settembre 5, 2011
A Piena Voce - Lily Brik
Cultura, personale
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Dieci giorni bastano per innamorarsi di Istanbul, la città delle città.
Il centro culturale che ricorda Nazim HIkmet si trova a Kadikoy, sulla sponda asiatica. Il quartiere saluta il tuo arrivo in vapur con un lungo molo e le gru rosse che si stagliano a nascondere la vecchia stazione dei treni per l’Anantolia.
Una traversa della strada principale frequentata da artisti e artgiani porta ad un grande caffè all’ombra di una pergola. Il Centro culturale dedicato al poeta morto in esilio è una biblioteca, sala letture, libreria e ospita iniziative di vario genere. Putroppo, che io sappia, è l’unico in città. Hikmet è un pò come un fantasma ad Istanbul: vive in luoghi segreti come le piccole e disordinate librerie di Beyoglu, passeggia nei cimiteri incustoditi tra le tombe a turbante, attraversa il Bosforo con gli uccelli nel tramonto miele e annusa l’aria a naso in sù prima di perdersi in Anatolia.
Un pò difficile aspettarsi particolari riconoscimenti ufficiali nei suoi confronti nella città-vetrina della Turchia. Ma il suo canto risuona ancora, alle porte di Madrid come in Russia come in Anatolia.
Buona lettura.

***
Le api sono grosse gocce di miele.
Le api portano le pergole al sole.
Le api sono venute volando via dalla mia giovinezza.
Anche queste mele vengono di là
queste mele pesanti.
E questa strada di polvere dorata
e questi sassi bianchi in riva la fiume
e la mia fede nei canti
e il fatto che io non vidi nessuno
e anche questa giornata senza nubi viene di là
questa giornata azzurra
e questo mare che sta disteso nudo e caldissimo
e questa nostalgia
e i denti luminosi di questa bocca dalle labbra carnose son
venuti al villaggio caucasicotra le zampette delle api come
grosse gocce di miele
dalla mia giovinezza.
Dalla mia giovinezza che io ho lascista non so dove
e di cui non mi sono potuto saziare
(1958)
***

Il noce
La mia testa è una nuvola schiumosa,
il mare è nel mio petto.
Io sono un noce nel parco Ghiulkhan,
cresciuto, vecchio, ramoso – guarda! -
ma né la polizia né tu lo sapete.
Io sono un noce nel parco Ghiulkhan.
E le foglie, come pesciolini, vibrano dall’alba alla sera,
frusciano come un fazzoletto di seta; prendi,
strappale, o mia cara, e asciuga le tue lacrime.
Le mie foglie sono le mie mani, centomila mani verdi,
centomila mani io tendo, e ti tocco, Istanbul.
Le mie foglie sono i miei occhi, e io guardo intorno,
con centomila occhi ti guardo, Istanbul.
Le mie foglie battono, come centomila cuori.
Io sono un noce nel parco Ghiulkhan,
ma né la polizia né tu lo sapete.
(1957)
agosto 10, 2011
A Piena Voce - Lily Brik
Cultura, viaggi
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Arrivederci fratello mare
Varna, 1951
Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare
mi porto un pò della tua ghiaia
un pò del tuo sale azzurro
un pò della tua infinità
e un pochino della tua luce
e della tua infelicità.
Ci hai saputo dir molte cose
sul tuo destino di mare
eccoci con un pò più di speranza
eccoci con un pò più di saggezza
e ce andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare.
***

Quest’anno
Varna, 1952
Quest’anno quest’inizio d’autunno nel meridione
m’impasticcio di mare di sabbia di sole
mi stropiccio all’albero
alle mele
come ci s’impasticcia di miele.
la notte, il cielo ha un buon odore di semi
la notte, il cielo scende sulla via polverosa
m’impasticcio di stelle.
Io m’abituo, mia rosa,
io m’abituo
al mare alla sabbia al sole alle mele alle stelle
è tempo di andare
mischiato
al sole alla sabbia alle mele alle stelle al mare.
maggio 17, 2011
A Piena Voce - Lily Brik
Cultura
aira, amicizia, antifascismo, apienavoce, arte, autori, autori italiani, bauci, blog, citazioni, città, compagni, comunismo, Cultura, dorotea, einaudi, fascismo, fotografia, ipazia, isidora, italia, italo calvino, le città invisibili, leggere, letteratura, letteratura italiana, libertà, libri, lily brik, memoria, resistenza, roma, romanzi, rosso, scrivere, viaggi

Buongiorno e scusate la latitanza.
Fortunatamente ho un bel pò di cose da fare e molto lavoro.
Ho tempo però per segnalare un sito che si presenta così:
….abbiamo letto, riletto tra le righe, sottolineato, interpretato, discusso e fantasticato sulle immagini che potevano rappresentare le frasi salienti di ogni città…..frugato tra foto già fatte….scattate di nuove occasionalmente e pianificato viaggi per farne altre appositamente…
Ora le 55 foto ci sono….sono state scelte….ma questa è sola la prima di una lunga serie a cui il progetto ambisce…..
Un work in progress, aperto a tutti coloro che desiderino proporre un’immagine propria…
Risoluzione, formato, ecc… non costituiscono fattore discriminante in quanto il focus del progetto è legato alla ricerca di significato… delle emozioni che scaturiscono dalla lettura immersi nel grande Impero di Kublai Khan.
(dalla pagina Il Progetto)
Il sito si chiama LE CITTA’ INVISIBILI cliccate e troverete quello che cercate o no o forse molto altro…
Davvero un bellissimo progetto complimenti.
Lily Brik
marzo 28, 2011
A Piena Voce - Lily Brik
Cultura
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Visto che poco tempo fa c’è stata una bellissima luna, che io purtroppo non ho visto o almeno non così gigante mi sono venuti in mente questi brevi articoli del grande Josè, contemporaneo dello sbarco sulla luna e all’epoca cronista di “A Capital”.
Due-parole-due su Di questo mondo e degli altri, che raccoglie gli articoli del sopracitato quotidiano tra gli anni 1968-69 e di “Jornal do Fundao” tra il 1971-73. Un vero scrigno di ricordi dell’infanzia (commoventi i ritratti dei nonni) osservazioni sulla società e la vita quotidiana di allora, in un paese un pò sonnacchioso; non mancano i racconti di viaggi (anche in Italia) e di avventure (stupendo l’articolo in cui Josè sogna -o no? di parlare con una scimmia su una spiaggia). Ho aggiunto infine una pagina del blog dell’autore tratto da L’ultimo quaderno, una paginetta di considerazioni a distanza di tanti anni sulla Luna, la Terra, l’Umanità. Buona lettura.

La luna che ho conosciuto
Potrebbe sembrare strano se non spendessi neppure una parola sulla luna. Che figura farei se di qui a cent’anni venisse in mente ad un eccentrico qualsiasi di disseppellire queste cronache e scoprisse la mia decisione di ignorare del tutto “il più grande evento del secolo”? Ma non sarà così. Scettico, forse, ma non indifferente. Ben venga dunque la luna, ma che sia la luna che ho conosciuto.
Anche questo accadde d’estate. Avevo combinato con degli amici di andare a passare il fine settimana con la tenda, dalle parte della laguna di Albufeira. Sono passati più vent’anni. Se la memoria non mi inganna, ervamo in quattro. Eravamo, o meglio, saremmo stati: la vigilia della partenza i compagni avevano desistito tutti. Uno di loro (me ne ricordo bene) perrchè riteneva che una notte fuori casa solo in un albergo.
Mi ritrovai dunque con lo zaino pronto - e senza tenda, perchè il padrone non volle imprestarmela. La gente è fatta così. La situazione era per me una sfida: vado? Non vado? Mi convinse la baldanza della mia giovinezza. Partii verso sera, attraversai il fiume e mi misi in cammino, a piedi.
Quando comparvero le prime case della brughiera della Caparica, il giorno stava finendo. Presi il Pinhal d’El-Rei, detta anche Pineta delle Paure, e dopo circa due kilomentri decisi di accamparmi in una piccola radura. La notte scendeva velocemente. Tutt’intorno, i pini si fondevano in una muraglia nera, compatta come le pareti di un pozzo. Mangiai, non ricordo più cosa, stesi la coperta, misi lo zaino sotto la testa, e attesi il sonno, che tardò. Non mi sentivo bene. Tuttavia, per farla breve, il mio tremore non aveva nulla a che vedere con il freddo. Ammetto che si trattava di paura.
La gioventù però ha molte risorse. Sicchè finii per addormentarmi beatamente. Verso mezzanotte (o prima?) mi sveglia: in prossimità del mare c’era da aspettarsi che l’aria rinfrescasse, e la coperta di casa di non poteva sostituire la tenda. Mi coprii meglio che potei e mi girai sull’altro fianco. Fu allora che accadde. Sulla vetta dei pini, alla mia sinistra, posava la luna più grande che i miei occhi avessero mai visto. Gialla, con striature color sangue, era enorme, terribilmente vicina – e silenziosa. Cerco di spiegarmi. C’erano la grandezza, la vicinanza e il colore – ma c’era anche il silenzio. Rinuncio a spiegarmi. C’era il silenzio.
Era questa la luna che ho conosciuto. La storia non è nè pittoresca nè impressionante – se non per chi l’ha vissuta. Ma ognuno parli di quel che sa. Del resto, ora che gli uomini approderanno sulla luna e ci cammineranno sopra, so anche che, nossignore, la luna non perderà il suo mistero, neppure per quelli che vi andranno e che ne torneranno. Non sarà rubata ai poetie agli innamorati. Sapere che stanno lassù due uomini, o duecento, o diecimila - toglie forse qualcosa alla profondità del chiaro di luna? Sarà meno evocativa e misteriosa la luce della luna piena che si spande sulla terra? se da lontano vedo un’isola, una città, una montagna, il fatto che siano abitate diminuirà di un atomo la loro bellezza?
Si tranquillizzino i sognatori, i contemplativi. Anche la terra vista da lontano è, a quanto dicono, uno spettacolo di indescrivibile bellezza. E per quel che so gli occhi degli astronauti non si accorgono delle bruttezze terrestri.
Or dunque, amici miei, non perdiamo la terra, che è ancora l’unico modo per non perdere la luna.

***
Un salto nel tempo
E’ stato magnifico, senza dubbio. Una lunga notte bianca, con gli occhi incollati al rettangolo del televisore, in attesa del momento in cui sarebbe stato trasmesso il primo passo sulla luna. Ore e ore a lottare contro il sonno per non perdere l’immagine che mai si sarebbe ripetuta. Ma se la fantasia non ci fosse venuta in soccorso (quella fantasia che per migliaia e migliaia di anni anche della luna si è nutrita), forse sarebbe subentrato in ciascuno di noi un forte amaro senso di delusione: ci appariva tutto come un semplice episodio di un film di fantascienza, tecnicamente primitivo, scadente nel montaggio. Gli stessi movimenti degli atronuati avevano una flagrante somiglianza con i gesti delle marionette, come se braccia e gambe fossero tirate da fili invisibili – fili lunghissimi, tenute dalle dite dei tecnici del Centro di Houston, che, attraveso lo spazio, li facessero muovere a seconda delle necessità. Tutto cronometrato. Perfino il pericolo era incluso in uno schema. Nella più grande avventura della storia non c’è stato posto per avventure.
Ma l’amica fantasia ci è venuta in soccorso. Soprattutto in quei rapidi secondi in cui la telecamera ha spazzato il breve orizzonte lunare. Allora abbiamo sentito il nodo in gola, il panico, la paura dell’ignoto – il reale prestigio della grande incognita dello spazio. Poi, per nostro sconforto (per il mio, almeno), quello stravagante cerchio in cui sono comparsi il telefono e il profilo del presidente degli Stati Uniti. Il terribile silenzio lunare meritava molto di più che un discorso di circostanza.
E’ così che ho visto il primo allunaggio. Ma quando le immagini sono finite, non è finita la fantasia. Avevamo ancora davanti agli occhi il paesaggio arido e deserto della luna, le pietre che mai nessuna mano aveva fatto cambiare di posto, la pianura certamente coperta di polvere che mai nessun passo aveva calcato. Ed è stato allora che la fantasia mi ha aggredito in pieno. Ha deciso lei che il viaggio sulla luna non era stato un salto nello spazio, ma un salto nel tempo. Ho cercato di ragionare, ma ho desistito. Avrei saputo subito dove voleva portarmi la fantasia. Ed è stato molto semplice. Secondo lei, gli astronauti lanciati nello spazio avevano camminato lungo il filo del tempo, si erano posati di nuovo sulla terra, non la terra che conosciamo, bianca, verde, bruna e azzurra, ma la terra futura, una terra che occuperà ancora la stessa orbita, girando attorno ad un sole spento – anch’essa morta, deserta di uomini, di uccelli, di fiori, senza un sorriso, senza una parola d’amore. Un pianeta inutile, con una storia antica e senza nessuno per raccontarla.
Non sono un’eccezione. La mia morte personale è una certezza che oggi mi disturba, dopo avermi terrorizzato nell’adolescenza. Ho rivissuto quel terrore quendo gli occhi penetranti della fantasia mi hanno mostrato la morta immagine di un pianeta, dove non ci sarà nulla che mi sia appartenuto, nulla che si appartenuto all’umanità di cui sono parte. Ben poca cosa sembra la morte individuale di fronte a questa mano del tempo che inevitabilmente spazzerà via dalla terra gli uomini e le loro opere. E se ancora sarà vivo in qualche luogo, se avrà trasferito la sua casa su un altro pianeta, questo globo resterà forse come un rimorso – di un bene che non era meritato e per ciò si è perduto.
La terrà morirà, sarà quel che oggi è la luna. Che almeno la sua storia non sia in eterno la sequela di miserie, guerre, fame e torure che è stata finora. Perchè non si cominci a dire già da oggi che l’uomo, alla fin fine, non è servito a nulla.
(Di questo mondo e degli altri, 1985 – per l’edizione italiana – Einaudi)

