da Satisfiction


Stupendo l’aneddoto dell’autore su una rissa da lui scatenata a Livorno in occasione della messa in scena de La figlia di Iorio di D’annunzio.

L’ALTRA FACCIA DELLA PAURA – Mario Soldati

Lautore
L'autore

“Il coraggio”, dice il Tommaseo, “è una disposizione dell’animo a imprendere cose ardite e grandi, ad affrontar pericoli, a soffrire sventure e dolori”: ma il coraggio, aggiungo io, ha in comune con la bontà e con la poesia un’assoluta imprevedibilità da parte della persona che ne è capace. Per sapere se si è coraggiosi, o no, bisogna mettersi, o trovarsi, alla prova. Infine, non si tratta di una qualità necessariamente “permanente”. A volte, uomini che si sono dimostrati sempre vigliacchi e che, quindi, credono di esserlo, improvvisamente, per amore, o per disperazione, o addirittura per un supremo spasimo di vigliaccheria, diventano eroi. Viceversa: uomini che in più occasioni hanno dato prove di coraggio e che sono sicurissimi di non mancarne, tutto a un tratto, per qualche ragione misteriosa (pessimismo sul proprio avvenire o sugli scopi stessi dell’esistenza, tristezza derivante da una delusione d’amore, forse soltanto un periodo di stanchezza e di malinconia, o, ancora meno, un senso di solitudine e di nostalgia per la casa lontana) cedono al primo assalto di un’assurda, impreparata, istantanea paura che li travolge. L’esempio letterario più celebre di questo caso è il salto notturno di Lord Jim nel Mar Rosso. Lord Jim, ufficiale di marina, nell’età più bella, al colmo della giovinezza, pieno di speranza nella vita, ricco di fiducia in se stesso, romantico, nobile, fiero, non resiste a un omento di panico: e abbandona vilmente una nave carica di pellegrini che vanno alla Mecca. La nave poi non affonda, e Jim è squalificato nella sua professione: ma, più degli altri, è lui stesso a condannarsi, a non perdonarsi: finché il rimorso lo guida a un sacrificio volontario, a una morte eroica affrontata per dimostrare a se stesso la propria capacità di coraggio.
Ha scritto Emilio Cecchi che questa vicenda dell’eroe di Conrad rappresenta, simbolicamente, il destino umano: tutti, chi prima chi poi, a un certo momento “saltiamo”, tutti “abbandoniamo nella notte un carico di innocenti e di indifesi che ci è stato affidato”. Il grande peccato di Lord Jim non è, dunque, di avere “saltato”, ma di essersi creduto diverso da tutti gli altri, un privilegio il cui destino, appunto, era quello di non saltare. Non sono mai stato militare, non ho mai fatto la guerra. La mia vita, già lunga, è stata solo moderatamente avventurosa. Tuttavia, ho anche vissuto in America, ho anche viaggiato in Africa, e, nel mio piccolo, in qualche modo, ho fatto anch’io la grande esperienza di Lord Jim. L’ho fatta, però, partendo da convinzioni opposte. Avevo sempre creduto di essere, se non proprio un vigliacco, un pauroso. E la mia paura specifica era non tanto degli avvenimenti, o degli elementi, quanto degli uomini, degli “altri”. Sono sempre stato privo di forza fisica, incapace di rispondere a un cazzotto. Ma, anche, sempre sono stato sanissimo, e resistentissimo. A quindici ani, mi gettai nelle acque gelide del Po, per salvare un amico che non sapeva nuotare, l’amico al quale volevo più bene che a tutti gli altri. Non mi costò nessuno sforzo, non dovetti superare nessuna esitazione. Tredici anni dopo, una notte, in campagna, un altro amico, al quale pure volevo bene, fu assalito da due mascalzoni: rimasi immobile, in disparte, assistendo terrorizzato, incapace di intervenire e di aiutarlo come sentivo chiaramente che sarebbe stato mio dovere. Fu il momento più brutto della mia vita. E soltanto adesso, a distanza di trentatrè anni, supero la vergogna e riesco a confessare la mia vigliaccheria. Nei primi tempi, provavo un rimorso che a volte mi toglieva il sonno. E riacquistai una relativa pace soltanto quando trovai un’occasione, che da quella notte, avevo deliberatamente cercato, di riabilitarmi ai miei occhi. Fu a Livorno, fra le quinte del Politeama, dove una compagnia drammatica aveva finito in quel momento di recitare “La figlia di Jorio”, e dove, nella mia veste di aiuto regista di un film che si stava girando a Tirrenia, ero andato per reclutare gli interpreti di qualche parte secondaria.

