Diario del Middle West – Italo Calvino


Il viaggio di Calvino prosegue per Chicago, Detroit e il Middle West.
Il ligure si confronta con la miseria della provincia americana, con gli slums, i “poor white” e la smania consumistica che non risparmia le classi povere.
Per chi avesse perso la parti precedenti:
Diario americano
Diario newyorkese

Il bar

Aspettando Herb che è andato al funerale mi siedo in un bar dall’aria molto tought altra faccia dell’America che aspettavo invano di vedere a New York, con tipacci da cinema che poi sono operai delle fabbriche d’automobili di Cleveland, donne che paiono prostitute ma che probabilmente sono povere operaie anche loro, jukeboxes (un tipo in berretto balla con una donna anziana, poi escono), bingo machines che sarebbero quelli che noi chiamiamo flippers (e che a New York si vedono solo in un locale a Times Square), il tiro a segno elettronico. Insomma l’Italia americanizzata corrisponde all’America provinciale e proletaria.
Nel gabinetto credo di aver scoperto la prima scritta sporca che vedo in America invece no: sono invettive contro i negri, sebbene a sfondo pessimista (cacciate i negri e chi saranno i padroni? i cucarachas).
Il bar è frequentato da poor whites del Sud immigrati a lavorare nelle fabbriche.
A Detroit sono entrato in losche sale da biliardo coi gamblers a un tavolo a giocare a poker che squadrano gli sconosciuti per paura che sia la polizia. Atmosfera di piccoli gangsters falliti stile Nelson Algren (il quale avrei voluto mi facesse da guida nella sua Chicago, ma ci siamo mancati perchè nei giorni che ero lì io lui non c’era, così la Chicago gangster non l’ho vista).

La miseria americana

ha un colore particolare che ormai ho imparato a conoscere, è il colore rosso bruciato di fabbricati di mattoni, o quello sbiadito delle villette di legno diventate slums. A New York la miseria pare sia solo quella degli ultimi arrivati, qualcosa come un periodo di attesa; e non parrebbe nemmeno giusto che un qualsiasi puertoricano per il solo fatto di essere sbarcato a New York diventasse subito agiato.
Nelle grandi città industriali si vede che la povertà di grandi masse è necessaria al sistema, e spesso è povertà anche di aspetto europeo, case negre che sono poco più che baracche, vecchi che spingono carretti a mano (!) di pezzi di legna raccolti dagli slums in demolizione. Sì, c’è il continuo seppur lento avvicendamento dei vari strati che salgono nella scala del benessere, ma sempre nuovi ne prendono il posto. E la grande risorsa vitale dell’America, la mobilità, il continuo spostarsi, tende a diminuire. La depressione del ’58 è stata una grossa scoppola per Detroit e la Ford da allora lavora a turni di sei mesi all’anno, c’è uno stato di semidisoccupaz. permanente; i più anziani operai, quelli che hanno un certo numero d’anni di seniority, hanno la priorità sugli altri nelle riassunzioni, cioè hanno il posto assicurato, un fatto nuovo nella generale mancanza di stabilità della vita americana, dove il proletario è sempre stato un lavoratore provvisorio.

I negozi dei poveri

Nel paese del consumo dove tutto si deve buttar via per poter comprare in fretta altra roba, nel paese della produzione standardizzata, si scopre poi che esiste tutto un sottomercato di roba che nessuno s’immaginerebbe che in America si possa vendere e comprare. Ci sono i grandi magazzini di roba scadente come nel quartiere italiano di Chicago che sono l’esatta versione di quelli di downtown solo con una produzione di scarto che spira miseria anche quando è nuova. E poi c’è tutta la vendita di roba usata che credovo fosse una prerogativa di Orchard Street di New York, l’incredibile via mercato del quartiere ebreo povero, ma poi la si ritrova dappertutto; c’è un mondo in America dove non si butta via niente, a Chicago c’è un quartiere ora messicano che l’anno scorso era italiano e i bottegai messicani hanno rilevato i negozi con la roba e continuano a vendere insieme a roba messicana le vecchie scorte italiane. Esistono le librerie dei poveri, dove sio vendono paperbacks e magazines di seconda mano, e tutta una produzione libraria minore, specialmente nelle lingue degli immigrati, spagnuolo, greco, ungherese (non italiano, perchè l’immigrato di solito non conosce l’italiano come lingua scrita). Salta fuori la superstizione come fondo culturale. A Detroit c’è un negozio di incenso, che ha in vetrina diversi tipi di incensi per i vari culti, e anche incensi per riti magici vudu e stregonerie, immagini religiose cattoliche, libri sacri, giochi di pretigio, carte da gioco, libri pornografici. Sidney G. mi racconta che il padrone una volta vedendo che curiosava l’ha cacciato dal negozio: è probabile che nel retrobottega si facciano filtri d’amore o altre stregonerie per la clientela negro-italo-messicana. Nel quart. messic. di Chicago, il negozio d’una zingara chiromante.

(Servizi di mensa offerti da Al Capone, durante la depressione americana)

Chicago

è la grande città americana, produttiva, violenta, tought. Qui le classi si fronteggiano come eserciti nemici, il wealthy people nella stiscia di palazzi ricchi sullo stupenso lago, e subito al di là l’immenso inferno dei quartieri poveri. Si sente che qui il sangue ha inzuppato i marciapiedi, il sangue dei martiri di Haymarket (gli anarchici tedeschi ai quali è dedicato un vecchio bellissimo libro illustrato, opera del capo della polizia d’allora), sangue degli incidenti sul lavoro con cui s’è costruita l’industria di Chicago, sangue dei gangsters. Nei giorni che ero lì, s’è scoperto il noto caso di corruzione della polizia di cui penso abbiano parl. anche i giorn. it. Vorrei stare di più a Chicago che merita d’esser capita nella sua bruttezza e bellezza ma anche il freddo lì è cattivo, la mia amica locale è banale e inelegante (adattissima per Chicago, dunque) e parto in volo per la California.

2 Comments Add yours

  1. chiara scrive:

    ‘come te amamo’ lo scriverò sul muro di casaaaaaaaaaaaa!!!

    super le mie gine.

  2. gulliverstravels scrive:

    Adoro Calvino.
    Ciao dolce studentessa di storia contemporanea…

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