***
Luglio 2009 – Giorno 21 – LUNA
Quarant’anni fa non avevo ancora un televisore in casa. Lo comprai soltanto, piccolissimo, cinque anni dopo, nel 1974, per seguire le notizie di quell’altra sorta di arivo sulla Luna che fu per noi la Rivoluzione d’aprile. Feci dunque ricorso ad amici più avanzati nelle tecnologie di punta e così, bevendo forse una birra e smangiucchiando frutta secca, assistetti all’allunaggio e allo sbarco. In quel periodo mi occupavo di scrivere delle cronache sul giornale pomeridiano “A Capital”, da poco ripresosi, cronache riunite tempo dopo in un libro inttolato Di questo mondo e dell’altro. Due di questi testi lo dedicai a commentare l’impresa degli americani con un tono nè ditirambico nè scettico come non avrebbe tardato molto a divenire di moda. Li ho riletti ora per giungere alla sconsolata conclusione che alla fin fine nessun grande passo per l’umanità si è fatto e che il nostro futuro non sta nelle stelle, ma sempre e soltanto sulla terra su cui poggiamo i piedi. Come dicevo già nella prima di quelle cronache: “Cerchiamo di non perdere la terra, che sarà ancora l’unica manier per non perdere la luna”. Nella seconda cronaca, che intitolai Un salto nel tempo, immaginando la terra futura com’è la luna adesso, cominciai scrivendo che “Tutto mi era parso come un semplice episodio di un fulm di fantascienza tecnicamente elementare. Gli stessi movimenti degli astronauti avevano una flagrante somiglianza con i gesti delle marionette, come se braccia e gambe fossero tirate da invisibili fili lunghissimi legati alle dita dei tecnici di Houston che, attraverso lo spazio, muovevano lassù i gesti necessari. Tutto era cronometrato, persino il pericoloche rientrava nello schema. Nella più grande avventura della storia non c’è stato posto per l’avventura”:
Ed è lì che l’immaginazione mi ha colto in pieno. E’stata lei a decidere che il viaggio sulla luna non era stato un salto nello spazio, ma un salto nel tempo. Secondo lei, gli astronauti, lanciati nel loro volo, si erano mossi lungo una linea temporale ed erano riatterrati sulla terra, non questa che conosciamo, bianca, verde, marrone e azzurra, ma sulla terra futura, una terra che occuperà ancora la stessa orbita, roteando intorno ad un sole spento, anch’essa morta, spopolata di uomini, di uccelli, di fiori, senza un sorriso, senza una parola d’amore. Un pianeta inutile, come una storia antica e senza nessuno che potesse raccontarla. La terra morirà, sarà come la luna oggi, dicevano per concludere. A meno che non continuerà per tutto il sempre la distesa di miserie, guerre, fame e torture che è stata fino ad ora. Perchè non si cominci a dire, sin da oggi, che l’uomo alla fin fine, non è valso la pena.
Il lettore sarà d’accordo che, nel bene e nel male, non sembra che io abbia cambiato idea in quarant’anni. Sinceramente, non so se mi dovrei felicitare o rettificare.
(da L’ultimo quaderno, Feltrinelli 2010)

marzo 21, 2011
A Piena Voce - Lily Brik
Cultura
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Vorrei
Vorrei
nascere
in tutti i paesi,
perchè la terra stessa, come anguria,
compartisse per me
il suo segreto,
e essere tutti i pesci
in tutti gli oceani
e tutti i cani
nelle strade del mondo.
Non voglio inchinarmi
davanti a nessun dio,
la parte non voglio recitare
di un hippy ortodosso,
ma vorrei tuffarmi
in profondità del Bajkal
e sbuffando
riemergere
nel Mississippi.

Vorrei
nel mio mondo adorato e maledetto,
essere un misero cardo -
non un curato giacinto,
essere una qualsiasi creatura di dio
sia pure l’ultima jena rognosa,
ma in nessun caso un tiranno
e di un tiranno, nemmeno il gatto -
in nessun caso.
Vorrei essere uomo,
in qualsiasi personificazione:
anche torturato in un carcere del Guatemala,
o randagio nei tuguri di Honk Kong,
o scheletro vivente nel Bangladesh
o misero jurodivyj a Lhasa,
o negro a Capetown,
ma non personificazione della feccia.

Vorrei giacere,
sotto il bisturi di tutti i chirurghi del mondo,
essere gobbo, cieco,
provare ogni malattia, ferita, deformità,
raccogliere luride cicche -
purchè in me non s’insinui
il microbo ignobile della superiorità.
Non vorrei far parte dell’elite,
ma di certo neppure del gregge dei vigliacchi,
nè dei cani del gregge,
nè dei pastori che al gregge si conformano,
vorrei essere felicità,
ma non a spese degli infelici,
vorrei essere libertà,
ma non a spese di chi è asservito.

Vorrei amare
tutte le donne del mondo
e vorrei essere donna anch’io -
magari una volta soltanto…
Madre-natura,
l’uomo è stato da te defraudato.
Perchè non dargli
la maternità?
Se in lui, sotto il cuore, un figlio
si facesse sentire così
senza un perchè
certo l’uomo
non sarebbe tanto crudele.
Vorre essere essenziale -
magari una tazza di riso
nelle mani di una vietnamita segnata dal pianto,
o una cipolla
nella brodaglia di un carcere di Haiti,
o un vino economico
in una trattoria di terz’ordine napoletana
e un tubetto, anche minuscolo, di formaggio
in orbita lunare:
che mi mangino pure
e mi bevano -
purchè nella mia morte
ci sia una utilità.

Vorrei appartenere a tutte le epoche,
far trasecolare la storia tanto
da stordirla
con la mi impudenza:
della gabbia di Pugacev segherei le sbarre
quale Gavroche introdottosi in Russia
condurrei Nefertiti
a Michajlovsloe, sulla trojka di Puskin.
Vorrei cento volte
prolungare la durata di un attimo:
per potere nello stesso istante
bere alcool con i pescatori della Lena,
baciare a Beirut,
danzare in Guinea, al suono del tam-tam,
scioperare alla Renault
correre dietro un pallone con i ragazzi di Copacabana,
vorrei essere onnilingue,
come le acque segrete del sottosuolo.

Fare di colpo tutte le professioni
e ottenere così che
un Evtusenko sia semplicemente poeta,
un altro, un militante clandestino spagnolo,
un terzo, uno studente di Barkeley
e un quarto, un cesellatore di Tbilisi.
Un quinto – scuoterebbe soltanto il sonaglio di una carrozza
e il decimo…
il centesimo…
il milionesimo…
Poco per me essere me stesso-
tutti, fatemi essere!
E per ciascun essere,
in coppia,
come si usa.
Ma dio,
lesinando la carta carbone
mi ha prodotto in un solo esemplare
nel suo bogizdat.
Ma a dio confonderò le carte.
Lo raggirerò!
Avrò mille facce
fino all’ultimo giorno,
affinchè la terra rimbombi per causa mia
e i computers impazziscano
per il mio universale censimento.

Vorrei, umanità,
lottare su tutte le tue barricate,
stringermi ai Pirenei,
coprirmi di sabbia attraverso il Sahara
e accettare la fede
della grande fratellanza umana
e fare proprio
il volto di tutta l’umanità.
E quando morirò -
sensazionale Villon siberiano -
non deponetemi
in terra inglese
o italiana -
ma nella nostra terra russa,
su quella verde,
serena collina,
dove per la prima volta
io
mi sono sentito tutti.
1972
marzo 14, 2011
A Piena Voce - Lily Brik
Cultura, donne, memoria
amicizia, amore, anna achmatova, apienavoce, arte, autori, citazioni, città, compagni, comunismo, Cultura, donna, fotografia, italia, la corsa del tempo, leggere, letteratura, libertà, libri, lily brik, memoria, poesia, poesia russa, poeti russi, roma, rosso, scrivere, socialismo, storia, urss, viaggi
Nella mitologia dei popoli slavi orientali la rusalka è un essere con sembianze di donna giovane e bella che vive nelle acque dei fiumi, laghi e stagni. Come le sirene del mito classico, le rusalki avevano il potere di sedurre con i loro canti e le loro grazie l’uomo che le incontrava, salvo poi uccidere il malcapitato trascinandolo in acqua. L’immagine della rusalka è comune alla poesia russa di epoca romantica.

Sono giunta fin qui, oziosa,
è lo stesso per me dove annoiarmi!
Sopra il colle il mulino riposa.
Qui puoi stare in silenzio per anni.
Su una cuscuta secca
volteggia un’ape sommessa;
chiamo nello stagno la rusalka,
ma la rusalka è morta.
L’ampio stagno si interra,
si copre di fango rossastro;
sottile la luna risplende
sul palpito della tremula
Come mi fosse nuovo, osservo tutto.
Umido aroma dei pioppi.
E taccio. Taccio, pronta
ad essere te di nuovo, terra.
1911

(Venezia)
Colombaia dorata sull’acqua,
tenera e verde struggente,
e una brezza marina che spazza
la scia sottile delle barche nere.
Che dolci, strani volti tra la folla,
nelle botteghe lucenti di balocchi:
un leone col libro su un cuscino a ricami,
un leone col libro su una colonna di marmo.
Come su di un’antica tela scolorita,
il cielo azzurro fioco si rapprende…
ma non si è stretti in quest’angustia,
e non opprimono l’umido e l’afa.
1912
marzo 7, 2011
A Piena Voce - Lily Brik
Cultura
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Se dovessi attribuire agli autori che ho letto un grado di parentela direi che Hobsbawn è IL padre. Il padre dei miei modesti studi.
Eccovi un articolo apparso questa settimana su Internazionale. QUI il link originale su Facebook.
Gli ebrei di san Nicandro
La vita di un contadino nel Vecchio Testamento non sembrava poi così diversa da quella nella Puglia rurale dei primi anni del Novecento.

San Nicandro Garganico è una modesta cittadina agricola di circa 16mila abitanti sullo sperone dello stivale della penisola italiana. È stata in un certo senso scavalcata dallo sviluppo del dopoguerra e non ha mai fatto parte del circuito turistico, o almeno non ha mai avuto nulla che potesse attirare i forestieri. Fino al 1931 non ci arrivava neppure la ferrovia.
A giudicare dalle foto che compaiono nella versione italiana di Wikipedia, non sembra molto cambiata dal 1957, quando la visitai incuriosito dall’argomento su cui John Davis ci offre ora un ottimo libro, conciso e ben scritto. San Nicandro ha fatto solo due apparizioni sul palcoscenico della storia. È stato uno dei primi centri del socialismo italiano e delle lotte contadine nella Puglia settentrionale: il capo politico locale, Domenico Fioritto, diventò il leader del Partito socialista italiano, nel 1921. Il sindaco attuale fa parte dell’ex Partito comunista (oggi Partito democratico).
La seconda comparsa di San Nicandro nel gran mondo fu molto meno significativa per la politica italiana, ma molto più importante a livello globale, anche se i titoli del dopoguerra sarebbero stati presto dimenticati. Il nome della cittadina era legato a un gruppo di contadini che negli anni trenta decisero di convertirsi all’ebraismo e alla fine emigrarono in Israele. John Davis non solo ha salvato gli ebrei di San Nicandro da oltre mezzo secolo di oblio, ma li ha usati per illuminare la straordinaria storia dell’Europa nel novecento.
Sul piano puramente quantitativo il fenomeno fu trascurabile: la polizia fascista, sempre all’erta, riferì di nove famiglie, per un totale di quaranta persone. Una trentina emigrarono in Israele nel 1949. Se invece di scegliere l’ebraismo questo gruppo di amici e parenti avesse aderito a una delle sette evangeliche – come gli avventisti del settimo giorno o i pentecostali – introdotte nell’Italia del sud dagli emigranti tornati dall’America, nessuno avrebbe prestato loro la minima attenzione. Li avrebbero considerati solo l’ennesima setta protestante.
In effetti è quel che successe nel 1936 quando il loro profeta, Donato Manduzio, ricevette una multa di 250 lire come “pastore protestante” per aver celebrato un servizio religioso non autorizzato. Appartenevano al mondo della religiosità rurale postbellica, ma le conventicole dissidenti erano molto più piccole dei culti miracolistici cattolici come quello che si sviluppò nella stessa regione e nello stesso periodo intorno a padre Pio di San Giovanni Rotondo. Anche se il Vaticano all’epoca era comprensibilmente scettico sulle stigmate del frate, papa Wojtyla lo ha proclamato santo.
Dove, se non da un compaesano pentecostale, Manduzio avrebbe potuto acquistare una copia della Bibbia in italiano, studiando la quale si convertì all’ebraismo? Come, se non nei dibattiti con altri evangelici – pentecostali a San Nicandro, avventisti del settimo giorno a Lesina – avrebbe potuto scoprire che gli altri sbagliavano, se non altro perché disubbidivano alla sacra scrittura prendendosi come giorno di riposo la domenica invece dello shabbath, ma soprattutto perché credevano, contro ogni verosimiglianza, nella seconda venuta del messia? Gesù poteva essere stato solo un profeta.
“Nei libri della Bibbia ebraica”, scrive Davis, Manduzio “scoprì un mondo di crudeltà e sofferenza, di falsi profeti, falsi idoli e false religioni che riconobbe come suo. Se il messia era già venuto sulla terra, perché tutte queste sofferenze e privazioni esistevano ancora?”. Si potrebbe aggiungere – credo sia già stato sottolineato nel primo studio serio sugli ebrei di San Nicandro, San Nicandro: histoire d’une conversion di Elena Cassin (1957) – che la vita di un contadino nel Vecchio testamento non sembrava poi così diversa da quella nella Puglia rurale dei primi anni del novecento, soprattutto considerando il ruolo chiave della transumanza in quella regione.

