Era un anno fertile per il grano come mai in passato, era tutto in abbondanza…
Quelli che erano malati cronici e che tanto desideravano la morte, consegnarono finalmente con un sorriso l’anima a dio.
Nei giorni dei grandi temporali il cielo era rosso. La pioggia portava con sé la polvere dei deserti d’oltre mare.
I vecchi dissero: ci sarà la guerra! Nessuno prestò credito alle loro parole. E nessuno fece nulla.
Giacché, cosa si poteva fare contro la profezia! Solo cantammo per intere giornate, fino a restare senza voce, per poter consumare tutte le vecchie canzoni, perché non ne restasse nessuna che venisse sporcata dal tempo.
1. Quando intravedono il primo cadavere per la strada, le persone voltano la testa, vomitano e perdono i sensi. Senti il tremore per primo nelle ginocchia, poi ti manca l’aria, ti gira l testa. Sono di aiuto in questi casi l’acqua fredda, leggeri schiaffi. Se lo svenuto non rinviene, sdraialo sulla schiena e sollevagli le gambe in aria. Se il cadavere di quel giorno era un suo parente o comunque un vicino, non permettergli di avvicinarsi e di guardarlo. Le ferite causate dalle granate sono in genere causa di un nuovo svenimento. E non si ha tanto tempo a disposizione. È raccomandabile piangere, fa bene al cuore. Ma neppure per questo c’è tanto tempo a disposizione.
2. Se la città è in stato d’assedio, occorre mandare i più coraggiosi a tentare di portare i sacchi di plastica opachi per i cadaveri. Se questi non tornano, bisogna avvolgere i morti in lenzuoli bianchi. Non è raccomandabile seppellirli senza. Ciò fa diffondere il panico e la paura della morte diventa facilmente la paura di finire sepolti allo stesso modo.
3. La sepoltura si svolge di notte, per motivi di sicurezza. Perciò, prima della sepoltura, bisogna accertarsi per bene dell’identità del defunto. Nel caso di corpi dilaniati, bisogna stabilire con precisione i pezzi che appartengono a ciascun corpo. Se si verificano ugualmente degli errori, è meglio evitare di ammetterlo successivamente. Tanto per i morti è lo stesso. Se vicino alla persona che è stata sepolta, sul posto dell’uccisione, si trovano altre parti di corpo, e si è però già provveduto alla sepoltura, non bisogna gettare i resti nella spazzatura, poiché in genere si radunano i cani affamati. La cosa migliore, se si ha tempo e voglia, è di raccogliere in un sacchetto tutto quello che è rimasto e di seppellirlo in superficie vicino alla tomba. Bisogna stare attenti che non se ne accorgano i familiari, perché loro concepiscono il cadavere come un tutt’uno e tale frammentazione rappresenterebbe per loro una ulteriore dolorosa frustrazione.
4. In guerra nessuno è matto. O almeno ciò non si può asserire nei confronti di nessuno. Molti di quelli che erano matti prima della guerra, in guerra si mettono in mostra molto bene. Come combattenti coraggiosi, convinti delle idee dei loro capi.
5. In guerra nessuno è intelligente. Non devi credere alla verità di nessuno. Le lunghe disquisizioni sull’insensatezza della guerra del professore di una volta, in un batter d’occhio si trasformano in un selvaggio grido di guerra, appena egli viene a conoscenza del fatto che il suo bambino gli è morto per la strada.
6. Non ricordarti di nulla. Prova a dormire senza sonno. Devi ornarti di amuleti e abbi fede nel fatto che ti aiuteranno. Abbi fede in qualsiasi segno. Ascolta attentamente il tuo ventre. Agisci secondo le tue sensazioni. Se pensi che non bisogna camminare per quella strada, allora vai per un’altra.
7. Non avere paura di niente. La paura genera nuova paura. Ti blocca. Devi credere fermamente di essere stato prescelto a restare vivo.
8. Non lasciare lavori compiuti a metà. Salda i debiti. Devi essere pulito. Non fare nuove amicizie. Già con quelle vecchie avrai abbastanza preoccupazioni.
9. Proteggi i ricordi, le fotografie, le prove scritte del fatto che sei esistito. Se tutto brucia, se perdi tutto, se ti prendono tutto… dovrai dimostrare anche a te stesso che una volta eri. Ammassa tutto nei sacchi di plastica, seppellisci nella terra, mura nelle pareti, nascondi, e solo ai tuoi più cari svela la mappa per raggiungere il tesoro.
10. Non ti legare alle cose, alla terra, ai muri, alle case, ai gioielli, alle automobili, agli oggetti d’arte, alle biblioteche… Trasforma in denaro tutto ciò che ha ancora un prezzo. E tuttavia, non legarti in alcun modo al denaro. Appena puoi scambialo con la tua libertà.
11. Adoperati per il bene delle persone. Sempre. Il più delle volte non lo meritano, ma tu fallo ugualmente. Non aspettarti alcuna riconoscenza. Non chiedere per chi fai il bene. Non legarti alle tue azioni.
12. Non dire ciò che pensi. Non essere così stupido a tal punto. Perché appena pensi non appartieni più a loro. Non tacere, perché non possano pensare che pensi a qualcosa. Parla, così, giusto per parlare.
13. Se ti imbatti nel pericolo, non essere coraggioso, anche spinto dalla disperazione. Tenta di sopravvivere. Fai tutto quanto è nelle tue possibilità. Soltanto devi stare attento a non mettere altri in pericolo con i tuoi tentativi. Finché non sei morto sei vivo. Sembra comprensibile. Non togliertelo mai dalla testa. Se devi sacrificarti, fallo per le persone cui vuoi bene, for farlo mai, in nessun modo, per delle idee. Il tuo sacrificio verrà giudicato dagli altri sempre in maniera scorretta, a seconda della loro coscienza e della loro prospettiva. Le idee passeranno, si rovineranno, diventeranno comiche. Se resti vivo, vedrai quanto sarà difficile continuare a credere in loro.
14. Non supplicare per nessun motivo. Non supplicare nessuno. Neanche se c’è di mezzo la vita. È una questione di buon gusto. Pensa solo cosa vuol dire vivere sullo stesso pianeta con una persona che ti ha risparmiato la vita.
15. Non devi metterti a capo di nessuno. Per nessuna ragione. Quando ti volti a cercare aiuto, dietro a te non ci sarà nessuno. Non fare affidamento su nessuno, ma non sottrarti al fatto che quelli che ami fanno affidamento su di te. Questo è salutare anche per te. Devi sapere: perché? Gli obiettivi non devono essere grandi, in nessun modo di carattere generale. Conoscevo una persona che per tutto il tempo ha desiderato bere una birra. È vero: non ci è riuscito, ma era splendido vivere desiderandolo.
16. Non devi stupirti di nulla. Di ogni possibile prodigio. Non devi farti deprimere da nessuna cosa. Anche prima erano tutti fatti così, solo che le condizioni erano diverse da quelle di adesso. Questa è la prima occasione per mettersi alla prova. Così tanti sono delusi da se stessi che in confronto la tua delusione è un nonnulla. Se qualcuno ti tradisce una volta, non lasciargli la possibilità di farlo un’altra volta.
17. Cerca di essere sempre prudente. Se hai bisogno di una buca in cui ripararti, scavatela da solo. Se qualcun altro lo fa per te, la buca potrebbe rivelarsi troppo piccola.
18. Non hai il diritto di adirarti con nessuno. E tuttavia, non devi dimenticare nulla. Quando tutto è finito, decidi di cosa non vuoi più ricordarti. Se tutto è passato. Non dimenticare gli esami che alcuni non hanno superato.
19. E però non fondarti su questo. Non aspettare l’occasione per poterti rivalere. La vendetta ti deve essere estranea. Una questione che appartiene ad altri. Se sopravvivi, vivi per te e quelli che sono sopravvissuti insieme a te.
20. E ancora, non vedere mai di essere il Signore della Verità. Nessuno lo é. A te è sembrata in questo modo. A un altro è sembrata diversamente. Mantieni per te il pezzetto della tua verità. Servirà soltanto a te. Rinuncia al diritto di scrivere la storia dell’assedio. Non contrapporti ai nomi di quei morti che sono stati scelti come eroi. Non sperare di riuscire a mettere a posto qualcosa, neanche una ingiustizia rimasta in sospeso. In quel momento, quando hai intravisto il primo cadavere sulla strada, la storia del dopoguerra era già stata scritta. Poi ci metteranno solo i nomi delle persone, delle città, delle montagne, i baluardi che si sono gloriosamente difesi e i baluardi che sono gloriosamente caduti.
Non c’è posto qui per la tua verità.
Ora che sai tutto questo, prova a proteggere te stesso e forse a salvarti la testa.
Visto che poco tempo fa c’è stata una bellissima luna, che io purtroppo non ho visto o almeno non così gigante mi sono venuti in mente questi brevi articoli del grande Josè, contemporaneo dello sbarco sulla luna e all’epoca cronista di “A Capital”.
Due-parole-due su Di questo mondo e degli altri, che raccoglie gli articoli del sopracitato quotidiano tra gli anni 1968-69 e di “Jornal do Fundao” tra il 1971-73. Un vero scrigno di ricordi dell’infanzia (commoventi i ritratti dei nonni) osservazioni sulla società e la vita quotidiana di allora, in un paese un pò sonnacchioso; non mancano i racconti di viaggi (anche in Italia) e di avventure (stupendo l’articolo in cui Josè sogna -o no? di parlare con una scimmia su una spiaggia). Ho aggiunto infine una pagina del blog dell’autore tratto da L’ultimo quaderno, una paginetta di considerazioni a distanza di tanti anni sulla Luna, la Terra, l’Umanità. Buona lettura.
La luna che ho conosciuto
Potrebbe sembrare strano se non spendessi neppure una parola sulla luna. Che figura farei se di qui a cent’anni venisse in mente ad un eccentrico qualsiasi di disseppellire queste cronache e scoprisse la mia decisione di ignorare del tutto “il più grande evento del secolo”? Ma non sarà così. Scettico, forse, ma non indifferente. Ben venga dunque la luna, ma che sia la luna che ho conosciuto.
Anche questo accadde d’estate. Avevo combinato con degli amici di andare a passare il fine settimana con la tenda, dalle parte della laguna di Albufeira. Sono passati più vent’anni. Se la memoria non mi inganna, ervamo in quattro. Eravamo, o meglio, saremmo stati: la vigilia della partenza i compagni avevano desistito tutti. Uno di loro (me ne ricordo bene) perrchè riteneva che una notte fuori casa solo in un albergo.
Mi ritrovai dunque con lo zaino pronto - e senza tenda, perchè il padrone non volle imprestarmela. La gente è fatta così. La situazione era per me una sfida: vado? Non vado? Mi convinse la baldanza della mia giovinezza. Partii verso sera, attraversai il fiume e mi misi in cammino, a piedi.
Quando comparvero le prime case della brughiera della Caparica, il giorno stava finendo. Presi il Pinhal d’El-Rei, detta anche Pineta delle Paure, e dopo circa due kilomentri decisi di accamparmi in una piccola radura. La notte scendeva velocemente. Tutt’intorno, i pini si fondevano in una muraglia nera, compatta come le pareti di un pozzo. Mangiai, non ricordo più cosa, stesi la coperta, misi lo zaino sotto la testa, e attesi il sonno, che tardò. Non mi sentivo bene. Tuttavia, per farla breve, il mio tremore non aveva nulla a che vedere con il freddo. Ammetto che si trattava di paura.
La gioventù però ha molte risorse. Sicchè finii per addormentarmi beatamente. Verso mezzanotte (o prima?) mi sveglia: in prossimità del mare c’era da aspettarsi che l’aria rinfrescasse, e la coperta di casa di non poteva sostituire la tenda. Mi coprii meglio che potei e mi girai sull’altro fianco. Fu allora che accadde. Sulla vetta dei pini, alla mia sinistra, posava la luna più grande che i miei occhi avessero mai visto. Gialla, con striature color sangue, era enorme, terribilmente vicina – e silenziosa. Cerco di spiegarmi. C’erano la grandezza, la vicinanza e il colore – ma c’era anche il silenzio. Rinuncio a spiegarmi. C’era il silenzio.
Era questa la luna che ho conosciuto. La storia non è nè pittoresca nè impressionante – se non per chi l’ha vissuta. Ma ognuno parli di quel che sa. Del resto, ora che gli uomini approderanno sulla luna e ci cammineranno sopra, so anche che, nossignore, la luna non perderà il suo mistero, neppure per quelli che vi andranno e che ne torneranno. Non sarà rubata ai poetie agli innamorati. Sapere che stanno lassù due uomini, o duecento, o diecimila - toglie forse qualcosa alla profondità del chiaro di luna? Sarà meno evocativa e misteriosa la luce della luna piena che si spande sulla terra? se da lontano vedo un’isola, una città, una montagna, il fatto che siano abitate diminuirà di un atomo la loro bellezza?
Si tranquillizzino i sognatori, i contemplativi. Anche la terra vista da lontano è, a quanto dicono, uno spettacolo di indescrivibile bellezza. E per quel che so gli occhi degli astronauti non si accorgono delle bruttezze terrestri.
Or dunque, amici miei, non perdiamo la terra, che è ancora l’unico modo per non perdere la luna.
***
Un salto nel tempo
E’ stato magnifico, senza dubbio. Una lunga notte bianca, con gli occhi incollati al rettangolo del televisore, in attesa del momento in cui sarebbe stato trasmesso il primo passo sulla luna. Ore e ore a lottare contro il sonno per non perdere l’immagine che mai si sarebbe ripetuta. Ma se la fantasia non ci fosse venuta in soccorso (quella fantasia che per migliaia e migliaia di anni anche della luna si è nutrita), forse sarebbe subentrato in ciascuno di noi un forte amaro senso di delusione: ci appariva tutto come un semplice episodio di un film di fantascienza, tecnicamente primitivo, scadente nel montaggio. Gli stessi movimenti degli atronuati avevano una flagrante somiglianza con i gesti delle marionette, come se braccia e gambe fossero tirate da fili invisibili – fili lunghissimi, tenute dalle dite dei tecnici del Centro di Houston, che, attraveso lo spazio, li facessero muovere a seconda delle necessità. Tutto cronometrato. Perfino il pericolo era incluso in uno schema. Nella più grande avventura della storia non c’è stato posto per avventure.