Rissa in galleria_U. Boccioni
Rissa in galleria_U. Boccioni

Il sipario era appena calato, mi avvicinai all’amministratore e gli dissi lo scopo della mia visita. L’amministratore, che forse era nervoso per ragioni sue, mi rispose malamente, con un mezzo insulto: lo colpii con un pugno, sorprendendo me stesso più ancora di lui: e dopo un istante vedevo volarmi addosso l’intera compagnia degli attori, tutti vestiti dalle pelli di capra dei pastori d’Abruzzo. Era con me l’ispettore di produzione, Leo Bomba: coraggioso e leale, sebbene fosse soltanto un mio collaboratore e non un vero e proprio amico, non esitò a combattere al mio fianco. Una scazzottatura tremenda, di cui portai i segni e ne sentii le conseguenze per alcuni mesi. Contro di noi due soli, erano in venti, in trenta. Ci difendevamo come potevamo, a pugni e calci, rispondendo a calci e pugni che arrivavano da tutte le parti. Indietreggiammo al fondo del palcoscenico, continuando a darle e a prenderle. Salimmo all’indietro sui gradini di una scaletta a chiocciola, di ferro, che serviva ai macchinisti per calare i fondali: e di lì resistemmo meglio al lungo assalto. Vedendomi e sentendomi davanti e d’intorno quei pastori urlanti e scatenati, che sembravano volermi linciare con le identiche espressioni e quasi con le stesse parole con cui poco prima avevano aggredito Mila di Codro, la mia forza raddoppiava: mi pareva di combattere anche per una ragione più alta e più nobile, e cioè contro l’arte di Gabriele d’Annunzio, che avevo sempre odiato. Finché intervennero i due pompieri di servizio, e ci liberarono.
Sono, dunque, coraggioso? Oppure, non lo sono? Più ci ripenso, e più trovo argomenti ed esperienze che sembrano convalidare e l’una e l’altra ipotesi, contraddittoriamente.
Una cosa è certa: perché il mio coraggio esista, si rende necessaria (se non, ahimé, come ho raccontato, non sempre sufficiente) almeno una di queste condizioni: che io sia costretto a difendermi; che io sia costretto a difendere, o a salvare da un pericolo, quello che amo di più, quello che considero indispensabile; che io sia costretto, dopo aver lungamente sofferto per il rimorso della mia vigliaccheria, a riabilitarmi di fronte a me stesso. La contraddizione, così, sarebbe risolta: il mio coraggio non c’è, non esiste; esiste soltanto in potenza, addormentato, e quindi non guida le mie azioni, non le ispira; ma non c’è fin tanto che una situazione cruciale non lo richieda, non lo faccia esistere, svegliandolo dal suo sonno col suo bacio improvviso e crudele. Il caso sarebbe risolto: non sono coraggioso, ma non sono, propriamente, vile.
Ma, è vero? Non è, forse, una spiegazione da scuole di filosofia medievale, un po’, anche, da aula di Palazzo di Giustizia, da scartoffia legale?
Insomma, è una spiegazione astratta. Ho sbagliato quando ho attirato tutta l’attenzione su di me, dimostrandomi una volta di più prigioniero di quell’antico vizio, di prendere sempre a paragone noi stessi, che è il nostro vero, unico peccato: come Lord Jim, appunto. La verità è che non si è né coraggiosi né vili. Esistono, invece, di volta in volta, azioni vili e azioni coraggiose. Esistono i peccati prima dei peccatori. Non esiste il gran fuoco  irrazionale, misterioso e tenebroso dell’anima. Non esiste uno “stato di colpa”. L’anima, il cuore, è una somma di funzioni descrivibili, analizzabili, di virtù e di vizi giudicabili nei loro riflessi oggettivi.
Ma nemmeno questo è completamente vero. Prendiamo, ad esempio, un altro caso famoso e letterario, il caso più famigliare di tutti a noi italiani, il più vicino e il più domestico. È un caso di mancanza di coraggio che comprende insieme i due aspetti, quello dell’anima e quello dei suoi atti. Prendiamo, cioè, il caso di un uomo non coraggioso che abbia commesso, a un dato momento, un’azione vile. Prendiamo Don Abbondio. Il genio di Manzoni si è esercitato a tal punto, e con tale sottigliezza, con tale amore, con tale ironia su questo personaggio, che forse proprio lui, sebbene senza volerlo, e contro la sua stessa opinione, ci offre la chiave della verità. Ebbene, se i bravi di Don Rodrigo non avessero mai aspettato il brav’uomo sulla stradina di quel lago di Como, e se Don Abbondio non fosse stato coinvolto da vicende che esigevano il suo coraggio, si sarebbe potuto dire che il curato era un vile? Avrebbe potuto saperlo, lui stesso? Il coraggio poteva forse dormire nell’anima di Don Abbondio, pronto a emergere alla prima occasione, pronto a farsi valere?

