Novembre 25, 2009
Novità
Novembre 14, 2009
Parole contro parole – Ragazzoni
Andate a vedere chi era Ernesto Ragazzoni e riconoscerete nella sua barba, nei suoi lavori, nella sua vita, negli articoli e nelle poesie quella mentalità frizzante e mai pigra di inizio 900, rara, e per questo tanto preziosa per noi posteri. Nell’Italia prefascista, liberale, quella delle imprese coloniali in Africa e del primo conflitto mondiale spunta una voce fuori dai cori bottegai e perbenisti dell’epoca. Cesare Bermani ne fa un ritratto puntuale e ve lo linko come prefazione alle due poesie che propongo. Il contributo di Bermani si trova sul sito della città natale di Ragazzoni ORTA.NET

PAROLE CONTRO PAROLE
Oggi, non voglio far della poesia,
non voglio stare chiuso contro un tavolo.
Voglio prender la porta, andare via
andarmene, se càpita, anche al diavolo!
In un giorno di ciel, d’aria e di sole
posso seduto, fabbricar parole?
Io, come il vecchio Amleto, sono stufo
di parole, parole, ancor parole!
Fra tanti pappagalli, sono un gufo
e disdegno le chiacchiere e le fole.
Se si parlasse meno, quanto il mondo
più felice sarebbe, e più fecondo!
Abbasso i versi e chi li legge e scrive!
Primavera s’annuncia, e vo’ pei campi
a veder in che modo si rivive
senza bisogno alcun che se ne stampi,
o ne filosofeggino due o tre
sui sedili dei tram, e nei caffè!
Senza soccorso di poeti e sofi
le siepi vanno rimettendo il verde!
Su per le aiuole crescono i carciofi,
e l’asparago inver nulla ci perde
se vien fuori, a dispetto della critica,
senza affatto occuparsi di politica.
E così fa la mammola, e fa l’erba,
il pero, il melo, il mandorlo, il ciliegio
che una veste di fiori hanno, e superba,
e daran frutto, senza ciarle, egregio.
Se facessimo un poco come loro:
chiacchiere niente, e alquanto più lavoro?

SCHERZI E FRAMMENTI
O Signore, io ti ringrazio
d’aver dato al Mondo il vizio,
l’alto e solo benefizio
che quaggiù non soffre strazio…,
che accomuna in un sol dazio
ogni Caio ed ogni Tizio.
Che quaggiù ci sia sol spazio
per un cazzo e un orifizio,
ognun gridi mai non sazio
fino al giorno del giudizio:
O Signore, io ti ringrazio
d’aver dato al Mondo il vizio.
***
È finita. Il giornale è stampato,
la rotativa s’affretta,
me ne vado col bavero alzato,
dietro il fumo della sigaretta.
***
… e lieve lieve
cade la neve
sull’alta pieve
di Pontassieve
e il tetto breve
che ne riceve
piú che non deve
si fa piú greve
sempre più greve
ahi troppo greve
e cade in breve
non piú la neve
sovra la pieve
sibben la pieve
sovra la neve
che cade lieve
sull’alta pieve
di Pontassieve
e il tetto breve
che ne riceve
più che non deve
si fa più greve
sempre più greve
ahi troppo greve
e cade in breve
non più la neve
sovra la pieve
sibben la pieve
sovra la neve
che cade lieve
sull’alta pieve
di Pontassieve
e il tetto breve.
***
Io non vi parlerò di cose strane.
Dirò cose comuni e naturali,
Parlerò solo un poco di puttane
E d’altre cose simili morali:
Parlerò del davanti e del didietro.
— Lettor, se non ti piace, torna indietro.
***
Vergini muse dell’Olimpo antico,
Andate tutte a farvi benedire
Perché se udiste mai quello che dico
Obbligate sareste ad arrossire.
Fuggite, o pur tappatevi le orecchie
Voi siete troppo caste e troppo vecchie.

Novembre 12, 2009
Umorismo Gastronomico
Oggi ho trovato un bel libricino; l’ho scovato in un Caffè letterario di San Lorenzo (Roma) mentre sorseggiavo all’inglese una tazza di tè, anzi mentre sorseggiavo una splendida tazza arancione di un tè cinese che anzichè infondersi con la banale bustina o il normale infuso, sprigiona tè da una specie di bulbo che nell’acqua bollente di spampana come un fiore. Guardare attraverso la teira di vetro lo schiudersi del fiore è più gratificante del calore della bevanda in una giornata fredda.
A me il tè non piace, la considero una cosa che si assume quando si sta male, la associo inevitabilmente alla febbre, all’influenza, a mia nonna che me lo preparava con tanto limone quando mangiavo dolci fino a scoppiare. Però questo tè cinese mi piace ma ancora di più mi piace questa trovata del fiore che sboccia in tazza.
Siamo quello che mangiamo diceva Feuerbach.
E letteratura e cucina vanno a braccetto.
Il libricino scovato è di Filippo Giardina e si chiama AGRODOLCE. Penso che si sia stampato e edito da sè questo scrittore di 31 anni.
Vi consiglio di comprarlo e, se vivete a Roma, di farlo al Tuma’s di San Lorenzo che lo pagate la metà esatta (4 euro).
Oppure scaricatelo gratis sul SITO DELL’AUTORE
Insomma bando ai personalismi e alle ciance: questa è la mia selezione.
Buona lettura.
BANANA

Mi vedete solo in contesti lussuriosi.
La banana te la metto qua…
La banana te la metto là…
Bravi!
Io vi querelo…
Le banane sono tante
Il banano è uno solo
Qui non si scopa mai.
CAVIALE

Oh caviale…
Saresti perfetto con quel tuo stile
inconfondibile
Oh caviale…
saresti unico con quel tuo gusto così esclusivo
Oh caviale…
Saresti insuperabile con quel tuo fascino che ti conntraddistingue
Ma sei nero e rubi il lavoro agli italiani.
FAVE

Il comunismo ha ucciso tanta gente che
credeva in un mondo migliore
Il fascismo ha ucciso tanta gente che credeva
in un mondo più ordinato
Il favismo uccide tanta gente
Troppa…
Non ha senso…
Fruttivendolo metti un cartello!
XIV

CARCIOFO VERDE
Via l’ananas dall’Italia!
POMODORO ROSSO
Più ananas in Italia!
ANANAS
Che cazzo volete da me?
XV

L’america ripudia i terroristi
I terroristi sono dei vermi
Non avremo pietà per chi li ospita…
Guerra preventiva al mondo delle ciliegie.
XVI

Papà ormai sono grande
Papà ormai posso tornare alle 4 di mattina
Sguisch (schiaffo)
PAPAIA!! (sofferente)
GORGONZOLA

Sei il più forte e importante fra i tuoi simili
Però puzzi
Ah ah ah
Settembre 28, 2009
Sul futurismo – dal blog di Paolo Nori
Paolo Nori è un ottimo studioso di letteratura e avanguardie russe
(oltre che un favoloso narratore di storie).
Questo è l’inizio di un intervento al MiTo – Festival della Musica
che si è svolto recentemente a Torino.
Per avere delle idee chiare nell’inutile quanto scarno centenario
italiano del Manifesto futurista.
Buona lettura.

