Sei la terra che aspetta – C.Pavese

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Hai un sangue, un respiro.

Sei fatta di carne

di capelli di sguardi

anche tu. Terra e piante,

cielo di marzo, luce,

vibrano e ti somigliano ‒

il tuo riso e il tuo passo

come acque che sussultano ‒

la tua ruga fra gli occhi

come nubi raccolte ‒

il tuo tenero corpo

una zolla nel sole.

Hai un sangue, un respiro.

Vivi su questa terra.

Ne conosci i sapori

le stagioni i risvegli,

hai giocato nel sole,

hai parlato con noi.

Acqua chiara, virgulto

primaverile, terra,

germogliante silenzio,

tu hai giocato bambina

sotto un cielo diverso,

ne hai negli occhi il silenzio,

una nube, che sgorga

come polla dal fondo.

Ora ridi e sussulti

sopra questo silenzio.

Dolce frutto che vivi

sotto il cielo chiaro,

che respiri e vivi

questa nostra stagione,

nel tuo chiuso silenzio

è la tua forza. Come

erba viva nell’aria

rabbrividisci e ridi,

ma tu, tu sei terra.

Sei radice feroce.

Sei la terra che aspetta.

(Hai un sangue, un respiro
da Verra la morte e avrà i tuoi occhi)

Ci sono amori senza paradiso – S.Plath

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UNA SANTA AMERICANA

Ci sono amori senza paradiso.
Solitudini che seccano sul grembo
come macchie di parto.
Ted ha messo il suo cuore sotto spirito.
Lei adesso è immortale.
Un altare, una statua,
una icona.
È qui per restare:
sole che nasce all’incontrario,
bocca magica che vomita gigli.
È una madonna azzurra
che brilla sopra il nostro letto.
Ci scruta in silenzio. La bocca dolorosa,
immobile come la luna.
È un geyser che schizza su un continente buio.
Nel suo stomaco fermentano semi,
frumento, bulbi di fiori pronti ad esplodere.
Una divinità preistorica:
corpo di marmo
senza ombelico,
senza padre, né madre.

(Omaggio a Monica Vitti)

come due gocce d’acqua – W.Szymborska)

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Nulla due volte
1957

Nulla due volte accade

Né accadrà. Per tal ragione

nasciamo senza esperienza,

 moriamo senza assuefazione.

Anche agli alunni più ottusi

della scuola del pianeta

di ripeter non è dato

le stagioni del passato.

Non c’è giorno che ritorni,

non due notti uguali uguali,

né due baci somiglianti,

né due sguardi tali e quali.

Ieri, quando il tuo nome

qualcuno ha pronunciato,

mi è parso che una rosa

sbocciasse sul selciato.

Oggi che stiamo insieme,

ho rivolto gli occhi altrove.

Una rosa? Ma cos’è?

Forse pietra, o forse fiore?

Perché tu, ora malvagia,

dài paura e incertezza?

Ci sei – perciò devi passare.

Passerai – e in ciò sta la bellezza.

Cercheremo un’armonia,

sorridenti, fra le braccia,

anche se siamo diversi

come due gocce d’acqua.

Er mejo amico mio ce l’ho in saccoccia

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Giorni fa un signore, un artista dovrei dire, recitava davanti ad un bicchiere di vino una poesia in romanesco.

Coltelli, amori disperati, popolino…insomma la Vecchia Roma. L’ho cercata, l’ho trovata (in un vecchio libro di famiglia…e dove se no?)

***

Er Cortello

Ar mio, sopra la lama ch’è rintorta

C’è stampata ‘na lettra cór un fiore;

Me lo diede Ninetta che m’è morta

Quanno che me ce méssi a fa’ l’amore.

E quanno la baciai la prima vorta,

Me disse: — Si m’avrai da da’ er dolore

De dimme che de me nun te n’importa,

Prima de dillo sfonnemece er core. —

E da quer dì che j’arde el lanternino

Davanti a la crocetta ar camposanto

Lo porto addosso come un abitino.

E si la festa vado a fa’ bisboccia,

Si be’ che ci abbi tanti amichi accanto,

Er mejo amico mio ce l’ho in saccoccia.

(Cesare Pascarella)

* Perchè dopo Gioacchino Belli non sembrava possibile. Invece….

_Calvinate_Il blog Le città invisibili

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Buongiorno e scusate la latitanza.
Fortunatamente ho un bel pò di cose da fare e molto lavoro.

Ho tempo però per segnalare un sito che si presenta così:

….abbiamo letto, riletto tra le righe, sottolineato, interpretato, discusso e fantasticato sulle immagini che potevano rappresentare le frasi salienti di ogni città…..frugato tra foto già fatte….scattate di nuove occasionalmente e pianificato viaggi per farne altre appositamente…
Ora le 55 foto ci sono….sono state scelte….ma questa è sola la prima di una lunga serie a cui il progetto ambisce…..
Un work in progress, aperto a tutti coloro che desiderino proporre un’immagine propria…
Risoluzione, formato, ecc… non costituiscono fattore discriminante in quanto il focus del progetto è legato alla ricerca di significato… delle emozioni che scaturiscono dalla lettura immersi nel grande Impero di Kublai Khan.
(dalla pagina Il Progetto)
Il sito si chiama LE CITTA’ INVISIBILI cliccate e troverete quello che cercate o no o forse molto altro…
Davvero un bellissimo progetto complimenti.
Lily Brik

Le parole – J.Saramago

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J.P.Sartre, S.De Beauvoir e B.Vian

Le parole sono buone. Le parole sono cattive. Le parole offendono. Le parole chiedono scusa. Le parole bruciano. Le parole accarezzano. Le parole sono date, scambiate, offerte, vendute e inventate. Le parole sono assenti. Alcune parole ci succhiano, non ci mollano; sono come zecche: si annidano nei libri, nei giornali, negli slogan pubblicitari, nelle didascalie dei film, nelle carte e nei cartelloni. Le parole consigliano, suggeriscono, insinuano, ordinano, impongono, segregano, eliminano. Sono melliflue o aspre. Il mondo gira sulle parole lubrificate con l’olio della pazienza. I cervelli sono pieni di parole che vivono in santa pace con le loro contrarie e nemiche. Per questo le persone fanno il contrario di quello che pensano, credendo di pensare quel che fanno. Ci sono molte parole.

E ci sono i discorsi, che sono parole accostate le une alle altre, in equilibrio instabile grazie ad una sintassi precaria, fino alla conclusione del “dissi” o “ho detto”. Con i discorsi si commemora, si inaugura, si aprono e chiudono riunioni, si lanciano cortine fumogene o si dispongono tende di velluto. Sono brindisi, orazioni, conferenze, dissertazioni. Attraveso i discorsi si trasmettono lodi, ringraziamenti, programmi e fantasie. E poi le parole dei discorsi appaiono allineate su dei fogli, dipinte con inchiostro tipografico – per questa via entrano nell’immortalità del Verbo. Accanto a Socrate, il presidente dell’assemblea affigge il discorso che ha aperto il rubinetto della fontana. E le parole scorrono fluide come il “prezioso liquido”. Scorrono interminabili, allagano il pavimento, salgono alle ginocchia, arrivano alla vita, alle spalle, al collo. E’ il diluvio universale, un coro stonato che sgorga da milioni di bocche.

La terra prosegue il suo cammino avvolta in un clamore di pazzi che gridano, che urlano, avvolta anche in un mormorio docile, sereno e conciliatore. C’è di tutto nel coro: tenori e tenori leggeri, bassi, soprani dal do di petto facile, baritoni trasbordanti, mezzocontralti. Negli intervelli, si ode il suggeritore. E tutto ciò stordisce le stelle e perturba le comunicazioni, come le tempeste solari. Perchè le parole hanno cessato di comunicare. Ogni parola è detta perchè non se ne oda un’altra. La parola, anche quando non afferma, si afferma. La parola non risponde nè domanda: accumula. La parola è l’erba fresca e verde che copre la superficie dello stagno. La parola è polvere negli occhi e occhi bucati. La parola non mostra. La parola dissimula.

Per questo urge mondare le parole perchè la semina si muti in raccolto. Perchè le parole siano strtumenti di morte – o di salvezza. Perchè la parola valga solo ciò che vale il silenzio dell’atto.

C’è anche il silenzio. Il silenzio, per definizione, è ciò che non si ode. Il silenzio ascolta, esamina, osserva, pesa e analizza. Il silenzio è fecondo. Il silenzio è terra nera e fertile, l’humus dell’essere, la tacita melodia sotto la luce solare. Cadono su di esso le parole. Tutte le parole. Quelle buone e quelle cattive. Il grano e il loglio. Ma solo il grano dà il pane.

Di questo mondo e degli altri

La terra vista da lontano… – J.Saramago

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Visto che poco tempo fa c’è stata una bellissima luna, che io purtroppo non ho visto o almeno non così gigante mi sono venuti in mente questi brevi articoli del grande Josè, contemporaneo dello sbarco sulla luna e all’epoca cronista di “A Capital”.

Due-parole-due su Di questo mondo e degli altri, che raccoglie gli articoli del sopracitato quotidiano tra gli anni 1968-69 e di “Jornal do Fundao” tra il 1971-73. Un vero scrigno di ricordi dell’infanzia (commoventi i ritratti dei nonni) osservazioni sulla società e la vita quotidiana di allora, in un paese un pò sonnacchioso; non mancano i racconti di viaggi (anche in Italia) e di avventure (stupendo l’articolo in cui Josè sogna -o no? di parlare con una scimmia su una spiaggia). Ho aggiunto infine una pagina del blog dell’autore tratto da L’ultimo quaderno, una paginetta di considerazioni a distanza di tanti anni sulla Luna, la Terra, l’Umanità. Buona lettura.

La luna che ho conosciuto

Potrebbe sembrare strano se non spendessi neppure una parola sulla luna. Che figura farei se di qui a cent’anni venisse in mente ad un eccentrico qualsiasi di disseppellire queste cronache e scoprisse la mia decisione di ignorare del tutto “il più grande evento del secolo”? Ma non sarà così. Scettico, forse, ma non indifferente. Ben venga dunque la luna, ma che sia la luna che ho conosciuto.

Anche questo accadde d’estate. Avevo combinato con degli amici di andare a passare il fine settimana con la tenda, dalle parte della laguna di Albufeira. Sono passati più vent’anni. Se la memoria non mi inganna, ervamo in quattro. Eravamo, o meglio, saremmo stati: la vigilia della partenza i compagni avevano desistito tutti. Uno di loro (me ne ricordo bene) perrchè riteneva che una notte fuori casa solo in un albergo.

Mi ritrovai dunque con lo zaino pronto -  e senza tenda, perchè il padrone non volle imprestarmela. La gente è fatta così. La situazione era per me una sfida: vado? Non vado? Mi convinse la baldanza della mia giovinezza. Partii verso sera, attraversai il fiume e mi misi in cammino, a piedi.

Quando comparvero le prime case della brughiera della Caparica, il giorno stava finendo. Presi il Pinhal d’El-Rei, detta anche Pineta delle Paure, e dopo circa due kilomentri decisi di accamparmi in una piccola radura. La notte scendeva velocemente. Tutt’intorno, i pini si fondevano in una muraglia nera, compatta come le pareti di un pozzo. Mangiai, non ricordo più cosa, stesi la coperta, misi lo zaino sotto la testa, e attesi il sonno, che tardò. Non mi sentivo bene. Tuttavia, per farla breve, il mio tremore non aveva nulla a che vedere con il freddo. Ammetto che si trattava di paura.

La gioventù però ha molte risorse. Sicchè finii per addormentarmi beatamente. Verso mezzanotte (o prima?) mi sveglia: in prossimità del mare c’era da aspettarsi che l’aria rinfrescasse, e la coperta di casa di non poteva sostituire la tenda. Mi coprii meglio che potei e mi girai sull’altro fianco. Fu allora che accadde. Sulla vetta dei pini, alla mia sinistra, posava la luna più grande che i miei occhi avessero mai visto. Gialla, con striature color sangue, era enorme, terribilmente vicina – e silenziosa. Cerco di spiegarmi. C’erano la grandezza, la vicinanza e il colore – ma c’era anche il silenzio. Rinuncio a spiegarmi. C’era il silenzio.

Era questa la luna che ho conosciuto. La storia non è nè pittoresca nè impressionante – se non per chi l’ha vissuta. Ma ognuno parli di quel che sa. Del resto, ora che gli uomini approderanno sulla luna e ci cammineranno sopra, so anche che, nossignore, la luna non perderà il suo mistero, neppure per quelli che vi andranno e che ne torneranno. Non sarà rubata ai poetie agli innamorati. Sapere che stanno lassù due uomini, o duecento, o diecimila -  toglie forse qualcosa alla profondità del chiaro di luna? Sarà meno evocativa e misteriosa la luce della luna piena che si spande sulla terra?  se da lontano vedo un’isola, una città, una montagna, il fatto che siano abitate diminuirà di un atomo la loro bellezza?

Si tranquillizzino i sognatori, i contemplativi. Anche la terra vista da lontano è, a quanto dicono, uno spettacolo di indescrivibile bellezza. E per quel che so gli occhi degli astronauti non si accorgono delle bruttezze terrestri.

Or dunque, amici miei, non perdiamo la terra, che è ancora l’unico modo per non perdere la luna.

***

Un salto nel tempo

E’ stato magnifico, senza dubbio. Una lunga notte bianca, con gli occhi incollati al rettangolo del televisore, in attesa del momento in cui sarebbe stato trasmesso il primo passo sulla luna. Ore e ore a lottare contro il sonno per non perdere l’immagine che mai si sarebbe ripetuta. Ma se la fantasia non ci fosse venuta in soccorso (quella fantasia che per migliaia e migliaia di anni anche della luna si è nutrita), forse sarebbe subentrato in ciascuno di noi un forte amaro senso di delusione: ci appariva tutto come un semplice episodio di un film di fantascienza, tecnicamente primitivo, scadente nel montaggio. Gli stessi movimenti degli atronuati avevano una flagrante somiglianza con i gesti delle marionette, come se braccia e gambe fossero tirate da fili invisibili – fili lunghissimi, tenute dalle dite dei tecnici del Centro di Houston, che, attraveso lo spazio, li facessero muovere a seconda delle necessità. Tutto cronometrato. Perfino il pericolo era incluso in uno schema. Nella più grande avventura della storia non c’è stato posto per avventure.

Ma l’amica fantasia ci è venuta in soccorso. Soprattutto in quei rapidi secondi in cui la telecamera ha spazzato il breve orizzonte lunare. Allora abbiamo sentito il nodo in gola, il panico, la paura dell’ignoto – il reale prestigio della grande incognita dello spazio. Poi, per nostro sconforto (per il mio, almeno), quello stravagante cerchio in cui sono comparsi il telefono e il profilo del presidente degli Stati Uniti. Il terribile silenzio lunare meritava molto di più che un discorso di circostanza.

E’ così che ho visto il primo allunaggio. Ma quando le immagini sono finite, non è finita la fantasia. Avevamo ancora davanti agli occhi il paesaggio arido e deserto della luna, le pietre che mai nessuna mano aveva fatto cambiare di posto, la pianura certamente coperta di polvere che mai nessun passo aveva calcato. Ed è stato allora che la fantasia mi ha aggredito in pieno. Ha deciso lei che il viaggio sulla luna non era stato un salto nello spazio, ma un salto nel tempo. Ho cercato di ragionare, ma ho desistito. Avrei saputo subito dove voleva portarmi la fantasia. Ed è stato molto semplice. Secondo lei, gli astronauti lanciati nello spazio avevano camminato lungo il filo del tempo, si erano posati di nuovo sulla terra, non la terra che conosciamo, bianca, verde, bruna e azzurra, ma la terra futura, una terra che occuperà ancora la stessa orbita, girando attorno ad un sole spento – anch’essa morta, deserta di uomini, di uccelli, di fiori, senza un sorriso, senza una parola d’amore. Un pianeta inutile, con una storia antica e senza nessuno per raccontarla.