Lo studio di Eric Hobsbawm
E così Manduzio si convertì al Vecchio testamento. A quanto mi risulta, il suo fu l’unico caso in Europa di un profeta di campagna convertito senza mediazioni all’ebraismo. Credeva che gli ebrei postbiblici si fossero estinti e sicuramente nel 1928 non sapeva che in Italia ne esistevano ancora. In un certo senso ricavò la forza della sua vocazione profetica dalla certezza che Dio stesso, con i sogni e le visioni in cui si manifestava, gli avesse affidato la missione di portare “le leggi dell’unico Dio” non solo tra la gente di San Nicandro, ma in un mondo che le aveva dimenticate.
È facile dimenticare questa vocazione universale, perché Manduzio ben presto scoprì l’esistenza di una vera comunità ebraica in Italia (probabilmente grazie a un ambulante che portava le notizie del mondo esterno nell’entroterra rurale) e, da quel momento, concentrò le sue formidabili energie sul compito di entrarne a far parte. Non che avesse avuto molto successo nel restaurare la religione: gli ebrei di San Nicandro non crebbero mai in modo significativo al di là del loro nucleo originale.
Non fu il comando del Signore, tuttavia, a dire a Manduzio quali erano le sue leggi, ma lo studio tenace e continuo della parola stampata di Dio. Come dimostra Davis, Manduzio e i suoi convertiti erano intellettuali di campagna nel senso che tutti loro – anche le donne, che sembrano essere state attratte dalla nuova religione più degli uomini – erano probabilmente capaci di leggere e scrivere, una situazione piuttosto insolita nel Mezzogiorno agricolo d’Italia.
Del gruppo facevano parte almeno due membri della corporazione più ricca di pensatori, i ciabattini. A quanto pare i convertiti non erano tanto contadini, quanto un gruppo che viveva negli interstizi e ai margini di un grande territorio agrario. Dal momento che erano tutti poveri, e alcuni lo erano disperatamente, nessuno gli prestava troppa attenzione.
Manduzio era chiaramente il fondatore e l’ispiratore degli ebrei di San Nicandro anche se, con suo grande disappunto, non fu mai il loro capo indiscusso. Era il classico eccentrico di campagna che, se avessimo l’opportuna documentazione, avrebbe potuto costituire uno splendido soggetto per uno studioso della grande scuola italiana di storia microcosmica. Ma documenti come quelli dell’inquisizione, che hanno permesso a Carlo Ginzburg di scrivere Il formaggio e i vermi, appartenevano a periodi precedenti.
Abbiamo delle informazioni sulle attività di Manduzio e conosciamo i suoi pensieri dal 1937 in poi perché in quell’anno cominciò a tenere un diario, che ancora oggi esiste unicamente come manoscritto. Ma per il resto dobbiamo affidarci ai rapporti della polizia e delle autorità ecclesiastiche che si preoccupavano di controllare i dissidenti religiosi e di altro tipo, e che consideravano gli ebrei di San Nicandro trascurabili. E poi ci sono i racconti di un numero crescente di osservatori e visitatori ebraici, troppo sorpresi dalla conversione per chiedere come fosse avvenuta. Per di più, alcuni di loro avevano altre, e più grosse, gatte ebraiche da pelare.
Al momento della rivelazione, Manduzio aveva superato i quarant’anni. Nato nel 1885 in una famiglia troppo povera per mandarlo a scuola, rimase analfabeta fino a quando fu chiamato a prestare servizio nel 94° reggimento di fanteria, dove contrasse una malattia non meglio specificata ma permanente e disabilitante. Fu la malattia ad assicurargli le basi della futura carriera: una pensione come ex militare sufficiente per tirare avanti senza lavorare e l’alfabetizzazione, conquistata durante la lunga convalescenza negli ospedali militari.
Diventò un lettore vorace dei melodrammi di ambientazione medievale, molto popolari nell’Italia del sud, e di romanzi come Il conte di Montecristo. Nel libro I banditi. Il banditismo sociale nell’età moderna (1959), ho scritto che durante una delle tante crisi della comunità ebraica “l’immagine che gli venne spontanea alla mente fu quella di re Pipino. Quando capì che Elisetta l’aveva tradito, il re voleva gettarla nel fuoco con le due figliolette avute con lei, ma fu fermato da chi gli era accanto”.
Manduzio era molto attratto dall’astrologia, ma non c’è segno di un suo interesse giovanile serio per i testi sacri. Non sappiamo quanto avesse approfondito i suoi studi biblici prima di avere l’improvvisa visione di essere scelto dal Signore che nel 1928 lo portò a convertirsi. Sicuramente essere stato scelto dal Signore lo incoraggiò a studiare di più la Bibbia, però continuò a basare la sua autorità spirituale sulle visioni e i sogni. Forse a convertirlo al Vecchio testamento fu il fatto che, a differenza di quanto avviene nel Nuovo, lì Dio fa frequenti apparizioni personali per affermare e ribadire il suo potere, per minacciare, punire e istruire.
La situazione personale di Manduzio lo collocava allo stesso tempo al centro e ai margini di un piccolo universo isolato. Era un adulto disabile, sposato ma senza figli, un pensionato che non doveva guadagnarsi da vivere lavorando e aveva il tempo e la voglia di riflettere sull’universo, perciò costituiva un’anomalia. Con la sua presenza quotidiana sulle strade e la sua capacità di conversare, ascoltare e fungere da biblioteca ambulante delle tradizioni locali, non poteva passare inosservato, tanto più che aveva una reputazione di consigliere e guaritore.
Nel Gargano, il dono di guarire non richiedeva competenze mediche come le intendiamo oggi, ma piuttosto la capacità di riconoscere le forze esterne o interne, le influenze cosmiche e le azioni personali ritenute responsabili della malattia, per poi esorcizzarle o contrastarle con riti propiziatori o penitenze. Le visioni erano il motore della diagnosi. Denunciare il peccato poteva curare la malattia. I miracoli erano sempre possibili. E il mondo stesso non aveva forse bisogno di una guida e di una cura? In un ambiente come quello, i contadini poveri cercavano in tutti i modi di avere accesso, direttamente o tramite intermediari, a un regno superiore alle difficoltà insormontabili della vita quotidiana. E di conseguenza esisteva una nicchia di potenziali seguaci per maghi e profeti.

La risposta di Manduzio a questa esigenza fu così insolita che non possiamo dare troppo peso alla sua conversione e a quella del suo minuscolo gruppo. Piuttosto, sembrava una minisecessione non millenaristica dall’universo del protestantesimo evangelico, sempre incline a generare sette. Era sicuramente molto meno significativa dei diffusi fenomeni di pratiche religiose non ufficiali che rivelavano quanto fosse sentita l’inadeguatezza della chiesa romana. Quest’ultima, peraltro, si rivelò molto abile nel neutralizzare l’insoddisfazione cooptando i culti dissidenti.
Gli ebrei di San Nicandro non erano particolarmente interessati alle questioni secolari. Con un’unica eccezione (il solito ciabattino), nessuno di loro era stato coinvolto in agitazioni, e le opinioni che esprimevano erano convenzionalmente patriottiche. Perfino dopo il 1945 si tennero lontani dall’ondata di attivismo di sinistra che percorse le campagne in quella zona della Puglia. La polizia li considerava assolutamente innocui. In effetti lo erano. Essere ebrei era l’unica cosa che avevano a cuore.
Non appena Manduzio scoprì che non tutti gli ebrei erano stati spazzati via dal diluvio come aveva immaginato, ma che in Italia ne esistevano ancora, il fenomeno di San Nicandro perse gran parte del suo interesse culturale e antropologico e si trasformò in una strana ma illuminante nota a piè di pagina della storia d’Europa nell’epoca del fascismo. La battaglia tenace e alla fine vittoriosa dei sannicandresi per essere riconosciuti come veri ebrei ha forti limiti come tema storico. È irrilevante per l’ebraismo italiano di quel periodo – la storia più ambiziosa, Gli ebrei in Italia a cura di Corrado Vivanti (1996), li cita appena – anche se non è una postilla senza conseguenze per lo sviluppo del sionismo italiano e per la nascita di Israele.
In fondo, gli ebrei di San Nicandro furono convertiti alla necessità di emigrare in Eretz Israel soprattutto da uno degli eroi dell’allora insolita minoranza sionista italiana, Enzo Sereni. Tutto a dispetto di Manduzio, che era contrario all’emigrazione, e del primo sostenitore di San Nicandro nella comunità ebraica ufficiale, Raffaele Cantoni, che sembra aver formulato una valutazione molto più realistica delle peculiarità di una minisetta con radici locali. Eppure, per quanto insignificanti, le fortune di questo piccolo gruppo litigioso, facile alle scissioni eppure coeso al margine dei cataclismi degli anni trenta e quaranta, irradiano piccoli fasci di luce in quelle tenebre.
La promulgazione delle leggi razziali hitleriane da parte di Mussolini, nel 1938, non ebbe conseguenze particolarmente gravi per loro, ma gli rese ancora più difficile essere ufficialmente accettati come ebrei dalle autorità ebraiche, scettiche e sempre pronte a procrastinare, e che ora avevano questioni più urgenti di cui occuparsi. Fra il 1938 e il 1943 gli ebrei di San Nicandro furono probabilmente più isolati che in qualsiasi altro momento della loro breve storia. La caduta di Mussolini avvicinò la guerra al Gargano quando gli alleati distrussero il grande nodo delle comunicazioni di Foggia e portò per breve tempo a San Nicandro le colonne tedesche. Portò anche pericoli e ristrettezze.
Per la prima volta essere ebrei contava: se Costantino Tritto non si fosse tolto la stella di David che era fiero di portare sul risvolto della giacca, avrebbero potuto esserci gravi rappresaglie contro la città. Gli ufficiali tedeschi che curiosarono nella stanza di Manduzio con le sue iscrizioni e decorazioni ebraiche scatenarono il panico, ma fortunatamente andarono via e non tornarono. Ai tedeschi ben presto subentrarono le forze britanniche, che nel settembre 1943 risalirono la costa adriatica per liberare quello che rimaneva di Foggia.
Fu l’ottava armata a riportare la piccola compagnia di Manduzio nella storia mondiale. La Puglia, il tacco d’Italia, servì da base alle operazioni transnazionali degli alleati in un periodo cruciale, mentre le organizzazioni che sostenevano i movimenti di resistenza si spostarono dal Cairo a Bari per mandare rinforzi attraverso l’Adriatico utilizzando i campi d’aviazione locali. Le truppe britanniche rimasero bloccate a sud per vari mesi, in attesa che i tedeschi abbandonassero la loro efficacissima “linea d’inverno”. Ora tra loro c’erano alcune unità ebraiche non combattenti, in origine reclutate per la difesa dell’Egitto.
Mentre negoziavano con gli inglesi riluttanti per creare una brigata di combattimento ebraica, senza dare troppo nell’occhio lavoravano alla costruzione delle loro forze armate perché il futuro stato d’Israele potesse assumere il controllo della Palestina. Tra la massa dei rifugiati ebrei e degli altri “sfollati” che cercavano riparo nel Mezzogiorno d’Italia occupato dagli alleati, scoprirono anche – con stupore e sbigottita soddisfazione – gli ebrei di San Nicandro. I soldati diffusero la notizia tra i militari anglofoni, i reclutatori di Haganah furono pronti ad accettarli come potenziali emigranti in Israele, e gli ebrei italiani che si sentivano colpevoli per la debolezza di molti loro correligionari davanti alle leggi razziali poterono elogiarne la fede semplice ma tenace.
Enzo Sereni – una figura centrale del sionismo italiano e della Palestina sotto mandato britannico, che nell’aprile 1944 si preparava a partire per la missione segreta nell’Italia occupata dai nazisti in cui perse la vita – li considerò abbastanza importanti da meritare una visita e li incoraggiò a emigrare. Quando i tedeschi si arresero, il gruppo era ormai entrato a far parte del folclore dei corrispondenti di guerra, e raggiunse il picco della celebrità quando Time gli dedicò un articolo in occasione del capodanno ebraico del 1947.
La liberazione di Roma spinse le autorità rabbiniche ad accettare ufficialmente i sannicandresi come ebrei autentici. I maschi furono circoncisi nel 1946, anche se per qualche motivo Manduzio non volle farsi operare. Morì nel marzo 1948 rifiutandosi sempre di lasciare San Nicandro e ancora convinto “che siamo arrivati alla luce grazie alle visioni, proprio come avvenne a Mosè e a tutti i profeti, e che chiunque si rifiuti di credere o dica che le visioni non significano niente nega il Dio delle visioni e il Mosè del libro sacro delle leggi”. Visse abbastanza a lungo da salutare la decisione di creare lo stato di Israele.
Se e sotto quali auspici i sannicandresi potessero emigrare in Israele, come fecero quasi tutti nel 1949, rimaneva incerto. La cosa fu complicata dall’inizio della guerra fredda. La sconfitta della sinistra italiana nelle elezioni del 1948 non avrebbe fatto molta differenza per una comunità che non era mai stata coinvolta nella politica secolare, ma il rifiuto italiano di riconoscere lo stato di Israele, mentre la Russia l’aveva fatto immediatamente, rese sospetti agli occhi del governo democristiano i vari piani sionisti per mandare rifugiati ebrei in Terra santa.
Alla fine le pressioni dei sannicandresi prevalsero sull’opposizione all’emigrazione collettiva del loro primo e più leale sostenitore, Cantoni, in un certo senso l’eroe della storia di San Nicandro e un personaggio veramente eccezionale. Italiano, ebreo sionista, massone, socialista e antifascista, anche se a suo tempo era stato un giovane attivista dell’impresa dannunziana di Fiume, Cantoni merita senz’altro uno studio più approfondito.
Una volta trasferiti nella terra di Israele, gli ebrei di San Nicandro sparirono nell’anonimato storico della gente comune che si guadagna da vivere. John Davis racconta tutto quello che dobbiamo sapere, e forse di più, su quest’ultima fase di uno straordinario episodio della storia europea del novecento. The jews of San Nicandro, ottimo libro di un bravissimo storico, rimarrà quasi sicuramente la sua duratura testimonianza.
Traduzione di Gigi Cavallo.
Internazionale, numero 886, 25 febbraio 2011
febbraio 23, 2011
A Piena Voce - Lily Brik
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Amore in Portogallo
La notte, come ferite, leccava i fuochi.
Con gli spioncini, guardavano le stelle le prigioni,
e sotto il ponte di Salazar noi -
nell’oscurità più oscura.
Il dittatore ci ha reso un servizio
e, non visti da lui, sotto il ponte,
da questo infausto paese emigriamo
l’uno nelle braccia dell’altro.
Sotto il ponte di cemento e paura,
sotto il ponte di un ottuso potere,
le nostre labbra sono terre radiose
dove liberi siamo io e te.
La libertà io la rubo, la rubo
e nel sacro istante sottratto, sono felice
che, seppure in un bacio, non sia censurata
la lingua mia peccatrice.
Perfino in un mondo che ha i fascisti al potere,
dove la gente ha così pochi diritti,
sopravvivono ciglie vellutate,
che altri mondi nascondono.
Piccola portoghese, che ti sfili
e mi doni il tuo anello, perchè piangi?
Io non piango.
Le mie lacrime tutte le ho piante.
Stringiti a me. Ti bacio. Non pensare.
Sorella, poco possiamo noi.
Sotto il ponte, accigliato sopraciglio,
invisibili al mondo, siamo due lacrime.
Lisbona 1967
E.Evtusenko
gennaio 24, 2011
A Piena Voce - Lily Brik
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L’autore spagnolo, a cento anni dalla morte di Emilio Salgari,
omaggia Sandokan, Yanez e le tigri di Mompracem.
Le tigri tornano…più antimperialiste che mai!
gennaio 6, 2011
A Piena Voce - Lily Brik
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gennaio 3, 2011
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Majakovskij – Tre poesie August 2008
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Perchè leggere i classici – Italo Calvino April 2009
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Il Flauto di Vertebre – Majak November 2009
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Boris Vian – Tre poesie September 2008
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A Piena Voce - Lily Brik
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A 25 anni (il 19 settembre) dalla sua morte raccolgo i miei pochi articoli dedicatigli (sempre pochi per lui).
Buona lettura o ri-lettura.
Da Le città invisibili: Tamara, Eufemia, Zaira, Bauci, Leonia, Anastasia, Dorotea, Isidora.
Dai bellissimi diari di Italo: Diario del Middle West, Diario newyorkese, Diario americano
Poi, per divertirci un pò, una serie di: Calvinite (nota biografica dell’autore su se stesso)
e Calvinate (intervista lunga a Calvino)
Per concludere ecco le Lezioni americane e l’introduzione a Perchè leggere i classici