I futuristi russi, o cubofuturisti, all’inizio non si chiamavano futuristi russi. Cioè, in Russia, non si chiamano neanche adesso futuristi russi, si chiamano futuristi e basta, o cubofuturisti, ma allora, quando han cominciato, si chiamavano all’inizio Gilejani, da Gileja, regione della Crimea dove i fratelli Burljuk avevano casa, e poi, dopo un po’, budetljani, parola inventata da Chelbnikov che è stata tradotta come Futuriani, o come Uomini del futuro, e che potrebbe forse voler anche dire Quelli che sono quel che saranno. Han cominciato a chiamarsi futuristi solo nel 1913, tre anni dopo la loro prima uscita comune, un almanacco intitolato La trappola dei giudici, stampato sul retro della carta da parati nel 1910, del quale circolarono in tutto una ventina di copie, perché l’editore, David Burljuk, non aveva i soldi per pagare il tipografo, e il tipografo mandò al macero la maggior parte delle 400 copie stampate, Burljuk riuscì a salvarne solo una ventina, che sono oggi una rarità bibliogrfica, io ne ho avuta tra le mani la copia della biblioteca pubblica di San Pietroburgo, a me è sembrata bellissima, refusi compresi.
I futuristi russi, all’inizio, avevano nei confronti del futurismo un’atteggiamento non proprio amichevole. In uno dei loro primi manifesti si legge Ma cosa vogliono questi futuristi? Ma chi si pensano di essere? Considerazioni che non riguardano, probabilmente, i futuristi italiani, ma gli egofuturisti, che è tutta un’altra cosa, un’altra parrocchia, verrebbe da dire, o un’altra religione, se si considerano alcuni testi egofuturisti come il poema di Olimpov del 1913 intitolato Il fenomenale geniale poema Teoman del grande poeta mondiale Konstantin Olimpov, poema che ebbe una scarsa circolazione perché venne sequestrato pochi giorni dopo l’uscita porbabilmente perché il poeta si autoidentificava con Dio.
Vladimir Markov, nella sua Storia del futurismo russo, ricorda la prima volta che un futursita russo ha menzionato il futurismo italiano:
Un fatto interessante, scrive Markov è che David Burljuk nel corso di una conferenza tenuta a Mosca nel mese di gennaio del 1912, menzionò pubblicamente per la prima volta il futurismo italiano. Pur non sapendo pressoché nulla a quel tempo sul futurismo italiano, e non avendo visto un solo quadro dei futuristi itlaiani, Burljuk li accusò di sacrificare i principi dell’arte a favore della letteratura.
Qualche mese dopo, nel 1913, è proprio il pittore David Burljuk, che si può considerare il principale responsabile e attivista del fenomeno cubofuturista, che sceglie per il Gilejani il nome di cubofuturisti, nome col quale i Gilejani si presentarono in pubblico con l’almanacco La luna crepata, uscito apunto nel 1913. Da allora, i futuristi russi si sono molto preoccupati di essere considerati i primi futuristi al mondo, retrodatando la propria nascita fino al momento in cui avevano cominiato a lavoarare alla Trappola dei giudici (fine del 1909), e poi, siccome non bastava, fino alle prime pubblicazioni letterarie di Velimir Chelbinikov, che era considerato, allora, il capofila del movimento (un futurismo russo senza Chlebnikov era come un bolscevismo senza Lenin, scrive Markov).
Le tecniche, come dire, di marketing, di Burljuk, sono, rilette oggi, abbastanza fantasiose. Sembra sia stato lui a organizzare le lunghe tournée spettacolo della compagnia dei futuristi per tutta la Russia, e sembra che in ogni città in cui scendevano, Burljuik pagasse dei bambini che andavano in giro a gridare Arrivano i futristi, Arrivano i futuristi. E che una volta, a Rostov sul Don, i bambini, che avevano capito male, andarono in giro a gridare Arrivano i futbolisty, arrivano i futbolisty. Che tradotto sarebbe: Arrivano i calciatori, arrivano i calciatori.
(Fonte: Blog di Paolo Nori)
Settembre 22, 2009
Gli uomini vuoti – T.S. Eliot

Siamo gli uomini vuoti
(Mistah Kurtz…he dead)
Siamo gli uomini vuoti
Siamo gli uomini impagliati
Che appoggiano l’un l’altro
La testa piena di paglia. Ahimè!
Le nostre voci secche, quando noi
Insieme mormoriamo
Sono quiete e senza senso
Come vento nell’erba rinsecchita
O come zampe di topo sopra vetri infranti
Nella nostra arida cantina
Figura senza forma, ombra senza colore,
Forza paralizzata, gesto privo di moto;
Coloro che han traghettato
Con occhi diritti, all’altro regno della morte
Ci ricordano – se pure lo fanno – non come anime
Perdute e violente, ma solo
Come gli uomini vuoti
Gli uomini impagliati..
II
Occhi che in sogno non oso incontrare
Nel regno di sogno della morte
Questi occhi non appaiono:
Laggiù gli occhi sono
Luce di sole su una colonna infranta
Laggiù un albero ondeggia
E voci vi sono
Nel cantare del vento
Più distanti e più solenni
Di una stella che si spegne.
Non lasciate che sia più vicino
Nel regno di sogno della morte
Lasciate anche che porti
Travestimenti così deliberati
Pelliccia di topo, pelliccia di cornacchia, doghe incrociate
In un campo
Comportandomi come si comporta il vento
Non più vicino -
Non quel finale incontro
Nel regno del crepuscolo
III
Questa è la terra morta
Questa è la terra dei cactus
Qui le immagini di pietra
Sorgono, e qui ricevono
La supplica della mano di un morto
Sotto lo scintillio di una stella che si va spegnendo.
E’ proprio così
Nell’altro regno della morte
Svegliandoci soli
Nell’ora in cui tremiamo
Di tenerezza
Le labbra che vorrebbero baciare
Innalzano preghiere a quella pietra infranta.
IV
Gli occhi non sono qui
Qui non vi sono occhi
In questa valle di stelle morenti
In questa valle vuota
Questa mascella spezzata dei nostri regni perduti
In quest’ultimo dei luoghi d’incontro
Noi brancoliamo insieme
Evitiamo di parlare
Ammassati su questa riva del tumido fiume
Privati della vista, a meno che
Gli occhi non ricompaiano
Come la stella perpetua
Rosa di molte foglie
Del regno di tramonto della morte
La speranza soltanto
Degli uomini vuoti.
V
Qui noi giriamo attorno al fico d’India
Fico d’India fico d’India
Qui noi giriamo attorno al fico d’India
Alle cinque del mattino.
Fra l’idea
E la realtà
Fra il movimento
E l’atto
Cade l’Ombra
Perché Tuo è il Regno
Fra la concezione
E la creazione
Fra l’emozione
E la responsione Cade l’Ombra
La vita è molto lunga
Fra il desiderio
E lo spasmo
Fra la potenza
E l’esistenza
Fra l’essenza
E la discendenza
Cade l’Ombra
Perché Tuo è il Regno
Perché Tuo è
La vita è
Perché Tuo è il
E’ questo il modo in cui finisce il mondo
E’ questo il modo in cui finisce il mondo
E’ questo il modo in cui finisce il mondo
Non già con uno schianto ma con un lamento.

