quando siete oppressi? di trovare in fondo al
cuore una cosa dolce e scura che preferite non
portare al sole perchè si potrebbe trasformare
in una fiammata di razzismo buoi e selvaggio?
La donna, amici e compagni, è stata tenuta
fuori dalla storia, con mani e piedi di latte.
Fuori dal potere, con occhi rosati di coniglio,
e labbra umili di porcellino d’india.
Fuori dal tempo con mammelle piene di crema acida
e capezzoli gonfi di bionda abbondanza.
Fuori dalla ricchezza, con ventri colmi di seme nero
e caviglie pesanti di stanchezza.
Fuori dalla gloria, con braccia laboriose
e fulgide, con denti molli di diamante.

Provate a essere donna, per un giorno solo,
provate la leggerezza, l’oltraggio, la denigrazione
che si sono fatte carne nella carne e
nessuno ci bada più per niente affatto.
Provate a cercare un posto, una lavoro
che non sia di asina da soma, che non sia l’esposizione
e la vendita di una pelle levigata che aggrinzisce
al primo autunno. Provate a servire, quando la
servitù vi è comandata come una necessità,
un’antica innata tendenza del corpo femminile.
Provate a lavorare per un padrone che sarà
proprietario del vostro sorriso oltre che
del vostro lavoro; padrone del vostro animo
e del vostro ruvido cervello che in qualsiasi
momento penserà di poter stritolare
fra due dita unte di grasso, come una mosca.
Provate a cucinare, cucire, lavare, stirare,
scopare, pulire, strigliare. E dopo mi direte
cosa rimane del vostro bel fiato d’uomo forzuto.

Provate sempre a dire sì, ad aspettare
l’imbeccata, a chinare la testa, a ringraziare
di cuore. E poi saprete cosa vuol dire diventare
cieche tartarughe nelle mani di avidi Apolli
dalle dita palmate e i denti di acciaio brunito.
Provate a stare sotto, nell’amore, come coniglie
squartate, le gambe aperte, il cuorte chiuso,
aspettando che lui pèrenda il suo piacere
come un’ape indaffarata e poi voli via,
carico di miele e di superbia, convinto
di avere lasciato sul corpo femmina di lei
il marchio della sua virilità infuocata.
Provate, provate, provate, e poi saprete cosa
significa disprezzare se stesse senza saperlo,
amare la propria prigionia senza capirlo,
perdere l’orgolgio fino al punto di buttare
in pasto agli dei paralitici e gessosi
che hanno fatto del mondo un palcoscenico
per le loro gesta di nevrotici pupazzi.

Perciò compagni ombrosi, sappiatelo, non basta
diventare una classe sola, abolire la proprietà privata.
Finirà lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ma
non quello triviale e grandioso, istintivo e antico
dell’uomo sulla donna. E sai perchè mio gallo
dal fiato arso e bruciante? Perchè la libertà
non si riceve come un regalo involtato dentro
la carta d’argento e buonanotte e basta e grazie mille.
La donna può liberarsi solo da sè, con la sua testa,
e le sue mani, imprando a conoscere la sua diversità,
i suoi sonni storici, le sue vere voglie, i suoi autoinganni.
Ma da sè, solo da sè, con pena e guerra

Tu donna bella che hai sapore di fiordaliso.
hai la pelle vanagloriosa di uccello esotico,
e le labbra di pietra lunare, e gli occhi di
roccia incolore, i capelli di perle filate, i denti
zuccherini, la lingua marmorizzata, le ciglia
aguzze e fini come piume, tu che rigiri i tuoi
fianchi ambrati sotto la stoffa ruvida e leggera,
hai imparato molto bene le leggi del mercato:
io vendo il mio corpo, tu vendi il tuo potere,
io vendo la mia dignità di farfalla alata,
tu vendi il tuo avere, il tuo sapere.
Pensi di essere normale perchè il mondo
cammina così e tu ci sei dentro fino al collo
e non hai scelta nè destino all’infuori
del tuo corpo bello e levigato e ottuso.

Per te le donne sono tutte nemiche e
le disprezzi con noia e calore. Ed è naturale
perchè essendo una merce in vendita, hai paura
della concorrenza. Non ti sei accorta
che l’anima ti si è incollata ai polmoni,
per il troppo vendere e patire, gli occhi sono
diventati due ghiaccioli. La pelle ti è
diventata tesa e cattiva. Vendere il tuo corpo
che cos’è? niente, tu pensi. E invece è tutto.
Perchè non esiste un’anima e un corpo
nemici fra loro e imparentati malamente,
ma una solo tenerezza e un soilo orgolgio di re
che hai schiacciato te. Tanto, ti hanno insegnato,
il corpo della donna non vale una cicca spenta,
che lo vendi o lo regali fa lo stesso.

