AMO (parte III)


Chiamo

Lo sollevai come un atleta,

lo portai come un acrobata.

Come si chiamano gli elettori ad un comizio,

come i villaggi

negli incendi

si chiamano con campane a martello,

io chiamavo:

“Eccolo!

Ecco!

Prendetelo!”

Quando

Una tale mole ansimava

per la polvere,

per il fango

e per la neve accumulata,

le dame,

subito,

via da me

come un razzo filavano:

“per noi ci vorrebbe qualcosa di più piccolo,

per noi, qualcosa come un tango…”.

Non riesco a portarlo,

e porto il mio peso.

Voglio gettarlo,

e so

che non lo getterò!

Le costole non reggono la spinta.

La cassa toracica ha scricchiolato per lo sforzo.

Tu

Sei venuta

a cercare il mio ruggito,

la mia coprporatura:

hai guardato,

e hai visto

che sono solo un ragazzo.

Hai preso

Hai tolto il cuore

E, così, semplicemente

Ti sei messa a giocare,

come una bambina a palla.

E tutte,

come davanti a un miracolo:

qui sta impalata una dama,

lì una signorina.

“Amare uno così?

Ma quello ti si avventa contro!

Sarà una domatrice,

una che viene da un serraglio!”.

Io, invece, esulto.

No,

niente giogo!

Impazzito di gioia,

saltavo,

come un indiano a nozze balzavo,

tanto mi sentivo allegro,

tanto leggero.

Impossibile

Da solo non ce la faccio

a portare un pianoforte

(ancor meno

una cassaforte).

E se non una cassaforte,

se non un pianoforte,

potevo io portare il mio cuore,

dopo averlo ripreso?

Lo sanno bene i banchieri:

“Siamo ricchi sfondati, noi.

Se le tasche non bastano,

c’è posto nella cassaforte”.

In te

Ho celato

L’amore,

come tesoro nel ferro,

e me ne vado in giro,

felice come un Creso.

E magari,

se ne avrò voglia,

piglierò un sorriso,

o mezzo,

o ancor meno,

e in buona compagnia, scialacquando,

getterò in mezza nottata

una quindicina di rubli di spiccioli poetici.

Così anche con me

Perfino la flotta rientra al porto.

Perfino il treno corre verso la stazione.

E io verso di te ancor più,

perché io amo,

sono proteso e attirato.

Il cavaliere avaro di Puskin* scende

ad ammirare e frugare nei suoi sotterranei.

Così io

Ritorno a te, o amata.

Mio è questo cuore:

lo ammiro.

Voi tornate a casa contenti.

Vi raschiate la sporcizia,

radendovi e lavandovi.

Così io

ritorno a te,

e andando

verso di te,

non vado forse a casa?!

Il grembo terrestre i terrestri accoglie.

Noi torniamo alla nostra meta finale.

Così io

Verso te

Inesorabilmente tendo,

anche appena separati,

e persi di vista appena.

Conclusione

Non cancelleranno l’amore

né le liti

né le distanze.

È pensato,

provato,

riprovato.

Innalzando solennemente i versi come le dita,

lo giuro:

amo

di un amore immutabile e fedele.

___

* Puskin scrisse il poema Il cavaliere avaro

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