Calvino e...Silvana Mangano
dicembre 24, 2009
A Piena Voce - Lily Brik
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Il Natale è solo per i bambini, che sognano.

S’io fossi il mago di Natale
farei spuntare un albero di Natale
in ogni casa, in ogni appartamento
dalle piastrelle del pavimento,
ma non l’alberello finto,
di plastica, dipinto
che vendono adesso all’Upim:
un vero abete, un pino di montagna,
con un pò di vento vero
impigliato fra i rami,
che mandi profumo di resina
in tutte le camere,
e sui rami magici frutti:
regali per tutti.
Poi con la mia bacchetta magica me ne andrei
a far magie
per tutte le vie.
In via Nazionale
farei crescere un albero di Natale
carico di bambole
d’ogni qualità,
che chiudono gli occhi
e chiamano papà,
camminano da sole,
ballano il rock an’roll
e fanno le capriole.
Chi le vuole, le prende:
gratis, s’intende.
In piazza san Cosimato
faccio crescere l’albero
del cioccolato;
in via del Tritone
l’albero del Panettone;
in viale Buozzi
l’albero dei maritozzi,
e in largo Santa Susanna
quello dei maritozzi con la panna.
Continuiamo la passeggiata?
La magia è appena cominciata:
dobbiamo scegliere il posto
all’albero dei trenini:
va bene piazza Mazzini?
Quello degli aeroplani
lo faccio in via dei Campani.
Ogni strada avrebbe un albero speciale
e il giorno di Natale
i bimbi faranno
il giro di Roma
a prendersi quello che vorranno.
Per ogni giocattolo
colto dal suo ramo
ne spunterà un altro
dello stesso modello
o ancora più bello.
Per i grandi, invece, ci sarà,
magari in via Condotti,
l’albero delle scarpe e dei cappotti.
Tutto questo farei se fossi mago.
Però non lo sono
che posso fare?
Non ho che auguri da regalare:
di auguri ne ho tanti,
scegliete quello che volete,
prendeteli tutti quanti.
luglio 24, 2009
A Piena Voce - Lily Brik
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Non t’amo più…E’ un finale banale.
Banale come la vita, banale come la morte.
Spezzerò la corda di questa crudele romanza,
farò a pezzi la chitarra: ancora la commedia perchè recitare!
Al cucciolo soltanto, a questop mostriciattolo peloso, non è dato capire
perchè ti dai tanta pena e perchè io faccio altrettanto.
Lo lascio entrare da me, e raschia la tua porta, lo lasci passare tu, e raschia la mia porta.
C’è da impazzire, con questo dimenio continuo…
O cane sentimentalone, non sei che un giovanotto.
Ma io non cederò al sentimentalismo.
Prolungar la fine equivale a continuare una tortura.
Il sentimentalismo non è una debolezza, ma un crimine
quando di nuovo ti impietosisci, di nuovo prometti
e provi, con sforzo, a mettere in scena un dramma
dal titolo ottuso “Un amore salvato”.
E’ fin dall’inizio che bisogna difendere l’amore
dai “mai” ardenti e dagli ingenui “per sempre!”.
E i treni ci gridavano: “Non si deve promettere!”.
E i fili fischiavano: “Non si deve promettere!”.
I rami che si incrinavano e il cielo annerito dal fumo
ci avvertivano, ignoranti presuntuosi,
che è ignoranza l’ottimismo totale,
che per la speranza c’è più posto senza grandi speranze.
E’ meno crudele agire con sensatezza e giudiziosamente soppesare gli anelli
prima di infilarseli, secondo il principio dei penitenti incatenati.
E’ meglio non promettere il cielo e dare almeno la terra,
non impegnarsi fino alla morte, ma offrire almeno l’amore di un momento.
E’ meno crudele non ripetere “ti amo”, quando tu ami.
E’ terribile dopo, da quelle stesse labbra
sentire un suono vuoto, la menzogna, la beffa, la volgarità
quando il mondo falsamente pieno, apparirà falsamente vuoto.
Non bisogna promettere…L’amore è inattuabile.
Perchè condurre all’inganno, come a nozze?
La visione è bella finchè non svanisce.
E’ meno crudele non amare, quando dopo viene la fine.
Guaisce come impazzito il nostro povero cane,
raspando con la zampa ora la mia, ora la tua porta.
Non ti chiedo perdono per non amarti più.
Perdonami d’averti amato.
aprile 20, 2009
A Piena Voce - Lily Brik
Cultura, I LIBRI DEGLI ALTRI
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Parole composte
In una trafficora mi buspiattavo comultitudinariamente in un nuovo spaziotempo luteziomeridiano coitinerando con un lungicollo floscincappucciato e nastrocordicellone, il quale appellava un tiziocaiosempronio altavociando che lo piedipremesse. Poscia si rapidosedilizzò. In una posteroeventualità lo rividi stazioncellonlazzarizzante con un caiotizio impertinentementenunciante l’esigenza di una bottonelevazione paltosupplementante. E gli perchè percomava.

- La mia prima foto di un cane che venne pubblicata, fu scattata nel 1946. Non rammento le circostanze o quello che avevo in testa. Probabilmente nulla di speciale.(E.Erwitt))
Distinguo
Un bel dì sul torpedone (non la torre col pedone) scorsi (ma non preteriti) un tipo (non uhn carattere a stampa) ovvero un giovinotto (che non era un sette da poco cresciuto), munito (sì, ma non scimunito) di un cappello incoronato (non incornato) da un gallone (non di birra), e con un linghissimo collo (non postale). Costui si mette ad apostrofare (ma non a virgolettare) un passeggero (a cui però non vende almanacchi) e lo accusa (anche se non è un dolore) di pestargli i piedi (non del verso) ad ogni fermata (che non è una ragazza caduta in una retata).
Poi la smette di protestare (ma le cambiali non c’entrano) e si lancia (non motovedetta) su di un posto libero (che non è in alternativa al posto dello stopper).
Due ore dopo lo ritrovo (non nel senso di club) alla stazione Saint Lazare (che non è il luogo per appestati), dove una tale (che non è un racconto inlgese) gli dà il consilgio (non d’amministrazione) di soprelevare (senza bisogno di permessi edilizi) un bottone (ma non nel senso di un enorme contenitore di frassino per liquidi fermentati).
marzo 17, 2009
A Piena Voce - Lily Brik
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_Marocco_Fez_
A ottanta miglia incontro al vento di maestro l’uomo raggiunge la città di Eufemia, dove i mercanti di sette nazioni convengono ad ogni solstizio ed equinozio. La barca che vi approda con un carico di zenzero e bambagia tornerà a salpare con la stiva colma di pistacchi e semi di papavero, e la carovana che ha appena scaricato sacchi di noce moscata e di zibibbo già affastella i suoi basti per il ritorno con rotoli di mussola dorata. Ma ciò che spinge a risalire fiumie attraversare deserti per nvenire fin qui non è solo lo scambio di mercanzie che ritrovi sempre in tutti i bazar dentro e fuori l’impero del Gran Kan, sparpagliate ai tuoi piedi sulle stesse stuoie gialle, all’ombra della stessa tenda scacciamosche, offerti con gli stessi ribassi di prezzo menzonieri. Non solo a vendere e a comprare si viene ad Eufemia, ma anche perchè la notte accanto ai fuochi tutt’intorno al mercato, seduti sui sacchi o sui barili o sdraiati su mucchi di tappeti, a ogni parola che uno dice -come “lupo”, “sorella”, “tesoro nascosto”, “battaglia”, “scabbia”, “amanti”- gli altri raccontano ognuno la sua storia di lupi, di sorelle, di tesori, di scabbi, di amanti, di battaglie. E tu sai che nel lungo viaggio che ti attende, quando per restere sveglio al dondolio del cammello o della giunca ci si mette a ripensare tutti i propri ricordi a uno a uno, il tuo lupo sarà diventato un altro lupo, tua sorella una sorella diversa, la tua battaglia altre battaglie, al ritorno da Eufemia, la città in cui ci si scambia la memoria a ogni solstizio e a ogni equinozio.
febbraio 5, 2009
A Piena Voce - Lily Brik
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Via di Capannelle_Il tramvetto
Nel 1997 come supplemento a Diario uscì Zeppelin. Passeggiate letterarie in giro per alcune delle più belle città italiane, raccontate da scrittoti. Ho fatto una selezione e vi propongo Roma, Napoli, Parma, in tre puntate. Gli autori che ho scelto per Roma sono Casanova, Gogol e Marziale. Buona lettura.

Anfiteatro Flavio e Arco di Costantino
Giacomo Casanova
Come comportarsi a Roma
L’uomo che vuole fare fortuna in questa antica capitale del mondo deve essere un camaleonte capace di riflettere tutti i colori dell’ambiente che lo circonda, un Proteo capace di assumere tutte le forme. Deve essere compiacente, insinuante, falso, impenetrabile, spesso strisciante, perfidamente sincero; deve fingere sempre di sapere meno di quello che sa, deve avere un tono di voce inalterabile, deve essere paziente, deve saper padroneggiare la propria fisionomia, deve essere freddo come il ghiaccio quando un altro al suo posto sarebbe tutto fuoco; e se ha la disgrazia di di non avere la fede nel cuore, deve averla nell’intelletto e soffrire in pace, se è un uomo onesto, la mortificazione di doversi riconoscere per un ipocrita. E se detesta comportarsi così, è meglio che lasci Roma e vada a cercare fortuna altrova. Di tutte queste doti, e non so se ciò sia un vanto o una confessione, io avevo solo la compiacenza: per il resto, non ero che un simpatico stordito, un buon cavallo di razza, per nulla ammaestrato male, il che è peggio. [...] A Roma ci sono molte cose che nei primi giorni sorprendono, ma alle quali si fa poi l’abitudine. Non esiste città cattolica in cui ci si preoccupi meno della religione. I romani sono come dipendenti della manifattura tabacchi, che hanno il permesso di prendere gratis quanto tabacco vogliono. Vi si vive nella massima libertà, se si eccettua il fatto che gli ordini santissimi sono temibili quanto lo erano a Parigi gli ordini regi prima della Rivoluzione.
Memorie scritte da lui medesimo, 1789-1798
(traduzione di Piero Chiara)

Scalinata di Trinità dei Monti 1880
Nicolaj Vasilevic Gogol
Gogol abitò in via Sistina al n. 123 dal 1838 al 1842.
In una lettera del 1838 ad un amico descrive così il Carnevale romano:
E’ tempo di carnevale, tutta la città va a spasso. Il carnevale è una manifestazione grandiosa in tutta Italia, ma a Roma in modo particolare. Tutti scendono nelle strade, ognuno è mascherato. Chi non ha mezzi per travestirsi rivolta la palandrana e si imbratta il muso di nerofumo. Alberi interi e tappeti di fiori girano per le vie, spesso passa qualche carro tutto foglie e ghirlande…sul carro troneggia una comitiva nel gusto delle antiche festività in onore di Cerere; sembra uscito da un dipinto Hubert Robert. Il corso si direbbe coperto di enve, tanta è la farina che vi è stata buttata. Avevo sentito parlare di “confetti” ma non mi aspettavo una cosa tanto meravigliosa! Figurati che puoi lasciare in faccia alla più bella un sacco intero di farina e quello non solo non si arrabbierà, neanche se è una Borghese, ma tela renderà in uguale misura. In altri paesi la plebe sola si diverte. Qui tutti stanno insieme. C’è una libertà straordinaria che ti manderebbe in visibilio. Puoi parlare e offrire fiori a chi ti pare. Puoi anche saltare su una carrozza di passaggio e sederti tra due sconosciuti…
da Gogol a Roma
a cura di D. Borghese, 1838.