Non sono un’eccezione. La mia morte personale è una certezza che oggi mi disturba, dopo avermi terrorizzato nell’adolescenza. Ho rivissuto quel terrore quendo gli occhi penetranti della fantasia mi hanno mostrato la morta immagine di un pianeta, dove non ci sarà nulla che mi sia appartenuto, nulla che si appartenuto all’umanità di cui sono parte. Ben poca cosa sembra la morte  individuale di fronte a questa mano del tempo che inevitabilmente spazzerà via dalla terra gli uomini e le loro opere. E se ancora sarà vivo in qualche luogo, se avrà trasferito la sua casa su un altro pianeta, questo globo resterà forse come un rimorso – di un bene che non era meritato e per ciò si è perduto.

La terrà morirà, sarà quel che oggi è la luna. Che almeno la sua storia non sia in eterno la sequela di miserie, guerre, fame e torure che è stata finora. Perchè non si cominci a dire già da oggi che l’uomo, alla fin fine, non è servito a nulla.

(Di questo mondo e degli altri, 1985 – per l’edizione italiana – Einaudi)


***

Luglio 2009 – Giorno 21 – LUNA

Quarant’anni fa non avevo ancora un televisore in casa. Lo comprai soltanto, piccolissimo, cinque anni dopo, nel 1974, per seguire le notizie di quell’altra sorta di arivo sulla Luna che fu per noi la Rivoluzione d’aprile. Feci dunque ricorso ad amici più avanzati nelle tecnologie di punta e così, bevendo forse una birra e smangiucchiando frutta secca, assistetti all’allunaggio e allo sbarco. In quel periodo mi occupavo di scrivere delle cronache sul giornale pomeridiano “A Capital”, da poco ripresosi, cronache riunite tempo dopo in un libro inttolato Di questo mondo e dell’altro. Due di questi testi lo dedicai a commentare l’impresa degli americani con un tono nè ditirambico nè scettico come non avrebbe tardato molto a divenire di moda. Li ho riletti ora per giungere alla sconsolata conclusione che alla fin fine nessun grande passo per l’umanità si è fatto e che il nostro futuro non sta nelle stelle,  ma sempre e soltanto sulla terra su cui poggiamo i piedi. Come dicevo già nella prima di quelle cronache: “Cerchiamo di non perdere la terra, che sarà ancora l’unica manier per non perdere la luna”. Nella seconda cronaca, che intitolai Un salto nel tempo, immaginando la terra futura com’è la luna adesso, cominciai scrivendo che “Tutto mi era parso come un semplice episodio di un fulm di fantascienza tecnicamente elementare. Gli stessi movimenti degli astronauti avevano una flagrante somiglianza con i gesti delle marionette, come se braccia e gambe fossero tirate da invisibili fili lunghissimi legati alle dita dei tecnici di Houston che, attraverso lo spazio, muovevano lassù i gesti necessari. Tutto era cronometrato, persino il pericoloche rientrava nello schema. Nella più grande avventura della storia non c’è stato posto per l’avventura”:

Ed è lì che l’immaginazione mi ha colto in pieno. E’stata lei a decidere che il viaggio sulla luna non era stato un salto nello spazio, ma un salto nel tempo. Secondo lei, gli astronauti, lanciati nel loro volo, si erano mossi lungo una linea temporale ed erano riatterrati sulla terra, non questa che conosciamo, bianca, verde, marrone e azzurra, ma sulla terra futura, una terra che occuperà ancora la stessa orbita, roteando intorno ad un sole spento, anch’essa morta, spopolata di uomini, di uccelli, di fiori, senza un sorriso, senza una parola d’amore. Un pianeta inutile, come una storia antica e senza nessuno che potesse raccontarla. La terra morirà, sarà come la luna oggi, dicevano per concludere. A meno che non continuerà per tutto il sempre la distesa di miserie, guerre, fame e torture che è stata fino ad ora. Perchè non si cominci a dire, sin da oggi, che l’uomo alla fin fine, non è valso la pena.

Il lettore sarà d’accordo che, nel bene e nel male, non sembra che io abbia cambiato idea in quarant’anni. Sinceramente, non so se mi dovrei felicitare o rettificare.

(da L’ultimo quaderno, Feltrinelli 2010)


(due)____________Novità

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Segnalo due novità edite da Odradek.

21 donne che hanno esplorato il mondo riuscendo, nel loro campo, a riscriverlo, studiarlo o contestarlo e per  questo hanno pagato un prezzo altissimo. A loro ed alle loro storie è dedicata questa raccolta scritta da Valeria Palumbo con le immagini di Giancarlo Montelli  che demolisce il mito del Romanticismo, delle donne devote per obbligo, per mettere in risalto l’azione come autentico talento femminile.

Per maggiori info e per ordinare il libro eccovi il LINK

 

 

 

 

 

 

[...]Questo libro, attraverso un’ampia mole di documenti in larga parte inediti, prove- niente da vari Archivi e commissioni d’inchiesta parlamentare, si concentra sulle trat- tative, gli accordi, le tensioni nazionali e internazionali relative alla questione dei criminali di guerra, cercando di evidenziare come e perché fu possibile assicurare l’impunità a centinaia di militari del regio esercito e di camicie nere dando luogo alla cosiddetta “mancata Norimberga” e all’inconsistente mito autoassolutorio degli “italiani brava gente”. [...]

Per la quarta di copertina e per ordinare il libro rimando a QUESTO LINK

Neve Profonda – E.Evtusenko

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Corro con gli sci sulla neve candida.

Corro e penso:

nella vita io che posso?

Mi esamino,

mi affliggo,

ricordo.

Che cosa so?

Proprio niente.

Corro con gli sci sulla neve candida.

Nella bella città c’è piazza Nogin.

Ora da qui la vedo.

C’è una ragazza là che vive sola

Non è

mia moglie.

E neppure è innamorata di me.

Chi ne ha colpa?…

Oh, bianco sfarfallio!

Corro.

Ansia e sollievo in me.

Profonda la neve.

Profondo il respiro.

Profondo il cielo, sul capo.

Devo andare lontano…

Scricchiate,

cari sci,

scricchiate,

e lei,

lontana,

dimentichi gli affanni.

Rinsaldi il cuore.

Compri qualcosa.

Dorma tranquilla.

Tutto andrà bene.

Ho voglia di fumare.

In due spezzo i fiammiferi.

Di fuggire da me stesso sono stanco.

Andrò a casa.

Nel convoglio surriscaldato,

infastidirò qualcuno con gli sci.

Andrò dalla ragazza sola.

Lei accantonerà tutto.

Porta le grosse trecce a ghirlanda.

Si annoiava lontano da me.

Chiederà che la baci.

“Problemi con gli sci?”

domanderà sommessa.

“No, no – risponderò – nessun problema, con gli sci”.

Ma resterò sopra pensiero…

“Un pò di tè, caro?”

“No”.

“Che cos’hai? – non capisco…

Dove sei in questo istante?”.

Scuoto la testa.

Che cosa risponderò?

Le rispondo:

“Corro con gli sci

sulla neve candida”

1955

Del nuovo che cerchi nel non nuovo e del non nuovo che cerchi nel nuovo

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Già nella vetrina della libreria hai individuato la copertina col titolo che cercavi.

Seguendo questa traccia visiva ti sei fatto largo nel negozio attraverso il fitto sbarramento dei Libri Che Non Hai Letto che ti guardavano accigliati dai banchi e dagli scaffali cercando d’intimidirti. Ma tu sai che non devi lasciarti mettere in soggezione, che tra loro s’estendono per ettari ed ettari i Libri Che Puoi Fare A Meno Di Leggere, i Libri Fatti Per Altri Usi Che La Lettura, i Libri Già Letti Senza Nemmeno Bisogno D’Aprirli In Quanto Appartenenti Alla Categoria Del Già Letto Prima Ancora D’Essere Stato Scritto.

E cosí superi la prima cinta dei baluardi e ti piomba addosso la fanteria dei Libri Che Se Tu Avessi Piú Vite Da Vivere Certamente Anche Questi Li Leggeresti Volentieri Ma Purtroppo I Giorni Che Hai Da Vivere Sono Quelli Che Sono.
Con rapida mossa li scavalchi e ti porti in mezzo alle falangi dei Libri Che Hai Intenzione Di Leggere Ma Prima Ne Dovresti Leggere Degli Altri, dei Libri Troppo Cari Che Potresti Aspettare A Comprarli Quando Saranno Rivenduti A Metà Prezzo, dei Libri Idem Come Sopra Quando Verranno Ristampati Nei Tascabili, dei Libri Che Potresti Domandare A Qualcuno Se Te Li Presta, dei Libri Che Tutti Hanno Letto Dunque E’ Quasi Come Se Li Avessi Letti Anche Tu. Sventando questi assalti, ti porti sotto le torri del fortilizio, dove fanno resistenza:

i Libri Che Da Tanto Tempo Hai In Programma Di Leggere,

i Libri Che Da Anni Cercavi Senza Trovarli,

i Libri Che Riguardano Qualcosa Di Cui Ti Occupi In Questo Momento,

i Libri Che Vuoi Avere Per Tenerli A Portata Di Mano In Ogni Evenienza,

i Libri Che Potresti Mettere Da Parte Per Leggerli Magari Quest’Estate,

i Libri Che Ti Mancano Per Affiancarli Ad Altri Libri Nel Tuo Scaffale,

i Libri Che Ti Ispirano Una Curiosità Improvvisa, Frenetica E Non Chiaramente Giustificabile.

Ecco che ti è stato possibile ridurre il numero illimitato di forze in campo a un insieme certo molto grande ma comunque calcolabile in un numero finito, anche se questo relativo sollievo ti viene insidiato dalle imboscate dei Libri Letti Tanto Tempo Fa Che Sarebbe Ora Di Rileggerli e dei Libri Che Hai Sempre Fatto Finta D’Averli Letti Mentre Sarebbe Ora Ti Decidessi A Leggerli Davvero.

Ti liberi con rapidi zig zag e penetri d’un balzo nella cittadella delle Novità Il Cui Autore O Argomento Ti Attrae.

Anche all’interno di questa roccaforte puoi praticare delle brecce tra le schiere dei difensori dividendole in Novità D’Autori O Argomenti Non Nuovi (per te o in assoluto) e Novità D’Autori O Argomenti Completamente Sconosciuti (almeno a te) e definire l’attrattiva che esse esercitano su di te in base ai tuoi desideri e bisogni di nuovo e di non nuovo (del nuovo che cerchi nel non nuovo e del non nuovo che cerchi nel nuovo).

da “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino (1979)

Ogni sangue ha la sua storia – J.Saramago

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Ogni sangue ha la sua storia.

Scorre senza mai fermarsi nell’interno labirintico del corpo e non perde l’orientamento nè il senso, arrossa improvvisamente il volto o la fa impallidire fuggendone via, irrompe bruscamente da uno squarcio della pelle, si fa strato protettivo di una ferita, allaga campi di battaglia e luoghi di tortura, si trasforma in fiume sull’asfalto di una strada. Il sangue ci guida, il sangue ci risolleva, con il sangue dormiamo e con il sangue ci svegliamo, con il sangue ci perdiamo e ci salviamo, con il sangue viviamo, con il sangue moriamo. Si fa latte e alimenta i bambini in braccio alle mamme, si fa lacrima e piange per gli assassinati, si fa rivolta e alza un pugno chiuso e un’arma. Il sangue si serve degli occhi per vedere, capire e giudicare, si serve delle mani per il lavoro e per la carezza, si serve dei piedi per andare dove il dovere lo ha mandato.

Il sangue è uomo ed è donna, si copre di lutto o di festa, si mette un fiore alla vita, e quando assume dei nomi che non sono i suoi è perchè quei nomi appartengono a tutti coloro che sono dello stesso sangue.

Il sangue conosce tanto, il sangue conosce il sangue che ha.A volte il sangue monta a cavallo e fuma la pipa, a volte guarda con occhi asciutti perchè il dolore li ha seccati, a volte sorride con una bocca da lontano e un sorriso da vicino, a vlte nasconde il viso ma lascia trasparire l’anima, a volte implora la misericordia di un muro muto e cieco, a volte è un bambino sanguinante portato in braccio, a volte disegna figure vgili sulle pareti delle case, a volte è lo sguardo fisso di queste figure, a volte lo legano, a volte si slega, a volte si fa gigantesco per arrmapicarsi sulle muraglie, a volte ribolle, a volte si calma, a volte è come un incendio che tutto infuoca, a volte è una luce quasi dolce, un sospiro, un sogno, un capo dolcemente reclinato sul sangue che gli sta accanto.

Ci sono sangui che persono quando sono freddi bruciano. Quei sangui sono eterni come la speranza.

(da L’ultimo quaderno, 19 agosto 2009, Il sangue del Chiapas)

 

 

 

________________Novità

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L’autore spagnolo, a cento anni dalla morte di Emilio Salgari,

omaggia Sandokan, Yanez e le tigri di Mompracem.

 

Le tigri tornano…più antimperialiste che mai!

 

 

 

 

________Novità

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Emanuela Valentini,

Il Cuore di Lola

 

New year, new look

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essere folli per essere chiari

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Picasso

Nel tremito d’oro, domenicale

di Valle Giulia, la nazione è calda,

silenziosa: la sua innocenza è pari

alla sua impurezza. Sembra arda

di popolare gioia, ed è una noia

irreligiosa che solare si sparge

sui floreali gessi e i gran ventagli

degli scalini. Non è questo

che l’atto in cui si sbriciola un’Italia

istituita, un anonimo ed onesto

atto di civiltà… C’è chi lo compie

tra le aiuole infuocate e il fresco.

buio che le solca dai prorompenti

pini di Villa Borghese, chi

n’è riverberato nelle pompe

festive di Piazza di Spagna e si

confonde in un brusio che trasale

intorno monotono e stupendo: qui

è più acceso il senso di un’Italia

vibrante in un’antica nota

di pace, in una morte dolce come l’aria,

dove la classe più alta regna immota.

II

E per la scalea l’anonimo, anima

senza memoria, in un corpo immiserito

da secoli di sogni umilmente umani

di borghese esperienza, ormai è mitico

in questa domenica dorata

che lo vede chiaro nel chiaro vestito.

Come d’improvviso appare ornata,

la sua vita, di mite passione,

e la sua mente (dominata

dentro il cuore dell’Istituzione

dalla sua dignità dura e servile)

come pare arda, immune testimone,

d’umile desiderio di capire…

III

La prima tela dalla scorza intensa

e ròsa, in un gemmante arabesco

quasi artigiano, dipinta con terra

e nascosto fuoco: ancora fresco

lo spirito del vecchio anteguerra

vi mescola scandalo e festa,

l’abnorme del pensiero e il puro della

tecnica, e ardente e affumicata

la superficie i suoi toni inanella,

ceree corolle su zolla disseccata.

Insegna della Francia più alta,

quando il tramonto pareva un’infuocata

alba, e la disperazione espanta

pena del creare, e il frantumarsi

del secolo un suo disegno araldico.

IV

Ma già gli spumeggianti e crudi figli

in nuvole di biancore, in acciarini

contorni, con purezza di gigli

e carnalità di cuccioli ferini,

delineano pur nel lume di un’idea

degna di Velásquez, pur nelle trine,

l’eccesso di espressione che li crea.

V

L’espressione che sul pelo affiora

del quadro, come da intimità viscerali,

infetta di bruciante disamore,

e ne squassa la squama di tonali

dolcezze, che, se resiste, e anzi

irrigidisce, è per materiali,

inebbrianti cagli. Ma tra i balzi

graffianti del pennello, la zona

di quasi prativa luce, gli sfarzi

dei disaccordi, ecco l’Espressione:

che s’incolla alla cornea e al cuore,

irrichiesta, pura, cieca passione,

cieca manualità, impudico gonfiore

dei sensi, e, dei sensi, tersa noia.

