Imperium – Ryszard Kapuscinski


Nel marzo 2006 Kapuscinski ha ricevuto il Premio Ilaria Alpi nella Sala del Carroccio del Comune di Roma.
Quel giorno ho stretto la mano ad uno dei più grandi autori di reportage, ottimo viaggiatore e conoscitore attento del mondo. E’ morto nel gennaio dell’anno scorso a 74 anni.

Ricevette il premio e fece un piccolo discorso.
A fine cerimonia abbiamo insistito per una foto con lui: tutte le giovani collaboratrici della Fondazione, le meno giovani brasiliane e la Presidente, al centro Kapuscinski. Scattata la foto, ha voluto farne una seconda; una foto senza di lui che ci teneva restasse a noi. Non so perchè. Ma è andata così. Un carisma leggero possedeva, comunque contagioso. Una sorta di spirale lenta, graduale ed efficace nel suo intento vorticoso.

 

Insomma. Veniamo al dunque. Ha scritto molti libri che potete pregustare (e, se volete, comprare) in questa bibliografia italiana sul sito di Feltrinelli.

Sono abbastanza noti gli scritti Ebano e Sha-in-sha e il più recente Autoritratto di un reporter. L’ultimo lavoro invece si intitola Ancora un giorno, scritto sull’Angola apparso postumo quest’anno.

Io ho scelto Imperium. Un reportage sull’Unione Sovietica e il suo crollo. Ha inizio nel 1939 a Pinsk, paese natale di Ryszard, al momento dell’ingresso dei sovietici. Segue il racconto del viaggio sulla Transiberiana, da Pechino a Mosca, datato 1958, che ho riportato quasi interamente. La parte parte più cospicua del libro riguarda il crollo del muro di Berlino e gli avvenimenti che sono seguiti. Il 1989 insomma.

Buona lettura.

Transiberiana 1958

Luogo del mio secondo incontro con l’Impero: lontano, nelle steppe e nelle nevi dell’Asia, in zone difficilmente raggiungibili la cui geografia porta nomi barbari e strampalati. I fiumi si chiamano Argun, Unda, Cajhar; le montagne Cingan, Ilcuri, Dzagdy; le città Kilkok, Tungir e Bukacaca. Già i nomi da soli basterebbero a comporre armoniose, esotiche poesie.
Il treno della Transiberiana, partito il giorno prima da Pekino e che effettua il viaggio di nove giorni per Mosca, sta arrivando da Kharbin a Zabajkalsk, stazione di confine con l’Urss. L’avvicinarsi di una frontiera aumenta sempre l’eccitazione, intensifica l’emozione. La gente non è fatta per vivere in situazioni di frontiera, cerca di sfuggire o di liberarsene prima possibile. E tuttavia non fa che imbattercisi, trovarle e sentirle ovunque. Prendiamo l’atlante universale: frontiere su frontiere. Confini determinati da oceani e continenti. Da deserti e foreste. Da precipitazioni, monsoni, tifoni, terre coltivate e incolte, terre permanentemente ghiacciate e terre acide, scisti e conglomerati. Mettiamoci anche le zone dei depositi quaternari e delle eruzioni vulcaniche, il basalto, il calcare, la trachite. Possiamo vedere anche confini tra scuso patagonico e scudo canadese, tra zone artiche e zone tropicali, tra le forme erosive del bacino dell’Adige e quelle del lago Ciad. Tra gli habitat di certi mammiferi. Di certi insetti. Di certi rettili e serpenti, tra cui il pericolissimo cobra nero e il terribile, benchè grazie al cielo pigro, anaconda.
E che dire delle frontiere stabilite da monarchie e repubbliche? Da antichi regni e civiltà scomparse? Da patti, accordi, alleanze? Da razza nera a razza gialla? Dalle migrazioni dei popoli? Qui la frontiera dove arrivarono i mongoli. Qui i khazari. Qui gli unni.