Via Nazionale
Marziale
Sui rumori di Roma
A Roma la mattina un poveretto non sa dove riposarsi.
La mattina ti rompono le scatole i maestri di scuola, la notte i fornai e per tutto il giorno il martello dei calderari. Qui un tabacchiere ozioso fa tintinnare sul suo banco un sacco di monete, là un battitore d’oro spagnolo fa rumore con i suoi attrezzi.
Poi gli scatenati seguaci di Cibele non prendono fiato con i loro canti, il naufrago che attreversa la strada abbracciato a un tronco, l’ebreo che chiede l’elemosina esortato dalla madre e il mercante che reclamizza la sua merce.
Chi può dormire?[...]
Tutta questa marmaglia mi sveglia con schiamazzi e risate e praticamente tutta Roma è accanto al mio letto. Se voglio dormire in pace non ho altra scelta: scappare in campagna.
Epigrammi, XII, 57, intorno al 90 d.C.
(traduzione di Valerio Bispuri)
gennaio 22, 2009
A Piena Voce - Lily Brik
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_Tra Amsterdam ed Eindhoven_
La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
in ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco…
La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C’è chi sopravvive…
(Eugenio Montale, La Storia, in Satura, Milano, 1971)
dicembre 24, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
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Due frasi.
Pesanti come un colpo.
“A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio”
Ma uno
come me
dove potrà cacciarsi?
Che tana m’han preparata?
S’io fossi
piccolo
come il Grande Oceano,
sulla punta delle onde m’alzerei,
carezzerei la luna con il mio flusso.
Dove trovare un’amata
che mi somigli?
Minuscolo sarebbe il cielo per contenerla!
Oh s’io fossi povero
come un miliardario!
L’anima disprezza i soldi:
un ladro insaziabile s’annida in essa.
Ai desideri miei, alla sfrenata orda
non basta l’oro di tutte le Californie.
S’io fossi balbuziente
come Dante
o Petrarca!
Accendere l’anima per una sola!
Ordinarle coi versi di ridursi in cenere!
E le parole
e il mio amore
sarebbero un arco di trionfo:
pomposamente,
senza lasciar traccia, vi passerebbero
le amanti di tutti i secoli.
Oh s’io fossi
silenzioso
come il tuono:
con un sol gemito
farei tremare l’eremo vacillante della terra.
Se
la mia voce enorme
urlerà a tutta forza,
le comete torceranno le loro braccia di fuoco,
e a capofitto si getteranno dalla disperazione.
Coi raggi dei miei occhi rosicchierei la notte:
oh s’io fossi
appannato
come il sole!
Vorrei proprio
abbeverare con la mia luce
il seno smagrito della terra!
Passerò,
trascinando il mio amore enorme.
In quale notte
delirante,
malata,
quali Golia m’han concepito,
così grande
e così inutile?
All’amato se stesso
dedica queste righe l’Autore
(1916)
dicembre 14, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
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Da Satisfiction n. 2 / febbraio 2008
PREMESSE DA PIANOTERRA

Brevi prose di pensiero alle prese con la ragione di vocaboli e concetti compongono Pianoterra (Nottetempo, € 12,00) di Erri De Luca, il nuovo libro dell’autore napoletano di cui Satisfiction anticipa due brani inediti. La raccolta, in libreria dal 6 marzo, è scritta secondo la prospettiva del “pianoterra”. Un taglio inusuale che lo stesso De Luca, nella “Premessa”, spiega ai lettori: “Dall’angolo stretto di chi sta in una folla proviene la scrittura di queste pagine”.
Patria
Nato e cresciuto in un posto del Sud alleggerito da milioni di emigranti, ho sentito ripetere spesso che: “’A patria è chella ca te dà a mangià”La riduzione del proprio luogo a dispensatore alimentare era la piú amara definizione, ma non cosí spregiativa. Lavorare e guadagnarsi il pane è diritto elementare ed è quello che produce dignità e radica appartenenza.
Patrigna è la patria che lo nega, che discrimina tra figli e figliastri. Il Sud era molto figliastro. Sue patrie furono le Americhe, l’Australia. Gli emigranti espatriarono senza conoscere il verbo, salutando con un fazzoletto bianco e non tricolore. Si portavano dietro un dialetto in cui esprimere la loro nostalgia. L’italiano era la lingua di chi poteva permettersi il lusso di parlare diverso dal popolo, dai popoli riuniti sotto il cappello Italia. A casa nostra la parola patria era inesorabilmente accoppiata all’esperienza goffa e tragica del fascismo. I miei avevano conosciuto i sabati del regime, le adunate obbligatorie nei ranghi dei figli della lupa, le parate con labari e aquile romane, caricature e addobbi spolverati da uno scheletro della storia. Quella patria con il punto esclamativo si era presa sul serio al punto di credersi guerriera. Napoli ascoltò la sirena di allarme aereo poco dopo la dichiarazione di guerra, la parola patria presentava in fretta il conto. Ci sono vocaboli che diventano inservibili: insieme al Lebensraum, lo spazio vitale, preteso dall’espansionismo tedesco, anche patria finí sotto le macerie e i cingoli dei vincitori, insieme a una monarchia lesta a disertare.
Da giovane ho aderito a lungo a una gioventú rivoltosa e comunista che ripeteva il motto: il proletario non ha nazione. Gli operai, gli sfruttati, secondo quella convinzione, erano compatrioti di altri come loro oltre i confini, ben piú che dei loro concittadini di ceto borghese. Perciò patria è un termine fuori dal mio dizionario e forse lo sto scrivendo qui per la prima volta. Al disuso si somma anche il basso gradimento per l’inno di Mameli di cui non ho ancora deciso se sia peggiore il testo o la musica. Dov’è la vittoria? Quando l’ascolto mi sforzo di dimenticare l’italiano, di ricevere sillabe prive di senso. Mia madre dice che la patria è una parola che ti è cara solo se stai all’estero e senti qualcuno che parla male del tuo paese. Allora ti scatta la molla di difenderlo. Sono d’accordo con lei, anche a me è successo e mi sono trovato a ricacciare indietro l’offesa. Proteggevo cosí il mio luogo d’origine, la lingua che ho imparato a parlare e ad amare dopo il napoletano, il piatto in cui ho mangiato e le ricette imparate, la geografia, il nome dei miei, l’olio, le arance, Vittorio de Sica e Fabrizio De Andrè, il sangue visto spargere, un bacio sul marciapiede di un binario, queste cose mi hanno messo impronta e di certo non una maglia azzurra, una coccarda, un’istituzione. Allora sí, lontano, mi è scattato il riassunto dell’italiano che sono, uno senza la parola patria, alla quale preferisco varianti come: matria fratria, tanto per dare un cambio ai padri sempre piú a corto di fiato nel ruolo.

Recinto
Il Paradiso è la cantica meno letta della Divina Commedia. I santi annoiano. “Mi sentirei di girare un film sull’inferno dantesco, forse sul purgatorio, certamente non sul paradiso”: Alessandro Blasetti conferma che la perfezione è poco sceneggiabile. Quando fu scelto un posto per il paradiso, col minore impatto ambientale, si decise di piazzarlo in cielo. In terra ingombrava, in mare avrebbe guastato il premio a chi in vita soffrí di maldimare. La ricompensa eterna sazia presto. Il Paradiso, maiuscolo e ripetitivo, è un ergastolo di beatitudini. L’inconveniente maggiore è che sta confinato di là del tempo regolamentare, nei supplementari. Piú pratico è riportarlo in terra, dentro l’esistenza.
In antico ebraico paradiso è pardès, un campo recintato con alberi da frutto. Stava al suolo, era fornito di plurale pardesìm, ce n’erano diversi. Non era contemplazione, ma opera di lavoro, non riposo ma sudore, custodia contro le avversità. Vedo pardès, ovunque l’emergenza chiami a una risposta, fosse pure disperata. Vilna, Lituania, settembre 1943, ghetto ebraico nei giorni della soluzione finale: un grappolo di giovani resiste con qualche arma da fuoco racimolata in giro. Mancano i proiettili. C’è nel ghetto una casa editrice con tipografia, la “Rom”, che stampa i grandiosi volumi del Talmud. I giovani vanno di notte a rubare le barre di piombo per fonderle e fabbricare munizioni. Le sante lettere ebraiche diventano proiettili. Scrive lí e in quel momento il giovane poeta Avram Sutzkever: “L’ebraico valore serbato in parole / va a irrompere nel mondo, arma da fuoco”. Nel ghetto di Vilna i superstiti dell’annientamento fabbricarono intorno a loro un recinto, una difesa, un pardès. Prima di essere inceneriti nel Vernichtungslager di Sobibor piantarono un pardès coi loro corpi. Pardès fu il tempo che salvarono, un tizzone d’incendio. Furono vinti, certo, il pardès non sbandiera vittorie. È un cerchio di fuoco, un campo di zingari che all’alba seguente lascia cenere spenta.
Lo ritrovo in terra ovunque la miseria, la guerra, spingano a una resistenza, a un patto per unire le forze. Vedo pardesìm nei passaggi di migratori verso le nostre coste, nei villaggi che ricostruiscono le case dopo il maremoto dell’Oceano Indiano.
Pardès è una fabbrica occupata, una barricata, una cooperativa di senza terra. È stato di eccezione e di emergenza, poi si dissolve e si riforma altrove. L’umanità si regge sul pardès.
http://www.satisfiction.it/
ottobre 31, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
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Altri tre brevi racconti di Cortazar, ormai compagno di letture notturne più che piacevoli.
Viaggi
Quando i famas fanno un viaggio, le loro abitudini, quando si fermano a dormire in una città, sono le seguenti: un fama va all’hotel e prudentemente vuol sapere il prezzo della camera, rendersi conto di persona della qualità delle lenzuola e del colore dei tappeti. Il secondo va al commissariato e stila una dichiarazione sui beni mobili e immobili dei tre, e fa anche l’elenco del contenuto delle loro valigie. Il terzo fama va all’ospedale e prende nota dei medici di turno nonchè delle loro specializzazioni.
Finite queste incombenze, i tre viaggiatori si riuniscono nella piazza principale della città, si comunicano le rispettive osservazioni, ed entrano in bar a prendere un aperitivo. Prima però si prendono per mano e fanno un girotondo. Questa danza è detta: “Allegria dei famas”.
Quando i cronopios fanno un viaggio, trovano tutti gli alberghi al completo, i treni partiti, piove come dio la manda e i taxi non li vogliono far salire a meno che non siano pronti a farsi spellare vivi. I cronopios non si scoraggiano perchè credono fermamente che queste cose capitino a tutti, e prima di andare a dormire si dicono l’un l’altro: “Ma che bella città, una città proprio bella”. E sognano tutta la notte che la città è in festa e che loro sono invitati a tutti i ricevimenti. Il giorno dopo si alzano allegri, ed è così che viaggiano i cronopios.
Le speranze, sedentarie, si lasciano viaggiare dalle cose e dagli uomini, e sono come le statue che bisogna fare un viaggio per vederle perchè loro non si disturbano.
Conservazione dei ricordi
I famas, per conservare i loro ricordi seguono il metodo dell’imbalsamazione: dopo aver fissato il ricordo con capelli e segnali, lo avvolgono dalla testa ai piedi in un lenzuolo nero e lo sistemano contro la parete del salotto, con un cartellino che dice: “Gita a Quilmes”, oppure: “Frank Sinatra”. I cronopios invece, questi esseri disordinati e tiepidi, sparpagliano i ricordi per la casa, allegri e contenti, e ci vivono in mezzo e quando un ricordo passa di corsa gli fanno una carezza e gli dicono affettuosi: “Non farti male, sai”, e anche: “Sta attento, c’è uno scalino”. Questa è la ragione per la quale le case dei famas sono in ordine e in silenzio, mentre le case dei cronopios sono sempre sottosopra e hanno porte che sbatacchiano. I vicini si lamentano sempre dei cronopios e i famas scuotono la testa comprensivi, e vanno a vedere se i cartellini sono sempre a loro posto.
Orologi
Un fama possedeva un orologio amuro e tutte le settimane lo caricava CON GRANDE CURA.
-