Ma l’amica fantasia ci è venuta in soccorso. Soprattutto in quei rapidi secondi in cui la telecamera ha spazzato il breve orizzonte lunare. Allora abbiamo sentito il nodo in gola, il panico, la paura dell’ignoto – il reale prestigio della grande incognita dello spazio. Poi, per nostro sconforto (per il mio, almeno), quello stravagante cerchio in cui sono comparsi il telefono e il profilo del presidente degli Stati Uniti. Il terribile silenzio lunare meritava molto di più che un discorso di circostanza.
E’ così che ho visto il primo allunaggio. Ma quando le immagini sono finite, non è finita la fantasia. Avevamo ancora davanti agli occhi il paesaggio arido e deserto della luna, le pietre che mai nessuna mano aveva fatto cambiare di posto, la pianura certamente coperta di polvere che mai nessun passo aveva calcato. Ed è stato allora che la fantasia mi ha aggredito in pieno. Ha deciso lei che il viaggio sulla luna non era stato un salto nello spazio, ma un salto nel tempo. Ho cercato di ragionare, ma ho desistito. Avrei saputo subito dove voleva portarmi la fantasia. Ed è stato molto semplice. Secondo lei, gli astronauti lanciati nello spazio avevano camminato lungo il filo del tempo, si erano posati di nuovo sulla terra, non la terra che conosciamo, bianca, verde, bruna e azzurra, ma la terra futura, una terra che occuperà ancora la stessa orbita, girando attorno ad un sole spento – anch’essa morta, deserta di uomini, di uccelli, di fiori, senza un sorriso, senza una parola d’amore. Un pianeta inutile, con una storia antica e senza nessuno per raccontarla.
Non sono un’eccezione. La mia morte personale è una certezza che oggi mi disturba, dopo avermi terrorizzato nell’adolescenza. Ho rivissuto quel terrore quendo gli occhi penetranti della fantasia mi hanno mostrato la morta immagine di un pianeta, dove non ci sarà nulla che mi sia appartenuto, nulla che si appartenuto all’umanità di cui sono parte. Ben poca cosa sembra la morte individuale di fronte a questa mano del tempo che inevitabilmente spazzerà via dalla terra gli uomini e le loro opere. E se ancora sarà vivo in qualche luogo, se avrà trasferito la sua casa su un altro pianeta, questo globo resterà forse come un rimorso – di un bene che non era meritato e per ciò si è perduto.
La terrà morirà, sarà quel che oggi è la luna. Che almeno la sua storia non sia in eterno la sequela di miserie, guerre, fame e torure che è stata finora. Perchè non si cominci a dire già da oggi che l’uomo, alla fin fine, non è servito a nulla.
(Di questo mondo e degli altri, 1985 – per l’edizione italiana – Einaudi)
***
Luglio 2009 – Giorno 21 – LUNA
Quarant’anni fa non avevo ancora un televisore in casa. Lo comprai soltanto, piccolissimo, cinque anni dopo, nel 1974, per seguire le notizie di quell’altra sorta di arivo sulla Luna che fu per noi la Rivoluzione d’aprile. Feci dunque ricorso ad amici più avanzati nelle tecnologie di punta e così, bevendo forse una birra e smangiucchiando frutta secca, assistetti all’allunaggio e allo sbarco. In quel periodo mi occupavo di scrivere delle cronache sul giornale pomeridiano “A Capital”, da poco ripresosi, cronache riunite tempo dopo in un libro inttolato Di questo mondo e dell’altro. Due di questi testi lo dedicai a commentare l’impresa degli americani con un tono nè ditirambico nè scettico come non avrebbe tardato molto a divenire di moda. Li ho riletti ora per giungere alla sconsolata conclusione che alla fin fine nessun grande passo per l’umanità si è fatto e che il nostro futuro non sta nelle stelle, ma sempre e soltanto sulla terra su cui poggiamo i piedi. Come dicevo già nella prima di quelle cronache: “Cerchiamo di non perdere la terra, che sarà ancora l’unica manier per non perdere la luna”. Nella seconda cronaca, che intitolai Un salto nel tempo, immaginando la terra futura com’è la luna adesso, cominciai scrivendo che “Tutto mi era parso come un semplice episodio di un fulm di fantascienza tecnicamente elementare. Gli stessi movimenti degli astronauti avevano una flagrante somiglianza con i gesti delle marionette, come se braccia e gambe fossero tirate da invisibili fili lunghissimi legati alle dita dei tecnici di Houston che, attraverso lo spazio, muovevano lassù i gesti necessari. Tutto era cronometrato, persino il pericoloche rientrava nello schema. Nella più grande avventura della storia non c’è stato posto per l’avventura”:
Ed è lì che l’immaginazione mi ha colto in pieno. E’stata lei a decidere che il viaggio sulla luna non era stato un salto nello spazio, ma un salto nel tempo. Secondo lei, gli astronauti, lanciati nel loro volo, si erano mossi lungo una linea temporale ed erano riatterrati sulla terra, non questa che conosciamo, bianca, verde, marrone e azzurra, ma sulla terra futura, una terra che occuperà ancora la stessa orbita, roteando intorno ad un sole spento, anch’essa morta, spopolata di uomini, di uccelli, di fiori, senza un sorriso, senza una parola d’amore. Un pianeta inutile, come una storia antica e senza nessuno che potesse raccontarla. La terra morirà, sarà come la luna oggi, dicevano per concludere. A meno che non continuerà per tutto il sempre la distesa di miserie, guerre, fame e torture che è stata fino ad ora. Perchè non si cominci a dire, sin da oggi, che l’uomo alla fin fine, non è valso la pena.
Il lettore sarà d’accordo che, nel bene e nel male, non sembra che io abbia cambiato idea in quarant’anni. Sinceramente, non so se mi dovrei felicitare o rettificare.
Nella mitologia dei popoli slavi orientali la rusalka è un essere con sembianze di donna giovane e bella che vive nelle acque dei fiumi, laghi e stagni. Come le sirene del mito classico, le rusalki avevano il potere di sedurre con i loro canti e le loro grazie l’uomo che le incontrava, salvo poi uccidere il malcapitato trascinandolo in acqua. L’immagine della rusalka è comune alla poesia russa di epoca romantica.
Se dovessi attribuire agli autori che ho letto un grado di parentela direi che Hobsbawn è IL padre. Il padre dei miei modesti studi.
Eccovi un articolo apparso questa settimana su Internazionale. QUI il link originale su Facebook.
Gli ebrei di san Nicandro
La vita di un contadino nel Vecchio Testamento non sembrava poi così diversa da quella nella Puglia rurale dei primi anni del Novecento.
San Nicandro Garganico è una modesta cittadina agricola di circa 16mila abitanti sullo sperone dello stivale della penisola italiana. È stata in un certo senso scavalcata dallo sviluppo del dopoguerra e non ha mai fatto parte del circuito turistico, o almeno non ha mai avuto nulla che potesse attirare i forestieri. Fino al 1931 non ci arrivava neppure la ferrovia.
A giudicare dalle foto che compaiono nella versione italiana di Wikipedia, non sembra molto cambiata dal 1957, quando la visitai incuriosito dall’argomento su cui John Davis ci offre ora un ottimo libro, conciso e ben scritto. San Nicandro ha fatto solo due apparizioni sul palcoscenico della storia. È stato uno dei primi centri del socialismo italiano e delle lotte contadine nella Puglia settentrionale: il capo politico locale, Domenico Fioritto, diventò il leader del Partito socialista italiano, nel 1921. Il sindaco attuale fa parte dell’ex Partito comunista (oggi Partito democratico).
La seconda comparsa di San Nicandro nel gran mondo fu molto meno significativa per la politica italiana, ma molto più importante a livello globale, anche se i titoli del dopoguerra sarebbero stati presto dimenticati. Il nome della cittadina era legato a un gruppo di contadini che negli anni trenta decisero di convertirsi all’ebraismo e alla fine emigrarono in Israele. John Davis non solo ha salvato gli ebrei di San Nicandro da oltre mezzo secolo di oblio, ma li ha usati per illuminare la straordinaria storia dell’Europa nel novecento.
Sul piano puramente quantitativo il fenomeno fu trascurabile: la polizia fascista, sempre all’erta, riferì di nove famiglie, per un totale di quaranta persone. Una trentina emigrarono in Israele nel 1949. Se invece di scegliere l’ebraismo questo gruppo di amici e parenti avesse aderito a una delle sette evangeliche – come gli avventisti del settimo giorno o i pentecostali – introdotte nell’Italia del sud dagli emigranti tornati dall’America, nessuno avrebbe prestato loro la minima attenzione. Li avrebbero considerati solo l’ennesima setta protestante.
In effetti è quel che successe nel 1936 quando il loro profeta, Donato Manduzio, ricevette una multa di 250 lire come “pastore protestante” per aver celebrato un servizio religioso non autorizzato. Appartenevano al mondo della religiosità rurale postbellica, ma le conventicole dissidenti erano molto più piccole dei culti miracolistici cattolici come quello che si sviluppò nella stessa regione e nello stesso periodo intorno a padre Pio di San Giovanni Rotondo. Anche se il Vaticano all’epoca era comprensibilmente scettico sulle stigmate del frate, papa Wojtyla lo ha proclamato santo.
Dove, se non da un compaesano pentecostale, Manduzio avrebbe potuto acquistare una copia della Bibbia in italiano, studiando la quale si convertì all’ebraismo? Come, se non nei dibattiti con altri evangelici – pentecostali a San Nicandro, avventisti del settimo giorno a Lesina – avrebbe potuto scoprire che gli altri sbagliavano, se non altro perché disubbidivano alla sacra scrittura prendendosi come giorno di riposo la domenica invece dello shabbath, ma soprattutto perché credevano, contro ogni verosimiglianza, nella seconda venuta del messia? Gesù poteva essere stato solo un profeta.
“Nei libri della Bibbia ebraica”, scrive Davis, Manduzio “scoprì un mondo di crudeltà e sofferenza, di falsi profeti, falsi idoli e false religioni che riconobbe come suo. Se il messia era già venuto sulla terra, perché tutte queste sofferenze e privazioni esistevano ancora?”. Si potrebbe aggiungere – credo sia già stato sottolineato nel primo studio serio sugli ebrei di San Nicandro, San Nicandro: histoire d’une conversion di Elena Cassin (1957) – che la vita di un contadino nel Vecchio testamento non sembrava poi così diversa da quella nella Puglia rurale dei primi anni del novecento, soprattutto considerando il ruolo chiave della transumanza in quella regione.
Lo studio di Eric Hobsbawm
E così Manduzio si convertì al Vecchio testamento. A quanto mi risulta, il suo fu l’unico caso in Europa di un profeta di campagna convertito senza mediazioni all’ebraismo. Credeva che gli ebrei postbiblici si fossero estinti e sicuramente nel 1928 non sapeva che in Italia ne esistevano ancora. In un certo senso ricavò la forza della sua vocazione profetica dalla certezza che Dio stesso, con i sogni e le visioni in cui si manifestava, gli avesse affidato la missione di portare “le leggi dell’unico Dio” non solo tra la gente di San Nicandro, ma in un mondo che le aveva dimenticate.
È facile dimenticare questa vocazione universale, perché Manduzio ben presto scoprì l’esistenza di una vera comunità ebraica in Italia (probabilmente grazie a un ambulante che portava le notizie del mondo esterno nell’entroterra rurale) e, da quel momento, concentrò le sue formidabili energie sul compito di entrarne a far parte. Non che avesse avuto molto successo nel restaurare la religione: gli ebrei di San Nicandro non crebbero mai in modo significativo al di là del loro nucleo originale.
Non fu il comando del Signore, tuttavia, a dire a Manduzio quali erano le sue leggi, ma lo studio tenace e continuo della parola stampata di Dio. Come dimostra Davis, Manduzio e i suoi convertiti erano intellettuali di campagna nel senso che tutti loro – anche le donne, che sembrano essere state attratte dalla nuova religione più degli uomini – erano probabilmente capaci di leggere e scrivere, una situazione piuttosto insolita nel Mezzogiorno agricolo d’Italia.
Del gruppo facevano parte almeno due membri della corporazione più ricca di pensatori, i ciabattini. A quanto pare i convertiti non erano tanto contadini, quanto un gruppo che viveva negli interstizi e ai margini di un grande territorio agrario. Dal momento che erano tutti poveri, e alcuni lo erano disperatamente, nessuno gli prestava troppa attenzione.
Manduzio era chiaramente il fondatore e l’ispiratore degli ebrei di San Nicandro anche se, con suo grande disappunto, non fu mai il loro capo indiscusso. Era il classico eccentrico di campagna che, se avessimo l’opportuna documentazione, avrebbe potuto costituire uno splendido soggetto per uno studioso della grande scuola italiana di storia microcosmica. Ma documenti come quelli dell’inquisizione, che hanno permesso a Carlo Ginzburg di scrivere Il formaggio e i vermi, appartenevano a periodi precedenti.
Abbiamo delle informazioni sulle attività di Manduzio e conosciamo i suoi pensieri dal 1937 in poi perché in quell’anno cominciò a tenere un diario, che ancora oggi esiste unicamente come manoscritto. Ma per il resto dobbiamo affidarci ai rapporti della polizia e delle autorità ecclesiastiche che si preoccupavano di controllare i dissidenti religiosi e di altro tipo, e che consideravano gli ebrei di San Nicandro trascurabili. E poi ci sono i racconti di un numero crescente di osservatori e visitatori ebraici, troppo sorpresi dalla conversione per chiedere come fosse avvenuta. Per di più, alcuni di loro avevano altre, e più grosse, gatte ebraiche da pelare.
Al momento della rivelazione, Manduzio aveva superato i quarant’anni. Nato nel 1885 in una famiglia troppo povera per mandarlo a scuola, rimase analfabeta fino a quando fu chiamato a prestare servizio nel 94° reggimento di fanteria, dove contrasse una malattia non meglio specificata ma permanente e disabilitante. Fu la malattia ad assicurargli le basi della futura carriera: una pensione come ex militare sufficiente per tirare avanti senza lavorare e l’alfabetizzazione, conquistata durante la lunga convalescenza negli ospedali militari.