Un penny per il vecchio Guy
Siamo gli uomini vuoti
Siamo gli uomini impagliati
Che appoggiano l’un l’altro
La testa piena di paglia. Ahimè!
Le nostre voci secche, quando noi
Insieme mormoriamo
Sono quiete e senza senso
Come vento nell’erba rinsecchita
O come zampe di topo sopra vetri infranti
Nella nostra arida cantina
Figura senza forma, ombra senza colore,
Forza paralizzata, gesto privo di moto;
Coloro che han traghettato
Con occhi diritti, all’altro regno della morte
Ci ricordano – se pure lo fanno – non come anime
Perdute e violente, ma solo
Come gli uomini vuoti Gli uomini impagliati..
II
Occhi che in sogno non oso incontrare
Nel regno di sogno della morte
Questi occhi non appaiono:
Laggiù gli occhi sono
Luce di sole su una colonna infranta
Laggiù un albero ondeggia
E voci vi sono
Nel cantare del vento
Più distanti e più solenni
Di una stella che si spegne.
Non lasciate che sia più vicino
Nel regno di sogno della morte
Lasciate anche che porti
Travestimenti così deliberati
Pelliccia di topo, pelliccia di cornacchia, doghe incrociate
In un campo
Comportandomi come si comporta il vento
Non più vicino -
Non quel finale incontro
Nel regno del crepuscolo
III
Questa è la terra morta
Questa è la terra dei cactus
Qui le immagini di pietra
Sorgono, e qui ricevono
La supplica della mano di un morto
Sotto lo scintillio di una stella che si va spegnendo.
E’ proprio così
Nell’altro regno della morte
Svegliandoci soli
Nell’ora in cui tremiamo
Di tenerezza
Le labbra che vorrebbero baciare
Innalzano preghiere a quella pietra infranta.
IV
Gli occhi non sono qui
Qui non vi sono occhi
In questa valle di stelle morenti
In questa valle vuota
Questa mascella spezzata dei nostri regni perduti
In quest’ultimo dei luoghi d’incontro
Noi brancoliamo insieme
Evitiamo di parlare
Ammassati su questa riva del tumido fiume
Privati della vista, a meno che
Gli occhi non ricompaiano
Come la stella perpetua
Rosa di molte foglie
Del regno di tramonto della morte
La speranza soltanto Degli uomini vuoti.
V
Qui noi giriamo attorno al fico d’India
Fico d’India fico d’India
Qui noi giriamo attorno al fico d’India
Alle cinque del mattino.
Fra l’idea
E la realtà
Fra il movimento
E l’atto
Cade l’Ombra
Perché Tuo è il Regno
Fra la concezione
E la creazione
Fra l’emozione
E la responsione Cade l’Ombra
La vita è molto lunga
Fra il desiderio
E lo spasmo
Fra la potenza
E l’esistenza
Fra l’essenza
E la discendenza
Cade l’Ombra
Perché Tuo è il Regno
Perché Tuo è
La vita è
Perché Tuo è il
E’ questo il modo in cui finisce il mondo
E’ questo il modo in cui finisce il mondo
E’ questo il modo in cui finisce il mondo
Non già con uno schianto ma con un lamento.
Settembre 7, 2009
Non è poi così triste Venezia…

COSMONAUTA
di Susanna Nicchiarelli
(sezione Controcampo italiano)
All’inizio degli anni sessanta Arturo e Luciana, fratello e sorella, comunisti convinti e appassionati, seguono insieme la cronaca della corsa allo spazio, tifando per i cosmonauti sovietici. A poco a poco però, mentre crescono, il rapporto tra i due si complica: Luciana, adolescente aggressiva e spregiudicata, comincia ad avere i primi fidanzati e a vergognarsi sempre di più di quel buffo fratellone che invece, forse per via dell’epilessia, sembra non maturare mai.
E questo il bel trailer del film: COSMONAUTA_TRAILER
Nella sezione Settimana internazionale della critica segnalo inoltre:
GOOD MORNING AMAN di Claudio Noce
Aman, ventenne somalo cresciuto a Roma, lavora presso un rivenditore di auto usate. La notte, poiché soffre di insonnia, cammina senza meta per le strade dell’Esquilino, tra la stazione Termini e piazza Vittorio. Una sera, introdottosi di nascosto sul terrazzo condominiale di un palazzo, fa la conoscenza di Teodoro, un ex pugile quarantenne dal passato oscuro. Tra i due nasce un’amicizia che via via si trasforma in un legame dai contorni fortemente ambigui. Teodoro si serve del ragazzo, ma a sua volta Aman intravede nel rapporto con l’uomo la possibilità di un riscatto sociale.
Agosto 26, 2009
Come una luna nell’acqua – I LIBRI DEGLI ALTRI -
Tocco la tua bocca, con un dito tocco l’orlo della tua bocca, la sto disegnando come se uscisse dalle mie mani, come se per la prima volta la tua bocca si schiudesse, e mi basta chiudere gli occhi per disfare tutto e ricominciare, ogni volta faccio nascere la bocca che desidero, la bocca che la mia mano sceglie e ti disegna in volto, una bocca scelta fra tutte, con sovrana libertà scelta da me per disegnarla con la mia mano sul tuo volto, e che per un caso che non cerco di capire coincide esattamente con la tua bocca che sorride sotto quella che la mia mano ti disegna.
Mi guardi, mi guardi da vicino, ogni volta più vicino e allora giochiamo al ciclope, ci guardiamo ogni volta più da vicino e gli occhi ingrandiscono, si avvicinano fra loro, si sovrappongono e i ciclopi si guardano, respirando confusi, le bocche si incontrano e lottano tepidamente, mordendosi con le labbra, appoggiando appena la lingua sui denti, giocando entro i loro recinti dove un’aria pesante va e viene con un profumo vecchio e un silenzio. Allora le mie mani cercano di affondare nei tuoi capelli, carezzare lentamente la profondità dei tuoi capelli mentre ci bacaiamo come se avessimo la bocca piena di fiori o di pesci, di movimenti vivi, di fragranza oscura. E se ci mordiamo il dolore è dolce, se ci soffochiamo in un breve e terribile assorbire simultaneo del respiro, questa istantanea morte è bella. E c’è una sola saliva e un solo sapore di frutta matura, e io ti sento tremare stretta a me come una luna nell’acqua.
Da Il gioco del mondo di J. Cortazar
Un pezzo più dolce non potevo trovarlo.
Luglio 24, 2009
Goal!

pic by http://www.flickr.com/photos/geomangio/
“Anche il calcio è fatto d’aggregazione.

pic by http://www.flickr.com/photos/geomangio/
Credo al team dentro la cornice di un campo da gioco,
a un cinema mai individualista”
K. Loach
Giugno 1, 2009
Nel bel paese…

Nella terra della mafia e della camorra che importanza può avere il fatto provato che il primo ministro sia un delinquente?
Maggio 15, 2009
Innamorato della Palestina – M. Darwish

