Scampoli

Lascia un commento

Fammi essere forte, forte di sonno e di intelligenza e forte di ossa e fibra; fammi imparare, attraverso questa disperazione, a distribuirmi: a sapere dove e a chi dare: a riempire i brevi momenti e le chiacchiere casuali di quell’infuso speciale di devozione e amore che sono le nostre epifanie. A non essere amara. Risparmiamelo il finale, quel finale acido citrico aspro che scorre nelle vene delle donne in gamba e sole.

Sylvia Plath, Diari

2011 in review

Lascia un commento

The WordPress.com stats helper monkeys prepared a 2011 annual report for this blog.

Here’s an excerpt:

The concert hall at the Syndey Opera House holds 2,700 people. This blog was viewed about 28.000 times in 2011. If it were a concert at Sydney Opera House, it would take about 10 sold-out performances for that many people to see it.

Click here to see the complete report.

Sotto una piccola stella – W.Szymborska

2 commenti

 

Chiedo scusa al caso se lo chiamo necessità.

chiedo scusa alla necessità se tuttavia mi sbaglio.

Non si arrabbi la felicità se la prendo per mia.

… Mi perdonino i morti se ardono appena nella mia memoria.

Chiedo scusa al tempo per tutto il mondo che mi sfugge a ogni istante.

Chiedo scusa al vecchio amore se do la precedenza al nuovo.

Perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa.

Perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito.

Chiedo scusa a chi grida dagli abissi per il disco col minuetto.

Chiedo scusa alla gente nelle stazioni se dormo alle cinque del mattino.

Perdonami, speranza braccata, se a volte rido.

Perdonatemi deserti, se non corro con un cucchiaio d’acqua.

E tu, falcone, da anni lo stesso, nella stessa gabbia,

immobile, con lo sguardo fisso sempre nello stesso punto,

assolvimi, anche se tu fossi un uccello impagliato.

Chiedo scusa all’albero abbattuto per le quattro gambe del tavolo.

Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte.

Verità, non prestarmi troppa attenzione.

Serietà, sii magnanima con me.

Sopporta, mistero dell’esistenza, se tiro via fili dal tuo strascico.

Non accusarmi, anima, se ti possiedo di rado.

Chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque.

Chiedo scusa a tutti se non posso essere ognuno e ognuna.

So che finché vivo niente mi giustifica,

perché io stessa mi sono d’ostacolo.

Non avermene, lingua, se prendo in prestito parole patetiche,

e poi fatico per farle sembrare leggere.

(da Ogni caso)

Sei la terra che aspetta – C.Pavese

1 commento

Hai un sangue, un respiro.

Sei fatta di carne

di capelli di sguardi

anche tu. Terra e piante,

cielo di marzo, luce,

vibrano e ti somigliano ‒

il tuo riso e il tuo passo

come acque che sussultano ‒

la tua ruga fra gli occhi

come nubi raccolte ‒

il tuo tenero corpo

una zolla nel sole.

Hai un sangue, un respiro.

Vivi su questa terra.

Ne conosci i sapori

le stagioni i risvegli,

hai giocato nel sole,

hai parlato con noi.

Acqua chiara, virgulto

primaverile, terra,

germogliante silenzio,

tu hai giocato bambina

sotto un cielo diverso,

ne hai negli occhi il silenzio,

una nube, che sgorga

come polla dal fondo.

Ora ridi e sussulti

sopra questo silenzio.

Dolce frutto che vivi

sotto il cielo chiaro,

che respiri e vivi

questa nostra stagione,

nel tuo chiuso silenzio

è la tua forza. Come

erba viva nell’aria

rabbrividisci e ridi,

ma tu, tu sei terra.

Sei radice feroce.

Sei la terra che aspetta.

(Hai un sangue, un respiro
da Verra la morte e avrà i tuoi occhi)

Se scuoti la bottiglia sgrenoluta risorgono megoni e gastrifèmi – F.Maraini

Lascia un commento

Bottiglie

Non siamo tutti simili a bottiglie

ripiene di ricordi e cronicaglie?

Bistròccoli, fruschelli, filaccetti

ricolmano le pance trasparine,

fanfàggini, birìdilli, nulletti

s’asserpano in ghirlande cilestrine…

Se scuoti la bottiglia sgrenoluta

risorgono megoni e gastrifèmi,

rispuntano tra mèmmola grognuta

nascosti vercigogni e schifilemi.

Talvolta vedi invece lumigenti

mirìagoli, trigèridi, fernuschi,

e piangi su gavati struggimenti

finiti coi patassi tra i rifiuschi.

Non tornano a riviverle le facce

d’amici e d’amorilli luscherosi?

Risplodono le voci, le morcacce

d’incontri cuspidali e trucidiosi!

Poi un giorno la bottiglia si tracassa,

il vetro si sbirèngola nel sole

in croccherucci verdi, in patafrassa,

tra l’erbe cucche e cionche di pagliòle.

Ahi dove sono allora i gaviretti,

i nobili tracordi, i rimembrilli,

i càccheri, gli smèrmidi, i frulletti,

i mòrfani, gli sghèfani gentili?

Sdrafànico mistero di bottiglia

bottiglia di sdrafànico mistero.

(da Gnòsi delle fanfole)

Noi – E.Sanguineti

1 commento

il nostro “noi”, se con me lo analizzi, per questa vera vera che ci lega, rigonfia

come un “o” (che al centro, è un cerchio), ci dice inseparabili e confusi: (dal cuore

della lavabiancheria, non è un caso, dopo un provocatorio ritiro, di corsa ti è risorta,

molto tua, molto tonda):

e l’ “n” mi sei tu, evidentemente, ancorchè stilizzata (e consonante),

come una tana accogliente: (come semplificata, tutta una cava cava): rimane

solo, in fondo, questo “i” minuto, ancora, già in te intruso, protruso, con il suo punto

in testa, craniomorfo, quasi in segno di festa:

(appena mi allontano, dice un “no” netto,

e disperato, il “noi”): (e a specchio, poi, in te riflette l’ “io”, che tu sostieni):

(a stento accetto, tanto ci è perfetto, il “noi in o”, nostro anagramma e dramma):

per ritornare liscia come la terra vista da lontano – j.haddad

Lascia un commento

Quando verrà il momento

Nella follia

catturare il firmamento e lambire le nubi

prendere in prestito la bufera

lasciandomi alle spalle le lacrime zampillanti

lacrime zampillanti

e me ne andrò.

Non inseguire l’equilibrio

non soffocare le grida

danzare sull’acqua

dirigendomi verso l’altra sponda

libera

o schiava

non importa!

Guadare il fiume.

Quando verrà il momento

farfalla notturna

deporre la dolcezza che ormai mi ha annoiata

deporre l’abito imbizzarrito invano

e dare fuoco al passato

per ritornare liscia come la terra vista da lontano

e girare da sola

intorno alla luna.

Ridere e le mie risate non saranno tristi

non volere, camminare

accarezzare la strada

conversare tutta la notte con il selciato

fare sgorgare la poesia dalle pietruzze

il cielo piangerà e non mi preoccuperò

il vento consumerà il mio cuore ustionato dall’amore.

Quando verrà il momento

alba senza rugiada

mi mostrerò con il viso rabbuiato

e seppellirò i miei visi sereni

diffonderò le ombre sul mio essere

le farò gocciolare come il dolce miele

punto dopo punto

bacio dopo bacio

affinché riemerga sulla superficie del fiume

quella donna che ho serbato in me.

Ci sono amori senza paradiso – S.Plath

Lascia un commento

UNA SANTA AMERICANA

Ci sono amori senza paradiso.
Solitudini che seccano sul grembo
come macchie di parto.
Ted ha messo il suo cuore sotto spirito.
Lei adesso è immortale.
Un altare, una statua,
una icona.
È qui per restare:
sole che nasce all’incontrario,
bocca magica che vomita gigli.
È una madonna azzurra
che brilla sopra il nostro letto.
Ci scruta in silenzio. La bocca dolorosa,
immobile come la luna.
È un geyser che schizza su un continente buio.
Nel suo stomaco fermentano semi,
frumento, bulbi di fiori pronti ad esplodere.
Una divinità preistorica:
corpo di marmo
senza ombelico,
senza padre, né madre.

(Omaggio a Monica Vitti)

Sono una donna – Joumana Haddad

2 commenti

Nessuno può immaginare
quel che dico quando me ne sto in silenzio
chi vedo quando chiudo gli occhi
come vengo sospinta quando vengo sospinta
cosa cerco quando lascio libere le mani.
Nessuno, nessuno sa
quando ho fame quando parto
quando cammino e quando mi perdo,
e nessuno sa
che per me andare è ritornare
e ritornare è indietreggiare,
che la mia debolezza è una maschera
e la mia forza è una maschera,
e quel che seguirà è una tempesta.

Credono di sapere
e io glielo lascio credere
e io avvengo.

Hanno costruito per me una gabbia affinché la mia libertà
fosse una loro concessione
e ringraziassi e obbedissi.
Ma io sono libera prima e dopo di loro,
con loro e senza loro
sono libera nella vittoria e nella sconfitta.
La mia prigione è la mia volontà!
La chiave della mia prigione è la loro lingua
ma la loro lingua si avvinghia intorno alle dita del mio
desiderio
e il mio desiderio non riusciranno mai a domare.

Sono una donna.
Credono che la mia libertà sia loro proprietà
e io glielo lascio credere
e avvengo.

inizio che non si compie mai – j.haddad

Lascia un commento

Albero azzurro

Quando i tuoi occhi incontrano la mia solitudine

il silenzio diventa frutto

e il sonno tempesta

si socchiudono porte proibite

e l’acqua impara a soffrire.

Quando la mia solitudine incontra i tuoi occhi

il desiderio sale e si spande

a volte marea insolente

onda che corre senza fine

nettare che cola goccia a goccia

nettare piu ardente che un tormento

inizio che non si compie mai.

Quando i tuoi occhi e la mia solitudine si incontrano

mi arrendo nuda come la pioggia

e nuda come un seno sognato

tenera come la vite che matura il sole

molteplice mi arrendo

finché nasca l’ albero del tuo amore

Tanto alto e ribelle

Tanto alto e tanto mio

Freccia che ritorna all’arco

Palma azzurra piantata nelle mie nuvole

Cielo crescente che niente fermerà.

Non c’è posto qui per la tua verità – N.Maksumic

Lascia un commento

INDICAZIONI STRADALI SPARSE PER TERRA

Era un anno fertile per il grano come mai in passato, era tutto in abbondanza…

Quelli che erano malati cronici e che tanto desideravano la morte, consegnarono finalmente con un sorriso l’anima a dio.

Nei giorni dei grandi temporali il cielo era rosso. La pioggia portava con sé la polvere dei deserti d’oltre mare.

I vecchi dissero: ci sarà la guerra! Nessuno prestò credito alle loro parole. E nessuno fece nulla.