A nient’altro che a questo ateo furore

poteva, nella cadente Francia, Goya

cedere la sua violenza. Qui, a esprimersi,

sono pura angoscia e pura gioia.

VI

Dentro l’ordinata processione,

orda del sentire e del fare,

non del credere, paesaggi, persone

sono scheletri in cui corporeo appare

il loro perduto essere oggetti:

esprimerli è esprimerne il male.

La civetta patrizia con sul petto

un avido verde o un viola che altro

senso non ha che infiammare se stesso,

o nell’occhio uno sgorbio, folle e scaltro,

a tradire; i fiori che s’incarnano

a un feto o una seggiola e uno smalto

di toni che li incera nel composto

ingranaggio; le spiagge dove gongola

la gioia di un cadaverico agosto,

in cui l’inventare ha una mongola,

monumentale libertà che nulla costa,

una brutale libertà che il mondo

trasfigura per l’ignota forza

che ha il vizio, che ha la voluttà

dell’esibirsi: tutto porta

ad una calma furia di limpidità.

VII

Quanta gioia in questa furia di capire!

In questo esprimersi che rende

alla luce, come materia empirea,

la nostra confusione, che distende

in caste superfici i nostri affetti

offuscati! La chiarezza che ne accende

le forme interne, li fa nuovi oggetti,

veri oggetti, né conta, anzi è coraggio,

benché delirante, che si rifletta

in essi l’onta dell’uomo che appannaggio

fa dell’Uomo, l’onta dell’uomo più

recente, questo, questo che con saggio

calore guarda evidenziata salire su

nelle atroci lastre la figura

di se stesso, la sua colpa, la sua

storia. Vede ridotte alla furia oscura

del sesso le esaltanti repressioni

della Chiesa, e dispogliata in pura

chiarezza d’arte la chiara ragione

liberale; vede celebrata

in riverberanti figurazioni

la decadenza della snervata

borghesia ancora avida nel miope

rimpianto e nel cinismo…

Ma che lietezza profonda e quieta

nel capire anche il male; che infinita

esultanza, che vereconda festa,

nell’accorata sete di chiarezza,

nell’intelligenza, che compiuta attesta

la nostra storia nella nostra impurezza.

VIII

Poi ecco, colmo, l’errore di Picasso:

esposto sopra le grandi superfici

che ne spalancano in pareti la bassa,

fittile idea, il puro capriccio,

arioso, di gigantesca e grassa

espressività. Egli – tra i nemici

della classe che specchia, il più crudele,

fin che restavi dentro il tempo d’essa

- nemico per furore e per babelica

anarchia, carie necessaria – esce

tra il popolo e dà in un tempo inesistente:

finto coi mezzi della vecchia stessa

sua fantasia. Ah, non è nel sentimento

del popolo questa sua spietata Pace,

quest’idillio di bianchi uranghi. Assente

è da qui il popolo: il cui brusio tace

in queste tele, in queste sale, quanto

fuori esplode felice per le placide

strade festive, in un comune canto

ch’empie rioni e cieli, borghi e valli,

lungo l’Italia, fino all’Alpi, spanto

per declivi falciati e gialli

frumenti – nei paesi della smarrita

Europa – dove ripete i balli

e i cori antichi nell’antica

aria domenicale Ed è, l’errore,

in questa assenza. La via d’uscita

verso l’eterno non è in quest’amore

voluto e prematuro. Nel restare

dentro l’inferno con marmorea

volontà di capirlo, è da cercare

la salvezza. Una società

designata a perdersi è fatale

che si perda: una persona mai.

IX

Sfortunati decenni così vivi

da non poter essere vissuti

se non con un’ansia che li privi

di ogni quieta conoscenza, con l’inutile

dolore di assisterne la perdita

nella troppa prossimità… Muti

decenni, di un secolo ancor verde,

e bruciato dalla rabbia dell’azione

non trascinante ad altro che a disperdere

nel suo fuoco ogni luce di Passione.

Le ultime stanze gremisce la pura

paura espressa in cristalline zone

d’infantile e senile cinismo: scura

e abbagliata l’Europa vi proietta

i suoi interni paesaggi. E matura

qui, se più trasparente vi si specchia,

la luce della tempesta; i carnami

di Buchenwald, la periferia infetta

delle città incendiate, i cupi camions

delle caserme dei fascismi, i bianchi

terrazzi delle coste, nelle mani

di questo zingaro, si fanno infamanti

feste, angelici cori di carogne:

testimonianza che dei doloranti.

nostri anni può la vergogna

esprimere il pudore, tramandare

l’angoscia l’allegrezza: che bisogna

essere folli per essere chiari

Da Le ceneri di Gramsci 1953

La fantasia è un posto in cui ci piove dentro

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A 25 anni (il 19 settembre) dalla sua morte raccolgo i miei pochi articoli dedicatigli (sempre pochi per lui).

Buona lettura o ri-lettura.

Da Le città invisibili: Tamara, Eufemia, Zaira, Bauci, Leonia, Anastasia, Dorotea, Isidora.

Dai bellissimi diari di Italo: Diario del Middle West, Diario newyorkese, Diario americano

Poi,  per divertirci un pò, una serie di: Calvinite (nota biografica dell’autore su se stesso)

e Calvinate (intervista lunga a Calvino)

Per concludere ecco le Lezioni americane e l’introduzione a Perchè leggere i classici

Calvino e...Silvana Mangano


da Mikrokosmos

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A.A.A abile insenescente insensibilissimo (quasi) al piacere (non al dolore, anzi,
ahimè, ahiahiahiahi) offresi:

mi offro per essere leccato berliccato (come
un gelato); e poi per essere succhiato salivato, rimacinato mugolato,
e riciclato: e pompato (e spompato):

(come nuovo, ma usato: d’occasione):

scrivimi fermo posta, tu, raccomandata referenziata):

addì 9 settembre, da Pistoia:

da Cataletto, 1981

***

la triste, l’incostante, l’aggressiva, la morta; (quella che fu il mio tropico
del Cancro; e l’altra, che fu il mio anello di saturno): la contegnosa,
la spaiata, la matta:

me le voglio qui tutte, adesso, insieme, a mangiarmi
i miei polsi aperti, la mia lurida lingua, le mie docili dita, il mio fegato
fragile: (e il mio cuore, è l’usanza, fatto a pezzi): (e il mio cervello
già raggrinzito, e il mio ormai tenero sesso):

Tutto il resto è per te,
l’ultima, in cucina:
l’affaticata, la nervosa, la superstiziosa, la morbida:

da Scartabello, 1980

***

vengo, con la presente, a te, per chiederti formalmente di esentarmi dall’urgenza
dal comunicare, con te, per telefono: (io non posso battere zuccate disperate,
contro il primo muro che mi trovo a disposizione, ogni volta, capirai,
appena mollo giù il ricevitore):

(perchè, mia diletta, io non saprò mai
separare, stralciandole, le tue parole, a parte, dai tuoi gomiti, dai tuoi alluci,
dalle tue natiche, da tutta te); (da tutto me);

da Scartabello

***

se d’amore si muore, siamo morti noi:
siamo un romanzo d’appendice in atto: (anzi,
siamo un romanzo nazional-popolare, ma calibraticamente camuffato da romanzetto rosa): (anzi,
siamo un romanzo osè): (un rosè): (anzi, una coppia di vegeti, di vegetanti vecchietti,
torchiati nel torpido torchio delle nozze d’argento): (a un passo, a un pelo, appena,
da un romanzo nero): (siamo un romanzo rosso, quasi): e noi facciamo, parliamoci chiaro,
pena piena, e pietà

comunico le coordinate necessarie; torno da Como, è il 26
settembre, sono le 21,37, ho chiesto il conto al ristorante, prenderò il rapido
delle 21,50, e ti ho capito: è tutto:

perchè, per te, per me, non è possibile
sopportarla più oltre, questa ambivalenza insolubile, nel vino della vita che viviamo:

questa vita, anzi: (la vita): (annacquata, innacquata): e se ti dico e se ti scrivo che
non sono altro che un contemporaneo, a capirmi, a capirci, se va bene, abbiamo, in tutto
e per tutto, il 25% dei nostri eredi naturali, allo stato attuale delle cose:
così, con tanti auguri, ti aggiungo, poi, che noi

se d’amore si vive, siamo vivi:

da Stracciafoglio, 1977-79

La poesia non è una cosa morta,

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ma vive una vita clandestina.

Addio ad un grande genio della parola.

_______________Novità

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Goliarda Sapienza,

Io e Jean Gabin

Einaudi

Novità

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ALTAI – Il nuovo romanzo di Wu Ming

Sul futurismo – dal blog di Paolo Nori

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Paolo Nori è un ottimo studioso di letteratura e avanguardie russe
(oltre che un favoloso narratore di storie).

Questo è l’inizio di un intervento al MiTo – Festival della Musica
che si è svolto recentemente a Torino.

Per avere delle idee chiare nell’inutile quanto scarno centenario
italiano del Manifesto futurista.

Buona lettura.

I futuristi russi, o cubofuturisti, all’inizio non si chiamavano futuristi russi. Cioè, in Russia, non si chiamano neanche adesso futuristi russi, si chiamano futuristi e basta, o cubofuturisti, ma allora, quando han cominciato, si chiamavano all’inizio Gilejani, da Gileja, regione della Crimea dove i fratelli Burljuk avevano casa, e poi, dopo un po’, budetljani, parola inventata da Chelbnikov che è stata tradotta come Futuriani, o come Uomini del futuro, e che potrebbe forse voler anche dire Quelli che sono quel che saranno. Han cominciato a chiamarsi futuristi solo nel 1913, tre anni dopo la loro prima uscita comune, un almanacco intitolato La trappola dei giudici, stampato sul retro della carta da parati nel 1910, del quale circolarono in tutto una ventina di copie, perché l’editore, David Burljuk, non aveva i soldi per pagare il tipografo, e il tipografo mandò al macero la maggior parte delle 400 copie stampate, Burljuk riuscì a salvarne solo una ventina, che sono oggi una rarità bibliogrfica, io ne ho avuta tra le mani la copia della biblioteca pubblica di San Pietroburgo, a me è sembrata bellissima, refusi compresi.

I futuristi russi, all’inizio, avevano nei confronti del futurismo un’atteggiamento non proprio amichevole. In uno dei loro primi manifesti si legge Ma cosa vogliono questi futuristi? Ma chi si pensano di essere? Considerazioni che non riguardano, probabilmente, i futuristi italiani, ma gli egofuturisti, che è tutta un’altra cosa, un’altra parrocchia, verrebbe da dire, o un’altra religione, se si considerano alcuni testi egofuturisti come il poema di Olimpov del 1913 intitolato Il fenomenale geniale poema Teoman del grande poeta mondiale Konstantin Olimpov, poema che ebbe una scarsa circolazione perché venne sequestrato pochi giorni dopo l’uscita porbabilmente perché il poeta si autoidentificava con Dio.

Vladimir Markov, nella sua Storia del futurismo russo, ricorda la prima volta che un futursita russo ha menzionato il futurismo italiano:

Un fatto interessante, scrive Markov è che David Burljuk nel corso di una conferenza tenuta a Mosca nel mese di gennaio del 1912, menzionò pubblicamente per la prima volta il futurismo italiano. Pur non sapendo pressoché nulla a quel tempo sul futurismo italiano, e non avendo visto un solo quadro dei futuristi itlaiani, Burljuk li accusò di sacrificare i principi dell’arte a favore della letteratura.

Qualche mese dopo, nel 1913, è proprio il pittore David Burljuk, che si può considerare il principale responsabile e attivista del fenomeno cubofuturista, che sceglie per il Gilejani il nome di cubofuturisti, nome col quale i Gilejani si presentarono in pubblico con l’almanacco La luna crepata, uscito apunto nel 1913. Da allora, i futuristi russi si sono molto preoccupati di essere considerati i primi futuristi al mondo, retrodatando la propria nascita fino al momento in cui avevano cominiato a lavoarare alla Trappola dei giudici (fine del 1909), e poi, siccome non bastava, fino alle prime pubblicazioni letterarie di Velimir Chelbinikov, che era considerato, allora, il capofila del movimento (un futurismo russo senza Chlebnikov era come un bolscevismo senza Lenin, scrive Markov).

Le tecniche, come dire, di marketing, di Burljuk, sono, rilette oggi, abbastanza fantasiose. Sembra sia stato lui a organizzare le lunghe tournée spettacolo della compagnia dei futuristi per tutta la Russia, e sembra che in ogni città in cui scendevano, Burljuik pagasse dei bambini che andavano in giro a gridare Arrivano i futristi, Arrivano i futuristi. E che una volta, a Rostov sul Don, i bambini, che avevano capito male, andarono in giro a gridare Arrivano i futbolisty, arrivano i futbolisty. Che tradotto sarebbe: Arrivano i calciatori, arrivano i calciatori.

(Fonte: Blog di Paolo Nori)

Intermezzo per ridere

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world

Ultimamente mi capita di leggere L’Espresso perchè “seguo” la raccolta degli Short Tales (anche se non è perfettamente corretto, diciamo spio, rubacchio, dò un’occhiata, leggo): i racconti brevi con testo originale a fronte che il settimanale sta proponendo. Nonostante l’inutilità (sono usciti già 17 racconti, quindi che segnalazione è? ma ormai è chiara la mia propensione per i voli pindarici tra passato e presente) apro una piccola parentesi sulla qualità dignitosa che hanno questi libelli. Sono quasi tutti miei (nostri, vostri, loro) compagni di infanzia, personalmente coloro che mi hanno “iniziato” alla lettura e alla letteratura. E allora:

Il diario di Adamo ed Eva di Mark Twain: raccontino vagamente misogino e pieno di stereotipi sessisti dell’epoca (il racconto è stato pubblicato nel 1906) ma molto divertente soprattutto nello stile e nei giochi di parole. La parte di Adamo l’ho trovata esilarante.

e ancora di Jerome Klapka Jerome, L’anima di Nicholas Snyders e Lo scherzo del filosofo.

(più intrigante il secondo racconto dove in una cena di commensali partecipa il fantasma del filosofo Kant)

Jack London, Il messicano: “Non lasciarti impressionare…e ricorda le istruzioni. Devi resistere. Non rimanere a terra. Se rimani a terra abbiamo istruzioni di riempirti di botte negli spogliatoi. Chiaro? Devi lottare”. Un London come al solito strepitoso e autobiografico.

Herman Melville, Il tavolo di melo: ancora devo leggerlo ma anche lui come gli altri va nella categoria Libri dell’infanzia

Jane Austen, Amore e amicizia: scritto a sedici anni questo raccontino mette alla sbarra la società borghese e la sua letteratura, utilizzando per di più quello stile melenso e formale della cultura inglese come arma contro i benpensanti (agli albori del femminismo insomma).

Charles Dickens, La casa dei fantasmi: anche questo ancora da leggere ma sulla fiducia…

Joseph Conrad, L’informatore: ricca di intrighi la storia che racconta Conrad riguardo la vita dell’anarchico Sevrin e la storia d’amore tra il protagonista e una ragazza di buona famiglia.

Insomma eccovi l’assaggio.

E ora il succo del mio post (anomalo direi)

Sfogliando L’Espresso incappo ieri in questo box minuscolo a fondo pagina. A me ha fatto proprio ridere. Ma voglio precisare che non sono una “fan” di Obama divertita. Sono una comunista che ride (amaramente ovvio) sulle sorti del socialismo..vero, presunto, virtuale.

Socialisti per ridere.

A Cortina l’ex ministro degli Esteri de Michelis discute del disegno politico di Barak Obama:
“Certo, definirlo neo-socialista mi fa un po’ ridere”.

Udito un signore tra il pubblico:
“Giustissimo. Però anche definire socialista De Michelis mi ha sempre fatto ridere”.