Diventò un lettore vorace dei melodrammi di ambientazione medievale, molto popolari nell’Italia del sud, e di romanzi come Il conte di Montecristo. Nel libro I banditi. Il banditismo sociale nell’età moderna (1959), ho scritto che durante una delle tante crisi della comunità ebraica “l’immagine che gli venne spontanea alla mente fu quella di re Pipino. Quando capì che Elisetta l’aveva tradito, il re voleva gettarla nel fuoco con le due figliolette avute con lei, ma fu fermato da chi gli era accanto”.
Manduzio era molto attratto dall’astrologia, ma non c’è segno di un suo interesse giovanile serio per i testi sacri. Non sappiamo quanto avesse approfondito i suoi studi biblici prima di avere l’improvvisa visione di essere scelto dal Signore che nel 1928 lo portò a convertirsi. Sicuramente essere stato scelto dal Signore lo incoraggiò a studiare di più la Bibbia, però continuò a basare la sua autorità spirituale sulle visioni e i sogni. Forse a convertirlo al Vecchio testamento fu il fatto che, a differenza di quanto avviene nel Nuovo, lì Dio fa frequenti apparizioni personali per affermare e ribadire il suo potere, per minacciare, punire e istruire.
La situazione personale di Manduzio lo collocava allo stesso tempo al centro e ai margini di un piccolo universo isolato. Era un adulto disabile, sposato ma senza figli, un pensionato che non doveva guadagnarsi da vivere lavorando e aveva il tempo e la voglia di riflettere sull’universo, perciò costituiva un’anomalia. Con la sua presenza quotidiana sulle strade e la sua capacità di conversare, ascoltare e fungere da biblioteca ambulante delle tradizioni locali, non poteva passare inosservato, tanto più che aveva una reputazione di consigliere e guaritore.
Nel Gargano, il dono di guarire non richiedeva competenze mediche come le intendiamo oggi, ma piuttosto la capacità di riconoscere le forze esterne o interne, le influenze cosmiche e le azioni personali ritenute responsabili della malattia, per poi esorcizzarle o contrastarle con riti propiziatori o penitenze. Le visioni erano il motore della diagnosi. Denunciare il peccato poteva curare la malattia. I miracoli erano sempre possibili. E il mondo stesso non aveva forse bisogno di una guida e di una cura? In un ambiente come quello, i contadini poveri cercavano in tutti i modi di avere accesso, direttamente o tramite intermediari, a un regno superiore alle difficoltà insormontabili della vita quotidiana. E di conseguenza esisteva una nicchia di potenziali seguaci per maghi e profeti.
La risposta di Manduzio a questa esigenza fu così insolita che non possiamo dare troppo peso alla sua conversione e a quella del suo minuscolo gruppo. Piuttosto, sembrava una minisecessione non millenaristica dall’universo del protestantesimo evangelico, sempre incline a generare sette. Era sicuramente molto meno significativa dei diffusi fenomeni di pratiche religiose non ufficiali che rivelavano quanto fosse sentita l’inadeguatezza della chiesa romana. Quest’ultima, peraltro, si rivelò molto abile nel neutralizzare l’insoddisfazione cooptando i culti dissidenti.
Gli ebrei di San Nicandro non erano particolarmente interessati alle questioni secolari. Con un’unica eccezione (il solito ciabattino), nessuno di loro era stato coinvolto in agitazioni, e le opinioni che esprimevano erano convenzionalmente patriottiche. Perfino dopo il 1945 si tennero lontani dall’ondata di attivismo di sinistra che percorse le campagne in quella zona della Puglia. La polizia li considerava assolutamente innocui. In effetti lo erano. Essere ebrei era l’unica cosa che avevano a cuore.
Non appena Manduzio scoprì che non tutti gli ebrei erano stati spazzati via dal diluvio come aveva immaginato, ma che in Italia ne esistevano ancora, il fenomeno di San Nicandro perse gran parte del suo interesse culturale e antropologico e si trasformò in una strana ma illuminante nota a piè di pagina della storia d’Europa nell’epoca del fascismo. La battaglia tenace e alla fine vittoriosa dei sannicandresi per essere riconosciuti come veri ebrei ha forti limiti come tema storico. È irrilevante per l’ebraismo italiano di quel periodo – la storia più ambiziosa, Gli ebrei in Italia a cura di Corrado Vivanti (1996), li cita appena – anche se non è una postilla senza conseguenze per lo sviluppo del sionismo italiano e per la nascita di Israele.
In fondo, gli ebrei di San Nicandro furono convertiti alla necessità di emigrare in Eretz Israel soprattutto da uno degli eroi dell’allora insolita minoranza sionista italiana, Enzo Sereni. Tutto a dispetto di Manduzio, che era contrario all’emigrazione, e del primo sostenitore di San Nicandro nella comunità ebraica ufficiale, Raffaele Cantoni, che sembra aver formulato una valutazione molto più realistica delle peculiarità di una minisetta con radici locali. Eppure, per quanto insignificanti, le fortune di questo piccolo gruppo litigioso, facile alle scissioni eppure coeso al margine dei cataclismi degli anni trenta e quaranta, irradiano piccoli fasci di luce in quelle tenebre.
La promulgazione delle leggi razziali hitleriane da parte di Mussolini, nel 1938, non ebbe conseguenze particolarmente gravi per loro, ma gli rese ancora più difficile essere ufficialmente accettati come ebrei dalle autorità ebraiche, scettiche e sempre pronte a procrastinare, e che ora avevano questioni più urgenti di cui occuparsi. Fra il 1938 e il 1943 gli ebrei di San Nicandro furono probabilmente più isolati che in qualsiasi altro momento della loro breve storia. La caduta di Mussolini avvicinò la guerra al Gargano quando gli alleati distrussero il grande nodo delle comunicazioni di Foggia e portò per breve tempo a San Nicandro le colonne tedesche. Portò anche pericoli e ristrettezze.
Per la prima volta essere ebrei contava: se Costantino Tritto non si fosse tolto la stella di David che era fiero di portare sul risvolto della giacca, avrebbero potuto esserci gravi rappresaglie contro la città. Gli ufficiali tedeschi che curiosarono nella stanza di Manduzio con le sue iscrizioni e decorazioni ebraiche scatenarono il panico, ma fortunatamente andarono via e non tornarono. Ai tedeschi ben presto subentrarono le forze britanniche, che nel settembre 1943 risalirono la costa adriatica per liberare quello che rimaneva di Foggia.
Fu l’ottava armata a riportare la piccola compagnia di Manduzio nella storia mondiale. La Puglia, il tacco d’Italia, servì da base alle operazioni transnazionali degli alleati in un periodo cruciale, mentre le organizzazioni che sostenevano i movimenti di resistenza si spostarono dal Cairo a Bari per mandare rinforzi attraverso l’Adriatico utilizzando i campi d’aviazione locali. Le truppe britanniche rimasero bloccate a sud per vari mesi, in attesa che i tedeschi abbandonassero la loro efficacissima “linea d’inverno”. Ora tra loro c’erano alcune unità ebraiche non combattenti, in origine reclutate per la difesa dell’Egitto.
Mentre negoziavano con gli inglesi riluttanti per creare una brigata di combattimento ebraica, senza dare troppo nell’occhio lavoravano alla costruzione delle loro forze armate perché il futuro stato d’Israele potesse assumere il controllo della Palestina. Tra la massa dei rifugiati ebrei e degli altri “sfollati” che cercavano riparo nel Mezzogiorno d’Italia occupato dagli alleati, scoprirono anche – con stupore e sbigottita soddisfazione – gli ebrei di San Nicandro. I soldati diffusero la notizia tra i militari anglofoni, i reclutatori di Haganah furono pronti ad accettarli come potenziali emigranti in Israele, e gli ebrei italiani che si sentivano colpevoli per la debolezza di molti loro correligionari davanti alle leggi razziali poterono elogiarne la fede semplice ma tenace.
Enzo Sereni – una figura centrale del sionismo italiano e della Palestina sotto mandato britannico, che nell’aprile 1944 si preparava a partire per la missione segreta nell’Italia occupata dai nazisti in cui perse la vita – li considerò abbastanza importanti da meritare una visita e li incoraggiò a emigrare. Quando i tedeschi si arresero, il gruppo era ormai entrato a far parte del folclore dei corrispondenti di guerra, e raggiunse il picco della celebrità quando Time gli dedicò un articolo in occasione del capodanno ebraico del 1947.
La liberazione di Roma spinse le autorità rabbiniche ad accettare ufficialmente i sannicandresi come ebrei autentici. I maschi furono circoncisi nel 1946, anche se per qualche motivo Manduzio non volle farsi operare. Morì nel marzo 1948 rifiutandosi sempre di lasciare San Nicandro e ancora convinto “che siamo arrivati alla luce grazie alle visioni, proprio come avvenne a Mosè e a tutti i profeti, e che chiunque si rifiuti di credere o dica che le visioni non significano niente nega il Dio delle visioni e il Mosè del libro sacro delle leggi”. Visse abbastanza a lungo da salutare la decisione di creare lo stato di Israele.
Se e sotto quali auspici i sannicandresi potessero emigrare in Israele, come fecero quasi tutti nel 1949, rimaneva incerto. La cosa fu complicata dall’inizio della guerra fredda. La sconfitta della sinistra italiana nelle elezioni del 1948 non avrebbe fatto molta differenza per una comunità che non era mai stata coinvolta nella politica secolare, ma il rifiuto italiano di riconoscere lo stato di Israele, mentre la Russia l’aveva fatto immediatamente, rese sospetti agli occhi del governo democristiano i vari piani sionisti per mandare rifugiati ebrei in Terra santa.
Alla fine le pressioni dei sannicandresi prevalsero sull’opposizione all’emigrazione collettiva del loro primo e più leale sostenitore, Cantoni, in un certo senso l’eroe della storia di San Nicandro e un personaggio veramente eccezionale. Italiano, ebreo sionista, massone, socialista e antifascista, anche se a suo tempo era stato un giovane attivista dell’impresa dannunziana di Fiume, Cantoni merita senz’altro uno studio più approfondito.
Una volta trasferiti nella terra di Israele, gli ebrei di San Nicandro sparirono nell’anonimato storico della gente comune che si guadagna da vivere. John Davis racconta tutto quello che dobbiamo sapere, e forse di più, su quest’ultima fase di uno straordinario episodio della storia europea del novecento. The jews of San Nicandro, ottimo libro di un bravissimo storico, rimarrà quasi sicuramente la sua duratura testimonianza.
21 donne che hanno esplorato il mondo riuscendo, nel loro campo, a riscriverlo, studiarlo o contestarlo e per questo hanno pagato un prezzo altissimo. A loro ed alle loro storie è dedicata questa raccolta scritta da Valeria Palumbo con le immagini di Giancarlo Montelli che demolisce il mito del Romanticismo, delle donne devote per obbligo, per mettere in risalto l’azione come autentico talento femminile.
Per maggiori info e per ordinare il libro eccovi il LINK
[...]Questo libro, attraverso un’ampia mole di documenti in larga parte inediti, prove- niente da vari Archivi e commissioni d’inchiesta parlamentare, si concentra sulle trat- tative, gli accordi, le tensioni nazionali e internazionali relative alla questione dei criminali di guerra, cercando di evidenziare come e perché fu possibile assicurare l’impunità a centinaia di militari del regio esercito e di camicie nere dando luogo alla cosiddetta “mancata Norimberga” e all’inconsistente mito autoassolutorio degli “italiani brava gente”. [...]
Per la quarta di copertina e per ordinare il libro rimando a QUESTO LINK
Che si debba parlare, per essere esatti, di lotta per una ‘nuova cultura’ e non per una ‘nuova arte’ (in senso immediato) pare evidente. Forse non si può neanche dire, per essere esatti, che si lotta per un nuovo contenuto dell’arte, poiché questo non può essere pensato astrattamente, separato dalla forma. Lottare per una nuova arte significherebbe lottare per creare nuovi artisti individuali, ciò è assurdo, poiché non si possono creare artificiosamente gli artisti.
Si deve parlare di lotta per una nuova cultura, cioè per una nuova cultura, cioè per una nuova vita morale che non può non essere intimamente legata a una nuova intuizione della vita, fino a che essa diventi un nuovo modo di sentire e di vedere le realtà e quindi mondo intimamente connaturato con gli ‘artisti possibili’ e con le ‘opere d’arte possibili’. Che non si possa artificiosamente creare degli artisti individuali non significa quindi che il nuovo mondo culturale, per cui si lotta, suscitando passioni e calore di umanità, non susciti necessariamente ‘nuovi artisti’; non si può, cioè, dire che Tizio o Caio diventeranno artisti, ma si può affermare che dal movimento nasceranno nuovi artisti.
Cosa si prefigge ogni autore di romanzi? Offrire al pubblico una distrazione? Forse. Interessare il pubblico? Far soldi? Anche, forse, ma per questo c’è un solo modo: interessare il pubblico. Diventare famoso? Assurgere all’immortalità? Farsi un nome? Sempre lo stesso problema, che si interessi beninteso c’è una soluzione piuttosto facile: si tratta di fare semplicemente ricorso all’etimologia; ma così facendo, bisognerebbe considerare come letteratura erotica ogni opera che tratti dell’amore; quanto poi a sapere se le sole opere di pura finzione meritino questa determinazione, o se vi si debbano includere anche le opere di pura erudizione, come l’eccellente Manuale di erotologia classica di Forberg, è un’altra questione; e non abbiamo fatto altro che spostare il problema; perché un’altra definizione, questa volta finalista, della letteratura erotica, nella quale si misuri la qualità di tale letteratura in base all’azione che eserciterà sulla nostra immaginazione e sui nostri sensi, risulta in tal modo contraddetta dalla precedente: in questo raggruppamento non potremmo più includere né l’opera di Forberg (eppure già soltanto le citazioni che riporta lo meriterebbero ( né la Storia dell’amore greco di Meier, «la cui lettura» come osserva il commentatore, «è piuttosto austera, considerando il punto di vista molto generale assunto dall’ autore». E se manteniamo il senso etimologico, cos’è piùerotico di questi due libri, dei quali uno classifica minuziosamente tutte le possibilità fisiche, e l’altro tratta con scientificità ed erudizione infinite l’amore che non osa rivelare il suo nome.