Giacché, cosa si poteva fare contro la profezia! Solo cantammo per intere giornate, fino a restare senza voce, per poter consumare tutte le vecchie canzoni, perché non ne restasse nessuna che venisse sporcata dal tempo.

1. Quando intravedono il primo cadavere per la strada, le persone voltano la testa, vomitano e perdono i sensi. Senti il tremore per primo nelle ginocchia, poi ti manca l’aria, ti gira l testa. Sono di aiuto in questi casi l’acqua fredda, leggeri schiaffi. Se lo svenuto non rinviene, sdraialo sulla schiena e sollevagli le gambe in aria. Se il cadavere di quel giorno era un suo parente o comunque un vicino, non permettergli di avvicinarsi e di guardarlo. Le ferite causate dalle granate sono in genere causa di un nuovo svenimento. E non si ha tanto tempo a disposizione. È raccomandabile piangere, fa bene al cuore.
Ma neppure per questo c’è tanto tempo a disposizione.

2. Se la città è in stato d’assedio, occorre mandare i più coraggiosi a tentare di portare i sacchi di plastica opachi per i cadaveri. Se questi non tornano, bisogna avvolgere i morti in lenzuoli bianchi. Non è raccomandabile seppellirli senza. Ciò fa diffondere il panico e la paura della morte diventa facilmente la paura di finire sepolti allo stesso modo.

3. La sepoltura si svolge di notte, per motivi di sicurezza. Perciò, prima della sepoltura, bisogna accertarsi per bene dell’identità del defunto. Nel caso di corpi dilaniati, bisogna stabilire con precisione i pezzi che appartengono a ciascun corpo. Se si verificano ugualmente degli errori, è meglio evitare di ammetterlo successivamente.
Tanto per i morti è lo stesso. Se vicino alla persona che è stata sepolta, sul posto dell’uccisione, si trovano altre parti di corpo, e si è però già provveduto alla sepoltura, non bisogna gettare i resti nella spazzatura, poiché in genere si radunano i cani affamati. La cosa migliore, se si ha tempo e voglia, è di raccogliere in un sacchetto tutto quello che è rimasto e di seppellirlo in superficie vicino alla tomba. Bisogna stare attenti che non se ne accorgano i familiari, perché loro concepiscono il cadavere come un tutt’uno e tale frammentazione rappresenterebbe per loro una ulteriore dolorosa frustrazione.

4. In guerra nessuno è matto. O almeno ciò non si può asserire nei confronti di nessuno. Molti di quelli che erano matti prima della guerra, in guerra si mettono in mostra molto bene. Come combattenti coraggiosi, convinti delle idee dei loro capi.

5. In guerra nessuno è intelligente. Non devi credere alla verità di nessuno. Le lunghe disquisizioni sull’insensatezza della guerra del professore di una volta, in un batter d’occhio si trasformano in un selvaggio grido di guerra, appena egli viene a conoscenza del fatto che il suo bambino gli è morto per la strada.

6. Non ricordarti di nulla. Prova a dormire senza sonno. Devi ornarti di amuleti e abbi fede nel fatto che ti aiuteranno. Abbi fede in qualsiasi segno. Ascolta attentamente il tuo ventre. Agisci secondo le tue sensazioni. Se pensi che non bisogna camminare per quella strada, allora vai per un’altra.

7. Non avere paura di niente. La paura genera nuova paura. Ti blocca. Devi credere fermamente di essere stato prescelto a restare vivo.

8. Non lasciare lavori compiuti a metà. Salda i debiti. Devi essere pulito. Non fare nuove amicizie. Già con quelle vecchie avrai abbastanza preoccupazioni.

9. Proteggi i ricordi, le fotografie, le prove scritte del fatto che sei esistito. Se tutto brucia, se perdi tutto, se ti prendono tutto… dovrai dimostrare anche a te stesso che una volta eri. Ammassa tutto nei sacchi di plastica, seppellisci nella terra, mura nelle pareti, nascondi, e solo ai tuoi più cari svela la mappa per raggiungere il tesoro.

10. Non ti legare alle cose, alla terra, ai muri, alle case, ai gioielli, alle automobili, agli oggetti d’arte, alle biblioteche…
Trasforma in denaro tutto ciò che ha ancora un prezzo. E tuttavia, non legarti in alcun modo al denaro.
Appena puoi scambialo con la tua libertà.

11. Adoperati per il bene delle persone. Sempre. Il più delle volte non lo meritano, ma tu fallo ugualmente. Non aspettarti alcuna riconoscenza. Non chiedere per chi fai il bene. Non legarti alle tue azioni.

12. Non dire ciò che pensi. Non essere così stupido a tal punto. Perché appena pensi non appartieni più a loro. Non tacere, perché non possano pensare che pensi a qualcosa. Parla, così, giusto per parlare.

13. Se ti imbatti nel pericolo, non essere coraggioso, anche spinto dalla disperazione. Tenta di sopravvivere. Fai tutto quanto è nelle tue possibilità. Soltanto devi stare attento a non mettere altri in pericolo con i tuoi tentativi. Finché non sei morto sei vivo. Sembra comprensibile. Non togliertelo mai dalla testa. Se devi sacrificarti, fallo per le persone cui vuoi bene, for farlo mai, in nessun modo, per delle idee. Il tuo sacrificio verrà giudicato dagli altri sempre in maniera scorretta, a seconda della loro coscienza e della loro prospettiva. Le idee passeranno, si rovineranno, diventeranno comiche. Se resti vivo, vedrai quanto sarà difficile continuare a credere in loro.

14. Non supplicare per nessun motivo. Non supplicare nessuno. Neanche se c’è di mezzo la vita. È una questione di buon gusto. Pensa solo cosa vuol dire vivere sullo stesso pianeta con una persona che ti ha risparmiato la vita.

15. Non devi metterti a capo di nessuno. Per nessuna ragione. Quando ti volti a cercare aiuto, dietro a te non ci sarà nessuno. Non fare affidamento su nessuno, ma non sottrarti al fatto che quelli che ami fanno affidamento su di te. Questo è salutare anche per te. Devi sapere: perché? Gli obiettivi non devono essere grandi, in nessun modo di carattere generale. Conoscevo una persona che per tutto il tempo ha desiderato bere una birra. È vero: non ci è riuscito, ma era splendido vivere desiderandolo.

16. Non devi stupirti di nulla. Di ogni possibile prodigio. Non devi farti deprimere da nessuna cosa. Anche prima erano tutti fatti così, solo che le condizioni erano diverse da quelle di adesso. Questa è la prima occasione per mettersi alla prova. Così tanti sono delusi da se stessi che in confronto la tua delusione è un nonnulla. Se qualcuno ti tradisce una volta, non lasciargli la possibilità di farlo un’altra volta.

17. Cerca di essere sempre prudente. Se hai bisogno di una buca in cui ripararti, scavatela da solo. Se qualcun altro lo fa per te, la buca potrebbe rivelarsi troppo piccola.

18. Non hai il diritto di adirarti con nessuno. E tuttavia, non devi dimenticare nulla. Quando tutto è finito, decidi di cosa non vuoi più ricordarti. Se tutto è passato. Non dimenticare gli esami che alcuni non hanno superato.

19. E però non fondarti su questo. Non aspettare l’occasione per poterti rivalere. La vendetta ti deve essere estranea. Una questione che appartiene ad altri. Se sopravvivi, vivi per te e quelli che sono sopravvissuti insieme a te.

20. E ancora, non vedere mai di essere il Signore della Verità. Nessuno lo é. A te è sembrata in questo modo. A un altro è sembrata diversamente. Mantieni per te il pezzetto della tua verità. Servirà soltanto a te. Rinuncia al diritto di scrivere la storia dell’assedio. Non contrapporti ai nomi di quei morti che sono stati scelti come eroi. Non sperare di riuscire a mettere a posto qualcosa, neanche una ingiustizia rimasta in sospeso. In quel momento, quando hai intravisto il primo cadavere sulla strada, la storia del dopoguerra era già stata scritta. Poi ci metteranno solo i nomi delle persone, delle città, delle montagne, i baluardi che si sono gloriosamente difesi e i baluardi che sono gloriosamente caduti.

Non c’è posto qui per la tua verità.

Ora che sai tutto questo, prova a proteggere te stesso e forse a salvarti la testa.

Se non ti riesce, almeno non ti annoierai.

Nedzad Maksumic

come due gocce d’acqua – W.Szymborska)

Lascia un commento

Nulla due volte
1957

Nulla due volte accade

Né accadrà. Per tal ragione

nasciamo senza esperienza,

 moriamo senza assuefazione.

Anche agli alunni più ottusi

della scuola del pianeta

di ripeter non è dato

le stagioni del passato.

Non c’è giorno che ritorni,

non due notti uguali uguali,

né due baci somiglianti,

né due sguardi tali e quali.

Ieri, quando il tuo nome

qualcuno ha pronunciato,

mi è parso che una rosa

sbocciasse sul selciato.

Oggi che stiamo insieme,

ho rivolto gli occhi altrove.

Una rosa? Ma cos’è?

Forse pietra, o forse fiore?

Perché tu, ora malvagia,

dài paura e incertezza?

Ci sei – perciò devi passare.

Passerai – e in ciò sta la bellezza.

Cercheremo un’armonia,

sorridenti, fra le braccia,

anche se siamo diversi

come due gocce d’acqua.

Io sono Norma Jean Baker

Lascia un commento

Trentacinque anni vissuti

con un corpo estraneo,

trentacinque anni con i capelli tinti,

trentacinque anni con un fantoccio.

Ma io non sono Marilyn.

Io sono Norma Jean Baker

perchè la mia anima

vi fa orrore

come gli occhi delle rane

sull’orlo dei fossi

Le api sono grosse gocce di miele…(N.Hikmet)

Lascia un commento

Dieci giorni bastano per innamorarsi di Istanbul, la città delle città.

Il centro culturale che ricorda Nazim HIkmet si trova a Kadikoy, sulla sponda asiatica. Il quartiere saluta il tuo arrivo in vapur con un lungo molo e le gru rosse che si stagliano a nascondere la vecchia stazione dei treni per l’Anantolia.
Una traversa della strada principale frequentata da artisti e artgiani porta ad un grande caffè all’ombra di una pergola. Il Centro culturale dedicato al poeta morto in esilio è una biblioteca, sala letture, libreria e ospita iniziative di vario genere. Putroppo, che io sappia, è l’unico in città. Hikmet è un pò come un fantasma ad Istanbul: vive in luoghi segreti come le piccole e disordinate librerie di Beyoglu, passeggia nei cimiteri incustoditi tra le tombe a turbante, attraversa il Bosforo con gli uccelli nel tramonto miele e annusa l’aria a naso in sù prima di perdersi in Anatolia.

Un pò difficile aspettarsi particolari riconoscimenti ufficiali nei suoi confronti nella città-vetrina della Turchia. Ma il suo canto risuona ancora, alle porte di Madrid come in Russia come in Anatolia.

Buona lettura.