- La parola carciofo deriva dall’arabo al-kharshûf.
Passò un cronopio e vedendolo si mise a ridere, tornò a casa e inventò l’orologio-carciofo o carciofo selavtico, perchè a questa o a quella varietà può e deve appartenere. L’orologio carciofo selvatico del cronopio è un carciofo di varietà nobile, fissato per un gambo ad un buco della parete. Le numerose foglie del carciofo selvatico indicano l’ora presente e anche tutte le ore, sicchèil cronopio non deve far altro che togliergli una foglia e subito sa un’ora. Dato che le stacca da sinistra a destra, la foglia non sbaglia mai, e dà l’ora esatta, così il cronopio ogni giorno ricomincia da capo togliendo un nuovo giro di foglie. Quando arriva al cuore non è più possibile misurare il tempo e nell’infinita rosa violetta del centro il cronopio scopre una gran gioia e se lo mangia con olio aceto e sale, e infila un nuovo orologio nel buco.
settembre 4, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
Cultura, memoria
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Krokodil, 1926, n.8, Lungo un aspro cammino.
(campagna contro l’alcolismo)
Quando passa la sbornia
come la coscienza si fa severa nei nostri confronti,
quando nella confidenza del vicino di tavola
non ci accorgiamo dell’insinuarsi di un nemico.
Ma è terribile non credere a nessuno
e, nel continuo sforzo della vigilanza,
attribuire progetti tenebrosi
alla ribellione immatura, ma pura.
Nella diffidenza lo zelo non è un merito:
Un giudice cieco non serve bene il suo popolo.
E’ più terribile, per la fretta,
scambiare un amico per un nemico
che un nemico per un amico.
settembre 1, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
Cultura, memoria
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Notte di luna
Paesaggio
Ci sarà la luna.
Ce ne sta
già un pò.
Eccola che pende piena nell’aria.
E’ Dio, probabilmente,
che con un meraviglioso
cucchiaio d’argento
rimesta la zuppa di pesce delle stelle.
(1916)
Fiaba su Cappuccetto rosso
C’era una volta al mondo un cadetto
che portava un rosso cappuccetto.
Fuor del cappuccetto che gli era toccato,
da nessun tratto rosso era segnato.
D’una rivoluzione gli vien detto
e lui subito si infila il cappuccetto.
Se l’erano spassata l’un dopo l’altro
il padre del cadetto e l’avo scaltro.
Un grandissimo vento si levò
e il cappuccetto in pezzi lacerò.
Diventò nero. Ma appena lo videro
I lupi della rivoluzione l’azzannarono.
Tutti conoscono i gusti lupini.
Lo divorarono con tutti i polsini.
Quando, ragazzi, politica farete
la fiaba del cadetto non scordate.
(1917)

Filosofia spicciola su luoghi profondi
Mi sto trasformando
non in Tolstoj, ma in grassone, -
mangio,
scrivo,
tonto dal calore.
Chi non ha filosofato sopra il mare?
L’acqua.
Ieri
l’oceano era maligno
come un diavolo,
oggi
è più mansueto
d’una colomba sulle uova.
Quale differenza!
Tutto scorre.
Tutto si trasmuta.
L’acqua
ha
il suo tempo:
ore di flusso,
ore di riflusso.
Ma dalla penna di Steklov
L’acqua
non si è mai ritirata.
Ingiusto.
Un pesciolino morto
galleggia solitario.
Pendono
le sue pinne
come alette ferite.
Galleggia da settimane,
e non ha casa
nè tetto.
Ci viene incontro,
più lento del corpo di una foca,
il piroscafo dal Messico,
mentre noi
vi andiamo.
Non è possibile altrimenti.
Divisione
del lavoro.
E’ una balena, dicono.
Può darsi.
una specie di Bednyj-pesce,
grosso tre bracciate.
Solo che Dem’jan ha i baffi in fuori
e la balena
in dentro.
Gli anni sono gabbiani.
Prendono il volo in fila,
e giù in acqua,
a impinzarsi di pescetti la pancina.
Sono spariti i gabbiani.
Propriamente parlando,
dove sono gli uccellini?
Io nacqui,
crebbi,
mi nutrirono con il poppatoio,-
ho vissuto
e lavorato,
diventando vecchiotto..
Ed ecco anche la vita passerà
come sono passate
le isole Azzorre.
(3/VII/1925 Oceano Atlantico)

agosto 31, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
Cultura, memoria, politica
1958, apienavoce, Associazione Popoli Diritti Culture, autori, basalto, calcare, cani, cina, citazioni, comunismo, confini, diritti, feltrinelli, fondazione lelio basso sezione internazionale, francia, frontiera, ghiaccio, giornalismo, imperium, italia, letteratura, libri, mosca, neve, parigi, perquisizione, polizia, potere, reportage, roma, rosso, ryszard kapuscinski, scrivere, scuola, siberia, socialismo, transiberiana, urss, viaggi, vulcano
Nel marzo 2006 Kapuscinski ha ricevuto il Premio Ilaria Alpi nella Sala del Carroccio del Comune di Roma.
Quel giorno ho stretto la mano ad uno dei più grandi autori di reportage, ottimo viaggiatore e conoscitore attento del mondo. E’ morto nel gennaio dell’anno scorso a 74 anni.
Ricevette il premio e fece un piccolo discorso.
A fine cerimonia abbiamo insistito per una foto con lui: tutte le giovani collaboratrici della Fondazione, le meno giovani brasiliane e la Presidente, al centro Kapuscinski. Scattata la foto, ha voluto farne una seconda; una foto senza di lui che ci teneva restasse a noi. Non so perchè. Ma è andata così. Un carisma leggero possedeva, comunque contagioso. Una sorta di spirale lenta, graduale ed efficace nel suo intento vorticoso.
Insomma. Veniamo al dunque. Ha scritto molti libri che potete pregustare (e, se volete, comprare) in questa bibliografia italiana sul sito di Feltrinelli.
Sono abbastanza noti gli scritti Ebano e Sha-in-sha e il più recente Autoritratto di un reporter. L’ultimo lavoro invece si intitola Ancora un giorno, scritto sull’Angola apparso postumo quest’anno.
Io ho scelto Imperium. Un reportage sull’Unione Sovietica e il suo crollo. Ha inizio nel 1939 a Pinsk, paese natale di Ryszard, al momento dell’ingresso dei sovietici. Segue il racconto del viaggio sulla Transiberiana, da Pechino a Mosca, datato 1958, che ho riportato quasi interamente. La parte parte più cospicua del libro riguarda il crollo del muro di Berlino e gli avvenimenti che sono seguiti. Il 1989 insomma.
Buona lettura.
Transiberiana 1958

Luogo del mio secondo incontro con l’Impero: lontano, nelle steppe e nelle nevi dell’Asia, in zone difficilmente raggiungibili la cui geografia porta nomi barbari e strampalati. I fiumi si chiamano Argun, Unda, Cajhar; le montagne Cingan, Ilcuri, Dzagdy; le città Kilkok, Tungir e Bukacaca. Già i nomi da soli basterebbero a comporre armoniose, esotiche poesie.
Il treno della Transiberiana, partito il giorno prima da Pekino e che effettua il viaggio di nove giorni per Mosca, sta arrivando da Kharbin a Zabajkalsk, stazione di confine con l’Urss. L’avvicinarsi di una frontiera aumenta sempre l’eccitazione, intensifica l’emozione. La gente non è fatta per vivere in situazioni di frontiera, cerca di sfuggire o di liberarsene prima possibile. E tuttavia non fa che imbattercisi, trovarle e sentirle ovunque. Prendiamo l’atlante universale: frontiere su frontiere. Confini determinati da oceani e continenti. Da deserti e foreste. Da precipitazioni, monsoni, tifoni, terre coltivate e incolte, terre permanentemente ghiacciate e terre acide, scisti e conglomerati. Mettiamoci anche le zone dei depositi quaternari e delle eruzioni vulcaniche, il basalto, il calcare, la trachite. Possiamo vedere anche confini tra scuso patagonico e scudo canadese, tra zone artiche e zone tropicali, tra le forme erosive del bacino dell’Adige e quelle del lago Ciad. Tra gli habitat di certi mammiferi. Di certi insetti. Di certi rettili e serpenti, tra cui il pericolissimo cobra nero e il terribile, benchè grazie al cielo pigro, anaconda.
E che dire delle frontiere stabilite da monarchie e repubbliche? Da antichi regni e civiltà scomparse? Da patti, accordi, alleanze? Da razza nera a razza gialla? Dalle migrazioni dei popoli? Qui la frontiera dove arrivarono i mongoli. Qui i khazari. Qui gli unni.

Quante vittime, quanto sangue, quanto dolore legati alla questione delle frontiere! Sconfinati sono i cimiteri dei caduti in difesa delle frontiere. Altrettanto sconfinati i cimiteri degli audaci che tentarono di allargare le loro. Praticamente metà degli abitanti del nostro pianeta, morti sul campo di battaglia, hanno reso l’anima in guerre suscitate da una questione di frontiere.
Questa sensibilità all’elemento frontiere, questa continua smania di delimitarle, espanderle o difenderle è una caratteristica non solo dell’uomo, ma di tutto il mondo vivente, di tutto ciò che si muove sull’orbe terracqueo e nell’aria. Molti mammiferi si fanno dilaniare a pezzi in difesa dei confini dei loro pascoli. Molti predatori alla conquista di nuovi territori di caccia azzannano a morte i loro rivali. Ma senza andare tanto lontano, ,anche il nostro mite e silenzioso micio domestico si sforza, si spreme e fatica per schizzare qualche goccia qua e là onde delimitare i confini del suo territorio.
E i nostri cervelli? Non contengono forse codificata un’infinità di frontiere? Tra l’emisfero sinistro e quello destro, tra lobo frontale e lobo temporale, tra ipofisi e ipotalamo. E le divisioni tra ventricoli, meningi e circonvoluzioni? Tra midollo allungato e spinale? Osserviamo il nostro modo di pensare. Spesso ci diciamo: fin qui sì, oltre no. Oppure: attento a non spingerti troppo, potresti oltrepaasare i limiti! E per giunta tutti questi confini del nostro modo di pensare e di sentire, di ordini e di proibizioni, si spostano di continuo, si incrociano, si fondono e si sovrappongono. Nei nostri cervelli si svolge un frenetico via vai di frontiera, di pre-frontiera e di oltre-frontiera. Da cui mal di testa, emicranie e confusione di idee, ma anche qualche perla: visioni, allucinazioni, lampi mentali e, ahimè più di rado, di genio.
La frontiera è stress, è paura (molto più raramente liberazione). Il concetto di frontiera può contenere un che di definitivo, di porta che si chiude alle spalle per sempre: tale è il confine tra la vita e la morte. Gli dei conoscono queste inquietudini ed è per questo cercano di conquistare fedeli promettendo loro in premio il regno di dio, che difatti è s-confinato. Il paradiso del dio cristiano, il paradiso di Jahvè e di Allah non hanno frontiere. I buddisti sanno che lo stato di nirvana è uno stato di beatitudine senza confini. Insomma la cosa che tutti vorrebbero, si aspetterebbero e auspicherebbero è precisamente questa condizionata, totale, assoluta sconfinatezza.
Zabajkalsk-Cita
Reticolati. La prima cosa che si vede sono i reticolati. Spuntano fuori dalla neve, quasi ci si innalzano sopra a linee, a mucchi, a siepi. Aggrovigliati nelle combinazioni più bislacche, in nodi, in matasse, in architetture che uniscono cielo a terra, i reticolati spuntano da ogni lembo di campo gelato, sullo sfondo del paesaggio candido e dell’orizzonte glaciale. A prima vista questo sbarramento aggressivo irto di spine, disteso lungo la frontiera, suggerisce un’idea incongrua e surrealista: chi può mai voler andare oltre, se a perdita d’occhio non si vedono nè una strada nè un’anima viva, ma solo un deserto di neve alta due metri che non ti permette di fare un passo? Eppure quei reticolati qualcosa riescono a dirtelo, ti mandano un messaggio. Dicono: “Attento, qui si oltrepassa il limite di un altro mondo. Da qui non c’è uscita, non si scappa. Sei nel mondo della serietà mortale, del comando e dell’obbedienza. Impara ad ascoltare, a essere umile, a occupare meno posto possibile con la tua persona. Fa quel che ti compete. Taci. Non porre domande.”