Innamorato della Palestina
I tuoi occhi sono una spina nel cuore
lacerano, ma li adoro.
Li proteggo dal vento
e li conficco nella notte e nel dolore
cosi la sua ferita illumina le stelle,
trasforma il presente in futuro
più caro della mia anima.
Dimentico qualche tempo dopo
quando i nostri occhi si incontrano
che una volta eravamo
insieme, dietro il cancello.
Le tue parole erano una canzone
che io tentavo di cantare ancora,
ma la tribolazione si era posata
sulle fiorenti labbra.
Le tue parole come la rondine
volarono via da casa mia
volarono anche la nostra porta
e la soglia autunnale
inseguendo te,
dove si dirigono le passioni ….
I nostri specchi si sono infranti
la tristezza ha compiuto 2000 anni,
abbiamo raccolto le schegge del suono
e abbiamo imparato a piangere la patria.
La pianteremo insieme,
nel petto di una chitarra;
la suoneremo sui tetti della diaspora
alla luna sfigurata ed ai sassi.
Ma ho dimenticato,
oh tu dalla voce sconosciuta !
Ho dimenticato,
è stata la tua partenza
ad arrugginire la chitarra,
o è stato il mio silenzio ?
Ti ho vista ieri al porto
viaggiatore senza provviste … senza famiglia.
Sono corso da te come un orfano
chiedendo alla saggezza degli antenati:
perché trascinare il giardino verde
in prigione, in esilio, verso il porto
se rimane, malgrado il viaggio,
l’odore del sale e dello struggimento,
sempre verde?
Ho scritto sulla mia agenda:
amo l’arancio e odio il porto,
ho aggiunto sulla mia agenda:
al porto mi fermai
la vita aveva occhi d’inverno,
avevamo le bucce dell’arancio
e dietro di me la sabbia era infinita!
Giuro, tesserò per te
un fazzoletto di ciglia
scolpirò poesie per i tuoi occhi
con parole più dolce del miele
scriverò “sei palestinese e lo rimarrai”
Palestinesi sono i tuoi occhi,
il tuo tatuaggio
Palestinesi sono il tuo nome,
i tuoi sogni
i tuoi pensieri e il tuo fazzoletto.
Palestinesi sono i tuoi piedi,
la tua forma
le tue parole e la tua voce.
Palestinese vivi, palestinese morirai.
Maggio 14, 2009
Simposio Platone
..a prima vista sembrano discorsi ridicoli…
Parla di somari,
di fabbri o di calzolai oppure di conciatori,
e sembra che dica sempre le stesse cose
con le solite parole.
Uno senza cultura (e senza intelligenza)
li sente e si mette a ridere.
Ma apriteli questi discorsi,
cercate di entrarci dentro:
soltanto nel loro profondo
voi scoprirete quanto sono intelligenti,
e vi sembreranno ispirati
e pieni di simboli affascinanti,
e ne capirete la grande tensione,
e quanto badano a tutto quello che serve
per diventare una persona che vale.
(Simposio – Platone)
Aprile 28, 2009
Perchè leggere i classici – Italo Calvino
Sono OLTREMODO affezionata a Calvino.
Nel 1981 scrive per “L’Espresso” un articolo intitolato Italiani, vi esorto a leggere i classici. Eccovelo tagliato alla buona, giusto per farsi un’idea…

Cominciamo con qualche proposta di definizione.
1. I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito: “Sto rileggendo…”
e mai “Sto leggendo…”
Il prefisso interativo davanti al verbo “leggere” può essere una piccola ipocrisia da parte di quanti si vergognano d’ammettere di non aver letto un libro famoso. Per rassicurarli basterà osservare che per vaste che possano essere le letture “di formazione” d’un individuo, resta sempre un numero enorme d’opere fondamentali che uno non ha letto.
2. Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli.
3. I classici sono libri che esercitano un’influenza particolare sia quando s’impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale.
4. D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima.
5. D’un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura.
6. Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.
7. I classici sono quei libri che ci arrivano portando su di sè la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sè la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato (o più semplicemente nel linguaggio o nel costume).
La lettura di un classico deve darci qualche sorpresa, in rapporto all’immagine che ne avevamo. Per questo non si raccomanderà mai abbastanza la lettura diretta dei testi originali scansando il più possibile bibliografia critica, commenti, interpretazioni. La scuola e l’università dovrebbero servire a far capire che nessun libro che parla d’un libro dice di più del libro in questione; invece fanno di tutto per far credere il contrario.
8. Un classico è un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sè, ma continuamente se li scrolla di dosso.
9. I classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti.

"Please, sir, I want some more"_Charles Dickens
Naturalmente questo avviene quando un classico “funziona” come tale, cioè stabilisce un rapporto personale con chi lo legge. Se la scintilla non scocca, niente da fare: non si leggono i classici per dovere o per rispetto, ma solo per amore.
10. Chiamasi classico un libro che si configura come equivalente dell’universo, al pari degli antichi talismani.
Con questa defnizione ci si avvicina all’idea di libro totale, come lo sognava Mallarmè. Ma un classico può stabilire un rapporto altrettanto forte d’opposizione, d’antitesi. Tutto quello che Jean-Jacques Rousseau pensa e fa mi sta a cuore, ma tutto m’ispira un incoercibile desiderio di contraddirlo, di criticarlo, di litigare con lui.
11. Il “tuo” classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui.
12. Un classico è un libro che viene prima di altri classici ; ma chi ha letto prima gli altri e poi legge quello, riconosce subito il suo posto nella genealogia.
L’attualità può essere banale e mortificante, ma è pur sempre un punto in cui situarci per guardare in avanti o indietro. Per poter leggere i classici si deve pure stabilire “da dove” li stai leggendo, altrimenti sia il libro che il lettore si perdono in una nuvola senza tempo.
13. E’ classico tutto ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno.
14. E’ classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona.
Non resta che inventarci ognuno una biblioteca ideale dei nostri classici; e direi che ssa dovrebbe comprendere per metà libri che abbiamo letto e che hanno contao per noi, e per metà libri che ci proponiamo di leggere e presupponiamo possano contare. Lasciando una sezione di posti vuoti per le sorprese, le scoperte occasionali.
Ora dovrei riscrivere tutto l’articolo facendo risultare ben chiaro che i classici servono a capire chi siamo e dove siamo arrivati e perciò gli italiani sono indispensabili proprio per confrontarli con gli stranieri, e gli stranieri sono indispensabili proprio per confrontarli agli italiani.
poi dovrei riscriverlo ancora una volta perchè non si creda che i classici vanno letti perchè “servono” a qualcosa. La ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici.
E se qualcuno obietta che non val la pena di fa tanta fatica, citerò Cioran (non un classico, almeno per ora, ma un pensatore contemporaneo che solo ora si comincia a tradurre in Italia):
“Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto.
- A cosa ti servirà? – gli fu chiesto.
- A sapere quest’aria prima di morire -”
in Perchè leggere i classici, Italo Calvino, 1991
Aprile 20, 2009
Esercizi di stile – I libri degli altri

Parole composte
In una trafficora mi buspiattavo comultitudinariamente in un nuovo spaziotempo luteziomeridiano coitinerando con un lungicollo floscincappucciato e nastrocordicellone, il quale appellava un tiziocaiosempronio altavociando che lo piedipremesse. Poscia si rapidosedilizzò. In una posteroeventualità lo rividi stazioncellonlazzarizzante con un caiotizio impertinentementenunciante l’esigenza di una bottonelevazione paltosupplementante. E gli perchè percomava.