Quante vittime, quanto sangue, quanto dolore legati alla questione delle frontiere! Sconfinati sono i cimiteri dei caduti in difesa delle frontiere. Altrettanto sconfinati i cimiteri degli audaci che tentarono di allargare le loro. Praticamente metà degli abitanti del nostro pianeta, morti sul campo di battaglia, hanno reso l’anima in guerre suscitate da una questione di frontiere.
Questa sensibilità all’elemento frontiere, questa continua smania di delimitarle, espanderle o difenderle è una caratteristica non solo dell’uomo, ma di tutto il mondo vivente, di tutto ciò che si muove sull’orbe terracqueo e nell’aria. Molti mammiferi si fanno dilaniare a pezzi in difesa dei confini dei loro pascoli. Molti predatori alla conquista di nuovi territori di caccia azzannano a morte i loro rivali. Ma senza andare tanto lontano, ,anche il nostro mite e silenzioso micio domestico si sforza, si spreme e fatica per schizzare qualche goccia qua e là onde delimitare i confini del suo territorio.
E i nostri cervelli? Non contengono forse codificata un’infinità di frontiere? Tra l’emisfero sinistro e quello destro, tra lobo frontale e lobo temporale, tra ipofisi e ipotalamo. E le divisioni tra ventricoli, meningi e circonvoluzioni? Tra midollo allungato e spinale? Osserviamo il nostro modo di pensare. Spesso ci diciamo: fin qui sì, oltre no. Oppure: attento a non spingerti troppo, potresti oltrepaasare i limiti! E per giunta tutti questi confini del nostro modo di pensare e di sentire, di ordini e di proibizioni, si spostano di continuo, si incrociano, si fondono e si sovrappongono. Nei nostri cervelli si svolge un frenetico via vai di frontiera, di pre-frontiera e di oltre-frontiera. Da cui mal di testa, emicranie e confusione di idee, ma anche qualche perla: visioni, allucinazioni, lampi mentali e, ahimè più di rado, di genio.
La frontiera è stress, è paura (molto più raramente liberazione). Il concetto di frontiera può contenere un che di definitivo, di porta che si chiude alle spalle per sempre: tale è il confine tra la vita e la morte. Gli dei conoscono queste inquietudini ed è per questo cercano di conquistare fedeli promettendo loro in premio il regno di dio, che difatti è s-confinato. Il paradiso del dio cristiano, il paradiso di Jahvè e di Allah non hanno frontiere. I buddisti sanno che lo stato di nirvana è uno stato di beatitudine senza confini. Insomma la cosa che tutti vorrebbero, si aspetterebbero e auspicherebbero è precisamente questa condizionata, totale, assoluta sconfinatezza.


Zabajkalsk-Cita

Reticolati. La prima cosa che si vede sono i reticolati. Spuntano fuori dalla neve, quasi ci si innalzano sopra a linee, a mucchi, a siepi. Aggrovigliati nelle combinazioni più bislacche, in nodi, in matasse, in architetture che uniscono cielo a terra, i reticolati spuntano da ogni lembo di campo gelato, sullo sfondo del paesaggio candido e dell’orizzonte glaciale. A prima vista questo sbarramento aggressivo irto di spine, disteso lungo la frontiera, suggerisce un’idea incongrua e surrealista: chi può mai voler andare oltre, se a perdita d’occhio non si vedono nè una strada nè un’anima viva, ma solo un deserto di neve alta due metri che non ti permette di fare un passo? Eppure quei reticolati qualcosa riescono a dirtelo, ti mandano un messaggio. Dicono: “Attento, qui si oltrepassa il limite di un altro mondo. Da qui non c’è uscita, non si scappa. Sei nel mondo della serietà mortale, del comando e dell’obbedienza. Impara ad ascoltare, a essere umile, a occupare meno posto possibile con la tua persona. Fa quel che ti compete. Taci. Non porre domande.”