Da L’Espresso 3 settembre 2009.

Come una luna nell’acqua – I LIBRI DEGLI ALTRI -

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woman_manTocco la tua bocca, con un dito tocco l’orlo della tua bocca, la sto disegnando come se uscisse dalle mie mani, come se per la prima volta la tua bocca si schiudesse, e mi basta chiudere gli occhi per disfare tutto e ricominciare, ogni volta faccio nascere la bocca che desidero, la bocca che la mia mano sceglie e ti disegna in volto, una bocca scelta fra tutte, con sovrana libertà scelta da me per disegnarla con la mia mano sul tuo volto, e che per un caso che non cerco di capire coincide esattamente con la tua bocca che sorride sotto quella che la mia mano ti disegna.

Mi guardi, mi guardi da vicino, ogni volta più vicino e allora giochiamo al ciclope, ci guardiamo ogni volta più da vicino e gli occhi ingrandiscono, si avvicinano fra loro, si sovrappongono e i ciclopi si guardano, respirando confusi, le bocche si incontrano e lottano tepidamente, mordendosi  con le labbra, appoggiando appena la lingua sui denti, giocando entro i loro recinti dove un’aria pesante va e viene con un profumo vecchio e un silenzio. Allora le mie mani cercano di affondare nei tuoi capelli, carezzare lentamente la profondità dei tuoi capelli mentre ci bacaiamo come se avessimo la bocca piena di fiori o di pesci, di movimenti vivi, di fragranza oscura. E se ci mordiamo il dolore è dolce, se ci soffochiamo in un breve e terribile assorbire simultaneo del respiro, questa istantanea morte è bella. E c’è  una sola saliva e un solo sapore di frutta matura, e io ti sento tremare stretta a me come una luna nell’acqua.

Da Il gioco del mondo di J. Cortazar

Un pezzo più dolce non potevo trovarlo.

Gnòsi delle Fànfole – I LIBRI DEGLI ALTRI

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Un esempio di poesia metasemantica.
Per sapere di più sull’autore Fosco Maraini consiglio il suo SITO.

Per qualche nozione sulla metasemantica e per un’altra fànfola vi linko la voce di Wikipedia

(piccola parentesi: le note sono state curate da Maro Marcellini. Sono molto utili e spassose e vale la pena trascriverle tutte.)

Sarebbe opportuno, anzi direi sarebbe addirittura canonico, presentarsi con un piccolo preambolo teorico. Signori, potrei dire, eccovi alcuni esperimenti di poesia metasemantica.
Ora mi spiegherò. Per millenni il procedimento principe seguito nella formazione e nell’arricchimento del patrimonio linguistico è stato questo: dinanzi a cose, eventi, emozioni, pensieri nuovi, o ritenuti tali, trovare suoni che dessero loro foneticamente corpo e vita, che li rendessero moneta del discorso.
A tale intento, in genere, servivano suoni che già venivano impiegati per significati consimili. Inventi il cannocchiale e sommi canna con occhiale […], talvolta serve il nome d’una persona (siluetta, besciamella), tal altra il nome d’un luogo (pistola, baionetta) […]. Nella poesia, o meglio nel linguaggio metasemantico, avviene proprio il contrario. Proponi dei suoni e attendi che il tuo patrimonio d’esperienze interiori, magari il tuo subconscio, dia loro significati, valori emotivi, profondità e bellezze. È dunque la parola come musica e come scintilla”
(F.Maraini)


Il giorno ad urlapicchio

Ci sono giorni smègi e lombidiosi [1]

col cielo dagro e un fònzero gongruto[2]

ci son meriggi gnàlidi budriosi[3]

che plògidan sul mondo infrangelluto[4],

ma oggi è un giorno a zìmpagi e zirlecchi[5]

un giorno tutto gnacchi e timparlini[6],

le nuvole buzzìllano, i bernecchi[7]

ludèrchiano coi fèrnagi tra i pini[8];

è un giorno per le vànvere, un festicchio

un giorno carmidioso e prodigiero[9],

è il giorno a cantileni, ad urlapicchio[10]

in cui m’hai detto “t’amo per davvero”.


[1] …smègi: come dice il protagonista de La citta morta di D’Annunzio: “Un giorno smegio mi donasti i baci”; lombidiosi: pieni di appuntamenti e di opportunità ma non sempre favorevoli. Classico giorno lombidioso fu il 15 marzo del 44 a.c (le Idi). Proprio quel giorno Caio Giulio Cesare venne raggiunto da ben 23 sorprese, a mezzo pugnale, che posero fine ad ogni suo cruccio.

[2] …fònzero gongruto: vento di scirocco umido e attaccaticcio. Quando soffia per lunghi periodi le vesti della gente si trasformano in carta moschicida e le forme di pecorino si squagliano come la ceralacca vicino al fuoco.

[3] … ci son meriggi gnàlidi: i classici pomeriggi dell’isola di Giava adatti alla coltivazione di riso, canna da zucchero e tabacco. Per la coltivazione del cocomero invece, sono più adatti i meriggi mànfani del golfo di Taranto.

…budriosi: con sole o senza sole: a piacere.

[4] … infrangelluto: espressione napoletana che significa “infastidito, scaglionato”. Il femminile “infrangelluta” descrive perfettamente quella dolorosa espressione che assumono alcuni politici quando vengono trovati alle elezioni: “poverello…mò vedrai che faccia infrangelluta ci viene a Don Raffaele”.

[5] … zìmpagi e zirlecchi: ambedue le espressioni vengono dal più puro dialetto milanese. Mentre zimpagi sta per “spinte, pigiature”(es.: el muturìn  del Gianni el va minga senza zimpagi), zirlecchi significa “saltelli, ballonzolii” (es.: el stradun che portava a Rogoredo l’era tucc un bus e inscì el furgùn faceva nà sfilada de zirlecchi).

[6] … gnacchi e timparlini: mutuati dall’antico sassone (ted. Gnakken und thimparlen). Ancora oggi in Germania gli gnacchi e i timparlini sono quei ciondoli che adornano la coda degli aquiloni o le ruote in cime al palo della cuccagna (Cfr. F.M.T Trabuchk, Spielen mit die Karussel, Archibildung, Bonn, 1955). In questo caso il poeta usa metaforicamente tali vocaboli per significare gaiezza, giovialità e speranza nel domani.

[7] …le nuvole buzzillano: quando non tira vento forte e quando la temperatura e tra i 16 e i 19 gradi centigradi. Se cala il vento e la temperatura scende, smettono.

…bernecchi: ginnaocefali, passeracei, dentilostri color ruggine dal capo quasi nudo (scient. Giainocephalus campus) che muggiscono come i vitelli. Vivevano solo in Brasile ma migrarono a seguito del calciatore Socrates (Fiorentina football club). Luderchiano coi fernagi.

[8] …fèrnagi: pettirossi, passeracei di sinistra (scient. Sylvia Nubecola). Vivono sui pini e luderchiano coi bernecchi.

[9] …giorno carmidioso e prodigiero: come ha spiegato molte volte il colonnello (poi generale), che leggeva le previsioni del tempo alla televisione, i giorni si dividono in “carmidiosi” e “prodigieri”. I primi iniziano col cielo sereno e finiscono con cielo nuvoloso, i secondi iniziano con il cielo nuvoloso e finiscono con il cielo sereno. Da ciò è facile dedurre che il giorno qui descritto dal poeta è iniziato con il cielo sereno, è diventato nuvoloso verso mezzogiorno poi, nel pomeriggio, si è ulteriormente rannuvolato rasserenatosi verso la fine della giornata.

[10] …ad urlapicchio: quando le nuvole buzzillano e i bernecchi luderchiano coi fernagi; quando tutto è carmidioso e prodigiero; quando lei vi ama…

Le pietre rare

Ahi quant’è bello il Dròspide gidioso[1]

coi drighi e gli sgamucci agariscenti![2]

Ed amo lo Sbifernio e il crapidioso[3]

Agglàrice coi fìnfoli raggenti.[4]

Hai visto forse un Drufo abbestonato?[5]

O i Mògidi far luce in festalìa?

Hai visto Squiridio, un biforcato

Coterbàlo che incanta e tantalìa?[6]

Per te io voglio un Gèfide bugizio[7]

agghindorato in Plònice  bardiero[8],

sarà cogli occhi tuoi un lucipizio;

m’alluscherai dal fondo del mistero[9].


[1] …il Dròspide: la pietra preziosa preferita da Cleopatra (69-30 a.c.).
Si narra che la fascinosa regina d’Egitto per impadronirsi di un Dròspide grande quanto un uovo di faraona (nel senso di gallina), fece uccidere il giovane fratello-sposo Tolomeo XIV.

…gidioso: che sprizza gidie (colori), iridescente.

[2] …drighi: minuscole venature.

…sgamucci agariscenti: sfaccettature che riverberano la luce e rendono multicolore la pietra. Sgamuccio significa anche: trucco, inghippo (es. “Quello che vince alle carte perché conosce mille sgamucci”)

[3] …Sbifernio: quarzo diafano di colore violetto con macchie granellose dello stesso colore, ma più chiare. La regina Elisabetta II d’Inghilterra possiede una collana con ben trecento Sbiferni incastonati e un solitario di 32 carati.

[4] …Agglàrice: pietra costituita da un fluosilicato di alluminio di colore giallo delicato con venature celesti. Tagliato a sbalzo diviene ancora più lucente (crapidioso) e acquista intensità di colore. È la pietra preferita dallo scrittore Aldo Busi che ne possiede moltissimi, montati su preziosi orecchini d’oro bianco.

…coi fìnfoli raggenti: coi riflessi scintillanti. N.B: fìnfoli (sing. fìnfolo = riflesso) deriva da un vocabolo dialettale ciociaro (es.: “Sto’ rincojonito vorebbe angora guidà la machina ma nun tiene li fìnfoli prondi come ‘na vorta”).

[5] …un Drufo abbestonato?: se magistralmente abbestonato da mani esperte in montature d’argento e d’oro, il Drufo è stupefacente, strabiliante! Nessuno può rimanere insensibili davanti a tanta bellezza.

[6] …uno Squiridio: sempre una gran bella pietra, ma niente a che vedere con il Drufo. Sarebbecome paragonare una passeggiatina sotto casa alla Marcialonga.

…Coterbàlo: è un silicato dello zirconio che fa una gran figura, specialmente quello biforcato (bicolore con striature multiple), ma ultimamente è passato di moda. Oggi viene usato esclusivamente da maghi e fattucchiere per gli incantesimi e i tantali ovvero la fatture di magia bianca che riavvicinano i coniugi.

[7] …un Gèfide bugizio: il Gèfide è la specie più rara del diamante (adamas, adamantis) perché durante la cristallizzazione del carbonio nel sistema monometrico acquista una luminosità cangiante inversamente proporzionale alla luce dell’ambiente in cui si trova. Ne esistono di due colori: celeste (sidiale) e giallo (bugizio). Anticamente il diamante era venerato da alcuni popoli della terra, oggi da tutti!

[8] …agghindorato in Plònice bardiero: che è il  massimo della ricercatezza. Una raffinatezza da esperti (cfr. L’arte d’agghindorare, Pina Sotis, Tremese Editore, Mondovì, 1992).

[9] …m’alluscherai: è vero che allascare è azione eminentemente femminile ma risulta strano che il poeta usi tale termine nella chiusura di questi squisiti versi.  Forse l’intento è quello di rendere più pungente (e svelato) il concetto finale? Questo popolaresco modo di dire ricorda i dialoghi di certi film interpretati dal grande Alberto Sordi: “Aho!guarda che se m’alluschi n’antro poco te zompo addosso…”

Perchè leggere i classici – Italo Calvino

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Sono OLTREMODO affezionata a Calvino.
Nel 1981 scrive per “L’Espresso” un articolo intitolato Italiani, vi esorto a leggere i classici. Eccovelo tagliato alla buona, giusto per farsi un’idea…

Cominciamo con qualche proposta di definizione.

1. I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito: “Sto rileggendo…”
e mai “Sto leggendo…”

Il prefisso interativo davanti al verbo “leggere” può essere una piccola ipocrisia da parte di quanti si vergognano d’ammettere di non aver letto un libro famoso. Per rassicurarli basterà osservare che per vaste che possano essere le letture “di formazione” d’un individuo, resta sempre un numero enorme d’opere fondamentali che uno non ha letto.

2. Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza  non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli.

3. I classici sono libri che esercitano un’influenza particolare sia quando s’impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale.

La biblioteca di Giacomo Leopardi

La biblioteca di Giacomo Leopardi

4. D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima.

5. D’un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura.

6. Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.

7. I classici sono quei libri che ci arrivano portando su di sè la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sè la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato (o più semplicemente nel linguaggio o nel costume).

La lettura di un classico deve darci qualche sorpresa, in rapporto all’immagine che ne avevamo. Per questo non si raccomanderà mai abbastanza la lettura diretta dei testi originali scansando il più possibile bibliografia critica, commenti, interpretazioni. La scuola e l’università dovrebbero servire a far capire che nessun libro che parla d’un libro dice di più del libro in questione; invece fanno di tutto per far credere il contrario.

8. Un classico è un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sè, ma continuamente se li scrolla di dosso.

9. I classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli  per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti.

Naturalmente questo avviene quando un classico “funziona” come tale, cioè stabilisce un rapporto personale con chi lo legge. Se la scintilla non scocca, niente da fare: non si leggono i classici per dovere o per rispetto, ma solo per amore.

10. Chiamasi classico un libro che si configura come equivalente dell’universo, al pari degli antichi talismani.

Con  questa defnizione ci si avvicina all’idea di libro totale, come lo sognava Mallarmè. Ma un classico può stabilire un rapporto altrettanto forte d’opposizione, d’antitesi. Tutto quello che Jean-Jacques Rousseau pensa e fa mi sta a cuore, ma tutto m’ispira un incoercibile desiderio di contraddirlo, di criticarlo, di litigare con lui.

11. Il “tuo” classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui.

12. Un classico è un libro che viene prima di altri classici ; ma chi ha letto prima gli altri e poi legge quello, riconosce subito il suo posto nella genealogia.

L’attualità può essere banale e mortificante, ma è pur sempre un punto  in cui situarci per guardare in avanti o indietro. Per poter leggere i classici si deve pure stabilire “da dove” li stai leggendo, altrimenti sia il libro che il lettore si perdono in una nuvola senza tempo.

13. E’ classico tutto ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno.

14. E’ classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona.

Non resta che inventarci ognuno una biblioteca ideale dei nostri classici; e direi che ssa dovrebbe comprendere per metà libri che abbiamo letto e che hanno contao per noi, e per metà libri che ci proponiamo di leggere e presupponiamo possano contare. Lasciando una sezione di posti vuoti per le sorprese, le scoperte occasionali.

Ora dovrei riscrivere tutto l’articolo facendo risultare ben chiaro che i classici servono a capire chi siamo e dove siamo arrivati e perciò gli italiani sono indispensabili proprio per confrontarli con gli stranieri, e gli stranieri sono indispensabili proprio per confrontarli agli italiani.
poi dovrei riscriverlo ancora una volta perchè non si creda che i classici vanno letti perchè “servono” a qualcosa. La ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici.
E se qualcuno obietta che non val la pena di fa tanta fatica, citerò Cioran (non un classico, almeno per ora, ma un pensatore contemporaneo che solo ora si comincia a tradurre in Italia):

“Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto.
- A cosa ti servirà? –  gli fu chiesto.
- A sapere quest’aria prima di morire -”

in Perchè leggere i classici, Italo Calvino, 1991

Esercizi di stile – I libri degli altri

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Parole composte

In una trafficora mi buspiattavo comultitudinariamente in un nuovo spaziotempo luteziomeridiano coitinerando con un lungicollo floscincappucciato e nastrocordicellone, il quale appellava un tiziocaiosempronio altavociando che lo piedipremesse. Poscia si rapidosedilizzò. In una posteroeventualità lo rividi stazioncellonlazzarizzante con un caiotizio impertinentementenunciante l’esigenza di una bottonelevazione paltosupplementante. E gli perchè percomava.