Così, etimologicamente, siamo di fronte a due esempi perfetti; e dal punto di vista finalista che confonde generalmente – e non senza qualche ragione- letteratura erotica e letteratura eccitante, non abbiamo più nulla. Perché sorprendersi allora posto che lo scrittore è qualcuno che pretende di darvi sensazioni a sua scelta, se i suoi sforzi si rivolgono verso i punti che in voi offrono minore resistenza? Perché lo scrittore non dovrebbe trarre profitto dal pregiudizio universale in favore dell’amore ( amore-emozione), per esempio in Un duro inverno, capolavoro di Raymond Queneau, o amore-azione, in Il piccolo campo di Erskine Caldwell?
Come potete vedere, mi riferisco anche a esempi contemporanei. Ora, i sentimenti e le azioni che trovano nell’amore la loro origine comune – che abbiano la forma bruta del desiderio o quelle più raffinate del flirt intellettuale con citazioni e filosofia di sottofondo- sono senza dubbio alcuno (insieme a quelli che riguardano la morte, che poi sono molto affini) quelli che l’umanità prova con maggiore intensità e violenza. Alla maggior parte di voi sovverrà certamente un’obiezione. Quanti tra voi tentano di considerare il resto dei loro concittadini con imparzialità sanno che una delle passioni più diffuse nel mondo moderno è l’uso di stupefacenti nella loro forma nobile (oppio, haschisch) o in quella degradata: alcol e tabacco, per non parlare delle forme chimiche e ipodermiche, cocainan e morfina, che sono senz’altro da censurare. Risponderei che se ci si potesse procurare una donna tanto facilmente quanto un bicchiere di gin o un pacchetto di gauloises e se ci si potesse concedere il lusso, come nel caso dell’alcol e della sigaretta, di degustarli all’aria aperta senza aver l’obbligo di rinchiudersi in una camera sudicia e pocoinvitante, l’alcolismo e l’intossicazione sparirebbero immediatamente, o ritroverebbero quantomeno delle proporzioni accettabili. Un divertente paradosso è insito nel fatto che il governo incoraggia con tutti i mezzi i cittadini a bere cognac e far bruciare dell’erba puzzolente,ma nel con tempo arresta e condanna i satiri che in fin dei conti non fanno altro che tentare di praticare una funzione del tutto normale ma variamente complicata da pregiudizi e altri regolamenti. O magari non c’è nessun paradosso, si tratta di due aspetti di una cospirazione nociva. Perché è assolutamente sano, sul piano fisico esplorare insieme alla compagna che abbiamo scelto tutte le possibilità offerte dal gioioso mistero, secondo la divertente formula coniata dai nostri padri. Mentre a bere alcol si prende la cirrosi. Questa è dunque la giustificazione dell’amore come tema letterario, e di conseguenza dell’erotismo: la carenza alla quale uno Stato condanna uno sport che, fino a prova contraria, mi intestardisco a considerare più razionale dello judo e più soddisfacente della corsa o delle parallele ( attività, queste, dalle quali deriva, condividendone alcuni aspetti. E poiché l’amore, che è comunque, lo ripeto, al centro degli interessi della maggior parte della gente sana, è ostacolato e impedito dallo Stato, perché dovremmo sorprenderci se il movimento rivoluzionario assume oggi la forma della letteratura erotica?
Non bisogna farsi illusioni. Il comunismo è buono e caro, ma è diventato una specie di conformismo nazionalista. Il socialismo ha messo tanto vino nell’acqua che si è convertito all’abbondanza… quanto al resto, sorvolerò perché ignoro cosa sia la politica, che mi interessa ancor meno del tabacco…
Sì, i veri propagandisti dell’ordine nuovo, i veri apostoli della rivoluzione futura, futura e dialettica, come è ovvio, sono i cosiddetti autori licenziosi. Leggere libri erotici, diffonderli, scriverli, significa preparare il mondo di domani e segnare la strada della vera rivoluzione.
Andate a vedere chi era Ernesto Ragazzoni e riconoscerete nella sua barba, nei suoi lavori, nella sua vita, negli articoli e nelle poesie quella mentalità frizzante e mai pigra di inizio 900, rara, e per questo tanto preziosa per noi posteri. Nell’Italia prefascista, liberale, quella delle imprese coloniali in Africa e del primo conflitto mondiale spunta una voce fuori dai cori bottegai e perbenisti dell’epoca. Cesare Bermani ne fa un ritratto puntuale e ve lo linko come prefazione alle due poesie che propongo. Il contributo di Bermani si trova sul sito della città natale di RagazzoniORTA.NET
PAROLE CONTRO PAROLE
Oggi, non voglio far della poesia,
non voglio stare chiuso contro un tavolo.
Voglio prender la porta, andare via
andarmene, se càpita, anche al diavolo!
In un giorno di ciel, d’aria e di sole
posso seduto, fabbricar parole?
Io, come il vecchio Amleto, sono stufo
di parole, parole, ancor parole!
Fra tanti pappagalli, sono un gufo
e disdegno le chiacchiere e le fole.
Se si parlasse meno, quanto il mondo
più felice sarebbe, e più fecondo!
Abbasso i versi e chi li legge e scrive!
Primavera s’annuncia, e vo’ pei campi
a veder in che modo si rivive
senza bisogno alcun che se ne stampi,
o ne filosofeggino due o tre
sui sedili dei tram, e nei caffè!
Senza soccorso di poeti e sofi
le siepi vanno rimettendo il verde!
Su per le aiuole crescono i carciofi,
e l’asparago inver nulla ci perde
se vien fuori, a dispetto della critica,
senza affatto occuparsi di politica.
E così fa la mammola, e fa l’erba,
il pero, il melo, il mandorlo, il ciliegio
che una veste di fiori hanno, e superba,
e daran frutto, senza ciarle, egregio.
Se facessimo un poco come loro:
chiacchiere niente, e alquanto più lavoro?
SCHERZI E FRAMMENTI
O Signore, io ti ringrazio
d’aver dato al Mondo il vizio,
l’alto e solo benefizio
che quaggiù non soffre strazio…,
che accomuna in un sol dazio
ogni Caio ed ogni Tizio.
Che quaggiù ci sia sol spazio
per un cazzo e un orifizio,
ognun gridi mai non sazio
fino al giorno del giudizio:
O Signore, io ti ringrazio
d’aver dato al Mondo il vizio.
***
È finita. Il giornale è stampato,
la rotativa s’affretta,
me ne vado col bavero alzato,
dietro il fumo della sigaretta.
***
… e lieve lieve
cade la neve
sull’alta pieve
di Pontassieve
e il tetto breve
che ne riceve
piú che non deve
si fa piú greve
sempre più greve
ahi troppo greve
e cade in breve
non piú la neve
sovra la pieve
sibben la pieve
sovra la neve
che cade lieve
sull’alta pieve
di Pontassieve
e il tetto breve
che ne riceve
più che non deve
si fa più greve
sempre più greve
ahi troppo greve
e cade in breve
non più la neve
sovra la pieve
sibben la pieve
sovra la neve
che cade lieve
sull’alta pieve
di Pontassieve
e il tetto breve.
***
Io non vi parlerò di cose strane.
Dirò cose comuni e naturali,
Parlerò solo un poco di puttane
E d’altre cose simili morali:
Parlerò del davanti e del didietro.
— Lettor, se non ti piace, torna indietro.
***
Vergini muse dell’Olimpo antico,
Andate tutte a farvi benedire
Perché se udiste mai quello che dico
Obbligate sareste ad arrossire.
Fuggite, o pur tappatevi le orecchie
Voi siete troppo caste e troppo vecchie.
Ultimamente mi capita di leggere L’Espresso perchè “seguo” la raccolta degli Short Tales (anche se non è perfettamente corretto, diciamo spio, rubacchio, dò un’occhiata, leggo): i racconti brevi con testo originale a fronte che il settimanale sta proponendo. Nonostante l’inutilità (sono usciti già 17 racconti, quindi che segnalazione è? ma ormai è chiara la mia propensione per i voli pindarici tra passato e presente) apro una piccola parentesi sulla qualità dignitosa che hanno questi libelli. Sono quasi tutti miei (nostri, vostri, loro) compagni di infanzia, personalmente coloro che mi hanno “iniziato” alla lettura e alla letteratura. E allora:
Il diario di Adamo ed Eva di Mark Twain: raccontino vagamente misogino e pieno di stereotipi sessisti dell’epoca (il racconto è stato pubblicato nel 1906) ma molto divertente soprattutto nello stile e nei giochi di parole. La parte di Adamo l’ho trovata esilarante.
e ancora di Jerome Klapka Jerome, L’anima di Nicholas Snyders e Lo scherzo del filosofo.
(più intrigante il secondo racconto dove in una cena di commensali partecipa il fantasma del filosofo Kant)
Jack London, Il messicano: “Non lasciarti impressionare…e ricorda le istruzioni. Devi resistere. Non rimanere a terra. Se rimani a terra abbiamo istruzioni di riempirti di botte negli spogliatoi. Chiaro? Devi lottare”. Un London come al solito strepitoso e autobiografico.
Herman Melville, Il tavolo di melo: ancora devo leggerlo ma anche lui come gli altri va nella categoria Libri dell’infanzia
Jane Austen, Amore e amicizia: scritto a sedici anni questo raccontino mette alla sbarra la società borghese e la sua letteratura, utilizzando per di più quello stile melenso e formale della cultura inglese come arma contro i benpensanti (agli albori del femminismo insomma).
Charles Dickens, La casa dei fantasmi: anche questo ancora da leggere ma sulla fiducia…
Joseph Conrad, L’informatore: ricca di intrighi la storia che racconta Conrad riguardo la vita dell’anarchico Sevrin e la storia d’amore tra il protagonista e una ragazza di buona famiglia.
Insomma eccovi l’assaggio.
E ora il succo del mio post (anomalo direi)
Sfogliando L’Espresso incappo ieri in questo box minuscolo a fondo pagina. A me ha fatto proprio ridere. Ma voglio precisare che non sono una “fan” di Obama divertita. Sono una comunista che ride (amaramente ovvio) sulle sorti del socialismo..vero, presunto, virtuale.
Socialisti per ridere.
A Cortina l’ex ministro degli Esteri de Michelis discute del disegno politico di Barak Obama:
“Certo, definirlo neo-socialista mi fa un po’ ridere”.
Udito un signore tra il pubblico:
“Giustissimo. Però anche definire socialista De Michelis mi ha sempre fatto ridere”.
Il socialismo ha fallito, il capitalismo è in bancarotta.
Cosa succederà adesso?
di Eric Hobsbawm
Qualunque logotipo ideologico adottiamo, lo spostamento dal mercato libero all’azione pubblica dovrà essere molto maggiore di quanto i politici immaginano.
Il XX secolo è già alle nostre spalle, ma non abbiamo ancora imparato a vivere nel XXI, o almeno a pensarlo in modo appropriato. Non dovrebbe essere così difficile come sembra, dato che l’idea fondamentale che ha dominato l’economia e la politica nel secolo scorso è scomparsa, chiaramente, nel tubo di scarico della storia. Avevamo un modo di pensare le moderne economie industriali -in realtà tutte le economie-, in termini di due opposti che si escludevano reciprocamente: capitalismo o socialismo.
Abbiamo vissuto due tentativi pratici di realizzare entrambi i sistemi nella loro forma pura: da un lato le economie a pianificazione statale, centralizzate, di tipo sovietico; dall’altro l’economia capitalista a mercato libero esente da qualsiasi restrizione e controllo. Le prime sono crollate negli anni ’80, e con loro i sistemi politici comunisti europei; la seconda si sta decomponendo davanti ai nostri occhi nella più grande crisi del capitalismo globale dagli anni ’30 ad oggi. Per certi versi è una crisi più profonda di quella degli anni 30, in quanto la globalizzazione dell’economia non era a quei tempi così sviluppata come oggi e la crisi non colpì l’economia pianificata dell’Unione Sovietica. Ancora non conosciamo la gravità e la durata della crisi attuale, ma non c’è dubbio che vada a segnare la fine di quel tipo di capitalismo a mercato libero che si è imposto nel mondo e nei suoi governi nell’epoca iniziata con Margaret Thatcher e Ronald Reagan.
L’impotenza, quindi, minaccia sia coloro che credono in un capitalismo di mercato, puro e destatalizzato, una specie di anarchismo borghese; sia coloro che credono in un socialismo pianificato incontaminato dalla ricerca del profitto. Entrambi sono in bancarotta. Il futuro, come il presente e il passato, appartiene alle economie miste dove il pubblico e il privato siano reciprocamente vincolati in un modo o nell’altro. Ma come? Questo è il primo problema che si pone oggi a noi tutti, e in particolare a quelli di sinistra.
Nessuno pensa seriamente di ritornare ai sistemi socialisti di tipo sovietico, non solo per le loro carenze politiche ma anche per la crescente indolenza e inefficienza delle loro economie, anche se questo non deve portarci a sottovalutare le loro impressionanti conquiste sociali ed educative. D’altro canto, finché il mercato libero globale non è esploso l’anno scorso, anche i partiti socialdemocratici e moderati di sinistra dei Paesi del capitalismo del Nord e dell’Australasia si erano impegnati sempre di più nel successo del capitalismo a mercato libero. Effettivamente, dal momento del crollo dell’URSS ad oggi non ricordo nessun partito o leader che denunciasse il capitalismo come una cosa inaccettabile. E nessuno era così legato alle sue sorti come il New Labour, il nuovo laburismo britannico. Nella sua politica economica, tanto Tony Blair che Gordon Brown (e questo fino all’ottobre del 2008) potevano essere definiti senza alcuna esagerazione come dei Thatcher in pantaloni. E lo stesso vale per il Partito Democratico degli Stati Uniti.
L’idea fondamentale del nuovo Labour, a partire dal 1950, era che il socialismo non fosse necessario, e che si poteva aver fiducia che il sistema capitalista facesse fiorire e generare più ricchezza di qualsiasi altro sistema. I socialisti non dovevano fare altro che garantire una distribuzione egualitaria. Ma a partire dal 1970 la crescita accelerata della globalizzazione creò sempre più difficoltà e sgretolò fatalmente la base tradizionale del Partito Laburista britannico, e per la verità alle politiche di aiuto e sostegno di qualsiasi partito socialdemocratico. Molte persone, negli anni ‘80, pensarono che se la nave del laburismo non voleva colare a picco, cosa che era una possibilità reale, dovesse mettersi al passo con i tempi.