Ma quella che subisci è una commedia, la commedia
dell’inganno. Tu inganni te stessa pensando
di farti oggetto e ti metti in vendita con
un cartello al collo, soavemente, con fiocchi
e ghirlande e collane d’ambra, in una parodia
d’amore che ti fa iridescente e stregata.
Lui ti inganna pensando di usarti come userebbe
un’automobile, per prendere il fresco, godre
della velocità, farsi vedere in giro, vantarsi.
ti usa e poi ti disprezza per l’uso che fai di te.
E tu accetti questo disprezzo con candida serietà.
Tu stessa pensi di essere disprezzabile,
perchè credi nella purezza borghese ipocrita
languidamente, con sogni accesi di rabbia
che ti corrugano la fronte di iena addolorata.
Tu credi di essere debole, perduta, peccatrice,
ti condanni e cerchi di salvare solo qualche
pezzettino di perbenismo dietro la facciata
di un salottino Impero, di un bel vestito fresco,
di una borsetta bianca, di una lunga macchina sportiva.
Diventi più feroce di un leopardo nel difendere
gli interessi costituiti, la famiglia, l’onore,
l’amore romanzasco, la maternità, le trine
spiegazzate del tuo petto di ragazza bella.

Diventi la sfinge portinaia della casa
della tradizione, abbracci gli uomini con odio,
e freddo calore, ma dai la colpa solo a te,
al casa, a Dio.
Non ti viene nemmeno in mente,
nella tua aderenza al tuo destino fisiologico,
che sei l’agnello dolce e piagato di un lupo
rapace che ti porta via la carne a pezzi,
con umile pertinacia, e incolla la bocca sul tuo collo
sottile e bianco come per baciarti,
ma quando è pieno e gonfio del tuo sangue,
si volta verso di te e ti guarda con commiserazione
e se gli va, ti sputa in faccia il suo disprezzo.
Se tu solo capissi le tue ragioni e il sopruso
orrendo, vizioso e perfido che ti fanno tutti i giorni,
dentro un letto improvvisato, nell’odore
mielato del seme e del sudore che scivolano dal corpo
del tuo compratore impudicamente, e ti lasciano
pesta e lorda ed estranea a te stessa, per un pò
di soldi agognati. Se tu capissi questo forse continueresti
a venderti, ma ti organizzeresti, metteresti su
un diritto, una coscienza politica, un nuovo ardore.

E tu che sei madre. Con la falce di luna alla caviglia,
e il corpo rasato di suora,
e gli occhi appannati e le guance assonnate.
Tu che ti fai mettere sugli altari dorati
e apri e chiudi la tua vita per quei figli
armoniosi che ti hanno dato da fasciare e baciare.
Tu che piangi di orgoglio per la tua castità
e il tuo onore di madre pidocchiosa e adamantina.
Tu credi di essere una donna e invece sei un vaso,
un sacco, una vagina vestita di nero, piena di rispetto
e di mistero. Tu sei il recipiente
Dell’uomo e in nome del tuo contenuto ti si chiede fedeltà,
rinuncia, sacrificio, amore eterno.

Tu credi di esistere, bardata di argenti,
la corona in  testa di regina madre,
i piedi chiusi dentro scarpe felpate,
il ventre fasciato dentro benede fatate.
E invece sei morta. La tua vita l’hai persa
nel momento che ti sei lasciata spaccare
la carne dalla testa molle e lucida del
primo filgio adorato che sa di paraffina.
La morte certo è dolce e pudica.
Se poi uno morta fa anche le faccende di casa,
e lava e stira e cuce e risponde sì signore,
ecco trovata la soluzione degli enigmi familiari.
Uno morta si può anche venerare e baciare e
colmare di tenerezze e ambigue carezze filiali.

Ma se tu per un momento ti guardi allo specchio
e ti chiedi: c’è qualcosa di vivo in me?
Se tu fai l’atto di aprire la bocca per gridare,
se tu fai un segno rosso di vita sulla tua
immagine marmorea di morte, sei subito assalita.

Ti si dirà che sei noiosa e vecchia e
stupida ed egoista e vanitosa e inumana.
E tu, per gentilezza d’animo e candida bontà,
per un equivoco senso del dovere e per amore,
pieghaerai la testa e ti acconcerai a rimanere
quella cosa morta, graziosa e tenera che è
una madre serva che gira per la casa come un fantasma
indaffarato, silenzioso, ardente.

Popolana serissima, gentile, tu guardi con i tuoi occhi
spenti il mondo che ti opprime
e lo ringrazi per la sua oppressione, perchè
sei convinta nella tua testa aerea, che sei nata
per servire, per riverire, per faticare
e se i figli ti mantengono la giudichi
una grazia a ti tiri indietro e te ne stai
silenziosa, chinando la testa arresa
al grande favore che ti fanno lasciandoti vivere,
sfruttandoti teneramente, senza parere.
E’ così bello amare una madre-vittima,
una madre-agnello.
Al figlio duole il cuore
nel petto vedendola invecchiare precocemente,
sempre pronta a pulire, lavare, stirare e
amorevolmente fare da mangiare ai figli
e ai figli dei suoi figli, senza mai protestare.