La mia prima foto di un cane che venne pubblicata, fu scattata nel 1946. Non rammento le circostanze o quello che avevo in testa. Probabilmente nulla di speciale.(E.Erwitt))
La mia prima foto di un cane che venne pubblicata, fu scattata nel 1946. Non rammento le circostanze o quello che avevo in testa. Probabilmente nulla di speciale.(E.Erwitt))

Distinguo

Un bel dì sul torpedone (non la torre col pedone) scorsi (ma non preteriti) un tipo (non uhn carattere a stampa) ovvero un giovinotto (che non era un sette da poco cresciuto), munito (sì, ma non scimunito) di un cappello incoronato (non incornato) da un gallone (non di birra), e con un linghissimo collo (non postale). Costui si mette ad apostrofare (ma non a virgolettare) un passeggero (a cui però non vende almanacchi) e lo accusa (anche se non è un  dolore) di pestargli i piedi (non del verso) ad ogni fermata (che non è una ragazza caduta in una retata).
Poi la smette di protestare (ma le cambiali non c’entrano) e si lancia (non motovedetta) su di un posto libero (che non è in alternativa al posto dello stopper).
Due ore dopo lo ritrovo (non nel senso di club) alla stazione Saint Lazare (che non è il luogo per appestati), dove una tale (che non è un racconto inlgese) gli dà il consilgio (non d’amministrazione) di soprelevare (senza bisogno di permessi edilizi) un bottone (ma non nel senso di un enorme contenitore di frassino per liquidi fermentati).

Sylvia Plath, Contusione

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Il colore affluisce nel punto, viola opaco.
Il resto del corpo è slavato,
colore di perla.

In un pozzo di roccia
il mare succhia ossessivo,
una cavità perno di tutto il mare.

Grande come una mosca,
il segno fatale
striscia giù per il muro.

Il cuore si chiude,
il mare rifluisce,
gli specchi sono velati.

(Da Poesie 1963)

Coincidenze

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viki_palmer04

Triste è il mio cuore
più pace non ho
nè mai ritrovarla
in terra potrò.

Nel suo desiderio
divampa il mio petto
potessi qui averlo
tra le braccia stretto.

Potessi baciarlo
fin quasi a sfinire
e con i suoi baci
felice morire.


Si chiama La stanza di Margherita questo pezzo tratto dalla prima parte del Faust di Goethe. Inevitabile per me il rimando a Bulgakov e non solo per il fatal nome: Margherita. Quanto soprattutto per via della citazione con la quale Bulgakov inizia il romanzo appunto Il Maestro e Margherita:

“Dunque tu chi sei?”
“Una parte di quella forza
che vuole costantemente il Male
e opera costantemente il Bene”

L’eterno rifiugio – M. Bulgakov

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master

Una parte di quella forza che vuole il Male e opera costantemente il Bene

“Perchè – proseguì Woland convincente e dolce – Oh, tre volte romantico Maestro, possibile che lei non voglia di giorno passeggiare con la sua compagna sotto i ciliegi che cominciano a fiorire, e di sera ascoltare la musica di Schubert? Possibile che non provi piacere a scrivere alla luce delle candele con una penna d’oca? Possibile che lei non voglia, come Faust, starsene su una storta nella speranza che le riesca di modellare un nuovo homunculus? Là, là! Là vi aspetta una casa e vecchio servo, le candele sono già accese, ma presto si spegneranno perchè incontrerete immediatamente l’alba. Per questa strada, Maestro, per questa strada! Addio, per me è ora!”
“Addio!” – con un sol grido risposero a Woland, Margherita e il Maestro. Allora il nero Woland, senza badare a strada alcuna, si gettò nel precipizio e dietro di lui, tumultuando, si slanciò il suo seguito. Intorno non c’erano più nè rocce, nè il ripiano, nè la strada illuminata dalla luna, nè Jerushalajim. Erano scomparsi anche i neri cavalli. Il Maestro e Margherita videro l’alba promessa. Essa cominciò subito, immediatamente dopo la luna di mezzanotte. Il Maestro camminava con la sua compagna nello splendore dei primi raggi mattutini attraverso un muschioso ponticello di pietra. Lo attraversarono. Il ruscello restò alle spalle dei fedeli amanti, ed essi andarono lungo una strada sabbiosa.
“Ascolta la quiete, – diceva Margherita al Maestro, e la sabbia frusciava sotto i suoi piedi nudi, – ascolta e godi ciò che non ti hanno mai concesso in vita: il silenzio. Guarda, ecco là davanti la tua casa eterna, che ti è stata data per ricompensa. Già vedo la trifora e la vite che s’attorce e s’alza fino al tetto. Ecco la tua casa, la tua casa eterna. So che alla sera ti verranno a trovare coloro che tu ami, che ti interessanno e che non ti inquieteranno. Suoneranno per te, canteranno per te, vedrai che luce ci sarà nella camera quando saranno accese le candele. Ti addormenterai, col tuo berretto consunto ed eterno, ti addormenterai col sorriso sulle labbra. Il sonno ti rinforzerà e saggi saranno i tuoi pensieri. E mandarmi via ormai non potrai. Il tuo sonno lo proteggerò io”.
Così parlava Margherita, seguendo il Maestro verso la loro casa eterna, e al Maestro parve che le parole di Margherita fluissero come fluiva e bisbigliava il ruscello lasciato alle spalle, e la memoria del Maestro, l’inquieta e martoriata memoria del Maestro, cominciò a spegnersi. Qualcuno lo lasciava libero, come poco prima egli aveva lasciato libero l’eroe da lui creato. Questo eroe era scomparso, era scomparso irrevocabilmente, perdonato nella notte tra il sabato e la domenica, il figlio del re astrologo, il crudele quinto procuratore della Giudea, il cavaliere Ponzio Pilato.

Da Il Maestro e Margherita.

Eufemia – Le città invisibili – Italo Calvino

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Marocco Fez

_Marocco_Fez_

A ottanta miglia incontro al vento di maestro l’uomo raggiunge la città di Eufemia, dove i mercanti  di sette nazioni convengono ad ogni solstizio ed equinozio. La barca che vi approda con un carico  di zenzero e bambagia tornerà a salpare con la stiva colma di pistacchi e semi di papavero, e la carovana che ha appena scaricato sacchi di noce moscata e di zibibbo già affastella i suoi basti per il ritorno con rotoli di mussola dorata. Ma ciò che spinge a risalire fiumie attraversare deserti per nvenire fin qui non è solo lo scambio di mercanzie che ritrovi sempre in tutti i bazar dentro e fuori l’impero del Gran Kan, sparpagliate ai tuoi piedi sulle stesse stuoie gialle, all’ombra della stessa tenda scacciamosche, offerti con gli stessi ribassi di prezzo menzonieri. Non solo a vendere e a comprare si viene ad Eufemia, ma anche perchè la notte accanto ai fuochi tutt’intorno al mercato, seduti sui sacchi o sui barili o sdraiati su mucchi di tappeti, a ogni parola che uno dice -come “lupo”, “sorella”, “tesoro nascosto”, “battaglia”, “scabbia”, “amanti”- gli altri raccontano ognuno la sua storia di lupi, di sorelle, di tesori, di scabbi, di amanti, di battaglie. E tu sai che nel lungo viaggio che ti attende, quando per restere sveglio al dondolio del cammello o della giunca ci si mette a ripensare tutti i propri ricordi a uno a uno, il tuo lupo sarà diventato un altro lupo, tua sorella una sorella diversa, la tua battaglia altre battaglie, al ritorno da Eufemia, la città in cui ci si scambia la memoria a ogni solstizio e a ogni equinozio.

Conseguenze

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Se prima di ogni nostro atto ci mettessimo a prevedere tutte le conseguenze, a considerarle seriamente, anzitutto quelle immediate, poi le probabili, poi le possibili, poi le immaginabili, non arriveremmo neanche a muoverci dal punto in cui ci avrebbe fatto fermare il primo pensiero.

(Da Cecità di Josè Saramago, Einaudi)

da Carmilla: Oblique visioni

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Segnalo un articolo da Carmilla a firma di Dziga Cacace
http://www.carmillaonline.com/archives/2007/11/002435print.html

Questa una delle recensioni contenute in Oblique visioni (I) (II)

ov2-1.jpg19-Il vecchio e il nuovo di Sergej M. Ejzenštejn, URSS 1929

Il buon vecchio Sergej non tradisce mai: da accanito collezionista, recupero l’ultimo orgasmico Ejzenštejn che mi mancava (a meno che Fuori Orario non mi regali, prima o poi, Il diario di Glumov, i primi due minuti girati dal Maestro di Riga, o il fotofilm de Il prato di Bezin, chissà). Avevo letto della particolare lettura erotica che S.M.E. faceva della rivoluzione, ma non credevo che si spingesse fino a tal punto: la rivoluzione è veramente un orgasmo e il modo per dirlo non è per niente metaforico. Marfa è una contadina spiantata: la costituzione di un kolkhoz le permette, assieme ad altri poveri braccianti, di contrastare l’egoistico strapotere dei kulaki; solo la collettivizzazione delle terre e la meccanizzazione dei procedimenti di coltivazione e allevamento possono consentire l’intensivo e redditizio sfruttamento delle terre. Il particolare messaggio (che diede adito a censure molto pesanti, in un momento in cui l’industrializzazione pesante era il vero obiettivo del regime sovietico, e che costrinse al forzato finale in cui mondo contadino e operaio si abbracciano) è narrato con partecipazione ed entusiasmo, spingendo la metafora sessuale a livelli imbarazzanti, al punto che non escluderei che i tanti problemi di visibilità che il film ha avuto possano risalire anche alla pruderie dello stato sovietico: la scena in cui viene dimostrata a Marfa e compagni la validità della scrematrice meccanica mostra una serie di sottintesi sessuali mica tanto occulti; sarò io fissato, ma gli ugelli della scrematrice che eiaculano la panna sul viso dell’estatica contadina, cosa sono se non un cumshot rivoluzionario?

Su amore, tradimento e gelosia – M. Soldati

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The same old game

The same old game - J. Vettriano


Tradimenti o supposti tradimenti – non ho mai avuto prove nè in un senso nè nell’altro- ce ne sono stati ancora, non pochi. E anche io la tradivo. [...]
Certo. Cauto e minuzioso in ogni particolare, badavo a che Edith non scoprisse questi miei capricci. Qualunque tentazione non era più nemmeno una tentazione se accompagnata dal minimo pericolo che Edith venisse a sapere. E questo, non soltanto perchè avevo paura della sua gelosia e delle sue vendette, ma più ancora perchè la sua sofferenza sarebbe stata una sofferenza anche per me. Mi rendo conto che posso sembrare un ipocrita. Ma è la pura verità: in fondo, non mi sentivo colpevole, non avevo la coscienza di tradirla: esattamente come se Edith fosse una madre o una sorella che amavo più di ogni altra creatura al mondo ma in un modo tutto diverso e, in ogni caso, infinitamente di più. Nè esisteva per me nessuna possibile reciprocità. Ero gelosissimo di Edith. Il più piccolo sospetto che lei mi tradisse mi angosciava. Ma escludevo che i suoi eventuali tradimenti, da me soltanto sospettati, assomigliassero sia pure di lontano ai miei tradimenti reali, realmente perpetrati. Follia? Mi pareva invece saggezza, e mi confortavano le parole del mio vecchio amico e grande poeta: “L’uomo è un corpo veloce , la donna trattiene”. In quegli anni il femminismo non aveva ancora trionfato, e per me le altre ragazze non avevano importanza al di là dell’effimero piacere che mi davano. O piuttosto un’importanza ce l’avevano, sì, una sola e grandissima: erano stranamente collegate all’affetto che provavo per Edith.
Ancora una volta, devo precisare il senso di una realtà che allora mi sfuggiva. Allora mi dicevo semplicemente, stupidamente, che ero fatto così, che ero debole e diviso, un pò schizofrenico. Dopo lunghe e tormentose riflessioni, in tanti anni fino a oggi, credo di avere capito come stanno le cose per me, ma anche per moltissimi altri uomini e non diversamente per moltissime donne. L’amore indissolubile che a volte ci lega con una creatura sola implica la perdita della nostra libertà, e noi non ci sentiamo mai tanto innamorati di quella creatura come quando tentiamo, sapendo che è soltanto un tentativo, di liberarci di lei. In questo modo i tradimenti passeggeri sono dunque una forma infernale di fedeltà. Infernale, ossia crudele soltanto per noi: infatti, bisogna assolutamente che la creatura unica da noi amata non ne sappia nulla.

Da La sposa americana, 1977.

Ancora sul tradimento, la fedeltà, l’amore nei rapporti di coppia. Ho trovato questo filo e continuo a seguirlo. Ho iniziato qualche tempo fa con Milan Kundera:

FEDELTÁ E TRADIMENTO Il tradimento. Fin da piccoli il papà e il maestro ci dicono che è la cosa peggiore che si possa immaginare. Ma che cos’è questo tradire? Tradire significa uscire fuori dai ranghi. Tradire significa uscire dai ranghi e partire verso l’ignoto. Sabina non conosceva niente di più bello che partire verso l’ignoto.[...]
Fu nuovamente assalita dal desiderio di tradire: tradire il proprio tradimento. Annunciò al marito (non vedeva più in lui la testa calda, ma solo un fastidioso ubriaco) che lo avrebbe lasciato. Ma se tradiamo B, per il quale abbiamo tradito A, non ne deriva necessariamente che ci riconcilieremo con A. La vita della pittrice divorziata non somigliava alla vita dei genitori traditi. Il primo tradimento è irreparabile. Esso provoca una reazione a catena di nuovi tradimenti, ciascuno dei quali ci allontana sempre più dal punto del tradimento originario.

L’assessore assassino e la pazzia di Evgheniij

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Altre due poesiole di Stefano Benni. Sono molto affezionata a questo libro, si vede. L’autore architetta uno scherzo, una burla letteraria: finge, come vi sarete accorti nell’articolo precedente, di tradurre componimenti di celebri poeti, facendo molta attenzione a rimanere fedele al loro stile e alla loro poetica. Esperimento geniale a dir poco. E scherzo ben riuscito. La storia la trovate qui sotto. Buona lettura.

***

Durante l’estate romana del 1979 il comune, tramite l’assessore comunale alla cultura Renato Nicolini, organizzò un festival internazionale di poesia con Ginsberg, Entusenko, altri poeti. Benni “tradusse” due composizioni di Ginseberg e Entusenko. Ma il “Messaggero” abboccò, scambiandole per autentiche. L’infortunio diventò colossale e la beffa di Benni fu addirittura datata: si scrisse che il componimento di Entusenko era stato scritto, chissà poi perchè, in autunno a Berlino. Ma l’amo di Benni pescò un pesce più grosso. Antonello Trombadori prese per autentica la poesia di Allen Ginsberg e, nel corso di un dibattito in tv, la lesse fra le risa degli ascoltatori, come un brano che provava “l’idiozia” della poesia moderna. Seguì una dolce smentita di Ginsberg e una violenta telefonata del poeta sovietico al direttore del “Messaggero”.