***

Le api sono grosse gocce di miele.

Le api portano le pergole al sole.

Le api sono venute volando via dalla mia giovinezza.

Anche queste mele vengono di là

queste mele pesanti.

E questa strada di polvere dorata

e questi sassi bianchi in riva la fiume

e la mia fede nei canti

e il fatto che io non vidi nessuno

e anche questa giornata senza nubi viene di là

questa giornata azzurra

e questo mare che sta disteso nudo e caldissimo

e questa nostalgia

e i denti luminosi di questa bocca dalle labbra carnose son

venuti al villaggio caucasicotra le zampette delle api come

grosse gocce di miele

dalla mia giovinezza.

Dalla mia giovinezza che io ho lascista non so dove

e di cui non mi sono potuto saziare

(1958)

***

Il noce

La mia testa è una nuvola schiumosa,
il mare è nel mio petto.
Io sono un noce nel parco Ghiulkhan,
cresciuto, vecchio, ramoso – guarda! -
ma né la polizia né tu lo sapete.

Io sono un noce nel parco Ghiulkhan.
E le foglie, come pesciolini, vibrano dall’alba alla sera,
frusciano come un fazzoletto di seta; prendi,
strappale, o mia cara, e asciuga le tue lacrime.

Le mie foglie sono le mie mani, centomila mani verdi,
centomila mani io tendo, e ti tocco, Istanbul.
Le mie foglie sono i miei occhi, e io guardo intorno,
con centomila occhi ti guardo, Istanbul.

Le mie foglie battono, come centomila cuori.
Io sono un noce nel parco Ghiulkhan,
ma né la polizia né tu lo sapete.

(1957)

Arrivederci Fratello Mare – Nazim Hikmet

Lascia un commento

Arrivederci fratello mare

Varna, 1951

Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti

arrivederci fratello mare

mi porto un pò della tua ghiaia

un pò del tuo sale azzurro

un pò della tua infinità

e un pochino della tua luce

e della tua infelicità.

Ci hai saputo dir molte cose

sul tuo destino di mare

eccoci con un pò più di speranza

eccoci con un pò più di saggezza

e ce andiamo come siamo venuti

arrivederci fratello mare.

***

Quest’anno

Varna, 1952

Quest’anno quest’inizio d’autunno nel meridione

m’impasticcio di mare di sabbia di sole

mi stropiccio all’albero

alle mele

come ci s’impasticcia di miele.

la notte, il cielo ha un buon odore di semi

la notte, il cielo scende sulla via polverosa

m’impasticcio di stelle.

Io m’abituo, mia rosa,

io m’abituo

al mare alla sabbia al sole alle mele alle stelle

è tempo di andare

mischiato

al sole alla sabbia alle mele alle stelle al mare.

Ennio Flaiano: come leggere un libro (via Il mestiere di scrivere)

Lascia un commento

Ennio Flaiano: come leggere un libro “La disattenzione è il modo più diffuso di leggere un libro, ma la maggior parte dei libri oggi non sono soltanto letti ma scritti con disattenzione. Oppure con un’attenzione che fa parte dell’intesa autore-lettore. Si legge come si fuma, per tenere occupate le mani e gli occhi. Libri già cominciano a trovarsi abbandonati sui sedili dei treni. Sono stati letti per abitudine, per orrore del vuoto e di se stessi. Tra i vizi, la lettura, come diceva … Read More

via Il mestiere di scrivere

Sarà una striscia di cielo accesa di rosso…(A.Achmatova – La corsa del tempo)

Lascia un commento

Ogni giorno reca con sè

un’ora torbida e tesa.

Parlo con la mia pena a voce alta,

senza aprire gli occhi assonnati.

Ed essa batte come il sangue,

riscalda come il respiro,

come l’amore felice

è giudiziosa e cattiva

(1917, La corsa del tempo)

***

Quasi in un album

Sentirai il tuono e mi rammenterai,

penserai: desiderava la bufera…

Sarà una striscia di cielo accesa di rosso,

e il cuore come allora in fiamme.

E ciò accadra nel giorno moscovita

in cui abbandonerò per sempre la città,

muoverò verso il bramato riparo,

lasciando in mezzo a voi ancora la mia ombra.

(1961-63, La rosa di macchia fiorisce)

Il Viaggio dell’Elefante (via Outros Cadernos de Saramago)

Lascia un commento

Dal blog di Saramago

O elefante gostou do que viu e fê-lo saber à companhia, embora em nenhum ponto o itinerário que escolhemos tivesse coincidido com aquele que a sua memória de elefante zelosamente guardava. Que haviam, disse, ele e os soldados de cavalaria, subido para o norte quase a pisar a linha da fronteira, por isso eram os caminhos tão ruins. Comparada com a viagem de então, esta foi um passeio: boas estradas, bons alojamentos, bons restaurantes, o próprio a … Read More

via Outros Cadernos de Saramago

Ringraziamento – W.Szymborska

Lascia un commento

Devo molto
a quelli che non amo.
Il sollievo con cui accetto
che siano più vicini a un altro.

La gioia di non essere io
il lupo dei loro agnelli.

Mi sento in pace con loro
e in libertà con loro,
e questo l’amore non può darlo,
ne’ riesce a toglierlo.

Non li aspetto
dalla porta alla finestra.
Paziente
quasi come un orologio solare,
capisco
ciò che l’amore non capisce,
perdono
ciò che l’amore non perdonerebbe mai.

Da un incontro a una lettera
passa non un’eternità,
ma solo qualche giorno o settimana.

I viaggi con loro vanno sempre bene,
i concerti sono ascoltati fino in fondo,
le cattedrali visitate,
i paesaggi nitidi.

E quando ci separano
sette monti e fiumi,
sono monti e fiumi
che si trovano in ogni atlante.

E’ merito loro
se vivo in tre dimensioni,
in uno spazio non lirico e non retorico,
con un orizzonte vero, perchè mobile.

Loro stessi non sanno
quanto portano nelle mani vuote.

“Non devo loro nulla” -
direbbe l’amore
su questa questione aperta.

(da Vista con granello di sabbia)

olmo ricco di ogni forza antica – A.Merini

Lascia un commento

Lettere

Rivedo le tue lettere d’amore
illuminata adesso da un distacco,
senza quasi rancore.
L’illusione era forte a sostenerci,
ci reggevamo entrambi negli abbracci,
pregando che durassero gli intenti.
Ci promettemmo il sempre degli amanti,
certi nei nostri spiriti divini.

E hai potuto lasciarmi,
e hai potuto intuire un’altra luce
che seguitasse dopo le mie spalle.

Mi hai resuscitato dalle scarse origini
con richiami di musica divina,
mi hai resa divergenza di dolore,
spazio, per la tua vita di ricerca
per abitarmi il tempo di un errore.

E mi hai lasciato solo le tue lettere,
onde io le ribevessi nella tua assenza.

Vorrei un figlio da te,
che sia una spada lucente,
come un grido di alta grazia,
che sia pietra, che sia novello Adamo,
lievito del mio sangue
e che dissolva più dolcemente
questa nostra sete.

Ah se t’amo!
Lo grido ad ogni vento
gemmando fiori da ogni stanco ramo,
e fiorita son tutta
e di ogni velo vò scerpando il mio lutto
perché genesi sei della mia carne.

Ma il mio cuore trafitto dall’amore
ha desiderio di mondarsi vivo,
e perciò, dammi un figlio delicato!
Un bellissimo vergine viticcio
da allacciare al mio tronco.

E tu, possente padre,
tu olmo ricco di ogni forza antica,
mieterai dolci ombre alle mie luci.

Er mejo amico mio ce l’ho in saccoccia

Lascia un commento

Giorni fa un signore, un artista dovrei dire, recitava davanti ad un bicchiere di vino una poesia in romanesco.

Coltelli, amori disperati, popolino…insomma la Vecchia Roma. L’ho cercata, l’ho trovata (in un vecchio libro di famiglia…e dove se no?)

***

Er Cortello

Ar mio, sopra la lama ch’è rintorta

C’è stampata ‘na lettra cór un fiore;

Me lo diede Ninetta che m’è morta

Quanno che me ce méssi a fa’ l’amore.

E quanno la baciai la prima vorta,

Me disse: — Si m’avrai da da’ er dolore

De dimme che de me nun te n’importa,

Prima de dillo sfonnemece er core. —

E da quer dì che j’arde el lanternino

Davanti a la crocetta ar camposanto

Lo porto addosso come un abitino.

E si la festa vado a fa’ bisboccia,

Si be’ che ci abbi tanti amichi accanto,

Er mejo amico mio ce l’ho in saccoccia.

(Cesare Pascarella)

* Perchè dopo Gioacchino Belli non sembrava possibile. Invece….

_Calvinate_Il blog Le città invisibili

1 commento

Buongiorno e scusate la latitanza.
Fortunatamente ho un bel pò di cose da fare e molto lavoro.

Ho tempo però per segnalare un sito che si presenta così:

….abbiamo letto, riletto tra le righe, sottolineato, interpretato, discusso e fantasticato sulle immagini che potevano rappresentare le frasi salienti di ogni città…..frugato tra foto già fatte….scattate di nuove occasionalmente e pianificato viaggi per farne altre appositamente…
Ora le 55 foto ci sono….sono state scelte….ma questa è sola la prima di una lunga serie a cui il progetto ambisce…..
Un work in progress, aperto a tutti coloro che desiderino proporre un’immagine propria…
Risoluzione, formato, ecc… non costituiscono fattore discriminante in quanto il focus del progetto è legato alla ricerca di significato… delle emozioni che scaturiscono dalla lettura immersi nel grande Impero di Kublai Khan.
(dalla pagina Il Progetto)
Il sito si chiama LE CITTA’ INVISIBILI cliccate e troverete quello che cercate o no o forse molto altro…
Davvero un bellissimo progetto complimenti.
Lily Brik

Dieci lingue morte (e indecifrabili) (via Archivio Caltari)

1 commento

Un sito di pregio, un articolo molto interessante.
Buona lettura.
Lily Brik

Dieci lingue morte (e indecifrabili) via Web Urbanist Che contengano segreti spirituali o semplici calcoli della vita di tutti i giorni, i testi antichi che gli studiosi contemporanei non sembrano in grado di decifrare potrebbero essere la chiave per comprendere civiltà che sono da tempo scomparse. Molte di queste dieci lingue morte forse non saranno mai capite, eppure esse rimarranno come testimonianze criptiche della complessità non solo del mondo in cui viviamo ma anche nella nos … Read More

via Archivio Caltari

Il mio libro sei tu… – E.Sanguineti

1 commento

Radiosonetto

il mio libro sei tu, mio vecchio amore:

ti ho letto le tue vertebre, la pelle

dei tuoi polsi: ho tradotto anche il fragore

dei tuoi sbadigli: dentro le tue ascelle

ho inciso il mio minidario: il calore

del tuo ombelico è un tuo glossario: nelle

xilografie delle tue rughe è il cuore

dei tuoi troppi alfabeti: alle mammelle

dei tuoi brevi capitoli ho affidato,

mia bibbia, le mie dediche patetiche:

questo solo sonetto, io l’ho copiato

dalla tua gola, adesso: e ho decifrato

la tua vagina, le tue arterie ermetiche,

gli indici tuoi, e il tuo fiele, e il tuo fiato:

(da Microcosmos)

Le parole – J.Saramago

Lascia un commento

J.P.Sartre, S.De Beauvoir e B.Vian

Le parole sono buone. Le parole sono cattive. Le parole offendono. Le parole chiedono scusa. Le parole bruciano. Le parole accarezzano. Le parole sono date, scambiate, offerte, vendute e inventate. Le parole sono assenti. Alcune parole ci succhiano, non ci mollano; sono come zecche: si annidano nei libri, nei giornali, negli slogan pubblicitari, nelle didascalie dei film, nelle carte e nei cartelloni. Le parole consigliano, suggeriscono, insinuano, ordinano, impongono, segregano, eliminano. Sono melliflue o aspre. Il mondo gira sulle parole lubrificate con l’olio della pazienza. I cervelli sono pieni di parole che vivono in santa pace con le loro contrarie e nemiche. Per questo le persone fanno il contrario di quello che pensano, credendo di pensare quel che fanno. Ci sono molte parole.