Ma non fu così. Sotto l’impatto di quello che vedeva come la rivitalizzazione economica thatcherista, il New Labour, a partire dal 1997, si bevve tutta l’ideologia, o piuttosto la teologia, del fondamentalismo del mercato libero globale. Il Regno Unito deregolamentò i suoi mercati, vendette le sue industrie al miglior offerente, smise di fabbricare beni per l’esportazione (a differenza di Germania, Francia e Svizzera) e puntò tutto sulla sua trasformazione in centro mondiale dei servizi finanziari, e di conseguenza in paradiso dei riciclatori multimilionari di denaro. Così l’impatto attuale della crisi mondiale sulla sterlina e l’economia britannica sarà probabilmente più catastrofico di quello su ogni altra economia occidentale e questo renderà la guarigione più difficile.
E’ possibile affermare che ormai tutto questo è acqua passata. Che siamo liberi di tornare all’economia mista e che la vecchia scatola degli attrezzi laburista è qui a nostra disposizione -compresa la nazionalizzazione-, così che non dobbiamo far altro che utilizzare di nuovo questi attrezzi che il New Labour non avrebbe mai dovuto smettere di usare. Comunque questa idea fa pensare che sappiamo come usare questi attrezzi. Non è così.
Da un lato non sappiamo come superare l’attuale crisi. Non c’è nessuno, né i governi, né le banche centrali, né le istituzioni finanziarie mondiali, che lo sappia: tutti questi sono come un cieco che cerca di uscire da un labirinto dando colpi alle pareti con bastoni di ogni tipo nella speranza di trovare la via d’uscita.
Dall’altro lato sottovalutiamo il persistente grado di dipendenza dei governi e dei responsabili delle politiche dai dogmi del libero mercato, che tanto piacere gli hanno regalato per decenni. Si sono forse liberati del principio fondamentale per cui l’impresa privata orientata al profitto è sempre il mezzo migliore e più efficace di fare le cose? O che l’organizzazione e la contabilità imprenditoriali dovrebbero essere i modelli anche per la funzione pubblica, l’educazione e la ricerca? O che il crescente abisso tra i multimilionari e il resto della gente non sia tanto importante, dopotutto, sempre che tutti gli altri -eccetto una minoranza di poveri- stiano un po’ meglio? O che quello di cui ha bisogno un Paese, in qualsiasi caso, è il massimo di crescita economica e di competitività commerciale? Non credo che abbiano superato tutto questo.
Comunque una politica progressista richiede qualcosa in più di una rottura più netta con i principi economici e morali degli ultimi 30 anni. Richiede un ritorno alla convinzione che la crescita economica e l’abbondanza che comporta siano un mezzo, non un fine. Il fine sono gli effetti che ha sulle vite, le possibilità vitali e le aspettative delle persone.
Prendiamo il caso di Londra. E’ evidente che a tutti noi importa che l’economia di Londra fiorisca. Ma la prova del fuoco dell’enorme ricchezza generata in qualche parte della capitale non è il fatto di aver contribuito al 20 o 30% del PIL britannico, ma come questo ha influito sulle vite dei milioni di persone che vivono e lavorano lì. A che tipo di vita hanno diritto? Possono permettersi di vivere lì? Se non possono, non è per niente una compensazione il fatto che Londra sia un paradiso dei super-ricchi. Possono ottenere posti di lavoro pagati decentemente, o nella realtà un lavoro qualsiasi? Se non possono, a che serve tutto questo affannarsi per avere ristoranti da tre stelle Michelin, con chef diventati essi stessi stelle. Possono mandare i loro figli a scuola? La mancanza di scuole adeguate non si compensa con il fatto che le Università di Londra possano allestire una squadra di calcio fatta di vincitori di premi Nobel.
La prova di una politica progressista non è privata ma pubblica, non solo importa l’aumento del reddito e del consumo dei privati ma l’ampliamento delle opportunità e, come le chiama Amartya Sen, delle capabilities -capacità- di tutti per mezzo dell’azione collettiva. Ma questo significa -deve significare- iniziativa pubblica senza fini di profitto, neanche se fosse solo per redistribuire l’accumulazione privata. Decisioni pubbliche dirette a conseguire un miglioramento sociale collettivo dal quale tutti ne guadagnerebbero. Questa è la base di una politica progressista, non la massimizzazione della crescita economica e del reddito personale.
In nessun ambito questo sarà più importante che nella lotta contro il problema più grande che ci troviamo ad affrontare in questo secolo: la crisi dell’ambiente. Qualsiasi logotipo ideologico adottiamo, ciò significherà uno spostamento di grandi dimensioni dal libero mercato all’azione pubblica, un cambiamento più grande di quello proposto dal governo britannico.
E, tenuto conto della gravità della crisi economica, dovrebbe essere uno spostamento rapido. Il tempo non è dalla nostra parte.
Non c’è dubbio che conoscesse molto bene il suo paese…e i suoi mali cronici.
Quaderno 15 (II) 1933
§<21>. Passato e presente.
Se si domanda a Tizio, che non ha mai studiato il cinese e conosce bene solo il dialetto della sua provincia, di tradurre un brano in cinese, egli molto ragionevolmente si meraviglierà, prenderà la domanda in ischerzo e, se si insiste, crederà di essere canzonato, si offenderà e farà ai pugni. Eppure lo stesso tizio, senza essere neanche sollecitato, si crederà autorizzato a parlare di tutta una serie di quistioni che conosce quanto il cinese, di cui ignora il linguaggio tecnico, la posizione storica, la connessione con altre quistioni, talvolta gli stessi elementi fondamentali distintivi. Del cinese almeno sa che è una lingua di un determinato popolo che abita un determinato punto del globo: di queste quistioni ignora la topografia ideale e i confini che le limitano.
§<57>. Passato e presente.
Una delle manifestazioni più tipiche del pensiero settario [...] è quella per cui si ritiene di poter fare sempre certe cose anche quando la “situazione politico-militare” è cambiata. Tizio lancia un grido e tutti applaudono e si entusiasmano; il giorno dopo, la stessa gente che ha applaudito e si è entusiasmata a sentire lanciare quel grido, finge di non sentire, scantona ecc.; al terzo giorno la stessa gente rimprovera Tizio, lo rintuzza, e anche lo bastona o lo denunzia. Tizio non ne capisce nulla; ma Caio che ha comandato Tizio, rimprovera Tizio di non aver gridato bene, o di essere un vilgiacco o un inetto ecc. Caio è persuaso che quel grido, elaborato dalla sua eccellentissima capacità teorica, deve sempre entusiasmare e trascinare, perchè nella sua conventicola infatti i presenti fingono ancora di entusiasmarsi ecc. Sarebbe interessante descrivere lo stato d’animo di stupore e anche di indignazione del primo francese che vide rivoltarsi il popolo siciliano dei Vespri.
In realtà avrei dovuto proseguire con I LIBRI DEGLI ALTRI, ma questo articoletto volevo inserirlo da troppo tempo ormai.
Un decina di anni fa, anche di più, scovai un libricino dal titolo “Piove, governo ladro!” di Antonio Gramsci, il sottotitolo recita: satire e polemiche sul costume degli italiani. Lessi tutto d’un fiato, senza dargli troppa attenzione devo dire. Poi l’ho ri-trovato in casa.
Si tratta di articoli che Gramsci scrisse per l’Avanti! in forma anonima e apparsi tra il 1916 e il 1918. Articoletti polemici e stuzzicanti.
Due premesse prima della lettura.
1) Gramsci rifiutò un lavoro molto redditizio (2.500 lire dell’epoca, al mese)
come preside di una scuola per scrivere a poche lire per il giornale socialista.
2) Quando gli proposero di pubblicarli egli commentò che questi “erano scritti alla giornata e dovevano, secondo me, morire dopo la giornata” e questo non stupisce vista la meticolosità con cui studiava, leggeva, scriveva il futuro fondatore del PCd’I.
L’articolo è preceduto da una piccola introduzione che spiega la ragione della polemica.
Buona lettura, compagni!
E’ corsa voce – ed è certo uno scherzo malizioso, ma uno scherzo significativo- che la Sezione torinese del partito (socialista ndr) abbia stabilito nei giorni scorsi di non ammettere d’ora in poi soci che abbiano superato ne’ loro studi la terza elementare*.
Il Corriere della sera si diverte a incrociare su questo spunto le solite spiritose frasi che piacciono tanto ai suoi lettori, anche quando se le son sentite ripetere per la centesima volta. Socialisti: idioti e nefandi; socialisti: proletari dell’intelligenza; socialisti: protozoi che si rivoltano alla superiore specie dei mammiferi; socialismo: manovali contro intellettuali; socialismo: analfabeti di tutto il mondo unitevi, perinde ac idiotus (come un solo idiota, traduzione ad uso dei nostri soci).
Pesiamo le parole. Idiota: parola nobilissima di origine greca. Idiota significa prima di tutto soldato semplice, soldato che non ha nessun gallone. Significa in seguito: chi pensa con la propria testa, chi è proprio, chi non si è ancora assoggettato alla disciplina sociale vigente. Quando questa mancanza di disciplina all’ordinamento sociale diventa una colpa, la parola comincia ad assumere un significato offensivo. Ma in sè e per sè non racchiude nessuna offesa. Ha un significato sociale, non inviduale. Idiota è chi è diverso, chi pensa e parla diversamente dalla maggioranza. Idiotismo è la parola o il modo di dire proprio di un regione, e non usato nella lingua letteraria o nazionale. Idiota, insomma, corrisponde a refrattario, per ciò che riguarda le relazioni sociali. Nefando: parola altrettanto nobile, di origine latina. Significa: chi parla come la divinità ha proibito di parlare, chi fa affermazioni proibite dalla legge. Due parole che hanno un valore prettamente democratico dal punto di vista sociale. Due parole che hanno acquistato valore offensivo quando la società, la legge, la disciplina sociale erano fondate sul principio divino, su una mistica concezione del destino che presiede all’accadimento dei fatti umani. Idioti e nefandi erano pertanto quelli che non credevano all’efficacia taumaturgica delle frasi fatte, dell’ “Iddio l’ha detto” del “la patria lo vuole”, del “le leggi imperscrutabili che guidano l’umanità dicono”, ecc…, e pertanto operavano e parlavano con la loro testa, sbagliando talvolta senza dubbio, ma pronti a riconoscere lo sbaglio e a correggerlo, lieti se riuscivano a raggiungere un fine anche minuscolo, purchè, anche nella sua piccolezza, fosse raggiunto con mezzi loro propri, fosse figlio delle loro opere e non della loro supina obbedienza alla volontà degli altri.
Idioti e nefandi: parole classiche che esprimono l’indipendenza di un piccolo gruppo di fronte alla collettività, di un individuo rispetto all’ambiente in cui vive. Che si contrappongono al cadaver dei gesuiti, al “credo quantunque sia assurdo, anzi appunto perchè assurdo”, all’ipse dixit (l’ho detto…, basta, traduzione per i nostri soci) e a tutte le altre formule del pecorile asservimento alla verità rivelata, alla legge, voce di Dio, allo Stato, mistica disciplina per la realizzaxione della volontà di Dio sulla terra.
Intellettuali, sì, quando intellettuale vuol dire intelligente, e non tiranno per grazia del titolo di studi; seguire gli intellettuali, sì, quando seguirli vuol dire ritrovar in loro meglio chiariti, più logicamente costruiti quei concetti e quei veri che ognuno sente in sè ancora indistinti. Ma non si vuol sacrificare l’intelligenza all’intelletto, l’indipendenza e la libertà propria all’intelletto degli altri. Quando si proverà che non avere titoli di studi voglia dire essere stupidi, che non essere pecorinamente schiavi voglia dire essere delinquenti, allora ci copriremo i capelli di cenere e ci batteremo il petto. Finora siamo persuasi che stupidi e cretini siano coloro che danno alle parole quel significato che esse avrebbero se si riferissero a loro stessi.
Noi siamo più classici di loro, e ce ne troviamo bene.
(17 gennaio 1917)
* Perinde ac “idiotus”, in Corriere della sera, 16 gennaio 1917
Una parte di quella forza che vuole il Male e opera costantemente il Bene
“Perchè – proseguì Woland convincente e dolce – Oh, tre volte romantico Maestro, possibile che lei non voglia di giorno passeggiare con la sua compagna sotto i ciliegi che cominciano a fiorire, e di sera ascoltare la musica di Schubert? Possibile che non provi piacere a scrivere alla luce delle candele con una penna d’oca? Possibile che lei non voglia, come Faust, starsene su una storta nella speranza che le riesca di modellare un nuovo homunculus? Là, là! Là vi aspetta una casa e vecchio servo, le candele sono già accese, ma presto si spegneranno perchè incontrerete immediatamente l’alba. Per questa strada, Maestro, per questa strada! Addio, per me è ora!”
“Addio!” – con un sol grido risposero a Woland, Margherita e il Maestro. Allora il nero Woland, senza badare a strada alcuna, si gettò nel precipizio e dietro di lui, tumultuando, si slanciò il suo seguito. Intorno non c’erano più nè rocce, nè il ripiano, nè la strada illuminata dalla luna, nè Jerushalajim. Erano scomparsi anche i neri cavalli. Il Maestro e Margherita videro l’alba promessa. Essa cominciò subito, immediatamente dopo la luna di mezzanotte. Il Maestro camminava con la sua compagna nello splendore dei primi raggi mattutini attraverso un muschioso ponticello di pietra. Lo attraversarono. Il ruscello restò alle spalle dei fedeli amanti, ed essi andarono lungo una strada sabbiosa.
“Ascolta la quiete, – diceva Margherita al Maestro, e la sabbia frusciava sotto i suoi piedi nudi, – ascolta e godi ciò che non ti hanno mai concesso in vita: il silenzio. Guarda, ecco là davanti la tua casa eterna, che ti è stata data per ricompensa. Già vedo la trifora e la vite che s’attorce e s’alza fino al tetto. Ecco la tua casa, la tua casa eterna. So che alla sera ti verranno a trovare coloro che tu ami, che ti interessanno e che non ti inquieteranno. Suoneranno per te, canteranno per te, vedrai che luce ci sarà nella camera quando saranno accese le candele. Ti addormenterai, col tuo berretto consunto ed eterno, ti addormenterai col sorriso sulle labbra. Il sonno ti rinforzerà e saggi saranno i tuoi pensieri. E mandarmi via ormai non potrai. Il tuo sonno lo proteggerò io”.