E’ facile amare chi rinuncia alla sua vita
per noi, chi non ha sesso nè pensieri che non siano prevedibili,
terragni, virtuosi
eppure, neanche questo basta. Una donna vecchia
sa, da come viene guardata in tram o al mercato
quanto poco conta e quanto disgusto ispira agli altri.
La sua vecchiaia non fa pensare alla ricchezza,
alla saggezza, agli onori, all’esperienza.
La sua vecchiaia fa pensare solo alle rughe,
alla pancia ammuffita, all’alito cattivo,
agli occhi lagrimosi e per chi ha fantasia,
al suo bianco e rugoso sesso senza peli.
se ottiene rispetto e tenerezza è solo in
famiglia, dai figli e dai nipoti che la vedono
come una faccendiera disponibile e svagata.

Ma fuori, nella vita, è solo una vecchia,
una strega, una befana, un fagotto ridicolo
e fastidioso. Perchè non si decide a morire?
A meno che non abbia la fortuna di essere
la madre di un uomo famoso, di un gran politico.
Allora sarà riverita e servita, ma per lui
mai per sè, perchè ha avuto il grande privilegio
di essersi fatta mangiare le viscere da un genio
che è uscito da lei con grande dolore e sangue.
Una donna vecchia è una nullità, vale meno di
un soldo bucato. Una donna vecchia è solo un corpo
avvizzito che tarda a morire per egoismo e malignità.
Mentre l’uomo vecchio è carico della sua vita,
la donna vecchia è carica solo della sua morte.
Un uomo vecchio si ammette che abbia sete
di carni bambine e tocchi e sussulti e cerchi
di fare sue due gambe morbide e affusolate.

Una donna vecchia che abbia fame di carne
da baciare è considerata un’arpia,
una pervertita che va subito rinchiusa in un manicomio.
La sua esperianza, il suo passato, la sua sapienza,
i suoi pensieri contano quanto quelli di un cane.
La si butta in un angolo e buonanotte.
Ma se voi, donne vecchie, madri astute,
cominciate a pensare che anche voi avete un sesso,
e una testa che macina pensieri ardenti
e due occhi accesi e due mani capaci e
un cuore affamato, se voi penserete che
siete quello che siete per sopraffazione e
gloria dei peggiori istinti dell’uomo,
forse non avrete vergogna e adichiarare che
un bel ragazzo vi piace e potrete anche
carezzarlo senza sentirvi bruciare la mano di terrore.
Potrete baciarlo chiudendogli
gli occhi con due dita. Poichè l’estrema gioventù
e la vecchiaia sono portate all’amicizia.
E ai ragazzi piace essere amati dalle madri,
di un amore carnale lucidissimo e tenebroso.

Se penserete che la vecchiaia non è una colpa
di cui vergognarsi, se penserete che quello
che fa viva una donna non è soltanto la freschezza
della pelle e di un apio di labbra tornite,
se penserete questo vi sbarazzerete dei vostri lugubri
vestiti da fanstasmi che puzzano
di cipolla e di varecchina, allungherete le vostre mani
tremanti sui corpi degli adolescenti che hanno
bisogno di essere amati come in un sogno,
di tutto cuore e con terribile indulgenza.
Se saprete questo non sarete più vecchie,
e inutili ma forti e utili. Se imparerete
a non confondere la casa con il mondo,
a non contaminare del vostro nero di seppia
le cose luminose e dolorose che vi circondano,
se imparerete a pensare con la votra testa,
a ridere con la vostra gola, a giudicare
con il vostro cuore maturato dal tempo,
sarete amate di un amore meno stupido e
mordente, meno assillante e nero. Perderete
in morbosità ma guadagnerete in ricchezza
di anima e di cervello e autonomia di cuore.

Ma tutto questo non sarà finchè la donna
non scoprirà che è diventata diversa
dall’uomo per ragioni storiche e non naturali.

Una storia mimetica da colonizzate ci
ha fatto come siamo, deformi, candide,
accanite, incerte, passive.
E’ da questa
storia che dobbiamo tirare fuori i nastri
che ora sono lacci che ci legano le mani
e domani saranno bandiere sbattute al sole.
Donne mie amate predilette e disgraziate,
donne feroci nell’odio di voi stesse e
pieno di zelo poliziesco per maore della proprietà,
dell’onore, della conservazione,
dell’artificio, della gerarchia, della gloria,
vi siete identificate con l’uomo per sfiducia
in voi stesse, avete seguito il modello maschile
del forte virile sicuro
e con questo avete tradito le vostre compagne
le donne di tutti i tempi perchè voi pensate che
la donna è fatta di fango e avete coperto
questo fango con unno strao di porcellana lucente.