E ci sono i discorsi, che sono parole accostate le une alle altre, in equilibrio instabile grazie ad una sintassi precaria, fino alla conclusione del “dissi” o “ho detto”. Con i discorsi si commemora, si inaugura, si aprono e chiudono riunioni, si lanciano cortine fumogene o si dispongono tende di velluto. Sono brindisi, orazioni, conferenze, dissertazioni. Attraveso i discorsi si trasmettono lodi, ringraziamenti, programmi e fantasie. E poi le parole dei discorsi appaiono allineate su dei fogli, dipinte con inchiostro tipografico – per questa via entrano nell’immortalità del Verbo. Accanto a Socrate, il presidente dell’assemblea affigge il discorso che ha aperto il rubinetto della fontana. E le parole scorrono fluide come il “prezioso liquido”. Scorrono interminabili, allagano il pavimento, salgono alle ginocchia, arrivano alla vita, alle spalle, al collo. E’ il diluvio universale, un coro stonato che sgorga da milioni di bocche.

La terra prosegue il suo cammino avvolta in un clamore di pazzi che gridano, che urlano, avvolta anche in un mormorio docile, sereno e conciliatore. C’è di tutto nel coro: tenori e tenori leggeri, bassi, soprani dal do di petto facile, baritoni trasbordanti, mezzocontralti. Negli intervelli, si ode il suggeritore. E tutto ciò stordisce le stelle e perturba le comunicazioni, come le tempeste solari. Perchè le parole hanno cessato di comunicare. Ogni parola è detta perchè non se ne oda un’altra. La parola, anche quando non afferma, si afferma. La parola non risponde nè domanda: accumula. La parola è l’erba fresca e verde che copre la superficie dello stagno. La parola è polvere negli occhi e occhi bucati. La parola non mostra. La parola dissimula.

Per questo urge mondare le parole perchè la semina si muti in raccolto. Perchè le parole siano strtumenti di morte – o di salvezza. Perchè la parola valga solo ciò che vale il silenzio dell’atto.

C’è anche il silenzio. Il silenzio, per definizione, è ciò che non si ode. Il silenzio ascolta, esamina, osserva, pesa e analizza. Il silenzio è fecondo. Il silenzio è terra nera e fertile, l’humus dell’essere, la tacita melodia sotto la luce solare. Cadono su di esso le parole. Tutte le parole. Quelle buone e quelle cattive. Il grano e il loglio. Ma solo il grano dà il pane.

Di questo mondo e degli altri

La terra vista da lontano… – J.Saramago

1 commento

Visto che poco tempo fa c’è stata una bellissima luna, che io purtroppo non ho visto o almeno non così gigante mi sono venuti in mente questi brevi articoli del grande Josè, contemporaneo dello sbarco sulla luna e all’epoca cronista di “A Capital”.

Due-parole-due su Di questo mondo e degli altri, che raccoglie gli articoli del sopracitato quotidiano tra gli anni 1968-69 e di “Jornal do Fundao” tra il 1971-73. Un vero scrigno di ricordi dell’infanzia (commoventi i ritratti dei nonni) osservazioni sulla società e la vita quotidiana di allora, in un paese un pò sonnacchioso; non mancano i racconti di viaggi (anche in Italia) e di avventure (stupendo l’articolo in cui Josè sogna -o no? di parlare con una scimmia su una spiaggia). Ho aggiunto infine una pagina del blog dell’autore tratto da L’ultimo quaderno, una paginetta di considerazioni a distanza di tanti anni sulla Luna, la Terra, l’Umanità. Buona lettura.

La luna che ho conosciuto

Potrebbe sembrare strano se non spendessi neppure una parola sulla luna. Che figura farei se di qui a cent’anni venisse in mente ad un eccentrico qualsiasi di disseppellire queste cronache e scoprisse la mia decisione di ignorare del tutto “il più grande evento del secolo”? Ma non sarà così. Scettico, forse, ma non indifferente. Ben venga dunque la luna, ma che sia la luna che ho conosciuto.

Anche questo accadde d’estate. Avevo combinato con degli amici di andare a passare il fine settimana con la tenda, dalle parte della laguna di Albufeira. Sono passati più vent’anni. Se la memoria non mi inganna, ervamo in quattro. Eravamo, o meglio, saremmo stati: la vigilia della partenza i compagni avevano desistito tutti. Uno di loro (me ne ricordo bene) perrchè riteneva che una notte fuori casa solo in un albergo.

Mi ritrovai dunque con lo zaino pronto -  e senza tenda, perchè il padrone non volle imprestarmela. La gente è fatta così. La situazione era per me una sfida: vado? Non vado? Mi convinse la baldanza della mia giovinezza. Partii verso sera, attraversai il fiume e mi misi in cammino, a piedi.

Quando comparvero le prime case della brughiera della Caparica, il giorno stava finendo. Presi il Pinhal d’El-Rei, detta anche Pineta delle Paure, e dopo circa due kilomentri decisi di accamparmi in una piccola radura. La notte scendeva velocemente. Tutt’intorno, i pini si fondevano in una muraglia nera, compatta come le pareti di un pozzo. Mangiai, non ricordo più cosa, stesi la coperta, misi lo zaino sotto la testa, e attesi il sonno, che tardò. Non mi sentivo bene. Tuttavia, per farla breve, il mio tremore non aveva nulla a che vedere con il freddo. Ammetto che si trattava di paura.

La gioventù però ha molte risorse. Sicchè finii per addormentarmi beatamente. Verso mezzanotte (o prima?) mi sveglia: in prossimità del mare c’era da aspettarsi che l’aria rinfrescasse, e la coperta di casa di non poteva sostituire la tenda. Mi coprii meglio che potei e mi girai sull’altro fianco. Fu allora che accadde. Sulla vetta dei pini, alla mia sinistra, posava la luna più grande che i miei occhi avessero mai visto. Gialla, con striature color sangue, era enorme, terribilmente vicina – e silenziosa. Cerco di spiegarmi. C’erano la grandezza, la vicinanza e il colore – ma c’era anche il silenzio. Rinuncio a spiegarmi. C’era il silenzio.

Era questa la luna che ho conosciuto. La storia non è nè pittoresca nè impressionante – se non per chi l’ha vissuta. Ma ognuno parli di quel che sa. Del resto, ora che gli uomini approderanno sulla luna e ci cammineranno sopra, so anche che, nossignore, la luna non perderà il suo mistero, neppure per quelli che vi andranno e che ne torneranno. Non sarà rubata ai poetie agli innamorati. Sapere che stanno lassù due uomini, o duecento, o diecimila -  toglie forse qualcosa alla profondità del chiaro di luna? Sarà meno evocativa e misteriosa la luce della luna piena che si spande sulla terra?  se da lontano vedo un’isola, una città, una montagna, il fatto che siano abitate diminuirà di un atomo la loro bellezza?

Si tranquillizzino i sognatori, i contemplativi. Anche la terra vista da lontano è, a quanto dicono, uno spettacolo di indescrivibile bellezza. E per quel che so gli occhi degli astronauti non si accorgono delle bruttezze terrestri.

Or dunque, amici miei, non perdiamo la terra, che è ancora l’unico modo per non perdere la luna.

***

Un salto nel tempo

E’ stato magnifico, senza dubbio. Una lunga notte bianca, con gli occhi incollati al rettangolo del televisore, in attesa del momento in cui sarebbe stato trasmesso il primo passo sulla luna. Ore e ore a lottare contro il sonno per non perdere l’immagine che mai si sarebbe ripetuta. Ma se la fantasia non ci fosse venuta in soccorso (quella fantasia che per migliaia e migliaia di anni anche della luna si è nutrita), forse sarebbe subentrato in ciascuno di noi un forte amaro senso di delusione: ci appariva tutto come un semplice episodio di un film di fantascienza, tecnicamente primitivo, scadente nel montaggio. Gli stessi movimenti degli atronuati avevano una flagrante somiglianza con i gesti delle marionette, come se braccia e gambe fossero tirate da fili invisibili – fili lunghissimi, tenute dalle dite dei tecnici del Centro di Houston, che, attraveso lo spazio, li facessero muovere a seconda delle necessità. Tutto cronometrato. Perfino il pericolo era incluso in uno schema. Nella più grande avventura della storia non c’è stato posto per avventure.

Ma l’amica fantasia ci è venuta in soccorso. Soprattutto in quei rapidi secondi in cui la telecamera ha spazzato il breve orizzonte lunare. Allora abbiamo sentito il nodo in gola, il panico, la paura dell’ignoto – il reale prestigio della grande incognita dello spazio. Poi, per nostro sconforto (per il mio, almeno), quello stravagante cerchio in cui sono comparsi il telefono e il profilo del presidente degli Stati Uniti. Il terribile silenzio lunare meritava molto di più che un discorso di circostanza.

E’ così che ho visto il primo allunaggio. Ma quando le immagini sono finite, non è finita la fantasia. Avevamo ancora davanti agli occhi il paesaggio arido e deserto della luna, le pietre che mai nessuna mano aveva fatto cambiare di posto, la pianura certamente coperta di polvere che mai nessun passo aveva calcato. Ed è stato allora che la fantasia mi ha aggredito in pieno. Ha deciso lei che il viaggio sulla luna non era stato un salto nello spazio, ma un salto nel tempo. Ho cercato di ragionare, ma ho desistito. Avrei saputo subito dove voleva portarmi la fantasia. Ed è stato molto semplice. Secondo lei, gli astronauti lanciati nello spazio avevano camminato lungo il filo del tempo, si erano posati di nuovo sulla terra, non la terra che conosciamo, bianca, verde, bruna e azzurra, ma la terra futura, una terra che occuperà ancora la stessa orbita, girando attorno ad un sole spento – anch’essa morta, deserta di uomini, di uccelli, di fiori, senza un sorriso, senza una parola d’amore. Un pianeta inutile, con una storia antica e senza nessuno per raccontarla.