Così, per tutto il tempo che i vagoni rotolano verso la stazione, i reticolati ti ammaestrano, ti martellano ossessivamente nella testa tutto quel che d’ora in poi dovrai ricordare, ti imprimono nella memoria, per il tuo bene, una lunga litania di limitazioni, di proibizioni e di istruzioni.
Poi vengono i cani. Cani lupo inferociti, frenetici, forsennati, che appena il treno si ferma si avventano sotto i vagoni (e poichè sto appunto guardando dal finestrino, una delle carbine è puntata precisamente addosso a me, sì, addosso a me!). D’altro canto nessun folle (o agente o sabotatore o spia) potrebbe saltar giù e lanciarsi nella distesa ghiacciata, visto che sportelli e finestrini dei vagoni sono tutti accuratamente sigillati.
In una parola, quella continua linea visiva esercita lo stesso effetto dissuasivo dei fitti cumuli di reticolato poco prima: un monito silenzioso ma efficace di non farti venire strane idee per la testa.
Ma non finisce qui. Appena sotto i vagoni si è sparpagliata la muta dei cani eccitati e forse anche affamati, appena i soldati si sono schierati fitti fitti lungo i binari e le sentinelle sulle torrette ci hanno puntato addosso le canne delle carabine, ecco che sui vagoni salgono le pattuglei (in una mano la pila, nell’altra un lungo spunzone d’acciaio), e sbattono fuori nel corridoio tutti i passeggeri. Comincia la perquisizione degli scompartimenti, lo sfruconamento dei bagagliai, dei sedili, dei ripostigli, dei portacenere. Comincia il bussare contro le pareti, contro il soffitto, contro il pavimento. Il controllare, l’esaminare, il tastare, il fiutare.
Adesso i passeggeri raccolgono tutto quello che hanno-valigie, borse, pacchi, fagotti- e lo portano nell’edificio della stazione dove stanno alcuni lunghi tavoli rivestiti di lamiera. All’intorno è tutto pieno di striscioni rossi che ci augurano un felice benvenuto in Urss. Sotto gli striscioni, una fila di doganieri e doganiere tutti ugualmente minacciosi, severi e anche un pò seccati; sì, è evidente che ce l’hanno con noi. Cerco tra di loro una faccia dai tratti un pò bonari, più aperti e distesi, perchè comincio a provare un gran bisogno di rilassarmi, di scordare per un attimo che sono circondato da fili spinati, torrette, cani furiosi e sentinelle impietrite. Ho voglia di stabilire un contatto, di scambiare una cortesia, di chiacchierare con qualcuno: ne ho sempre avuto bisogno.
“Che hai da ridere tu?” chiede a muso duro il doganiere, sospettoso.
Mi sento gelare. Il potere è serietà: quando si tratta con il potere sorridere è un’indelicatezza, dimostra mancanza di rispetto. Come pure non bisogna mai fissare troppo a lungo chiunque detenga il potere. Ma questo lo avevo già imparato durante il servizio militare.[…]
Ci siamo. Rieccoci con l’aprire, sganciare, tirar fuori, sventrare. Questo cos’è? E quello? A che serve questo qui? E qua, e là, e su, e giù, e perchè, percome, per dove, per quanto? Peggio di tutto sono i libri. Portarsi i libri in viaggio è una sciagura. Da queste parti, se uno si porta dietro una valigia piena di cocaina con sopra un libro, la cocaina non la guarda nessuno ma sul libro ci si avventano tutti come iene. Se poi, dio ne guardi, il libro è in onglese, allora sì che comincia l’andirivieni, l’esaminare, lo sfogliare, il leggere e rileggere.