Ma il fango lo sentite come una colpa, lo odiate,
e per non farlo mai apparire in superficie,
passate giornate intere a riparare le crepe
e i fori nella vostra bella porcellana bianca.
Ma ora basta, spacchiamo questa copertura dura,
che ci tiene manse e segrete e fatate.
Prendiamo il coraggio di frugare dentro quel fango
e scopriremo che è un fango prezioso
nella sua umiltà, che si è fatto robusto e bello
pronto per costruire case e giardini.
No c’è da vergognarsi del fango della storia,
del fango della servitù, perchè è il nostro onore,
dela fango dell’oppressione perchè quello che
ci fa oggi innocenti e forti e coraggiose,
incontaminate dal potere, colombe da cortile.
Usiamo quel fango per costruire nuove donne
meno belle forse e levigate, ma più salate
del sale dell’orgoglio e dell’amore.

Ordinanza all’esercito dell’arte – Majakovskij

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Cantilenano le brigate dei vecchi
la stessa litania.
Compagni!
sulle barricate!
Barricate di cuori e di anime.
è vero comunista solo chi ha bruciato
i ponti della ritirata.

Basta con le marce, futuristi,
un balzo nel futuro!
Non basta costruire una locomotiva:
fa girare le ruote e fugge via.
Se un canto non saccheggia una stazione,
a che serve la corrente alternata?

Ammonticchiate un suono sopra l’altro,
e avanti,
cantando e fischiettando.
Ci sono ancora buone consonanti:
erre,
esse,
zeta.
non basta allineare,
adornare i calzoni con le bande.
Tutti i soviet insieme non muoveranno gli eserciti,
se i musicisti non suoneranno la marcia
portate i pianoforti sulla strada,
alla finestra agganciate il tamburo!
Il tamburo
spaccate e il pianoforte,
perché un fracasso ci sia,
un rimbombo.

Perché sgobbare in fabbrica,
perché sporcarsi il muso di fuliggine,
e, la sera,
sul lusso altrui sbattere gli occhi sonnacchiosi?
Basta con le verità da un soldo.
ripulisci il cuore dal vecchiume.
Le strade sono i nostri pennelli.
Le piazze le nostre tavolozze.

Non sono stati celebrati
dalle mille pagine del libro del tempo
i giorni della rivoluzione!
Nelle strade, futuristi,
tamburini e poeti!

Cesare Pavese – Poesie

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Parole del politico
da Legna Verde

Si passava sul presto al mercato dei pesci
a lavarci lo sguardo: ce n’era di argento,
di vermigli, di verdi, colore del mare.
Al confronto col mare tutto scaglie d’argento.

Belle fino le donne dall’anfora in capo,
ulivigna, foggiata sulla forma dei fianchi
mollemente: ciascuno pensava alle donne,
come parlano, ridono, camminano in strada.
Ridevamo, ciascuno. Pioveva sul mare.

Per le vigne nascoste negli anfratti di terra
l’acqua macera foglie e racimoli. Il cielo
si colora di nuvole scarse, arrossate
di piacere e di sole. Sulla terra sapori
e colori nel cielo. Nessuno con noi.

Si pensava al ritorno, come dopo una notte
tutta quanta di veglia, si pensa al mattino.
Si godeva il colore dei pesci e l’umore
della frutta, vivaci nel tanfo del mare.
Ubriachi eravamo, nel ritorno imminente.

Lo steddazzu
da Paternità

L’uomo solo si leva che il mare è ancor buio
e le stelle vacillano. Un tepore di fiato
sale su dalla riva, dov’è il letto del mare,
e addolcisce il respiro. Questa è l’ora in cui nulla
può accadere. Perfino la pipa fra i denti
pende spenta. Notturno è il sommerso sciacquio.
L’uomo solo ha già acceso un gran fuoco di rami
e lo guarda arrossare il terreno. Anche il mare
tra non molto sarà come il fuoco, avvampante.

Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno
in cui nulla accadrà. Non c’è cosa più amara
che l’inutilità.
Pende stanca nel cielo
una stella verdognola, sorpresa dall’alba.
Vede il mare ancor buio la macchia di fuoco
a cui l’uomo, per fare qualcosa, si scalda;
vede, e cade dal sonno tra le fosche montagne
dov’è un letto di neve. La lentezza dell’ora
è spietata, per chi non aspetta più nulla.

Val la pena che il sole si levi dal mare
e la lunga giornata cominci? Domani
tornerà l’alba tiepida con la diafana luce
e sarà come ieri e mai nulla accadrà.
L’uomo solo vorrebbe soltanto dormire.
Quando l’ultima stella si spegne nel cielo,
l’uomo adagio prepara la pipa e l’accende.