Non sono un’eccezione. La mia morte personale è una certezza che oggi mi disturba, dopo avermi terrorizzato nell’adolescenza. Ho rivissuto quel terrore quendo gli occhi penetranti della fantasia mi hanno mostrato la morta immagine di un pianeta, dove non ci sarà nulla che mi sia appartenuto, nulla che si appartenuto all’umanità di cui sono parte. Ben poca cosa sembra la morte  individuale di fronte a questa mano del tempo che inevitabilmente spazzerà via dalla terra gli uomini e le loro opere. E se ancora sarà vivo in qualche luogo, se avrà trasferito la sua casa su un altro pianeta, questo globo resterà forse come un rimorso – di un bene che non era meritato e per ciò si è perduto.

La terrà morirà, sarà quel che oggi è la luna. Che almeno la sua storia non sia in eterno la sequela di miserie, guerre, fame e torure che è stata finora. Perchè non si cominci a dire già da oggi che l’uomo, alla fin fine, non è servito a nulla.

(Di questo mondo e degli altri, 1985 – per l’edizione italiana – Einaudi)


***

Luglio 2009 – Giorno 21 – LUNA

Quarant’anni fa non avevo ancora un televisore in casa. Lo comprai soltanto, piccolissimo, cinque anni dopo, nel 1974, per seguire le notizie di quell’altra sorta di arivo sulla Luna che fu per noi la Rivoluzione d’aprile. Feci dunque ricorso ad amici più avanzati nelle tecnologie di punta e così, bevendo forse una birra e smangiucchiando frutta secca, assistetti all’allunaggio e allo sbarco. In quel periodo mi occupavo di scrivere delle cronache sul giornale pomeridiano “A Capital”, da poco ripresosi, cronache riunite tempo dopo in un libro inttolato Di questo mondo e dell’altro. Due di questi testi lo dedicai a commentare l’impresa degli americani con un tono nè ditirambico nè scettico come non avrebbe tardato molto a divenire di moda. Li ho riletti ora per giungere alla sconsolata conclusione che alla fin fine nessun grande passo per l’umanità si è fatto e che il nostro futuro non sta nelle stelle,  ma sempre e soltanto sulla terra su cui poggiamo i piedi. Come dicevo già nella prima di quelle cronache: “Cerchiamo di non perdere la terra, che sarà ancora l’unica manier per non perdere la luna”. Nella seconda cronaca, che intitolai Un salto nel tempo, immaginando la terra futura com’è la luna adesso, cominciai scrivendo che “Tutto mi era parso come un semplice episodio di un fulm di fantascienza tecnicamente elementare. Gli stessi movimenti degli astronauti avevano una flagrante somiglianza con i gesti delle marionette, come se braccia e gambe fossero tirate da invisibili fili lunghissimi legati alle dita dei tecnici di Houston che, attraverso lo spazio, muovevano lassù i gesti necessari. Tutto era cronometrato, persino il pericoloche rientrava nello schema. Nella più grande avventura della storia non c’è stato posto per l’avventura”:

Ed è lì che l’immaginazione mi ha colto in pieno. E’stata lei a decidere che il viaggio sulla luna non era stato un salto nello spazio, ma un salto nel tempo. Secondo lei, gli astronauti, lanciati nel loro volo, si erano mossi lungo una linea temporale ed erano riatterrati sulla terra, non questa che conosciamo, bianca, verde, marrone e azzurra, ma sulla terra futura, una terra che occuperà ancora la stessa orbita, roteando intorno ad un sole spento, anch’essa morta, spopolata di uomini, di uccelli, di fiori, senza un sorriso, senza una parola d’amore. Un pianeta inutile, come una storia antica e senza nessuno che potesse raccontarla. La terra morirà, sarà come la luna oggi, dicevano per concludere. A meno che non continuerà per tutto il sempre la distesa di miserie, guerre, fame e torture che è stata fino ad ora. Perchè non si cominci a dire, sin da oggi, che l’uomo alla fin fine, non è valso la pena.

Il lettore sarà d’accordo che, nel bene e nel male, non sembra che io abbia cambiato idea in quarant’anni. Sinceramente, non so se mi dovrei felicitare o rettificare.

(da L’ultimo quaderno, Feltrinelli 2010)


Vorrei – E.Evtusenko

1 commento

Vorrei

Vorrei

nascere

in tutti i paesi,

perchè la terra stessa, come anguria,

compartisse per me

il suo segreto,

e essere tutti i pesci

in tutti gli oceani

e tutti i cani

nelle strade del mondo.

Non voglio inchinarmi

davanti a nessun dio,

la parte non voglio recitare

di un hippy ortodosso,

ma vorrei tuffarmi

in profondità del Bajkal

e sbuffando

riemergere

nel Mississippi.

Vorrei

nel mio mondo adorato e maledetto,

essere un misero cardo -

non un curato giacinto,

essere una qualsiasi creatura di dio

sia pure l’ultima jena rognosa,

ma in nessun caso un tiranno

e di un tiranno, nemmeno il gatto -

in nessun caso.

Vorrei essere uomo,

in qualsiasi personificazione:

anche torturato in un carcere del Guatemala,

o randagio nei tuguri di Honk Kong,

o scheletro vivente nel Bangladesh

o misero jurodivyj a Lhasa,

o negro a Capetown,

ma non personificazione della feccia.

 

Vorrei giacere,

sotto il bisturi di tutti i chirurghi del mondo,

essere gobbo, cieco,

provare ogni malattia, ferita, deformità,

raccogliere luride cicche -

purchè in me non s’insinui

il microbo ignobile della superiorità.

Non vorrei far parte dell’elite,

ma di certo neppure del gregge dei vigliacchi,

nè dei cani del gregge,

nè dei pastori che al gregge si conformano,

vorrei essere felicità,

ma non a spese degli infelici,

vorrei essere libertà,

ma non a spese di chi è asservito.

Vorrei amare

tutte le donne del mondo

e vorrei essere donna anch’io -

magari una volta soltanto…

Madre-natura,

l’uomo è stato da te defraudato.

Perchè non dargli

la maternità?

Se in lui, sotto il cuore, un figlio

si facesse sentire così

senza un perchè

certo l’uomo

non sarebbe tanto crudele.

Vorre essere essenziale -

magari una tazza di riso

nelle mani di una vietnamita segnata dal pianto,

o una cipolla

nella brodaglia di un carcere di Haiti,

o un vino economico

in una trattoria di terz’ordine napoletana

e un tubetto, anche minuscolo, di formaggio

in orbita lunare:

che mi mangino pure

e mi bevano -

purchè nella mia morte

ci sia una utilità.

Vorrei appartenere a tutte le epoche,

far trasecolare la storia tanto

da stordirla

con la mi impudenza:

della gabbia di Pugacev segherei le sbarre

quale Gavroche introdottosi in Russia

condurrei Nefertiti

a Michajlovsloe, sulla trojka di Puskin.

Vorrei cento volte

prolungare la durata di un attimo:

per potere nello stesso istante

bere alcool con i pescatori della Lena,

baciare a Beirut,

danzare in Guinea, al suono del tam-tam,

scioperare alla Renault

correre dietro un pallone con i ragazzi di Copacabana,

vorrei essere onnilingue,

come le acque segrete del sottosuolo.

Fare di colpo tutte le professioni

e ottenere così che

un Evtusenko sia semplicemente poeta,

un altro, un militante clandestino spagnolo,

un terzo, uno studente di Barkeley

e un quarto, un cesellatore di Tbilisi.

Un quinto – scuoterebbe soltanto il sonaglio di una carrozza

e il decimo…

il centesimo…

il milionesimo…

Poco per me essere me stesso-

tutti, fatemi essere!

E per ciascun essere,

in coppia,

come si usa.

Ma dio,

lesinando la carta carbone

mi ha prodotto in un solo esemplare

nel suo bogizdat.

Ma a dio confonderò le carte.

Lo raggirerò!

Avrò mille facce

fino all’ultimo giorno,

affinchè la terra rimbombi per causa mia

e i computers impazziscano

per il mio universale censimento.


Vorrei, umanità,

lottare su tutte le tue barricate,

stringermi ai Pirenei,

coprirmi di sabbia attraverso il Sahara

e accettare la fede

della grande fratellanza umana

e fare proprio

il volto di tutta l’umanità.

E quando morirò -

sensazionale Villon siberiano -

non deponetemi

in terra inglese

o italiana -

ma nella nostra terra russa,

su quella verde,

serena collina,

dove per la prima volta

io

mi sono sentito tutti.

1972

da La corsa del tempo – A.Achmatova (2)

1 commento

Nella mitologia dei popoli slavi orientali la rusalka è un essere con sembianze di donna giovane e bella che vive nelle acque dei fiumi, laghi e stagni. Come le sirene del mito classico, le rusalki avevano il potere di sedurre con i loro canti e le loro grazie l’uomo che le incontrava, salvo poi uccidere il malcapitato trascinandolo in acqua. L’immagine della rusalka è comune alla poesia russa di epoca romantica.

Sono giunta fin qui, oziosa,

è lo stesso per me dove annoiarmi!

Sopra il colle il mulino riposa.

Qui puoi stare in silenzio per anni.

 

Su una cuscuta secca

volteggia un’ape sommessa;

chiamo nello stagno la rusalka,

ma la rusalka è morta.

 

L’ampio stagno si interra,

si copre di fango rossastro;

sottile la luna risplende

sul palpito della tremula

 

Come mi fosse nuovo, osservo tutto.

Umido aroma dei pioppi.

E taccio. Taccio, pronta

ad essere te di nuovo, terra.

1911

 

(Venezia)

Colombaia dorata sull’acqua,

tenera e verde struggente,

e una brezza marina che spazza

la scia sottile delle barche nere.

 

Che dolci, strani volti tra la folla,

nelle botteghe lucenti di balocchi:

un leone col libro su un cuscino a ricami,

un leone col libro su una colonna di marmo.

 

Come su di un’antica tela scolorita,

il cielo azzurro fioco si rapprende…

ma non si è stretti in quest’angustia,

e non opprimono l’umido e l’afa.

1912

da La corsa del tempo – A.Achmatova

Lascia un commento

Mi diverte quando sei ubriaco

e nelle tue storie non c’è senso.

Un autunno precoce ha sparpagliato

gialli stendardi sugli olmi.

Ci addentrammo in un falso paese,

ora ce ne pentiamo amaramente,

ma perchè sorridiamo di un sorriso

strano e raggelato?

Al posto di una pacifica gioia

volevamo un dolore che mordesse…

no, non lascerò il mio compagno

dissoluto e tenero.