Don Abbondio incontra i bravi
Don Abbondio incontra i "bravi"

“Il coraggio”, dice Don Abbondio, “se uno non ce l’ha, non se lo può dare”.
Come tante volte ho fatto, mi ripeto le illuminanti e proverbiali parole e, ancora una volta, ammiro, mi inchino al Poeta: ma non sono d’accordo con lui. Anzi, sempre più mi persuado che il genio del Manzoni ha messo in bocca a Don Abbondio quelle parole per dimostrare che un uomo pauroso, o meglio un brav’uomo come tanti altri, non può, non sa nemmeno intuire, nemeno con la mente, che cosa sia il coraggio. Mentre, invece, il coraggio è proprio quello, è un di più: il coraggio è darselo. Il coraggio c’è soltanto se uno se lo dà. Non è vero, anzi, è impossibile che esso viva addormentato dentro di noi. Nati per temere, piccole creature esposte fino dalla nascita a mille pericoli, condannate al mistero, a non vedere, a non sapere, la nostra condizione naturale, vera, è la paura. Essere è essere paurosi, timidi. Il coraggio è un essere di più: uno sforzo, una creazione che non ha niente alle spalle, sospesa sul vuoto di una nostra purissima volontà animosa. È qualcosa di innaturale, che va oltre, che va contro la nostra natura. Ed ecco perché io non sono coraggioso. Non sono coraggioso perché vorrei tanto che, del coraggio, non ce ne fosse mai bisogno.
Vorrei che , del coraggio, non ce ne fosse bisogno? Mentre do torto a Don Abbondio, non ragiono esattamente come lui? E non contraddico nuovamente me stesso, tanto è radicata in me la persuasione che il coraggio sia una necessità, sia una virtù di difesa? E come può essere innaturale una necessità?
Può esserlo, può esserlo. È una necessità anche l’arte, della quale nessun di noi potrebbe fare a meno, come creatore o anche come spettatore o, come si dice oggi, come “fruitore”. È una necessità: eppure non c’è niente di più gratuito, niente di più profondamente innaturale dell’arte. Anche l’arte è un essere di più, anche l’arte è uno sforzo, un’invenzione che va contro natura.

Soldati in pausa durante il programma tv Viaggio lungo la valle del Po 1956-57
Soldati in pausa durante il programma tv "Viaggio lungo la valle del Po" 1956-57

Dunque, il coraggio, anch’esso, è una pura “invenzione”. E, come tutte le “invenzioni”, è profondamente impietoso. Se riuscissi a fermare questo concetto, così inafferrabile, così volatile, che se appena mi sforzo di ghermirlo si vanifica, mi sentirei vicinissimo alla verità. Devo partire dalla conclusione opposta alla quale sono faticosamente arrivato: devo partire dal presupposto che il coraggio c’è anche quando le circostanze della vita non lo richiedono, non lo esigono come virtù morale.
Ma allora… Allora il coraggio è vero solo quando non è richiesto, quando non è voluto dalle cose, ma da me, dalla mia animosità, dal mio darmelo. È il puro desiderio di vivere un giorno da leone: come mi è capitato al Politeama di Livorno, quella lontana sera del settembre 1937. È, dunque, una virtù di offesa, non di difesa. Ed è giustissimo, e bellissimo, a conferma del mistero di tutte le cose, che questa virtù si dica “coraggio”, si chiami “coeur, cuore”: che, cioè, il vero cuore sia il contrario del cuore.
Il contrario della pietà. Il contrario di una concezione idillica della vita. Mi torna in mente, e forse soltanto adesso la capisco davvero, in tutta la sua profondità, la raccomandazione che un nostro grande scrittore, da pochi anni scomparso, ripeteva abitualmente a uno dei suoi figli, il solo maschi, anch’egli artista e scrittore: figlio mio, gli diceva pronunciando il suo nome: “ricordati che non si è mai abbastanza vigliacchi!”.
Oggi capisco quello che il mio vecchio amico e maestro intendeva dire. Non c’era nulla di vile, in quelle parole. Bisogna tradurle così: “Ricordati, figlio mio, che nella vita non si è mai abbastanza veri, mai abbastanza vicini alla nostra realtà naturale”. Nel mio vecchio amico c’era, infatti, grande amore e passione per la letteratura, l’arte, la musica: ma assai meno per ilteatro, per lo spettacolo. Il coraggio è sempre un’esibizione.
Tanto è vero che quest’uomo, che si intestardiva a raccomandare la vigliaccheria, come se la vigliaccheria fosse un dovere, anzi un ossequio scrupoloso a Qualcuno o a Qualcosa più grandi di noi, questo scrittore è morto da eroe. Circondato da famigliari e da amici, è morto nel suo letto, in pena per le noie, per il disagio che il macabro spettacolo avrebbe finito inevitabilmente per infliggere agli altri. La sua agonia è durata a lungo, per giorni. Una sola parola gli è uscita di bocca, che riguardasse il suo stato, il suo accidente:
“È sgradevole”.
Nient’altro.
Da che parte sta il cuore, il vero “cuore”?

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