Ma, pur avendo con me alcuni libri in inglese (si tratta perlopiù di manuali di lingua cinese e giapponese), stavolta il peggior reprobo non sono io. I peggiori sono stai messi ad un tavolo a parte, un tavolo, diciamo così, di serie B. Sono abitanti del posto, cittadini dell’Unione Sovietica, gente magra e minuta in palandrane lacere e stivali sfondati: buriati, camcadali, tungusi e ainu, orocani e coriati dalla pelle olivastra e gli occhi a mandorla. Come abbiano fatto a ottenere un permesso di andare in Cina, non so. Fatto sta che ora ritornano, e tornando si portano dietro del cibo. Vedo con la coda dell’occhio che sono carichi di sacchetti di grano saraceno.[…]
Tornammo ai vagoni a notte fatta. Nevicava, il ghiaccio scricchiolava sotto le scarpe. A Zabajkalsk avevo ricevuto un’ulteriore lezione sul fatto che qui la frontiera non è un punto sulla carta, ma una scuola. Gli allievi che ne escono si dividono in tre gruppi. Il primo, quello degli agitati da una collera sorda. I più infelici, perchè tutto all’intorno provocherà loro uno stress, li porterà ad uno stato di furia, di follia. Li innervosirà, li irriterà, li torturerà. Prima ancora di rendersi conto di non poter cambiare correggere nulla della realtà circostante, saranno travolti da un infarto o da un ictus.
Secondo gruppo: costoro osserveranno i cittadini sovietici i miteranno il loro modo di pensare e di agire. La loro caratteristica fondamentale sarà l’accettazione della realtà esistente e persino la capacità di trarne una certa soddisfazione. In questo caso risulterà di grande aiuto il detto che conviene ripetere a sè e agli altri ogni sera, per quanto infame possa essere stata la giornata appena finita: “Rallegrati di questo giorno, perchè uno così bello non torna più!”
E infine il terzo gruppo, quello di coloro per i quali tutto è interessante, insolito, inverosimile, coloro che vogliono conoscere, verificare, approfondire questo mondo così diverso e finora sconosciuto. Proprio costoro saranno capaci di armarsi di pazienza e mantenere il distacco (non la superiorità!) e uno sguardo calmo, attento, lucido.
Sono i tre atteggiamenti caratteristici degli stranieri capitati nell’Impero.

Ulan Ude – Krasnojarsk

Sognavo di vedere il Bajkal, ma era notte: una macchia nera nel riquadro ghiacciato del finestrino. Solo al mattino vidi le gole e i dirupi. Tutto sotto la neve.
Neve, neve.
Siamo in gennaio, cuore dell’inverno siberiano. Fuori del finestrino tutto appare irrigidito dal freddo: persino larici, pini e abeti sembrano gradi ghiaccioli impietriti, stalagmiti verde scuro sporgenti dalla neve.
L’immobilità, l’assoluta immobilità di questo paesaggio come se il treno non si muovesse ma fosse anche lui una parte integrante e immota della regione.
E poi il biancore. un biancore onnipresente, accecante, insondabile, assoluto. Un biancore seducente, ma se uno se ne lascia attrarre, se cade in trappola e continua a spingersi sempre più avanti, perisce. Il biancore distrugge chi tenta di avvicinarglisi, di svelare il suo mistero. Lo scaraventa giù dalla cima dei monti, lo scaglia congelato nelle pianure nevose. I buriati siberiani considerano sacri tutti gli animali bianchi, sanno che ucciderli significa commettere un peccato e attirarsi la morte. Guardano la candida Siberia come un tempio dove abita dio. Si inchinano alle sue pianure, rendono omaggio ai suoi paesaggi, sempre con la paura che da lì, dai suoi bianchi recessi, giunga la morte.
Il bianco si associa spesso alla definitività, al limite, alla morte. Nelle culture dove la gente vive con la paura della morte, chi è colpito da un lutto si veste di bianco e di bianco veste anche il morto: lì il bianco è il colore dell’accettazione, del consenso, della rassegnazione al destino.
In questo paesaggio siberiano di gennaio c’è qualcosa che disarma, opprime, paralizza. Anzitutto l’immensità, la sconfinatezza, l’oceanica illimitatezza. Qui la terra non ha fine, il mondo non ha fine. Luomo non è fatto per una simile dismisura. La misura giusta, congrua e adattata pr l’uomo è quella del suo villaggio, dei suoi campi, della casa. In mare la misura sarà quella del ponte della nave. L’uomo è creato per uno spazio che si può attravesare in un sol tratto, d’un fiato.