La mia prima foto di un cane che venne pubblicata, fu scattata nel 1946. Non rammento le circostanze o quello che avevo in testa. Probabilmente nulla di speciale.(E.Erwitt))
Distinguo
Un bel dì sul torpedone (non la torre col pedone) scorsi (ma non preteriti) un tipo (non uhn carattere a stampa) ovvero un giovinotto (che non era un sette da poco cresciuto), munito (sì, ma non scimunito) di un cappello incoronato (non incornato) da un gallone (non di birra), e con un linghissimo collo (non postale). Costui si mette ad apostrofare (ma non a virgolettare) un passeggero (a cui però non vende almanacchi) e lo accusa (anche se non è un dolore) di pestargli i piedi (non del verso) ad ogni fermata (che non è una ragazza caduta in una retata).
Poi la smette di protestare (ma le cambiali non c’entrano) e si lancia (non motovedetta) su di un posto libero (che non è in alternativa al posto dello stopper).
Due ore dopo lo ritrovo (non nel senso di club) alla stazione Saint Lazare (che non è il luogo per appestati), dove una tale (che non è un racconto inlgese) gli dà il consilgio (non d’amministrazione) di soprelevare (senza bisogno di permessi edilizi) un bottone (ma non nel senso di un enorme contenitore di frassino per liquidi fermentati).
Aprile 10, 2009
I libri degli altri – Cortigiane
Intermezzo.
Spulciando qua e là: Memorie di una cortigiana veneziana, autrice a quanto pare anonima (o almeno io non sono riuscita a scoprirla).
Una piccola parentesi di letteratura erotica che inaugura la categoria: I LIBRI DEGLI ALTRI.
..e una chicca finale. Buona lettura.
[...]La descrizione dell’acquisto del dildo nel negozio di cristalli di Murano ci riempì di buonumore. Il negoziante le aveva chiesto di che musura lo volesse, e lei era rimasta così sbigottita da quella domanda che aveva risposto senza pensarci su: “il più grande che avete”.
Il negoziante era quindi tornato dal retrobottega portando con se un contenitore di tali dimensioni che Alina non poteva credere ai suoi occhi. Ella disse che più che di un dildo sembrava trattarsi di uno scalino per i piedi costruito per qualche bizzarro motivo a forma di pene. Aggiunse poi, rivolgendosi al negoziante, che no gli aveva chiesto il campanile di San Giorgio, e che sarebbe stato meglio vederne uno di dimensioni medio-piccole.
Il dildo in questione è ora poggiato sul tavolo qui davanti, e anche la sua misura appare spaventosa. E’ un oggetto di ottima fattura in vetro duro e liscio, dotato di un puntale estremamente realistico e di una piccola protuberanza a forma di testicoli dalla funzione di manico, in cui va inserito il tappo di sughero. Molte donne usano orinarci dentro, mentre Alina aveva preferito riempirlo di acqua calda. Abbiamo riso insieme all’idea che avrebbe inserito una provvista di acqua calda per il mio dildo nella lista dei compiti giornalieri di cui personalmente si occupava. Cara Alina.
Faustolla ha una vera collezione di questi oggetti, in legno, cuoio e avorio oltre che di vetro. Ella preferisce tuttavia fare con le mani quando, raramente, non dispone di un membro vero e proprio.[...]
Da Memorie di una cortigiana veneziana
Aprile 8, 2009
Trementina – P.Neruda

Ubriaco di trementina e di lunghi baci,
guido il veliero delle rose, estivo,
che volge verso la morte del giorno sottile,
posato sulla solida frenesia marina.
Pallido e ormeggiato alla mia acqua famelica
incrocio nell’acre odore del clima aperto,
ancora vestito di grigio e di suoni amari,
e di un cimiero triste di spuma abbandonata.
Vado, duro di passioni, in sella all’unica mia onda,
lunare, solare, ardente e freddo, repentino,
addormentato nella gola di felici
isole bianche e dolci come freschi fianchi.
Trema nella notte umida il mio abito di baci
follemente carico di impulsi elettrici,
diviso in modo eroico tra i miei sogni
e le rose inebrianti che con me si cimentano.
Controcorrente, in mezzo a onde esterne,
il tuo corpo parallelo si ferma tra le mie braccia
come un pesce per sempre incollato alla mia anima,
rapido e lento nell’energia subceleste.
Aprile 4, 2009
Sylvia Plath, Contusione
Il colore affluisce nel punto, viola opaco.
Il resto del corpo è slavato,
colore di perla.
In un pozzo di roccia
il mare succhia ossessivo,
una cavità perno di tutto il mare.
Grande come una mosca,
il segno fatale
striscia giù per il muro.
Il cuore si chiude,
il mare rifluisce,
gli specchi sono velati.
(Da Poesie 1963)

Marzo 28, 2009
Coincidenze
Triste è il mio cuore
più pace non ho
nè mai ritrovarla
in terra potrò.
Nel suo desiderio
divampa il mio petto
potessi qui averlo
tra le braccia stretto.
Potessi baciarlo
fin quasi a sfinire
e con i suoi baci
felice morire.
Si chiama La stanza di Margherita questo pezzo tratto dalla prima parte del Faust di Goethe. Inevitabile per me il rimando a Bulgakov e non solo per il fatal nome: Margherita. Quanto soprattutto per via della citazione con la quale Bulgakov inizia il romanzo appunto Il Maestro e Margherita:
“Dunque tu chi sei?”
“Una parte di quella forza
che vuole costantemente il Male
e opera costantemente il Bene”
Marzo 17, 2009
Eufemia – Le città invisibili – Italo Calvino
A ottanta miglia incontro al vento di maestro l’uomo raggiunge la città di Eufemia, dove i mercanti di sette nazioni convengono ad ogni solstizio ed equinozio. La barca che vi approda con un carico di zenzero e bambagia tornerà a salpare con la stiva colma di pistacchi e semi di papavero, e la carovana che ha appena scaricato sacchi di noce moscata e di zibibbo già affastella i suoi basti per il ritorno con rotoli di mussola dorata. Ma ciò che spinge a risalire fiumie attraversare deserti per nvenire fin qui non è solo lo scambio di mercanzie che ritrovi sempre in tutti i bazar dentro e fuori l’impero del Gran Kan, sparpagliate ai tuoi piedi sulle stesse stuoie gialle, all’ombra della stessa tenda scacciamosche, offerti con gli stessi ribassi di prezzo menzonieri. Non solo a vendere e a comprare si viene ad Eufemia, ma anche perchè la notte accanto ai fuochi tutt’intorno al mercato, seduti sui sacchi o sui barili o sdraiati su mucchi di tappeti, a ogni parola che uno dice -come “lupo”, “sorella”, “tesoro nascosto”, “battaglia”, “scabbia”, “amanti”- gli altri raccontano ognuno la sua storia di lupi, di sorelle, di tesori, di scabbi, di amanti, di battaglie. E tu sai che nel lungo viaggio che ti attende, quando per restere sveglio al dondolio del cammello o della giunca ci si mette a ripensare tutti i propri ricordi a uno a uno, il tuo lupo sarà diventato un altro lupo, tua sorella una sorella diversa, la tua battaglia altre battaglie, al ritorno da Eufemia, la città in cui ci si scambia la memoria a ogni solstizio e a ogni equinozio.
Marzo 15, 2009
Conseguenze