La terra e la morte
poesie del 1945

Anche tu sei collina
e sentiero di sassi
e gioco nei canneti,
e conosci la vigna
che di notte tace.
Tu non dici parole.

C’è un terra che tace
e non è terra tua.

C’è un silenzio che dura
sulle piante e sui colli.
Ci sono acque e campagne.
Sei un chiuso silenzio
che non cede, sei labbra
e occhi bui. Sei la vigna.

E’ una terra che attende
e non dice parola.
Sono passati giorni
sotto cieli ardenti.
Tu hai giocato alle nubi.
E’ una terra cattiva -
la tua fronte lo sa.
Anche questo è la vigna

Ritroverai le nubi
e il canneto, e le voci
come un’ombra di luna.
Ritroverai parole
oltre la vita breve
e notturna dei giochi,
oltre l’infanzia accesa.
Sarà dolce tacere.
Sei la terra e la vigna.
Un acceso silenzio
brucerà la campagna
come i falò la sera.

(30-31 ottobre 1945)

***

Tu non sai le colline
dove si è sparso il sangue.

Tutti quanti fuggimmo
tutti quanti gettammo
l’arma e il nome. Una donna
ci guardava fuggire.
Uno solo di noi
si fermò a pugno chiuso,
vide il cielo vuoto,
chinò il capo e morì
sotto il muro, tacendo.
Ora è un cencio di sangue
e il suo nome.
Una donna
ci aspetta alle colline.

(9 novembre 1945)

Evgenji Entusenko – da Poesie

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Krokodil, 1926, n.8, Lungo un aspro cammino.
(campagna contro l’alcolismo)

Quando passa la sbornia
come la coscienza si fa severa nei nostri confronti,
quando nella confidenza del vicino di tavola
non ci accorgiamo dell’insinuarsi di un nemico.
Ma è terribile non credere a nessuno
e, nel continuo sforzo della vigilanza,
attribuire progetti tenebrosi
alla ribellione immatura, ma pura.
Nella diffidenza lo zelo non è un merito:
Un giudice cieco non serve bene il suo popolo.
E’ più terribile, per la fretta,
scambiare un amico per un nemico
che un nemico per un amico.

Polissena e Pantoo- Christa Wolf

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Polissena… Che costruii la mia carriera sulla tua esclusione; che tu non eri peggiore di me, nè meno adatta: ho voluto dirtelo prima che ti trascinassero via, vittima da macello, come me ora. Polissena: se avessimo scambiato le nostre vite: le nostri morti sarebbero state le stesse. E’ una consolazione? Hai avuto bisogno di consolazione? Ne ho bisogno io? Tu mi guardasti (mi vedevi ancora?). Io tacqui. Ti trascinarono via, alla tomba del feroce Achille. Achille la bestia.
Oh se costoro non conoscessero l’amore.
Oh se avessi strozzato con le mie mani, in quel primo giorno di guerra, colui il cui nome deve essere maledetto e dimenticato, anzichè stare a guardare come lui, Achille, strozzava il fratello, Troilo. Il rimorso mi rode, non si mitiga, Polissena. [...]
Tu con i tuoi occhi grigi. Tu con la tua testa minuta, il bianco ovale del viso, la radice dei capelli nitidamente tagliata come dal coltello. Con quella fiumana di capelli, in cui ogni uomo non poteva fare a meno di affondare le mani. Tu, di cui ogni uomo che ti vedeva doveva innamorarsi, che dico, innamorarsi! Di cui doveva diventare schiavo, e non solo ogni uomo – anche alcune donne, anche Marpessa, credo, quando ritornò dall’esilio e non guardò più nessun uomo. E diventare “schiavo” è ancora un’espressione debole per il furore erotico e la frenesia che colse alcuni, come Achille la bestia, e senza che tu facessi alcunchè – questo deve esserti concesso…Polissena: sì, forse è possibile che di notte, nel vestibolo buio, io cadessi in errore, giacchè per quel motivo tu, che tutto quel che facevi lo facevi apertamente, avresti dovuto assicurarmi, molto tempo dopo, che maie poi mai Enea era stato da te, se l’ombra che vidi scivolare fuori dalla tua porta fosse stata davvero la sagoma di Enea?
Come fui sciocca. Come avrebbe potuto essere Enea uno che, avendo appena lasciato una donna, tocca il seno di un’altra, e poi fugge!
Ah Polissena. Come ti muovevi. Vivace e impetuosa, e nello stesso tempo leggiadra. Come non deve muoversi una sacerdotessa. -E perchè no, diceva Pantoo, e faceva mostra della sua solida dottrina sulla natura di Apollo, il suo dio, di cui era pur sempre stato al servizio, nel santuario centrale, a Delfi in terra greca. Perchè non leggiadra, piccola Cassandra? Apollo è anche il dio delle Muse, no?-
Sapeva ferirmi, il greco. Riusciva a far trapelare che riteneva abbastanza barbariche le caratteristiche piuttosto rozze che noi popoli dell’Asia Minore attribuivamo al suo dio.
Questo non significava che non mi reputasse adatta, come sacerdotessa. Senza dubbio, diceva, c’erano alcuni tratti della mia natura che si addicevano al sacerdozio. Quali? Ecco - il mio desiderio di esercitare un’influenza sugli esseri umani; e come, sennò, una donna potrebbe dominare? Inoltre: il mio ardente desiderio di entrare in confidenza con la divinità. E, naturalmente, la mia repulsione ad accostare i maschi della terra.
Pantoo il greco agiva come se non conoscesse la ferita nel mio cuore; come se non gli importasse di instillare in questo cuore un’avversione di cui quasi non mi accorgevo, molto sottile, molto nascosta, contro di lui, il Primo Sacerdote. Il mio greco l’ho imparato da lui. E l’arte di ricevere un uomo, anche. In una delle notti in cui la sacerdotessa appena ordinata doveva vegliare presso il simulacro del dio, è venuto da me. Abilmente, quasi senza farmi male e in un certo senso con affetto fece quello che Enea, a cui io pensavo, non aveva avuto l’intenzione o la capacità di fare. Che fossi intatta, sembrò non meravigliarlo, nè quanto mostrassi di temere il dolore fisico. Con nessuno, neanche con me, sprecò mai una parola su quella notte. Dal canto mio non riuscivo a capire come potessi portarmi dentro odio e gratitudine verso la medesima persona.

