Calvinite


Avrebbe compiuto 85 anni.

(Nota biografica di Italo Calvino per Eremita a Parigi)

Mi chiedete una nota biografica, cosa che sempre m’imbarazza. I dati biografici o anche soltanto anagrafici sono quanto uno ha di più privato e dichiararli è un pò come affrontare una psicanalisi. (Almeno credo: non mi sono mai fatto psicanalizzare)
Comincerò dicendo che sono nato nel segno della Bilancia: perciò nel mio carattere equilibrio e squilibrio correggono a vicenda i loro eccessi. Sono nato mentre i miei genitori stavano per tornare in patria dopo anni passati nei Caraibi: da ciò l’instabiltà geografica che mi fa continuamente desiderare un altrove.
Il sapere dei miei genitori convergeva sul regno vegetale, le sue meraviglie e virtù. Io, attratto da un’altra vegetazione, quella delle frasi scritte, voltai le spalle a quanto essi m’avrebbero potuto insegnare; ma la sapienza dell’umano mi restò ugualmente estranea.
Sono cresciuto dall’infanzia alla giovinezza in una città della Riviera, raccolta nel suo microclima. Tanto il mare contenuto in un golfo, quanto la folta montagna m’apparivano rassicuranti e protettivi; dall’Italia mi separava il sottile nastro di una strada litoranea, dal mondo una vicina frontiera. L’uscire dal quel guscio fu per me ripetere il trauma della nascita, ma solo ora me ne accorgo.
Cresciuto in tempi di dittatura, raggiunto dalla guerra totale in età di leva, m’è rimasta l’idea che vivere in pace e in libertà sia una fragile fortuna, che da un momento all’altro potrebbe essermi tolta nuovamente.
In questo assillo, la politica occupò una parte eccessiva delle preoccupazioni della mia gioventù. Dico eccessiva per me, per quello che avrei potuto dare io di utile, mentre cose che sembrano lontane dalla politica contano molto di più come infleunza sulla storia (anche politica) delle persone e dei paesi
Appena finita la guerra, avevo sentito il richiamo della grande città, più forte di quello del mio radicamento provinciale. Fu così che mi trovai per qualche tempo a esitare tra Milano e Torino: la scelta di Torino ebbe certo le sue ragioni e non fu senza conseguenze: ora ho dimenticato sia le une che le altrem ma per anni mi dicevo che se avessi scelto Milano tutto sarebbe stato differente.
Tentai presto l’arte dello scrivere; pubblicare mi fu facile; trovai subito comprensione e favore; ma tardai a rendermene conto e a convincere me stesso che non era un caso.
Lavorando in una casa editrice, ho dedicato pù tempo ai libri degli altri che ai miei. Non lo rimpiango: tutto ciò che serve all’insieme d’una convivenza civile è energia ben spesa. Da Torino, città seria ma triste, m’accadeva di scivolare spesso e facilmente verso Roma. (Del resto, gli unici italiani che ho sentito parlare di Roma in termini non negativi sono i torinesi). E così’ forse Roma sarà la città italiana in cui avrò vissuto più a lungo, senza mai domandarmene il perchè.
Il luogo ideale per me è quello in cui è più naturale vivere da straniero: perciò è Parigi la città in cui ho preso moglei, ho messo casa, ho allevato una figlia. Anche mia moglie è straniera: in tre parliamo tre lingue differenti. Tutto può cambiare, ma non la lingua che ci portiamo dentro, anzi che ci contiene dentro di sè come un mondo più esclusivo e definitivo del ventre materno.
Mi accorog che in questa autobiografia mi sono dilungato soprattutto sulla nascita, e delle fasi succesive ho parlatoi come un proseguimento del venire alla luce, e ora tendo addirittura a tornare ancor più indietro, la mondo prenatale. Questo è il rischio che corre ogni autobiografia sentita come esplorazione delle origini, come quella di Tristan Shandy che si dilunga sugli antecedenti e quando arriva al punto in cui dovrebbe cominciare a raccontare la sua vita non trova più niente da dire.

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