J.Vettriano
Se prima di ogni nostro atto ci mettessimo a prevedere tutte le conseguenze, a considerarle seriamente, anzitutto quelle immediate, poi le probabili, poi le possibili, poi le immaginabili, non arriveremmo neanche a muoverci dal punto in cui ci avrebbe fatto fermare il primo pensiero.
(Da Cecità di Josè Saramago, Einaudi)
Marzo 13, 2009
Quelli di oggi…quelli di ieri

Vedo grandi folle avanzare nel cammino aperto da Yarince
e dai guerrieri, quelli di oggi, quelli di allora.
Nessuno sarà padrone di questo corpo di laghi e vulcani
di questa mescolanza di razze,
di questa storia di lance;
di questo popolo amante del mais,
delle feste al chiaro di luna;
del popolo dei canti e dei tessuti di tutti i colori.
Nè lei nè io siamo morte senza un progetto, senza lasciare un’eredità.
Siamo tornate alla terra da dove ancora torneremo a vivere.
Popoleremo di frutti carnosi l’aria dei tempi nuovi.
Colibrì Yarince
Colibrì Felipe
danzeranno sulle nostre corolle
ci feconderanno eternamente.
Vivremo nel crepuscolo della gioia
nell’alba di tutti i giardini.
Presto vedremo il giorno colmo di felicità
le imbarcazioni dei conquistatori allontanarsi per sempre.
Saranno nostri l’oro e le piume
il cacao e il mango
l’essenza dei sacuanjoches.
Chi ama non muore mai.
Da La donna abitata, Gioconda Belli
Marzo 4, 2009
La storia per Queneau
Se non vi fossero guerre o rivoluzioni, non vi sarebbe storia, non vi sarebbe materia di storia.
La storia non avrebbe oggetto.
Tutt’al più esisterebbero gli annali. La storia è la scienza dell’infelicità dell’uomo.
(1966)
Febbraio 28, 2009
Futurismo Lusitano
Quest’anno il futurismo compie 100 anni. E cosa c’entra Pessoa?
Andiamo con ordine.
Gli eteronimi. In letteratura sono degli pseudonimi che hanno però una propria personalità, un background culturale proprio, appartengono a correnti letterarie diverse. Ognuno degli eteronimi di Pessoa nasce in un determinato luogo, è influenzato da un determinato tipo di letteratura, ha una vita tutta sua.
“Dal 1914 al 1935 quattro diversi poeti, diversi e perfino contrastanti per voce e temperamento, ma tutti ugualmente grandi e affascinanti per la complessità dei temi e la qualità del verso, poetano contemporaneamente, polemizzano epistolarmente, discutono pubblicamente, si redigono a vicenda prefazioni amichevoli ma compitissime (sempre dandosi del Lei, erano altri tempi), finchè, inspiegabilemente tacciono tutti allo stesso tempo, scomparendo nel nulla.”
Così scrive Tabucchi, il maggiore studioso di Pessoa in Italia, in un suo saggio molto interessante chiamato Un baule pieno di gente, prefazione al testo Una sola moltitudine, Adelphi.
Alvaro de Campos, Ricardo Reis, Albero Caerio, Berrnardo Soares..questi sono solo alcuni dei nomi più celebri a cui Pessoa diede VITA.
Nacquero e morirono con lui, come lui, precocemente, a 47 anni.
A marzo del 1914, l’anno in cui la colta Europa affilava le baionette, Fernando ebbe una specie di illuminazione. Quello fu un giorno triumfal per lui e nacquero dalla sua mente questi quattro autori. Apparirono nello specchio nel quale si guardava ogni giorno.
Chi sono più da vicino? Caeiro è il Maestro, l’anziano poeta, “l’olimpica e insieme tenebrosa ricognizione del mondo, il fenomenologo”; Reis il monarchico in esilio, poeta neo-classico; Alvaro de Campos, invece è il futurista.
Ecco svelata l’associazione tra centeneario del futurismo e Pessoa.
_Chi è Campos?_
Nacqua a Tavira, in Algarve, nel 1890, si laureò a Glasgow in ingegneria navale, anche se visse sempre a Lisbona senza esercitare la professione. La prima educazione la ricevette da uno zio sacerdote della Beira, che gli insegnò il latino. Nei primi mesi del 1914 fece un lungo viaggio in Oriente, via mare, da cui risultò l’esperienza poetica di Opiario, poi pubblicato retrodatato, un poemetto su temi liberty (il transatlantico, l’oppio, l’esotismo) intriso di un’ironia dandystica e volutamente futile, sul compasso di un Wilde e di un Laforgue. Ma pochi mesi dopo, nel giugno del 1914, Campos firmava l’Ode Triunfal, solenne e vitalistica celebrazione del brulichio del reale, che avrebbe fatto da manifesto al Modernismo portoghese. Campos fu la tipica figura di un certo avanguardista dell’epoca, borghese e antiborghese, raffinato e provocatorio, impulsivo, nevrotico e angustiato. Il suo Ultimatum ai mandarini letterari dell’epoca, pubblicato nel 1917 fu di questo atteggiamento il tipico marchio di fabbrica. La Grande Guerra assai più che efficace delle avanguardie ha spazzato l’Europa lasciandola deserta di valori e di certezze. Lo poesia di Campos, perso lo slancio degli eroici furori, sublima nell’ironia e nel cinismo una disperazione che da esistenziale si sta facendo ontologica. L’introspezionismo proustiano, via Gide, e con esso Pirandello e il pirandellismo, sono il nutrimentio della seconda avanguardia portoghese, quella “Presença” cui Campos collabora, con discrezione e riserbo, con le grandi poesie dell’assenza e del nichilismo: Apontamento (1929), Aniversario (1930), Tabacaria (1933).”
Da Un sola moltitudine, Adelphi Edizioni, 2000.
Ed eccovi tre poesie.
La prima contiene una non troppo velata ironia sull’italiano Marinetti.
E visto che non l’ho in simpatia affatto..la metto!
La seconda è sulle lettere d’amore e le parole sdrucciole.
In portoghese rende molto meglio, se siete curiosi si può anche aggiungere.
La terza sul niente. Sì, sul niente…
Buona lettura.

A.Negreiros, Ritratto di Fernando Pessoa
Ci arrivano tutti, ci arrivano tutti…
Un giorno o l’altro, salvo incidenti, ci arriverò anch’io,
visto che tutti, del resto, nascono per questo…
Non ho scampo se non morire prima,
non ho rimedio se non scalare il Grande Muro…
Se resto qui mi acchiapperanno per socializzarmi.
Ci arrivano tutti, per sono nati per Questo,
e si arriva solo al Questo per cui si è nati…
Ci arrivano tutti…
Marinetti, accademico…
Le Muse si sono vendicate con riflettori, caro mio,
alla fine ti hanno piazzato alla ribalta della vecchia cantina,
e la tua dinamica, sempre un pò all’italiana: ffiiiiiii…..
(s.d)

O poeta é um fingidor
Tutte le lettere d’amore sono
ridicole.
Non sarebbero lettere d’amore se non fossero
ridicole.
Anche io ho scritto ai miei tempi lettere d’amore,
come le altre,
ridicole.
Ma dopotutto
solo coloro che non hanno mai scritto
lettere d’amore,
sono
ridicoli.
Magari fosse ancora il tempo in cui scrivevo
senza accorgermene
lettere d’amore
ridicole.
La verità è che oggi
sono i miei ricordi
di quelle lettere
a essere ridicoli.
(Tutte le parole sdrucciole,
come tutti i sentimenti sdruccioli,
sono naturalemente
ridicole)
(21 Ottobre 1935)