1911

C’è nel contatto umano un limite fatale,

non lo varca né amore né passione,

pur se in muto spavento si fondono le labbra

e il cuore si dilacera d’amore.

Perfino l’amicizia vi è impotente,

e anni d’alta, fiammeggiante gioia,

quando libera è l’anima ed estranea

allo struggersi lento del piacere.

Chi cerca di raggiungerlo è folle,

se lo tocca soffre una sorda pena…

ora hai compreso perchè il mio cuore

non batte sotto la tua mano.

1915 – a Nikolaj Vladmirovic Nedobrovo

(Il salice)

Io crebbi in un silenzio arabescato

in un’ariosa stanza del nuovo secolo.

Non mi era cara la voce dell’uomo,

ma comprendevo quella del vento.

Amavo la lappola e l’ortica,

e più di ogni altro un salice d’argento.

Riconoscente, lui visse con me

la vita intera, alitando di sogni

con i rami piangenti la mia insonnia.

Strana cosa, ora gli sopravvivo.

Lì sporge il ceppo, e con voci estranee

parlano di qualcosa gli altri salici

sotto quel cileo, sotto il nostro cielo.

Io taccio…come se fosse morto un fratello.

1940

Pagine di storia

Lascia un commento

Se dovessi attribuire agli autori che ho letto un grado di parentela direi che Hobsbawn è IL padre.  Il padre dei miei modesti studi.

Eccovi un articolo apparso questa settimana su Internazionale. QUI il link originale su Facebook.

Gli ebrei di san Nicandro

La vita di un contadino nel Vecchio Testamento non sembrava poi così diversa da quella nella Puglia rurale dei primi anni del Novecento.


San Nicandro Garganico è una modesta cittadina agricola di circa 16mila abitanti sullo sperone dello stivale della penisola italiana. È stata in un certo senso scavalcata dallo sviluppo del dopoguerra e non ha mai fatto parte del circuito turistico, o almeno non ha mai avuto nulla che potesse attirare i forestieri. Fino al 1931 non ci arrivava neppure la ferrovia.

A giudicare dalle foto che compaiono nella versione italiana di Wikipedia, non sembra molto cambiata dal 1957, quando la visitai incuriosito dall’argomento su cui John Davis ci offre ora un ottimo libro, conciso e ben scritto. San Nicandro ha fatto solo due apparizioni sul palcoscenico della storia. È stato uno dei primi centri del socialismo italiano e delle lotte contadine nella Puglia settentrionale: il capo politico locale, Domenico Fioritto, diventò il leader del Partito socialista italiano, nel 1921. Il sindaco attuale fa parte dell’ex Partito comunista (oggi Partito democratico).

La seconda comparsa di San Nicandro nel gran mondo fu molto meno significativa per la politica italiana, ma molto più importante a livello globale, anche se i titoli del dopoguerra sarebbero stati presto dimenticati. Il nome della cittadina era legato a un gruppo di contadini che negli anni trenta decisero di convertirsi all’ebraismo e alla fine emigrarono in Israele. John Davis non solo ha salvato gli ebrei di San Nicandro da oltre mezzo secolo di oblio, ma li ha usati per illuminare la straordinaria storia dell’Europa nel novecento.

 

Sul piano puramente quantitativo il fenomeno fu trascurabile: la polizia fascista, sempre all’erta, riferì di nove famiglie, per un totale di quaranta persone. Una trentina emigrarono in Israele nel 1949. Se invece di scegliere l’ebraismo questo gruppo di amici e parenti avesse aderito a una delle sette evangeliche – come gli avventisti del settimo giorno o i pentecostali – introdotte nell’Italia del sud dagli emigranti tornati dall’America, nessuno avrebbe prestato loro la minima attenzione. Li avrebbero considerati solo l’ennesima setta protestante.

In effetti è quel che successe nel 1936 quando il loro profeta, Donato Manduzio, ricevette una multa di 250 lire come “pastore protestante” per aver celebrato un servizio religioso non autorizzato. Appartenevano al mondo della religiosità rurale postbellica, ma le conventicole dissidenti erano molto più piccole dei culti miracolistici cattolici come quello che si sviluppò nella stessa regione e nello stesso periodo intorno a padre Pio di San Giovanni Rotondo. Anche se il Vaticano all’epoca era comprensibilmente scettico sulle stigmate del frate, papa Wojtyla lo ha proclamato santo.

Dove, se non da un compaesano pentecostale, Manduzio avrebbe potuto acquistare una copia della Bibbia in italiano, studiando la quale si convertì all’ebraismo? Come, se non nei dibattiti con altri evangelici – pentecostali a San Nicandro, avventisti del settimo giorno a Lesina – avrebbe potuto scoprire che gli altri sbagliavano, se non altro perché disubbidivano alla sacra scrittura prendendosi come giorno di riposo la domenica invece dello shabbath, ma soprattutto perché credevano, contro ogni verosimiglianza, nella seconda venuta del messia? Gesù poteva essere stato solo un profeta.

“Nei libri della Bibbia ebraica”, scrive Davis, Manduzio “scoprì un mondo di crudeltà e sofferenza, di falsi profeti, falsi idoli e false religioni che riconobbe come suo. Se il messia era già venuto sulla terra, perché tutte queste sofferenze e privazioni esistevano ancora?”. Si potrebbe aggiungere – credo sia già stato sottolineato nel primo studio serio sugli ebrei di San Nicandro, San Nicandro: histoire d’une conversion di Elena Cassin (1957) – che la vita di un contadino nel Vecchio testamento non sembrava poi così diversa da quella nella Puglia rurale dei primi anni del novecento, soprattutto considerando il ruolo chiave della transumanza in quella regione.

Lo studio di Eric Hobsbawm

E così Manduzio si convertì al Vecchio testamento. A quanto mi risulta, il suo fu l’unico caso in Europa di un profeta di campagna convertito senza mediazioni all’ebraismo. Credeva che gli ebrei postbiblici si fossero estinti e sicuramente nel 1928 non sapeva che in Italia ne esistevano ancora. In un certo senso ricavò la forza della sua vocazione profetica dalla certezza che Dio stesso, con i sogni e le visioni in cui si manifestava, gli avesse affidato la missione di portare “le leggi dell’unico Dio” non solo tra la gente di San Nicandro, ma in un mondo che le aveva dimenticate.

È facile dimenticare questa vocazione universale, perché Manduzio ben presto scoprì l’esistenza di una vera comunità ebraica in Italia (probabilmente grazie a un ambulante che portava le notizie del mondo esterno nell’entroterra rurale) e, da quel momento, concentrò le sue formidabili energie sul compito di entrarne a far parte. Non che avesse avuto molto successo nel restaurare la religione: gli ebrei di San Nicandro non crebbero mai in modo significativo al di là del loro nucleo originale.

Non fu il comando del Signore, tuttavia, a dire a Manduzio quali erano le sue leggi, ma lo studio tenace e continuo della parola stampata di Dio. Come dimostra Davis, Manduzio e i suoi convertiti erano intellettuali di campagna nel senso che tutti loro – anche le donne, che sembrano essere state attratte dalla nuova religione più degli uomini – erano probabilmente capaci di leggere e scrivere, una situazione piuttosto insolita nel Mezzogiorno agricolo d’Italia.

Del gruppo facevano parte almeno due membri della corporazione più ricca di pensatori, i ciabattini. A quanto pare i convertiti non erano tanto contadini, quanto un gruppo che viveva negli interstizi e ai margini di un grande territorio agrario. Dal momento che erano tutti poveri, e alcuni lo erano disperatamente, nessuno gli prestava troppa attenzione.

Manduzio era chiaramente il fondatore e l’ispiratore degli ebrei di San Nicandro anche se, con suo grande disappunto, non fu mai il loro capo indiscusso. Era il classico eccentrico di campagna che, se avessimo l’opportuna documentazione, avrebbe potuto costituire uno splendido soggetto per uno studioso della grande scuola italiana di storia microcosmica. Ma documenti come quelli dell’inquisizione, che hanno permesso a Carlo Ginzburg di scrivere Il formaggio e i vermi, appartenevano a periodi precedenti.

Abbiamo delle informazioni sulle attività di Manduzio e conosciamo i suoi pensieri dal 1937 in poi perché in quell’anno cominciò a tenere un diario, che ancora oggi esiste unicamente come manoscritto. Ma per il resto dobbiamo affidarci ai rapporti della polizia e delle autorità ecclesiastiche che si preoccupavano di controllare i dissidenti religiosi e di altro tipo, e che consideravano gli ebrei di San Nicandro trascurabili. E poi ci sono i racconti di un numero crescente di osservatori e visitatori ebraici, troppo sorpresi dalla conversione per chiedere come fosse avvenuta. Per di più, alcuni di loro avevano altre, e più grosse, gatte ebraiche da pelare.

Al momento della rivelazione, Manduzio aveva superato i quarant’anni. Nato nel 1885 in una famiglia troppo povera per mandarlo a scuola, rimase analfabeta fino a quando fu chiamato a prestare servizio nel 94° reggimento di fanteria, dove contrasse una malattia non meglio specificata ma permanente e disabilitante. Fu la malattia ad assicurargli le basi della futura carriera: una pensione come ex militare sufficiente per tirare avanti senza lavorare e l’alfabetizzazione, conquistata durante la lunga convalescenza negli ospedali militari.

Diventò un lettore vorace dei melodrammi di ambientazione medievale, molto popolari nell’Italia del sud, e di romanzi come Il conte di Montecristo. Nel libro I banditi. Il banditismo sociale nell’età moderna (1959), ho scritto che durante una delle tante crisi della comunità ebraica “l’immagine che gli venne spontanea alla mente fu quella di re Pipino. Quando capì che Elisetta l’aveva tradito, il re voleva gettarla nel fuoco con le due figliolette avute con lei, ma fu fermato da chi gli era accanto”.

Manduzio era molto attratto dall’astrologia, ma non c’è segno di un suo interesse giovanile serio per i testi sacri. Non sappiamo quanto avesse approfondito i suoi studi biblici prima di avere l’improvvisa visione di essere scelto dal Signore che nel 1928 lo portò a convertirsi. Sicuramente essere stato scelto dal Signore lo incoraggiò a studiare di più la Bibbia, però continuò a basare la sua autorità spirituale sulle visioni e i sogni. Forse a convertirlo al Vecchio testamento fu il fatto che, a differenza di quanto avviene nel Nuovo, lì Dio fa frequenti apparizioni personali per affermare e ribadire il suo potere, per minacciare, punire e istruire.

La situazione personale di Manduzio lo collocava allo stesso tempo al centro e ai margini di un piccolo universo isolato. Era un adulto disabile, sposato ma senza figli, un pensionato che non doveva guadagnarsi da vivere lavorando e aveva il tempo e la voglia di riflettere sull’universo, perciò costituiva un’anomalia. Con la sua presenza quotidiana sulle strade e la sua capacità di conversare, ascoltare e fungere da biblioteca ambulante delle tradizioni locali, non poteva passare inosservato, tanto più che aveva una reputazione di consigliere e guaritore.