Krasnojarsk – Novosibirsk

[…] Parigi è il centro del mondo, in quanto punto di riferimento. Come si fa a misurare l’impressione di lontananza, di sistanza? da che cosa, da quale posto si è lontani? Dov’è il punto del nostro pianeta allontanandosi dal quale uno può provare la sensazione di avvicinarsi sempre di più alla fine del mondo? E’ un punto dotato di significato puramente emotivo (la mia casa come il centro del mondo)? Oppure culturale (per esempio, la civiltà greca)? Oppure religioso (per esempio, la Mecca)? La maggior parte delle persone, alla domanda se consideri centro del mondo Parigi o Città del Messico, risponde: Parigi. Perchè? Città del Messico è più grande di Parigi, possiede anch’essa il metrò, magnifici monumenti, grande pittura e ottimi scrittori. Eppure tutti dicono: Parigi. Provate a dichiarare che per voi il centro del mondo è il Cairo. E’ più grande di Parigi, ha monumenti, università, pittori e tutto il resto. Eppure ne troverete pochi d’accordo con voi. Dunque non resta che Parigi. Resta l’Europa. La civiltà europea è la sola che abbia coltivato e (in parte) realizzato le sue ambizioni mondiali. Le altre civiltà, o non hanno potuto realizzarle per motivi tecnici (vedi i Maya), o non nutrivano interessi del genre (vedi la Cina), convinte com’erano di essere loro a occupare tutto il mondo.
Solo la civiltà europea si è dimostrata capace di spezzare il suo etnocentrismo. Nel suo ambito sono anate la voglia di conoscere le altre civiltà e la teoria (formulata da Bronislaw Malinowski) che la cultura mondiale sia composta da una costellazione di varie culture, tutte di pari livello.

Celjabinsk – Kazan

Sempre più vicino al cuore della vecchia Russia, anche se a Mosca manca ancora un bel pezzo di mondo.
Quando ero studente lessi un vecchio libro di Berdjaev sul tema dell’influsso esercitato dai grandi spazi dell’Impero sull’anima russa. In effetti, a cosa pensa un russo che viva sulle rive sperdute dello Jenisei o in fondo alla tajgà dell’Amur? Qualunque strada imbocchi, sarà interminabile. Potrà seguirla per giorni e per mesi, e intorno a lui ci sarà sempre la Russia. Le pianure non finiscono mai, nè i boschi, nè i fiumi. Per regnare su spazi così sconfinati, dice Bardjaev, si è dovuto creare uno spazio sconfinato. Questo ho sprofondato i russi in una contraddizione. Per mantenere i grandi spazi il russo deve mantenere un grande stato, e per mantenerlo spende tutta la sua energia, che poi non gli basta più per il resto: organizzazione, economia ecc, ecc. Spreme tutte le sue energie per lo stato, che lo schiavizza e lo opprime.
Secondo Bardjaev questa immensità e incommensurabilità della Russia esercitano un influsso negativo sulla mentalità dei suoi abitanti. Da essi, infatti, non si reclamano raccoglimento, tensione, concentrazione, energia, dinamismo, acculturamento intensivo. Tutto si spappola, si diluisce e affonda in quell’incommensurabilità senza forma. La Russia  è, sì, uno spazio vasto e sconfinato, ma questa sua grandezza risulta così schiacciante da mozzare il fiato e impedire il respiro.

Kazan – Mosca

Una stanchezza sempre più fastidiosa e opprimente, una fatica sonnolenta, torpida, appiccicosa. Nei rari sprazzi di energia, una tentazione irresistibile di saltar giù da questa gabbia sconquassata e traballante. Mia ammirazione per la resistenza di Kopec e delle migliaia di suoi simili, mio omaggio alla loro sofferenza, alla loro tortura.

Dapprima un susseguirsi monotono di boschi verdi e innevati. Poi boschi e casette. Poi sempre più casette. Poi casette e casamenti. Infine, nient’altro che casamenti, sempre più alti. Il conduttore ritira dallo scompartimento lenzuolo, cuscino, due coperte e il bicchiere di tè.
Il corridoio si popola di gente.
Mosca.

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