Allen Ginsberg

Allen Ginsberg

Sutra di Nicolini

(poesia inedita di Allen Ginsberg)

Inoltre se mi capisci io ti dichiaro un nicolini
nicolini cristo one man show revival mandala hollywood
nicolini cibernetico il cui camerino è una grotta in un computer interstellare
comete & comiche mute e sorriso di Gable & denti da vampiro
sangue finto panzanelle rock coca-cola calda
nicolini furbo che ruba le ghiande a paperino
nicolini chicolini
molte donne sognano cineclub ultima fila buoi con nicolini
nicolini con la zazzera selvaggia cammina lungo il Colosseo piangendo
nicolini si buca imita sovente Sordi & Lindsey Kemp Corman
Rivera perchè no Vertov

nicolini power, oh tu onnipotente, onnipotente universale,
onnipotente il rantolo universale
dei tuoi mille comunicati stampa zen nicolini
pornonicolinistereonicolininicoliniboia
quale macchina celeste, quale burocrazia centrale,
quale Metro Goldwyn Lenin Mayer
potrà fermarti sulla tua Cadillac russa mentre la radio
impazzita blatera blues Baglioni bi-erre da Cleaveland o Ostia?
nicolini sibilo di droga nell’occhio di Nonna Papera
nicolini assassino, nicolini assessore
nicolini venti pastiglie di argan per un suicidio su un letto sfatto
nicolini che usa Marilyn come un segnalibro
nicolini può far riscoprire dio ma è perfettamente ateo
e gli insetti intorno alla lampada la grande lo show finale
il ponte che salta in aria
lo so ti porteranno via nicolini
nicolini da qualche pianeta un’astronave rossa scenderà ti uccideranno
oh nicolini jazz spezzato la tua vestaglia d’oro insanguinata
lampade rotte unico indizio una salsiccia del festival dell’Unità
bene bene dice il private-eye di Thiblisi fatto fuori nicolini
per santo Bogart santa Lauren alza l’ostia sotto i riflettori bollenti
così noi ti ricorderemo o dracula
o gilda o Poona alla fermata del tram o boy di terza fila
buono per tre siringhe angeliche contemporanee
su tre schermi o Socrate o pusher di cultura la mia vena
trema come una vecchia pellicola e ti aspetta resta con noi
nei secoli dei secoli nicolini the end

Evgenij Entusenko

Evgenij Entusenko

Castelporziano

(poesie inedita di Evghenij Entusenko)

Castelporziano!
La tua canzone è selvatica
Sono mille violini gli aghi di pineta
fremito che percorre i cespugli, come l’ira
le sopracciglia di Breznev

Mare, seccàti!

Mostra sul tuo fondo svelato il galcone della poesia
Il trionfale naufragio, il mostro preistorico
le rughe geologiche di mille opere
Bucce di cocomero ed Esenin
e là, che nuota tra i preservativi,
infastidito, Lord Byron
e nella chiazza di petrolio, gabbiano invischiato
batte le ali Lorca
(e tu, Vladimir, che fai
abbracciato a una seppia?)

Castelporziano!

Quale panino conterrà la tua fame
quale verso la tua bestemmia
nell’ingorgo con mille clacson

Ma qui, tra il fumo
di mille ceri del Nepal
paese al mio confinante
io, Evghenij
io Evghenij Evtusenko
io alzo le dita di alghe e petrolio
con cui a lungo carezzai il mare
e giuro

Io lo giuro!

non urlerò quando i vostri denti curiosi
assaggeranno i miei versi
chiuderò gli occhi

inerte

come un risotto di mare, sbranato
sussurrerò
alioscia, fratellini, compagni:

divoratemi!

da Satisfiction

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Stupendo l’aneddoto dell’autore su una rissa da lui scatenata a Livorno in occasione della messa in scena de La figlia di Iorio di D’annunzio.

L’ALTRA FACCIA DELLA PAURA – Mario Soldati

Lautore

L'autore

“Il coraggio”, dice il Tommaseo, “è una disposizione dell’animo a imprendere cose ardite e grandi, ad affrontar pericoli, a soffrire sventure e dolori”: ma il coraggio, aggiungo io, ha in comune con la bontà e con la poesia un’assoluta imprevedibilità da parte della persona che ne è capace. Per sapere se si è coraggiosi, o no, bisogna mettersi, o trovarsi, alla prova. Infine, non si tratta di una qualità necessariamente “permanente”. A volte, uomini che si sono dimostrati sempre vigliacchi e che, quindi, credono di esserlo, improvvisamente, per amore, o per disperazione, o addirittura per un supremo spasimo di vigliaccheria, diventano eroi. Viceversa: uomini che in più occasioni hanno dato prove di coraggio e che sono sicurissimi di non mancarne, tutto a un tratto, per qualche ragione misteriosa (pessimismo sul proprio avvenire o sugli scopi stessi dell’esistenza, tristezza derivante da una delusione d’amore, forse soltanto un periodo di stanchezza e di malinconia, o, ancora meno, un senso di solitudine e di nostalgia per la casa lontana) cedono al primo assalto di un’assurda, impreparata, istantanea paura che li travolge. L’esempio letterario più celebre di questo caso è il salto notturno di Lord Jim nel Mar Rosso. Lord Jim, ufficiale di marina, nell’età più bella, al colmo della giovinezza, pieno di speranza nella vita, ricco di fiducia in se stesso, romantico, nobile, fiero, non resiste a un omento di panico: e abbandona vilmente una nave carica di pellegrini che vanno alla Mecca. La nave poi non affonda, e Jim è squalificato nella sua professione: ma, più degli altri, è lui stesso a condannarsi, a non perdonarsi: finché il rimorso lo guida a un sacrificio volontario, a una morte eroica affrontata per dimostrare a se stesso la propria capacità di coraggio.
Ha scritto Emilio Cecchi che questa vicenda dell’eroe di Conrad rappresenta, simbolicamente, il destino umano: tutti, chi prima chi poi, a un certo momento “saltiamo”, tutti “abbandoniamo nella notte un carico di innocenti e di indifesi che ci è stato affidato”. Il grande peccato di Lord Jim non è, dunque, di avere “saltato”, ma di essersi creduto diverso da tutti gli altri, un privilegio il cui destino, appunto, era quello di non saltare. Non sono mai stato militare, non ho mai fatto la guerra. La mia vita, già lunga, è stata solo moderatamente avventurosa. Tuttavia, ho anche vissuto in America, ho anche viaggiato in Africa, e, nel mio piccolo, in qualche modo, ho fatto anch’io la grande esperienza di Lord Jim. L’ho fatta, però, partendo da convinzioni opposte. Avevo sempre creduto di essere, se non proprio un vigliacco, un pauroso. E la mia paura specifica era non tanto degli avvenimenti, o degli elementi, quanto degli uomini, degli “altri”. Sono sempre stato privo di forza fisica, incapace di rispondere a un cazzotto. Ma, anche, sempre sono stato sanissimo, e resistentissimo. A quindici ani, mi gettai nelle acque gelide del Po, per salvare un amico che non sapeva nuotare, l’amico al quale volevo più bene che a tutti gli altri. Non mi costò nessuno sforzo, non dovetti superare nessuna esitazione. Tredici anni dopo, una notte, in campagna, un altro amico, al quale pure volevo bene, fu assalito da due mascalzoni: rimasi immobile, in disparte, assistendo terrorizzato, incapace di intervenire e di aiutarlo come sentivo chiaramente che sarebbe stato mio dovere. Fu il momento più brutto della mia vita. E soltanto adesso, a distanza di trentatrè anni, supero la vergogna e riesco a confessare la mia vigliaccheria. Nei primi tempi, provavo un rimorso che a volte mi toglieva il sonno. E riacquistai una relativa pace soltanto quando trovai un’occasione, che da quella notte, avevo deliberatamente cercato, di riabilitarmi ai miei occhi. Fu a Livorno, fra le quinte del Politeama, dove una compagnia drammatica aveva finito in quel momento di recitare “La figlia di Jorio”, e dove, nella mia veste di aiuto regista di un film che si stava girando a Tirrenia, ero andato per reclutare gli interpreti di qualche parte secondaria.

Rissa in galleria_U. Boccioni

Rissa in galleria_U. Boccioni

Il sipario era appena calato, mi avvicinai all’amministratore e gli dissi lo scopo della mia visita. L’amministratore, che forse era nervoso per ragioni sue, mi rispose malamente, con un mezzo insulto: lo colpii con un pugno, sorprendendo me stesso più ancora di lui: e dopo un istante vedevo volarmi addosso l’intera compagnia degli attori, tutti vestiti dalle pelli di capra dei pastori d’Abruzzo. Era con me l’ispettore di produzione, Leo Bomba: coraggioso e leale, sebbene fosse soltanto un mio collaboratore e non un vero e proprio amico, non esitò a combattere al mio fianco. Una scazzottatura tremenda, di cui portai i segni e ne sentii le conseguenze per alcuni mesi. Contro di noi due soli, erano in venti, in trenta. Ci difendevamo come potevamo, a pugni e calci, rispondendo a calci e pugni che arrivavano da tutte le parti. Indietreggiammo al fondo del palcoscenico, continuando a darle e a prenderle. Salimmo all’indietro sui gradini di una scaletta a chiocciola, di ferro, che serviva ai macchinisti per calare i fondali: e di lì resistemmo meglio al lungo assalto. Vedendomi e sentendomi davanti e d’intorno quei pastori urlanti e scatenati, che sembravano volermi linciare con le identiche espressioni e quasi con le stesse parole con cui poco prima avevano aggredito Mila di Codro, la mia forza raddoppiava: mi pareva di combattere anche per una ragione più alta e più nobile, e cioè contro l’arte di Gabriele d’Annunzio, che avevo sempre odiato. Finché intervennero i due pompieri di servizio, e ci liberarono.
Sono, dunque, coraggioso? Oppure, non lo sono? Più ci ripenso, e più trovo argomenti ed esperienze che sembrano convalidare e l’una e l’altra ipotesi, contraddittoriamente.
Una cosa è certa: perché il mio coraggio esista, si rende necessaria (se non, ahimé, come ho raccontato, non sempre sufficiente) almeno una di queste condizioni: che io sia costretto a difendermi; che io sia costretto a difendere, o a salvare da un pericolo, quello che amo di più, quello che considero indispensabile; che io sia costretto, dopo aver lungamente sofferto per il rimorso della mia vigliaccheria, a riabilitarmi di fronte a me stesso. La contraddizione, così, sarebbe risolta: il mio coraggio non c’è, non esiste; esiste soltanto in potenza, addormentato, e quindi non guida le mie azioni, non le ispira; ma non c’è fin tanto che una situazione cruciale non lo richieda, non lo faccia esistere, svegliandolo dal suo sonno col suo bacio improvviso e crudele. Il caso sarebbe risolto: non sono coraggioso, ma non sono, propriamente, vile.
Ma, è vero? Non è, forse, una spiegazione da scuole di filosofia medievale, un po’, anche, da aula di Palazzo di Giustizia, da scartoffia legale?
Insomma, è una spiegazione astratta. Ho sbagliato quando ho attirato tutta l’attenzione su di me, dimostrandomi una volta di più prigioniero di quell’antico vizio, di prendere sempre a paragone noi stessi, che è il nostro vero, unico peccato: come Lord Jim, appunto. La verità è che non si è né coraggiosi né vili. Esistono, invece, di volta in volta, azioni vili e azioni coraggiose. Esistono i peccati prima dei peccatori. Non esiste il gran fuoco  irrazionale, misterioso e tenebroso dell’anima. Non esiste uno “stato di colpa”. L’anima, il cuore, è una somma di funzioni descrivibili, analizzabili, di virtù e di vizi giudicabili nei loro riflessi oggettivi.
Ma nemmeno questo è completamente vero. Prendiamo, ad esempio, un altro caso famoso e letterario, il caso più famigliare di tutti a noi italiani, il più vicino e il più domestico. È un caso di mancanza di coraggio che comprende insieme i due aspetti, quello dell’anima e quello dei suoi atti. Prendiamo, cioè, il caso di un uomo non coraggioso che abbia commesso, a un dato momento, un’azione vile. Prendiamo Don Abbondio. Il genio di Manzoni si è esercitato a tal punto, e con tale sottigliezza, con tale amore, con tale ironia su questo personaggio, che forse proprio lui, sebbene senza volerlo, e contro la sua stessa opinione, ci offre la chiave della verità. Ebbene, se i bravi di Don Rodrigo non avessero mai aspettato il brav’uomo sulla stradina di quel lago di Como, e se Don Abbondio non fosse stato coinvolto da vicende che esigevano il suo coraggio, si sarebbe potuto dire che il curato era un vile? Avrebbe potuto saperlo, lui stesso? Il coraggio poteva forse dormire nell’anima di Don Abbondio, pronto a emergere alla prima occasione, pronto a farsi valere?

Don Abbondio incontra i bravi

Don Abbondio incontra i "bravi"

“Il coraggio”, dice Don Abbondio, “se uno non ce l’ha, non se lo può dare”.
Come tante volte ho fatto, mi ripeto le illuminanti e proverbiali parole e, ancora una volta, ammiro, mi inchino al Poeta: ma non sono d’accordo con lui. Anzi, sempre più mi persuado che il genio del Manzoni ha messo in bocca a Don Abbondio quelle parole per dimostrare che un uomo pauroso, o meglio un brav’uomo come tanti altri, non può, non sa nemmeno intuire, nemeno con la mente, che cosa sia il coraggio. Mentre, invece, il coraggio è proprio quello, è un di più: il coraggio è darselo. Il coraggio c’è soltanto se uno se lo dà. Non è vero, anzi, è impossibile che esso viva addormentato dentro di noi. Nati per temere, piccole creature esposte fino dalla nascita a mille pericoli, condannate al mistero, a non vedere, a non sapere, la nostra condizione naturale, vera, è la paura. Essere è essere paurosi, timidi. Il coraggio è un essere di più: uno sforzo, una creazione che non ha niente alle spalle, sospesa sul vuoto di una nostra purissima volontà animosa. È qualcosa di innaturale, che va oltre, che va contro la nostra natura. Ed ecco perché io non sono coraggioso. Non sono coraggioso perché vorrei tanto che, del coraggio, non ce ne fosse mai bisogno.
Vorrei che , del coraggio, non ce ne fosse bisogno? Mentre do torto a Don Abbondio, non ragiono esattamente come lui? E non contraddico nuovamente me stesso, tanto è radicata in me la persuasione che il coraggio sia una necessità, sia una virtù di difesa? E come può essere innaturale una necessità?
Può esserlo, può esserlo. È una necessità anche l’arte, della quale nessun di noi potrebbe fare a meno, come creatore o anche come spettatore o, come si dice oggi, come “fruitore”. È una necessità: eppure non c’è niente di più gratuito, niente di più profondamente innaturale dell’arte. Anche l’arte è un essere di più, anche l’arte è uno sforzo, un’invenzione che va contro natura.

Soldati in pausa durante il programma tv Viaggio lungo la valle del Po 1956-57

Soldati in pausa durante il programma tv "Viaggio lungo la valle del Po" 1956-57

Dunque, il coraggio, anch’esso, è una pura “invenzione”. E, come tutte le “invenzioni”, è profondamente impietoso. Se riuscissi a fermare questo concetto, così inafferrabile, così volatile, che se appena mi sforzo di ghermirlo si vanifica, mi sentirei vicinissimo alla verità. Devo partire dalla conclusione opposta alla quale sono faticosamente arrivato: devo partire dal presupposto che il coraggio c’è anche quando le circostanze della vita non lo richiedono, non lo esigono come virtù morale.
Ma allora… Allora il coraggio è vero solo quando non è richiesto, quando non è voluto dalle cose, ma da me, dalla mia animosità, dal mio darmelo. È il puro desiderio di vivere un giorno da leone: come mi è capitato al Politeama di Livorno, quella lontana sera del settembre 1937. È, dunque, una virtù di offesa, non di difesa. Ed è giustissimo, e bellissimo, a conferma del mistero di tutte le cose, che questa virtù si dica “coraggio”, si chiami “coeur, cuore”: che, cioè, il vero cuore sia il contrario del cuore.
Il contrario della pietà. Il contrario di una concezione idillica della vita. Mi torna in mente, e forse soltanto adesso la capisco davvero, in tutta la sua profondità, la raccomandazione che un nostro grande scrittore, da pochi anni scomparso, ripeteva abitualmente a uno dei suoi figli, il solo maschi, anch’egli artista e scrittore: figlio mio, gli diceva pronunciando il suo nome: “ricordati che non si è mai abbastanza vigliacchi!”.
Oggi capisco quello che il mio vecchio amico e maestro intendeva dire. Non c’era nulla di vile, in quelle parole. Bisogna tradurle così: “Ricordati, figlio mio, che nella vita non si è mai abbastanza veri, mai abbastanza vicini alla nostra realtà naturale”. Nel mio vecchio amico c’era, infatti, grande amore e passione per la letteratura, l’arte, la musica: ma assai meno per ilteatro, per lo spettacolo. Il coraggio è sempre un’esibizione.
Tanto è vero che quest’uomo, che si intestardiva a raccomandare la vigliaccheria, come se la vigliaccheria fosse un dovere, anzi un ossequio scrupoloso a Qualcuno o a Qualcosa più grandi di noi, questo scrittore è morto da eroe. Circondato da famigliari e da amici, è morto nel suo letto, in pena per le noie, per il disagio che il macabro spettacolo avrebbe finito inevitabilmente per infliggere agli altri. La sua agonia è durata a lungo, per giorni. Una sola parola gli è uscita di bocca, che riguardasse il suo stato, il suo accidente:
“È sgradevole”.
Nient’altro.
Da che parte sta il cuore, il vero “cuore”?