Così, per tutto il tempo che i vagoni rotolano verso la stazione, i reticolati ti ammaestrano, ti martellano ossessivamente nella testa tutto quel che d’ora in poi dovrai ricordare, ti imprimono nella memoria, per il tuo bene, una lunga litania di limitazioni, di proibizioni e di istruzioni.
Poi vengono i cani. Cani lupo inferociti, frenetici, forsennati, che appena il treno si ferma si avventano sotto i vagoni (e poichè sto appunto guardando dal finestrino, una delle carbine è puntata precisamente addosso a me, sì, addosso a me!). D’altro canto nessun folle (o agente o sabotatore o spia) potrebbe saltar giù e lanciarsi nella distesa ghiacciata, visto che sportelli e finestrini dei vagoni sono tutti accuratamente sigillati.
In una parola, quella continua linea visiva esercita lo stesso effetto dissuasivo dei fitti cumuli di reticolato poco prima: un monito silenzioso ma efficace di non farti venire strane idee per la testa.
Ma non finisce qui. Appena sotto i vagoni si è sparpagliata la muta dei cani eccitati e forse anche affamati, appena i soldati si sono schierati fitti fitti lungo i binari e le sentinelle sulle torrette ci hanno puntato addosso le canne delle carabine, ecco che sui vagoni salgono le pattuglei (in una mano la pila, nell’altra un lungo spunzone d’acciaio), e sbattono fuori nel corridoio tutti i passeggeri. Comincia la perquisizione degli scompartimenti, lo sfruconamento dei bagagliai, dei sedili, dei ripostigli, dei portacenere. Comincia il bussare contro le pareti, contro il soffitto, contro il pavimento. Il controllare, l’esaminare, il tastare, il fiutare.
Adesso i passeggeri raccolgono tutto quello che hanno-valigie, borse, pacchi, fagotti- e lo portano nell’edificio della stazione dove stanno alcuni lunghi tavoli rivestiti di lamiera. All’intorno è tutto pieno di striscioni rossi che ci augurano un felice benvenuto in Urss. Sotto gli striscioni, una fila di doganieri e doganiere tutti ugualmente minacciosi, severi e anche un pò seccati; sì, è evidente che ce l’hanno con noi. Cerco tra di loro una faccia dai tratti un pò bonari, più aperti e distesi, perchè comincio a provare un gran bisogno di rilassarmi, di scordare per un attimo che sono circondato da fili spinati, torrette, cani furiosi e sentinelle impietrite. Ho voglia di stabilire un contatto, di scambiare una cortesia, di chiacchierare con qualcuno: ne ho sempre avuto bisogno.
“Che hai da ridere tu?” chiede a muso duro il doganiere, sospettoso.
Mi sento gelare. Il potere è serietà: quando si tratta con il potere sorridere è un’indelicatezza, dimostra mancanza di rispetto. Come pure non bisogna mai fissare troppo a lungo chiunque detenga il potere. Ma questo lo avevo già imparato durante il servizio militare.[...]
Ci siamo. Rieccoci con l’aprire, sganciare, tirar fuori, sventrare. Questo cos’è? E quello? A che serve questo qui? E qua, e là, e su, e giù, e perchè, percome, per dove, per quanto? Peggio di tutto sono i libri. Portarsi i libri in viaggio è una sciagura. Da queste parti, se uno si porta dietro una valigia piena di cocaina con sopra un libro, la cocaina non la guarda nessuno ma sul libro ci si avventano tutti come iene. Se poi, dio ne guardi, il libro è in onglese, allora sì che comincia l’andirivieni, l’esaminare, lo sfogliare, il leggere e rileggere.

Ma, pur avendo con me alcuni libri in inglese (si tratta perlopiù di manuali di lingua cinese e giapponese), stavolta il peggior reprobo non sono io. I peggiori sono stai messi ad un tavolo a parte, un tavolo, diciamo così, di serie B. Sono abitanti del posto, cittadini dell’Unione Sovietica, gente magra e minuta in palandrane lacere e stivali sfondati: buriati, camcadali, tungusi e ainu, orocani e coriati dalla pelle olivastra e gli occhi a mandorla. Come abbiano fatto a ottenere un permesso di andare in Cina, non so. Fatto sta che ora ritornano, e tornando si portano dietro del cibo. Vedo con la coda dell’occhio che sono carichi di sacchetti di grano saraceno.[...]
Tornammo ai vagoni a notte fatta. Nevicava, il ghiaccio scricchiolava sotto le scarpe. A Zabajkalsk avevo ricevuto un’ulteriore lezione sul fatto che qui la frontiera non è un punto sulla carta, ma una scuola. Gli allievi che ne escono si dividono in tre gruppi. Il primo, quello degli agitati da una collera sorda. I più infelici, perchè tutto all’intorno provocherà loro uno stress, li porterà ad uno stato di furia, di follia. Li innervosirà, li irriterà, li torturerà. Prima ancora di rendersi conto di non poter cambiare correggere nulla della realtà circostante, saranno travolti da un infarto o da un ictus.
Secondo gruppo: costoro osserveranno i cittadini sovietici i miteranno il loro modo di pensare e di agire. La loro caratteristica fondamentale sarà l’accettazione della realtà esistente e persino la capacità di trarne una certa soddisfazione. In questo caso risulterà di grande aiuto il detto che conviene ripetere a sè e agli altri ogni sera, per quanto infame possa essere stata la giornata appena finita: “Rallegrati di questo giorno, perchè uno così bello non torna più!”
E infine il terzo gruppo, quello di coloro per i quali tutto è interessante, insolito, inverosimile, coloro che vogliono conoscere, verificare, approfondire questo mondo così diverso e finora sconosciuto. Proprio costoro saranno capaci di armarsi di pazienza e mantenere il distacco (non la superiorità!) e uno sguardo calmo, attento, lucido.
Sono i tre atteggiamenti caratteristici degli stranieri capitati nell’Impero.

Ulan Ude – Krasnojarsk
Sognavo di vedere il Bajkal, ma era notte: una macchia nera nel riquadro ghiacciato del finestrino. Solo al mattino vidi le gole e i dirupi. Tutto sotto la neve.
Neve, neve.
Siamo in gennaio, cuore dell’inverno siberiano. Fuori del finestrino tutto appare irrigidito dal freddo: persino larici, pini e abeti sembrano gradi ghiaccioli impietriti, stalagmiti verde scuro sporgenti dalla neve.
L’immobilità, l’assoluta immobilità di questo paesaggio come se il treno non si muovesse ma fosse anche lui una parte integrante e immota della regione.
E poi il biancore. un biancore onnipresente, accecante, insondabile, assoluto. Un biancore seducente, ma se uno se ne lascia attrarre, se cade in trappola e continua a spingersi sempre più avanti, perisce. Il biancore distrugge chi tenta di avvicinarglisi, di svelare il suo mistero. Lo scaraventa giù dalla cima dei monti, lo scaglia congelato nelle pianure nevose. I buriati siberiani considerano sacri tutti gli animali bianchi, sanno che ucciderli significa commettere un peccato e attirarsi la morte. Guardano la candida Siberia come un tempio dove abita dio. Si inchinano alle sue pianure, rendono omaggio ai suoi paesaggi, sempre con la paura che da lì, dai suoi bianchi recessi, giunga la morte.
Il bianco si associa spesso alla definitività, al limite, alla morte. Nelle culture dove la gente vive con la paura della morte, chi è colpito da un lutto si veste di bianco e di bianco veste anche il morto: lì il bianco è il colore dell’accettazione, del consenso, della rassegnazione al destino.
In questo paesaggio siberiano di gennaio c’è qualcosa che disarma, opprime, paralizza. Anzitutto l’immensità, la sconfinatezza, l’oceanica illimitatezza. Qui la terra non ha fine, il mondo non ha fine. Luomo non è fatto per una simile dismisura. La misura giusta, congrua e adattata pr l’uomo è quella del suo villaggio, dei suoi campi, della casa. In mare la misura sarà quella del ponte della nave. L’uomo è creato per uno spazio che si può attravesare in un sol tratto, d’un fiato.
Krasnojarsk – Novosibirsk
[...] Parigi è il centro del mondo, in quanto punto di riferimento. Come si fa a misurare l’impressione di lontananza, di sistanza? da che cosa, da quale posto si è lontani? Dov’è il punto del nostro pianeta allontanandosi dal quale uno può provare la sensazione di avvicinarsi sempre di più alla fine del mondo? E’ un punto dotato di significato puramente emotivo (la mia casa come il centro del mondo)? Oppure culturale (per esempio, la civiltà greca)? Oppure religioso (per esempio, la Mecca)? La maggior parte delle persone, alla domanda se consideri centro del mondo Parigi o Città del Messico, risponde: Parigi. Perchè? Città del Messico è più grande di Parigi, possiede anch’essa il metrò, magnifici monumenti, grande pittura e ottimi scrittori. Eppure tutti dicono: Parigi. Provate a dichiarare che per voi il centro del mondo è il Cairo. E’ più grande di Parigi, ha monumenti, università, pittori e tutto il resto. Eppure ne troverete pochi d’accordo con voi. Dunque non resta che Parigi. Resta l’Europa. La civiltà europea è la sola che abbia coltivato e (in parte) realizzato le sue ambizioni mondiali. Le altre civiltà, o non hanno potuto realizzarle per motivi tecnici (vedi i Maya), o non nutrivano interessi del genre (vedi la Cina), convinte com’erano di essere loro a occupare tutto il mondo.
Solo la civiltà europea si è dimostrata capace di spezzare il suo etnocentrismo. Nel suo ambito sono anate la voglia di conoscere le altre civiltà e la teoria (formulata da Bronislaw Malinowski) che la cultura mondiale sia composta da una costellazione di varie culture, tutte di pari livello.

Celjabinsk – Kazan
Sempre più vicino al cuore della vecchia Russia, anche se a Mosca manca ancora un bel pezzo di mondo.
Quando ero studente lessi un vecchio libro di Berdjaev sul tema dell’influsso esercitato dai grandi spazi dell’Impero sull’anima russa. In effetti, a cosa pensa un russo che viva sulle rive sperdute dello Jenisei o in fondo alla tajgà dell’Amur? Qualunque strada imbocchi, sarà interminabile. Potrà seguirla per giorni e per mesi, e intorno a lui ci sarà sempre la Russia. Le pianure non finiscono mai, nè i boschi, nè i fiumi. Per regnare su spazi così sconfinati, dice Bardjaev, si è dovuto creare uno spazio sconfinato. Questo ho sprofondato i russi in una contraddizione. Per mantenere i grandi spazi il russo deve mantenere un grande stato, e per mantenerlo spende tutta la sua energia, che poi non gli basta più per il resto: organizzazione, economia ecc, ecc. Spreme tutte le sue energie per lo stato, che lo schiavizza e lo opprime.
Secondo Bardjaev questa immensità e incommensurabilità della Russia esercitano un influsso negativo sulla mentalità dei suoi abitanti. Da essi, infatti, non si reclamano raccoglimento, tensione, concentrazione, energia, dinamismo, acculturamento intensivo. Tutto si spappola, si diluisce e affonda in quell’incommensurabilità senza forma. La Russia è, sì, uno spazio vasto e sconfinato, ma questa sua grandezza risulta così schiacciante da mozzare il fiato e impedire il respiro.
Kazan – Mosca
Una stanchezza sempre più fastidiosa e opprimente, una fatica sonnolenta, torpida, appiccicosa. Nei rari sprazzi di energia, una tentazione irresistibile di saltar giù da questa gabbia sconquassata e traballante. Mia ammirazione per la resistenza di Kopec e delle migliaia di suoi simili, mio omaggio alla loro sofferenza, alla loro tortura.
Dapprima un susseguirsi monotono di boschi verdi e innevati. Poi boschi e casette. Poi sempre più casette. Poi casette e casamenti. Infine, nient’altro che casamenti, sempre più alti. Il conduttore ritira dallo scompartimento lenzuolo, cuscino, due coperte e il bicchiere di tè.
Il corridoio si popola di gente.
Mosca.

agosto 28, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
Cultura, memoria
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Tre poesie del grande Majak: lingua tagliente, versi sarcastici e orgogliosi.
Queste le potete trovare in A piena voce, edizione Mondadori.
L’amore di Vladimir per la sua terra è, come essa stessa, sconfinato.
Attinge ed è figlio della cultura della grande Rus’, eppure la scardina, la sconfessa, la deride.
Fonda una nuova cultura e si mette al servizio della Rivoluzione intesa come futuro del mondo. Ma non solo.
Giovanna Spendel nell’introduzione a questo testo sostiene infatti: “Egli non fu soltanto uno fra gli iniziatori della “rivoluzione futurista” e fra i primi rappresentanti della nuova intelligencija a dare la sua entusiastica adesione alla rivoluzione politica che di lì a pochi anni l’avrebbe seguita; ma nel suo agire concreto si propose, nello stesso tempo, quasi come modello di intellettuale di quella società diversa in cui avrebbero dovuto attuarsi i propositi ideali del comunismo: un intellettuale al servizio (oltre che delle proprie personali ambizioni) anche della società civile con l’espletamento di un suo specifico mandato pubblico[...]“
Fa sorridere l’ultima…un amore futurista!

Ancora Pietroburgo
Negli orecchi i frantumi di un accaldato ballo
e dal Nord – più canuta della neve- una nebbia
dal volto di cannibale assetato di sangue
masticava gli insipidi passanti.
Le ore incombevano come un volgare insulto,
incombono le cinque e sono poi
le sei – ci sta a guardare dal cielo una canaglia
maestosamente come un Lev Tolstoj.
(1914)
Congedo
In auto,
cambiato l’ultimo franco.
“A che ora parte il treno per Marsiglia?”
Parigi fugge accompagnandomi
in tutta la sua bellezza impossibile.
Sali
agli occhi,
fanghiglia del distacco,
schianta
Il mio cuore
con la sentimentalità!
Io vorrei
vivere
e morire a Parigi,
se non ci fosse
la terra che ha nome
Moskvà.