Pessoa in portoghese significa "persona"
Non sto pensando a niente,
e questa cosa centrale, che a sua volta non è niente,
mi è gradita come l’aria notturna,
fresca in confronto all’estate calda del giorno.
Che bello, non sto pensando a niente!
Non pensare a niente
è avere l’anima propria e intera.
Non pensare a niente
è vivere intimamente
il flusso e riflusso della vita…
Non sto pensandoa niente.
Un dolore nella schiena o sul fianco,
un sapore amaro nella bocca della mia nima:
perchè, in fin dei conti,
non sto pensando a niente,
ma proprio a niente,
a niente…
(6 Luglio 1935)
Febbraio 18, 2009
Su amore, tradimento e gelosia – M. Soldati

The same old game - J. Vettriano
Tradimenti o supposti tradimenti – non ho mai avuto prove nè in un senso nè nell’altro- ce ne sono stati ancora, non pochi. E anche io la tradivo. [...] Certo. Cauto e minuzioso in ogni particolare, badavo a che Edith non scoprisse questi miei capricci. Qualunque tentazione non era più nemmeno una tentazione se accompagnata dal minimo pericolo che Edith venisse a sapere. E questo, non soltanto perchè avevo paura della sua gelosia e delle sue vendette, ma più ancora perchè la sua sofferenza sarebbe stata una sofferenza anche per me. Mi rendo conto che posso sembrare un ipocrita. Ma è la pura verità: in fondo, non mi sentivo colpevole, non avevo la coscienza di tradirla: esattamente come se Edith fosse una madre o una sorella che amavo più di ogni altra creatura al mondo ma in un modo tutto diverso e, in ogni caso, infinitamente di più. Nè esisteva per me nessuna possibile reciprocità. Ero gelosissimo di Edith. Il più piccolo sospetto che lei mi tradisse mi angosciava. Ma escludevo che i suoi eventuali tradimenti, da me soltanto sospettati, assomigliassero sia pure di lontano ai miei tradimenti reali, realmente perpetrati. Follia? Mi pareva invece saggezza, e mi confortavano le parole del mio vecchio amico e grande poeta: “L’uomo è un corpo veloce , la donna trattiene”. In quegli anni il femminismo non aveva ancora trionfato, e per me le altre ragazze non avevano importanza al di là dell’effimero piacere che mi davano. O piuttosto un’importanza ce l’avevano, sì, una sola e grandissima: erano stranamente collegate all’affetto che provavo per Edith.
Ancora una volta, devo precisare il senso di una realtà che allora mi sfuggiva. Allora mi dicevo semplicemente, stupidamente, che ero fatto così, che ero debole e diviso, un pò schizofrenico. Dopo lunghe e tormentose riflessioni, in tanti anni fino a oggi, credo di avere capito come stanno le cose per me, ma anche per moltissimi altri uomini e non diversamente per moltissime donne. L’amore indissolubile che a volte ci lega con una creatura sola implica la perdita della nostra libertà, e noi non ci sentiamo mai tanto innamorati di quella creatura come quando tentiamo, sapendo che è soltanto un tentativo, di liberarci di lei. In questo modo i tradimenti passeggeri sono dunque una forma infernale di fedeltà. Infernale, ossia crudele soltanto per noi: infatti, bisogna assolutamente che la creatura unica da noi amata non ne sappia nulla.
Da La sposa americana, 1977.
Ancora sul tradimento, la fedeltà, l’amore nei rapporti di coppia. Ho trovato questo filo e continuo a seguirlo. Ho iniziato qualche tempo fa con Milan Kundera,
FEDELTÁ E TRADIMENTO Il tradimento. Fin da piccoli il papà e il maestro ci dicono che è la cosa peggiore che si possa immaginare. Ma che cos’è questo tradire? Tradire significa uscire fuori dai ranghi. Tradire significa uscire dai ranghi e partire verso l’ignoto. Sabina non conosceva niente di più bello che partire verso l’ignoto.[...]
Fu nuovamente assalita dal desiderio di tradire: tradire il proprio tradimento Annunciò al marito (non vedeva più in lui la testa calda, ma solo un fastidioso ubriaco) che lo avrebbe lasciato. Ma se tradiamo B, per il quale abbiamo tradito A, non ne deriva necessariamente che ci riconcilieremo con A. La vita della pittrice divorziata non somigliava alla vita dei genitori traditi. Il primo tradimento è irreparabile. Esso provoca una reazione a catena di nuovi tradimenti, ciascuno dei quali ci allontana sempre più dal punto del tradimento originario.
continuo oggi con Soldati.
Febbraio 5, 2009
Passeggiata a Roma – Zeppelin

Via di Capannelle_Il tramvetto

Via di Capannelle_Il tramvetto
Nel 1997 come supplemento a Diario uscì Zeppelin. Passeggiate letterarie in giro per alcune delle più belle città italiane, raccontate da scrittoti. Ho fatto una selezione e vi propongo Roma, Napoli, Parma, in tre puntate. Gli autori che ho scelto per Roma sono Casanova, Gogol e Marziale. Buona lettura.

Anfiteatro Flavio e Arco di Costantino
Giacomo Casanova
Come comportarsi a Roma
L’uomo che vuole fare fortuna in questa antica capitale del mondo deve essere un camaleonte capace di riflettere tutti i colori dell’ambiente che lo circonda, un Proteo capace di assumere tutte le forme. Deve essere compiacente, insinuante, falso, impenetrabile, spesso strisciante, perfidamente sincero; deve fingere sempre di sapere meno di quello che sa, deve avere un tono di voce inalterabile, deve essere paziente, deve saper padroneggiare la propria fisionomia, deve essere freddo come il ghiaccio quando un altro al suo posto sarebbe tutto fuoco; e se ha la disgrazia di di non avere la fede nel cuore, deve averla nell’intelletto e soffrire in pace, se è un uomo onesto, la mortificazione di doversi riconoscere per un ipocrita. E se detesta comportarsi così, è meglio che lasci Roma e vada a cercare fortuna altrova. Di tutte queste doti, e non so se ciò sia un vanto o una confessione, io avevo solo la compiacenza: per il resto, non ero che un simpatico stordito, un buon cavallo di razza, per nulla ammaestrato male, il che è peggio. [...] A Roma ci sono molte cose che nei primi giorni sorprendono, ma alle quali si fa poi l’abitudine. Non esiste città cattolica in cui ci si preoccupi meno della religione. I romani sono come dipendenti della manifattura tabacchi, che hanno il permesso di prendere gratis quanto tabacco vogliono. Vi si vive nella massima libertà, se si eccettua il fatto che gli ordini santissimi sono temibili quanto lo erano a Parigi gli ordini regi prima della Rivoluzione.
Memorie scritte da lui medesimo, 1789-1798
(traduzione di Piero Chiara)