La vita immaginata – Natalia Ginzburg

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Natalia Ginzburg

Natalia Ginzburg

Da bambini e da giovani, essere soli in ozio significava per noi costruire immediatamente luoghi immaginari, e vicende e storie, di cui eravamo i protagonisti. Luoghi e storie, li riempivano di persone, alcune inventate, altre scelte nella nostra vita reale. Nell’infanzia, le persone inventate erano di più, e noi avevamo l’impressione di costruire i nostri scenari per loro. Le persone reali, là a quel tempo ci sembravano prive di importanza.

Più volte abbiamo cercato, scavando nella nostra lontana infanzia, l’epoca in cui abbiamo cominciato a fantasticare. Ma non possiamo ricordare con esattezza quando ciò sia stato. Nei nostri ricordi più remoti, incontriamo sogni.

Credo che ognuno di noi, da bambino, abbia chiamato il fantasticare con un terminr suo. Io lo chiamavo parlare di notte. In verità non fantasticavo di notte ma anche di giorno. Penso però che la parola notte volesse per me indicare, del fantasticare, le qualità nascoste e notturne.

Da bambina, ospitavo nella fantasia intere popolazioni, brulicanti nelle mie ore di solitudine come un esercito di formiche. Erano un poco i miei sudditi, un poco i miei complici in congiure di governo, un poco miei dispettosi e maligni persecutori. Li chiamavo i “noi” perchè usavano denominarsi così. Usavano strillare in coro, vantarsi, e esporre con insolenza le loro maligne volontà. Erano piccolissimi, un popolo di neri nani brulicante e vanitoso. Mi facevano arrabbiare, piangere, bisbigliare, discutere, ma soprattutto mi facevano ridere, assordandomi con i loro strilli. Per ragioni che non sapevo spiegarmi, la loro esistenza non doveva essere rivelata a nessuno. [...]

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Più tardi, i “noi” mi annoiarono, perchè mi sembrarono troppi. Inventai una persona, alla quale diedi un volto bellissimo, una camicia alla zuava, una folta e riccioluta capigliatura bionda. Gli diedi un nome, era “il principe Sergio”. Gli diedi anche una sorella, tre fratelli, qualche orso, una cane lupo abbastanza feroce. Gli diedi alcune case molto sontuose, dove se ne stava nascosto. Era molto ricco, ma era un profugo scappato dalla Russia nella rivoluzione con dei segreti di stato. Amavo in lui la vita principesca e randagia. Cambiava casa continuamente essendo inseguito. Usavo telefonargli spesso, facendo il gesto di tenere in mano un ricevitore appena ero sola. Dicevo “Pronto c’è il principe Sergio?”. A volte era lui a rispondermi, a volte sua sorella, Vassilissa. Ebbi con lui una storia d’amore, che durò molti anni. Ancora oggi le parole “Pronto c’è il principe” le incontro nella mia memoria. Mi sembra di trovarmi in mano una vecchia pantofola, vagando a caso per stanze disabitate.

Dopo l’infanzia, mi sono annoiata di esseri inventati. Più bello era riempire i sogni di persone vere.[...]

Dopo l’infanzia, sempre di più nei nostri sogni ci apparve la nostra persona attanagliata in situazioni complicate e pericolose, e prive di ogni soluzione possibile. Vi rovesciavamo sopra sventure a fiumi. Inventavamo per noi lunghe malattie, polmoniti, emottisi, lunghi esilii in tristissime corsie di ospedale, congedi strazianti dagli esseri che avevamo più cari. Siamo anche morti. Siamo stati accoltellati sul portone di casa nostra. Fucilati. Incarcerati e visitati da amici in lagrime sul nostro lurido giaciglio, mentre fuori ci aspettava il patibolo, campane suonavano a stormo, gente accorreva da ogni dove per vederci morire. I nostri sogni erano, per lunghi periodi, sempre uguali. Cambiavamo ogni volta solo qualche minimo particolare, aggiungevamo o sostituivamo amici venuti a piangere, cambiavamo una nostra fase in un dialogo, una nostra ultima serena parola prima di essere uccisi. Per lungi periodi, nei nostri sogni c’era il patibolo, per altri lunghi periodi, barricate. Non sapevamo perchè quegli scenari cambiavano. Non ci sembrava di essere noi a volerli cambiare. Nostra era la volontà di sognare, nostra e sicura era la scelta delle persone che portavamo con noi. Gli scenari e le vicende ci sembravano estranei alla nostra volontà. Eravamo noi a costruirli, ma in obbedienza a un buio istinto che ci ordinava di costruire questa o quella cosa. [...]

A volte, la nostra vita immaginaria ha indovinato e anticipato le vicende della nostra vita reale. Le ha indovinate e anticipate però con irrisione. Se confrontavamo dopo anni alcune nostre invenzioni con alcune nostre vicende reali, trovavamo nelle nostre invenzioni un ristratto caricaturale e grossolano delle nostre vicende reali. A volte è accaduto il contrario. Era la realtà ad essere caricaturale e cnzonatoria nei confronti dell’invenzione, caricaturale, canzonatoria e crudele nei confronti delle nostre fantasie miti, malinconiche e avvolte di vapori.[...]

Maggio 1974

Da Vita immaginaria, 1974.

da Giap – Il gigantesco malinteso

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Nuovo editoriale per la Newsletter Giap, della Wu Ming Foundation.

Riporto per intero (perchè ne vale la pena) il secondo editoriale a cura di Wu Ming 1, sul Grande malinteso del Realismo. Abbastanza lungo, lo so.

Ma quando si parla di letteratura, di nuovo romanzo italiano, New Italian Epic, di cultura nello strapaese non possono non essere interpellati.

Una boccata di aria fresca

di Wu Ming 1

Prima di tutto voglio dire: la questione del “realismo”, o del “ritorno degli scrittori alla realtà”, è poco interessante. Mi rompe i coglioni.
Otto volte su dieci è malposta; un’altra volta è posta bene ma non porta in alcun luogo; resta un’occasione ogni dieci, fortunata occasione in cui ascolto/leggo e alla fine imparo davvero qualcosa.
Sì, capita che dentro il Gigantesco Malinteso si sentano pure cose intelligenti, ma in mezzo a troppa melma concettuale. Sabbie mobili: le cose intelligenti le vedi affondare, e non fai in tempo a gettare una corda o allungare un bastone, eccole confuse nella palude di cazzate, perse e non torneranno più.

Ho questa sensazione, ad esempio, mentre leggo l’Almanacco Guanda 2008: ottimo l’intento, un buon lavoro, con punte di brillantezza, giusti distinguo preliminari quando si usano le parole “realtà” e “realismo”…
Bella anche la puntata di Fahrenheit dedicata al volume
Tutto (o quasi) ok…

…finché la questione non viene riassunta (per faciloneria o malafede) nei soliti termini rozzi delle pagine culturali dei giornali, del commentario sui lit-blog, dei giochini di posizione su certe riviste.
Insomma, pare che la “nuova” voga sia il realismo sociale (o socialista?), il romanzo che è politico perché “a tesi”, come se gli autori italiani fossero tornati in blocco a Metello (senza nemmeno i riferimenti del partito marxista-populista e del popolo-proletariato). Il cosiddetto “impegno” è descritto come inerente alla scelta del tema, ergo una problematica sociale da descrivere in modo “oggettivo” e “aderente” alla realtà.

Che idea si può fare uno, leggendo simili riassunti della questione?
L’idea che gli autori italiani stianno sfornando romanzi di propaganda. Libri scritti in una lingua “di servizio”, funzionale a una causa, una lingua che si vuole depurata da ambiguità. Per bene che vada: inchieste giornalistiche appena drammatizzate. E quando va male? Volantini accresciuti con dialoghi immaginari.
Su questa premessa ci si divide tra apologeti e detrattori.
E io i detrattori li capirei pure, se veramente le cose stessero così.
Solo che stanno in tutt’altro modo.
La domanda, al solito, è: i cronisti culturali e i commentatori compulsivi da blog le leggono, le opere che vengono scritte davvero in Italia, oggi?
Perché se non si legge quel che viene scritto, poi si fanno le domande sbagliate. E si discute di nulla.

[C'è anche l'altro tipo di riassuntino, da cui sembra che, nel romanzo italiano, la novità stia nell'uso politico della "paraletteratura" e soprattutto del giallo, ultima e aggiornata versione del romanzo-che-descrive-il-reale. Cioè lo stadio a cui era la discussione cinque-sei anni fa. Nel frattempo si è andati avanti, e nemmeno di poco, ma i "mediatori" non se ne sono accorti.]

A volte, anche al dibattito sul New Italian Epic è toccata la sorte di “riassuntini” del genere. Tempo fa, Girolamo De Michele ha risposto con un testo molto importante, benché su un aspetto specifico del Gigantesco Malinteso (ossia: gli idioti luoghi comuni su cosa sia stato il neorealismo).
Anch’io, nella versione 2.0 del memorandum, ho scritto una lunga glossa al riguardo.

C’è la tendenza a banalizzare, a ridurre la complessità e la ricchezza di quel che si scrive, mediante formule proposte e dibattute nel vuoto, basandosi non sulle opere ma sulle chiacchiere che circondano le opere. Tutto quello che – per dirla col mio socio Wu Ming 4eccede, che potrebbe mettere in crisi lo schemino, viene messo in secondo piano, o ignorato del tutto.

Qualcuno sta provando a intorbidare le acque, proponendo un frame truffaldino. In questo frame, per dire, la fine del postmoderno avverebbe sotto l’egida di un ritorno al moderno (dal “fascismo come parentesi” di Croce al “postmoderno come parentesi” degli odierni scalzacani); Gomorra sarebbe poco più di un reportage scritto bene; l’io narrante di Gomorra corrisponderebbe sempre e soltanto all’autore implicito che a sua volta corrisponderebbe in toto all’autore reale, cioè a un Saviano eroico e onnipresente, e via di questo passo.
Anche chi non è d’accordo con quest’impostazione finisce per accettare il frame, controbattendo su ontologia e topologia del realismo: cos’è il realismo, dov’è il realismo etc.

In quest’ottica, si capisce come il “New italian epic” possa diventare, nella mente di qualcuno, sinonimo di “neo-neorealismo” (ergo: la nebulosa viene fatta coincidere con una delle tante soluzioni espressive praticabili). Si è travisato, così mi sembra, l’intento con cui Giancarlo De Cataldo aveva proposto il termine.
Questa riduzione di complessità prescinde quasi del tutto dalle opere in circolazione, e ne rimuove l’elemento

ucronico

controfattuale

oltranzistico

allucinato

visionario

perturbante

anti-oggettivo

Elemento che è presente in molti dei libri che si scrivono in Italia. Presente, quando non preponderante, anche in buona parte dei libri che attraversano la nebulosa del NIE.
Ne discendono equivoci madornali. Nelle parafrasi apparse in certi articoli-carrellata, l’assunzione di responsabilità etica su cui stiamo cercando di riflettere viene equivocata come presa di posizione politica nell’accezione più bassa e ristretta.

[ Da qualche parte ho letto che il nocciolo della riflessione sul NIE (che, come sa chi segue il dibattito, è l'allegoria) sarebbe: "finalmente gli scrittori non hanno più paura di intervenire politicamente". Lodevole ma, mi dispiace, troppo semplice.]

E’ auspicabile non separare tra loro in modo rigido le questioni di fondo, e anch’io vorrei distinguere senza contrapporre. Esistono romanzi NIE che sono al contempo epici e realistici, perché sono due piani diversi (denotazione e connotazione) che possono essere compresenti. Pure Fenoglio era sia epico sia realistico, per non dire di Furore di Steinbeck.
L’importante è non avere un’idea asfittica e obsoleta della realtà e del suo utilizzo in letteratura.
Perché c’è un equivoco di fondo quando si parla di “realtà” in letteratura. Alcuni intendono il reale come un contesto materiale, e pensano che attingervi significhi essere “oggettivi”, portare in letteratura “le cose come stanno”, ma questo è impossibile: la letteratura può guardare alla realtà soltanto come a un’ennesima dimensione testuale. La “realtà”, per chi scrive letteratura, è l’insieme dei testi esterni a quello che si sta scrivendo, pre-esistenti ad esso. L’insieme delle “fonti” che ci sono “là fuori”: documenti, flussi informativi e mediatici. La “realtà” che si può usare in letteratura è la cronaca di giornali e telegiornali, la storia trovata negli archivi, è la mail che mi ha spedito Laura, è la battuta che ho sentito dire a Fiorello su Radio 2. Sono sempre e comunque testi e la letteratura li usa in quanto tali, si rapporta e ispira ad essi in quanto tali. Il reale è “testualizzato”, per usare un’espressione che credo provenga dagli studi sul cinema di Maurizio Grande. Non si può portare nella scrittura la cosa-in-sé, ma solo il modo in cui viene raccontata nel reale testualizzato.

Alla luce di questo, tutto il dibattito sul “realismo”, su quale scrittura sia più o meno “fedele alla realtà”, si rivela come magnifica perdita di tempo. Gli autori italiani di oggi usano anche l’elemento soprannaturale, e non per questo chi fa quella scelta “fugge dalla realtà”. Magari, in allegoria, sta affrontando e “testualizzando” la realtà in maniera più incisiva di chi ha scelto un approccio convenzionalmente ritenuto “realistico”.

Sarà utile a fare chiarezza, una volta divulgato, il lavoro di Dimitri Chimenti su alcuni “oggetti narrativi non-identificati”. Partendo dalla teoria del cinema, Chimenti analizza come in quattro libri “strani” (il nostro Asce di guerra, Gomorra di Saviano, Dies irae di Genna e Sappiano le mie parole di sangue di Babsi Jones) venga inserito il reale in forma di “innesti”, “prelievi” e “inserti”, e quali siano le scelte etiche che portano a preferire ora un tipo di testualizzazione, ora un altro.

[Riferimenti a tale lavoro si possono trovare in questa discussione sul blog del collega Valter Binaghi. Qui invece ci sono gli mp3 di un intervento fatto a Siena, in cui Dimitri spiega come sta lavorando su Gomorra. In calce qualcuno ha messo una mia spiegazione "in parole povere" (ripresa da Carmilla) di cosa siano innesti, prelievi e inserti.]

