Polissena e Pantoo- Christa Wolf


Polissena… Che costruii la mia carriera sulla tua esclusione; che tu non eri peggiore di me, nè meno adatta: ho voluto dirtelo prima che ti trascinassero via, vittima da macello, come me ora. Polissena: se avessimo scambiato le nostre vite: le nostri morti sarebbero state le stesse. E’ una consolazione? Hai avuto bisogno di consolazione? Ne ho bisogno io? Tu mi guardasti (mi vedevi ancora?). Io tacqui. Ti trascinarono via, alla tomba del feroce Achille. Achille la bestia.
Oh se costoro non conoscessero l’amore.
Oh se avessi strozzato con le mie mani, in quel primo giorno di guerra, colui il cui nome deve essere maledetto e dimenticato, anzichè stare a guardare come lui, Achille, strozzava il fratello, Troilo. Il rimorso mi rode, non si mitiga, Polissena. […]
Tu con i tuoi occhi grigi. Tu con la tua testa minuta, il bianco ovale del viso, la radice dei capelli nitidamente tagliata come dal coltello. Con quella fiumana di capelli, in cui ogni uomo non poteva fare a meno di affondare le mani. Tu, di cui ogni uomo che ti vedeva doveva innamorarsi, che dico, innamorarsi! Di cui doveva diventare schiavo, e non solo ogni uomo – anche alcune donne, anche Marpessa, credo, quando ritornò dall’esilio e non guardò più nessun uomo. E diventare “schiavo” è ancora un’espressione debole per il furore erotico e la frenesia che colse alcuni, come Achille la bestia, e senza che tu facessi alcunchè – questo deve esserti concesso…Polissena: sì, forse è possibile che di notte, nel vestibolo buio, io cadessi in errore, giacchè per quel motivo tu, che tutto quel che facevi lo facevi apertamente, avresti dovuto assicurarmi, molto tempo dopo, che maie poi mai Enea era stato da te, se l’ombra che vidi scivolare fuori dalla tua porta fosse stata davvero la sagoma di Enea?
Come fui sciocca. Come avrebbe potuto essere Enea uno che, avendo appena lasciato una donna, tocca il seno di un’altra, e poi fugge!
Ah Polissena. Come ti muovevi. Vivace e impetuosa, e nello stesso tempo leggiadra. Come non deve muoversi una sacerdotessa. -E perchè no, diceva Pantoo, e faceva mostra della sua solida dottrina sulla natura di Apollo, il suo dio, di cui era pur sempre stato al servizio, nel santuario centrale, a Delfi in terra greca. Perchè non leggiadra, piccola Cassandra? Apollo è anche il dio delle Muse, no?-
Sapeva ferirmi, il greco. Riusciva a far trapelare che riteneva abbastanza barbariche le caratteristiche piuttosto rozze che noi popoli dell’Asia Minore attribuivamo al suo dio.
Questo non significava che non mi reputasse adatta, come sacerdotessa. Senza dubbio, diceva, c’erano alcuni tratti della mia natura che si addicevano al sacerdozio. Quali? Ecco – il mio desiderio di esercitare un’influenza sugli esseri umani; e come, sennò, una donna potrebbe dominare? Inoltre: il mio ardente desiderio di entrare in confidenza con la divinità. E, naturalmente, la mia repulsione ad accostare i maschi della terra.
Pantoo il greco agiva come se non conoscesse la ferita nel mio cuore; come se non gli importasse di instillare in questo cuore un’avversione di cui quasi non mi accorgevo, molto sottile, molto nascosta, contro di lui, il Primo Sacerdote. Il mio greco l’ho imparato da lui. E l’arte di ricevere un uomo, anche. In una delle notti in cui la sacerdotessa appena ordinata doveva vegliare presso il simulacro del dio, è venuto da me. Abilmente, quasi senza farmi male e in un certo senso con affetto fece quello che Enea, a cui io pensavo, non aveva avuto l’intenzione o la capacità di fare. Che fossi intatta, sembrò non meravigliarlo, nè quanto mostrassi di temere il dolore fisico. Con nessuno, neanche con me, sprecò mai una parola su quella notte. Dal canto mio non riuscivo a capire come potessi portarmi dentro odio e gratitudine verso la medesima persona.

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