Scalinata di Trinità dei Monti 1880
Nicolaj Vasilevic Gogol
Gogol abitò in via Sistina al n. 123 dal 1838 al 1842.
In una lettera del 1838 ad un amico descrive così il Carnevale romano:
E’ tempo di carnevale, tutta la città va a spasso. Il carnevale è una manifestazione grandiosa in tutta Italia, ma a Roma in modo particolare. Tutti scendono nelle strade, ognuno è mascherato. Chi non ha mezzi per travestirsi rivolta la palandrana e si imbratta il muso di nerofumo. Alberi interi e tappeti di fiori girano per le vie, spesso passa qualche carro tutto foglie e ghirlande…sul carro troneggia una comitiva nel gusto delle antiche festività in onore di Cerere; sembra uscito da un dipinto Hubert Robert. Il corso si direbbe coperto di enve, tanta è la farina che vi è stata buttata. Avevo sentito parlare di “confetti” ma non mi aspettavo una cosa tanto meravigliosa! Figurati che puoi lasciare in faccia alla più bella un sacco intero di farina e quello non solo non si arrabbierà, neanche se è una Borghese, ma tela renderà in uguale misura. In altri paesi la plebe sola si diverte. Qui tutti stanno insieme. C’è una libertà straordinaria che ti manderebbe in visibilio. Puoi parlare e offrire fiori a chi ti pare. Puoi anche saltare su una carrozza di passaggio e sederti tra due sconosciuti…
da Gogol a Roma
a cura di D. Borghese, 1838.

Via Nazionale
Marziale
Sui rumori di Roma
A Roma la mattina un poveretto non sa dove riposarsi.
La mattina ti rompono le scatole i maestri di scuola, la notte i fornai e per tutto il giorno il martello dei calderari. Qui un tabacchiere ozioso fa tintinnare sul suo banco un sacco di monete, là un battitore d’oro spagnolo fa rumore con i suoi attrezzi.
Poi gli scatenati seguaci di Cibele non prendono fiato con i loro canti, il naufrago che attreversa la strada abbracciato a un tronco, l’ebreo che chiede l’elemosina esortato dalla madre e il mercante che reclamizza la sua merce.
Chi può dormire?[...]
Tutta questa marmaglia mi sveglia con schiamazzi e risate e praticamente tutta Roma è accanto al mio letto. Se voglio dormire in pace non ho altra scelta: scappare in campagna.
Epigrammi, XII, 57, intorno al 90 d.C.
(traduzione di Valerio Bispuri)
Gennaio 27, 2009
L’assessore assassino e la pazzia di Evgheniij

Altre due poesiole di Stefano Benni. Sono molto affezionata a questo libro, si vede. L’autore architetta uno scherzo, una burla letteraria: finge, come vi sarete accorti nell’articolo precedente, di tradurre componimenti di celebri poeti, facendo molta attenzione a rimanere fedele al loro stile e alla loro poetica. Esperimento geniale a dir poco. E scherzo ben riuscito. La storia la trovate qui sotto. Buona lettura.
***
Durante l’estate romana del 1979 il comune, tramite l’assessore comunale alla cultura Renato Nicolini, organizzò un festival internazionale di poesia con Ginsberg, Entusenko, altri poeti. Benni “tradusse” due composizioni di Ginseberg e Entusenko. Ma il “Messaggero” abboccò, scambiandole per autentiche. L’infortunio diventò colossale e la beffa di Benni fu addirittura datata: si scrisse che il componimento di Entusenko era stato scritto, chissà poi perchè, in autunno a Berlino. Ma l’amo di Benni pescò un pesce più grosso. Antonello Trombadori prese per autentica la poesia di Allen Ginsberg e, nel corso di un dibattito in tv, la lesse fra le risa degli ascoltatori, come un brano che provava “l’idiozia” della poesia moderna. Seguì una dolce smentita di Ginsberg e una violenta telefonata del poeta sovietico al direttore del “Messaggero”.

Allen Ginsberg
Sutra di Nicolini
(poesia inedita di Allen Ginsberg)
Inoltre se mi capisci io ti dichiaro un nicolini
nicolini cristo one man show revival mandala hollywood
nicolini cibernetico il cui camerino è una grotta in un computer interstellare
comete & comiche mute e sorriso di Gable & denti da vampiro
sangue finto panzanelle rock coca-cola calda
nicolini furbo che ruba le ghiande a paperino
nicolini chicolini
molte donne sognano cineclub ultima fila buoi con nicolini
nicolini con la zazzera selvaggia cammina lungo il Colosseo piangendo
nicolini si buca imita sovente Sordi & Lindsey Kemp Corman
Rivera perchè no Vertov
nicolini power, oh tu onnipotente, onnipotente universale,
onnipotente il rantolo universale
dei tuoi mille comunicati stampa zen nicolini
pornonicolinistereonicolininicoliniboia
quale macchina celeste, quale burocrazia centrale,
quale Metro Goldwyn Lenin Mayer
potrà fermarti sulla tua Cadillac russa mentre la radio
impazzita blatera blues Baglioni bi-erre da Cleaveland o Ostia?
nicolini sibilo di droga nell’occhio di Nonna Papera
nicolini assassino, nicolini assessore
nicolini venti pastiglie di argan per un suicidio su un letto sfatto
nicolini che usa Marilyn come un segnalibro
nicolini può far riscoprire dio ma è perfettamente ateo
e gli insetti intorno alla lampada la grande lo show finale
il ponte che salta in aria
lo so ti porteranno via nicolini
nicolini da qualche pianeta un’astronave rossa scenderà ti uccideranno
oh nicolini jazz spezzato la tua vestaglia d’oro insanguinata
lampade rotte unico indizio una salsiccia del festival dell’Unità
bene bene dice il private-eye di Thiblisi fatto fuori nicolini
per santo Bogart santa Lauren alza l’ostia sotto i riflettori bollenti
così noi ti ricorderemo o dracula
o gilda o Poona alla fermata del tram o boy di terza fila
buono per tre siringhe angeliche contemporanee
su tre schermi o Socrate o pusher di cultura la mia vena
trema come una vecchia pellicola e ti aspetta resta con noi
nei secoli dei secoli nicolini the end

Evgenij Entusenko
Castelporziano
(poesie inedita di Evghenij Entusenko)
Castelporziano!
La tua canzone è selvatica
Sono mille violini gli aghi di pineta
fremito che percorre i cespugli, come l’ira
le sopracciglia di Breznev
Mare, seccàti!
Mostra sul tuo fondo svelato il galcone della poesia
Il trionfale naufragio, il mostro preistorico
le rughe geologiche di mille opere
Bucce di cocomero ed Esenin
e là, che nuota tra i preservativi,
infastidito, Lord Byron
e nella chiazza di petrolio, gabbiano invischiato
batte le ali Lorca
(e tu, Vladimir, che fai
abbracciato a una seppia?)
Castelporziano!
Quale panino conterrà la tua fame
quale verso la tua bestemmia
nell’ingorgo con mille clacson
Ma qui, tra il fumo
di mille ceri del Nepal
paese al mio confinante
io, Evghenij
io Evghenij Evtusenko
io alzo le dita di alghe e petrolio
con cui a lungo carezzai il mare
e giuro
Io lo giuro!
non urlerò quando i vostri denti curiosi
assaggeranno i miei versi
chiuderò gli occhi
inerte
come un risotto di mare, sbranato
sussurrerò
alioscia, fratellini, compagni:
divoratemi!













![12[1] Drooker__Bookpolis](http://apienavoce.files.wordpress.com/2009/05/1211.jpg?w=289&h=420)









19-Il vecchio e il nuovo di Sergej M. Ejzenštejn, URSS 1929



