Tornando al principio: i romanzi “a tesi”, “a chiave”, propagandistici… Non sono quello che serve. A un romanzo non chiedo certezze, non chiedo di rafforzare convinzioni che già ho: pretendo una destabilizzazione, anche sottile ma deve esserci. Voglio una letteratura non consolatoria bensì perturbante. Non voglio sentirmi dire che i cattivi sono cattivi perché sono cattivi, e che i buoni hanno ragione. Voglio racconti sulla crisi dei “buoni”, sul punto di vista dei “cattivi”, sugli ostacoli e i ripensamenti, sulle prove da superare, sulle sconfitte che fondano qualcosa e le vittorie che fanno impazzire e portano al disastro. Insomma, voglio la possibilità dell’epica, e voglio che si mettano le mani nel tragico.

Solo se c’è tutto questo, a mio avviso, si può fare una scrittura che, senza svilirsi, abbia anche valore sociale e politico.
Altrimenti si produrranno espressioni piatte e si tradirà lo specifico della letteratura, che è lavoro sulla connotazione, cioè sui sensi figurati, e sulle metafore, sull’allegoria.
Sulla poesia delle cose.

Siamo scrittori, non estensori di volantini. E’ una banalità di base, ma soltanto tenendola a mente si potrà, senza produrre robaccia, dare un contributo civile.

Diario in pubblico – Elio Vittorini (I)

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Dal diario di Elio Vittorini

LA RAGIONE LETTERARIA 1929-56

L’orma sul calendario

Appena l’uomo si sente isolato nel mondo, materialmente o spiritualmente, egli ricorre al diario con istinto tenace, se ne ignora l’esistenza se la inventa. Per quale strano bisogno? Per un bisogno di confidarsi, si dice, o riflettersi: contemplazione di se stesso. Ma quello che io noto più forte in tutti i diari, dai più semplici ed esterni, diari di fatti, diari scientifici, ai più complicati ed intimi, è il desiderio, la volontà, la perseveranza dell’artista a calcare sui fogli del calendario un’orma non peritura della propria vita. Sembra di vedere un uomo intento a innalzarsi il proprio monumento; e quello che maggiormente meraviglia è la sua fiducia senza limiti nella incancellabilità della cosa scritta […]. (Il Mattino, 30 giugno 1931)

Parole e farfalle

Inguaribili autori di pezzettini i letterati della nuova Italia, ad un tratto di secolo nuovo, segnano le iscrizioni sul marmo, come i versi di Carducci, giammai una pagina sottomessa al giorno che fugge. Chi scrive lettere abbrevia oggi le parole e ha sempre paura di sciuparsi […]. Uno zibaldone fare4bbe quasi orrore; per timore che dagli scrigni mentali tesori segreti dovessero schizzar frantumati sotto un pennino così vile. Pensiamo continuamente all’aarticolo, al saggio, al racconto, all’epoca concreta – e non ci si accorge che da uno sforzo quotidiano usciremo leggeri come farfalle, pronti a volare dietro un fiore o una nuvola, anche per mare.

[…]Sarebbe la nostra umana salvezza. Di questa nostra gioventù letteraria che non muove più verbo senza dell’elmo di Scipio essersi cinta la testa.
(Solaria, n. 9-10, settembre 1931)

Anti-borghesi 1934

Una sposina – “Che ne dite della mia casetta? Graziosa no? Tutto semplice, liscio. Niente più di quelle cianfrusaglie borghesi di una volta”.

Il laureato in scienze sociali – “Ora ho la carriera sicura davanti a me. Papà l’ha avuto garantito…Quando uno ha studiato per 18 anni non deve poi guadagnare almeno 2000 lire al mese? Per la rivista sto preparando un articolo contro la concezione borghese del risparmio”.

Una signorina – “Oh la vita semplice, sana, io la adoro! Come vorrei esser nata contadina! Quest’estate al Forte a momenti credevo di essere diventata una selvaggia. Tutto il giorno in costume da bagno, nuoto e tennis, tennis e nuoto. Qualche si andava anche a ballare. A Viareggio. E avevo giurato di non varcare mai la soglia di questi nostri salotto borghesi…”

Il giovane giornalista – “La crisi, caro mio, è proprio quello che ci voleva. Non lascerà nulla in piedi della borghese mentalità ottocentesca. Il senso del collettivo…Ehi! Ma lo smoking dove me lo avete messo?”.

Il giovane ragioniere – “Ah, in due giorni ho rivoluzionato l’ufficio con le mie idee. Vi si respirava un’aria borghese! Figurarsi che portavano ancora le mezze maniche. Ebbene, ho dimostrato loro ch’è tanto più semplice cambiarsi giacca”.

Il giovin signore – “Per la nostra generazione il teatro è morto e sepolto. Tutto quel convenzionalismo borghese, quelle interminabili chiacchierate…Per noi non esiste che il cinematografo. Come mi sono divertito ieri sera a vedere “Oggi sposi” con Umberto Melnati!”.

Il giovane romanziere – “Non più miserie individuali, ma la voce della folla, il cuore di tutto il popolo d’una città, questo mi propongo di realizzare nel mio prossimo romanzo che avrà carattere spiccatamente antiborghese…”

L’architetto funzionalista – “L’architettura del nostro secolo decreta il crollo di un mondo, la fine del borghesismo. C’è un significato sociale nella nostra architettura: l’elevazione della vita del popolo…Questo è il progetto per una piccola villa da week-end, a mezza costa lago”.

Il pittore Bernardino Palazzi – “I nostri quadri non sono fatti per finire appesi alle pareti dei salottini borghesi!”.

Il giovane conquistatore – “Capisce, signorina, i nostri genitori sono vicini a Carlomagno che a noi. Sono passati assai più secoli tra i nostri genitori e noi, che non tra la famosa notte di Natale dell’anno 800 dopo Cristo e il…Pardon, vuole latte o limone?”.

Un soldato – “Congedà, congedà, congedà! E domani in borghese sarem…”.

(Il bargello, n.42, ottobre 1934)

Madre terra – Antonio Gramsci

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Gramsci scrive alla sorella Teresa. Sono infatti due i nuclei familiari con cui stabilì una corrispondenza. Quello sardo: della madre, delle sorelle e del fratello; e quello russo: della moglie, dei figli, dell’amico Sraffa, della cognata Tatiana.

Questa prima lettera ve la propongo perchè mi sembra interessante
il polilinguismo che Antonio suggerisce per i suoi nipoti.

La seconda invece è destinata alla madre e contiene una spiegazione, forse un modo più leggero di spiegare alla genitrice, la sua inevitabile condanna e lunga carcerazione.


26 Marzo 1927

Carissima Teresina,

mi è stata consegnata solo pochi giorni fa la lettera che mi avevi inviato a Ustica e che conteneva la fotografia di Franco. Ho così potuto vedere finalmente il tuo bimbetto e te ne faccio tutte le mie congratulazioni; mi manderai, è vero?, anche la fotografia della Mimì e così sarò proprio contento. Mi ha colpito molto che Franco, almeno dalla fotografia, rassomigli pochissimo alla nostra famiglia: deve rassomigliare a Paolo e alla sua stirpe campidanese e forse addirittura maureddina (1): e Mimì a chi somiglia? Devi scrivermi a lungo dei tuoi bambini, se hai tempo, o almeno farmi scrivere da Carlo o da Grazietta. Franco mi pare molto vispo e intelligente: penso che parli già correttamente. In che lingua parla? Spero che lo lascerete parlare in sardo e non gli darete dei dispiaceri a questo proposito. E’ stato un errore, per me, non aver lasciato che Edmea, da bambinetta, parlasse liberamente in sardo. Ciò ha nuociuto alla sua formazione intellettuale e ha messo una camicia di forza alla sua fantasia. Non devi fare questo errore con i tuoi bambini. Intanto il sardo non è un dialetto, ma una lingua a sè, quantunque non abbia una grande letteratura, ed è bene che i bambini imparino più lingue, se è possibile.

Ales_il paese natale

Ales_il paese natale

Poi, l’italiano, che voi gli insegnerete, sarà una lingua povera, monca, fatta solo di quelle poche frasi e parole delle vostre conversazioni con lui, puramente infantile; egli non avrà contatto con l’ambiente generale e finirà con l’apprendere due gerghi e nessuna lingua: un gergo italiano per la conversazione ufficiale con voi e un gergo sardo, appreso a pezzi e bocconi, per parlare con gli altri bambini e con la gente che incontra per la strada o in piazza. Ti raccomando, proprio di cuore, di non commettere un tale errore e di lasciare che i tuoi bambini succhino tutto il sardismo che vogliono e si sviluppino spontaneamente nell’ambiente naturale in cui sono nati: ciò non sarà un impaccio per il loro avvenire, tutt’altro. Delio e Giuliano sono stati male in questi ultimi tempi: hanno avuto la febbre spagnola; mi scrivono che ora si sono rimessi e stanno bene. Vedi, per esempio, Delio: ha cominciato col parlare la lingua della madre, come era naturale e necessario, ma rapidamente è andato apprendendo anche l’italiano e cantava ancora delle canzoncine in francese, senza perciò confendersi o confondere le parole dell’una e dell’altra lingua. Io volevo insegnargli anche a a cantare: “Lassa sa figu, puzone” (2), ma specialmente le zie si sono opposte energicamente. Mi sono divertito molto con Delio l’agosto scorso: siamo stati insieme una settimana al Trafoi, nell’Alto Adige, in una casetta di contadini tedeschi. Delio compiva proprio allora due anni, ma era già molto sviluppato intellettualmente. Cantava con molto vigore una canzone: “Abbasso i frati, abbasso i preti”, poi cantava in italiano: “Il sole mio sta in fronte a te” e una canzoncina francese, dove c’entrava un mulino. [...] Abbraccio Paolo affettuosamente; tanti baci a te e ai tuoi bambini.
Nino

Del campidano di Oristano e di cagliari.
"Lascia il fico, uccello".

25 Aprile 1927

Carissima mamma,

ho ricevuto la tua lettera proprio oggi. Ti ringrazio. Sono molto contento delle buone notizie che mi dai, specialmente di Carlo. Non sapevo quali fossero le sue condizioni di lavoro e di vita. Credo che Carlo sia un ottimo ragazzo, nonostante quelche sua capestreria del passato e credo che sia più solido negli affari di quanto lo fossero (e forse lo sono ancora) tanto Nannaro che Mario, che erano portati a vedere guadagni favolosi e a fare castelli in aria per ogni piccola cosa. Ahimè! tutti in casa nostra (eccettuato io solo) hanno creduto di avere uno speciale bernoccolo per gli affari e non vorrei che tutti facessero una esperienza come quella famosa del “pollaio”; te ne ricordi? e Carlo se ne ricorda? Bisognerebbe ricordarglielo a sempiterno scorno dei Gramsci che vogliono fare degli affari. Io me ne ricorderò sempre, anche perchè quelle galline, che non facevano mai l’uovo, mi hanno beccato e rovinato tre o quattro romanzi di Carolina Invernizio (meno male!). La mia vita scorre sempre uguale.

In braccio alla madre

In braccio alla madre

Leggo, mangio, dormo e penso. Non posso fare altro. Tu però non devi pensare a tutto ciò che pensi e specialmente non devi farti illusioni [...] perchè sono anche arcisicuro che sarò condannato e chissà a quanti anni. Tu devi capire che in ciò non c’entra per nulla nè la mia rettitudine, nè la mia coscienza, nè la mia innocenza o colpevolezza. E’ un fatto che si chiama politica, appunto perchè tutte queste bellissime cose non c’entrano per nulla. Tu sai come si fa coi bambini che fanno la pipì nel letto, è vero?  Si minaccia di bruciarli con la stoppa accesa in cima al forcone. Ebbene: immagina che in Italia ci sia un bambino molto grosso che minaccia continuamente di fare la pipì nel letto di questa grande genitrice di biade ed eroi; io e qualche altro siamo la stoppa (o il cencio) accesa che si mostra per minacciare l’impertinente e impedirgli di insudiciare le candide lenzuola. Poichè le cose sono così, non bisogna nè allarmarsi, nè illudersi; bisogna solo attendere con grande pazienza e sopportazione. Va là, tu sei ancora forte e giovane e ci rivedremo. [...]
Nino

1917 – La rivoluzione è ora!

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Gianco in un suo pezzo canta…

«Questa canzone racconta la storia di uno che era giù,
molto giù e penso che più giù di così non si possa essere
»

E siccome anche io sono davvero molto giù, ho deciso di fare gli auguri alla Rivoluzione d’Ottobre, alla Rivoluzione russa, evento e spartiacque della storia dell’Umanità. Finalmente migliaia, milioni di persone riscattano in quel fatidico 1917 la loro condizione sociale, vincono i soprusi e lo zarismo, vincono le forze reazionarie. Tutto il mondo assiste incredulo al processo di emancipazione di un paese enorme, arretrato, povero. Lo spettro si è fatto carne.

La fine dei Romanov

La fine dei Romanov

Mosca – John Reed, I dieci giorni che sconvolsero il mondo, 1919.

La sera del 16 novembre, vidi sfilare sul corso Zagorodni duemila guardie rosse, precedute da una banda militare che suonava la Marsigliese. Come quell’inno era ben scelto, con le bandiere rosso sangue, sventolanti sulle file scure dei lavoratori, per salutare il ritorno dei fratelli che avevano combattuto per la difesa della capitale rossa! Avanzavano nel freddo della sera, uomini e donne con le lunghe baionette oscillanti in cima ai fucili, per le strade fangose e sdrucciolevoli, pochissimo rischiarate, in mezzo ad una folla silenziosa di borghesi, sprezzanti, ma poco tranquilli…

Tutti erano contro di loro: uomini di affari, speculatori, benestanti, agrari, ufficiali, politicanti, professori, studenti, professionisti, commercianti, impiegati. Gli altri partiti socialisti odiavano i bolscevichi di un odio implacabile. I Soviet avevano favorevoli solamente i semplici operai, i marinai, i soldati che non erano ancora demoralizzati, i contadini senza terra e alcuni, pochissimi, intellettuali…

Dagli angoli più lontani di quella grande Russia sulla quale si frangeva l’onda scatenata delle battaglie di strada, la notizia della sconfitta di Kerenski echeggiava come l’eco formidabile della vittoria proletaria: da Kazan, da Saratov, da Novgorod, da Vinnitza, dove il sangue era colato a fiotti nelle strade, da Mosca, dove i bolscevichi avevano puntato i cannoni contro l’ultima fortezza della borghesia, il Kremlino.

«Bombardano il Kremlino!». La notizia correva di bocca in bocca nelle strade di Pietrogrado, provocando una specie di terrore. I viaggiatori che arrivavano da Mosca, la « Piccola Madre», da Mosca la Bianca, dalle cupole dorate, facevano dei racconti spaventosi; i morti si contavano a migliaia; la Tverscaia ed il ponte Kuznetzki erano in fiamme, la cattedrale di San Basilio, il Beato, era non più che una rovina fumante, la cattedrale della Assunzione crollava; la Porta del Salvatore al Kremlino vacillava, la Duma era quasi rasa al suolo. Nulla ancora di tutto quello che avevano fatto i bolscevichi poteva paragonarsi a questo spaventoso sacrilegio compiuto nel cuore stesso della Santa Russia. I fedeli credevano di udire il fracasso dei cannoni che sputavano in faccia alla Santa Chiesa Ortodossa, riducendo in polvere il santuario della nazione russa…


Delegati alla prima Sessione dei Deputati dei Lavoratori e dei Soldati Russi Delegates, fotografati dentro la stanza della Duma nel palazzo di Tauride (Pietrogrado, Giugno 1917)

Delegati alla prima Sessione dei Deputati dei Lavoratori e dei Soldati Russi Delegates, fotografati dentro la stanza della Duma nel palazzo di Tauride (Pietrogrado, Giugno 1917)


Finché le donne non saranno chiamate, non soltanto alla libera partecipazione alla vita politica generale, ma anche al servizio civico permanente o generale, non si potrà parlare non solo di socialismo, ma neanche di democrazia integrale e duratura. (Lenin)

Guardie rosse__Fabbrica Vulkan

Guardie rosse__Fabbrica Vulkan


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