Ariel – Sylvia Plath


Stasi nel buio.
Poi l’insostanziale azzurro
riversarsi di altura e lontananze.

Leonessa di Dio,
come ci compenetriamo,
perno di talloni e ginocchia!- Il solco

si fende e passa, fratello
all’arco bruno
del collo che non posso afferrare,

bacche occhi-di-negro
gettano scuri
uncini-

nere boccate dolci di sangue,
ombre.
Qualcos’altro

mi solleva per l’aria-
Cosce, criniera;
scaglie dai miei talloni.

Bianca
Godiva mi spoglio-
morte mani, morte costrizioni.

E ora io
schiumo in grano, un luccichio di mari.
Il grido del bambino

si dissolave nel muro.
e io
sono la freccia,

la rugiada che vola
suicida, fatta con lo slancio
dentro l’occhio

scarlatto, il crogiolo del mattino.

(22 ottobre 1962)

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One Comment Add yours

  1. barbottina ha detto:

    Vedo che l’hai già messo al lavoro, il libro! Son proprio contenta :-D

    A me della Plath c’è una strofa in particolare che mi è sempre piaciuta, probabilmente perché ci sono stati momenti in cui mi pareva proprio composta su misura per me (e forse è proprio questo che fa amare la poesia, in fondo)…

    I am inhabited by a cry.
    Nightly it flaps out
    Looking, with its hooks, for something to love.

    (Sono abitata da un grido.
    Di notte esce svolazzando
    in cerca, con i suoi uncini, di qualcosa da amare.)

    …mi pare sia in Elm (Olmo).
    Comunque sono anch’io dell’opinione che la Plath ci faccia un po’ del male ;-)

    Un saluto!
    Sere

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