Attilio Bertolucci – Vincitori!

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Si erano vestiti dalla festa
per una vittoria impossibile
nel corso fangoso della Storia.

Stavano di vedetta armati
con vecchi fucili novantuno
a difesa della libertà conquistata

da loro per la piccola patria
tenendosi svegli nelle notti afose
dell’agosto con i cori

della nostra musica
con il vino fosco
della nostra terra.

Vincenti per qualche giorno
vincenti per tutta la vita.

Omaggio alla Catalogna – George Orwell

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Nella caserma Lenin di Barcellona, il giorno prima del mio arruolamento fra i miliziani, ne vidi uno, italiano, ritto davanti al tavolo degli ufficiali.
Era un giovanotto dall’aspetto rude, sui venticinque o ventisei anni, capelli biondo-rossicci e spalle possenti. Il berretto di cuoio a punta gli calava fieramente su un occhio. Lo vedevo di profilo, il mento sul petto, mentre osservava con un cipiglio di perplessità una carta geografica che uno degli ufficiali aveva dispiegata sulla tavola. Qualcosa, sul suo volto, mi commosse profondamente. Era il volto di un uomo che avrebbe commesso un omicidio, gettato via la propria vita per un amico: il tipo di faccia che aspettereste in un anarchico, anche se con ogni probabilità egli era un comunista.

Addio a Mahmud Darwish

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Incatenarono la sua bocca
legarono le sue mani
alla roccia della morte
e dissero: “sei un assassino”.

Gli tolsero il cibo, gli abiti, le bandiere
lo gettarono nella cella dei morti
e dissero: “sei un ladro”.

Lo rifiutarono in tutti i porti
portarono via la sua piccola amata
e dissero: “sei un profugo”.

Oh tu, dagli occhi e le mani sanguinanti!
la notte è effimera,
ne la camera dell’arresto
ne gli anelli delle catene sono permanenti.

Nerone è morto, ma Roma no,
lotta persino con gli occhi!
e i chicchi di una spiga morente
riempiranno la valle di grano.

Un saluto alla voce più bella di Palestina
A Mahmud Darwish

Yasser Arafat, Mahmud Darwish, George Abash nel 1970.

Cultura e politica – Elio Vittorini

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Rivoluzionario è lo scrittore che riesce a porre attraverso la sua opera esigenze rivoluzionarie diverse da quelle che la politica pone; esigenze interne, segrete, recondite dell’uomo ch’egli soltanto sa scorgere nell’uomo, che è proprio di lui scrittore rivoluzionario porre, e porre accanto alle esigenze che pone la politica. Quando io parlo di sforzi in senso rivoluzionario da parte di noi scrittori, parlo di sforzi rivolti a porre simili esigenze. E se accuso il timore che i nostri sforzi in senso rivoluzionario non siano riconosciuti come tali dai nostri compagni politici, è perchè vedo la tendenza dei nostri compagni politici a riconoscere rivoluzionaria la letteratura arcadica in cui suona il piffero per la rivoluzione piuttosto che la letteratura in cui simili esigenze sono poste, la letteratura detta oggi è in crisi. Rifiutare e ignorare i migliori scrittori di crisi del nostro tempo, significa rifiutare tutta la letteratura contemporanea. E non è un rifiuto di riconoscere la problematicità stessa per rivoluzionaria? Non è un rifiuto di riconoscere la crisi stessa per rivoluzionaria?