Marina da guerra in amore
Van sui mari scherzando in crociera
il torpediniero e la torpediniera.
E come la vespa s’attacca col miele,
così la torpediniera fedele.
E per il torpediniero, infinita
è la felicità della vita.
Ma li scoprì con gli occhiali sul naso
un riflettore pedante, per caso.
Una sirena fece la spia,
denunziandone a tutti la scia.
Fuggì via la torpediniera,
come al ventodella bufera.
Ma il torpediniero ormai stanco,
poverino, fu colto nel fianco.
Sull’oceano ora va la preghiera
della vedova torpediniera.
Dava forse agli uomini noia
quella loro semplice gioia?
(1915)
giugno 14, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
Cultura
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In fin dei conti, non c’è una grande differenza tra un dizionario biografico e un enorme cimitero. Le tre righe secche e indifferenti con cui nella maggior parte dei casi i dizionaristi riassumono una vita, sono l’equivalente della semplice sepoltura che accoglie i resti di coloro che (mi si perdoni il facile gioco) non lasciano resti.
La pagina piena, con autografo e fotografia, è il mausoleo della bella pietra, porte di ferro e corona di bronzo, più pellegrinaggio annuale.
Ma il visitatore farà bene a non lasciarsi confondere dalle facciate d’architetto, dalle sculture e croci, dalle prefiche di marmo, da tutto lo scenario che la morte pomposa ha sempre apprezzato. Così come dovrà fare attenzione, se si trova in campo aperto, senza riferimenti, a dove mette i piedi perchè non gli accada di trovarsi sotto le scarpe il più grande uomo del mondo.
Non starà tuttavia calpestando la tomba di Giordano Bruno, perchè questi fu bruciato a Roma, arse atrocemente come arde il corpo umano, e di lui, che io sappia, neppure le ceneri furono conservate. Ma allo stesso Giordano, affinchè ogni cosa sia nel posto che le compete e giustizia infine sia fatta, furono riservate quattro righe in questo dizionario biografico. In così poco spazio, in così poche lettere, tra la data di nascita (1548) e la data di morte (1600), limiti di un universo personale che visse nel mondo, ben poco si dice: italiano, panteista, domenicano, abbandonò l’ordine, si rifiutò di rinunciare alle proprie idee, fu bruciato vivo. Nient’altro. Nasce e vive un uomo, lotta e muore, così, per questo. Quattro righe, riposa in pace, pace alla tua anima se in lei credevi. E noi facciamo un’eccellente figura tra amici, in società, in riunione, a un tavolo di ristorante, nelle discussioni profonde, se lasciamo cadere al momento opportuno, in modo spigliato e competente, la mezza dozzina di parole di cui abbiamo fatto una specie di grimaldello o di chiave falsa che crediamo possa aprire una vita e una coscienza.
Ma, per nostra costernazione, se siamo in un momento di rara lucidità, le grida di Giordano Bruno erompono come un’esplosione che ci strappa di mano il bicchiere di whisky e ci spegne sulle labbra il sorriso intellettuale che abbiamo scelto per parlare in certi casi. Sì, questa è la verità, la scomoda verità che viene a sconvolgere il pacato intento del dialogo: Giordano Bruno gridò quando fu bruciato, non dice che gridò. E allora, che dizionario è mai questo che non informa? A che mi serve una biografia di Giordano Bruno che non parla delle grida che egli lanciò, lì a Roma, in una piazza o in un cortile, circondato dalla folla, chi attizzava il fuoco, che redigeva serenamente l’atto dell’esecuzione?
Troppo spesso dimentichiamo che gli uomini sono di carne che facilmente soffre. Fin dall’infanzia gli educatori ci parlano di martiri, ci danno esempi di civismo e di morale a loro spese, ma non dicono quanto fu doloroso il martirio, la tortura. Tutto rimane astratto, filtrato, come se guardassimo la scena, a Roma, attraverso pareti di vetro che soffocassero i suoni, e le immagini perdessero la violenza del gesto per opera, grazia e virtù della rifrazione. E allora possiamo dire, tranquillamente, gli uni e agli altri che Giordano bruno fu bruciato. Se gridò, non lo abbiamo udito. E se non l’abbiamo udito, dov’è il dolore?
Ma gridò, amici miei. E continua a gridare.
da Il perfetto viaggio,
Josè Saramago.
giugno 6, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura, viaggi
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Varanasi, India. Foto
L’uomo cammina per giornate tra gli alberi e le pietre. Raramente l’occhio si ferma su una cosa, ed è quando l’ha riconosciuta per il segno d’un’altra cosa: un’impronta sulla sabbia indica il passaggio della tigre, un pantano annuncia una vena d’acqua, il fiore dell’ibisco la fine dell’inferno. Tutto il resto è muto e intercambiabile; alberi e pietre sono soltanto ciò che sono. Finalmente il viaggio conduce alla città di Tamara. Ci si addentra per vie fitte d’insegne che sporgono dai muri. L’occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose: la tenaglia indica la casa del cavadenti, il boccale la taverna, le alabarde il corpo di guardia, la stadera l’erbivendola. Statue e scudi rappresentano leoni delfini torri stelle: segno che qualcosa – chissà cosa – ha per segno un leone o delfino o torre o stella. Altri segnali avvertono di ciò che in un luogo è proibito – entrare nel vicolo con i carretti, orinare dietro l’edicola, pescare con la canna dal ponte – e di ciò è lecito – abbeverare le zebre, giocare a bocce, bruciare i cadaveri dei parenti. Dalla porta dei templi si vedono le statue degli dei, raffigurati ognuno coi suoi attributi: la cornucopia, la clessidra, la medusa, per cui il fedele può riconoscerli e rivolgere loro le preghiere giuste. Se un edificio non porta nessuna insegna o figura, la sua stessa forma e il posto che occupa nell’ordine della città bastano a indicarne la funzione: la reggia, la prigione, la zecca, la scuola pitagorica, il bordello. Anche le mercanzie che i venditori mettono in mostra sui banchi valgono non per se stesse ma come segni d’altre cose: la benda ricamata per la fronte vuol dire eleganza, la portantina dorata potere, i volumi di Averroè sapienza, il monile per la caviglia voluttà. Lo sguardo percorre le vie come pagine scritte: la città dice tutto quello che devi pensare, ti fa ripetere il suo discorso, e mentre credi di visitare Tamara non fai che registrare i nomi con cui essa definisce se stessa e tutte le sue parti.
Come veramente sia la città sotto questo fitto involucro di segni, cosa contenga o nasconda, l’uomo esce da Tamara senza averlo saputo. Fuori s’estende la terra vuota fino all’orizzonte, s’apre il cielo dove corrono le nuvole. Nella forma che il caso e il vento dànno alle nuvole l’uomo è già intento a riconoscere figure: un veliero, una mano, un elefante…
giugno 6, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura, viaggi
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Lisbona, chiesa del Mosteiro de los Jeronimos.
Inutilmente, magnanimo Kublai, tenterò di descriverti la città di Zaira dagli alti bastioni. Potrei dirti di quanti gradini sono le vie fatte a scale, di che sesto gli archi dei porticati, di quali lamine di zinco sono ricoperti i tetti; ma so già che sarebbe come non dirti nulla. Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato: la distanza dal suolo d’un lampione e i piedi penzolanti d’un usurpatore impiccato; il filo teso dal lampione alla ringhiera di fronte e i festoni che impavesano il percorso del corteo nuziale della regina; l’altezza di quella ringhiera e il salto dell’adultero che la scavalca all’alba; l’inclinazione d’una grondaia e l’incedervi d’un gatto che s’infila nella stessa finestra; la linea di tiro della nave cannoniera apparsa all’improvviso dietro il capo e la bomba che distrugge la grondaia; gli strappi delle reti da pesca e i tre vecchi che seduti sul molo a rammendare le reti si raccontano per la centesima volta la storia della cannoniera dell’usurpatore, che si dice fosse un figlio adulterino della regina, abbandonato in fasce sul molo. Di quest’onda che rifluisce dai ricordi la città s’imbeve come una spugna e si dilata. Una descrizione di Zaira quale è oggi dovrebbe contenere tutto il passato di Zaira. Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole.
giugno 5, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
arte, Cultura, viaggi
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Pitigliano
Dopo aver marciato sette giorni attraverso boscaglie, chi va a Bauci non riesce a vederla ed è arrivato. I sottili trampoli che s’alzano dal suolo a gran distanza l’uno dall’altro e si perdono sopra le nubi sostengono la città. Ci si sale con scalette. A terra gli abitanti si mostrano di rado: hanno già tutto l’occorrente lassù e preferiscono non scendere.
Nulla della città tocca il suolo tranne quelle lunghe gambe da fenicottero a cui si appoggia e, nelle giornate luminose, un’ombra traforata e angolosa che si disegna sul fogliame. Tre ipotesi si dànno sugli abitanti di Bauci: che odino la Terra; che la rispettino al punto d’evitare ogni contatto; che la amino com’era prima di loro e con cannocchiali e telescopi puntati in giù non si stanchino di passarla in rassegna, foglia a foglia, sasso a sasso, formica per formica, contemplando affascinati la propria assenza.
giugno 3, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
Cultura
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Napoli, Lungomare, 25 aprile 2006 A spasso con la mia adorata.
La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche che dall’ultimo modello d’apparecchio. Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti di Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo i tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose di ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurit à. Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell’esistenza di ieri è circondato d’un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta
buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare. Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori dalla città, certo; ma ogni anno la città s’espande, e gli immondezzai devono arrestrare più lontano; l’imponenza del gettito aumenta e le cataste s’inalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto. Aggiungi che più l’arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a
fermantazioni e combustioni. E’ una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne.
Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d’ieri che s’ammucchiano sulle spazzature dell’altroieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri. Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell’estremo crinale, immondezzai d’altre
città, che anch’esse respingono lontano da sé le montagne di rifiuti. Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una e dell’altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano. Più ne cresce l’altezza, più incombe il pericolo delle frane: basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato rotoli dalla parte di Leonia e una valanga di scarpe spaiate, calendari d’anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle altre città limitrofe, finalmente monde: un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo. Già dalle città vicine sono pronti coi rulli compressori per spianare il suolo, estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse, allontanare i nuovi immondezzai.
giugno 1, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
Cultura, memoria, politica
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Pier Paolo Pasolini e le dune di Sabaudia – febbraio 1974
[...] Comunque, tutte le “realtà” e le “fantasie” possono prendere forma solo attraverso la scrittura, nella quale esteriorità o interiorità, mondo ed io, esperienza e fantasia, appaiono composte della stessa materia verbale; le visioni polimorfe degli occhi e dell’anima si trovano contenute in righe uniformi di caratteri minuscoli e maiuscoli, di punti, di virgole, di parentesi; di pagine , di segni allineati fitti fitti come granelli di sabbia rappresentano lo spettacolo variopinto del mondo in una superficie sempre uguale e sempre diversa, come le dune spinte dal vento del deserto.
maggio 31, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
Cultura
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Escher - Drago 1952
Di capo a tre giornate, andando verso mezzodì, l’uomo s’incontra ad Anastasia, città bagnata da canali concentrici e sorvolata da aquiloni. Dovrei ora enumerare le merci che qui si comprano con vantaggio: agata onice crisopazio e altre varietà di calcedonio; lodare la carne del fagiano dorato che si cucina sulla fiamma di legno di ciliegio stagionato e si cosparge con molto origano; dire delle donne che ho visto fare il bagno nella vasca d’un giardino e che talvolta invitano – si racconta – il passeggero a spogliarsi con loro e rincorrerle nell’acqua. Ma con queste notizie non ti direi la vera essenza della città: perchè mentre la descrizione di Anastasia non fa che risvegliare i desideri uno per volta per obbligarti a soffocarli, a chi si trova un mattino in mezzo ad Anastasia i desideri si risvegliano tutti insieme e ti circondano. La città ti appare come un tutto in cui nessun desiderio va perduto e di cui tu fai parte, e poichè essa gode tutto quello che tu non godi, a te non resta che abitare questo desiderio ed esserne contento. Tale potere, che ora dicono maligno ora benigno, ha Anastasia, città ingannatrice: se per otto ore al giorno tu lavori come tagliatore d’agate onici crisopazi, la tua fatica che dà forma al desiderio prende dal desiderio la sua forma, e tu credi di godere per tutta Anastasia mentre non ne sei che lo schiavo.
maggio 29, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
Cultura
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Jacek Yerka
Della città di Dorotea si può parlare in due maniere: dire che quattro torri d’alluminio s’elevano dalle sue mura fiancheggiando sette porte dal ponte levatoio a molla che scavalca il fossato la cui acqua alimenta quattro verdi canali che attraversano la città e la dividono in nove quartieri, ognuno di trecento case e settecento fumaioli; e tenendo conto che le ragazze da marito di ciascun quartiere si sposano con giovani di altri quartieri e le loro famiglie si scambiano le mercanzie che ognuna ha in privativa: bergamotti, uova di storione, astrolabi, ametiste, fare calcoli in base a questi dati fino a sapere tutto quello che si vuole della città nel passato nel presente nel futuro; oppure dire come il cammelliere che mi condusse laggiù:
«Vi arrivai nella prima giovinezza, una mattina, molta gente andava svelta per le vie verso il mercato, le donne avevano bei denti e guardavano dritto negli occhi, tre soldati sopra un palco suonavano il clarino, dappertutto intorno giravano ruote e sventolavano scritte colorate. Prima d’allora non avevo conosciuto che il deserto e le piste delle carovane. Quella mattina a Dorotea sentii che non c’era bene nella vita che non potessi aspettarmi. nel seguito degli anni i miei occhi sono tornati a contemplare le distese del deserto e le piste delle carovane; ma ora so che questa è solo una delle tante vie che mi si aprivano quella mattina a Dorotea”. »
maggio 27, 2008
A Piena Voce - Lily Brik
Cultura, memoria
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All’uomo che cavalca lungamente per terreni selvatici viene desiderio d’una città.
Finalmente giunge a Isidora, città dove i palazzi hanno scale a chiocciola incrostate di chiocciole marine, dove si fabbricano a regola d’arte cannocchiali e violini, dove quando il forestiero è incerto tra due donne ne incontra sempre una terza, dove le lotte dei galli degenerano in risse sanguinose tra gli scommettitori. A tutte queste cose egli pensava quando desiderava una città.Isidora è dunque la città dei suoi sogni: con una differenza. La città sognata conteneva lui giovane; a Isidora arriva in tarda età. Nella piazza c’è il muretto dei vecchi che guardano passare la gioventù; lui è seduto in fila con loro.
I desideri sono già ricordi.

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