Così parlava Margherita, seguendo il Maestro verso la loro casa eterna, e al Maestro parve che le parole di Margherita fluissero come fluiva e bisbigliava il ruscello lasciato alle spalle, e la memoria del Maestro, l’inquieta e martoriata memoria del Maestro, cominciò a spegnersi. Qualcuno lo lasciava libero, come poco prima egli aveva lasciato libero l’eroe da lui creato. Questo eroe era scomparso, era scomparso irrevocabilmente, perdonato nella notte tra il sabato e la domenica, il figlio del re astrologo, il crudele quinto procuratore della Giudea, il cavaliere Ponzio Pilato.
A ottanta miglia incontro al vento di maestro l’uomo raggiunge la città di Eufemia, dove i mercanti di sette nazioni convengono ad ogni solstizio ed equinozio. La barca che vi approda con un carico di zenzero e bambagia tornerà a salpare con la stiva colma di pistacchi e semi di papavero, e la carovana che ha appena scaricato sacchi di noce moscata e di zibibbo già affastella i suoi basti per il ritorno con rotoli di mussola dorata. Ma ciò che spinge a risalire fiumie attraversare deserti per nvenire fin qui non è solo lo scambio di mercanzie che ritrovi sempre in tutti i bazar dentro e fuori l’impero del Gran Kan, sparpagliate ai tuoi piedi sulle stesse stuoie gialle, all’ombra della stessa tenda scacciamosche, offerti con gli stessi ribassi di prezzo menzonieri. Non solo a vendere e a comprare si viene ad Eufemia, ma anche perchè la notte accanto ai fuochi tutt’intorno al mercato, seduti sui sacchi o sui barili o sdraiati su mucchi di tappeti, a ogni parola che uno dice -come “lupo”, “sorella”, “tesoro nascosto”, “battaglia”, “scabbia”, “amanti”- gli altri raccontano ognuno la sua storia di lupi, di sorelle, di tesori, di scabbi, di amanti, di battaglie. E tu sai che nel lungo viaggio che ti attende, quando per restere sveglio al dondolio del cammello o della giunca ci si mette a ripensare tutti i propri ricordi a uno a uno, il tuo lupo sarà diventato un altro lupo, tua sorella una sorella diversa, la tua battaglia altre battaglie, al ritorno da Eufemia, la città in cui ci si scambia la memoria a ogni solstizio e a ogni equinozio.
Vedo grandi folle avanzare nel cammino aperto da Yarince
e dai guerrieri, quelli di oggi, quelli di allora.
Nessuno sarà padrone di questo corpo di laghi e vulcani
di questa mescolanza di razze,
di questa storia di lance;
di questo popolo amante del mais,
delle feste al chiaro di luna;
del popolo dei canti e dei tessuti di tutti i colori.
Nè lei nè io siamo morte senza un progetto, senza lasciare un’eredità.
Siamo tornate alla terra da dove ancora torneremo a vivere.
Popoleremo di frutti carnosi l’aria dei tempi nuovi.
Colibrì Yarince
Colibrì Felipe
danzeranno sulle nostre corolle
ci feconderanno eternamente.
Vivremo nel crepuscolo della gioia
nell’alba di tutti i giardini.
Presto vedremo il giorno colmo di felicità
le imbarcazioni dei conquistatori allontanarsi per sempre.
Saranno nostri l’oro e le piume
il cacao e il mango
l’essenza dei sacuanjoches. Chi ama non muore mai.
Se non vi fossero guerre o rivoluzioni, non vi sarebbe storia, non vi sarebbe materia di storia.
La storia non avrebbe oggetto.
Tutt’al più esisterebbero gli annali. La storia è la scienza dell’infelicità dell’uomo.
Questa una delle recensioni contenute in Oblique visioni(I)(II)
19-Il vecchio e il nuovo di Sergej M. Ejzenštejn, URSS 1929
Il buon vecchio Sergej non tradisce mai: da accanito collezionista, recupero l’ultimo orgasmico Ejzenštejn che mi mancava (a meno che Fuori Orario non mi regali, prima o poi, Il diario di Glumov, i primi due minuti girati dal Maestro di Riga, o il fotofilm de Il prato di Bezin, chissà). Avevo letto della particolare lettura erotica che S.M.E. faceva della rivoluzione, ma non credevo che si spingesse fino a tal punto: la rivoluzione è veramente un orgasmo e il modo per dirlo non è per niente metaforico. Marfa è una contadina spiantata: la costituzione di un kolkhoz le permette, assieme ad altri poveri braccianti, di contrastare l’egoistico strapotere dei kulaki; solo la collettivizzazione delle terre e la meccanizzazione dei procedimenti di coltivazione e allevamento possono consentire l’intensivo e redditizio sfruttamento delle terre. Il particolare messaggio (che diede adito a censure molto pesanti, in un momento in cui l’industrializzazione pesante era il vero obiettivo del regime sovietico, e che costrinse al forzato finale in cui mondo contadino e operaio si abbracciano) è narrato con partecipazione ed entusiasmo, spingendo la metafora sessuale a livelli imbarazzanti, al punto che non escluderei che i tanti problemi di visibilità che il film ha avuto possano risalire anche alla pruderie dello stato sovietico: la scena in cui viene dimostrata a Marfa e compagni la validità della scrematrice meccanica mostra una serie di sottintesi sessuali mica tanto occulti; sarò io fissato, ma gli ugelli della scrematrice che eiaculano la panna sul viso dell’estatica contadina, cosa sono se non un cumshot rivoluzionario?
La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
in ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco…
La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C’è chi sopravvive…
(Eugenio Montale, La Storia, in Satura, Milano, 1971)
Due frasi.
Pesanti come un colpo.
“A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio”
Ma uno
come me
dove potrà cacciarsi?
Che tana m’han preparata?
S’io fossi
piccolo
come il Grande Oceano,
sulla punta delle onde m’alzerei,
carezzerei la luna con il mio flusso.
Dove trovare un’amata
che mi somigli?
Minuscolo sarebbe il cielo per contenerla!
Oh s’io fossi povero
come un miliardario!
L’anima disprezza i soldi:
un ladro insaziabile s’annida in essa.
Ai desideri miei, alla sfrenata orda
non basta l’oro di tutte le Californie.
S’io fossi balbuziente
come Dante
o Petrarca!
Accendere l’anima per una sola!
Ordinarle coi versi di ridursi in cenere!
E le parole
e il mio amore
sarebbero un arco di trionfo:
pomposamente,
senza lasciar traccia, vi passerebbero
le amanti di tutti i secoli.
Oh s’io fossi
silenzioso
come il tuono:
con un sol gemito
farei tremare l’eremo vacillante della terra.
Se
la mia voce enorme
urlerà a tutta forza,
le comete torceranno le loro braccia di fuoco,
e a capofitto si getteranno dalla disperazione.
Coi raggi dei miei occhi rosicchierei la notte:
oh s’io fossi
appannato
come il sole!
Vorrei proprio
abbeverare con la mia luce
il seno smagrito della terra!
Passerò,
trascinando il mio amore enorme.
In quale notte
delirante,
malata,
quali Golia m’han concepito,
così grande
e così inutile?
All’amato se stesso dedica queste righe l’Autore (1916)
Con questa commedia vogliamo raccontare un fatto veramente accaduto in America nel 1921.
Un anarchico di nome Salsedo, un emigrante italiano “precipitò” da una finestra del 14° piano della questura centrale di New York. Il commissario della polizia dichiarò trattarsi di suicidio.
Fu condotta una prima inchiesta e quindi una super-inchiesta da parte della magistratura e si scoprì che l’anarchico era stato letteralmente scaraventato dalla finestra dai poliziotti durante l’interrogatorio.
Al fine di rendere più attuale e quindi più drammatica la vicenda, ci siamo permessi di mettere in opera uno di quegli stratagemmi ai quali spesso si ricorre nel teatro. Cioè a dire: abbiamo trasportato l’intera vicenda ai giorni nostri e, invece che a New York l’abbiamo ambientata in una qualunque città italiana… facciamo conto Milano.
E’ logico che, per evitare anacronismi, siamo stati costretti a chiamare commissari i vari sceriffi, questori gli ispettori e così via.
Avvertiamo ancora che, qualora apparissero analogie con fatti e personaggi della cronaca nostrana, questo fenomeno è da imputarsi a quella imponderabile magia costante nel teatro che, in infinite occasioni, ha fatto sì che perfino storie pazzesche completamente inventate, si siano trovate ad essere a loro volta impunemente imitate dalla realtà!
Gramsci scrive alla sorella Teresa. Sono infatti due i nuclei familiari con cui stabilì una corrispondenza. Quello sardo: della madre, delle sorelle e del fratello; e quello russo: della moglie, dei figli, dell’amico Sraffa, della cognata Tatiana.
Questa prima lettera ve la propongo perchè mi sembra interessante
il polilinguismo che Antonio suggerisce per i suoi nipoti.
La seconda invece è destinata alla madre e contiene una spiegazione, forse un modo più leggero di spiegare alla genitrice, la sua inevitabile condanna e lunga carcerazione.
26 Marzo 1927
Carissima Teresina,
mi è stata consegnata solo pochi giorni fa la lettera che mi avevi inviato a Ustica e che conteneva la fotografia di Franco. Ho così potuto vedere finalmente il tuo bimbetto e te ne faccio tutte le mie congratulazioni; mi manderai, è vero?, anche la fotografia della Mimì e così sarò proprio contento. Mi ha colpito molto che Franco, almeno dalla fotografia, rassomigli pochissimo alla nostra famiglia: deve rassomigliare a Paolo e alla sua stirpe campidanese e forse addirittura maureddina (1): e Mimì a chi somiglia? Devi scrivermi a lungo dei tuoi bambini, se hai tempo, o almeno farmi scrivere da Carlo o da Grazietta. Franco mi pare molto vispo e intelligente: penso che parli già correttamente. In che lingua parla? Spero che lo lascerete parlare in sardo e non gli darete dei dispiaceri a questo proposito. E’ stato un errore, per me, non aver lasciato che Edmea, da bambinetta, parlasse liberamente in sardo. Ciò ha nuociuto alla sua formazione intellettuale e ha messo una camicia di forza alla sua fantasia. Non devi fare questo errore con i tuoi bambini. Intanto il sardo non è un dialetto, ma una lingua a sè, quantunque non abbia una grande letteratura, ed è bene che i bambini imparino più lingue, se è possibile.
Ales_il paese natale
Poi, l’italiano, che voi gli insegnerete, sarà una lingua povera, monca, fatta solo di quelle poche frasi e parole delle vostre conversazioni con lui, puramente infantile; egli non avrà contatto con l’ambiente generale e finirà con l’apprendere due gerghi e nessuna lingua: un gergo italiano per la conversazione ufficiale con voi e un gergo sardo, appreso a pezzi e bocconi, per parlare con gli altri bambini e con la gente che incontra per la strada o in piazza. Ti raccomando, proprio di cuore, di non commettere un tale errore e di lasciare che i tuoi bambini succhino tutto il sardismo che vogliono e si sviluppino spontaneamente nell’ambiente naturale in cui sono nati: ciò non sarà un impaccio per il loro avvenire, tutt’altro. Delio e Giuliano sono stati male in questi ultimi tempi: hanno avuto la febbre spagnola; mi scrivono che ora si sono rimessi e stanno bene. Vedi, per esempio, Delio: ha cominciato col parlare la lingua della madre, come era naturale e necessario, ma rapidamente è andato apprendendo anche l’italiano e cantava ancora delle canzoncine in francese, senza perciò confendersi o confondere le parole dell’una e dell’altra lingua. Io volevo insegnargli anche a a cantare: “Lassa sa figu, puzone” (2), ma specialmente le zie si sono opposte energicamente. Mi sono divertito molto con Delio l’agosto scorso: siamo stati insieme una settimana al Trafoi, nell’Alto Adige, in una casetta di contadini tedeschi. Delio compiva proprio allora due anni, ma era già molto sviluppato intellettualmente. Cantava con molto vigore una canzone: “Abbasso i frati, abbasso i preti”, poi cantava in italiano: “Il sole mio sta in fronte a te” e una canzoncina francese, dove c’entrava un mulino. [...] Abbraccio Paolo affettuosamente; tanti baci a te e ai tuoi bambini.
Nino
Del campidano di Oristano e di cagliari.
"Lascia il fico, uccello".
25 Aprile 1927
Carissima mamma,
ho ricevuto la tua lettera proprio oggi. Ti ringrazio. Sono molto contento delle buone notizie che mi dai, specialmente di Carlo. Non sapevo quali fossero le sue condizioni di lavoro e di vita. Credo che Carlo sia un ottimo ragazzo, nonostante quelche sua capestreria del passato e credo che sia più solido negli affari di quanto lo fossero (e forse lo sono ancora) tanto Nannaro che Mario, che erano portati a vedere guadagni favolosi e a fare castelli in aria per ogni piccola cosa. Ahimè! tutti in casa nostra (eccettuato io solo) hanno creduto di avere uno speciale bernoccolo per gli affari e non vorrei che tutti facessero una esperienza come quella famosa del “pollaio”; te ne ricordi? e Carlo se ne ricorda? Bisognerebbe ricordarglielo a sempiterno scorno dei Gramsci che vogliono fare degli affari. Io me ne ricorderò sempre, anche perchè quelle galline, che non facevano mai l’uovo, mi hanno beccato e rovinato tre o quattro romanzi di Carolina Invernizio (meno male!). La mia vita scorre sempre uguale.
In braccio alla madre
Leggo, mangio, dormo e penso. Non posso fare altro. Tu però non devi pensare a tutto ciò che pensi e specialmente non devi farti illusioni [...] perchè sono anche arcisicuro che sarò condannato e chissà a quanti anni. Tu devi capire che in ciò non c’entra per nulla nè la mia rettitudine, nè la mia coscienza, nè la mia innocenza o colpevolezza. E’ un fatto che si chiama politica, appunto perchè tutte queste bellissime cose non c’entrano per nulla. Tu sai come si fa coi bambini che fanno la pipì nel letto, è vero? Si minaccia di bruciarli con la stoppa accesa in cima al forcone. Ebbene: immagina che in Italia ci sia un bambino molto grosso che minaccia continuamente di fare la pipì nel letto di questa grande genitrice di biade ed eroi; io e qualche altro siamo la stoppa (o il cencio) accesa che si mostra per minacciare l’impertinente e impedirgli di insudiciare le candide lenzuola. Poichè le cose sono così, non bisogna nè allarmarsi, nè illudersi; bisogna solo attendere con grande pazienza e sopportazione. Va là, tu sei ancora forte e giovane e ci rivedremo. [...]