Noi sapevamo! Noi non dimentichiamo!

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Ah, noi che volevamo preparare
il terreno per la gentilezza.
Noi non potevano essere gentili.
(Bertolt Brecht)

Joyce Salvadori Lussu

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Interessante l’articolo proposto da Carmilla su Joyce Lussu, una delle figure più straordinarie del 900: antifascista, partigiana Medaglia d’argento al valore militare (esperta di evasioni e documenti falsi); prima a tradurre le poesie di Nazim Hikmet e a diffonderle, in Italia, insieme a quelle di Ho Chi Min, di Castro, delle Black Panthers e di altri poeti guerriglieri; scrittrice e traduttrice
di opere sul neocolonialismo; educatrice.
Curiosità contenuta nell’articolo: l’evasione della moglie e del figlio
di Hikmet dal carcere turco dove erano rinchiusi.

Questo l’articolo: NON C’ERA SOLO EMILIO

Non vivere su questa terra
come un inquilino
oppure in villeggiatura
nella natura
vivi in questo mondo
come se fosse la casa di tuo padre
credi al grano al mare alla terra
ma soprattutto all’uomo.
Nazim Hikmet

La Ballata delle Madri – Pasolini

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All’epoca la dedicò ai giornalisti.

Mi domando che madri avete avuto.
Se ora vi vedessero al lavoro
in un mondo a loro sconosciuto,
presi in un giro mai compiuto
d’esperienze cosi diverse dalle loro,
che sguardo avrebbero negli occhi?
Se fossero lì, mentre voi scrivete
il vostro pezzo, conformisti e barocchi,
o lo passate, a redattori rotti
a ogni compromesso, capirebbero chi siete?
Madri vili, con nel viso il timore
antico, quello che come un male
deforma i lineamenti in un biancore
che li annebbia, li allontana dal cuore,
li chiude nel vecchio rifiuto morale.
Madri vili, poverine, preoccupate
che i figli conoscano la viltà
per chiedere un posto, per essere pratici,
per non offendere anime privilegiate,
per difendersi da ogni pietà.
Madri mediocri, che hanno imparato
con umiltà di bambine, di noi,
un unico, nudo significato,
con anime in cui il mondo è dannato
a non dare né dolore né gioia.
Madri mediocri, che non hanno avuto
per voi mai una parola d’amore,
se non d’un amore sordidamente muto
di bestia, e in esso v’hanno cresciuto,
impotenti ai reali richiami del cuore.

Madri servili, abituate da secoli
a chinare senza amore la testa,
a trasmettere al loro feto
l’antico, vergognoso segreto
d’accontentarsi dei resti della festa.
Madri servili, che vi hanno insegnato
come il servo può essere felice
odiando chi è, come lui, legato,
come può essere, tradendo, beato,
e sicuro, facendo ciò che non dice.
Madri feroci, intente a difendere
quel poco che, borghesi, possiedono,
la normalità e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi!
Ecco, vili, mediocri, servi,
feroci, le vostre povere madri!
Che non hanno vergogna a sapervi
- nel vostro odio – addirittura superbi,
se non è questa che una valle di lacrime.
È cosi che vi appartiene questo mondo:
fatti fratelli nelle opposte passioni,
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
a essere diversi: a rispondere
del selvaggio dolore di esser uomini.

Pier Paolo Pasolini
1964

Petizione

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Segnalo una petizione molto importante.

“Terribile ‘segno’ dei tempi è la notizia di un recentissimo decreto legge che prevede la chiusura dell’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente (IsIAO), costituitosi da alcuni anni dall’unione di due gloriose Istituzioni, l’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente (IsMEO), fondato nel 1933 dall’insigne orientalista Giuseppe Tucci, e dall’Istituto per l’Africa, nato agli inizi del ’900.
Come forse saprete, ho lavorato all’IsMEO per più di un trentennio prima di approdare felicemente all’Università di Lecce. E’ per me un momento di grande tristezza immaginare la fine di questo importante Istituto, conosciuto più all’estero che in Italia, centro dell’orientalismo italiano e tutt’oggi fulcro degli studi e delle ricerche sui paesi orientali. Celebri sono la sua biblioteca e le sue pubblicazioni scientifiche e degne di grande considerazione le campagne di scavo archeologico e di restauro presso i paesi orientali, oltre alla scuola di lingue orientali.
Non si può assistere senza ribellarsi a un tale delitto, calpestare una tradizione di studi che ci ha fatto, e continua a farci onore presso i paesi orientali, oltre che in Occidente.
Invito quindi tutti voi ad aprire il sito dell’IsIAO: www.giuseppetucci.isiao.it e sottoscrivere l’appello al Capo dello Stato in modo che intervenga tempestivamente per fermare tale ignominia.”