Nel Gargano, il dono di guarire non richiedeva competenze mediche come le intendiamo oggi, ma piuttosto la capacità di riconoscere le forze esterne o interne, le influenze cosmiche e le azioni personali ritenute responsabili della malattia, per poi esorcizzarle o contrastarle con riti propiziatori o penitenze. Le visioni erano il motore della diagnosi. Denunciare il peccato poteva curare la malattia. I miracoli erano sempre possibili. E il mondo stesso non aveva forse bisogno di una guida e di una cura? In un ambiente come quello, i contadini poveri cercavano in tutti i modi di avere accesso, direttamente o tramite intermediari, a un regno superiore alle difficoltà insormontabili della vita quotidiana. E di conseguenza esisteva una nicchia di potenziali seguaci per maghi e profeti.

La risposta di Manduzio a questa esigenza fu così insolita che non possiamo dare troppo peso alla sua conversione e a quella del suo minuscolo gruppo. Piuttosto, sembrava una minisecessione non millenaristica dall’universo del protestantesimo evangelico, sempre incline a generare sette. Era sicuramente molto meno significativa dei diffusi fenomeni di pratiche religiose non ufficiali che rivelavano quanto fosse sentita l’inadeguatezza della chiesa romana. Quest’ultima, peraltro, si rivelò molto abile nel neutralizzare l’insoddisfazione cooptando i culti dissidenti.

Gli ebrei di San Nicandro non erano particolarmente interessati alle questioni secolari. Con un’unica eccezione (il solito ciabattino), nessuno di loro era stato coinvolto in agitazioni, e le opinioni che esprimevano erano convenzionalmente patriottiche. Perfino dopo il 1945 si tennero lontani dall’ondata di attivismo di sinistra che percorse le campagne in quella zona della Puglia. La polizia li considerava assolutamente innocui. In effetti lo erano. Essere ebrei era l’unica cosa che avevano a cuore.

Non appena Manduzio scoprì che non tutti gli ebrei erano stati spazzati via dal diluvio come aveva immaginato, ma che in Italia ne esistevano ancora, il fenomeno di San Nicandro perse gran parte del suo interesse culturale e antropologico e si trasformò in una strana ma illuminante nota a piè di pagina della storia d’Europa nell’epoca del fascismo. La battaglia tenace e alla fine vittoriosa dei sannicandresi per essere riconosciuti come veri ebrei ha forti limiti come tema storico. È irrilevante per l’ebraismo italiano di quel periodo – la storia più ambiziosa, Gli ebrei in Italia a cura di Corrado Vivanti (1996), li cita appena – anche se non è una postilla senza conseguenze per lo sviluppo del sionismo italiano e per la nascita di Israele.

In fondo, gli ebrei di San Nicandro furono convertiti alla necessità di emigrare in Eretz Israel soprattutto da uno degli eroi dell’allora insolita minoranza sionista italiana, Enzo Sereni. Tutto a dispetto di Manduzio, che era contrario all’emigrazione, e del primo sostenitore di San Nicandro nella comunità ebraica ufficiale, Raffae­le Cantoni, che sembra aver formulato una valutazione molto più realistica delle peculiarità di una minisetta con radici locali. Eppure, per quanto insignificanti, le fortune di questo piccolo gruppo litigioso, facile alle scissioni eppure coeso al margine dei cataclismi degli anni trenta e quaranta, irradiano piccoli fasci di luce in quelle tenebre.

La promulgazione delle leggi razziali hitleriane da parte di Mussolini, nel 1938, non ebbe conseguenze particolarmente gravi per loro, ma gli rese ancora più difficile essere ufficialmente accettati come ebrei dalle autorità ebraiche, scettiche e sempre pronte a procrastinare, e che ora avevano questioni più urgenti di cui occuparsi. Fra il 1938 e il 1943 gli ebrei di San Nicandro furono probabilmente più isolati che in qualsiasi altro momento della loro breve storia. La caduta di Mussolini avvicinò la guerra al Gargano quando gli alleati distrussero il grande nodo delle comunicazioni di Foggia e portò per breve tempo a San Nicandro le colonne tedesche. Portò anche pericoli e ristrettezze.

Per la prima volta essere ebrei contava: se Costantino Tritto non si fosse tolto la stella di David che era fiero di portare sul risvolto della giacca, avrebbero potuto esserci gravi rappresaglie contro la città. Gli ufficiali tedeschi che curiosarono nella stanza di Manduzio con le sue iscrizioni e decorazioni ebraiche scatenarono il panico, ma fortunatamente andarono via e non tornarono. Ai tedeschi ben presto subentrarono le forze britanniche, che nel settembre 1943 risalirono la costa adriatica per liberare quello che rimaneva di Foggia.

Fu l’ottava armata a riportare la piccola compagnia di Manduzio nella storia mondiale. La Puglia, il tacco d’Italia, servì da base alle operazioni transnazionali degli alleati in un periodo cruciale, mentre le organizzazioni che sostenevano i movimenti di resistenza si spostarono dal Cairo a Bari per mandare rinforzi attraverso l’Adriatico utilizzando i campi d’aviazione locali. Le truppe britanniche rimasero bloccate a sud per vari mesi, in attesa che i tedeschi abbandonassero la loro efficacissima “linea d’inverno”. Ora tra loro c’erano alcune unità ebraiche non combattenti, in origine reclutate per la difesa dell’Egitto.

Mentre negoziavano con gli inglesi riluttanti per creare una brigata di combattimento ebraica, senza dare troppo nell’occhio lavoravano alla costruzione delle loro forze armate perché il futuro stato d’Israele potesse assumere il controllo della Palestina. Tra la massa dei rifugiati ebrei e degli altri “sfollati” che cercavano riparo nel Mezzogiorno d’Italia occupato dagli alleati, scoprirono anche – con stupore e sbigottita soddisfazione – gli ebrei di San Nicandro. I soldati diffusero la notizia tra i militari anglofoni, i reclutatori di Haganah furono pronti ad accettarli come potenziali emigranti in Israele, e gli ebrei italiani che si sentivano colpevoli per la debolezza di molti loro correligionari davanti alle leggi razziali poterono elogiarne la fede semplice ma tenace.

Enzo Sereni – una figura centrale del sionismo italiano e della Palestina sotto mandato britannico, che nell’aprile 1944 si preparava a partire per la missione segreta nell’Italia occupata dai nazisti in cui perse la vita – li considerò abbastanza importanti da meritare una visita e li incoraggiò a emigrare. Quando i tedeschi si arresero, il gruppo era ormai entrato a far parte del folclore dei corrispondenti di guerra, e raggiunse il picco della celebrità quando Time gli dedicò un articolo in occasione del capodanno ebraico del 1947.

La liberazione di Roma spinse le autorità rabbiniche ad accettare ufficialmente i sannicandresi come ebrei autentici. I maschi furono circoncisi nel 1946, anche se per qualche motivo Manduzio non volle farsi operare. Morì nel marzo 1948 rifiutandosi sempre di lasciare San Nicandro e ancora convinto “che siamo arrivati alla luce grazie alle visioni, proprio come avvenne a Mosè e a tutti i profeti, e che chiunque si rifiuti di credere o dica che le visioni non significano niente nega il Dio delle visioni e il Mosè del libro sacro delle leggi”. Visse abbastanza a lungo da salutare la decisione di creare lo stato di Israele.

Se e sotto quali auspici i sannicandresi potessero emigrare in Israele, come fecero quasi tutti nel 1949, rimaneva incerto. La cosa fu complicata dall’inizio della guerra fredda. La sconfitta della sinistra italiana nelle elezioni del 1948 non avrebbe fatto molta differenza per una comunità che non era mai stata coinvolta nella politica secolare, ma il rifiuto italiano di riconoscere lo stato di Israele, mentre la Russia l’aveva fatto immediatamente, rese sospetti agli occhi del governo democristiano i vari piani sionisti per mandare rifugiati ebrei in Terra santa.

Alla fine le pressioni dei sannicandresi prevalsero sull’opposizione all’emigrazione collettiva del loro primo e più leale sostenitore, Cantoni, in un certo senso l’eroe della storia di San Nicandro e un personaggio veramente eccezionale. Italiano, ebreo sionista, massone, socialista e antifascista, anche se a suo tempo era stato un giovane attivista dell’impresa dannunziana di Fiume, Cantoni merita senz’altro uno studio più approfondito.

Una volta trasferiti nella terra di Israele, gli ebrei di San Nicandro sparirono nell’anonimato storico della gente comune che si guadagna da vivere. John Davis racconta tutto quello che dobbiamo sapere, e forse di più, su quest’ultima fase di uno straordinario episodio della storia europea del novecento. The jews of San Nicandro, ottimo libro di un bravissimo storico, rimarrà quasi sicuramente la sua duratura testimonianza.

Traduzione di Gigi Cavallo.

Internazionale, numero 886, 25 febbraio 2011

La libertà io la rubo…

2 commenti

Amore in Portogallo

La notte, come ferite, leccava i fuochi.

Con gli spioncini, guardavano le stelle le prigioni,

e sotto il ponte di Salazar noi -

nell’oscurità più oscura.

 

Il dittatore ci ha reso un servizio

e, non visti da lui, sotto il ponte,

da questo infausto paese emigriamo

l’uno nelle braccia dell’altro.

 

Sotto il ponte di cemento e paura,

sotto il ponte di un ottuso potere,

le nostre labbra sono terre radiose

dove liberi siamo io e te.

 

La libertà io la rubo, la rubo

e nel sacro istante sottratto, sono felice

che, seppure in un bacio, non sia censurata

la lingua mia peccatrice.

 

Perfino in un mondo che ha i fascisti al potere,

dove la gente ha così pochi diritti,

sopravvivono ciglie vellutate,

che altri mondi nascondono.

 

Piccola portoghese, che ti sfili

e mi doni il tuo anello, perchè piangi?

Io non piango.

Le mie lacrime tutte le ho piante.

 

Stringiti a me. Ti bacio. Non pensare.

Sorella, poco possiamo noi.

Sotto il ponte, accigliato sopraciglio,

invisibili al mondo, siamo due lacrime.

Lisbona 1967

E.Evtusenko

(due)____________Novità

Lascia un commento

Segnalo due novità edite da Odradek.

21 donne che hanno esplorato il mondo riuscendo, nel loro campo, a riscriverlo, studiarlo o contestarlo e per  questo hanno pagato un prezzo altissimo. A loro ed alle loro storie è dedicata questa raccolta scritta da Valeria Palumbo con le immagini di Giancarlo Montelli  che demolisce il mito del Romanticismo, delle donne devote per obbligo, per mettere in risalto l’azione come autentico talento femminile.