Nino
Dopo alcuni anni fanno il loro avvento in casa i Quaderni dal carceredi Antonio Gramsci, nuova edizione Einaudi, con la storica prefazione di Gerratana. QUELLI LA’ proprio. Insomma sto facendo ingordigia, ora ho tutto il tempo per coccolarli, sfogliarli, appuntarci sopra delle cose, metterci segnalibri…sono tutti per me! E allora qualche giorno fa mi imbatto in una pagina dei suddetti e trovo un “elenco di animali conosciuti” da Gramsci. Una lista e un riferimento alle Lettere, in particolare ad una del febbraio 1932. Faccio un confronto con le Lettere e la ritrovo. Conosciamo un Gramsci dolcissimo, tenero, affettuoso da questa corrispondenza col primo figlio. Il racconto della “caccia ai ricci” è simpatico come del resto l’immagine di un Antonio Gramsci bambino che si nasconde dietro i cespugli o alleva animali in giardino! eccola a voi..Buona lettura
febbraio 1932
Caro Delio,
Mi è piaciuto il tuo angoletto vivente coi fringuelli e i pesciolini. Se i fringuelli scappano talvolta dalla gabbietta, non bisogna afferrarli per le ali o per le gambe, che sono delicate e possono rompersi o slogarsi; occorre prenderli a pugno pieno per tutto il corpo, senza stringere. Io da ragazzo ho allevato molti uccelli e anche altri animali: fringuelli, allodole ecc; ho allevato una serpicina, una donnola, dei ricci, delle tartarughe. Ecco ho visto i ricci fare la raccolta delle mele. Una sera d’autunno quando era già buio, ma splendeva luminosa la luna, sono andato con un altro ragazzo, mio amico, in un campo pieno di alberi da frutto, specialmente di meli. Ci siamo nascosti in un cespuglio, contro vento. Ecco, ad un tratto, sbucano i ricci, cinque, due più grossi e tre piccolini. In fila indiana si sono avviati verso i meli, hanno girellato tra l’erba, e poi sin sono messi a lavoro: aiutandosi con i musetti e con le gambette, facevano ruzzolare le mele, che il vento aveva staccato dagli alberi, e le raccoglievano insieme in uno spiazzetto, ben bene vicine una all’altra. Ma le mele giacenti per terra si vede che non bastavano; il riccio più grande, col muso per aria, si guardò intorno, scelse un albero molto curvo e si arrampicò, seguito dalla moglie. Si posarono su un ramo carico e incominciarono a dondolarsi, ritmicamente; i loro movimenti si comunicarono al ramo, che oscillò sempre più spesso, con scosse brusche, e molte altre mele caddero per terra. Radunate anche queste vicino alle altre, tutti i ricci, grandi e piccoli, si arrotolarono, con gli aculei irti, e si sdraiarono sui frutti, che rimanevano infilzati: c’era chi aveva poche mele infilzate (i riccetti), ma il padre e la madre erano riusciti ad infilzare sette o otto mele per ciascuno.
I figli Delio e Giuliano con la madre Giulia Shucht
Mentre stavano ritornando alla loro tana, noi uscimmo dal nascondiglio, prendemmo i ricci dentro un sacchetto e ce li portammo a casa. Io ebbi il padre e due riccetti e li tenni molti mesi, liberi, nel cortile; essi davano la caccia a tutti gli animaletti, blatte, maggiolini ecc.. e mangiavano frutta e foglie di insalata. Le foglie fresche piacevano loro molto e così li potei addomesticare un poco; non si appallottolavano più quando vedevano la gente. Avevano molta paura dei cani. Io mi divertivo a portare nel cortile delle biscie vive per vedere come i ricci le cacciavano. Appena il riccio si accorgeva della biscia, saltava lesto lesto sulle quattro gambette e caricava con molto coraggio. La biscia sollevava la testa, con la lingua di fuori e fischiava; il riccio dava un leggero squittìo, teneva la biscia con le gambette davanti, le mordeva la nuca e poi se la mangiava pezzo a pezzo. Questi ricci un giorno sparirono: cero qualcuno se li era presi per mangiarli. Tatiniska (1) ha comprato una bella teira grande, di porcellana bianca e ci ha collocato la bambola; ella adesso porta al collo la sciarpetta calda, perchè fa molto freddo: anche in Italia ha nevicato molto. Devi piuttosto scriverle che mangi un pò di più, perchè a me non vuole dare retta. Io credo che i tuoi fringuelli mangino più di Tataniska. Ho piacere che le cartoline ti siano piaciute. Ti scriverò un’altra volta sul ballo delle lepri e su altri animali; ti voglio raccontare altre cose che ho visto e sentito da ragazzo: la storia del polledrino, della volpe e del cavallo che aveva la coda solo nei giorni di festa, la storia del passero e del kulak(2), del kulak e dell’asinello, dell’uccello tessitore e dell’orso, ecc. Mi pare che tu conosci la storia di Kim; conosci anche le Novelle della Giungla e specialmente quella della foca bianca e di Rikki-Tikki-Tawi? E Giuliano è anche lui un udarnik(3)? Per quale attività? Ti bacio, papà. Bacia per parte mia Giuliano e mamma Julca.
(1) Diminutivo di Tatiana in russo.
(2) "Contadino ricco" in russo.
(3)"Lavoratore scelto" in russo.
«Questa canzone racconta la storia di uno che era giù,
molto giù e penso che più giù di così non si possa essere»
E siccome anche io sono davvero molto giù, ho deciso di fare gli auguri alla Rivoluzione d’Ottobre, alla Rivoluzione russa, evento e spartiacque della storia dell’Umanità. Finalmente migliaia, milioni di persone riscattano in quel fatidico 1917 la loro condizione sociale, vincono i soprusi e lo zarismo, vincono le forze reazionarie. Tutto il mondo assiste incredulo al processo di emancipazione di un paese enorme, arretrato, povero. Lo spettro si è fatto carne.
La fine dei Romanov
Mosca – John Reed, I dieci giorni che sconvolsero il mondo, 1919.
La sera del 16 novembre, vidi sfilare sul corso Zagorodni duemila guardie rosse, precedute da una banda militare che suonava la Marsigliese. Come quell’inno era ben scelto, con le bandiere rosso sangue, sventolanti sulle file scure dei lavoratori, per salutare il ritorno dei fratelli che avevano combattuto per la difesa della capitale rossa! Avanzavano nel freddo della sera, uomini e donne con le lunghe baionette oscillanti in cima ai fucili, per le strade fangose e sdrucciolevoli, pochissimo rischiarate, in mezzo ad una folla silenziosa di borghesi, sprezzanti, ma poco tranquilli…
Tutti erano contro di loro: uomini di affari, speculatori, benestanti, agrari, ufficiali, politicanti, professori, studenti, professionisti, commercianti, impiegati. Gli altri partiti socialisti odiavano i bolscevichi di un odio implacabile. I Soviet avevano favorevoli solamente i semplici operai, i marinai, i soldati che non erano ancora demoralizzati, i contadini senza terra e alcuni, pochissimi, intellettuali…
Dagli angoli più lontani di quella grande Russia sulla quale si frangeva l’onda scatenata delle battaglie di strada, la notizia della sconfitta di Kerenski echeggiava come l’eco formidabile della vittoria proletaria: da Kazan, da Saratov, da Novgorod, da Vinnitza, dove il sangue era colato a fiotti nelle strade, da Mosca, dove i bolscevichi avevano puntato i cannoni contro l’ultima fortezza della borghesia, il Kremlino.
«Bombardano il Kremlino!». La notizia correva di bocca in bocca nelle strade di Pietrogrado, provocando una specie di terrore. I viaggiatori che arrivavano da Mosca, la « Piccola Madre», da Mosca la Bianca, dalle cupole dorate, facevano dei racconti spaventosi; i morti si contavano a migliaia; la Tverscaia ed il ponte Kuznetzki erano in fiamme, la cattedrale di San Basilio, il Beato, era non più che una rovina fumante, la cattedrale della Assunzione crollava; la Porta del Salvatore al Kremlino vacillava, la Duma era quasi rasa al suolo. Nulla ancora di tutto quello che avevano fatto i bolscevichi poteva paragonarsi a questo spaventoso sacrilegio compiuto nel cuore stesso della Santa Russia. I fedeli credevano di udire il fracasso dei cannoni che sputavano in faccia alla Santa Chiesa Ortodossa, riducendo in polvere il santuario della nazione russa…
Delegati alla prima Sessione dei Deputati dei Lavoratori e dei Soldati Russi Delegates, fotografati dentro la stanza della Duma nel palazzo di Tauride (Pietrogrado, Giugno 1917)
Finché le donne non saranno chiamate, non soltanto alla libera partecipazione alla vita politica generale, ma anche al servizio civico permanente o generale, non si potrà parlare non solo di socialismo, ma neanche di democrazia integrale e duratura. (Lenin)
Altri tre brevi racconti di Cortazar, ormai compagno di letture notturne più che piacevoli.
Viaggi
Quando i famas fanno un viaggio, le loro abitudini, quando si fermano a dormire in una città, sono le seguenti: un fama va all’hotel e prudentemente vuol sapere il prezzo della camera, rendersi conto di persona della qualità delle lenzuola e del colore dei tappeti. Il secondo va al commissariato e stila una dichiarazione sui beni mobili e immobili dei tre, e fa anche l’elenco del contenuto delle loro valigie. Il terzo fama va all’ospedale e prende nota dei medici di turno nonchè delle loro specializzazioni.
Finite queste incombenze, i tre viaggiatori si riuniscono nella piazza principale della città, si comunicano le rispettive osservazioni, ed entrano in bar a prendere un aperitivo. Prima però si prendono per mano e fanno un girotondo. Questa danza è detta: “Allegria dei famas”.
Quando i cronopios fanno un viaggio, trovano tutti gli alberghi al completo, i treni partiti, piove come dio la manda e i taxi non li vogliono far salire a meno che non siano pronti a farsi spellare vivi. I cronopios non si scoraggiano perchè credono fermamente che queste cose capitino a tutti, e prima di andare a dormire si dicono l’un l’altro: “Ma che bella città, una città proprio bella”. E sognano tutta la notte che la città è in festa e che loro sono invitati a tutti i ricevimenti. Il giorno dopo si alzano allegri, ed è così che viaggiano i cronopios.
Le speranze, sedentarie, si lasciano viaggiare dalle cose e dagli uomini, e sono come le statue che bisogna fare un viaggio per vederle perchè loro non si disturbano.
Conservazione dei ricordi
I famas, per conservare i loro ricordi seguono il metodo dell’imbalsamazione: dopo aver fissato il ricordo con capelli e segnali, lo avvolgono dalla testa ai piedi in un lenzuolo nero e lo sistemano contro la parete del salotto, con un cartellino che dice: “Gita a Quilmes”, oppure: “Frank Sinatra”. I cronopios invece, questi esseri disordinati e tiepidi, sparpagliano i ricordi per la casa, allegri e contenti, e ci vivono in mezzo e quando un ricordo passa di corsa gli fanno una carezza e gli dicono affettuosi: “Non farti male, sai”, e anche: “Sta attento, c’è uno scalino”. Questa è la ragione per la quale le case dei famas sono in ordine e in silenzio, mentre le case dei cronopios sono sempre sottosopra e hanno porte che sbatacchiano. I vicini si lamentano sempre dei cronopios e i famas scuotono la testa comprensivi, e vanno a vedere se i cartellini sono sempre a loro posto.
Orologi
Un fama possedeva un orologio amuro e tutte le settimane lo caricava CON GRANDE CURA.
La parola carciofo deriva dall’arabo al-kharshûf.
Passò un cronopio e vedendolo si mise a ridere, tornò a casa e inventò l’orologio-carciofo o carciofo selavtico, perchè a questa o a quella varietà può e deve appartenere. L’orologio carciofo selvatico del cronopio è un carciofo di varietà nobile, fissato per un gambo ad un buco della parete. Le numerose foglie del carciofo selvatico indicano l’ora presente e anche tutte le ore, sicchèil cronopio non deve far altro che togliergli una foglia e subito sa un’ora. Dato che le stacca da sinistra a destra, la foglia non sbaglia mai, e dà l’ora esatta, così il cronopio ogni giorno ricomincia da capo togliendo un nuovo giro di foglie. Quando arriva al cuore non è più possibile misurare il tempo e nell’infinita rosa violetta del centro il cronopio scopre una gran gioia e se lo mangia con olio aceto e sale, e infila un nuovo orologio nel buco.
L’associazione ‘Per non dimenticare Sabra e Chatila’
e il comitato ‘Palestina nel cuore’
vi segnalano la proiezione del film-documento
Numero uno in lista di Giacomo Durzi
dedicato a Wael Zuaiter, l’intellettuale palestinese, simbolo della resistenza del suo popolo, assassinato a Roma dal Mossad nel 1972. Giacomo Durzi è una voce dissonante nel generale silenzio dell’informazione sulla questione palestinese; ricordiamo che, oltre a Wael Zuaiter, altri tre dirigenti palestinesi sono stati assassinati a Roma tra il 1972 e il 1982 da parte dei servizi segreti israeliani, e su questi delitti il depistaggio e l’insabbiamento degli inquirenti e dei mass media italiani sono stati totali. Il documentario di Durzi affronta una vicenda su cui ancora non è stata fatta piena luce: ve ne raccomandiamo la visione. Il film è in programmazione al Nuovo Cinema Aquila (via L’Aquila n. 68, zona Prenestina, Roma) giovedì 30 ottobre alle 20.15.