I mille volti della Palestina

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20-22 giugno 2008
I mille volti della Palestina
- S.Oreste (Roma) -

autore:
associazione per la Pace
i mille volti della Palestina

L’Associazione per la Pace e il Comune di Sant’Oreste

presentano

I MILLE VOLTI DELLA PALESTINA
20-22 Giugno2008
Presso il teatro comunale e l’anfiteatro di Sant’Oreste
Sant’Oreste (Roma – Km 38 della Via Flaminia)

www.assopace.org

SABATO 21
(Anfiteatro – ingresso libero)

h21.00 SPETTACOLO TEATRALE:

SANGUE PALESTINESE” della Compagnia “Teatro Forsennato”
Testo di Marco Dotti e Dario Aggioli diretto da Dario Aggioli con Stefania Papirio, Sergio Lo Gatto, Vincenzo Occhionero, Domiziana De Fulvio. Il Dipartimento di Studi Orientali dell’Università di Roma “La Sapienza,” in collaborazione con Marco Dotti, giornalista e scrittore, Teatro Ateneo e Teatro Forsennato, ha voluto commemorare i trent’anni dall’omicidio di Wael Zuaiter, intellettuale palestinese, con uno spettacolo/conferenza. Lo spettacolo narra le vicende di un commando assassino che in pochi anni ha ucciso sette intellettuali palestinesi, tra cui Wael Zuaiter, proprio a Roma più di 30 anni fa. La storia ripercorre il reclutamento, addestramento ed indottrinamento di questi da parte del Mossad, servizio segreto israeliano, e la loro successiva cattura.
In bocca al lupo all’agente del Mossad…. ; )

Caso Moro – dibattiti

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27 Giugno 2008
Casa della Memoria e della Storia
-Sala Multimediale-

via Francesco di Sales, 5
Trastevere

Persona & Società
La presentazione della rivista “PERSONA & SOCIETÀ” (Odradek edizioni), quadrimestrale dell’ANPI di Roma – diretto da Massimo Rendina – conclude la seconda annata con un numero dedicato ad Aldo Moro.
Presentare al pubblico e alla stampa il numero 5-6 di Persona&Società è anche l’occasione per cogliere, in questo numero, le caratteristiche della rivista: valorizzazione degli studi storici e vaglio delle diverse interpretazioni. A tal fine sono stati chiamati a discutere, sul tema controverso a cui è dedicato l’ultimo numero, storici quali Nicola Tranfaglia, Francesco Biscione e Giuseppe De Lutiis che si confrontano introdotti da Davide Conti, curatore del numero.

  • Ore 17: “Compromesso storico, solidarietà nazionale e caso Moro: una chiave di lettura della “Terza fase della democrazia italiana” coordina Davide Conti (Università La Sapienza di Roma). Interventi di Nicola Tranfaglia (Professore Emerito di storia dell’Europa Università di Torino), Giuseppe De Lutiis (Consulente della Commissione stragi del Parlamento), Francesco Maria Biscione (Enciclopedia Treccani).
  • Con riferimento al medesimo tema, dalle 21 alle 23 dello stesso venerdì 27, vengono proiettati brevi stacchi di film o sceneggiati incentrati sulla figura di Aldo Moro al fine di dibattere, con registi e sceneggiatori, la questione della responsabilità del trattare e restituire eventi storici pur in un prodotto commerciale e d’intrattenimento quali sono i film e le fiction in genere.
  • Alle ore 21: “Il rapimento di Aldo Moro ed il cinema italiano: linguaggi, immagini e rappresentazione” proiezione di antologia di brani dei film girati sul caso Moro. Interviene Christian Uva (Università Roma Tre, autore del libro “Schermi di piombo”).

Iniziativa a cura di ANPI di Roma

Odio gli indifferenti

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Pier Paolo Pasolini di fronte le ceneri di Antonio Gramsci, Cimitero Acattolico di Roma (1961)

Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita.
Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

Antonio Gramsci, 11 febbraio 1917

Stop Metro Parma

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Parma antifa

Da un pò di tempo un gruppo di compagni e compagne hanno dato vita ad assemblee, discussioni, iniziative contro la costruzione della metropolitana a Parma, la quale sembra avere l’aspetto di un’operazione speculativa piuttosto che sociale e al servizio dei “cittadini” residenti.

Lascio due link dove sottoscrivere la petizione,
sostenere le lotte e le iniziative a proposito
e dove ricevere maggiori informazioni.

StopMetroParma e Parma Antifascista

Questi compagn@ hanno anche girato un video che, attraverso la voce della popolazione, racconta molto bene quanto sta succedendo.

Complimenti alla voce narrante!
Suerte!

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