Per maggiori info e per ordinare il libro eccovi il LINK

 

 

 

 

 

 

[...]Questo libro, attraverso un’ampia mole di documenti in larga parte inediti, prove- niente da vari Archivi e commissioni d’inchiesta parlamentare, si concentra sulle trat- tative, gli accordi, le tensioni nazionali e internazionali relative alla questione dei criminali di guerra, cercando di evidenziare come e perché fu possibile assicurare l’impunità a centinaia di militari del regio esercito e di camicie nere dando luogo alla cosiddetta “mancata Norimberga” e all’inconsistente mito autoassolutorio degli “italiani brava gente”. [...]

Per la quarta di copertina e per ordinare il libro rimando a QUESTO LINK

Neve Profonda – E.Evtusenko

1 commento

Corro con gli sci sulla neve candida.

Corro e penso:

nella vita io che posso?

Mi esamino,

mi affliggo,

ricordo.

Che cosa so?

Proprio niente.

Corro con gli sci sulla neve candida.

Nella bella città c’è piazza Nogin.

Ora da qui la vedo.

C’è una ragazza là che vive sola

Non è

mia moglie.

E neppure è innamorata di me.

Chi ne ha colpa?…

Oh, bianco sfarfallio!

Corro.

Ansia e sollievo in me.

Profonda la neve.

Profondo il respiro.

Profondo il cielo, sul capo.

Devo andare lontano…

Scricchiate,

cari sci,

scricchiate,

e lei,

lontana,

dimentichi gli affanni.

Rinsaldi il cuore.

Compri qualcosa.

Dorma tranquilla.

Tutto andrà bene.

Ho voglia di fumare.

In due spezzo i fiammiferi.

Di fuggire da me stesso sono stanco.

Andrò a casa.

Nel convoglio surriscaldato,

infastidirò qualcuno con gli sci.

Andrò dalla ragazza sola.

Lei accantonerà tutto.

Porta le grosse trecce a ghirlanda.

Si annoiava lontano da me.

Chiederà che la baci.

“Problemi con gli sci?”

domanderà sommessa.

“No, no – risponderò – nessun problema, con gli sci”.

Ma resterò sopra pensiero…

“Un pò di tè, caro?”

“No”.

“Che cos’hai? – non capisco…

Dove sei in questo istante?”.

Scuoto la testa.

Che cosa risponderò?

Le rispondo:

“Corro con gli sci

sulla neve candida”

1955

Forse qui nel cuore – J.Saramago

1 commento

Qui nel cuore, forse, o meglio ancora:

una ferita inferta col coltello,

da cui sfugge la vita, sperperata,

in tutta la coscienza ci ferisce.

 

Desiderare, volere, non bastare,

disillusa ricerca del motivo

che spieghi il nostro esistere casuale,

questo è che duole, forse qui nel cuore.

Del nuovo che cerchi nel non nuovo e del non nuovo che cerchi nel nuovo

Lascia un commento

 

Già nella vetrina della libreria hai individuato la copertina col titolo che cercavi.

Seguendo questa traccia visiva ti sei fatto largo nel negozio attraverso il fitto sbarramento dei Libri Che Non Hai Letto che ti guardavano accigliati dai banchi e dagli scaffali cercando d’intimidirti. Ma tu sai che non devi lasciarti mettere in soggezione, che tra loro s’estendono per ettari ed ettari i Libri Che Puoi Fare A Meno Di Leggere, i Libri Fatti Per Altri Usi Che La Lettura, i Libri Già Letti Senza Nemmeno Bisogno D’Aprirli In Quanto Appartenenti Alla Categoria Del Già Letto Prima Ancora D’Essere Stato Scritto.

E cosí superi la prima cinta dei baluardi e ti piomba addosso la fanteria dei Libri Che Se Tu Avessi Piú Vite Da Vivere Certamente Anche Questi Li Leggeresti Volentieri Ma Purtroppo I Giorni Che Hai Da Vivere Sono Quelli Che Sono.
Con rapida mossa li scavalchi e ti porti in mezzo alle falangi dei Libri Che Hai Intenzione Di Leggere Ma Prima Ne Dovresti Leggere Degli Altri, dei Libri Troppo Cari Che Potresti Aspettare A Comprarli Quando Saranno Rivenduti A Metà Prezzo, dei Libri Idem Come Sopra Quando Verranno Ristampati Nei Tascabili, dei Libri Che Potresti Domandare A Qualcuno Se Te Li Presta, dei Libri Che Tutti Hanno Letto Dunque E’ Quasi Come Se Li Avessi Letti Anche Tu. Sventando questi assalti, ti porti sotto le torri del fortilizio, dove fanno resistenza:

i Libri Che Da Tanto Tempo Hai In Programma Di Leggere,

i Libri Che Da Anni Cercavi Senza Trovarli,

i Libri Che Riguardano Qualcosa Di Cui Ti Occupi In Questo Momento,

i Libri Che Vuoi Avere Per Tenerli A Portata Di Mano In Ogni Evenienza,

i Libri Che Potresti Mettere Da Parte Per Leggerli Magari Quest’Estate,

i Libri Che Ti Mancano Per Affiancarli Ad Altri Libri Nel Tuo Scaffale,

i Libri Che Ti Ispirano Una Curiosità Improvvisa, Frenetica E Non Chiaramente Giustificabile.

Ecco che ti è stato possibile ridurre il numero illimitato di forze in campo a un insieme certo molto grande ma comunque calcolabile in un numero finito, anche se questo relativo sollievo ti viene insidiato dalle imboscate dei Libri Letti Tanto Tempo Fa Che Sarebbe Ora Di Rileggerli e dei Libri Che Hai Sempre Fatto Finta D’Averli Letti Mentre Sarebbe Ora Ti Decidessi A Leggerli Davvero.

Ti liberi con rapidi zig zag e penetri d’un balzo nella cittadella delle Novità Il Cui Autore O Argomento Ti Attrae.

Anche all’interno di questa roccaforte puoi praticare delle brecce tra le schiere dei difensori dividendole in Novità D’Autori O Argomenti Non Nuovi (per te o in assoluto) e Novità D’Autori O Argomenti Completamente Sconosciuti (almeno a te) e definire l’attrattiva che esse esercitano su di te in base ai tuoi desideri e bisogni di nuovo e di non nuovo (del nuovo che cerchi nel non nuovo e del non nuovo che cerchi nel nuovo).

da “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino (1979)

Ogni sangue ha la sua storia – J.Saramago

Lascia un commento

Ogni sangue ha la sua storia.

Scorre senza mai fermarsi nell’interno labirintico del corpo e non perde l’orientamento nè il senso, arrossa improvvisamente il volto o la fa impallidire fuggendone via, irrompe bruscamente da uno squarcio della pelle, si fa strato protettivo di una ferita, allaga campi di battaglia e luoghi di tortura, si trasforma in fiume sull’asfalto di una strada. Il sangue ci guida, il sangue ci risolleva, con il sangue dormiamo e con il sangue ci svegliamo, con il sangue ci perdiamo e ci salviamo, con il sangue viviamo, con il sangue moriamo. Si fa latte e alimenta i bambini in braccio alle mamme, si fa lacrima e piange per gli assassinati, si fa rivolta e alza un pugno chiuso e un’arma. Il sangue si serve degli occhi per vedere, capire e giudicare, si serve delle mani per il lavoro e per la carezza, si serve dei piedi per andare dove il dovere lo ha mandato.

Il sangue è uomo ed è donna, si copre di lutto o di festa, si mette un fiore alla vita, e quando assume dei nomi che non sono i suoi è perchè quei nomi appartengono a tutti coloro che sono dello stesso sangue.

Il sangue conosce tanto, il sangue conosce il sangue che ha.A volte il sangue monta a cavallo e fuma la pipa, a volte guarda con occhi asciutti perchè il dolore li ha seccati, a volte sorride con una bocca da lontano e un sorriso da vicino, a vlte nasconde il viso ma lascia trasparire l’anima, a volte implora la misericordia di un muro muto e cieco, a volte è un bambino sanguinante portato in braccio, a volte disegna figure vgili sulle pareti delle case, a volte è lo sguardo fisso di queste figure, a volte lo legano, a volte si slega, a volte si fa gigantesco per arrmapicarsi sulle muraglie, a volte ribolle, a volte si calma, a volte è come un incendio che tutto infuoca, a volte è una luce quasi dolce, un sospiro, un sogno, un capo dolcemente reclinato sul sangue che gli sta accanto.

Ci sono sangui che persono quando sono freddi bruciano. Quei sangui sono eterni come la speranza.

(da L’ultimo quaderno, 19 agosto 2009, Il sangue del Chiapas)

 

 

 

Monologo per Cassandra – W.Szymborska

1 commento

Su Cassandra avevo citato in precedenza Christa Wolf con La prova del dolore e Polissena e Pantoo.

Non ho potuto fare a meno di ricorrere anche a Wislawa, perchè coglie uno sguardo disincantato, cinico e duro. La sconfitta.

Nella Wolf prevaleva più l’orgoglio e un rancore indelebile.

Sono io, Cassandra.

E questa è la mia città sotto le ceneri.

E questi i miei nastri e la verga del profeta.

E questa è la mia testa piena di dubbi.

 

E’ vero, sto trionfando.

I miei giusti presagi hanno acceso il cielo.

Solamente i profeti inscoltati

godono di simili viste.

Solo quelli partiti con il piede sbagliato,

e tutto potè compiersi tanto in fretta

come se mai fossero esistiti.

 

Ora rammento con chiarezza:

la gente al vedermi si fermava a metà.

Le risate morivano.

Le mani si scioglievano.

I bambini correvano dalle madri.

Non conoscevo neppure i loro effimeri nomi.

E quella canzoncina sulla foglia verde –

nessuno la finiva in mia presenza.

 

Li amavo.

Ma dall’alto.

Da sopra la vita.

Dal futuro. Dove è sempre vuoto

e nulla è più facile che vedere la morte.

Mi spiace che la mia voce fosse dura.

Guardatevi dall’alto delle stelle – gridavo-

guardatevi dall’alto delle stelle.

Sentivano e abbassavano gli occhi.

 

Vivevano nella vita.

Permeati da un grande vento.

Con sorti già decise.

Fin dalla nascita in corpi da commiato.

Ma ‘era in loro un’umida speranza,

una fiammella nutrita del proprio luccichio.

Loro sapevano cos’è davvero un istante,

oh, almeno uno, uno qualunque

prima di-

 

E’andata come dicevo io.

Solo che non ne viene nulla.

E questa è la mia veste bruciacchiata.

E questo è il mio ciarpame di profeta.

E questo il mio visto stravolto.

un viso che sapeva di poter essere bello.

 

(da La gioia di scrivere, Gli Adelphi)

________________Novità

Lascia un commento

L’autore spagnolo, a cento anni dalla morte di Emilio Salgari,

omaggia Sandokan, Yanez e le tigri di Mompracem.

 

Le tigri tornano…più antimperialiste che mai!

 

 

 

 

________Novità

1 commento

Emanuela Valentini,

Il Cuore di Lola

 

New year, new look

1 commento

Voci più vecchie

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 239 other followers