Regia: Giacomo Durzi Anno di produzioe: 2008 Durata: 52′ Tipologia: documentario Genere: politico/sociale Paese: Italia Produzione: Pupkin Production Formato di ripresa: DV Formato di proiezione: DV Beta Digitale, colore Altri titoli: Number One on the List
LIbano, Campo profughi palestinese di Rashidiyye_Photo di Valentina Perniciaro
La storia di Wael Zuaiter, un intellettuale palestinese,rappresentante del movimento di resistenza, ucciso da agenti del Mossad a Roma nel 1972 in risposta alla strage degli atleti israeliani alle olimpiadi di Monaco da parte di un commando di Settembre Nero; considerato uno dei responsabili organizzatori dell’attentato di Monaco, Zuaiter fu il primo della celebre lista compilata personalmente da Golda Meir, ad essere ucciso in un paese europeo. Nel film, attraverso testimonianze , animazioni e il racconto di un viaggio in Palestina, si pongono una serie di riflessioni sulle congetture che hanno portato Israele alla sua uccisione, ripercorrendo soprattutto l’ esperienza di vita di Zuaiter in Italia, decisiva per l’acquisizione di una consapevolezza del problema palestinese, essendo stato il primo rappresentante del movimento di resistenza a sensibilizzare l’opinione pubblica alla questione palestinese, attraverso un importante e febbrile attività di contatti con giornalisti, scrittori e quanti altri potessero essere utili alla diffusione sull’informazione della causa palestinese.
(Nota biografica di Italo Calvino per Eremita a Parigi)
Mi chiedete una nota biografica, cosa che sempre m’imbarazza. I dati biografici o anche soltanto anagrafici sono quanto uno ha di più privato e dichiararli è un pò come affrontare una psicanalisi. (Almeno credo: non mi sono mai fatto psicanalizzare)
Comincerò dicendo che sono nato nel segno della Bilancia: perciò nel mio carattere equilibrio e squilibrio correggono a vicenda i loro eccessi. Sono nato mentre i miei genitori stavano per tornare in patria dopo anni passati nei Caraibi: da ciò l’instabiltà geografica che mi fa continuamente desiderare un altrove.
Il sapere dei miei genitori convergeva sul regno vegetale, le sue meraviglie e virtù. Io, attratto da un’altra vegetazione, quella delle frasi scritte, voltai le spalle a quanto essi m’avrebbero potuto insegnare; ma la sapienza dell’umano mi restò ugualmente estranea.
Sono cresciuto dall’infanzia alla giovinezza in una città della Riviera, raccolta nel suo microclima. Tanto il mare contenuto in un golfo, quanto la folta montagna m’apparivano rassicuranti e protettivi; dall’Italia mi separava il sottile nastro di una strada litoranea, dal mondo una vicina frontiera. L’uscire dal quel guscio fu per me ripetere il trauma della nascita, ma solo ora me ne accorgo.
Cresciuto in tempi di dittatura, raggiunto dalla guerra totale in età di leva, m’è rimasta l’idea che vivere in pace e in libertà sia una fragile fortuna, che da un momento all’altro potrebbe essermi tolta nuovamente.
In questo assillo, la politica occupò una parte eccessiva delle preoccupazioni della mia gioventù. Dico eccessiva per me, per quello che avrei potuto dare io di utile, mentre cose che sembrano lontane dalla politica contano molto di più come infleunza sulla storia (anche politica) delle persone e dei paesi
Appena finita la guerra, avevo sentito il richiamo della grande città, più forte di quello del mio radicamento provinciale. Fu così che mi trovai per qualche tempo a esitare tra Milano e Torino: la scelta di Torino ebbe certo le sue ragioni e non fu senza conseguenze: ora ho dimenticato sia le une che le altrem ma per anni mi dicevo che se avessi scelto Milano tutto sarebbe stato differente.
Tentai presto l’arte dello scrivere; pubblicare mi fu facile; trovai subito comprensione e favore; ma tardai a rendermene conto e a convincere me stesso che non era un caso.
Lavorando in una casa editrice, ho dedicato pù tempo ai libri degli altri che ai miei. Non lo rimpiango: tutto ciò che serve all’insieme d’una convivenza civile è energia ben spesa. Da Torino, città seria ma triste, m’accadeva di scivolare spesso e facilmente verso Roma. (Del resto, gli unici italiani che ho sentito parlare di Roma in termini non negativi sono i torinesi). E così’ forse Roma sarà la città italiana in cui avrò vissuto più a lungo, senza mai domandarmene il perchè. Il luogo ideale per me è quello in cui è più naturale vivere da straniero: perciò è Parigi la città in cui ho preso moglei, ho messo casa, ho allevato una figlia. Anche mia moglie è straniera: in tre parliamo tre lingue differenti. Tutto può cambiare, ma non la lingua che ci portiamo dentro, anzi che ci contiene dentro di sè come un mondo più esclusivo e definitivo del ventre materno.
Mi accorog che in questa autobiografia mi sono dilungato soprattutto sulla nascita, e delle fasi succesive ho parlatoi come un proseguimento del venire alla luce, e ora tendo addirittura a tornare ancor più indietro, la mondo prenatale. Questo è il rischio che corre ogni autobiografia sentita come esplorazione delle origini, come quella di Tristan Shandy che si dilunga sugli antecedenti e quando arriva al punto in cui dovrebbe cominciare a raccontare la sua vita non trova più niente da dire.
Se ogni secondo della vostra vita si ripete un numero infinito di volte, siamo inchiodati all’eternità come Gesù Cristo sulla croce. E’ un’idea terribile. Nel mondo dell’eterno ritorno, su ogni gesto grava il peso di una insostenibile responsabilità. Ecco perchè Nietzsche chiamava l’idea dell’eterno ritorno il fardello più pesante (das schwerste Gewicht). Se l’eterno ritorno è il fardello più pesante, allora le nostre vite su questo sfondo possono apparire in tutta la loro meravigliosa leggerezza. Ma davvero la pesantezza è terribile e la leggerezza meravigliosa? Il fardello più pesante ci opprime, ci piega, ci schiaccia al suolo. Ma nella poesia d’amore di tutti i tempi la donna desidera essere gravata dal fardello del corpo dell’uomo. Il fardello più pesante è quindi allo stesso tempo l’immagine del più intenso compimento vitale. Quanto più il fardello è pesante, tanto più la nostra vita è vicina alla terra, tanto più è reale e autentica.
Al contrario, l’assenza assoluta di un fardello fa sì che l’uomo diventi più leggero dell’aria, prenda il volo verso l’alto, si allontani dalla terra, dall’essere terreno, diventi solo a metà reale e i suoi movimenti siano tanto liberi quanto privi di significato. Che cosa dobbiamo scegliere, allora? La pesantezza o la leggerezza? Questa domanda se l’era posta Parmenide nel sesto secolo avanti cristo. Egli vedeva l’intero universo diviso in coppie di opposizioni: luce-buio, spesso-sottile, caldo-freddo, essere-non-essere. Uno dei poli dell’opposizione era per lui positivo (la luce, il caldo, il sottile, l’essere), l’altro negativo.
Questa suddivisione in un polo positivo e in uno negativo può apparirci di una semplicità puerile. Salvo in un caso: che cos’è positivo, la pesantezza o la leggerezza? Parmenide rispose: il leggero è positivo, il pesante è negativo. Aveva ragione oppure no? Questo è il problema. Una sola cosa è certa: l’opposizione pesante-leggero è la più misteriosa e la più ambigua tra tutte le opposizioni.
(9)
Tutte le lingue che derivano dal latino formano la parola compassionecol prefisso “com-” e la radice passio che significa originariamente “sofferenza”. In altre lingue, ad esempio in ceco, in polacco, in tedesco, in svedese, questa parola viene tradotta con un sostantivo composto da un prefisso con lo stesso significato seguito dalla parola “sentimento” (in ceco: soucit; in polacco: wspol-czucie; in tedesco: Mit-gefuhl; in svedese: med-kansla).
Nelle lingue derivate dal latino, la parola compassione significa: non possiamo guardare con indifferenza le sofferenze altrui; oppure: partecepiamo al dolore di chi soffre. Un’altra parola dal significato quasi identico, pietà (in inglese pity, francese pitiè, ecc) suggerisce persino una sorta di indulgenza verso colui che soffre. Aver pietà di una donna significa che siamo superiori a quella donna, che ci chiniamo, ci abbassiamo al suo livello.
E’ per questo che la parola compassione generalmente ispira diffidenza; designa un sentimento ritenuto mediocre, di second’ordine, che che non ha molto a che vedere con l’amore. Amare qualcuno per compassione significa non amarlo veramente.
Nelle lingue che formano la parola compassione non dalla radice “sofferenza” (passio) bensì dal sostantivo “sentimento”, la parola viene usata con un significato quasi identico, ma non si può dire che indichi un sentimento cattivo o mediocre. La forza nascosta della sua etimologia bagna la parola di una luce diversa e le dà un senso più ampio: avere compassione (co-sentimento) significa vivere insieme a lui qualsiasi altro sentimento: gioai, angoscia, felicità, dolore. Questa compassione (nel senso di soucit, wspòlczucie, Mit-gefuhl, medkansla) designa quindi la capacità massima di immaginazione affettiva, l’arte della telepatia delle emozioni. Nella gerarchia dei sentimenti è il sentimento supremo.[...]
(16)
A differenza di Parmenide, per Beethoven la pesantezza era a quanto pare qualcosa di positivo.
“Der schwer gefasste Entschluss” la grave soluzione, è unita con la voce del Destino (Es muss sein!”); la pesantezza, la necessità e il valore sono tre concetti intimamente legati fra loro: solo ciò che è necessario è pesante, solo ciò che pesa ha valore. Questa convinzione è nata dalla musica di Beethoven e, benchè sia possibile (per non dire probabile) che la responsabilità di essa ricada più sugli esegeti di Beethoven che sul compositore stesso, oggi la condividiamo più o meno tutti: la grandezza di un uomo risiede per noi nel fatto che egli porta il suo destino come Atlante portava sulle spalle la volta celeste.
L’eroe beethoviano è un sollevatore di pesi metafisici.[...]
- L’anima e il corpo -
(28)
Sedeva schiacciata in un angolo dello scompartimento, la pesante valigia sopra la testa, Karenin tutto raggomitolato contro le gambe. Stava pensando al cuoco del ristorante dove lavorava quando viveva dalla madre. Approfittava di ogni occasione per darle una pacca sul sedere e molte volte davanti a tutti le aveva proposto di andare a letto con lui. Era strano che pensasse proprio a lui, ora. Per lei il cuoco rappresentava l’esempio tipico di tutto ciò che le ripugnava. Adesso però non pensava che a trovarelo e dirgli: “Dicevi di voler venire a letto con me. Ebbene, eccomi”
Desiderava fare qualcosa che non lasciasse possibilità di ritorno. Desiderava distruggere brutalmente tutto il passato dei suoi ultimi sette anni. Era la vertigine. L’ottenebrante, irresistibile desiderio di cadere.
La vertigine potremmo anche chiamarla ebbrezza della debolezza. Ci si rende conto della propria debolezza e invece di resisterle, ci si vuole abbandonare a essa. Ci si ubriaca della propria debolezza, si vuole essere ancor più deboli, si vuole cadere in mezzo alla strada, davanti a tutti, si vuole stare in basso, ancora più in basso.
- Le parole fraintese -
(3)
Piccolo dizionario di parole fraintese.
DONNA. Essere donna è per Sabina un destino che lei non si è scelta. Ciò che non abbiamo scelto non possiamo considerarlo nè un nostro merito nè un nostro fallimento. Sabina pensa che sia necessario tenere un atteggiamento corretto nei confronti del destino che le è stato assegnato. Ribellarsi contro il fatto di essere nata donna le sembra altrettanto sciocco che farsene un vanto.
Una volta, durante uno dei loro primi incontri, Franz le aveva detto, con una sottolineatura curiosa: “Sabina, lei è una donna“. Lei non capiva perchè lui le desse questo annuncio con la solennità di un Cristoforo Colombo che ha appena avvistato la costa dell’America. Solo più tardi aveva capito che la parola donna, che lui aveva pronunciato con un’enfasi particolare, non designava per lui uno dei due sessi della specie umana, ma rappresentava un valore. Non tutte le donne erano degne di essere chiamte donne.
FEDELTÁ E TRADIMENTO Il tradimento. Fin da piccoli il papà e il maestro ci dicono che è la cosa peggiore che si possa immaginare. Ma che cos’è questo tradire? Tradire significa uscire fuori dai ranghi. Tradire significa uscire dai ranghi e partire verso l’ignoto. Sabina non conosceva niente di più bello che partire verso l’ignoto.[...]
Fu nuovamente assalita dal desiderio di tradire: tradire il proprio tradimento Annunciò al marito (non vedeva più in lui la testa calda, ma solo un fastidioso ubriaco) che lo avrebbe lasciato. Ma se tradiamo B, per il quale abbiamo tradito A, non ne deriva necessariamente che ci riconcilieremo con A. La vita della pittrice divorziata non somigliava alla vita dei genitori traditi. Il primo tradimento è irreparabile. Esso provoca una reazione a catena di nuovi tradimenti, ciascuno dei quali ci allontana sempre più dal punto del tradimento originario.
La Repubblica di Domodossola fu uno degli episodi più belli e gloriosi della Resistenza italiana; la città e decine di paesi di tutte le valli ossolane conobbero il sapore della libertà nel settembre e ottobre 1944, quando i partigiani scacciarono con le armi le forze nazifasciste.
La repubblica resistette per 45 giorni.
Per questa coraggiosa insuerrezione la Valdossola ebbe la medaglia d’oro al valor militare. L’insurrezione, anticipatrice di quella dell’aprile 1945, venne cancellata con un tremendo rastrellamento sferrato dalla divisione alpina Monterosa, alcuni battaglioni “M”, reparti della X Mas e della S. Marco, paracadutisti della Folgore, appoggiati da formazioni di artiglieria tedesche.
In questa poesia Fortini descrive un momento tristissimo: un distaccamento partigiano negli ultimi giorni della ritirata, attende, senza speranza, il sopraggiungere dei nemici.
E il tuo fucile sopra l’erba del pascolo.
Qui siamo giunti
siamo gli ultimi noi
questo silenzio che cosa.
Verranno ora
verranno
E il tuo fucile nell’acqua della fontana.
Ottobre vento amaro
la nuvola è sul monte
chi parlerà per noi.
Verranno ora
verranno.
Inverno ultimo anno
le mani cieche la fronte
e nessun grido più.
ProletCultPost